THE PRETTY THINGS – Still Unrepentant (Snapper)

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La discografia dei Pretties è stata a lungo sviscerata nel corso degli anni e già spesse volte antologizzata per le nuove generazioni, quasi sempre dividendola in due grossi tronconi, ovvero quello iniziale del R&B ruspante e vitaminico e quello più eccentrico della fase psichedelica. L’esibizione di Brighton dello scorso 30 Agosto per celebrare il 40° anniversario della band offre l’occasione per questa sorta di collezione definitiva curata dai tipi della Snapper e commentata da Mr. Mike Stax. Due CD e un DVD per celebrare i nemici pubblici n. 1 del R&B inglese. Sarebbe sempre meglio affidarsi alla discografia originale ma se non avete ancora niente di loro sui vostri scaffali, questo è un buon inizio. Rimane il fatto che avete commesso un crimine, ma apprezzerò il vostro tentativo di riparare. Tutta la storia del combo viene ripercorsa nelle 45 tracce audio passando attraverso snodi cruciali come il primissimo 45 Rosalyn, il punk preistorico di Midnight to Six Man, l’acido approdo alla Columbia di Defecting Grey, il capolavoro visionario di S.F. Sorrow (ovvero uno dei tre dischi ESSENZIALI della psichedelia inglese assieme a Revolver dei Beatles e The Piper dei Pink Floyd) fino all’atto conclusivo di Cross Talk. Il DVD mette invece un po’ di tristezza nel mostrare Phil, Dick e gli altri (ex)ragazzi ormai imbolsiti cimentarsi col Diddley-sound e raccontare qualche aneddoto sulla loro storia (come quello in cui si dilungano per spiegare l’esatto significato nascosto dietro il titolo LSD. Sempre che ci crediate, si intende…NdLYS). Sarà forse per questo che la Snapper ha deciso di lasciarlo circolare libero dentro il cofanetto che invece custodisce scrupolosamente i due CD Audio?

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE STORKS – Back Up # 2 (AUA)

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Era bello credere, una manciata di anni fa, che i semi sparsi dalle rigogliose mani di bands come Pretty Things o Shadows of Knight potessero trovare terreno fertile anche qui in Italia.

Era bello crederci e per un po’, almeno finchè le fronde degli Storks furono verdeggianti e ombrose, il sogno divenne tangibile, vero, palpabile, REALE.

Autori di uno dei demo più devastanti che l’Italia fuzzedelica degli anni ottanta ci abbia regalato, i pisani Storks furono un gruppo fuoriclasse, capace di aprire per una band come i Pretty Things così come di suonare dal vivo l’intero repertorio dei Tell-Tale Hearts oltre che di maneggiare le marracas come fossero due bombe ad orologeria.

Sanguigna come poche altre demos, Feelin’ Crawly vibrava di fuzz guitars assassine scosse dal vigore R ‘n B che aveva acceso la miccia nei dischi di Faires, Outsiders, Q65, Shadows of Knight, una furia che solo negli ultimi anni si sarebbe in parte stemperata nei toni più’ black di un suono che si colorava di memorie quadropheniche rendendo omaggio a maestri come John Lee Hooker o Allan Toussaint.

Quando, qualche anno dopo, fui coinvolto nella scelta delle selezioni per una serie di compilazioni retroattive chiamate Pepite, la cometa Storks aveva giá solcato i nostri cieli lasciando dietro se una scia che avrebbe generato altri astri come Boot Hill Five o Standarte.

Inghiottita nel buco nero di chissà quale galassia, quella meteora viene ora risputata fuori dalla macchina del tempo di Back Up parandoci innanzi questo disco che costringerà molti a fare i conti con la propria disattenzione di allora o con la distrazione degli anni successivi.

È bello e sorprendentemente eccitante anche per chi, come me, di questi 29 documenti sonori ne aveva già carpito il segreto anni fa, sorprendersi della freschezza di un suono che nessuna via Slintiana di dissolvenza cromatica, nessuna ultratecnologica strategia di combustione ritmica, nessun simulacro di morti apparenti potrá mai cancellare dai nostri cuori.

The sound of now. And from now on.

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

Back+Up+Series

 

THE YARDBIRDS – Over Under Sideways Down (Get Back)

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Prosegue la serie di ristampe della Get Back dedicata al recupero della discografia degli Yardbirds. Ultima in ordine di tempi quella dedicata ad Over Under Sideways Down, primo album organico dei maestri dell’R ‘n B inglese e paradossalmente inizio del loro tracollo commerciale.

Quello creativo verrà di lì a poco e culminerà con lo sfaldamento del gruppo e la nascita dei New Yardbirds, ma quella sarà un’altra storia. La ristampa Get Back è molto ben fatta, nel solito vinilaccio robusto e si rifà alla versione mono originariamente pubblicata nel ’66 su Epic (l’album verrà ristampato in duplice versione mono/stereo col titolo di Roger The Engineer dalla Edsel con copertina diversa e scaletta “alterata”, NdLYS). Musicalmente Over Under Sideways Down è lavoro più che dignitoso, il taglio della chitarra di Jeff Beck che da lì a poco verrà rilevato da Jimmy Page è ancora in bella evidenza e in forma strepitosa. L’adesione al blues standard dei tempi del Crawdaddy si fa meno scolastica e rispettosa pur non perdendo di autenticità e mordente (The Nazz Are BlueLost WomenJeff’s Boogie) ma altre inclinazioni turbano la mente dei cinque e si insinuano tra le pieghe del loro suono. Sbocciano fiori psichedelici (Happening Ten Years Time Ago, il singolo-icona del periodo qui incluso tra le bonus, Ever Since the World Began), si aprono raga (Over Under Sideways DownHot House of Omagararshid), il nero si stinge e lascia posto a girandole multicolori e cangianti (He’s Always There). Bellissimo.

Franco “Lys” Dimauro

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THE SHADOWS OF KNIGHT – Live 1966 (Sundazed)  

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È un po’ una furbata, il “nuovo” Live 1966 appena pubblicato dalla Sundazed. Nel senso che di queste sedici tracce registrate dal vivo al Cellar Club di Arlington Heights nel Dicembre del 1966, ben tredici erano già state pubblicate dalla stessa label più di vent’anni fa, su Raw ‘n Alive at The Cellar Club ’66. Le aggiunte riguardano tre interpretazioni abbastanza trascurabili di Anytime That You Want Me (che finirà poi nel repertorio degli H.P. Lovecraft, la band che ingaggerà Jerry McGeorge come bassista, NdLYS), Peepin’ and Hidin’ (cantata, come da tradizione, da Joe Kelley) e Willie Jean (interpetata, anche questa secondo consuetudine e in maniera alquanto dozzinale, da Tom Schiffour).

Siamo agli sgoccioli della brevissima, fortunata avventura dei primi Shadows of Knight. Dopo il successo trionfale di Gloria, la band ha subito il flop clamoroso di Bad Little Woman e I‘m Gonna Make You Mine e il pubblico locale ha già voltato loro le spalle eleggendo i Cryan’ Shames come nuovi eroi di Chicago.

Warren Rogers è stato il primo a fare i bagagli. E infatti in questa esibizione, di lui non c’è neppure l’“ombra”. Al suo posto c’è David Wolinski che era stato chiamato come tastierista aggiunto per le registrazioni del secondo album.

Purnondimeno la musica del gruppo di Chicago è ancora furiosa e rovente (ne siano prova i pezzi che aprono e chiudono la scaletta), irrispettosa come impongono i tempi ma pure ossequiosa quando si tratta di inchinarsi ai piedi del Dio blues.

Nera che più nera non si può.

Nera come il carbone.

Nera come la notte.

Nera come le ombre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro     

   

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THE PURPLE HEARTS – Benzedrine Beat! (Half a Cow)  

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Selvaggissimi reperti dal paleolitico sixties dalle cave australiane! Assieme a Missing Links e Master’s Apprentices, i Purple Hearts formavano il sacro triumvirato del rock ‘n’ roll più degenere del luogo. Come molte bands dell’epoca, avevano una passione insana per i classici del blues. Suonavano qualsiasi cosa fosse passata per le chitarre rattoppate di John Lee Hooker o Jimmy Reed e lo facevano con una furia elettrica brutale, violentando quegli standard con effetti fuzz e una armonica sferragliante come quella che affetta in due un pezzo come Of Hopes and Dreams. Come già in passato coi Missing Links e nel prossimo futuro per i Wild Cherries, la Half a Cow raccoglie tutta la storia dei Purple Hearts, con alcuni inediti del primo periodo e una appendice dedicata ai Coloured Balls, la band messa su da Bob Dames dopo la scissione dei Purple Hearts e poi “acquisita” da Lobby Loyde. Se non comprate, morite.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE YOUTH – Nothing But… The Youth (Dirty Water)  

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Dal Merseybeat al Maximum R ‘n B sopra un treno che corre lungo la ferrovia danese. Dopo due singoli e una comparsata sul terzo volume di Garageville, il quartetto di Copenaghen giunge così alla stazione della Dirty Water per regalarci questo fantastico disco di debutto, una delle migliori uscite del settore dell’ultimo biennio. Tredici canzoni incuneate tra Fairies, Downliners Sect, Cuby + Blizzards, Milkshakes, Thanes e i Gruesomes “scatenati” del secondo album.

Chi ne mangia, sa quindi di quali leccornie stiamo tessendo doti ed enunciando proprietà. Roba capellona che tiene fede al nome dal quartetto e al titolo scelto per il loro debutto. Gioventù, nient’altro che gioventù.

Quella che la vedi arrivare, la annusi, ed è già andata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE RIPPERS – Why Should I Care About You? (Slovenly)

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I Rippers non li ferma più nessuno. Totalmente votati al massacro, questi quattro scavafosse cagliaritani tornano a sfregiarci il viso con altre 12 lame di affilatissimo R ‘n B sul “taglio” di Searchin’ for the Wilderness o Trans-World Punk. Non un secondo per respirare e godersi una tregua, niente. Anche gli Outsiders o i Pretty Things ce ne concedevano qualcuna, ma loro NIENTE: i Rippers sono un panzer con la tanica piena di veleno e suonano spietati. Se i Germs fossero stati un combo di nederbeat dei mid-60s anziché una punk band nella L.A. sfatta degli anni ‘70 avrebbero suonato così, con la stessa impellenza, la stessa voglia di finire tutto e subito, a costo di prendere a morsi la strada. Sentite l’armonica di My Brown Friend o Just For One Day, l’assolo sovrapponibile di 2 Little Hands e What I’ve Done o lo strumming feroce di Right Time to Kill You: un bufalo imbizzarrito che scalcia e si fa il vuoto tutt’intorno. Tutto sbagliato ragazzi: l’influenza più pericolosa dell’anno non viene ne’ dal Messico ne’ dai suini, ma dalle mandrie ovine che pascolano all’ombra storta dei nuraghi.  

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Nuggets Box # 1 / 2 (Rhino)

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Quando, in epoca pre-punk, quel perdigiorno di Lenny Kaye mise mano al primo volume di Nuggets soffiando la polvere su alcuni ormai dimenticati 45 giri della sua collezione anni-60, pochi si sarebbero immaginati che avrebbe dato via ad una rivoluzione.

Etimologica, innanzitutto visto che fu proprio in quell’occasione che il termine punk fu applicato per definire, più che un genere, un’attitudine che da lì a breve avrebbe messo a ferro e fuoco il mondo occidentale.

Di costume e di ispirazione, pure, visto che proprio quella Bibbia sarebbe stato il testo sacro a cui si sarebbero ispirati tutti i gruppi punk pronti a venire: Dictators, Ramones, Sex Pistols, DMZ, Dead Boys.

Tutti avrebbero scoperto nell’attitudine primitiva delle garage bands dei 60’s la fonte cui abbeverarsi per dare inizio all’estinzione dei dinosauri. pochi immaginavano che alcuni di loro lo sarebbero diventati, ma questa è un’altra storia. Il furore di bands come Electric Prunes, Remains, Music Machine, Question Mark & The Mysterians, Seeds era energia allo stato brado, pulsione sessuale tesa allo spasimo, volgare, debosciata urgenza giovanile, catartica, estenuante, infinitamente viva perché odorante di benzina, erba, sesso.

Nelle recenti Nuggets Box pubblicate dalla benemerita Rhino Records (otto cd in tutto, divisi in due box) la ricerca di Lenny (poi sviluppatasi in tutta una collana di dischi dallo stesso titolo, NdLYS) è stata resa nuovamente incandescente con l’aggiunta di brani dalla forza parimenti primordiale (per la cronaca, il primo box è dedicato al garage punk statunitense, il secondo al resto del mondo…Italia esclusa).

Un vortice da cui è difficile uscire, una volta contagiati dalle tonnellate di fuzz guitars, organi Farfisa, sbrodolii psichedelici, freakbeat e selvaggi r ‘n b stomps. Non un disco prescindibile. Un pezzo di storia, due mattoni su cui rifondare l’universo e su cui salire per sputare in faccia a chi si ostina a guardare affascinato i dinosauri.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

SHUTDOWN 66 – Heading for the Cheatin’ Side of Town (Corduroy)

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Puro suono delinquenziale quello degli Shutdown 66 nati dalle ceneri di Breadmakers e Hekawis.

Infilano una cover intoccabile dei Tell-Tale Hearts come Crawling Back To Me senza ovviamente riuscire a pareggiare quella dei padri ma regalandoci un bel solo di armonica soffiata da Mr. Jay Wiseman degli Hoods in persona.

Tutto il resto è farina dei cinque australiani, impastata con i soliti lieviti R ‘n B (la micidiale title-track figlia dei Pretty Things), folk-rock (Got Other Girls On My Mind), fuzz-punk (Shutdown Again), frat-rock (Sure Does Make Me Blue), demenza Gruesomes (I Can‘t Take You Home) e ballate puttane alla All Night Workers (The Letter). Certo, in considerazione del fatto che il disco esca praticamente in simultanea a ben altri due album (Welcome to Dumpsville su Get Hip e Gotta, Gotta Get Me to Out of It… sempre su Corduroy) fa scattare il rischio sovraesposizione.

Anche un paio di belle tette, se le metti al sole troppo tempo diventano come la buccia di due meloni cantalupo.

Evito di dirvi cosa rischierebbero le vostre palle. 

Provate a chiedere al dermatologo. O ad un perito agrario, se vi piacciono le analogie. 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE HIGHSPEED V – Demented R & B (Groovie)  

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Le belve primitive, è risaputo, amavano divorarsi tra loro.

A qualsiasi latitudine.

Fu così anche in Svezia, nell’era preistorica del neogarage anni Ottanta.

E così, se gli Highspeed Five “divorarono” in qualche modo i Crimson Shadows, finirono per essere a loro volta inghiottiti dagli Stomachmouths e dai Wylde Mammoths.

La storia degli Highspeed Five si consumò quindi in pochissimi mesi, bluffando sull’età dei musicisti (Jens e Niclas ringiovaniranno rispettivamente di quattro e di un anno tra un disco e l’altro, Stellan invecchierà precocemente di quattro anni ed Henrik addirittura di ventiquattro mentre Mats resterà un sempiterno diciottenne, NdLYS) e riservandosi un posto tra le meteore anziché tra le stelle del firmamento del garage punk svedese.

A raccogliere le poche ossa lasciate, ci pensano i paleontologi della Groovie con questo Demented R & B che mette insieme tredici brani che cercavano di riadattare il maniacale rhythm ‘n blues nord-europeo che proprio in quel periodo si sostituiva nel cuore degli appassionati, grazie al lavoro di “estrazione” delle raccolte Trans-World Punk, all’ormai metabolizzato suono beat garage americano che aveva dominato nel biennio precedente e che era stato a sua volta scandagliato da Jens Lindberg ed Henrik Orrje con i Crimson Shadows.

Gli Highspeed V ne davano una rilettura adeguatamente scompigliata e deragliante (Baby, French Blues, I Will Make), fitta di giungle Diddleyane in cui echeggiano le urla di scimpanzè come Pretty Things e Outsiders.

Dunque se eravate e siete attratti dalle pellicce di mammuth più che da quelle sintetiche, l’acquisto di Demented R & B è un atto dovuto.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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