VASCO ROSSI – Non siamo mica gli americani! (Lotus)  

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Nel 1979 il popolo di Vasco non esiste ancora. Vasco Rossi è solo il direttore di una radio libera che ha appena finito di essere libera, comprata dai soldi del PCI e che, grazie all’incoraggiamento dell’amico Gaetano Curreri, sta provando a portare le sue canzoni nei club di Modena e Bologna.

Le prime le ha già messe su disco l’anno precedente, senza che nessuno se ne accorgesse.

Le altre le mette su album l’anno dopo, in quello che è uno dei dischi più belli del cantautore emiliano, ancora libero dal ruolo di imbonitore trasgressivo che lo imprigionerà per decenni e capace di una scrittura carica di un’ironia al limite del surreale e di ostentare un approccio disincantato e disinibito nei confronti dell’altro sesso e uno spregio delle regole che può essere, e lo sarà, generazionale.

Mancando ancora il “personaggio Vasco”, in grado di annullare ogni termine di paragone per diventare, pericolosamente, simile solo a se stesso, Non siamo mica gli americani! mostra un autore capace di raccordare Finardi (i ritmi fusion di Quindici anni fa e Io non so più cosa fare sono intinti nello stesso Sugo® del cantautore milanese), Jannacci e la premiata ditta Cochi e Renato (lo sketch in salsa dixie di Va bè, se proprio te lo devo dire, lo scherzo onomatopeico di Faccio il militare), Rino Gaetano (il ritratto di La strega) e una ispirazione ancora fervida che riesce a trovare modelli espressivi diversi (la totale mancanza di ritornelli delle tre canzoni più belle del lotto: Fegato, fegato spappolato, Sballi ravvicinati del terzo tipo, Albachiara) e che allontana Vasco Rossi dalla generazione dei “cantautori impegnati” creando, proprio con Rino Gaetano, una strada trasversale per la musica d’autore.

Che la gente, sentendo aliena, chiamerà “rock” e che invece di rock aveva solo la voglia di sputare su tutto e su tutti. Noi compresi.

Ma Non siamo mica gli americani! mostra soprattutto un Vasco Rossi privo dai vincoli espressivi che il suo ruolo di agitatore di folle gli imporrà e da cui non riuscirà (e non vorrà) più a scappare.

È il Vasco Rossi ancora libero.

Affrancato dal peso di dover dire per forza qualcosa che finirà su uno striscione, un adesivo, una maglietta e dall’obbligo di difendere e propagandare la forza del suo brand Vasco Rossi mostra un se stesso ancora carico di mistero.

 

                                                                                        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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IACAMPO – Fructus (Urtovox/Ala Bianca)  

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Marco Iacampo è cantautore dotato di garbo. Le sue canzoni hanno quel misurato tepore tropicale che abbiamo trovato spesso fra i dischi di Avion Travel, di Fabio Concato o, con più esuberanza, di Mario Venuti e, come quelli, vive di toni educati e colori moderati, primaverili.   

Dentro c’è una cosa come Le mie canzoni che è un pezzo che farebbe mordere le mani a Motta per quel minimalismo cromatico che riesce a penetrare sotto la pelle. Ma la scrittura di Iacampo è ricca di quella tenerezza e di quella fiducia nel futuro e negli altri che manca a Motta e che sfocia nell’ottimismo di pezzi come La vita nuova, Dividi il pane, I demoni, Dormi fino ad un giorno nuovo. La sua musica ha le punte arrotondate come le forbici per i bambini dell’asilo.

Ci rassicura su un amore miracoloso che può ancora aprire le sue ali per proteggerci dalle ingiurie del mondo e sollevarci in alto come l’ombrello di Mary Poppins.

Sulla succosa genuinità dei frutti.

Sull’avvicendarsi prodigioso delle messi e delle stagioni.

Sull’altruismo che ricompensa di ogni atto generoso.

Sui cerotti che rimarginano le ferite. Quando in realtà le nascondono soltanto.           

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

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Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GIORGIO GABER – Le donne di ora (Fondazione Giorgio Gaber)  

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Gaber e Fossati si annusano l’un l’altro già all’epoca di La mia generazione ha perso.

Il primo lo vorrebbe come produttore, come raffinato “sarto” per le canzoni che sta preparando quando la malattia lo sta già divorando. Il secondo ambirebbe ad averlo al suo fianco per un progetto poi abortito di spettacolo teatrale. Alla fine ad occuparsi del disco di Gaber finirà una buona parte dell’entourage di Fossati (il figlio Claudio, Riccardo Tesi, Pietro Cantarelli, Beppe Quirici) ma non il cantautore genovese, troppo impegnato nel suo progetto Not One Word.

Quella collaborazione si realizza, prodigio della tecnica, oggi. A quindici anni dalla morte di Gaber. Si intitola come quella canzone che Gaber progetta come estratto dall’ultimo album cui riesce, tra mille sofferenze, a lavorare. Ma quel pezzo, Le donne di ora, non solo non verrà pubblicato come singolo ma, in un ultimo ripensamento, verrà addirittura eliminato dalla scaletta di Io non mi sento italiano.  

Quel pezzo, di cui si era già parlato nella bella biografia scritta da Sandro Neri un decennio fa, riaffiora mentre Fossati ha già pensato di “restaurare” una parte del repertorio di Gaber per consegnarlo in mano ad una generazione che vede in lui un nome intoccabile ma che, nei fatti, non ne conosce forse nessuna canzone. È dunque un disco che ha più valore “didattico” che altro. Un sunto molto, molto ristretto (“tascabile” lo definisce Fossati) su un arco temporale di contro molto ampio del Gaber autore di canzoni.

Un’operazione sicuramente azzardata e molto poco “propagandistica”, vista la scelta delle quindici tracce selezionate in un repertorio vastissimo da cui sarebbe stato gioco facile prelevare canzoni e “ammonimenti” ad effetto (I reduci, La peste, Qualcuno era comunista, La libertà, Destra-Sinistra, I borghesi, Io se fossi Dio, tanto per dirne di qualcuna). E invece no, Fossati e la Fondazione guidata dalla figlia Dalia scelgono di sviscerare soprattutto il Gaber un po’ demodè di Porta Romana, Le strade di notte, Chissà dove te ne vai, La ballata del Cerutti, addirittura quello della Rolling Crew disinnescando di fatto il rischio di illecita adozione politica di cui Gaber è stato suo malgrado spesso vittima. Le donne di ora ha dunque un basso profilo e ci restituisce in gran parte il Gaber meno attuale, meno pungente, meno guerriero, forse anche quello meno necessario e dubito fortemente che possa far breccia nel cuore delle nuove generazioni, per le quali forse sarebbe il caso di elaborare un secondo lavoro più concettualmente controverso ed intrigante.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PAOLO CONTE – Paolo Conte (CGD)  

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Paolo Conte è, più che un cantautore, uno stato d’animo.

Questa è l’enorme distanza, impossibile da coprire, fra lui e gli altri.

Paolo Conte racconta un mondo tutto suo, un mondo elitario, atavico ed appartato, tutto vissuto fra stanze d’albergo, teatri, calici, orchestre e sale da ballo. Un mondo impermeabile ai fatti di cronaca, alla politica, agli astrusi viaggi filosofici e che del mondo esterno accetta o subisce solo le lusinghe o gli inganni meteorologici. Vento, sole e pioggia servono da coreografia all’intimità delle vicende, accentuano il dramma, i toni grotteschi, la malinconia, la comicità della sit-com che l’Avvocato racconta in fotogrammi sempre diversi ma tutti legati al tema della pellicola, creano un microclima da acquario umano dentro cui i protagonisti delle storie del cantautore si muovono come pesci bipedi ammiccanti e taciturni che si corteggiano senza mai cedere del tutto all’affondo carnale ma concedendosi invece totalmente alla passione meretrice e adulatoria che sottende alla passione, la accende e la governa.

Nell’84 se ne esce con un disco omonimo, l’ennesimo, che sembra un eccesso di modestia e che invece è un trionfo di poesia. Un disco dove quel mondo invade ogni cosa e straripa, ci sommerge e ci trascina dentro facendoci “abitare” quelle storie, come se ne fossimo i protagonisti e ci guardassimo muoverci dentro quel film, raggiunti da quella confidenzialità che ci mette in grado di immedesimarci in quegli odori e in quei suoni fino a sentirli veramente, fino a permetter loro di cambiare l’arredamento della nostra stanza rendendolo sovrapponibile a quello tutto ciniglia e taffetà che Paolo Conte descrive con raucedine ammiccante.

Portandoci nel suo mondo. Che è un mondo incantato di uomini e di donne. Del tutto diverso da quello che vedremmo scostando quelle pesanti tende di velluto.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MOTTA – Vivere o morire (Sugar)  

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Le canzoni di Motta si muovono dentro uno spazio limitatissimo. Sono pagine personali, intime, private che diventano canzoni quasi accidentalmente. I protagonisti e le città sono le persone e i luoghi in cui lui si è imbattuto. Le storie sono storie ordinarie, consuete, addirittura banali. Le domande sono quelle classiche della sua generazione, tanto che anche Diodato se ne è poste di analoghe, giusto qualche mese fa. Sono dubbi, paure ed incertezze che sono dunque private ma universali allo stesso tempo, in quanto è facile innescare il meccanismo dell’identificazione, soprattutto con chi ha un’età anagrafica prossima a quella di Motta. Ed ecco perché alla fine le sue canzoni piacciono a tanti e vedremo cantare La nostra ultima canzone all’unisono al Festival del Primo Maggio, come se stessimo assistendo ad un concerto di Vasco Rossi. E così via, per tutti i giorni di Maggio che verranno e per i mesi successivi. È un po’ come quando posti la foto degli zoccoli di legno su Facebook con su scritta la frase “se anche tu li hai calzati, condividi” e la gente condivide. E si sente gruppo, pur senza esserlo mai stato.    

La musica del cantautore livornese è fondamentalmente statica e se ha un piccolo moto è sempre ondulatorio, mai sussultorio. Non ha slanci o picchi emozionali determinanti. Si nutre di pochissimo. Le sue canzoni girano tutte intorno ad un’idea minimale, essenziale, senza grossi addobbi e con una fortissima messa a fuoco sulla voce, sul tono confidenziale e sulla condivisione del racconto. E questa volta lo è addirittura in maniera più netta ed evidente. Anche graficamente la differenza col primo disco è solo un dettaglio di colore, di luce. Stavolta di una tinta più cupa rispetto a quella di due anni fa, a sottolineare come l’atteso appuntamento con la felicità dei post-vent’anni sia stato disatteso.

Ma l’inquadratura è a totale appannaggio del protagonista.

Non c’è spazio per altro. Neppure per la felicità, qualsiasi cosa essa sia.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

EDOARDO BENNATO – Burattino senza fili (Legacy Edition) (Sony Music)  

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L’ho rimesso su e ho avuto un brivido. Forse ancora più intenso, più profondo di quello che ebbi allora. Anzi, sicuramente.

Burattino senza fili fu i miei sette anni.

Il MIO ’77. ‘che io manco sapevo fosse il Settantasette, per dire.

Quel che mi catturò allora fu, ovviamente, il legame con la favola della mia infanzia, l’unica che mi avesse sempre appassionato, la sola che possedevo fisicamente in una vecchia edizione di qualche decennio precedente. Mi piaceva la capacità di Bennato, mia ossessione musicale di quegli anni, di dar loro una tridimensionalità, di renderli cosa viva. E intanto che l’ascoltavo, la forza metaforica, allegorica di quelle canzoni penetrava, insidiosa, dentro di me e si insinuavano in me la diffidenza verso gli altri e l’avversione verso l’ordine costituito, verso i grandi burattinai della storia. Me ne sarei reso conto molto più avanti, in adolescenza ormai compiuta. Burattino senza fili fu uno dei dischi che mi “educò”, che sagomò gran parte del mio carattere, che forgiò la piombatura alla mia indole. Molto di quello che penso adesso e come lo penso adesso lo devo a quel disco. E a quella favola.

Le grandi celebrazioni del ’77 ci hanno riportato, fra le altre cose, quel disco. Che entra di diritto fra i dischi più belli di quell’anno e che costituisce il capolavoro espressivo di Edoardo Bennato, la sua risposta definitiva, vincente alle accuse di “tradimento” della cultura popolare di cui aveva parlato quattro anni prima su Rinnegato. Il primo disco, ironia della sorte, in cui il fratello Eugenio non è presente in studio. L’adesione ai modelli stilistici d’oltreoceano è tangibile e concreta più che mai, volutamente parodistica, quasi a sottolineare come la burla, l’inganno si nascondano quasi sempre dietro un gesto familiare, schietto, apparentemente sincero.

Il rock ‘n roll, il blues, il folk-rock, il twist e addirittura i valzer di Strauss diventano metafora nella metafora e cristallizzano nella memoria collettiva i personaggi come fossili di molluschi dentro le conchiglie. Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, il Grillo Parlante, i gendarmi, la Fata Turchina, il giudice e Pinocchio stesso, raggirato dagli amici e dalle astuzie dei nemici, soffocato dal potere, manovrato da mille fili invisibili (ad onor del vero, tecnicamente Bennato lo trasforma dunque in una marionetta, visto che il burattino non è manovrato dall’alto ma dal basso ed è quindi, per sua stessa costruzione, privo di fili, NdLYS) diventano personaggi non solo attuali ma, riascoltati oggi, perpetui. Lo psicodramma del Burattino senza fili si snoda lungo otto canzoni che entrano tutte con prepotenza e successo (sarà l’album più venduto in Italia per quell’anno) nell’immaginario e nel repertorio improvvisato di quella generazione. La mia.

La versione Legacy, da non confondere con la versione riveduta e corretta pubblicata pochi mesi prima in allegato a Sorrisi e Canzoni, affianca al disco originale un secondo cd intitolato Canzoni senza fili, con pezzi successivi e già editi che si muovono nello stesso paesaggio Collodiano di quell’album e belle versioni ruspanti e nude di quelli che, in quelle date che vanno dal 19 Dicembre del 1977 al 18 Settembre del 1981, sono ormai degli standard della canzone italiana. Sempre sul cd “gemello” troviamo un paio di registrazioni dell’edizione francese del disco, tradotte dal madrelingua Antoine (che poi inciderà sul suo disco Solitaire, un tris di canzoni di Bennato in francese, NdLYS) e reincise nella lingua napoleonica da Bennato nel 1978 ma alla fine mai pubblicate. Curiosità e reperti per appassionati, certo. Ma la magia di Burattino senza fili, l’alchimia che ne fece il capolavoro che fu e che resta, è tutta chiusa in quei trentasei minuti che la nostra voracità ci impone sempre, quantomeno, di raddoppiare.                   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IVANO FOSSATI – La pianta del tè (CBS)  

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Il disco alchemico di Ivano Fossati per eccellenza esce nel 1988.

È intitolato alla pianta del tè e di quella pianta porta l’aroma.

E del viaggio ancora una volta disegna la rotta metafisica più che quella turistica, anche se è il Sudamerica stavolta la terra più esplorata, tra flauti andini e passi di rumba, spruzzi d’acqua gelata e belle signore che si riparano dal maestrale durante le traversate transoceaniche, marinai che nascondono le cartoline di Genova sotto le bussole, fanciulle che diventano donne spinte dal vento d’estate e gente di riviera inadeguata alla futilità che la spiaggia richiede come pegno ma orgogliosa di vivere in una città che “si vede solo dal mare”. Gente abituata all’attesa, senza sapere esattamente di cosa o di chi.

Che qualcosa o qualcuno arriverà.

Forse proprio per l’ora del tè.

Che il caffè è troppo lontano.

E c’è sempre qualcuno pronto a leggerne il fondo.

E a dirci qualcosa che non vogliamo sentire.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RINO GAETANO – Mio fratello è figlio unico (It)  

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Qual’era la dote più grande di Rino Gaetano? Quella di raccontare cose serissime nascondendole dietro un apparente, svagato e dissacratorio non-sense.

Raccontare la vita pubblica e privata degli italiani farcendola con una glassa di ironia pungente: questa era l’arte di Rino Gaetano. Descrivere l’amarezza delle vite comuni fotografando la loro ovvietà dentro una cornice di accadimenti storici che le sfiorano o a volte le trascinano con se, travolgendole. La normalità che diventa eroica senza compiere nessun atto eroico, proprio per la consuetudine e la piccolezza che usano come esile scudo. Vite fatte di poco, amori “fatti di niente”, feste di paese, lavori salariati. Cantati con la facilità che piace alla gente normale. Evitando come la peste la retorica militante, i suoni e il linguaggio ricercato, le ambasciate dalle segreterie del partito. Riadattando se stesso al livello dei protagonisti delle sue canzoni e mettendo queste allo stesso livello del suo pubblico, Rino Gaetano compie la sua piccola grande rivoluzione. Scende dal piedistallo cantautorale degli anni Settanta e si dona alla pari.   

Canta l’emarginazione dell’amore e del lavoro e la solitudine che ne deriva, la delusione per le promesse non mantenute, per i sogni mai raggiunti, per i pensieri non pensati che poi ti vengono a cercare in sogno e si sfaldano con la luce del giorno o diventano spettri alla luce itterica di qualche pensilina della stazione, mentre aspettiamo il solito treno su cui ancora una volta non saliremo.

I protagonisti del suo secondo album sono emarginati per vocazione o per destino. Eroici sfollati senza avere bisogno dello sfollagente. Gente del Sud spaesata dall’emigrazione imposta tacitamente come unica alternativa a un futuro color marrone. Costretti a lasciare le case popolari della Calabria per abitare le cooperative grigie degli appaltatori del Nord.

Costretti a vedersi derubati del sole ma ancora capaci di farsi abbagliare da una contadina bianco vestita. Ancora custodi di una purezza difficile da raschiare via.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro