THE CELIBATE RIFLES – Piranhas nella baia di Sydney

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L’Italia è un paese pigro.

Il 7 Agosto 2019, ovvero quattro giorni dopo la notizia della morte per cancro del loro leader Damien Lovelock che tanto sgomento ha generato nei social, la pagina italiana di Wikipedia dei Celibate Rifles, “gruppo musicale esponente principale della scena punk rock australiana”, appare così:

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No, non è una fake.

Appare proprio così.

Nessuno si è preso la briga di scrivere più di una riga sulla band di Sydney.

Ci finisco quasi per caso mentre cerco su internet notizie circa qualche eventuale ristampa. E me ne rammarico, perché è evidente che nonostante una serratissima serie di dischi e di relative recensioni entusiaste che la stampa italiana fu pronta a sottoscrivere, quel che resta dei Celibate Rifles è una memoria annoiata. Peccato, perché la band australiana era tenutaria di un eccentrico e sarcastico punk-rock già evidente dal nome che si era data, in buffa risposta alle “pistole del sesso” inglesi.

Sul campo di gioco questo si traduceva in liriche spesso cariche di sense of humour e in una musica che del punk manteneva velocità e sporcizia ma non necessariamente lo stile, infischiandosene altamente di rispettarne le limitazioni, sconfinando nel suono detroitiano quando si tratta di imbrattare tutto con dei lick chitarristici dal sapore quasi metallico. Il filone di riferimento è insomma quello dei Radio Birdman, da cui i Celibate Rifles prendono in adozione anche una chiara ammirazione per l’artigianato garage, magari leggermente inacidito. Su Sideroxylon il tentativo di non lasciarsi intrappolare dal clichè punk si ravvisa anche su ballate come Back on the Corner o Ice Blue o nei deflagranti sei minuti di God Squad che sembrano anticipare di un decennio il primo E.P. dei Monster Magnet.

Tutto un po’ acerbo, val la pena dirlo, con un amalgama sonoro non pienamente riuscito (i suoni delle chitarre sono “sovrapposti” piuttosto che fusi assieme), ma indicativo di un rock, quello australiano, che si diverte a scombinare le carte di un mazzo che ha tanti assi da non riuscire a tenerli in una mano.

Prima di mettere mano al secondo, omonimo album dei Celibate Rifles album Kent Steedman e Damien Lovelock si concedono un diversivo dando vita all’effimero progetto No Dance, assieme a Louis Tillet dei Wet Taxis e Brett Myers degli End.

Avete presente quella Just Skin che poi finirà assieme ad altri otto capolavori dentro la scaletta di Free Dirt dei Died Pretty? Ecco, è una delle cose nate in questo laboratorio acustico.

Ma nel 1984 Kent e Damien serrano le fila per tirare su il nuovo album della loro band, annunciandone l’uscita in cinque lingue diverse. Il salto di qualità rispetto al debutto, sia in fase di scrittura che in fase di pre e post-produzione è evidente, con gli strumenti che finalmente riescono a dare zampate ai visitatori, dalle gabbie in cui sembravano rinchiuse sul disco precedente.

Provate a passare davanti a Back in the Red o Kiss Me Deadly.

Tuttavia i pezzi più riusciti sono quelli dove la furia è mitigata e il suono e la voce si caricano di quel sapore di ferro liquido che caratterizza Darlinghurst Confidencial e Pretty Colours, piccole grotte di zolfo australiane dove è possibile trovare rannicchiati i corpi di Iggy Pop e Lou Reed. O il bel romanzo on the road condotto a due voci di Thank You America.

Altrove (Netherworld) quel ferro si fa arrugginito, carico di ossido.

Puntando alle tempie, i fucili celibi impongono al mondo la loro legge.

Dedicato allo sfortunato James Darroch (il bassista del disco di debutto e poi, fino alla notte del tragico incidente che se lo portò via, leader degli Eastern Dark, NdLYS), The Turgid Miasma of Existence è il disco destinato a consacrare la band australiana nel giro underground mondiale, grazie anche alla sovraesposizione che il rock australiano sta vivendo in seguito all’esplosione di Hoodoo Gurus e Died Pretty. Come molte delle band australiane, i Rifles hanno il dono di saper tagliare “trasversalmente” il rock dei due decenni precedenti andando a sporcarsi le mani con le musiche abrasive di Iggy and The Stooges, MC5, Lou Reed, Only Ones, Stranglers, Patti Smith Group, Television, Ramones, New York Dolls e di glorie locali come Saints e Radio Birdman. Il risultato è un suono scosceso che deriva dal punk ma secondo un’ottica progressista che deve molto al rock acido degli anni Sessanta così come all’hard rock, con progressioni spesso elementari ma “deviate” da orge di assoli fumanti e stacchi ritmici che ne accentuano il delirio e che trovano una via di fuga in ballate equivoche come No Sign o Glasshouse che si ricollegano a doppia mandata alle visioni decadenti dell’Iggy di Kill City e al Lou Reed più vizioso ed umorale. Le canzoni di Turgid Miasma of Existence sono carcasse di auto lasciate ad arrugginire al sole, ossidate e roventi.

Il 10 Luglio del 1987 i Celibate Rifles affrontano un festoso concerto sulla spiaggia di Capocotta, la stessa del famoso e controverso caso Montesi. È una delle esibizioni migliori della band, a detta dei musicisti e del pubblico che assistette a quello spettacolo. A quei ricordi è affidato il titolo del quarto album che esce proprio dopo un disco dal vivo incendiario intitolato Kiss Kiss Bang Bang e registrato in studio ad un passo da Amsterdam nei ritagli di tempo del suo primo tour europeo. Il suono di Roman Beach Party è sempre “ferroso” punk imbastardito con l’hard rock ed orgogliosamente privo di qualsiasi uso, finanche d’arredo, di tastiere, finendo a volte per suonare quasi come un preludio alle alchimie grunge che sono lì da venire (come nella lunga e mesmerica Ocean Shore o nelle tirate Downtown e Invisible Man che percorrono strade analoghe a quelle tentate dai Miracle Workers nello stesso periodo).

Durante le date americane il gruppo ha dovuto fare sosta per cambiare in corsa la sezione ritmica, che viene confermata anche in studio. Ma sono ovviamente le chitarre, fra cui debutta la Stratocaster di Steedman, a fare il lavoro sporco, ad illuminare pezzi come Jesus on TV o la mia preferita I Still See You, a confermare i Rifles come una delle migliori band australiane del dopo-Birdman e a fare degli anni Ottanta un posto dove, nell’era della plastica e dei bagni sterilizzati dei fast food, puoi sempre scegliere un rifugio di ferro arrugginito con dentro una latrina dove beccarti la sifilide.

Il primo disco dei Celibate Rifles ad avere un suono organico e una produzione che non ti costringa ad alzare il culo dalla sedia per ri-settare l’amplificatore dello stereo ad ogni pezzo si intitola Blind Ear e suona come un convoglio elettrico lanciato a gran velocità.

I primi quattro pezzi sono suonati a rotta di collo, con la lunga Electravision Mantra che sembra all’inizio evocare i That Petrol Emotion dei tempi d’oro, cosa che potrebbe essere letta come un omaggio all’Irlanda che non è l’unico su questo che è il disco più schierato politicamente tra i dischi dei Rifles. Poi il riff si spacca in due diventando l’archetipo su cui Kurt Cobain costruirà il suo hit più celebre.

La nuova versione di Wonderful Life offre un primo pit-stop. E qualcuno accende la radio mentre passano i Fleshtones. O forse sono gli Hoodoo Gurus. Qualcun altro abbassa i finestrini, ed ecco entrare lo sciame di api che ronza su Sean O’Farrell, pezzo-capolavoro del disco assieme a quell’altra perla nera che è Cycle e al vortice di El Salvador che chiude l’album come dentro il triangolo delle Bermuda dei Radio Birdman.

Io infilo la testa, mentre il mondo ha già voltato le spalle.

Se tuttavia mi chiedessero qual’è il migliore tra i dischi dei Rifles, non esiterei a trascinare il malcapitato nell’ascolto di Platters du Jour: 23 brani pubblicati tra il 1981 e il 1990 da una delle bands simbolo di tutto l’Aussie rock. Un vero e proprio mausoleo sacro di cosa era il rock ‘n’ roll post-77: elettrico, graffiante, epicamente decadente, furioso. Raramente ho più ascoltato una A-side tanto bella quanto quella Sometimes di ormai venti anni fa o una band confrontarsi con cover inavvicinabili (come definire altrimenti I‘m Waiting for My Man o Dancing Barefoot?) e uscirne viva con la destrezza gagliarda del gruppo di Kent e Damien. Qui dentro c’è il meglio di una storia che sbiadirà leggermente nel decennio successivo ma che risulta indispensabile rileggere con l’entusiasmo con cui la sfogliammo negli anni addietro. Autentici giganti di acciaio. Abbeveratevi alla fonte.

Heaven on a Stick esce quando il pubblico ha definitivamente girato le spalle al rock australiano, volgendo lo sguardo voi sapete dove.

Peccato.

La band è costretta a ripiegare nuovamente sulla Hot Records per pubblicare un nuovo disco, in occasione della cui uscita l’etichetta festeggia rimettendo in circolazione i vecchi dischi del gruppo.

Nessuna delle date del Live Stick Tour che porta in giro per il mondo la band australiana può pareggiare i conti con il pubblico pagante di qualsiasi band grunge, anche la più modesta. Anche perché la EMI (proprietaria della True Tone che aveva pubblicato Blind Ear, si era “dimenticata” di distribuire il disco negli USA, NdLYS).

Heaven on a Stick ce lo godiamo in pochi, dunque. Come fossimo una tribù.

Ma chi se ne frega.

Prodotto da Rob Younger che assieme al gruppo ha da poco licenziato un misconosciuto 7” con quattro cover live, il suono dei cinque ragazzoni di Sydney perfeziona il tiro di Blind Ear e prende quota proprio con un pezzo in perfetto Birdman-style come Light of Life per assestarsi poi su livelli altissimi con pezzi come Cold Wind, Excommunication, Dream of Night, G.D. Absolutely, Electric Flowers, Groovin’ in the Land of Love, Outside My Window, Wild Child. Ballate elettriche intrise nell’inchiostro blues più del solito e che in più di un caso sfiorano il dirigibile degli Hoodoo Gurus proprio mentre sono in volo sul grande cielo d’Australia.

Vittima di ascolti distratti e frettolosi e di “orecchie cieche”, pochi daranno ad Heaven on a Stick le lodi che invece merita più del disco che lo aveva preceduto e di molti che lo seguiranno.

Il suono dei Celibate Rifles si piega (in questo caso a qualche ammiccamento al grunge-rock che pure in qualche modo, ibridando il punk con certo metal e certo rock decadente di scuola Iggy e col loro look logoro e trasandato, hanno anticipato) ma non si spezza: Spaceman in a Satan Suit, ispirato ad un lavoro “space-pop” del loro ex-bassista Rudy Morabito in quel periodo impegnato con i Vanilla Chainsaws, pur confermando lo stile granitico del gruppo potrebbe essere descritto riduttivamente cosí.

Eppure, a ben sentire, questo “accostamento” alla musica del nord-ovest americano è più un riflesso condizionato delle nostre orecchie che un fatto obiettivo. Come se volessimo trovarcelo per forza, qualche indizio, magari depistati dal riff mascolino di City of Hope o da quello arrugginito e sporco di Brickin’ Around.

Invece canzoni come Big World, Kathy Says, Cutting It Fine, Let’s Do It Again, Kev the Head vengono lì a dirci che i Celibate Rifles continuano a suonare quel che gli va, senza mettere paletti alla porta. Lasciando entrare ogni cosa ritengano abbia il diritto di varcare la soglia della loro sala prova. Che abbia la sagoma di un Lou Reed, di un Joey Ramone, di un Iggy Pop, di una Patti Smith, di un Malcolm Young poco importa.

I loro fucili celibinon sono puntati su di loro.

Una provetta di urina è il campione che i Celibate Rifles portano a testimonianza della loro fede nel rock ‘n’ roll.

Chi volesse verificarne l’autenticità potrebbe analizzare quei cento millilitri di piscio che campeggiano sulla copertina di A Mid-Stream of Consciousness.

Oppure, se non ha un laboratorio di analisi casalingo, mettere sul piatto l’ottavo album della band di Damien Lovelock, Kent Steedman e Dave Morris e annusare una ballatona sudicia come G’s Gone che finché ce ne sono avremo sempre un guanciale su cui poggiare la nostra testa dopo una serata andata storta, o un paio di numeri alla Iggy come I Shoulda e Tripping at the Mall oppure ancora farsi fischiare le orecchie dalle chitarre che straripano su Journey by Sledge e The Paddo Sharps o ancora bagnarsi le mutande quando tra la folla riconosce le sagome di Child of the Moon degli Stones e di I Will Dare dei Replacements che ci raccontano di quando eravamo bambini e poi di quando eravamo giovani e di come abbiamo condiviso emozioni prima ancora che i social ci illudessero di avercene dato l’opportunità per primi. Ce lo raccontano senza aver mai abdicato dal ruolo di signori del rock ‘n’ roll che ricoprono da quasi venti anni. Senza aver mai conquistato una classifica ma avendo guadagnato il rispetto che gli spetta per diritto acquisito e per abnegazione.

Appartatisi loro malgrado dalla luce dei riflettori che si erano accesi su loro e sull’intera scena Aussie per tutti gli anni Ottanta, Kent Steedman e i suoi Celibate Rifles continuano la loro tenace e gloriosa avventura musicale e tornano con On the Quiet a ripercorrere, per 2/3 della sua durata, alcune tappe fondamentali della loro incredibile storia rileggendo vecchi classici come Jesus on TV, This Gift o Back in the Corner in una inedita ma non meno fascinosa veste acustica e trasformando consumate cavalcate elettriche in potenti, sanguigne ballate power-pop.

Per nulla intimoriti dalla rampante jungla di suoni cibernetici che affollano l’etere di questi anni, i cinque eroi tornano ad imbracciare i loro strumenti e affondano ancora una volta i denti nel più classico, esplosivo guitar-sound compleatando la scaletta con quattro fragorosi episodi elettrici rubati a vecchie volpi dell’Oz-sound come Rose Tattoo e Lipstick Killers.

Non so quanti tra i nostri giovani lettori abbiano seguito per intero il coerente percorso del combo di Sydney e non me ne frega un cazzo, in tutta onestà. Ma è certo che il loro ruolo di salvaguardia del più crudo, incontaminato, selvaggio spirito rock ‘n’ roll appaia oggi, con il futuro del rock tristemente in mano alle macchine, ancora più importante che negli anni passati.

Anche per questo On the Quiet ci regala un ritemprante tuffo tra le spire ad alto voltaggio del vibrante circo del rock ‘n’ roll salvaguardandoci dal desolante panorama di tanto proto e pseudo rock dei nostri giorni. Chitarre acustiche che tagliano come lame e una voce che vi penetrerà nelle viscere come i dildo nei film della Cicciolina.

Dodici ragioni per continuare a credere nel rock (and roll).

Il dito medio alzato con fierezza a tutti i disseminatori di guerra e ai finti portatori di pace su Salute è un pezzo di grande pathos e di sicuro effetto, pur essendo quello dove le chitarre della band australiana impattano di meno. Merito quasi assoluto della voce di Damien Lovelock, l’ormai affermato istruttore di yoga e giornalista sportivo che, quando veste i panni di Iggy riesce ancora a farci venire i brividi.

Cosa che succede spesso su questo Beyond Respect, ed è quasi un miracolo considerando che questo nono album in studio è quello chiamato a spegnere venticinque candeline sulla torta dei Celibate Rifles, oltre ad essere destinato a diventare l’ultima prova inedita della band fino alla fine dei tempi. Una sorta di “addio al celibato”, se mi passate la battuta da seminarista.

(We All Move to) Buttland, You Won’t Love Me, Dre, Lazy Sunshine, Nobody Knows Return of the Creature with the Atom Brain sono ancora candelotti di dinamite piazzati sotto il culo dei benpensanti, animati da una incazzatura contro le lordure del mondo che nessun’asana è riuscita a placare.

Dimostrando come le aureole della copertina siano solo aure di rabbia e di fede incrollabile e che i fucili siano tutt’altro che caricati a salve.

Franco “Lys” Dimauro

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DARK CARNIVAL – The Last Great Ride (Bang!)  

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Quando nel 1990 Ron dichiara di voler rimettere in piedi i Destroy All Monsters siamo in tanti a schierarci, per l’ennesima volta, dalla parte del torto.

Ron e Niagara tornano effettivamente insieme.

Accanto a loro però non ci sono più ne’ Mike Davis ne’ Rob King, vecchio asse ritmico dei DAM, ma addirittura l’altro ex-Stooge Scott Asheton alla batteria e Cheetah Chrome dei Dead Boys alla seconda chitarra.

Si tratta di qualcosa di nuovo, che come tale va battezzato: è la nascita dei Dark Carnival. Il disco esce per la Sympathy for the Record Industry con la produzione di Don Fleming (tra i più ricercati produttori del periodo e leader dei Gumball, NdLYS) mentre tutto il mondo è distratto dalle camicette di flanella di Kurt Cobain e, Cristo, almeno per il trittico d’apertura è quanto di più malsano e spiritualmente vicino al suono tossico degli Stooges pre-Raw Power sia mai stato inciso. Le chitarre di Ron e Cheetah sono un maelstrom, un turbine metallico che in pezzi come Let There Be Dark o Bloody Mary risuonano come fauci metalliche che strisciano sull’asfalto mentre Niagara è una dark lady la cui voce monocorde e perentoria si plasma nel mare denso di quel rovinoso muro sonoro. Cop’s Eyes è puro Stooges-sound, con la ritmica pesante di Scott a evocare i ricordi di TV Eye e il riff pneumatico di Ron che ti entra nelle viscere. Il disco si appiattisce quindi in un suono meno tellurico che forse avrebbe richiesto un po’ di lavorazione in più per prendere fuoco davvero. Pochi se ne accorsero allora, anche se The Last Great Ride finì quell’anno in molte playlists di irriducibili dello Stooges-sound.

Adesso la Bang! ristampa quel disco in vinile e con una copertina che, come ogni cosa che ritragga Niagara, andrebbe comprata comunque a scatola chiusa. Sappiate però che, aprendo quella scatola, potreste non poter più fare a meno di questi cioccolatini al veleno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ROB TYNER BAND – Rock and Roll People (Captain Trip)  

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Tanta energia ma nessun testamento discografico.

Questa fu l’avventura della Rob Tyner Band, sorta di camera a scoppio in cui l’ex cantante degli MC5 e la chitarra esplosiva di Robert Gillespie (futuro axe-man nei Powertrane dell’altro reduce detroitiano Scott Morgan) possono far deflagrare il loro rock ‘n’ roll ad alto numero di ottani.  

Insieme, mentre fuori divampano le fiamme del punk, i due scrivono robaccia sporca come Taboo, Out of My Hands, Rock & Roll People, Penny Candy, Paris Sewers e Inner-Flight Head Royale che sommata ai pezzi degli MC5 e a qualche cover degli Stones e di Little Richard possono accendere le platee. E così fanno infatti, in almeno un paio di occasioni. Che sono quelle documentate parzialmente su questo disco (semilegale, come ogni uscita Captain Trip, NdLYS) magnifico.

Abbecedario del rock and roll per quei quattro che sanno leggere e anche per tutti quelli che non sanno leggere e si limitano a guardare le figure. Purchè però sappiano riconoscerle.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCOTT MORGAN’S POWERTRANE – Beyond the Sound (Easy Action) 

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Il primo decennio del nuovo secolo ha visto Scott Morgan impegnato su diversi fronti musicali: Hydromatics, Solution, 3 Assassins, le comparsate sui dischi di Sonny Vincent ed Hellacopters e, ultimi ma non ultimi, i Powertrane. Tutta roba di altissimo livello. Poi, una lunga serie di ristampe e raccolte firmate Easy Action e un ostinato tumore al fegato.

Beyond the Sound viene pubblicato in vinile sempre dalla Easy Action a dieci anni dalla sua prima sortita su supporto digitale, qualora nel frattempo vi foste dimenticati di quanto fossero belle Taboo (presa dal repertorio della Rob Tyner Band), Aint No Time, Nightliner, Pearl, One-Eyed Jack, Mixed Up Shook Up World oppure nel caso in cui all’epoca abbiate anche voi creduto che la drum ‘n bass e il big beat sarebbero durati per sempre e l’erezione invece no.

Robert Gillespie è un chitarrista mostruoso, uno di quelli che sa come alitare dentro un riff e tenerlo vivo per i tre minuti necessari. Senza doverlo per forza obbligare lui a subire le angherie di assoli chilometrici e noi a doverne pagare le conseguenze in termini di rotture di coglioni.

È lui il “toxic twin” perfetto di Scott Morgan, come Perry lo è per Steven Tyler e Richards per “linguaccia” Jagger. E questo album è il loro tripudio.

    


                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – The NOW Sound (Elektrohasch)  

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Dove sono stati i Nixon Now negli ultimi tredici anni?

Ma, soprattutto, chi li ha cercati durante tutto questo tempo? Probabilmente in pochissimi, che non credo abbiano mai avuto una base così forte qui da noi.

La band di Amburgo ha da sempre una venerazione quasi maniacale per gli Stooges e per le band che al suono della band di Detroit si sono dichiaratamente ispirate (U.C.P., titolo del primo singolo, era un omaggio agli Union Carbide Productions mentre sulle liner-notes del primo album il ringraziamento d’obbligo è agli Hypnotics, NdLYS). Venerazione che viene confermata da questo The NOW Sound anche se coperta da qualche fuliggine di troppo, che i vent’anni non sono per sempre e certe esasperazioni atte a ravvivare il viso (A Matter of Time, Too Much Too Soon) finiscono per assottigliare le differenze con i primi (stoogesiani anch’essi) Monster Magnet.

Il suono che loro chiamano “di oggi” è dunque in corto-circuito con quello di ieri.

E a me va bene così, che troppo spesso mi sono addormentato cercando di farmi piacere dischi futuribili che erano invece cimiteri dove gli elefanti andavano a morire. Di noia, molto probabilmente.

The NOW Sound è invece un disco suonato con quella stessa turpe perversione degli anni Sessanta che si spengono con uno stoppino di odio.

Come se Richard Nixon fosse ancora al governo.

Come se Rob Tyner fosse ancora vivo.

Come se Michael Davis fosse ancora vivo.

Come se Fred “Sonic” Smith fosse ancora vivo.

Come se Dave Alexander fosse ancora vivo.

Come se i fratelli Asheton fossero ancora vivi.

Come se tutti noi fossimo ancora vivi.  

E affamati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MC5 – Thunder Express (Jungle)  

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La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

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Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Scott a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – Altamont Nation Express (Elektrohasch)    

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Vista la copertina?

Bene. Dentro c’è quel che pensate.

Stelle e strisce. Pelle. Carne.

Gli anni Sessanta non più vergini.

Quelli di Stooges e degli MC5. Di Altamont.

Distorsori e wah wah che fanno a brandelli il rock ‘n’ roll dopo averlo stordito.

Un disco bellissimo, questo secondo dei tedeschi Nixon Now.

Pensato come un enorme coito, un bukkake di watt, come se i giorni del Grande Ballroom non fossero mai passati.  

Dentro l’essenzialità brutale di canzoni come Revolver, Burning Down the Neighborhood, Shake, Madman si consuma l’ennesimo sogno che permette al rock ‘n’ roll di sopravvivere a se stesso rileggendo eternamente le sue regole base. Rialzandosi sempre e comunque, come un Lazzaro di cui nessuno si prenderà la briga di perorare la causa.

Infliggendo dolore e piacere in parti uguali. Finché la libido ne chiede.

Vendicando e rivendicando se stesso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEATH – …for the Whole World to See (Drag City)  

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Entrare nella storia del rock dallo sfintere. Quando degli eccessi del rock ‘n’ roll non puoi piú godere, che hai già un calendario fitto di visite mediche e suoceri e bimbi da accudire. I Death entrarono proprio da lí, dal suo buco del culo. 

Nonostante le cronache riguardanti la rockstar sessualmente più superdotata di Detroit riportino inevitabilmente al nome di Iggy Pop, è facile immaginare che i fratelli Hackney non fossero da meno. Del resto è lecito supporre tutto e il contrario di tutto, essendo la loro band completamente cancellata dalla storia. Pagando pegno per il colore di pelle dei suoi componenti, per il rifiuto di cambiare nome, per chissà cos’altro. A riportare alla luce quanto fatto da loro dei primi anni Settanta, dopo che il loro amore per la musica funk era stato profanato dall’ascolto ripetuto di band come Alice Cooper Band, Grand Funk Railroad, MC5 e Stooges, è la Drag City, trentacinque anni dopo, riportando alla luce un disco cazzutissimo. Una band cazzutissima.

Il suono dei Death è asciutto, secco, disidratato. Un hard-rock minimale e dozzinale, strappato dalle sue radici prima che avesse il tempo di sbocciare. Prendete l’attacco di Keep on Knocking per sincerarvene: una provocazione ai Led Zeppelin che da quel medesimo giro partono per lo storico assolo che dovrebbe condurre al paradiso e che invece i Death piegano ad un ottuso giro proto-punk.

Musi da scimmia disobbedienti.

I Death suonano come una squadra d’assalto, consegnando definitivamente il regno black della Motown alle pattuglie del più bastardo rock metropolitano, destinandolo al massacro per mano di quello stesso Jim Vitti che aveva messo le mani sulle divise sporche di soul e di doo-wop dei Dramatics e dei Dells. Le intenzioni si fanno chiare man mano che piovono addosso pallottole come Rock-N-Roll Victim, Freakin Out, You’re a Prisoner e Politicians in My Eyes al cui interno scorrono già i Bad Brains, i Fear, gli Zeros, l’Henry Rollins, i fIREHOSE, gli Inside Out, i System of a Dawn, i Fishbone che verranno. Senza che nessuno lo sappia, forse neppure loro.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MONSTER MAGNET – I testicoli di Dio

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Oltre lo stoner.

Oltre il metal.

Oltre lo space rock.

Dentro la follia drogata di una psichedelia distorta e fumosa.

Signori, chinate il capo davanti alla più grande hard rock band degli anni Novanta.

Direttamente da Red Bank, New Jersey e già pronti per le stelle.

Dopo due demo e un mini album che annunciavano la minaccia imminente, ecco arrivare Spine of God ad annebbiarci i sensi, carico di sporcizia e catrame.

Un oscilloscopio che traduce visivamente le frequenze comprese tra il muro di fuzz di Ron Asheton e i generatori di rumore di Dik Mik.

C’è molto Stooges e molto Hawkwind qui dentro.

Ma ci sono pure Sam Gopal, i Black Sabbath e i DMZ.

C’è molta eroina, tanta da schiattare.

Spine of God ha un suono dopatissimo e fondente come metallo sciolto.

È heavy metal suonato da una garage band di New York sfatta di crack.

Figlio degenere del Detroit sound malato di Death e Stooges.

Rozzo e depravato fino all’oscenità, tinto di un misticismo grottesco fino al paradosso, completamente immerso nei fumi del THC, Spine of God non lascia tregua, è un continuo allerta ai sensi, un pressante, stordito viaggio dentro le fauci dell’Inferno.

Qui dentro niente più esiste se non voi e la vostra scimmia.

È un posto dove la paura diventa tangibile, palpabile e abominevole.

Disegna ombre sul muro, e non hanno la forma dei gabbiani ma quella di una spada con l’ago al posto della lama. Qui incombe la morte e la sua icona.

Spine of God è il nostro fantasma che viene a prenderci per mano per portarci dove non vorremmo. Lo senti camminare strisciando sul pavimento, lo senti ridere e urlare, ne avverti la presenza nelle viscere mentre cerchi una via di fuga che non troverai.

Oggi, 28 Febbraio 1992, il metal muore.

Lunga vita ai Monster Magnet.

 


Quello che viene considerato per numero di brani un extended play, dura in realtà quanto l’album di debutto.

Il merito è soprattutto della lunghissima traccia che intitola il disco, una abominevole e aberrante cavalcata cosmica di oltre trentadue minuti.

I Monster Magnet si avventurano, imbottiti di droghe fino a scoppiare, nel più agghiacciante viaggio interstellare mai partorito da mente umana.

Tab… è un mostruoso monolite di chitarre acide, oscilloscopi in panne e voci galattiche che si trascina per oltre mezz’ora con l’intenzione di scardinare le porte di Orione per poi abbandonarci in un punto indefinito dell’universo.

Un blob di mercurio vischioso che sembra colato giù come muco dalle viscere di bronzo di Thanatos. Le chitarre e gli effetti si sovrappongono e si aggrovigliano in un’immagine incestuosa e deforme di vizio e perversione, ricoprendosi di polveri stellari fino a raggiungere un peso insostenibile che sembra volerci schiacciare sotto la sua enorme mole.

Tab… è un osceno invito a superare ogni eccesso, a smorzare ogni milligrammo di lucidità sensoriale fino ad estinguere ogni neurone, un’ellittica odissea che fonde le folli imprese di Hawkwind, Stooges e Black Sabbath.

Il suono si fa virulento ed impenetrabile nei primi minuti del pezzo successivo, prima di deflagrare in una lunga scarica di distorsioni e riverberi dietro i quali si staglia una sinistra figura di synth che allunga la sua ombra su Longhair, una chiassosa garage-song strumentale figlia delle bave fuzz dei Mudhoney che viene stuprata dalle fughe chitarristiche che ne dilaniano la coda.

Lord 13 infine, col suo tappeto di percussioni e lo strumming ossessivo di chitarre sordinate rispetto alla furia inaugurale, rappresenta una sorta di porto d’attracco in un pianeta saturo di esalazioni sulfuree emanate dai gayger che ne crivellano la superficie.

Uno dei dischi chiave di tutto lo space-rock, grondante di elettricità e di follia.

 

Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Bardo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath.

Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni.

John vuole preservare l’anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab… e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima.

Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge.

Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un maelstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare.

Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo.

Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’apertura delle porte che segna l’allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S.F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo.

 

Dopes to Infinity assottiglia il confine che separa i Monster Magnet dallo status di gruppo culto dello space-rock a band hard-rock di pubblico dominio.

Senza perdere energia cinetica, l’astronave Monster Magnet si infila dunque nella stratosfera in modo da poter essere guardata da tutti. Il suono perde in parte i connotati mostruosi e l’immagine alterata del gruppo cede alle banali lusinghe dell’immaginario “sex and drugs and rock ‘n roll” perdendo molto del suo fascino eccessivo ed esoterico. La navicella spaziale di Mr. Wyndorf devia dunque dalle sue coordinate intergalattiche verso un più raggiungibile viaggio nella Via Lattea secondo le rotte tracciate dal vascello dei Soundgarden, best-seller della sezione alternative-metal per l’etichetta che li ha messi sotto contratto.

Dopes to infinity perde dunque in follia quello che guadagna in appeal radiofonico, pur presentando delle tracce di space rock alterato (I Control, I Fly, Ego, the Living Planet, Theme from “Masterburner”) che stavolta suonano più come reperti archeologici che come roba venuta dal futuro e rimanendo pur tuttavia su livelli artistici più che dignitosi anche quando i reattori si spengono del tutto lasciando fumare una roba acustica come Blow ‘em Off o il furto ai danni di Santana perpetrato per Dead Christmas. La musica dei Monster Magnet pur meno fumata rispetto a quella degli esordi rimane ancora permeata da quel fascino sinistro e luciferino (Look to Your Orb For the Warning, All Friends and Kingdom Come, Dopes to Infinity, King of Mars) che la avvolgeva al momento del concepimento.

Un pachiderma Marveliano che si muove sopra le nostre teste come una gigantesca e vorace creatura cannibale.

Miscelando Hawkwind, Stooges, Doors, Captain Beyond e Third Bardo, il mostro magnetico incarna l’incubo spaziale dominante degli anni Novanta.

Benvenuta nell’era dell’Ariete, bambina.

 

La volgarizzazione del suono e dell’immagine (Powertrip è tra l’altro il primo disco che vede il gruppo posare per la copertina) dei Monster Magnet, accennata sul precedente Dopes to Infinity diventa atto compiuto con l’uscita del quarto album della formazione americana.

Le esalazioni sulfuree, quel drogatissimo e spesso strato di distorsioni e di voci oscilloscopiche che aveva generato i capolavori di Spine of God e Superjudge sono del tutto evaporate lasciando il posto ad un hard-rock muscoloso ma abbastanza ordinario.

Tutto è sovrabbondante e sovraesposto, qua dentro.

Muscoli e ghiandole mammarie, Ray-Ban™ e lattice, giubbotti di pelle e capelli unti, musi lunghi e fiamme, tutto in primo piano.

La voce di Wyndorf, prima sapientemente fusa alla colata metallica delle chitarre, è ora messa in evidenza, a sovrastare un impianto sonoro che ha quasi del tutto smarrito la sua forza primordiale per diventare una sorta di miscela (o alternanza, in termini più appropriati) tra l’hard-rock iperamplificato dei Grand Funk Railroad (Tractor) e certa psichedelia decadente e horror dei Fuzztones (See You in Hell).

Quel suono che sembrava precipitare da un buco nero è diventato adesso un accumulatore atomico che scarica energia verso terra.

Lo sputafuoco galattico adesso è un Beppe Maniglia che gonfia le sue borse d’acqua calda per la gioia di grandi e bambini, prima di andare via sulla sua Harley-Davidson carica di figa.

 

Con la medesima line-up di Powertrip i Monster Magnet danno il benvenuto al nuovo secolo guardando al dito ammonitore di Dio.

Hanno già detto tutto quello che avevano da dire e quindi non resta loro che riciclare e riciclarsi. God Says No dunque mesce in tutto quello che i Monster Magnet conoscono bene e che ora, hanno scoperto, riescono pure a vendere al pubblico: space-rock, metal, garage, Motor-City sound, ballate psicotrope, adesso pure qualche piccolo aiutino elettronico (il siparietto grottesco di Take It che dovrebbe chiudere il disco se non fosse che si è già deciso di aggiungere alla scaletta Silver Future e una cover degli Union Carbide Productions passandole per bonus tracks, a dimostrazione che a fumare non sono solo gli artisti ma anche chi ne pubblica i dischi, NdLYS)

Avendo già visitato tutti i pianeti raggiungibili, l’astronave Monster Magnet vaga adesso un po’ nel vuoto cosmico. L’equipaggio indossa le solite tute costruite cucendo assieme le tonache usate da vecchi argonauti come Stooges, Doors, Black Sabbath e Hawkwind e celebra se stessa, mangiando i pochi liofilizzati che rimangono in dispensa.

Dio continua a dire di no.

Non lo hanno convinto.

E anche noi restiamo un po’ scettici.

 

Monolithic Baby! segna per i Monster Magnet il rientro nel circuito indipendente.

Sebbene questo venga da più parti (nonché dallo stesso Wyndorf) celebrato come un ritorno ai suoni viscerali delle prime produzioni, nei fatti il suono spaziale dei primi album è ormai del tutto evaporato. Rimane la furia di un hard-rock che paga il suo debito verso formazioni come Stooges, Black Sabbath e Mountain ma il suono, come in God Says No e Powertrip, si è fatto più triviale e volgare continuando a rimacinare un po’ gli stessi riff e a risputare idee che erano già state pensate, dette, suonate, risuonate.

Da altri ma anche da loro stessi.

La formula è dunque quella di un heavy metal sempre più quadrato e banale, con diverse cadute di stile e scivoloni nel cattivo gusto (la Supercruel in cui sembra tornare lo spettro indesiderato di Zodiac Mindwarp, la cover di David Gilmour che li avvicina alle ballad stucchevoli dei tardi Aerosmith e Guns n’ Roses o Master of Light che suona paurosamente vicina agli Holy Barbarians di Ian Atsbury, tanto per dirne di qualcuna).

Ad altro sembravano destinati, i Monster Magnet.

E invece, le rocce lunari hanno prevalso sulle nebulose cosmiche dei primi dischi.

Nessuno ci porterà più in giro tra buchi neri e gravastar.

Privati da un altro sogno, rientriamo alla base.

                                                                                

4-Way Diablo è il disco della resurrezione, e non solo a livello artistico, per i Monster Magnet, ovvero una delle band cardine degli anni Novanta, in culo ai tristissimi profeti del post rock e ai fisici falliti del math-rock.

La novità più rilevante è che Dave Wyndorf non ci ha lasciato le penne. Un’overdose quasi mortale aveva appeso ad un filo la sua vita e ibernato quella della sua band alla vigilia del tour europeo di Monolithic Baby: rivedere ancora una volta il caprone galattico sulla cover di un disco non è mai stato così piacevole.

Ma veniamo all’album: i Monster Magnet non sono più una band di space rock tout-court, non nell’accezione allucinata e dopata dei loro tre “classici” (Spine of God, Superjudge e, in misura leggermente inferiore, Dopes to Infinity), ma una band di potente rock moderno con forte eco di psichedelia heavy dei sessanta. Il loro suono ormai da anni si è “disintossicato” pur senza rompere del tutto i ponti con le orbite cosmiche che da sempre hanno costituito il lato più seducente e alieno del loro suono. 4-Way Diablo è dunque un disco di rock quadrato, granitico, governato dalle chitarre di Dave e Ed Mundell che riserva ottimi momenti (l’implacabile uno-due delle iniziali 4-Way Diablo e Wall of Fire; Cyclone, solcata da gelidissime folate di una qualche tempesta spaziale; l’algido blues di I‘m Calling You; il rassicurante mid-tempo di A Thousand Stars introdotto dagli oscilloscopi di Freeze and Pixelate che celebra il ritorno alle soundtracks per film immaginari tanto cari alla band newyorkese e sulle quali torneranno a breve a lavorare), cadute di tono (You‘re Alive, con una linea melodica presa di peso, anche se credo in assoluta buona fede, dalla I Wanna Hand to Hold di Spencer P. Jones e la cover di 2000 Light Years From Home degli Stones psichedelici i tonfi più clamorosi) e qualche insolita sorpresa (la conclusiva Little Bag of Gloom: 2 minuti e 11 secondi di organo ecclesiastico su cui si stende la voce di Dave, trasformato per l’occasione in un crooner venusiano che ci racconta la sua discesa nell’oblio del coma dello scorso anno). Il tutto suona però più naturale e meno costruito rispetto alle ultime sfocate prove in studio, da Powertrip in poi, recuperando in parte il calore garage dei loro esordi, prova ne sia che una delle tracce è un rifacimento di un loro vecchio demo dell’88 (andate a risentirvi l’ormai introvabile Love Monster, NdLYS).

Malgrado abbiano già scritto i loro capolavori, i Monsters restano una delle poche band per cui valga ancora la pena mettere mano al portafogli.

Chi mi conosce sa quanto io sia stato parziale con i Monster Magnet.

In maniera indolore e nessun senso di colpa fino a Dopes to Infinity.

Soffocando qualche molecola di etica professionale da allora in poi, in ricordo dei bei tempi andati. Anche quando Dave Wyndorf ha cominciato a spendere più a puttane che in droghe e i dischi dei Monster Magnet erano diventati una pastetta di metal tamarro con qualche residuo scaduto delle vecchie ricette.

Mastermind, ottavo album della band americana e secondo da quando Dave è uscito dal coma che se lo stava portando davvero tra le stelle a fare lo Space Lord senza più dover fingere chiude invece forse definitivamente il feretro sul corpo decomposto dei Monster Magnet. Mastermind strabocca dei luoghi comuni del loro rock gonfio di testosterone.

Ogni riff, ogni urlo, ogni groove è già stato sentito, sviscerato, metabolizzato, rigurgitato dalla schiera sempre più fitta di headbangers urlanti dei loro concerti. Ogni millimetro di strada di queste dodici canzoni è già stato calpestato, esplorato, setacciato e ispezionato. Tutto qui è già stato sentito, tutto già stato detto.

Dai tetri siparietti di The Titan Who Cried Like a Baby e Time Machine alle fiamme posticce di Bored With Sorcery o 100 Million Miles è un succedersi di diapositive sfocate ma sotto flash abbaglianti, uno srotolarsi di energia che cerca di nascondere una carenza di idee imbarazzante.

Potrei citare ogni pezzo e per ognuno di essi elencare almeno due fotocopie già stampate sui dischi che lo hanno preceduto ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Potrei essere spietato ma non lo sarò.
I Monster Magnet ci hanno portati nello spazio e illusi che poteva essere per sempre.

Poi, ci hanno riportati a casa, continuando ad indicarci le stelle sperando che qualche fesso non si accorgesse della truffa.

 

Tim Cronin è rimasto su Marte.

John McBain su Giove.

Joe Calandra su Saturno.

Ed Mundell, alla fine, ha abbandonato la nave alle porte della galassia di Andromeda.

Wyndorf il Tiranno è rimasto da solo, a vagabondare nel suo universo, tra le costellazioni che sagomano mostri mefistofelici.

Si è fermato.

Ed è ripartito da capo.

Portando in tour Dopes to Infinity prima e Spine of God dopo.

Un bagno rigenerante nella SPA del vecchio space-rock dopato e nella psichedelia cosmica che gli ha dato la spinta per scrivere buona parte di Last Patrol, il disco che dirada le nebbie metallare degli ultimi lavori e reimmerge la testa del mostro Kirbyano nella torba astrale dei primi immensi ed insuperati lavori, alternandosi tra cavalcate compresse fra enormi rulli elettrici come End of Time e Last Patrol,  passeggiate sulla faccia nascosta della luna come I Live Behind the CloudsStay Tuned e corrucciate cavalcate tra la polvere rossa del Grand Canyon (The Duke of Supernature) o fra le pragaya del Gange (la cover mistico-psichedelica di Three King Fishers dal canzoniere magico di Donovan).

Last Patrol mostra un Wyndorf in forma smagliante, anche se il suono della sua band e la sua stessa bellissima voce da crooner spaziale sono ormai diventati un clichè e noi (io) troppo esigenti.

Va da sé che i dischi fondamentali li hanno già scritti, i Monster Magnet.

Quando sia io che Dave avevamo vent’anni di meno.

Non ne scriveranno altri.

Mettetevi il cuore in pace.

 

Sulla scorta di questa consapevolezza, che forse non è solo mia, i due anni successivi a Last Patrol sono dedicati ai ripensamenti: Milking the Stars e Cobras and Fire provano infatti a rileggere gli ultimi due lavori con un pizzico di audacia in più e tentano di rievocare lo spirito space-rock dei lontanissimi primi anni Novanta. Ecco dunque riaffiorare la vecchia effettistica, le lunghe cavalcate allucinate e addirittura un cameo di Tim Cronin per una versione disturbata di Ball of Confusion dei Temptations.

L’astronave vira vistosamente verso quel magnete gigante che è la musica degli anni Settanta e la cui rotta sembrava smarrita.

Non tutto è necessario e devastante come ai vecchi tempi, ovvio. E dal corpo dell’astronave ci sono vistose perdite di olio e di carburante.

Ma il viaggio a ritroso nel tempo, pure se a tratti quasi grottesco e qualunque siano le motivazioni che hanno spinto il Comandante ad ordinare la virata, si mostra oltre che necessario anche piacevolmente “stupefacente” e propedeutico per il ritorno discografico ufficiale di Mindf**ker, il miglior disco dei Monster Magnet dai tempi ormai lontani di Dopes to Infinity. Nonostante qualche tuffo nei soliti luoghi comuni del Monster-sound (I’m God o la title-track ad esempio), Mindf**ker riesce ad infondere nella musica del gruppo del New Jersey uno strepitoso groove rock ‘n roll.

Naturalmente innestato nella carcassa fumante tipica della band.

Però il ritorno a certe fumose atmosfere detroitiane, garage e hard-psych degli esordi sono tangibili in molti passaggi dell’album. Al punto che non mi stupirebbe se pezzi come Rocket Freak, All Day Midnight, Brainwashed o Ejection piacessero a chi ha amato come me band come Plan 9, Miracle Workers, Fuzztones o Morlocks. Perché, pur provenendo da pianeti diversi, alla fine sembra che l’astronave dei Monster Magnet atterri più o meno consapevolmente in una pista non molto distante da quelle in passato utilizzate come atterraggio di fortuna proprio da quelli, soprattutto a metà carriera.

Ovviamente è la variante metallica di quel suono e chi si avvicinasse oggi (ma pure ieri e l’altroieri) al magnete speranzoso di trovare chissà quale purezza d’approccio resterà con i suoi stivaletti a punta impigliato fra le sue spire. Così come lo rimarrebbero del resto i metallari. Perché, costruttivamente parlando, i Monster Magnet non ne hanno mai sposato lo stile, limitandosi ad imitarne le pose.

Si sono appiattiti, questo si, su un clichè. Da cui questo lavoro cerca in qualche modo di tirarli fuori in maniera credibile.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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