THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da Youtube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – A Taste of Pink! (Own-Up)  

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Malgrado sia diventato negli anni uno degli Hammond-heroes più richiesti e i Prisoners stessi ne abbiano costituito in qualche modo la sua prima palestra, quella su cui James Taylor poggia le dita sui primi due dischi dei Prisoners, a dispetto di quello che qualche mediocre guida sul garage vi dirà, non è altro che una tastiera Casio. Il groove è tuttavia identico a quello di un Georgie Fame. Il suo ingresso tra le fila della band, agli inizi del 1982, avrebbe dato ai Prisoners quel mood distintivo di cui la loro demo incisa pochi mesi prima come terzetto era priva, creando lo scarto decisivo dalle altre band provenienti dalla medesima area del Medway.

Inciso in due domeniche di fila, A Taste of Pink! rivelò a tutta l’Inghilterra quello che prima era un tipico prodotto dell’area suburbana di Londra e che diventerà una delle più grandi lost-bands degli anni Ottanta. Un disco ancora crudo, in cui le influenze di Jam e Pretty Things si stanno coagulando in un prodigioso intruglio di rock elettrico, beat e anima nera che li avrebbe imposti come la più grande mod-oriented band del decennio, alla ricerca di una formula unica modellata su riferimenti estetici e musicali ben precisi: Small Faces, Spencer Davis Group, la Stax, l’Hammond-beat, la psichedelia hard dei tardi Sixties, Jimi Hendrix, tutto litografato e impresso su un beat dinamico dal taglio garagistico.

Per onore di cronaca, A Taste of Pink! viene registrato quasi per uso personale, in sole 500 copie, giusto per documentare un periodo che sembra già destinato a finire, visto che in autunno James Taylor ha già deciso di lasciare i compagni per riprendere l’attività di studente a tempo pieno presso la Sir Joseph Williamson’s Math School di Rochester.

L’inaspettato successo del disco, venduto al banco della Rough Trade e a qualche concerto, riporta però James Taylor sulla retta via. I Prisoners si ricompattano per incidere, non prima di aver debuttato ufficialmente a Londra, di spalla ai Barracudas, quello che dovrebbe essere  il loro capolavoro. E che invece non lo sarà.          

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – TheWiserMiserDemelza (Big Beat)  

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Mi sono sempre piaciuti quelli che io chiamo i party-albums. Dischi che puoi mettere in diffusione mentre con gli amici dai fondo alla tua resistenza all’alcol e alla salsa tonnata, senza darti pensiero di dover girare disco. TheWiserMiserDemelza è uno di questi dischi. Avendo gli amici giusti, si intende.

È il periodo in cui, alle influenze tipicamente mod degli inizi (Small Faces, Kinks, Jam) degli esordi la band sta provando ad innestare qualche influenza dagli ascolti dei dischi di Nice, Move, Pink Floyd, Doors, Hendrix. La scelta di un titolo allusivo a quelle filastrocche psichedeliche tipo Aoxomoxoa ne è un chiaro esempio. Il suono ha però una dinamica molto moderna, tanto da essere considerato uno dei dischi essenziali per il baggy-sound dei primi anni Novanta.

A produrlo è Phil Chevron che nel 1985 entrerà tra le fila dei Pogues.

Ma le cose, dentro gli studi ICC, non andarono a gonfie vele. L’incapacità, a detta di Chevron, da parte di Graham Day di concentrarsi sulle parti vocali così come il rifiuto dello stesso di incidere la voce separatamente dal resto portò ad un compromesso non eccezionale: Graham Day avrebbe reinciso si le parti vocali ma sempre suonando la chitarra, ovviamente priva di amplificazione. Lungo tutto il disco è possibile, ad un orecchio attento, sentire lo strumming a vuoto che si riverbera sul microfono, creando un sottofondo ovattato non del tutto piacevole.

Nonostante tutto TheWiserMiserDemelza rivela un sound esplosivo e, nei pezzi scritti da James Taylor, una certa inclinazione al pop di maniera che farà il successo del suo Quartet qualche anno dopo, quando verrà acclamato come il Dio dell’acid-jazz inglese.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MASONICS – In Your Night of Dreams and Other Foreboding Pleasures (Dirty Water)

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Ci sono passati Billy Childish e Liam Watson. Potesse bastare per entrare nei libri di storia, basterebbe. Purtroppo però non basta. Non è sufficiente neppure per entrare nella mia, di storia. I Masonics passano, fanno chiasso e, ahimè, scompaiono. Come degli ambulanti. Il meglio lo gettano via con i volantini che pubblicizzano il loro passaggio, come certi circhi equestri di serie B. Milkshakes, Wildebeests, Pop Rivets, Kaisers, Headcoats, Del Monas, Miss Ludella Black i nomi con cui a vario titoli i tre sono stati coinvolti e che riecheggiano in questo loro settimo disco in studio come negli altri che lo hanno preceduto. Rock ‘n roll basico e legnoso che diverte la prima mezz’ora, distrae per la seconda, te ne dimentichi la terza, nonostante il gruppo inglese non abbia nulla ma proprio nulla da invidiare alle più classiche formazioni del trash beat del Medway.

                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE PRISONERS – Rare and Unissued (expanded edition) (Big Beat)

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Nel 1988 Billy Childish pubblicò per la sua minuscola label questa raccolta a suggello della vicenda Prisoners e come perfetto supplemento alla loro discografia,  confermando il valore della band di Graham Day e giustificando il rispetto che il pubblico retrò aveva loro sempre tributato: “avanzi”, scampoli e rimasugli con cui tanti oggi confezionerebbero dei best-sellers. Demo, inediti e tracce dal vivo che documentavano la storia di uno degli acts più raffinati della storia inglese recente.

La sua copia digitale esce ora con qualche “ritocco” alla scaletta dovuto al fatto che nel frattempo l’intero catalogo è stato ristampato e alcune tracce sono andate a rimpinguare la lista di bonus che ne arricchivano la dotazione. Rare and Unissued si modifica quindi. E si allunga. Fino a raggiungere quota 22 brani tra cui qualche inedito assoluto riemerso dai fondali. Chi mi conosce sa che sono colpevolmente di parte davanti ad alcuni nomi e chi ha familiarità con la cura delle ristampe Ace può ben dedurre il resto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PRISONERS – A Taste of Pink! / The Last Fourfathers / The WiserMiserDemelza / In From the Cold (Big Beat)

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Depositari di un prodigioso intruglio di rock elettrico, beat e anima nera che li avrebbe imposti come la più grande mod-oriented band degli anni Ottanta, i Prisoners avevano trovato una formula unica modellata su riferimenti estetici e musicali ben precisi: Small Faces, Spencer Davis Group, la Stax, l’Hammond-beat, la psichedelia hard dei tardi Sixties, Jimi Hendrix, tutto litografato e impresso su un beat dinamico dal taglio garagistico.

Chi ebbe la fortuna di vederli dal vivo durante gli anni mitici dello Slego custodirà nel cuore e negli occhi uno dei più potenti spettacoli di R&B bianco che da allora si sia potuto toccare con mano.

Il primissimo James Taylor Quartet, i Solarflares, i Prime Movers, i Good Childe ne avrebbero perpetrato lo spirito a storia archiviata ma se è proprio dai cpolavori di questi ultimi che in tempi recenti vi siete fatti uncinare non potrete eludervi dall’annusare le loro radici, così come se siete dei fanatici di Graham Day verrette attratti dalla sfilza di out-takes, live e demo incluse su ognuna di queste ristampe (9 sul primo, 8 sul secondo, 7 sul terzo e 5 sull’ultimo) nonchè del saggio biografico redatto da Dean Rudland della Ace lungo le pagine dei booklet.

Certo che, cazzo, dà un po’ sui nervi vedere i Kula Shaker sbancare con un pezzo ripreso pari pari dal repertorio dei Prisoners o facce di culo come Damon Albarn eletto a principe dei nuovi mod e vedere gente come Graham o Allan Crockford rimanere in penombra.

Così va il mondo.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE SOLARFLARES – Psychedelic Tantrum (Twist)

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Sono di parte.

Nutro per Graham Day un rispetto che si potrebbe agevolmente confondere con la devozione.

Martire del suo stesso talento e della caparbietà con la quale, al pari di altri losers suoi coevi (penso a Shelly Ganz e Jeff “Monoman” Connolly, NdLYS) ha deciso di difenderlo dai barracuda del music biz meritandosi per questo la stima cocente di qualche critico fuori trend, l’interesse di pochi fedelissimi e, ovvio, l’indifferenza dei molti.

Per chi, come me, conserva buona memoria degli infuocati tour italiani dei Prisoners di quindici anni fa, scorrere la lista dei “featuring” su questo vinile targato Solarflares sarà come ritrovare una vecchia foto del liceo. Una stretta al cuore nella morsa dei ricordi.

Graham Day, Allan Crockford, James Taylor, Wolf Howard, Billy Childish, Fay Hallan. Ovvero coloro che attraverso i Libri dei Prisoners, dei Prime Movers, degli Headcoats, del JTQuartet, dei Good Childe, dei Makin’ Time, ecc. ecc. hanno scritto il Nuovo Testamento di quel Verbo che univa il latrato beat al vigore austero della soul music narrato anni prima dei Padri Small Faces, Who e Blue Aces.

È bello e catartico ritrovarli ancora lì, a rischiare tutto sul tavolo truccato del rock ‘n roll, a fare puntate sulla storia dei Misunderstood (Find an Hidden Door), sulle adrenaline R ‘n B (Hold Your Head Up solcata dalle cinque ottave bianconere di James Taylor), sulla carta vetrata del rock ‘n roll arrabbiato e vigoroso dell’abrasiva The Shadow of the Past.

Perchè al cuore non si comanda nulla, porca puttana. Manco a volerlo con tutte le proprie forze.

 

                                  Franco “Lys”  Dimauro

 

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BILLY CHILDISH – The Genius of Billy Childish (Cherry Red)

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Più che un “Genio” in senso stretto, Childish è il più prolifico son of a bitch partorito dal rock ‘n roll inglese dai primi anni ‘80 ad oggi. Un autentico cannibale del r ‘n r più essenziale prodotto negli anni ’50 e ’60, un cane sciolto della discografia contemporanea in grado di ridere in faccia a Bruce Pavitt quando questi gli propose di sottoscrivere un contratto per Sub Pop, di inventarsi di sana pianta una corrente musicale (il trash rock) che non è altro che la riproposizione ignorante e priva di alcuna inventiva del canone sacro del beat e del frat rock e di farsene profeta perenne lungo più di un centinaio di Vangeli. E tutto senza imparare a suonare più dei due accordi che conosce. Un mito. Provate a confrontare le due esibizioni dei Milkshakes e degli Headcoates raccolte su questa antologia e provate a dirmi se vi siete accorti che tra l’una e l’altra erano passati dieci anni. Mi correggo: un Genio. In senso stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SOLARFLARES – Laughing Suns (Big Beat)

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Una BOMBA. Tanto vale dirlo subito ed evitare giochi di parole superflui e pretenziosi. I Solarflares hanno messo a segno il loro capolavoro, una scintilla in grado di accendere il fuoco della mod-scene ormai da tempo orfana di dischi memorabili, decisivi, capitali. Diceva bene Allan Crockford quando mi confessava un paio di mesi fa che i pezzi migliori Graham Day li ha scritti per i ‘flares e non per i Prisoners. E queste 14 tracce ne sono la prova lampante. Non un pezzo mediocre. Pazzesco. Dai pezzi dal taglio garage come Every Way I Lose o Dragging You Down all’Hammond-beat mutante di Really Want Me alle ballate freakbeat come Tender Minds ai soliti imperdibili strumentali, i soli sorridenti dei Flares abbagliano come mai prima d’ora. E chi conosce la loro discografia sa da quali basi altissime si partiva. Fuori tempo massimo, il miglior disco del 2004. Almeno per i prossimi dieci anni.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Children of Nuggets (Rhino)

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L’idea della Rhino, dopo aver pubblicato due cofanetti fondamentali per il recupero delle Nuggets, è quella di investigare ora sugli effetti che quella idea partorita dalla mente di Lenny Kaye nel lontano 1972 avrebbe avuto per la generazione successiva. I bambini della Nuggets-generation erano ragazzi educati a rispettare le leggi dei loro padri putativi. Chi visse come me quel periodo si ricorderà il purismo filologico, l’emulazione esasperata, il rigore estetico, il recupero storico di cui molte bands si fecero portabandiera. L’eremitaggio cui si confinò Shelly Ganz degli Unclaimed o le missive datate ’66 inviate da Greg Prevost (eravamo ancora in fase pre e-mail) erano solo la punta dell’iceberg di un fanatismo a volte davvero sconsiderato.

Dappertutto, ma davvero dappertutto, la rinascita obbligata del vero rock ‘n roll passava attraverso il recupero della musica di estrazione sixties. Fosse essa il folk rock elettrico dei Byrds, il country della International Submarine Band, le visioni espanse dei Jefferson Airplane, l’urlo sguaiato dei Sonics, il R&B misogino dei Pretty Things, la psichedelia lunare di Syd Barrett, il beat sporco di soul dei Creation. Il vaso di Pandora schiuso con l’uscita di Nuggets e delle sue dirette eredi (Pebbles, Rubble, Back from the Grave, Garage Punk Unknowns, ecc) aveva condizionato le scelte estetiche di un numero incredibile di teenagers e aveva indicato loro una strada che non passava necessariamente per le latrine di suoni sintetici in cui affondavano le frequenze delle collage radio di allora. Children of Nuggets, tradendo platealmente le aspettative di tanti nostalgici e puristi della scena neo-sixties anni ’80 che si aspettavano la raccolta garage-punk definitiva si riallaccia al concetto base delle Nuggets originali, a quel crocevia di emozioni vicine più per momento storico (il quadriennio ‘65/’68) e per affinità ideologica (la scoperta del ruolo sociale del teenager, delle sue frustrazioni, delle sue devianze) che per contiguità stilistica. Tra la psichedelia torbida degli Electric Prunes e il beat possente dei Remains c’erano distanze estetiche immense, così come tra il blues scolpito nella roccia dagli Shadows of Knight e quello sciolto nell’acido dagli Amboy Dukes. La scelta di Alec Palao è la medesima: i quattro CD di Children of Nuggets non hanno nessun vincolo di “genere”. Tutto è fuso assieme, messo gomito a gomito, quasi alla soglia della rissa. Dal garage-punk vintage di Chesterfield Kings, Lyres o Cynics al Paisley di Rain Parade o Dream Syndicate, dal power pop di Inmates, Last, Stems o Barracudas al pastiche psichedelico di Dukes of Stratosphear e Julian Cope, dal jingle-jangle di Three O’Clock, Church e dei Primal Scream al rock acido di Screaming Trees, Died Pretty e Green on Red, dal R&B di Crawdaddys e Tell-Tale Hearts al brit-pop antidiluviano dei La‘s, dal rock ‘n roll catacombale dei Cramps a quello intriso di soul di Creeps e Prisoners. Tantissima roba. 100 pezzi in tutto. Col solito corredo di foto bellissime e di fondamentali note di copertina che sono ormai marchio di garanzia della Rhino. Tante anche le assenze, ovviamente. E ognuno compili la sua lista. A me personalmente sarebbe piaciuto vederci dentro anche Gories, Wylde Mammoths, Sick Rose, Stairs, Plan 9, Things ad esempio. Una valigia di ricordi incredibile per chi ha vissuto quegli anni. Un autentico pozzo di primizie per chi vive il rock ‘n roll di oggi con l’entusiasmo con cui noi lo fecimo allora. E che ne venga travolto, come noi lo fummo ascoltando per la prima volta Psychotic Reaction nella sua forza originaria.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro
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