THE BOGEYMEN – Introducing The Bogeymen (Dig!)  

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I fans francesi dei Prisoners saranno ben lieti di poter asciugare le loro lacrime senza muoversi dalla loro amatissima patria: Laurent Bauer (voce, chitarra, organo e armonica), Yves Le Diraison (basso) e Oliver Quinot (batteria) esordiscono con un album che raccoglie parte dell’eredità del gruppo di Allan Crockford e Graham Day, infettandolo peraltro con una buona dose di R ‘n B bianco alla maniera dei primi Creeps e spostando spesso l’asse verso certa soul music come la suonavano gli Action, gli Small Faces e gli Artwoods nei medi anni Sessanta.  

Il risultato ha del prodigioso e candida i Bogeymen allo scettro di miglior formazione neo-sixties francese degli anni Novanta.

Dodici pezzi originali che mettono il becco e il culo nella pastoia del garage impastato di northern soul e Hammond-beat.

Roba che vi imbratta di nero i vestiti e vi fa saltare i tre bottoni della vostra bum freezer.

Vespa power forever.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE MADS – Turn Me Up / Strange Town (Area Pirata/Sexy Groove Rhythms) / LOS INFARTOS – El Narco Ritmo (Area Pirata) / CANNON JACK & THE CABLES – Primitivo / Big Bad Monkey Man (Area Pirata) / ROMA K.O. – Demo 1988 (Hellnation) / THE CRETINS – Haven’t Got a Clue (Dirty Water) / THE FLAMING SIDEBURNS – Soulshaking (Bad Afro)

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Tutti invitati al quarantesimo compleanno dei Mads. E come ad ogni festa di compleanno, a meno che non voglia fare l’imbucato, è d’uopo partecipare al regalo. La quota stavolta è di 8 Euro (gli amici e le amiche delle mie figlie chiedono di più) e in cambio vi portate a casa come ricordo uno dei sette pollici più belli dell’anno: un’originale e una cover dei Jam che scivolano via graffiando come pochi di questi tempi. Roba che se ne riconoscete l’aroma, allora di anni ne avete qualcuno in più di quelli che la band milanese festeggia con Turn Me Up e Strange Town del Sig. Weller. E se è davvero così, e se alla fine degli anni Settanta preferivate il punk più legato alle istanze mod di quello che preferiva giocare con le spillette da balia, allora fareste meglio a mettervi in casa questa roba qua. Non ve ne pentirete.

Non si sprecano i Los Infartos da Teramo, giunti solo al secondo singolo in quattro anni dimostrando che hanno di meglio da fare che realizzare dischi. Ma quando lo fanno, ti strapazzano a dovere.

El Narco Ritmo lo fa con quattro pezzi dove punk, garage e Hammond-beat sconfinano uno nell’altro. Attenti, che con l’età che galoppa il rischio di farvi venire un infarto lo correte davvero.

Cannon Jack & The Cables sono invece uno spin-off de Le Muffe. Goliardia demenziale figlia del rock and roll e del beat italiano che non arrivarono in classifica e attitudine garagistica da pianeta dei primati sono gli ingredienti che Gianluca Daghetti e compagni infilano dentro le due tracce del loro debutto. Robaccia che se la mettete su al primo appuntamento, finite la serata in compagnia di Federica, la mano amica.   

La romana Hellnation pesca invece nei liquami di Roma per tirare fuori questi sorci chiamati Roma K.O., attivi trenta anni fa nei locali della capitale ma di cui questo EP di quattro brani rappresenta l’unica, tardiva, testimonianza discografica. A dispetto del titolo, che ne spiega solo la fonte, almeno tre pezzi su quattro hanno una dinamica molto ma molto migliore di quella che possiate immaginare e che potrebbe indurvi maldestramente a scartarlo a priori. Quattro graffi(ti) della Roma che bruciava.

La Dirty Water mi manda invece una velina (non quella in carne ed ossa, purtroppo) con tanto di link per il debutto dei Cretins. E io, come un cretino, la apro trovandoci dentro una sola canzone (boh, io con questi cazzo di link ci capisco ancor meno dei post di Instagram dove in calce alla foto di un culo c’è un aforisma di Freud che nessuno leggerà ma che tutti applaudono). Haven’t Got a Clue è pero davvero un pezzone che merita di stare nella mia playlist personale di questo 2019, con le chitarre belle tirate su un classico giro proto-punk ed energia a profusione.

Quella che hanno dimenticato da qualche parte i Flaming Sideburns, che tornano dopo anni cagando un solo pezzo e comunicandomelo anche loro con un link che mi porta dritto dritto su SoundCloud e su Spotify, ovvero i due circoli polari dove va a morire il rock ‘n’ roll e dove meritate di morire anche voi che continuate a cliccarci sopra.

Soulshaking, presentato con una foto scattata proprio nella Brighton dei Cretins (più precisamente in quel vicolo che ora puzza di piscio e divenuto famoso per lo scatto di Jimmy poi immortalato sulla copertina dalla soundtrack di Quadrophenia) è preludio al loro album n° 5 previsto per il prossimo anno e onestamente mi pare solo un classico esercizio di stile a metà strada fra i Fleshtones e gli Sweatmaster di per sé non malaccio, non fosse che i Sideburns erano anni fa dei fuori classe e che adesso invece mi pare di vederli seduti tra i banchi, a tentare gli esami di recupero al corso serale per gli over 40.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE LINK QUARTET – Minimal Animal (Soundflat)  

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Il Link Quartet deve aver perso il mio indirizzo, infatti non mi manda più i suoi dischi. La Soundflat del resto ormai da anni si è piegata alla distribuzione di promo solo in formato digitale, finendo automaticamente nello spam della mia casella email.

Ecco spiegato perché questo Minimal Animal l’ho ascoltato con quasi due anni di ritardo, trovandolo per puro caso. Se il sette pollici che lo aveva preceduto di qualche mese mi aveva lasciato parzialmente scontento (forse per una mia colpevole mancanza di empatia con le voci femminili, salvo qualche eccezione), questo Minimal Animal mi ha conquistato dal primo ascolto. Il ritorno alle forme puramente strumentali giova alla scaletta ed è la formula efficace per mettere in risalto il virtuosismo incredibile dei musicisti del quartetto guidato da Paolo Apollo Negri. Senza mai eccedere negli sbrodolamenti ma curando ogni minimo dettaglio, scegliendo accuratamente ogni nota e ogni spazio sonoro il quartetto orgoglio dell’Hammond-beat nazionale non sbaglia un colpo: Coquette, Hippo-Tize Me, Owl Train, Crime Squid, Gnu York, Black Bug, Bear Walk, Disco-Tize Me, Voodoo Kangaroo sono bellissime già dai titoli, uniche parole concesse a noi ascoltatori (nel caso di Black Bug le uniche due che ci è permesso di ascoltare, NdLYS) che stringiamo tra le mani questo prezioso scrigno di musica che meriterebbe di riempire il vuoto che avvolge come un sudario le nostre strade.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE EMBROOKS – We Who Are (State)

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Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEXYS MIDNIGHT RUNNERS – Searching for the Young Soul Rebels (Parlophone) 

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Qualcuno, me compreso, lo ricorda coperto da un’orribile salopette in jeans e unto d’olio motore ma Kevin Rowland aveva una vera ossessione per gli abiti sartoriali e le scarpe eleganti. Kevin era un mod già alla fine degli anni Sessanta, ovvero molto prima che mettesse in piedi la sua prima band. Che non erano i Dexys Midnight Runners. Prima c’erano state altre band, improbabili formazioni country&western, marginali gruppi glam e proto-punk e dozzinali ensemble punk. E nel frattempo arresti a iosa, quasi sempre per rissa, fino all’improbabile sogno di mettere su una soul band e quell’annuncio pubblicato sul Melody Maker con cui lui e il suo amico aprono la caccia ad “un trombonista e un trombettista per un gruppo soul/new wave” con cui nell’Ottobre del 1978 nascono ufficialmente i Dexys Midnight Runners così come avremmo imparato ad amarli: una soul-band bianca e proletaria con un repertorio pieno zeppo di classici Stax, Atlantic e Motown e che quando è davvero su di giri, cosa che capita spesso, si diverte a suonare qualche recente tormentone disco-funk.

Rispetto a tutte le prelibatezze degli innovativi e avanguardistici gruppi new-wave del periodo cui qualcuno li volle associare in qualche modo, i Runners erano qualcosa di completamente old-fashion e retrò: Geno, il loro primo successo, è una sorta di Vorrei la pelle nera tornata a fiorire in qualche impronta lasciata dalle suole degli anfibi indossate dai punk e tutto il loro album di debutto sembra la scaletta di una serata qualsiasi al Wigan Casino. E in effetti da quella scaletta proviene direttamente Seven Days Too Long, successo Northern Soul di Chuck Wood che i Runners riprendono con il medesimo groove d’assalto, come fossero venuti per conquistare quei giovani ribelli del soul che sono venuti a stanare con un’arsenale che prevede marce R&B (Burn It Down, There There My Dear), ballate da lacrimoni soul (I’m Just Looking, I Couldn’t Help If I Tried), strumentali caldi come i corpi sudati di Soul Train (The Teams That Meets in Caffs) e siparietti cantati in falsetto come se si trattasse dell’ultimo successo disco (Thankfully Not Living in Yorkshire It Doesn’t Apply). Piuttosto che in un autoscontro post-punk o new wave siamo dunque dentro un vagone metropolitano che condivide le stesse rotaie di quello degli Specials, quantunque le stazioni di destinazione siano distanti.

Nel cuore della Gran Bretagna i Dexys Midnight Runners vigilavano sulla musica nera armati fino ai denti.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

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Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE STAIRS – Mexican R ‘n’ B (Deluxe Edition) (Cherry Red)

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Segnatevelo adesso che siete ancora in tempo. Che poi magari sotto le feste di Natale non sapete cosa cazzo chiedere a Babbo Natale e vi ritrovate per Santo Stefano a parlare coi soprammobili chiedendo “Ok Google! In quale cassetto sono i calzini puliti?”.

Ecco nuovamente a noi Mexican R ‘n’ B, il disco che per la seconda volta nel giro di un paio di anni fece sgorgare un sogno orfano tra le cantine di Liverpool, così come era stato per i La’s.

Eccone qui, triplicato, l’amplesso.

Ancora monoaurale, sebbene deluxe.

Ecco la belva Edgar Jones puntare infinite volte alla nostra giugulare. E poi sferrare l’assalto, tirando via la carne.

Ecco la deriva carnale di tutto il brit-pop, il suo lattiginoso spruzzo di sperma rock ‘n’ roll.

In quel lontano 1992 gli Stairs lasciano le caverne di Liverpool vestiti con poncho, sombreri e tuta da astronauti, disincagliano il cadavere dell’acid summer e ne spingono gli “amabili resti” dentro una sacca di R ‘n B lascivo e sborroso. Finite le scorte delle pillole della felicità, si tornava a chiamare la marijuana per nome (Mary Joanna) o per sinonimo (Weed Bus), a raschiare accordi rubati a Brian Jones e Jeff Beck.  

Gli Stairs, come i concittadini La’s, erano completamente fuori dal tempo e dalle mode, pericolosamente vicini alle navi corsare di Chocolate Watch Band e Shadows of Knight. A differenza del gruppo di Lee Mavers e della stragrande maggioranza della scena Liverpooliana e dell’Inghilterra tutta non amavano però prendersi troppo sul serio.

Forse proprio per quello snobbati da tanti.

Forse proprio per quello diventati una vera band di culto.

Forse proprio per quello dimenticati in fretta.

Mexican R ‘n’ B, anche oggi che è avvenuto lo scarto generazionale che ce lo restituisce in questa sua prima riedizione, resta un disco pieno di grandissime meraviglie e di alcuni dei più memorabili riff usciti dalla giovane Inghilterra degli anni Novanta (Mundane MundaeWeed BusMr. Widow PaneMary JoannaOut in the CountryWrap Me Round Your FingerWoman Gone and Say GoodbyeRight in the Back of Your MindSweet Thing) solcati da una voce che lascia strisce di bava erotica ad ogni vocale.

Gli Stairs ci regalavano il perfetto anello di congiunzione tra Out of Our Heads degli Stones e Safe as Milk di Captain Beefheart, lasciandoci in eredità uno dei più bei dischi di rock ‘n’ roll di sempre senza la pretesa di diventare nient’altro che una indie band.

Finendo per caso nella più bella storia mai raccontata e subito tirati via, prima che le enciclopedie  si accorgessero di loro.

La scorta di pezzi su singolo di quel periodo è ugualmente preziosa, finendo per pescare nel mare pescoso delle garage band degli anni Sessanta con cover di Seeds, Them e Del-Vetts da tirar su i peli e anche altro. E ora, sta tutto pigiato qui dentro assieme anche a demo e prove di laboratorio, compresa una primitiva versione di quella I’m Bored che Edgar Jones avrebbe poi pubblicato con i Big Kids incidendo uno dei dieci singoli da salvare di tutto il rock inglese degli anni Novanta.  

Apparentemente dileguati nel nulla dopo l’uscita di quel capolavoro rough-beat gli Stairs continuarono in realtà a sconvolgere il loro suono elaborandolo così tanto da destabilizzarsi. Il secondo disco viene allora accantonato e la band si sfascia, per sempre. L’album, già pubblicato in poche centinaia di copie dalla Viper Records dieci anni fa col titolo di Who Is This Is,  viene ovviamente aggiunto in uno dei due dischi complementari della sontuosa ristampa Cherry Red: il crudo e crepitante R ‘n B stonesiano del debutto è diventato un budino allucinogeno dove galleggiano grumi di psichedelia, Northern Soul, Detroit-punk, hard-blues, prog-rock, echi di Move, Mayfield, Stones, Action, sciccherie barocche da Magical Mistery Tour, modismo da Magic Bus, vapori Hendrixiani e sevizie fetish da L.A. Blues.

Le chitarre si dilatano e si attorcigliano, Edgar spinge le corde vocali fino allo spasimo e fanno capolino fiati e flauti. Un suono che si celebra così tanto da auto-indursi alla eiaculazione (come nel solo Bonham-iano di Stop Messin’  o nella fellatio chitarristica di Happyland, NdLYS) ma che avrebbe potuto darci ancora quelle vibrazioni che invece ci vennero subito negate.

Che ne dite, pensate di essere in tempo per provarle adesso?

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

 

THE CREATION FACTORY! – The Creation Factory! (Lolipop)  

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Un album meraviglioso quello dei californiani Creation Factory!. Ricamato con il pregiatissimo filo d’oro del beat psichedelico degli anni Sessanta, il debutto su lunga durata della formazione che vede tra le sue fila anche un paio di membri dei Mystery Lights è uno degli album più clamorosamente retrò di quest’anno. Ogni suono sembra misurato con una bilancia di precisione di qualche bottega degli anni del boom. Arpeggi folk-rock alla Nightcrawlers, imbronciati R&B alla Animals, beat incalzanti alla Sorrows, echi dei giovanissimi Rolling Stones (Girl You’re Out of Time), di Larry and The Blue Notes (I Don’t Know What to Do), dei Thanes (Ain’t Gonna Let You Stay), dei We the People (Hallucination Generation) e dei 1313 Mockingbird Lane (Shame on You) si rincorrono e si accarezzano senza soluzione di continuità, come se tutte le grandi band dei sixties si fossero radunate in un flashmob al gesto convenuto.

I Creation Factory! da Los Angeles, California si candidano a diventare la band più cool del pianeta. Che non è rotondo ma quadrato, come dicevano i Savages.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TH’ LOSIN STREAKS – This Band Will Self-Destruct in T-Minus (Slovenly)  

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E chi ci sperava più in un nuovo disco dei Losin Streaks? Sono passati quasi quindici anni da quella che sembrava l’unica eiaculazione della band di Sacramento. Un tempo infinito.

Eppure, a sorpresa, ecco qui il seguito a quel debutto che a quello non ha nulla da invidiare.

Pezzi come Genevieve, My Disease, Too Late, (This Man Will Self-Destruct in) T-Minus, Order of the Day, You Can’t Keep a Good Man Down dei Jagged Edge, Trouble You Find con le loro spavalde pennate alla Pete Townshend sotto anfetamina ci scuotono dal torpore autunnale come sferze di legno sui rami.

Garage-sound tossico e arrogante.

Progenie malata del teen-punk più veemente e debosciato, i Losin Streaks sono tornati per farvi tremare le pareti di casa e far stramazzare al suolo la vostra collezione di dischi post-rock che attecchiscono come funghi sui vostri scaffali.

È meglio vi mettiate col culo addossato al muro, nel tentativo di salvare loro e voi medesimi.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE ARTWOODS – 100 Oxford Street (Edsel)  

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L’100 Club e gli Artwoods nascono a Londra, praticamente in simultanea, sul far della primavera del 1964 anche se il debutto della band su quell’ambìto palco risale al Gennaio del 1966. Entrambi, il locale e il gruppo messo su dal fratello maggiore di Ron Wood, sono ossessionati dal suono black americano. Blues, jazz, R&B, soul, ritmo, sudore sono penetrati dentro quelle assi di legno e quelle mura sin dal secondo conflitto mondiale, quando in quella sorta di bunker all’epoca chiamato ancora Mack’s militari in libera uscita e civili che invece volevano sentirsi al riparo dai bombardieri si riunivano nelle sue cantine al grido di Forget the Doodlebug! Come and Jitterbug! (dimentica le bombe! Vieni a ballare lo swing!, NdLYS).

Art Wood dal canto suo ha imparato a flettere la voce in maniera adeguata facendosi le ossa nella Blues Incorporated, la nave-scuola del blues bianco inglese. E, nel ’64, decide di “mettersi in proprio”, chiamando a raccolta alcuni amici fra cui un ventitreenne Jon Lord e facendo degna concorrenza ai Birds, la band del fratello rispetto alla quale hanno un suono più “groovy” e più vicino ai canoni del blue-eyed soul pur presentando ottimi slanci di cattiveria (l’assolo “strappato” di Sweet Mary, il beat di un classico stomper come I Take What I Want). Con il tramonto della stagione delle cover e nell’incapacità di reggere il passo con i vari Animals, Them, Kinks, Beatles, Rolling Stones, Manfred Mann che si stanno emancipando cominciando a scrivere grandi pezzi autoctoni, la Decca però se ne disfà prontamente sancendo di fatto la fine del gruppo che di fatto diventa una delle tante meteore dell’epoca. Ma una meteora di cui val la pena guardare la scia mentre falcia il cielo o immaginarne la coda riascoltandoli anni dopo attraverso questa bella raccolta messa su dalla Edsel pescando dai vari singoli e dall’unico album Art Gallery.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro