IVANO FOSSATI – La pianta del tè (CBS)  

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Il disco alchemico di Ivano Fossati per eccellenza esce nel 1988.

È intitolato alla pianta del tè e di quella pianta porta l’aroma.

E del viaggio ancora una volta disegna la rotta metafisica più che quella turistica, anche se è il Sudamerica stavolta la terra più esplorata, tra flauti andini e passi di rumba, spruzzi d’acqua gelata e belle signore che si riparano dal maestrale durante le traversate transoceaniche, marinai che nascondono le cartoline di Genova sotto le bussole, fanciulle che diventano donne spinte dal vento d’estate e gente di riviera inadeguata alla futilità che la spiaggia richiede come pegno ma orgogliosa di vivere in una città che “si vede solo dal mare”. Gente abituata all’attesa, senza sapere esattamente di cosa o di chi.

Che qualcosa o qualcuno arriverà.

Forse proprio per l’ora del tè.

Che il caffè è troppo lontano.

E c’è sempre qualcuno pronto a leggerne il fondo.

E a dirci qualcosa che non vogliamo sentire.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RINO GAETANO – Mio fratello è figlio unico (It)  

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Qual’era la dote più grande di Rino Gaetano? Quella di raccontare cose serissime nascondendole dietro un apparente, svagato e dissacratorio non-sense.

Raccontare la vita pubblica e privata degli italiani farcendola con una glassa di ironia pungente: questa era l’arte di Rino Gaetano. Descrivere l’amarezza delle vite comuni fotografando la loro ovvietà dentro una cornice di accadimenti storici che le sfiorano o a volte le trascinano con se, travolgendole. La normalità che diventa eroica senza compiere nessun atto eroico, proprio per la consuetudine e la piccolezza che usano come esile scudo. Vite fatte di poco, amori “fatti di niente”, feste di paese, lavori salariati. Cantati con la facilità che piace alla gente normale. Evitando come la peste la retorica militante, i suoni e il linguaggio ricercato, le ambasciate dalle segreterie del partito. Riadattando se stesso al livello dei protagonisti delle sue canzoni e mettendo queste allo stesso livello del suo pubblico, Rino Gaetano compie la sua piccola grande rivoluzione. Scende dal piedistallo cantautorale degli anni Settanta e si dona alla pari.   

Canta l’emarginazione dell’amore e del lavoro e la solitudine che ne deriva, la delusione per le promesse non mantenute, per i sogni mai raggiunti, per i pensieri non pensati che poi ti vengono a cercare in sogno e si sfaldano con la luce del giorno o diventano spettri alla luce itterica di qualche pensilina della stazione, mentre aspettiamo il solito treno su cui ancora una volta non saliremo.

I protagonisti del suo secondo album sono emarginati per vocazione o per destino. Eroici sfollati senza avere bisogno dello sfollagente. Gente del Sud spaesata dall’emigrazione imposta tacitamente come unica alternativa a un futuro color marrone. Costretti a lasciare le case popolari della Calabria per abitare le cooperative grigie degli appaltatori del Nord.

Costretti a vedersi derubati del sole ma ancora capaci di farsi abbagliare da una contadina bianco vestita. Ancora custodi di una purezza difficile da raschiare via.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GIOVANNI LINDO FERRETTI – Sāgā. Il canto dei canti, opera equestre (Sony Music)  

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Quello del recupero della memoria è uno dei temi fondamentali del percorso artistico di Giovanni Lindo Ferretti. Un bisogno divenuto vieppiù pressante con l’avanzare dell’età, coniugandosi con l’esigenza di venire a patti col proprio passato familiare tradito in gioventù con la scelta di quel vagabondaggio artistico e culturale che lo avrebbero portato lontano dalla sua terra per lasciarsi affascinare  dall’iconografia altrettanto rigida, patriarcale, autoritaria, severa di terre come la Germania o l’Unione Sovietica. Uno strappo che Ferretti ha sempre sentito il bisogno di ricucire e che è diventato, dopo la “morte” dei C.S.I. e le brutte vicende oncologiche che le fecero da triste epilogo chirurgico, uno scopo autentico cui spendersi quasi totalmente. Un eremitaggio contadino che lo ha riportato sui luoghi della sua memoria, ovvero quelle della pastorizia e della transumanza dei suoi avi.

E di cui ha impregnato così selvaggiamente la propria quotidianità da farla esondare sul suo percorso artistico, finendo per diventare cavaliere invisibile dietro la sua scuderia di cavalli poco inclini alla frusta e di portarne in giro la loro bellezza fiera e recalcitrante in uno spettacolo equestre di polvere, sbuffi, fieno, sterco, fuoco, redini e some, vigore galoppante e andature ardite. Esce ora l’opera sonora di quello spettacolo itinerante: cantilene salmodiate in lingua italiana e latina che narrano storie di uomini e cavalli, accomunati dal fato per una lunga e violenta fetta della loro vita. Grumi di parole e respiri pesanti, ora accovacciati ora impettiti su musiche rituali che accompagnano le scene di bivacco, di guerra o di fatica declamate da Ferretti. Con lui, a stendere il tappeto di sabbia silicea su cui l’artista/contadino/maniscalco emiliano può sellare i suoi versi, ci sono vecchi compagni come Lorenzo Esposito Fornasari e Luca Rossi degli Üstmamò.

Un ritorno a casa seguendo le orme lasciate dai padri, trovando alla fine la tanto amata Mongolia proprio davanti la porta di casa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOVANOTTI – Oh, vita! (Universal)

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Jovanotti fu, all’epoca delle posse, uno dei bersagli preferiti dalla pattuglia dei primi rapper italiani. Un fenomeno da baraccone costruito da Cecchetto cercando di cavalcare l’onda dell’entusiasmo per i successi di Mc Hammer e Beastie Boys e che usava il rap come semplice esercizio logopedico per curare senza riuscirci la sua esse moscia. Poi però avvenne il miracolo. La esse moscia rimase tale ma Lorenzo Jovanotti cominciò a studiare il mondo. Prima sui libri e poi col passaporto. E quel contenitore vuoto iniziò a riempirsi. Gli stessi che lo avevano spinto in mare gli lanciarono un salvagente e lo fecero salire a bordo. Se lo misero sul palco con loro. Gli strinsero le mani. Sorrisero dello stesso sorriso contagioso che aveva lui. Successe all’incirca nella metà degli anni Novanta, con un singolo intitolato L’ombelico del mondo la cui vertigine percussiva verrà replicata a breve da artisti come Mau Mau e Fratelli di Soledad senza scandalizzare nessuno e con l’album successivo L’albero che sintetizzava già nel titolo questo nuovo bisogno di terra, di radici e di robustezza. Poi, venti anni venti di successi clamorosi, di film ispirati alle sue canzoni, di tormentoni estivi ed invernali che tutti hanno imparato a memoria, esse mosce comprese. Jovanotti che sale sul podio assieme a Vasco Rossi e Ligabue tra gli artisti più amati da chi vuole sentirsi giovane ad ogni costo, che vuole far parte di una tribù moderatamente trasgressiva.

Oh, vita! cerca disperatamente di cortocircuitare la sua carriera riportandola all’essenzialità degli anni immediatamente precedenti a quella svolta con la maturità e l’esperienza personale accumulata invece negli anni successivi, mettendo faccia a faccia gli eroi della giovinezza con quelli dell’età adulta. L’America maccheronica e l’Italia maccherona.

Musicalmente Rick Rubin contro Michael Franti, per sintetizzare. Ci prova e ci riesce, mostrando tutti i limiti della sua scrittura e la banalità sconcertante delle sue rime, abbondando di luoghi comuni, di frasi da Baci® Perugina® e di ottimismo ad ogni costo, mettendo su un disco che piacerà più ai fan di Celentano e di Cutugno che a quelli degli Spearhead, potete starne certi. Un disco vecchio per concezione e per risultati, a cui Rubin (che pure di merda ne ha prodotta assai) ha lavorato con la mano sinistra e Lorenzo, molto presumibilmente, con la destra. Proprio come da ragazzino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FABRIZIO DE ANDRÉ – Anime salve (Legacy Edition) (Sony Music)    

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Non temo smentita nel dichiarare che Anime salve è il miglior disco di musica d’autore mai realizzato in Italia. Non la temo non perché non ce ne saranno, di smentite, ma perché davvero me ne importa poco: Anime salve è il miglior disco disco italiano di musica d’autore per me. E tanto mi basta.

