GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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LUIGI TENCO – Tenco (RCA)  

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Non ho mai perdonato a Tenco la banalità di quel sacrificio compiuto sull’altare fiorito e benvestito del Festival della Canzone Italiana. Una beffa, quell’epilogo senza possibilità di appello, che ci ha privato del miglior cantautore dell’epoca facendocelo giocare al tavolo verde del successo effimero, delle canzonette, delle gare. Lui che non era uomo avvezzo alle competizioni, che lasciava passare chi da dietro strombazzava per superare la sua Alfa Romeo. Lui così fatalista eppure così poeticamente sospeso fra promesse d’amore eterno e di vite migliori, così sensibile alla noia e così refrattario alla mondanità. E infine così pronto ad immolarsi per un pubblico che non l’aveva compreso e che se lo farà piacere suo malgrado, proprio per lavarsi la coscienza da quella tragedia.  

Pochi mesi prima di quella tragica notte in cui “presero il vino e ci lavarono la strada” era uscito Tenco, album che alla sua consueta canzone d’amore dolorosa e struggente, chiazzata di malinconie così profonde da perforare anche gli stomaci più robusti, ammalata di un’accidia così apatica, da una svogliatezza così masochista da risultare insopportabile, assetata di attenzioni così ascetiche e così nemiche della frivolezza tipiche della sua scrittura (Un giorno dopo l’altro, il nuovo arrangiamento di Vedrai vedrai, Un giorno di questi ti sposerò, Lontano, lontano) coniuga qualche frizzante beat al passo coi tempi “capelloni” (Io sono uno, Come tanti altri, Ognuno è libero, E se ci diranno, Ma dove vai) che lo rende brioso, ironico e pungente seppur disomogeneo nella forma e nei contenuti lasciandoci solo percepire, annusare, intuire con fugace e superficiale ammirazione quel che Tenco ci avrebbe con perfidia sottratto sotto il naso lasciandoci per sempre uno stiletto infilzato al cuore e un sepolcro sotto la moquette del Teatro Ariston.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

IGGY POP – Avenue B (Virgin)  

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Ecco cosa dovremmo chiedere a Zio Iggy oggi, se non avessimo la pretesa assurda che continui a saziare appetiti ormai sopiti.

Dovremmo chiedergli un disco dove è l’anima e non l’animale a venire fuori.

Dovremmo chiedergli di sedersi e raccontarci qualche bella storia. Senza pretendere che si spogli e ci mostri l’uccello ancora una volta. È la via discorsiva che faceva capolino già su Brick by Brick ma che tuttavia Iggy ha spesso dovuto zittire per farci contenti, per fare il suo spettacolino di folklore rock ‘n roll proprio come certi indios liberati dalle riserve e costretti a suonare il flauto di pan dietro le bancarelle nelle sagre di paese e che invece qui trova finalmente il coraggio di assecondare realizzando un disco intimista di una bellezza assurda, carnale ed elegante assieme, grazie ad un team di musicisti di gran classe.

C’è una libidine strisciante, una lussuria che, a differenza di quella di Raw Power, è destinata ad implodere. Come quando vai da una prostituta e paghi solo per parlare. Ecco, Avenue B è un po’ così. Le luci sono soffuse ma la stanza odora di sesso, profuma di uomini e donne diverse che si sono fermati qualche ora, qualcuno una manciata di minuti. Un po’ come nelle nostre vite, affollate di gente che va di fretta portando a spasso un dolore vestito in abiti eleganti che ogni tanto alza una zampa per pisciare ai piedi di un albero o sulla curva di un copertone.

Non c’è angoscia, dentro Avenue B. Ma c’è molta di quella voglia di raccontare la propria anima che si può trovare in alcuni dischi di Nick Cave e di Johnny Cash.  

Una bellissima versione di Shakin’ All Over e il funky abraso di Corruption vengono infilate dentro a spezzare il ritmo persuasivo del disco, a creare qualche increspatura, qualche altra ruga nel viso già scavato di Iggy, il Dio nudo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

RINO GAETANO – Ingresso libero (It)  

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Una sequenza di piccoli mattoni e una porta malmessa, bruciata dal sole dalla cui maniglia ciondola un cartello con scritto Ingresso libero.

Così, graficamente il cantautore di Crotone Rino Gaetano fa il suo curioso ingresso nel mondo della musica.

Ma a ben guardare il ventiquattrenne Rino sta già lasciando l’edificio. È già entrato, si suppone. E ora sta andando via con passo deciso. Come se fosse appena uscito dopo aver incontrato qualcuno. La storia ci rivela che in effetti è andata proprio così: dietro quella porta Rino Gaetano ha appena incontrato Agapito Malteni, Crotonese anch’egli, ora di pianta a Manfredonia dove fa il macchinista ferroviere.

Il revisionismo complottista cui le straordinarie coincidenze e oscure citazioni dei testi di Gaetano inevitabilmente porteranno a rileggere la sua storia dopo la sua morte (anch’essa descritta con minuziosa precisione da lui stesso su una delle sue primissime canzoni) ci dirà che invece forse no, non è andato ad incontrare un proletario meridionale qualsiasi ma è appena uscito dopo essersi affiliato alla Massoneria, stringendo un patto laico col diavolo pur di scalare i gradini del successo.

Comunque sia, la storia di Agapito Malpeni è una delle prime storie di antieroi sociali che Rino Gaetano ci racconterà nella sua brevissima carriera. Uno dei suoi più viscerali atti di amore per quel Sud che egli stesso sarà costretto a tradire per inseguire un sogno, ché a sud di Roma i sogni fanno fatica ad attecchire. Al di là dei facili e voluti rimandi di Agapito Malteni il ferroviere a due canzoni come La locomotiva di Guccini e Il bombarolo di De André, Ingresso libero è accostabile per temi ed ispirazione a quel capolavoro che è Il giorno aveva cinque teste scritto da Roberto Roversi e musicato da Lucio Dalla. Se l’occhio puntato a Sud di Rino Gaetano è un occhio velato dalla cataratta della malinconia, l’altro occhio è libero di esorcizzare tutto con filastrocche e giochi lessicali ineguagliabili, che già si ravvisano qui in A Khatmandu e che saranno sempre presenti nella sua scrittura (Glu glu, Nuntereggaepiù, Standard, Su e giù), usando un linguaggio libero dalle prigioni ideologiche del cantautorato italiano classico e mediato da un’ironia e una satira giullaresca. È questo strabismo artistico a rendere Rino Gaetano sin da subito un personaggio atipico, istrionico, sfuggente (come nello scatto di copertina) nel panorama italiano.

Ad un passo dal cantautorato impegnato ed uno dalla canzonetta.  

Libero, come l’ingresso del portone dietro cui vive e lavora Agapito Malteni, ferroviere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ALEXANDER SPENCE – AndOarAgain (Modern Harmonic)

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Tempi di vacche magre anche per la Sundazed che si vede costretta ad affidare alla piattaforma Dropbox la promozione delle sue ultime operazioni discografiche. Ma in barba ai tempi, Oar di Alexander “Skip” Spence ne esce invece ingrassatissimo. Una mastodontica versione in triplo CD è l’ultimo lauto pasto messo insieme dall’etichetta newyorkese sfruttando la consueta formula delle sue cucine: due parti di scienza e otto di divertimento.

Oar è uno dei dischi che appartengono più alla leggenda che alla storia del rock. E per due motivi ben precisi: il primo è che non è in alcun modo uno di quei lavori che impongono alla storia un’accelerazione o una svolta. Avrebbe potuto tranquillamente non essere mai pubblicato e il mondo del rock o del folk avrebbe proseguito la sua corsa senza accorgersene. Il secondo motivo è che, vista la sua scarsa reperibilità in pochissimi l’hanno davvero ascoltato, almeno fino a quando l’avvento di internet non ha permesso a quella nicchia di furetti del vinile di allargarsi a dismisura incuriositi dal racconto di qualche “papà” biologico o adottato. Un disco di culto. Forse IL disco di culto per eccellenza, anche per decine di rockstar ben più fortunate, Beck, Julian Cope e Mark Lanegan in primis.

Oar è già all’epoca della sua pubblicazione (19 Maggio 1969) niente più che una raccolta di provini. Dodici nella sua forma iniziale, poi praticamente raddoppiate nelle varie ristampe che dagli anni Novanta a oggi si sono susseguite. Abbozzi di canzoni che Spence vuole fermare su un nastro a bobine prima che volino via dalla sua testa sempre meno lucida.

Quella che con buona approssimazione si potrebbe azzardare a definire come la versione definitiva di quel lavoro vecchio di quarant’anni prevede oltre al disco originale (o meglio, alla versione extra già pubblicata nel 1999) due cd supplementari, uno intitolato Or e l’altro More, contenenti tutte le session di registrazione di quei giorni di Dicembre del ’68, con versioni alternative a quelle poi uscite su disco (come la Diana suonata su una chitarra a dodici corde) o pezzi rimasti fuori dal lotto ormai di dominio pubblico, come I Want a Rock & Roll Band o I Got Something For You e altri abbozzi, improvvisazioni, accenni, aborti spontanei o indotti (a Spence piace fermare su nastro le proprie idee, anche le più stravaganti abbiamo detto. Ma ovviamente non è lui a pagare lo studio e quei nastri non sono infiniti, NdLYS).

Siamo dentro un sito archeologico, non dentro un semplice disco. Ragion per cui, se vi piace collezionare reperti del passato come fossero feticci, fate pure posto nelle vostre teche. Se vi piace invece solo curiosare tra i musei, soprattutto quando c’è la possibilità di farlo a prezzo ridotto, procuratevi tranquillamente l’Oar classico. Che è tempo di vacche magre, dicevo in apertura.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LUCIO DALLA – Duvudubà (Sony Music)  

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https://twitter.com/francescoassisi/status/175179782793867266.

Con questo Tweet postato alle ore 12.24 dell’1 Marzo 2012 i frati francescani della basilica di San Francesco d’Assisi danno al mondo intero la notizia della morte di Lucio Dalla, cogliendo il mondo alla sprovvista. Nessuno ha ancora diramato la notizia, neppure le agenzie di stampa: Lucio Dalla ha stupito tutti ancora una volta, suo malgrado.

Quel giorno la musica italiana perde il suo gremlin dispettoso. L’artista che ha dato un senso tutto suo alla musica d’autore italiana, trovando una strada che non fosse quella già tracciata dai cantautori francesi o americani e neppure quella asfaltata e comoda che si fermava spesso negli autogrill della canzone melodica. Un artista che si adatta a tutti gli abiti di scena, da quelli jazz a quelli a quelli bitt, da quelli della romanza a quelli del prog a quelli della canzonetta, da quelli del barbone (è così che si veste, mendicando addirittura davanti alle porte dell’Ariston, quando lo chiamano a partecipare a Sanremo) a quello dell’elegante artista venerato dal popolo come un piccolo Napoleone peloso, scoprendo via via che gli stanno stretti tutti.

Quel Primo Marzo dunque l’Italia si sveglia più povera. E di molto.

E siccome in Italia le celebrazioni dei morti non finiscono mai, ecco arrivare l’ennesima commemorazione. Duvudubà, l’onomatopeico titolo scelto come omaggio allo “scat” tanto amato da Dalla e che ne caratterizzerà il personaggio al pari dei suoi occhialetti rotondi, riavvolge nuovamente il nastro sulla carriera del cantautore bolognese (saltando però a piè pari le prime produzioni degli anni Sessanta) regalandoci, oltre a materiale poco conosciuto, anche un inedito assoluto: Starter è una canzone priva di un vero e proprio gancio melodico, di un ritornello, di un volto riconoscibile. Rotola sulla schiena spinta da una voce da orso su un morbido tappeto elettronico fino a concedersi ad un assolo di sassofono che è simbolicamente l’abbraccio finale di Lucio al suo pubblico e a se stesso, alla sua storia. Così piace pensarlo a noi che siamo uomini piccoli e romantici facili alla commozione quando è invece più verosimile si trattasse di uno dei tanti burattini di legno cui Lucio si dedicava tornando di tanto in tanto a soffiargli il soffio della vita perché camminasse da solo. 

La rimasterizzazione dei 70 pezzi (quella a 192 kHz dell’Archivio del Suono che recentemente ha “ritrattato” tra gli altri i cataloghi di Battisti e De André e che attraverso un processo di ridigitalizzazione dovrebbe riportare la qualità dei master alla qualità originaria da studio, anche se va detto che il risultato, pur eccellente,  viene in parte neutralizzato dalla normale riproduzione domestica, NdLYS) rende giustizia alle canzoni già magnifiche degli anni Settanta, rendendo gli abissi di Com’è profondo il mare ancora più abominevoli e il basso de La signora un martello che ci inchioda al nostro perbenismo di facciata, alla nostra croce borghese da portare in processione lungo la nostra via crucis quotidiana. Nonostante la cospicua cornucopia di canzoni, restano infatti quelli lanciati nel camino della musica italiana tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta i ceppi con cui Dalla ci ha scaldato di più e meglio. E  difatti più di un terzo della scaletta si risolve in quel cinquennio formidabile che ci portò in dono canzoni come Cara, L’ultima luna, Disperato erotico Stomp, Futura, La sera dei miracoli, Milano, Stella di mareIl cucciolo Alfredo, Quale allegria, Anna e Marco, Cosa sarà scivolando poi nelle inevitabili Caruso, Piazza Grande, Ciao, Attenti al lupo, Vita e Se io fossi un angelo che tanto piacciono alle mamme e ai bambini facendo di Lucio Dalla uno dei veri artisti trasversali della storia della musica popolare italiana.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TOM WAITS – Rain Dogs (Island)  

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Gli uomini sciancati di Swordfishtrombones finiscono dentro Rain Dogs, pronti a ricevere altri calci. Camminano coi loro cappottacci, urinano ai bordi delle strade e si accucciano sul loro stesso piscio, appallottolati in coperte di cartone come dei pacchi regalo che nessuno ha voluto mai aprire, senza neppure ricordare in quale città si sono addormentati o in quale si sveglieranno. Se si sveglieranno.  

Un disco catramoso ed alticcio, questo Rain Dogs.

Un disco che se lo ascolti bene ci senti un nubifragio di pignatte e di cocci di bottiglia e il rumore appiccicaticcio di ogni singola mollica di crosta di pane raffermo. Tom Waits si muove come un fachiro dentro questo letto di schegge, dentro questo tappeto di rifiuti su cui piove sempre. Che se non piove acqua, piovono sputi. Dentro questo universo di uomini dalle barbe di setola che si attaccano al nostro bel mondo come parassiti, vendendoci un ombrello o un orologio di cui non sanno che farsene. Ché è loro tutta la pioggia e tutto il tempo del mondo.  

E voi attenti quando camminate per strada a non imbrattarvi le vostre suole con la loro cacca.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IVAN GRAZIANI – I lupi (Numero Uno)  

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Passando al setaccio tutti gli anni Settanta non sono tantissimi i casi di cantautori italiani che siano anche dei validi strumentisti. Ivan Graziani, assieme a Branduardi e pochissimi altri, è una di quelle eccezioni che confermano questo assunto. Quasi una mosca bianca.

Abilissimo chitarrista e gettonato session-man Ivan Graziani lavora a I lupi, il primo disco a definirne finalmente lo stile con cui diventerà famoso, con un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato con Venditti, De Gregori, Battisti, ha scongiurato per un pelo di diventare il vocalist ufficiale della Premiata Forneria Marconi ed è passato attraverso il beat e il progressive. Nel frattempo ha affinato una tecnica chitarristica invidiabile che trae spunto sia dalla tradizione folkloristica italiana che da quella di chiara ascendenza americana e britannica. Se nei tantissimi dischi dei “colleghi cantautori, eletta schiera” la chitarra è usata prevalentemente come accompagnamento e umile tappeto sonoro per le liriche, nei dischi di Ivan Graziani essa assume invece un carattere centripeto o perlomeno equipollente al contenuto lirico/emozionale. È come l’asta per l’atleta impegnato nel salto che dall’attrezzo usato prende il nome. Su quell’attrezzo ginnico Ivan Graziani costruisce la sintassi della sua musica, cesellando riff e strumming prevalentemente di timbro acustico o semiacustico ma con un carattere deciso, prorompente, vitale. Ne escono fuori piccole perle come I lupi, fantastico brano che coniuga il tema della diserzione con i richiami alle montagne abruzzesi da lui tanto amate, Motocross, Il topo nel formaggio, Il soldo e la malinconia struggente di Lugano addio, prototipo di una tristezza evocativa e di quelle numerosissime figure sfuggenti di donna che non mancheranno mai di fare capolino nei dischi del cantautore abruzzese.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HARLAN T. BOBO – A History of Violence (Beast)  

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Ne era passato di tempo! Otto anni circa, dal suo terzo album.

Un tempo lunghissimo durante il quale il tristo mietitore ha razziato sulla prateria del rock portandosi via un numero impressionante di artisti. Onestamente, pensavo fosse stato poco clemente pure con lui. Invece ho scoperto che in questa lunga assenza il musicista americano ormai naturalizzato francese ha dedicato gran parte del suo tempo al figlio e a cercare di riattaccare un matrimonio che è invece andato in frantumi come il vetro del ritratto usato per la copertina di A History of Violence, dedicandosi alla musica solo saltuariamente (ad esempio incidendo un disco di demente glam alla Dandy Warhols a nome The Fuzz col fratello Hector). Il nuovo disco viene concepito a Perpignan, dove Harlan vive ormai da quattro anni, ma realizzato a Memphis grazie al crowfunding lanciato in rete per sovvenzionare gli spostamenti e l’affitto degli studi. Il suono è meno ricco rispetto ai dischi precedenti. Armonica, violoncello, pianoforti e organi sono stati aboliti quasi del tutto (anche se quando affiorano, come nella Ghost che è un autentico bagno nel Nick Cave di The Boatman’s Call, è un gran bel sentire) in favore di un semplicistico suono basato sulle chitarre. Rimane invece il tono da confessionale tipico delle sue produzioni, quella cadenza malandata e dolente che da Lou Reed arriva fino a Mark Lanegan. Ma c’è anche una bella rabbia che si fa strada su pezzi come Paula o Spiders, corse a perdifiato tra le rovine del cow-punk che fu. Una strada che Harlan farebbe bene a percorrere più di frequente. Che delle lagne ormai ci siam rotti le palle un po’ tutti.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PETER GABRIEL – So (Charisma)

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Peter Gabriel fu l’uomo-alieno dalle antenne invisibili.

L’uomo-alieno in grado di percepire, nel pieno della corrente prog, che quei mondi fatati di cui anche i suoi Genesis cantarono, erano destinati ad essere spazzati via da un’onda violentissima che era lì lì per abbattersi sull’Inghilterra, seppellendo quei paesaggi immaginifici per un tempo abbastanza lungo per potersene prima dimenticare e poi, sentirne la nostalgia. Gabriel a quel punto si era reinventato uomo, addirittura uomo-scimmia. Masticando bacche che erano già intinte nei succhi della new-wave, l’onda anomala che la profezia aveva annunciato. I suoi primi quattro dischi erano nati così, figli dell’uomo-reinventato.

So arriva a metà degli anni Ottanta.

Arriva in un periodo fondamentale, ovvero quando i grandi reduci si stanno reimponendo al pubblico mainstream grazie al supporto dei video musicali che garantiscono visibilità e penetrano nei salotti: è il momento in cui Sting, i Queen, i Simple Minds, David Bowie, addirittura Iggy Pop escono fuori dalla tv e ballano assieme agli impiegati durante il loro riposo infrasettimanale. Una sorte cui non si sottrae neppure Peter Gabriel, forte di un video colossale (sarà il detentore del record come la clip più trasmessa su MTV per qualche anno) come quello che accompagna Sledgehammer, sorta di soul tecnologico pensato per l’uomo ingordo ed ipermoderno di quel decennio, dove i fiati e il basso astronomico di Tony Levin (ah, dimenticavo, il successo di massa riguarda solo chi tiene il microfono in mano e ci mostra la faccia dallo schermo tv, il resto rimane roba di culto, NdLYS) si gonfiano come le tette che i chirurghi estetici negli anni Ottanta realizzano con frequenza e precisione crescenti.

Come fosse la trionfale overture dell’Aida, So viene spinto verso un successo popolare inimmaginabile, aiutato anche dal fatto che per la prima volta sfoggia una copertina da classica discoteca borghese. Peter Gabriel e il pubblico si vengono incontro reciprocamente, inchinandosi l’un l’altro fin quasi a cozzare le teste.

Gabriel capisce, da ex-alieno con le antenne, che il momento di sperimentare è terminato (magari relegando la ricerca alla parallela discografia di colonne sonore) e che è arrivato il momento di “ingrandire”. So è il Gabriel dalle vetrine ampissime e stipate di tanti ninnoli e suppellettili quanto l’occhio del passante non riesce neppure a cogliere. Lampadari sfavillanti accanto ad esotico piattellame terzomondista messi in mostra da chi della volpe ha appeso al chiodo il costume ma non la furbizia, per un campionario che soddisfa i palati più raffinati (Mercy Street, immensa distesa di sabbia dove mettere a riposare la carovana nomade oppure la ballata per geishe occidentalizzate di This Is the Picture) e quelli più kitsch (Big Time, con tutti gli sbrilluccichìi tipici del funky anni Ottanta), gli spiriti romantici (il duetto svenevole di Don’t Give Up) e quelli più avventurosi (We Do What We’re Told, sorta di declivio che trasporta il Bowie berlinese fin dentro il porto di Bristol, NdLYS), abominevole plastica del mondo al di qua della Cortina e riciclati tessuti provenienti da tutti i mondi in coda al Primo.     

Dietro il bancone si aggira un team colossale: Nile Rodgers, Kate Bush, Stewart Copeland, Laurie Anderson, Bill Laswell, Mark Rivera, Wayne Jackson, P.P. Arnold, Yossou N’Dour, Daniel Lanois, Shankar, Tony Levin, Jerry Marotta.

Come sedersi in cima al mondo a guardare le scie delle comete.

Gabriel si alza con volo di arcangelo, sapendo che domani nulla sarà come prima.    

                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro