SPIDERGAWD – IV (Crispin Glover)  

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Prosegue a ritmi serrati la sequenza zeppeliniana degli album degli Spidergawd, filiazione dei Motorpsycho giunta al quarto album in quattro anni, dimostrando una fertilità produttiva e un livello di eccellenza pari a quelle del gruppo madre.

IV è, ancora una volta, un album potentissimo.

Non so bene come funzionino le cose lì fuori, nel vostro mondo di classifiche, festival, rimpatriate, stadi gremiti per l’ennesima reunion dei Deep Purple e ristampe di tutto il ristampabile, fosse anche un disco uscito due anni fa ma gli Spidergawd hanno le carte in regola per piacere davvero ad un mare di gente. Dai nostalgici del grunge a quelli che ancora rimpiangono le belle stagioni del Monsters of Rock, da chi stravedeva per i Cult a chi si faceva il blowback mentre ascoltava i Monster Magnet, da chi ama i QOTSA a chi ancora aspetta che A Perfect Circle e Tool caghino finalmente il loro Chinese Democracy.

La voce di Per Borten cresce in potenza disco dopo disco, così come il taumaturgico groviglio di riff che pesca a piene mani dal certo hard-blues degli anni Settanta, dal classico heavy metal degli anni Ottanta e dallo stoner degli anni Novanta diventando una sorta di super-parodia trasversale di tutto il rock più duro.

Manca stavolta l’azzardo, il tentativo di fermare le biglie per disarticolare un po’ il gioco, la voglia di aprire un varco nel muro di cinta annichilente che il quartetto norvegese ha costruito attorno a Trondheim e che ha assunto le dimensioni della Muraglia Cinese. Però resta sempre un gran bel sentire, quando il suono degli Spidergawd spinge le membrane come un clitoride pronto a squirtare.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SOUNDGARDEN – Down on the Upside (A&M)  

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Climaticamente molto simile all’omonimo doppio album dei Metallica, Down on the Upside mostra una band comodamente adagiata su un suono mainstream che ha ormai prosciugato, come tutto il bacino di Seattle, ogni briciolo di carica eversiva.   

Disinnescata da tempo la forza rivoluzionaria dei primi anni e conclusasi con successo la prima sfida di penetrazione nel mercato, il nuovo match fra i reduci del grunge si gioca sul campo della difesa delle posizioni raggiunte in termini di leader del mercato alternative-rock mondiale.

È dunque una partita giocata più sulla propria metà campo e i Soundgarden si dimostrano in grado di difendere con grande dignità lo status raggiunto con i due album precedenti, scrivendo delle rock songs potenti assestate il più delle volte su un suono compatto ed avvolgente, nel cono d’ombra generato dal Black Hole Sun di due anni prima.

Un sound ammiccante che raramente si concede qualche sfuriata (Ty Cobb, Never Named, No Attention) e che preferisce piuttosto muoversi nella rassicurante penombra che offre a Chris Cornell l’atmosfera necessaria per i primi esercizi solisti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Still Life with Eggplant (Rune Grammofon)  

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È quasi primavera e i Motorpsycho ci aprono il cancello del loro giardino, mostrandoci i loro ortaggi appassiti dal freddo norvegese.

Still Life with Eggplant, dopo la solenne abbuffata di Death Defying Unicorn è un corpo che torna a farsi divorare dagli uccellacci torvi del rock e a lasciare la sua carcassa sulla sabbia del deserto californiano, riannodando i nodi scorsoi con il lontano passato delle Canzoni per Rut, dove la convivenza forzata fra Black Sabbath e la musica californiana, seppur ancora primitiva, tracciava le coordinate di certo non esclusive ma di certo sintomatiche della bocca infernale del deforme demone norvegese. Le tre piaghe sulfuree e ferali di Hell poste in apertura di questo disco, seguite dal bouquet psichedelico di August (dal quarto sottovalutato album dei Love di Arthur Lee) aprono l’accesso a questa dicotomica anima dei Motorpsycho, ripetuta pochi minuti più avanti dall’altra sequenza Ratcatcher/The Afterglow.

Buio e luce che si rincorrono senza fretta, perdendosi dietro le ingannevoli ore bislunghe delle aurore boreali e delle notti polari.

I Motorpsycho sprofondano i loro stivali nella neve, fino a veder divampare le fiamme dell’Inferno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto Del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SEX MUSEUM – Fifteen Hits That Never Were (Locomotive)

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E chi si li ricordava più, i Sex Museum? Partiti da Madrid nel 1985 come band garage, ne avevo perso le tracce dopo un primo disco di matrice 60’s come Fuzz Face e un paio di lavori per la Romilar-D che si spostavano, come un po’ dappertutto allora, verso una visione delle “radici” compromessa col punk restando, comunque, sempre roba di seconda classe. Li pensavo seppelliti lì, pace all’anima loro. Scopro adesso grazie a questa retrospettiva che hanno prodotto invece altri otto album e dato un ulteriore giro di vite al loro suono, orientandolo verso un hard un po’ manierato e lezioso. Risultato: era meglio pensarli defunti, soffocati dallo tsunami metal-funk, crossover e grunge che mieté tante vittime nei primi anni ‘90. Quello che resta è invece una versione infame e metal-oriented degli Steppenwolf e degli ultimi, terribili, Deep Purple Mark XXIV con poca grinta e poche cose da ricordare.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FUZZ – II (In the Red)  

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Ty Segall è per la musica indie di questi ultimi dieci anni ciò che Lou Barlow fu per la musica degli anni Novanta. Uno con le mani in pasta in tante cose.

Un album solista ogni anno e, nei ritagli di tempo, cantante, chitarrista, batterista e Dio sa cos’altro per gli Epsilons, i Perverts, i Sic Alps, i Traditional Fools.

Quando siede dietro i tamburi per farsi trasportare dalle correnti dei Fuzz, Ty apre il guscio e spurga tutto il suo amore per gli Hawkwind, da sempre il suo modello massimo di virilità rock ‘n roll.

Fatte queste premesse, il secondo disco dei Fuzz contiene già la sua recensione nel nome e nel titolo scelti dalla band. Si tratta semplicemente del secondo atto di teppismo fuzz dopo quello che li vide entrare in scena due anni fa. Un rosario di riff sabbathiani e kyussiani che culminano nel tripudio conclusivo del pezzo che “intitola” il disco cercando di agganciare la nave spaziale del capitano Dave Brock.

Un autentico, invalicabile muro di suono che solo per pochissimi istanti (gli intro di Say Hello, Silent Sits the Dust Bowl o Burning Wreath ad esempio) sembra lasciare passare un flebile, polveroso spiffero d’aria.

Per chi ha nostalgia della bella stagione stoner, quando piantavi un ombrellone nel deserto e quel posto lì diventava la tua spiaggia caraibica, un disco che va assolutamente messo, anche alfabeticamente parlando, appena dopo quelli dei Fu Manchu.

Vi ricordate in quale scaffale li tenete, vero?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Bomber (Bronze)  

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Il 24 Agosto del 1979, dal palco di Reading, Robert Smith dedica la sua Object al “magnifico Lemmy”. Scatenando l’entusiasmo della folla. Perché quella sera, dei trentacinquemila spettatori accorsi all’apertura della diciannovesima edizione del Festival inglese, trentamila sono lì per fare l’headbanging sotto la pioggia di missili dei Motörhead. Quattromila sono lì per i Police. Gli altri mille sono quelli che fanno la coda ai bagni durante il set dei Tourists che hanno l’ingrato compito di fare da anello fra il set dei primi e quello dei secondi.

Perché nessuno può suonare dopo i Motörhead.

Non nel 1979.

Non quando hai sul mercato un disco come Overkill.

Quello che stanno finendo di registrare proprio in quei giorni si intitola Bomber. Come la novella di Len Deighton dove lo scrittore racconta con spietata freddezza 24 ore di bombardamento aereo.

Non ci sono vinti, ne’ vincitori. Semplicemente gente che muore e gente che, nonostante tutto, resta viva.

È un libro che Lemmy ha letto e riletto e che si adatta alla perfezione al raid sonoro della sua band.

Anche sotto la loro musica, non sei che un bersaglio.

Il disco esce alla fine di Ottobre, chiudendo con la grazia di una mazza chiodata quell’anno di borchie e metallo. La forza d’urto del disco precedente è leggermente attutita da un paio di episodi come Sweet Revenge e la Step Down che prepara il palato ai tanti golosi degli assoli metallici che riempiranno gli stadi negli anni Ottanta. E non solo quelli dove suonano i Motörhead.

Quando il Primo Dicembre Eddie bussa alla porta del bagno della sala prove per annunciare a Lemmy che il loro disco è al trentacinquesimo posto in classifica, Ian Fraser alza gli occhi al cielo continuando a pisciare, per vedere, qualche gradino sopra di lui, cosa custodiscono  Frida e Agnetha sotto quelle gonne insopportabilmente lunghe.

Poi si gira verso la porta. “Arrivo!”

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Overkill (Bronze)

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Phil Taylor si siede sullo sgabello, in attesa che Lemmy ed Eddie arrivino in studio, fedeli al loro ritardo. Ha appena montato una seconda cassa alla sua batteria.

Accende una sigaretta, la poggia al bordo del timpano, avvicina lo sgabello, mette i piedi sui due pedali.

E comincia a correre. Veloce. Sempre più veloce.

Eddie e Lemmy arrivano portando sei bottiglie di Jack Daniel’s. Danno un sorso inaugurale brindando alla salute di Phil. Poi accendono gli ampli e imbracciano gli strumenti e cominciano a correre. Pure loro. Al passo folle dell’amico.

È così che nasce Overkill, il pezzo che trasforma i Motörhead nella devastante e feroce macchina da guerra che tutti impareremo a riconoscere all’orizzonte, anche con gli occhi bruciati dalla polvere e dal fumo. A tenerle compagnia, sull’album cui offre il nome, altri nove brani. Nessuno altrettanto veloce, nonostante l’inganno che introduce Capricorn. Ma tutte altrettanto sature di odori penetranti di alcol e di bagni sbrodolanti.  

Quando riaprono la porta dei Rondhouse Studios, con le pareti che vomitano tabacco e whisky, è l’alba dello speed metal. Lemmy sorride, sornione e beffardo, raschiandosi i porri con i calli della sua mano sinistra. Ha già ingannato la Bronze spacciandole Louie Louie per un pezzo heavy metal. Di quegli idioti là fuori che stanno cercano un nome nuovo da dare al suo rock ‘n roll non sa cosa farsene.

Il Rock ‘n Roll non meriterebbe il nome che ha, se non te lo facesse duro. Non sprecarlo. Tienine sempre una buona riserva per te. Comunque sempre più di quanto ne sia necessario.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Motörhead (Chiswick)    

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Ritorna a 30 anni esatti dalla sua uscita (con la classica warpig-head in cromatura argentata, come la prima tiratura del disco, NdLYS) lo storico esordio dei Motörhead, la testa d’ariete che per prima sfonderà le porte alle truci sonorità del metal a venire. Un suono talmente forte, nuovo ed eccessivo che l’album sarà, a livello produttivo, un fiasco totale contribuendo ad incollare alla nuova band di Lemmy, da poco transfuga degli Hawkwind, l’etichetta di “peggior band del mondo” e che solo con Ace of Spades giungerà al suo acme. Analogamente a quello, Motörhead rimane un album che uccide, con stilettate come Vibrator, Motörhead, White Line Fever e lo sporchissimo blues di Born to Lose. Lemmy si porta dietro il suo bagaglio di rock ‘n roll visionario e lo scaglia oltre il muro del punk, con una forza di devastazione analoga se non superiore.

 

 

                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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