IGGY AND THE STOOGES – Metallic KO (Jungle) / IGGY POP – Acoustics KO (Skydog)  

0

È fatto ormai noto, ma vale la pena ripeterlo: se c’è un album che può documentare gli eccessi tossici del rock’ n’ roll senza sprofondare nel travestitismo splatter del rev. Manson o nel gossip mediatico di un Pete Doherty qualunque ma mostrando invece con crudo raccapriccio il ciglio del baratro eroinomane, beh, signori miei, questo album è Metallic KO. Un disco che scardina ogni classico e vetusto criterio di perizia critica e si impone per ciò che è: un abbacinante documento di una delle più furiose e vere discese agli inferi da parte di una rock ‘n roll band. Un disco dove la morte, quella stessa morte irragionevole e mutilante passata cinque anni prima per Altamont, incombe come un avvoltoio. Tutto il resto, scaletta e qualità di registrazione comprese, non conta. Questo per dire che il suono di questa ennesima ristampa, pur se rimasterizzato e “accelerato” (correggendo il master originale inquinato da un vizio di forma dovuto al registratore usato per catturare il gig, NdLYS), resta quella merda che era. Sono certo che anche tra i più sciatti indie-nerd ne circola qualche copia magari scaricata dalla rete solo per puro “completismo” e non è comunque a loro che mi rivolgo: Metallic KO resta la diapositiva più estrema della più grande r ‘n’ r band che sia mai passata sulla terra.

Acoustics KO è invece, una sorta di speculazione sul “fenomeno”. Vero è che la prima parte del titolo è chiara ma la seconda, così come la grafica di copertina, potrebbero fomentare attese che invece il disco (DVD+CD) rischia di deludere. Si tratta di austere esibizioni del Pop solista (e solitario) alle prese col suo repertorio (si va da Nightclubbin’ a Miss Argentina) e quello altrui (bella la versione di Pablo Picasso, ad esempio), Stooges compresi (I Wanna Be Your Dog unplugged non perde un grammo del suo potere dissociativo mentre L.A. Blues sembra, ovvio, tutta un’altra cosa, NdLYS). Bello pur nella sua compostezza lo show allo Sputnik di Barcellona, un po’ meno quello che mostra il Pop elettrico (e poco lucido) a Parigi se proprio vogliamo essere scrupolosi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download

metallic_hi

THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

0

L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

cr

No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

rifles.jpg

DARK CARNIVAL – The Last Great Ride (Bang!)  

0

Quando nel 1990 Ron dichiara di voler rimettere in piedi i Destroy All Monsters siamo in tanti a schierarci, per l’ennesima volta, dalla parte del torto.

Ron e Niagara tornano effettivamente insieme.

Accanto a loro però non ci sono più ne’ Mike Davis ne’ Rob King, vecchio asse ritmico dei DAM, ma addirittura l’altro ex-Stooge Scott Asheton alla batteria e Cheetah Chrome dei Dead Boys alla seconda chitarra.

Si tratta di qualcosa di nuovo, che come tale va battezzato: è la nascita dei Dark Carnival. Il disco esce per la Sympathy for the Record Industry con la produzione di Don Fleming (tra i più ricercati produttori del periodo e leader dei Gumball, NdLYS) mentre tutto il mondo è distratto dalle camicette di flanella di Kurt Cobain e, Cristo, almeno per il trittico d’apertura è quanto di più malsano e spiritualmente vicino al suono tossico degli Stooges pre-Raw Power sia mai stato inciso. Le chitarre di Ron e Cheetah sono un maelstrom, un turbine metallico che in pezzi come Let There Be Dark o Bloody Mary risuonano come fauci metalliche che strisciano sull’asfalto mentre Niagara è una dark lady la cui voce monocorde e perentoria si plasma nel mare denso di quel rovinoso muro sonoro. Cop’s Eyes è puro Stooges-sound, con la ritmica pesante di Scott a evocare i ricordi di TV Eye e il riff pneumatico di Ron che ti entra nelle viscere. Il disco si appiattisce quindi in un suono meno tellurico che forse avrebbe richiesto un po’ di lavorazione in più per prendere fuoco davvero. Pochi se ne accorsero allora, anche se The Last Great Ride finì quell’anno in molte playlists di irriducibili dello Stooges-sound.

Adesso la Bang! ristampa quel disco in vinile e con una copertina che, come ogni cosa che ritragga Niagara, andrebbe comprata comunque a scatola chiusa. Sappiate però che, aprendo quella scatola, potreste non poter più fare a meno di questi cioccolatini al veleno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ROB TYNER BAND – Rock and Roll People (Captain Trip)  

0

Tanta energia ma nessun testamento discografico.

Questa fu l’avventura della Rob Tyner Band, sorta di camera a scoppio in cui l’ex cantante degli MC5 e la chitarra esplosiva di Robert Gillespie (futuro axe-man nei Powertrane dell’altro reduce detroitiano Scott Morgan) possono far deflagrare il loro rock ‘n’ roll ad alto numero di ottani.  

Insieme, mentre fuori divampano le fiamme del punk, i due scrivono robaccia sporca come Taboo, Out of My Hands, Rock & Roll People, Penny Candy, Paris Sewers e Inner-Flight Head Royale che sommata ai pezzi degli MC5 e a qualche cover degli Stones e di Little Richard possono accendere le platee. E così fanno infatti, in almeno un paio di occasioni. Che sono quelle documentate parzialmente su questo disco (semilegale, come ogni uscita Captain Trip, NdLYS) magnifico.

Abbecedario del rock and roll per quei quattro che sanno leggere e anche per tutti quelli che non sanno leggere e si limitano a guardare le figure. Purchè però sappiano riconoscerle.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCOTT MORGAN’S POWERTRANE – Beyond the Sound (Easy Action) 

0

Il primo decennio del nuovo secolo ha visto Scott Morgan impegnato su diversi fronti musicali: Hydromatics, Solution, 3 Assassins, le comparsate sui dischi di Sonny Vincent ed Hellacopters e, ultimi ma non ultimi, i Powertrane. Tutta roba di altissimo livello. Poi, una lunga serie di ristampe e raccolte firmate Easy Action e un ostinato tumore al fegato.

Beyond the Sound viene pubblicato in vinile sempre dalla Easy Action a dieci anni dalla sua prima sortita su supporto digitale, qualora nel frattempo vi foste dimenticati di quanto fossero belle Taboo (presa dal repertorio della Rob Tyner Band), Aint No Time, Nightliner, Pearl, One-Eyed Jack, Mixed Up Shook Up World oppure nel caso in cui all’epoca abbiate anche voi creduto che la drum ‘n bass e il big beat sarebbero durati per sempre e l’erezione invece no.

Robert Gillespie è un chitarrista mostruoso, uno di quelli che sa come alitare dentro un riff e tenerlo vivo per i tre minuti necessari. Senza doverlo per forza obbligare lui a subire le angherie di assoli chilometrici e noi a doverne pagare le conseguenze in termini di rotture di coglioni.

È lui il “toxic twin” perfetto di Scott Morgan, come Perry lo è per Steven Tyler e Richards per “linguaccia” Jagger. E questo album è il loro tripudio.

    


                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – The NOW Sound (Elektrohasch)  

0

Dove sono stati i Nixon Now negli ultimi tredici anni?

Ma, soprattutto, chi li ha cercati durante tutto questo tempo? Probabilmente in pochissimi, che non credo abbiano mai avuto una base così forte qui da noi.

La band di Amburgo ha da sempre una venerazione quasi maniacale per gli Stooges e per le band che al suono della band di Detroit si sono dichiaratamente ispirate (U.C.P., titolo del primo singolo, era un omaggio agli Union Carbide Productions mentre sulle liner-notes del primo album il ringraziamento d’obbligo è agli Hypnotics, NdLYS). Venerazione che viene confermata da questo The NOW Sound anche se coperta da qualche fuliggine di troppo, che i vent’anni non sono per sempre e certe esasperazioni atte a ravvivare il viso (A Matter of Time, Too Much Too Soon) finiscono per assottigliare le differenze con i primi (stoogesiani anch’essi) Monster Magnet.

Il suono che loro chiamano “di oggi” è dunque in corto-circuito con quello di ieri.

E a me va bene così, che troppo spesso mi sono addormentato cercando di farmi piacere dischi futuribili che erano invece cimiteri dove gli elefanti andavano a morire. Di noia, molto probabilmente.

The NOW Sound è invece un disco suonato con quella stessa turpe perversione degli anni Sessanta che si spengono con uno stoppino di odio.

Come se Richard Nixon fosse ancora al governo.

Come se Rob Tyner fosse ancora vivo.

Come se Michael Davis fosse ancora vivo.

Come se Fred “Sonic” Smith fosse ancora vivo.

Come se Dave Alexander fosse ancora vivo.

Come se i fratelli Asheton fossero ancora vivi.

Come se tutti noi fossimo ancora vivi.  

E affamati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MC5 – Thunder Express (Jungle)  

0

La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

2

Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Scott a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – Altamont Nation Express (Elektrohasch)    

0

Vista la copertina?

Bene. Dentro c’è quel che pensate.

Stelle e strisce. Pelle. Carne.

Gli anni Sessanta non più vergini.

Quelli di Stooges e degli MC5. Di Altamont.

Distorsori e wah wah che fanno a brandelli il rock ‘n’ roll dopo averlo stordito.

Un disco bellissimo, questo secondo dei tedeschi Nixon Now.

Pensato come un enorme coito, un bukkake di watt, come se i giorni del Grande Ballroom non fossero mai passati.  

Dentro l’essenzialità brutale di canzoni come Revolver, Burning Down the Neighborhood, Shake, Madman si consuma l’ennesimo sogno che permette al rock ‘n’ roll di sopravvivere a se stesso rileggendo eternamente le sue regole base. Rialzandosi sempre e comunque, come un Lazzaro di cui nessuno si prenderà la briga di perorare la causa.

Infliggendo dolore e piacere in parti uguali. Finché la libido ne chiede.

Vendicando e rivendicando se stesso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEATH – …for the Whole World to See (Drag City)  

0

Entrare nella storia del rock dallo sfintere. Quando degli eccessi del rock ‘n’ roll non puoi piú godere, che hai già un calendario fitto di visite mediche e suoceri e bimbi da accudire. I Death entrarono proprio da lí, dal suo buco del culo. 

Nonostante le cronache riguardanti la rockstar sessualmente più superdotata di Detroit riportino inevitabilmente al nome di Iggy Pop, è facile immaginare che i fratelli Hackney non fossero da meno. Del resto è lecito supporre tutto e il contrario di tutto, essendo la loro band completamente cancellata dalla storia. Pagando pegno per il colore di pelle dei suoi componenti, per il rifiuto di cambiare nome, per chissà cos’altro. A riportare alla luce quanto fatto da loro dei primi anni Settanta, dopo che il loro amore per la musica funk era stato profanato dall’ascolto ripetuto di band come Alice Cooper Band, Grand Funk Railroad, MC5 e Stooges, è la Drag City, trentacinque anni dopo, riportando alla luce un disco cazzutissimo. Una band cazzutissima.

Il suono dei Death è asciutto, secco, disidratato. Un hard-rock minimale e dozzinale, strappato dalle sue radici prima che avesse il tempo di sbocciare. Prendete l’attacco di Keep on Knocking per sincerarvene: una provocazione ai Led Zeppelin che da quel medesimo giro partono per lo storico assolo che dovrebbe condurre al paradiso e che invece i Death piegano ad un ottuso giro proto-punk.

Musi da scimmia disobbedienti.

I Death suonano come una squadra d’assalto, consegnando definitivamente il regno black della Motown alle pattuglie del più bastardo rock metropolitano, destinandolo al massacro per mano di quello stesso Jim Vitti che aveva messo le mani sulle divise sporche di soul e di doo-wop dei Dramatics e dei Dells. Le intenzioni si fanno chiare man mano che piovono addosso pallottole come Rock-N-Roll Victim, Freakin Out, You’re a Prisoner e Politicians in My Eyes al cui interno scorrono già i Bad Brains, i Fear, gli Zeros, l’Henry Rollins, i fIREHOSE, gli Inside Out, i System of a Dawn, i Fishbone che verranno. Senza che nessuno lo sappia, forse neppure loro.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro