MONSTER MAGNET – I testicoli di Dio

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Oltre lo stoner.

Oltre il metal.

Oltre lo space rock.

Dentro la follia drogata di una psichedelia distorta e fumosa.

Signori, chinate il capo davanti alla più grande hard rock band degli anni Novanta.

Direttamente da Red Bank, New Jersey e già pronti per le stelle.

Dopo due demo e un mini album che annunciavano la minaccia imminente, ecco arrivare Spine of God ad annebbiarci i sensi, carico di sporcizia e catrame.

Un oscilloscopio che traduce visivamente le frequenze comprese tra il muro di fuzz di Ron Asheton e i generatori di rumore di Dik Mik.

C’è molto Stooges e molto Hawkwind qui dentro.

Ma ci sono pure Sam Gopal, i Black Sabbath e i DMZ.

C’è molta eroina, tanta da schiattare.

Spine of God ha un suono dopatissimo e fondente come metallo sciolto.

È heavy metal suonato da una garage band di New York sfatta di crack.

Figlio degenere del Detroit sound malato di Death e Stooges.

Rozzo e depravato fino all’oscenità, tinto di un misticismo grottesco fino al paradosso, completamente immerso nei fumi del THC, Spine of God non lascia tregua, è un continuo allerta ai sensi, un pressante, stordito viaggio dentro le fauci dell’Inferno.

Qui dentro niente più esiste se non voi e la vostra scimmia.

È un posto dove la paura diventa tangibile, palpabile e abominevole.

Disegna ombre sul muro, e non hanno la forma dei gabbiani ma quella di una spada con l’ago al posto della lama. Qui incombe la morte e la sua icona.

Spine of God è il nostro fantasma che viene a prenderci per mano per portarci dove non vorremmo. Lo senti camminare strisciando sul pavimento, lo senti ridere e urlare, ne avverti la presenza nelle viscere mentre cerchi una via di fuga che non troverai.

Oggi, 28 Febbraio 1992, il metal muore.

Lunga vita ai Monster Magnet.

 


Quello che viene considerato per numero di brani un extended play, dura in realtà quanto l’album di debutto.

Il merito è soprattutto della lunghissima traccia che intitola il disco, una abominevole e aberrante cavalcata cosmica di oltre trentadue minuti.

I Monster Magnet si avventurano, imbottiti di droghe fino a scoppiare, nel più agghiacciante viaggio interstellare mai partorito da mente umana.

Tab… è un mostruoso monolite di chitarre acide, oscilloscopi in panne e voci galattiche che si trascina per oltre mezz’ora con l’intenzione di scardinare le porte di Orione per poi abbandonarci in un punto indefinito dell’universo.

Un blob di mercurio vischioso che sembra colato giù come muco dalle viscere di bronzo di Thanatos. Le chitarre e gli effetti si sovrappongono e si aggrovigliano in un’immagine incestuosa e deforme di vizio e perversione, ricoprendosi di polveri stellari fino a raggiungere un peso insostenibile che sembra volerci schiacciare sotto la sua enorme mole.

Tab… è un osceno invito a superare ogni eccesso, a smorzare ogni milligrammo di lucidità sensoriale fino ad estinguere ogni neurone, un’ellittica odissea che fonde le folli imprese di Hawkwind, Stooges e Black Sabbath.

Il suono si fa virulento ed impenetrabile nei primi minuti del pezzo successivo, prima di deflagrare in una lunga scarica di distorsioni e riverberi dietro i quali si staglia una sinistra figura di synth che allunga la sua ombra su Longhair, una chiassosa garage-song strumentale figlia delle bave fuzz dei Mudhoney che viene stuprata dalle fughe chitarristiche che ne dilaniano la coda.

Lord 13 infine, col suo tappeto di percussioni e lo strumming ossessivo di chitarre sordinate rispetto alla furia inaugurale, rappresenta una sorta di porto d’attracco in un pianeta saturo di esalazioni sulfuree emanate dai gayger che ne crivellano la superficie.

Uno dei dischi chiave di tutto lo space-rock, grondante di elettricità e di follia.

 

Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Barbo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath.

Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni.

John vuole preservare l’anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab… e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima.

Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge.

Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un maelstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare.

Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo.

Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’apertura delle porte che segna l’allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S.F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo.

 

Dopes to Infinity assottiglia il confine che separa i Monster Magnet dallo status di gruppo culto dello space-rock a band hard-rock di pubblico dominio.

Senza perdere energia cinetica, l’astronave Monster Magnet si infila dunque nella stratosfera in modo da poter essere guardata da tutti. Il suono perde in parte i connotati mostruosi e l’immagine alterata del gruppo cede alle banali lusinghe dell’immaginario “sex and drugs and rock ‘n roll” perdendo molto del suo fascino eccessivo ed esoterico. La navicella spaziale di Mr. Wyndorf devia dunque dalle sue coordinate intergalattiche verso un più raggiungibile viaggio nella Via Lattea secondo le rotte tracciate dal vascello dei Soundgarden, best-seller della sezione alternative-metal per l’etichetta che li ha messi sotto contratto.

Dopes to infinity perde dunque in follia quello che guadagna in appeal radiofonico, pur presentando delle tracce di space rock alterato (I Control, I Fly, Ego, the Living Planet, Theme from “Masterburner”) che stavolta suonano più come reperti archeologici che come roba venuta dal futuro e rimanendo pur tuttavia su livelli artistici più che dignitosi anche quando i reattori si spengono del tutto lasciando fumare una roba acustica come Blow ‘em Off o il furto ai danni di Santana perpetrato per Dead Christmas. La musica dei Monster Magnet pur meno fumata rispetto a quella degli esordi rimane ancora permeata da quel fascino sinistro e luciferino (Look to Your Orb For the Warning, All Friends and Kingdom Come, Dopes to Infinity, King of Mars) che la avvolgeva al momento del concepimento.

Un pachiderma Marveliano che si muove sopra le nostre teste come una gigantesca e vorace creatura cannibale.

Miscelando Hawkwind, Stooges, Doors, Captain Beyond e Third Barbo, il mostro magnetico incarna l’incubo spaziale dominante degli anni Novanta.

Benvenuta nell’era dell’Ariete, bambina.

 

La volgarizzazione del suono e dell’immagine (Powertrip è tra l’altro il primo disco che vede il gruppo posare per la copertina) dei Monster Magnet, accennata sul precedente Dopes to Infinity diventa atto compiuto con l’uscita del quarto album della formazione americana.

Le esalazioni sulfuree, quel drogatissimo e spesso strato di distorsioni e di voci oscilloscopiche che aveva generato i capolavori di Spine of God e Superjudge sono del tutto evaporate lasciando il posto ad un hard-rock muscoloso ma abbastanza ordinario.

Tutto è sovrabbondante e sovraesposto, qua dentro.

Muscoli e ghiandole mammarie, Ray-Ban™ e lattice, giubbotti di pelle e capelli unti, musi lunghi e fiamme, tutto in primo piano.

La voce di Wyndorf, prima sapientemente fusa alla colata metallica delle chitarre, è ora messa in evidenza, a sovrastare un impianto sonoro che ha quasi del tutto smarrito la sua forza primordiale per diventare una sorta di miscela (o alternanza, in termini più appropriati) tra l’hard-rock iperamplificato dei Grand Funk Railroad (Tractor) e certa psichedelia decadente e horror dei Fuzztones (See You in Hell).

Quel suono che sembrava precipitare da un buco nero è diventato adesso un accumulatore atomico che scarica energia verso terra.

Lo sputafuoco galattico adesso è un Beppe Maniglia che gonfia le sue borse d’acqua calda per la gioia di grandi e bambini, prima di andare via sulla sua Harley-Davidson carica di figa.

 

Con la medesima line-up di Powertrip i Monster Magnet danno il benvenuto al nuovo secolo guardando al dito ammonitore di Dio.

Hanno già detto tutto quello che avevano da dire e quindi non resta loro che riciclare e riciclarsi. God Says No dunque mesce in tutto quello che i Monster Magnet conoscono bene e che ora, hanno scoperto, riescono pure a vendere al pubblico: space-rock, metal, garage, Motor-City sound, ballate psicotrope, adesso pure qualche piccolo aiutino elettronico (il siparietto grottesco di Take It che dovrebbe chiudere il disco se non fosse che si è già deciso di aggiungere alla scaletta Silver Future e una cover degli Union Carbide Productions passandole per bonus tracks, a dimostrazione che a fumare non sono solo gli artisti ma anche chi ne pubblica i dischi, NdLYS)

Avendo già visitato tutti i pianeti raggiungibili, l’astronave Monster Magnet vaga adesso un po’ nel vuoto cosmico. L’equipaggio indossa le solite tute costruite cucendo assieme le tonache usate da vecchi argonauti come Stooges, Doors, Black Sabbath e Hawkwind e celebra se stessa, mangiando i pochi liofilizzati che rimangono in dispensa.

Dio continua a dire di no.

Non lo hanno convinto.

E anche noi restiamo un po’ scettici.

 

Monolithic Baby! segna per i Monster Magnet il rientro nel circuito indipendente.

Sebbene questo venga da più parti (nonché dallo stesso Wyndorf) celebrato come un ritorno ai suoni viscerali delle prime produzioni, nei fatti il suono spaziale dei primi album è ormai del tutto evaporato. Rimane la furia di un hard-rock che paga il suo debito verso formazioni come Stooges, Black Sabbath e Mountain ma il suono, come in God Says No e Powertrip, si è fatto più triviale e volgare continuando a rimacinare un po’ gli stessi riff e a risputare idee che erano già state pensate, dette, suonate, risuonate.

Da altri ma anche da loro stessi.

La formula è dunque quella di un heavy metal sempre più quadrato e banale, con diverse cadute di stile e scivoloni nel cattivo gusto (la Supercruel in cui sembra tornare lo spettro indesiderato di Zodiac Mindwarp, la cover di David Gilmour che li avvicina alle ballad stucchevoli dei tardi Aerosmith e Guns n’ Roses o Master of Light che suona paurosamente vicina agli Holy Barbarians di Ian Atsbury, tanto per dirne di qualcuna).

Ad altro sembravano destinati, i Monster Magnet.

E invece, le rocce lunari hanno prevalso sulle nebulose cosmiche dei primi dischi.

Nessuno ci porterà più in giro tra buchi neri e gravastar.

Privati da un altro sogno, rientriamo alla base.

                                                                                

4-Way Diablo è il disco della resurrezione, e non solo a livello artistico, per i Monster Magnet, ovvero una delle band cardine degli anni Novanta, in culo ai tristissimi profeti del post rock e ai fisici falliti del math-rock.

La novità più rilevante è che Dave Wyndorf non ci ha lasciato le penne. Un’overdose quasi mortale aveva appeso ad un filo la sua vita e ibernato quella della sua band alla vigilia del tour europeo di Monolithic Baby: rivedere ancora una volta il caprone galattico sulla cover di un disco non è mai stato così piacevole.

Ma veniamo all’album: i Monster Magnet non sono più una band di space rock tout-court, non nell’accezione allucinata e dopata dei loro tre “classici” (Spine of God, Superjudge e, in misura leggermente inferiore, Dopes to Infinity), ma una band di potente rock moderno con forte eco di psichedelia heavy dei sessanta. Il loro suono ormai da anni si è “disintossicato” pur senza rompere del tutto i ponti con le orbite cosmiche che da sempre hanno costituito il lato più seducente e alieno del loro suono. 4-Way Diablo è dunque un disco di rock quadrato, granitico, governato dalle chitarre di Dave e Ed Mundell che riserva ottimi momenti (l’implacabile uno-due delle iniziali 4-Way Diablo e Wall of Fire; Cyclone, solcata da gelidissime folate di una qualche tempesta spaziale; l’algido blues di I‘m Calling You; il rassicurante mid-tempo di A Thousand Stars introdotto dagli oscilloscopi di Freeze and Pixelate che celebra il ritorno alle soundtracks per film immaginari tanto cari alla band newyorkese e sulle quali torneranno a breve a lavorare), cadute di tono (You‘re Alive, con una linea melodica presa di peso, anche se credo in assoluta buona fede, dalla I Wanna Hand to Hold di Spencer P. Jones e la cover di 2000 Light Years From Home degli Stones psichedelici i tonfi più clamorosi) e qualche insolita sorpresa (la conclusiva Little Bag of Gloom: 2 minuti e 11 secondi di organo ecclesiastico su cui si stende la voce di Dave, trasformato per l’occasione in un crooner venusiano che ci racconta la sua discesa nell’oblio del coma dello scorso anno). Il tutto suona però più naturale e meno costruito rispetto alle ultime sfocate prove in studio, da Powertrip in poi, recuperando in parte il calore garage dei loro esordi, prova ne sia che una delle tracce è un rifacimento di un loro vecchio demo dell’88 (andate a risentirvi l’ormai introvabile Love Monster, NdLYS).

Malgrado abbiano già scritto i loro capolavori, i Monsters restano una delle poche band per cui valga ancora la pena mettere mano al portafogli.

Chi mi conosce sa quanto io sia stato parziale con i Monster Magnet.

In maniera indolore e nessun senso di colpa fino a Dopes to Infinity.

Soffocando qualche molecola di etica professionale da allora in poi, in ricordo dei bei tempi andati. Anche quando Dave Wyndorf ha cominciato a spendere più a puttane che in droghe e i dischi dei Monster Magnet erano diventati una pastetta di metal tamarro con qualche residuo scaduto delle vecchie ricette.

Mastermind, ottavo album della band americana e secondo da quando Dave è uscito dal coma che se lo stava portando davvero tra le stelle a fare lo Space Lord senza più dover fingere chiude invece forse definitivamente il feretro sul corpo decomposto dei Monster Magnet. Mastermind strabocca dei luoghi comuni del loro rock gonfio di testosterone.

Ogni riff, ogni urlo, ogni groove è già stato sentito, sviscerato, metabolizzato, rigurgitato dalla schiera sempre più fitta di headbangers urlanti dei loro concerti. Ogni millimetro di strada di queste dodici canzoni è già stato calpestato, esplorato, setacciato e ispezionato. Tutto qui è già stato sentito, tutto già stato detto.

Dai tetri siparietti di The Titan Who Cried Like a Baby e Time Machine alle fiamme posticce di Bored With Sorcery o 100 Million Miles è un succedersi di diapositive sfocate ma sotto flash abbaglianti, uno srotolarsi di energia che cerca di nascondere una carenza di idee imbarazzante.

Potrei citare ogni pezzo e per ognuno di essi elencare almeno due fotocopie già stampate sui dischi che lo hanno preceduto ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Potrei essere spietato ma non lo sarò.
I Monster Magnet ci hanno portati nello spazio e illusi che poteva essere per sempre.

Poi, ci hanno riportati a casa, continuando ad indicarci le stelle sperando che qualche fesso non si accorgesse della truffa.

 

Tim Cronin è rimasto su Marte.

John McBain su Giove.

Joe Calandra su Saturno.

Ed Mundell, alla fine, ha abbandonato la nave alle porte della galassia di Andromeda.

Wyndorf il Tiranno è rimasto da solo, a vagabondare nel suo universo, tra le costellazioni che sagomano mostri mefistofelici.

Si è fermato.

Ed è ripartito da capo.

Portando in tour Dopes to Infinity prima e Spine of God dopo.

Un bagno rigenerante nella SPA del vecchio space-rock dopato e nella psichedelia cosmica che gli ha dato la spinta per scrivere buona parte di Last Patrol, il disco che dirada le nebbie metallare degli ultimi lavori e reimmerge la testa del mostro Kirbyano nella torba astrale dei primi immensi ed insuperati lavori, alternandosi tra cavalcate compresse fra enormi rulli elettrici come End of Time e Last Patrol,  passeggiate sulla faccia nascosta della luna come I Live Behind the CloudsStay Tuned e corrucciate cavalcate tra la polvere rossa del Grand Canyon (The Duke of Supernature) o fra le pragaya del Gange (la cover mistico-psichedelica di Three King Fishers dal canzoniere magico di Donovan).

Last Patrol mostra un Wyndorf in forma smagliante, anche se il suono della sua band e la sua stessa bellissima voce da crooner spaziale sono ormai diventati un clichè e noi (io) troppo esigenti.

Va da sé che i dischi fondamentali li hanno già scritti, i Monster Magnet.

Quando sia io che Dave avevamo vent’anni di meno.

Non ne scriveranno altri.

Mettetevi il cuore in pace.

 

Sulla scorta di questa consapevolezza, che forse non è solo mia, i due anni successivi a Last Patrol sono dedicati ai ripensamenti: Milking the Stars e Cobras and Fire provano infatti a rileggere gli ultimi due lavori con un pizzico di audacia in più e tentano di rievocare lo spirito space-rock dei lontanissimi primi anni Novanta. Ecco dunque riaffiorare la vecchia effettistica, le lunghe cavalcate allucinate e addirittura un cameo di Tim Cronin per una versione disturbata di Ball of Confusion dei Temptations.

L’astronave vira vistosamente verso quel magnete gigante che è la musica degli anni Settanta e la cui rotta sembrava smarrita.

Non tutto è necessario e devastante come ai vecchi tempi, ovvio. E dal corpo dell’astronave ci sono vistose perdite di olio e di carburante.

Ma il viaggio a ritroso nel tempo, pure se a tratti quasi grottesco e qualunque siano le motivazioni che hanno spinto il Comandante ad ordinare la virata, si mostra oltre che necessario anche piacevolmente “stupefacente” e propedeutico per il ritorno discografico ufficiale di Mindf**ker, il miglior disco dei Monster Magnet dai tempi ormai lontani di Dopes to Infinity. Nonostante qualche tuffo nei soliti luoghi comuni del Monster-sound (I’m God o la title-track ad esempio), Mindf**ker riesce ad infondere nella musica del gruppo del New Jersey uno strepitoso groove rock ‘n roll.

Naturalmente innestato nella carcassa fumante tipica della band.

Però il ritorno a certe fumose atmosfere detroitiane, garage e hard-psych degli esordi sono tangibili in molti passaggi dell’album. Al punto che non mi stupirebbe se pezzi come Rocket Freak, All Day Midnight, Brainwashed o Ejection piacessero a chi ha amato come me band come Plan 9, Miracle Workers, Fuzztones o Morlocks. Perché, pur provenendo da pianeti diversi, alla fine sembra che l’astronave dei Monster Magnet atterri più o meno consapevolmente in una pista non molto distante da quelle in passato utilizzate come atterraggio di fortuna proprio da quelli, soprattutto a metà carriera.

Ovviamente è la variante metallica di quel suono e chi si avvicinasse oggi (ma pure ieri e l’altroieri) al magnete speranzoso di trovare chissà quale purezza d’approccio resterà con i suoi stivaletti a punta impigliato fra le sue spire. Così come lo rimarrebbero del resto i metallari. Perché, costruttivamente parlando, i Monster Magnet non ne hanno mai sposato lo stile, limitandosi ad imitarne le pose.

Si sono appiattiti, questo si, su un clichè. Da cui questo lavoro cerca in qualche modo di tirarli fuori in maniera credibile.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PROPHETS OF RAGE – Prophets of Rage (Fantasy)  

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I Rage Against the Machine furono inspiegabilmente i grandi assenti di Judgement Night, ovvero il disco che, a prescindere dalla pellicola di cui faceva da colonna sonora, sanciva le nozze definitive tra rock estremo (metal, noise, punk, hardcore) e hip-hop. Quell’assenza viene sanata quasi tre lustri dopo con l’album d’esordio dei Prophets of Rage, ovvero la band che vede i RATM sommare algebricamente il loro marchio stilistico a due voci iconiche dell’old school rap americana come Chuck D e B-Real. Manca, restando nella circonlocuzione matematica, l’elevazione a potenza ma questo, considerati gli anni che sono trascorsi dal loro arrivo sulle scene e quelli che il crossover funky-metal si porta addosso, possiamo forse perdonarglielo. Anche perché, tanto vale ammetterlo, quasi tutti hanno la pretesa che la chitarra di Tom Morello suoni come la chitarra di Tom Morello. Salvo poi accusarlo pubblicamente di suonare sempre uguale a se stesso, per fare tendenza sui social, sui blog, sulle riviste. E poi incontrarsi tutti sotto il palco di Marilyn Manson, perdendo in credibilità quello che si era guadagnato in una manifestazione di dissenso più inutile e scontata da quella che i Prophets of Rage sposano come causa prima del loro triumvirato e che cavalca l’onda emotiva dell’anti-Trumpismo rampante confutabile dal numero di consensi ricevuti dal riccone dall’acconciatura improbabile al momento della candidatura a Presidente degli Stati Uniti.

Dunque si, è vero, i Prophets of Rage suonano esattamente come una versione concettuale e stilistica neppure troppo aggiornata dei Rage Against the Machine.

Non hanno ceduto alle maglie digitali del trap.

E non hanno voluto imbracciare le chitarre acustiche come hanno fatto tanti artisti a loro coetanei.

Suonano datati. Anzi no, suonano proprio vecchi.

Con Chuck D che rima ancora Check-1-2 1-2 e Morello che su Strength in Nature torna in su la via per chiocciare  come il leopardiano pennuto.

Suonano come se la “battaglia di Los Angeles” fosse finita ieri o non fosse finita affatto, come se l’”Apocalisse del ‘91” stesse ancora sellando i suoi cavalli. Forse addirittura come se Tommie Smith e John Carlos non fossero mai scesi da quel podio, come se il mondo ricordasse ancora il sostegno discreto di Peter Norman alla loro causa, su un gradino che il gesto simbolico dei suoi rivali sportivi fece sembrare incredibilmente più basso.  

Leggermente “sporcata” dall’uso mai sovrabbondante di qualche scratch, la musica dei Prophets of Rage abbonda dunque di clichè. Il fatto che a riproporli siano le stesse mani che contribuirono a crearli non ce la rende meno abitabile se non nella misura in cui decidiamo di rifare due passi tra i muretti su cui appoggiavamo le chiappe venti anni fa e riprovare quel senso di appartenenza ad una professione di ribellione trasversale ma priva di alcun azzardo.

Forse i capelloni si sentivano così negli anni Ottanta, quando passavano sugli schermi i video dei Rokes. A noi, tocca oggi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SPIDERGAWD – IV (Crispin Glover)  

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Prosegue a ritmi serrati la sequenza zeppeliniana degli album degli Spidergawd, filiazione dei Motorpsycho giunta al quarto album in quattro anni, dimostrando una fertilità produttiva e un livello di eccellenza pari a quelle del gruppo madre.

IV è, ancora una volta, un album potentissimo.

Non so bene come funzionino le cose lì fuori, nel vostro mondo di classifiche, festival, rimpatriate, stadi gremiti per l’ennesima reunion dei Deep Purple e ristampe di tutto il ristampabile, fosse anche un disco uscito due anni fa ma gli Spidergawd hanno le carte in regola per piacere davvero ad un mare di gente. Dai nostalgici del grunge a quelli che ancora rimpiangono le belle stagioni del Monsters of Rock, da chi stravedeva per i Cult a chi si faceva il blowback mentre ascoltava i Monster Magnet, da chi ama i QOTSA a chi ancora aspetta che A Perfect Circle e Tool caghino finalmente il loro Chinese Democracy.

La voce di Per Borten cresce in potenza disco dopo disco, così come il taumaturgico groviglio di riff che pesca a piene mani dal certo hard-blues degli anni Settanta, dal classico heavy metal degli anni Ottanta e dallo stoner degli anni Novanta diventando una sorta di super-parodia trasversale di tutto il rock più duro.

Manca stavolta l’azzardo, il tentativo di fermare le biglie per disarticolare un po’ il gioco, la voglia di aprire un varco nel muro di cinta annichilente che il quartetto norvegese ha costruito attorno a Trondheim e che ha assunto le dimensioni della Muraglia Cinese. Però resta sempre un gran bel sentire, quando il suono degli Spidergawd spinge le membrane come un clitoride pronto a squirtare.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SOUNDGARDEN – Down on the Upside (A&M)  

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Climaticamente molto simile all’omonimo doppio album dei Metallica, Down on the Upside mostra una band comodamente adagiata su un suono mainstream che ha ormai prosciugato, come tutto il bacino di Seattle, ogni briciolo di carica eversiva.   

Disinnescata da tempo la forza rivoluzionaria dei primi anni e conclusasi con successo la prima sfida di penetrazione nel mercato, il nuovo match fra i reduci del grunge si gioca sul campo della difesa delle posizioni raggiunte in termini di leader del mercato alternative-rock mondiale.

È dunque una partita giocata più sulla propria metà campo e i Soundgarden si dimostrano in grado di difendere con grande dignità lo status raggiunto con i due album precedenti, scrivendo delle rock songs potenti assestate il più delle volte su un suono compatto ed avvolgente, nel cono d’ombra generato dal Black Hole Sun di due anni prima.

Un sound ammiccante che raramente si concede qualche sfuriata (Ty Cobb, Never Named, No Attention) e che preferisce piuttosto muoversi nella rassicurante penombra che offre a Chris Cornell l’atmosfera necessaria per i primi esercizi solisti.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTORPSYCHO – Still Life with Eggplant (Rune Grammofon)  

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È quasi primavera e i Motorpsycho ci aprono il cancello del loro giardino, mostrandoci i loro ortaggi appassiti dal freddo norvegese.

Still Life with Eggplant, dopo la solenne abbuffata di Death Defying Unicorn è un corpo che torna a farsi divorare dagli uccellacci torvi del rock e a lasciare la sua carcassa sulla sabbia del deserto californiano, riannodando i nodi scorsoi con il lontano passato delle Canzoni per Rut, dove la convivenza forzata fra Black Sabbath e la musica californiana, seppur ancora primitiva, tracciava le coordinate di certo non esclusive ma di certo sintomatiche della bocca infernale del deforme demone norvegese. Le tre piaghe sulfuree e ferali di Hell poste in apertura di questo disco, seguite dal bouquet psichedelico di August (dal quarto sottovalutato album dei Love di Arthur Lee) aprono l’accesso a questa dicotomica anima dei Motorpsycho, ripetuta pochi minuti più avanti dall’altra sequenza Ratcatcher/The Afterglow.

Buio e luce che si rincorrono senza fretta, perdendosi dietro le ingannevoli ore bislunghe delle aurore boreali e delle notti polari.

I Motorpsycho sprofondano i loro stivali nella neve, fino a veder divampare le fiamme dell’Inferno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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EL CUY – El Cuy (World in Sound)

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Se per voi l’idioma sudamericano (peruviano, nella fattispecie) in un contesto rock ‘n roll ad alto voltaggio non è un problema, allora preparatevi a sprofondare nel maelstrom furioso degli El Cuy, da Lima, Peru. Nella loro top faves su Myspace hanno i Motörhead, gli Stooges e i Josiah. Niente di più perfetto per descrivere il loro suono che è in effetti un macigno staccatosi proprio da quei monoliti. C’è il basso martellante e battente in perfetto Lemmy-style (Arrancate La Piel, Rucanrol), il riff maniacale e malato della Detroit anni ’60 (Animal, il giro centrale di Iraquì), il blues straziato e devastato dai volumi (Sin Principio Ni Fin), protuberanze hard-rock (Juntos Y Separados), arborescenze e liquami psichedelici (El Rapto del Alma). E pur tuttavia il nodo della scelta della madrelingua rimane a mio avviso irrisolto e intralcia la ferocia del gruppo. Una promessa, una gran bella promessa. Ma per ora soltanto quella.

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 

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SEX MUSEUM – Fifteen Hits That Never Were (Locomotive)

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E chi si li ricordava più, i Sex Museum? Partiti da Madrid nel 1985 come band garage, ne avevo perso le tracce dopo un primo disco di matrice 60’s come Fuzz Face e un paio di lavori per la Romilar-D che si spostavano, come un po’ dappertutto allora, verso una visione delle “radici” compromessa col punk restando, comunque, sempre roba di seconda classe. Li pensavo seppelliti lì, pace all’anima loro. Scopro adesso grazie a questa retrospettiva che hanno prodotto invece altri otto album e dato un ulteriore giro di vite al loro suono, orientandolo verso un hard un po’ manierato e lezioso. Risultato: era meglio pensarli defunti, soffocati dallo tsunami metal-funk, crossover e grunge che mieté tante vittime nei primi anni ‘90. Quello che resta è invece una versione infame e metal-oriented degli Steppenwolf e degli ultimi, terribili, Deep Purple Mark XXIV con poca grinta e poche cose da ricordare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FUZZ – II (In the Red)  

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Ty Segall è per la musica indie di questi ultimi dieci anni ciò che Lou Barlow fu per la musica degli anni Novanta. Uno con le mani in pasta in tante cose.

Un album solista ogni anno e, nei ritagli di tempo, cantante, chitarrista, batterista e Dio sa cos’altro per gli Epsilons, i Perverts, i Sic Alps, i Traditional Fools.

Quando siede dietro i tamburi per farsi trasportare dalle correnti dei Fuzz, Ty apre il guscio e spurga tutto il suo amore per gli Hawkwind, da sempre il suo modello massimo di virilità rock ‘n roll.

Fatte queste premesse, il secondo disco dei Fuzz contiene già la sua recensione nel nome e nel titolo scelti dalla band. Si tratta semplicemente del secondo atto di teppismo fuzz dopo quello che li vide entrare in scena due anni fa. Un rosario di riff sabbathiani e kyussiani che culminano nel tripudio conclusivo del pezzo che “intitola” il disco cercando di agganciare la nave spaziale del capitano Dave Brock.

Un autentico, invalicabile muro di suono che solo per pochissimi istanti (gli intro di Say Hello, Silent Sits the Dust Bowl o Burning Wreath ad esempio) sembra lasciare passare un flebile, polveroso spiffero d’aria.

Per chi ha nostalgia della bella stagione stoner, quando piantavi un ombrellone nel deserto e quel posto lì diventava la tua spiaggia caraibica, un disco che va assolutamente messo, anche alfabeticamente parlando, appena dopo quelli dei Fu Manchu.

Vi ricordate in quale scaffale li tenete, vero?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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