Meritava dunque il trattamento “di riguardo” che questa Legacy Edition gli riserva. E non mi stupirebbe che ne ricevesse di altri, anche quando molte altre anime salve avranno raggiunto quella volata troppo in alto e troppo presto di Faber per poterle ascoltare. E tuttavia aver goduto di un capolavoro simile per venti anni è già un privilegio affatto di poco conto. La Sony ce lo regala adesso in una elegante confezione col suo gemello partorito dal vivo l’anno successivo, sul palco del palasport di Montichiari (per capirci, l’esibizione pubblicata per intero su Il Concerto 1997 quattro anni fa, NdLYS), vestito con abiti ancora più belli, morbidi e sontuosi di quelli già elaborati del suo fratello maggiore con cui tuttavia abbiamo ormai da tempo conosciuto ogni piega, per asciugare su quei lembi di stoffa le lacrime per una dipartita troppo precoce, troppo inattesa, troppo “se mi vuoi bene piangi” per raccontarla col giusto distacco quando, ancora oggi, ci vengono a “chiedere del nostro amore”.   

Più mi lasciano sola, più splendo.

Così scriveva Alda Merini, anima salva tra le anime salve, in un elogio vibrante alla forza terapeutica della solitudine.

A questo senso etico e filosofico della solitudine come guarigione dello spirito (come sosteneva Seneca, paragonandola al cibo per il corpo) è dedicato l’ultimo disco di Fabrizio De André.

Un album che chiama a concilio tutte le anime salve del mondo esortandole con un abbraccio umano e corale a ritrovare il senso di appartenenza a quella dolcissima schiera di eletti che sanno trovare nella solitudine il mistero del proprio passaggio umano su questa terra.

Anime mai paghe che nella fredda coperta di canoni e precetti che regolano la vita del branco non trovano nessuna sazietà.

Anime salve che si riconoscono tra loro da uno scambio di sguardi inquieti.

Un’inquietudine che Faber conosce fin dentro le viscere e di cui ha a lungo cantato  lungo la sua carriera e che qui culmina con una rassegna di solitudini tutte disuguali e tutte similmente cariche di struggente malegria, appesantite ma fiere di quell’ineffabile senso di inadeguatezza che ti lascia mille miglia distante dagli altri, in un eremitaggio che se non può essere fisico, sarà sicuramente spirituale.

La solitudine come condizione attiva o passiva di distacco da un mondo falsamente perbenista, come tetto per trovare riparo dalle lordure del mondo e che qui si snoda attraverso nove brani di una bellezza tormentosa, spesso lusingata dai suoni sudamericani che hanno sempre affascinato Ivano Fossati, l’altra anima salva che lavora con De André per dare al disco il giusto colore. Che dunque non è solo il seppiato di quella che è in assoluto la più bella copertina della discografia del cantautore genovese ma che è, appunto, quello caldo e avvolgente dei tropici sudamericani, quello gitano e carnascialesco delle terre montenegrine e quello mediterraneo “imposto” da Mauro Pagani ai tempi di Creuza de mä” e che ha lasciato un importante solco nel metodo di approccio di Fabrizio al suo materiale più recente.

Sarà proprio questo “scollamento” tra la sensibilità tropicalista rincorsa da Fossati e l’anima mediterranea di De André a far ripiegare quest’ultimo su Piero Milesi (in origine chiamato solo alla direzione degli archi) per la scelta del produttore artistico di Anime salve. Uno scollamento che tuttavia Milesi non riuscirà a saldare completamente lasciando evaporare il disco in scelte di arrangiamento disomogenee che tuttavia non ne alterano o forse ne innalzano ulteriormente il valore assoluto. Ciò che Milesi porta come novità assolute sono invece innanzitutto la scelta di usare in pre-produzione esclusivamente suoni campionati ribaltando la prassi comune a tanti, De André compreso, di lavorare con musicisti in carne ed ossa sin dal momento del concepimento del suo lavoro e in secondo luogo un’attenzione quasi maniacale per la ricerca dei timbri giusti, compreso quello vocale (la voce di De André su Anime salve viene fuori come in nessun altro suo disco proprio grazie a Milesi e alla felice intuizione di usare il microfono destinato a catturare il pesante battito della cassa della batteria come microfono vocale, NdLYS).

La compiutezza di Anime salve si risolve invece dal punto di vista lirico, con una ricercatissima capacità di descrivere situazioni più o meno ordinarie con grandissima abilità poetica. Raccontando la cronaca (come la faida narrata sulla bellissima Disamistade) o l’amore (quello taciuto e infantile di Ho visto Nina volare, per esempio) attraverso un’analisi trasversale del dramma interiore che tormenta gli animi dei protagonisti.

De Andrè conduce trans, pescatori, rom, innamorati disillusi e spose infelici davanti a un gioco di specchi che ne mostra la bellezza infinita e deturpata, fino a consegnare le anime di ognuno di questi figli disobbedienti tra le mani di chi dovrà accoglierle al termine del loro passaggio terreno. Una preghiera accorata che è molto probabile, secondo lo scetticismo agnostico di chi l’ha invocata, rimarrà inascoltata.

Una chiusura solenne, quella di Smisurata preghiera, che ha tutto il sapore di un testamento emotivo ed artistico destinato più che all’ombra greve e partigiana di mille papaveri, al saluto imperituro delle corolle di mille girasoli.

Mille anni al mondo.

Mille ancora.

Che bell’inganno sei, anima mia.

E che grande questo tempo.

Che solitudine.

Che bella compagnia… 

                          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CLAUDIO LOLLI – Ho visto anche degli zingari felici (EMI)  

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Gli Anni Settanta italiani.

L’Italicus, il “suicidio” Pinelli (in Italia gli Anni Settanta erano iniziati il 12 Dicembre del 1969, in Piazza Fontana), Luigi Nono fischiato al Palazzetto dello Sport di Roma, i comunisti, il “movimento”, gli operai, i “cani sciolti”, i cortei, le strade e le piazze. Tante, tantissime piazze.

E proprio nel bel mezzo di quegli anni Settanta, Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, uno dei dischi più belli mai realizzati in Italia. Un disco figlio di quegli anni e come tale spesso dimenticato. Lasciato a marcire dentro i recinti della memoria. Un disco pieno zeppo di parole, di idee, di ideologie. Come molti di quelli che si producevano in quegli anni.

Un disco che schivava la parola amore. Non per dispetto ma per pudore.

Un disco da Forrest Gump. Con Lolli seduto sulla panchina ad aspettare ancora Godot, come ai tempi del primo album mentre racconta le sue storie che sono le storie di molti. E le racconta ad un piccolo pubblico attento e a tante comparse distratte che salgono sul primo tram che passa, pur di non starlo a sentire.

Un disco col prezzo imposto.  

Che se pur bisognava toccare le tasche agli italiani, come i governi hanno sempre fatto, per Claudio Lolli occorreva farlo con garbo e con coscienza.

Un disco dove tutti ci proclamavamo zingari, prima che le nuove bandiere ci imponessero di dar loro la caccia.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOHN LENNON – John Lennon/Plastic Ono Band (Apple)  

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Le sedute psicoterapeutiche seguite allo scioglimento dei Beatles hanno su Lennon enormi benefici nella rimozione dei fantasmi del passato e nell’elaborazione dei lutti, primo fra tutti quello della madre. Lennon ne getta i semi sul suo album di debutto. I fan dei Beatles ne raccolgono i frutti amari:

Non credo in Elvis.

Non credo in Dylan.

Non credo neppure nei Beatles.

Credo solo a me stesso. A me e a Yoko.

Il sogno è finito.

Così recita in God, la canzone dove chiarisce il suo tormentato concetto mistico, in netto contrasto con quello gioioso espresso quasi contemporaneamente dall’ex-amico George Harrison sul suo All Things Must Pass, con Phil Spector e Ringo Starr costretti a soddisfare le diverse esigenze di entrambi.   

Rispetto alla gioiosità quasi gospel di quello, Plastic Ono Band è un disco rinchiuso a riccio su se stesso, ovattato come una bergère confessionale o come una scatola di scarpe adibita a giaciglio per qualche cucciolata di mici. Su I Found Out e Well Well Well si possono sentire le loro unghie grattare sul cartone mentre Lennon lancia il suo urlo primordiale dall’esterno.

Elvis, Dylan e i baronetti, la cui idolatria è stata condannata senza remore rimangono invece fondamentali come ispirazione. Il rock ‘n roll del primo, il folk del secondo e le dimesse e doloranti ballate degli ultimi Beatles echeggiano in tutto il disco, fungendo da mosto per distillati da consumare in un autunno vago ed infinito come Remember, Working Class Hero, Isolation, Look at Me.  

John e Yoko restano distesi sotto l’albero, letargici, aspettando la loro coperta di foglie.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

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I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GARBO – A Berlino…va bene (Universal) / Scortati (Universal)  

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Le recenti ristampe dei primi due album di Garbo hanno il compito di “scortare” uno dei più singolari autori italiani degli anni Ottanta per presentarlo alle nuove generazioni.

Ma come potremmo spiegare Garbo alle nuove generazioni, quelle che oltre a non aver conosciuto le canzoni di Garbo forse hanno saltato anche tutte quelle dei suoi vari epigoni che la storia della musica italiana ci ha regalato negli anni successivi (dai fiorentini Moda agli Underground Life, dai Bluvertigo di Morgan ai Soerba)?

Proviamoci dicendo che nei primi anni ‘80 la musica italiana cerca di adattarsi alla “nuova corrente” inglese e all’elettronica teutonica cercando linguaggi alternativi alla consueta canzone melodica e da classifica. Se la fucina di questo movimento si può a ragione riconoscere nella Italian Records di Oderso Rubini, vale la pena ricordare che a “sdoganare” i suoni elettronici verso il grande pubblico, grazie al sostegno di etichette capaci di infiltrarsi con maggior facilità all’interno della macchina-musicale, furono essenzialmente i Chrisma (accasati presso la Polydor), i Matia Bazar (all’epoca su etichetta Ariston) e Garbo (di pianta alla EMI, che per lanciarlo invierà ai deejay il suo primo singolo come “lato b” di Bandiera bianca di Battiato, NdLYS). Non sono veri e propri elementi di disturbo (nonostante, soprattutto i primi, vengano giudicati spesso eccessivi) ma forzano il passo verso un rinnovamento espressivo strisciante ma necessario ed opportuno realizzando un vero e proprio abbordaggio popolare non più attraverso i canali underground delle radio pirata e dei locali alternativi ma sfruttando i canali ufficiali del re dei mass-media borghesi e popolari: la tv.

Se i Matia Bazar erano approdati alla musica elettronica di Tango e Aristocratica liberandosi coraggiosamente di un passato rassicurante e ricco di successi e se i Chrisma avevano già debuttato seppur in sordina alla fine del decennio precedente, è Garbo a rappresentare la vera cosa nuova con cui il pubblico deve confrontarsi. A portarlo in tivù è Carlo Massarini, all’interno del suo storico Mister Fantasy, programma che sul nuovo scommette e, per un po’, vince. Garbo invece non vince subito. Il confronto con Bowie, banalmente evocato dai riferimenti alla musica elettronica e alla città tedesca cui dedica il primo singolo e il suo album di debutto, non gioca a suo favore. Le distanze sono, effettivamente, gigantesche. La scelta di usare diverse lingue per i dieci pezzi del disco di debutto non è felicissima e forse, invece che abbattere le barriere linguistiche e culturali che limitano l’Europa come era forse nelle intenzioni dell’artista milanese, ne costruiscono qualcuna tra lui e il suo pubblico. Musicalmente il disco trova compiutezza espressiva solo in un paio di episodi (A Berlino…va bene e Anche con te…va bene) e alla fine quello che rimane in memoria è più la singolarità del  personaggio (rapportato ai canoni televisivi dell’epoca) più che l’autore di canzoni. 

Molto, molto meglio è il disco successivo, Scortati, del 1982, dove Garbo sembra padroneggiare con invidiabile maestria quel linguaggio che sul debutto veniva solo farfugliato allestendo una scaletta di pop moderno in cui ogni canzone funziona alla perfezione, con una modulazione adeguata del registro vocale e una maggiore consapevolezza melodica innestata in piccole sovrastrutture di sintetizzatori, chitarre effettate e fiati (sassofono e clarino) neo-romantici. Generazione (il promo per le radio la vede stavolta a fianco addirittura della Let’s Dance di Bowie), Moderni, Frontiere, Vorrei regnare, Al tuo fianco sono le canzoni con cui Garbo trova il vero punto di contatto col suo pubblico, conquistato poi definitivamente dai singoli immediatamente successivi come Radioclima e Cose veloci.

Le demo incluse nelle versioni estese, nonostante la sentita presentazione audio dello stesso Garbo, non aggiungono di per sé valore a due dischi a loro modo seminali per la musica pop-wave italiana. Qualcosa invece tolgono le nuove copertine che non credo serviranno a vendere qualche copia in più e il cui riadeguamento mi pare, tra l’altro, del tutto superfluo.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro