BOB DYLAN – The Freewheelin’ (Columbia)  

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Nella seconda metà degli anni Cinquanta il rock ‘n roll aveva cristallizzato l’idea del futuro bloccando le lancette del tempo in un eterno presente. Una porzione temporale che andava dal suono della campanella scolastica all’orario imposto dai genitori per il rientro fra le mura domestiche. Tutto quello che accadeva, nell’immaginario delle canzoni di Elvis Presley, Bill Haley, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Bo Diddley, Buddy Holly, era imprigionato in quella bolla temporale. Il passato esisteva solo come rappresentazione di convenzione da cui fuggire e il futuro sembrava limitarsi alla scelta del drive-in o della festa da ballo in cui consumare il fine settimana. A rimettere in moto il volano del tempo, quando il rock ‘n roll crolla su se stesso, è il secondo album di Bob Dylan. Cortocircuitando il passato rappresentato dalla tradizione folk di Woody Guthrie e Pete Seeger con i dubbi e le angosce per un futuro illuminato nuovamente dai lampi delle armi da guerra e bagnato dalle piogge acide, Bob Dylan impone lo schiaffo realista che ridesta i giovani dallo slancio favolistico e idealista del rock ‘n roll. Religione, politica, tormento amoroso finiscono nell’imbuto della poetica Dylaniana, assieme alla rivalutazione del valore del ricordo, finalmente dissotterrato dall’oblio cui era stato confinato nella musica del dopoguerra per sottrarsi ai fantasmi che evocava.    

L’apertura del disco è già affidata ad una lunghissima serie di domande. È una di quelle canzoni “universali”, destinate ad appiccicarsi alla memoria collettiva e a sottolineare spesso quei momenti in cui la collettività vive i suoi momenti di comunione e condivide dubbi e speranze. Si intitola Blowin’ in the Wind e, per consentirle di essere facilmente assimilabile a tutti Dylan usa una tecnica equivalente a quella usata nei sermoni religiosi, incalzando la platea con una serie di domande e rispondendo in maniera evasiva ma decisa con una replica che fa leva sulla certezza della fede e preannunciando un intervento in cui ognuno è attore, protagonista attivo di un progetto comune. Una canzone di speranza che apre una sequenza di brani dove le visioni apocalittiche (Masters of War, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Talkin’ World War III Blues) si intrecciano a storie d’amore (Don’t Think Twice, It’s Alright, Girl From the North Country) e Dylan si diverte a raccontare la storia (Oxford Town, ispirata ad un fatto di cronaca) e a prendersene gioco (come nella divertente e burlona telefonata fra lui e Kennedy raccontata su I Shall Be Free), bagnandosi completamente nelle miserie del mondo e cercando tuttavia di tirar su la testa per prendere ossigeno, evitando di rimanerci annegato.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA – Terra (La Tempesta)  

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Aspettavo di vederlo in azione sul palco del Primo Maggio per poter fugare o confermare i dubbi suscitati dal suo ultimo lavoro. Oggi, il Due Maggio, posso dire che i dubbi suscitati dall’ascolto di Terra sono stati confermati.

L’ormai lontanissimo album di debutto aveva, pur nella sua limitatissima formula, definito un territorio visivo/culturale ricco di un fascino decadente e post-industriale che non poteva durare più che lo spazio di un disco. Una sorta di concept sulle vite imprigionate nelle periferie urbane. E infatti Vasco Brondi ha pensato bene di lavorare sin da subito come una talpa. Ha trovato un bel campo coperto di gramigna e ha iniziato a scavare dei cunicoli che da quei quartieri-dormitorio la cui skyline era tagliata dai capannoni industriali e dai tralicci dell’alta tensione lo portasse in altri luoghi.

Luoghi dapprima pensati, immaginati, irraggiungibili e poi via via sempre più vicini, sempre più tangibili, concreti, reali. Il suo tentativo di abbracciare il mondo giunge a completamento con questo Terra, il cui intento viene reso manifesto già dal titolo. Ma è un abbraccio impacciato. Come di un saluto carico di belle intenzioni ma povero di fiducia. Un po’ come quello del suo ufficio promozione che ti manda il link per l’ascolto dell’album ma ti avverte che segneranno il tuo IP. Che insomma si fidano di te ma non del tutto. Come in quegli ipermercati di cui Brondi cantava. Che ti invitano ad entrare ma ti dicono che all’uscita potrebbero essere effettuati dei controlli. Che sono contenti se gli porti i soldi ma sospettano pure che tu possa portargli via la merce. Che sei una merda, insomma. Però se porti la carta igienica nel portafogli e gliene lasci qualche strappo, faranno finta di trattarti bene.

Terra prova a cantare queste città italiane superaffollate, meticce, multietniche loro malgrado. Con le razze messe una di fianco all’altra, come quando le mie figlie disegnavano un abbozzo di Pace nel Mondo per le maestre della scuola d’infanzia e io compravo loro i pennarelli gialli, neri, rossi, rosa e nocciola per dipingere quelle facce avvolte da un sorriso da bocche con le ali all’insù, quelle mani che si stringevano l’un l’altra in una catena di felicità posticcia. Vasco Brondi fa la stessa cosa, mettendoci più parole che colori, forse troppe. Accostate una accanto all’altra come in quei disegni. Peccato però che musicalmente Le Luci della Centrale Elettrica non sia riuscito, ancora una volta, ad andare oltre ad una “ipotesi” di musica. Pluralista negli intenti ma intimamente isolazionista nei risultati, come nei primi dischi di Claudio Lolli. Come nei suoi primi dischi, nei fatti. Dimostrando che alla fine quei cunicoli non erano altro che delle tane.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FABRIZIO DE ANDRÈ – Le Nuvole (Fonit Cetra)

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Rispetto all’unità concettuale e stilistica del disco che lo ha preceduto e sebbene si tratti di una pungente allegoria sul potere e sia “deformato” dalla politica così come lo era stato molti anni prima “Storia di un impiegato”, Le Nuvole appare, ed è, un disco insoluto.

Ovviamente, rispetto ai primi anni Settanta, i contesti storico e sociale sono notevolmente cambiati. La rivoluzione armata si era consumata e, nonostante la lunga scia di sangue, il suo disgusto aveva lasciato il posto alla rassegnazione e aveva aperto la strada ad un contropotere ancora più assetato di sangue e ancora più annichilente come quello mafioso.

De Andrè ne parla ampiamente sul suo disco. Ma non ne dibatte, come era accaduto nella messinscena giudiziaria del disco del ’73. Il suo punto di vista è, piuttosto, quello di un cronista cui spetta l’ingrato compito di cantare “l’astio e il malcontento di chi è sottovento e non vuol sentir l’odore di questo motore che ci porta avanti quasi tutti quanti”. L’immobilità che ha paralizzato i figli della generazione sessantottina e la conquista del potere da parte di coloro che di quella lotta erano all’epoca i profeti “molto acrobati” sono le Muse che ispirano e fanno da collante a questo disco musicalmente disgiunto che, nel tentativo di evitare la trappola di un nuovo episodio della ricerca etnica del precedente e di restituire in parte il De Andrè cantastorie dei vecchi anni, finisce per rinunciare del tutto ad una identità precisa e toccare un ventaglio di stili talmente babelici (tarantella, jodel, elegia, musica etnica, cabaret, lirica) da risultare nel complesso inafferrabile se non pretenzioso.

Il disco è, ovviamente, quello di Don Raffaè, una vivace satira nel tipico stile della musica “da giacchetta” napoletana che farà la fortuna popolare di De Andrè. Ma è, soprattutto, quello de La Domenica delle Salme, una istantanea feroce dell’Italia di fine-Secolo che si prepara senza esserne ancora consapevole ad essere sedotta dai rigurgiti leghisti, dal rampantismo berlusconiano, dai nuovi confini della scienza che assicurano la sconfitta definitiva della vecchiaia. La derisione e lo scherno feroce con cui Faber irride il popolo italiano (l’uso del kazoo a simulare quello di una trionfale pernacchia, il coro di cicale che dovrebbe rappresentare la “vibrante protesta” della gente ma anche il veloce arpeggio chitarristico che sembra una amplificazione corale, collettiva, universale di quello di Amico Fragile) sono il requiem definitivo dei sogni progressisti e libertari che avevano serpeggiato durante gli anni Settanta e che erano stati inghiottiti del tutto dall’edonismo del decennio successivo.           

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LOU REED – Magic and Loss (Sire)  

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Dopo Songs for Drella, dove Reed si spartisce il peso della scomparsa dell’amico Andy Warhol con il vecchio compagno John Cale, il nuovo omaggio funebre dedicato alla memoria di Doc Pomus e Kenneth Rapp lo vede completamente da solo davanti allo sgomento della morte. Gli apporti di Mike Rathke, Rob Wasserman (con lui già sul disco precedente) e Michael Blair sono infatti del tutto marginali per grandissima parte di un disco meditabondo e ricurvo su se stesso come Magic and Loss. Un lavoro consigliabile a chi del cantautore americano apprezza il suo lato più confidenziale, divenuto nel frattempo un chitarrista sopraffino, in grado di simulare con le corde del suo strumento il borbottio contorto delle sue viscere o il tenero gesto di una carezza d’addio, che è la Carezza Universale e Definitiva. Quella offerta tra i vapori di Dreamin’, poggiata su un fiore di loto come Harry’s Circumcision o nel catartico e suggestivo finale di Magic and Loss. Gli altri troveranno rifugio tra le pieghe elettriche di Warrior King, Glassed and Stoned e nella seconda porzione di Power and Glory, tutte accatastate sulla parte conclusiva del disco, quasi ad esprimere il desiderio di coprire col rumore il vuoto di quel deserto che sta divorando i ricordi della sua giovinezza.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FRANCESCO DE GREGORI – Rimmel (RCA)  

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Gli autoriduttori e i contestatori degli anni Settanta avevano un setaccio.

Un crivello stretto col quale si arrogavano il compito di filtrare ciò che era culturalmente buono da ciò che non lo era analizzando ogni opera creativa secondo dei parametri che non prevedevano una critica oggettiva e funzionale ad un criterio artistico ma che ne esaminava solo il “messaggio” di cui si faceva portavoce e la coerenza dell’artista con quel messaggio. Era qualcosa che, in termini di arroganza e ferocia, aveva più a che fare con il fascismo e la censura bigotta centrista che con le argomentazioni progressiste di sinistra. Ma allora, nel fervore di quegli anni, nessuno se ne rese conto. E la gogna tornò di moda. E la ghigliottina sostituì la sua lama inclinata con un profilo curvo di falce, prima di tornare in scena in un tripudio di cori e pugni alzati al cielo.

Era cominciata un’altra caccia alle streghe. E, fra tutte le streghe, quella di Rimmel fu una delle più perseguitate. Perché, fra tutte le streghe, era quella che parlava una lingua oscura e impenetrabile, per quei setacci così attenti eppure così inadeguati.

Un disco dove tutto quel che aveva un nome, aveva un nome taciuto. E ogni protagonista si prodigava in arti “provvisorie” che nulla avevano a che fare con la militanza che gli anni imponevano. Zingari che leggono le carte, fachiri che camminano su cocci di vetro, banditi con le colt caricate a salve, spettatori che applaudono senza capire neppure chi siano gli attori che stanno recitando (il geniale applauso che scandisce la storia incomprensibile di Pablo), pianisti mestieranti e dittatori senza cuore che scrivono poesie appassionate. 

Un disco che si apre con la storia di una disfatta amorosa. Una storia d’amore dove tutto è un trucco. E che, con un lampo di genio poetico, De Gregori ci racconta rendendoci complici di un ritardo colpevole quanto enigmatico. Siamo all’inizio di un racconto che è già l’epilogo del racconto stesso, che infatti era cominciato un anno prima su quell’altra perla intitolata Bene, in cui la parola amore non era ancora stata recisa.

Non una canzone d’amore, nonostante sia una delle più belle canzoni d’amore, ma una canzone sulle ombre che l’amore proietta. E che dell’amore hanno la forma ma non la sostanza.

Una piccola perla regalata ai porci. Posta in cima a una tiara tempestata di altri piccole pietre preziose del cantautorato italiano.

Rimmel consegna definitivamente De Gregori alla storia della canzone italiana regalandogli il podio della classifica e, allo stesso tempo, porta a pieno compimento quella trasfigurazione da semplice cantautore a perfetto capro espiatorio preannunciata l’anno precedente sulla copertina del disco omonimo. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KATE BUSH – Hounds of Love (EMI)  

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Non avrebbe avuto vita facile Kate Bush, nel Medioevo. Troppo facile individuare le prove di un qualche sortilegio tra le pieghe della sua musica per non scatenare i furetti dell’Inquisizione. Troppo semplice bollare Hounds of Love come opera esoterica ispirata dal demonio. Sarebbero bastati i campionamenti di film come La notte del demonio o Nosferatu oppure i richiami ai canti delle sirene o ai riti propiziatori dei rabdomanti a garantirle il rogo. O ascoltare la voce del Demonio in persona su Walking the Witch

Buon per lei e per noi che un’opera come questa sia uscita quando la caccia alle streghe si era ufficialmente conclusa diventando nient’altro che un affare da pettegolezzo, una discussione mondana da aperitivo con le amiche, chè le streghe nell’immaginario collettivo non sono mai scomparse del tutto.

Kate era una di loro. Hounds of Love il suo incantesimo più riuscito. Che se riuscite a sfuggirgli, allora avete cerume buono e muscolo cardiaco poco elastico. E se non è riuscito a curarvelo la magia, non riuscirà a sistemarlo un cardiologo qualsiasi.       

Gotico e tribale allo stesso tempo, permeato di acqua-terra-aria-fuoco in misure diseguali ma in quantità ingombranti, celestiale e demoniaco come l’amore tutto (“c’è un tuono nascosto nei nostri cuori. C’è così tanto odio per coloro che amiamo?” recita nella monumentale Running Up That Hill che inaugura il disco già tutta in salita), Hounds of Love è una delle più autorevoli opere d’arte pagana mai concepite da mente umana.

Ci sono interi mondi che collidono, qui dentro. Interi continenti alla deriva. Intere nazioni che sciamano. Interi secoli che scivolano uno sull’altro come enormi lastre di ghiaccio.

Gighe irlandesi, canti gregoriani, Africa, Egitto, Cina, Lochness. Bowie, Gabriel, i Japan, Philip Glass. Ragnatele d’amore. Mulinelli di vapore. Bracieri che ardono per gli Dei, bruciando carne umana ed erbe aromatiche.   

Il mondo emerso e quello sommerso.

E il mondo di Kate Bush, in incantevole equilibrio su entrambi.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

EUGENIO FINARDI – Sugo® (Cramps)  

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Nell’Ottobre del 1975, sull’onda emotiva suscitata dalle trasmissioni clandestine di Radio Milano International (quella che poi sarebbe diventata Radio 101 ma che all’epoca era ancora una radio pirata costretta ad avere un vascello mobile per sfuggire al muso delle Pantere), nasce nel capoluogo lombardo (più precisamente nella soffitta di Mario Luzzatto Fegiz) Radio Milano Centrale. Nella cooperativa che aveva scelto di far esplodere l’etere della capitale del Nord a suon di musica e di bollettini sindacali (che sovvenzionavano l’emittente) e “strisce” radiofoniche dedicate alle donne e agli universitari e che si è scelta nientemeno che Volo Magico n.1 come sigla di rappresentanza, c’è un giovane ventitreenne appassionato di rock e di jazz. 

Il suo nome è Eugenio Finardi e, dopo un esordio in lingua inglese (che all’epoca lui è tra i pochi a saper accentare in maniera corretta), è stato intercettato da Gianni Sassi per cercare, insieme, di elaborare una forma di cantautorato italiano che si liberi dagli stereotipi di riferimento (in quegli anni Bob Dylan e in maniera minore Leonard Cohen per i cantautori “impegnati”, la scuola francese per l’ala più romantico/esistenzialista) per raccordarsi con i pruriti rock americani. A Finardi Gianni Sassi affianca il meglio dei musicisti con cui è in contatto: Franco Battiato e Claudio Rocchi sul primo album, il batterista Walter Calloni, il bassista caraibico Hugh Bullen, Lucio Fabbri, Alberto Camerini, metà degli Area.

Sono il sistema planetario che crea le orbite di Sugo®, uno dei più bei dischi italiani degli anni Settanta.

E che comincia con una delle più belle canzoni italiane degli anni Settanta.

E anche degli anni Ottanta.

E di quelli a seguire.   

Si intitola Musica Ribelle ed è fragorosa ed elastica allo stesso tempo. Poche canzoni rock riescono ad essere le due cose insieme. Ma Musica Ribelle si.

Ha una batteria impetuosa, simile a quella di Immigrant Song dei Led Zeppelin, ma è meno imperturbabile, come se quel treno ritmico, aizzato dal basso, si lasciasse permeare dall’energia della voce e dall’urgenza del messaggio che vuole trasmettere. Diventando una cosa sola. Tanto che vengono registrare a volume identico, perché una non faccia l’ombra all’altra. E in questo treno di tamburi, piatti e parole in sedicesimi arrivano il violino di Lucio Fabbri, un mandolino che “apre” i finestrini del treno lungo il refrain e piccoli trucchi del mestiere (il synth che imita il suono della zampogna, il calcio che fa vibrare la molla del reverbero dell’amplificatore per simulare il suono dei “cavalieri cosmici” tedeschi, una delle tante “menate” che Finardi invita a mollare per scendere in piazza e pretendere i propri diritti) che la rendono quella gran cosa che è. Con un avvio così, anche un disco di serie C arriverebbe a una qualche cazzo di stazione. Figurarsi un disco di serie A come Sugo® dove anche un jingle come La Radio rischia, negli anni dove il disimpegno è guardato come la peste, una canzone di protesta o dove un esercizio di virtuosismo para-jazz come Quasar ha in sé qualcosa che lo rende attrattivo, familiare, rassicurante. O dove un pezzo come La C.I.A., oltre ad aprire la strada a tutto lo spaghetti-reggae che dilagherà di lì a poco (E la luna bussò, Voglio andare al mare, Nuntereggaepiù, Limonate e zanzare e via dondolando), suona ancora di una freschezza disarmante. O che nasconde una cosa morbida e accogliente come un cuscino di taffetà intitolata Sulla Strada o una bella cavalcata rock come Soldi dentro cui ogni cosa sembra sbuffare e tirare calci pur di non venire chiusa dentro un qualsiasi recinto.

Neppure quello abbastanza ampio del rock.

Figurarsi dentro quello del cantautorato.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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FAUST’O – Suicidio (Ascolto)  

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Fausto Rossi guarda alla new wave di Bowie e Talking Heads.  

Alberto Radius dal canto suo non riesce a scrollarsi di dosso il vecchio pastrano prog.

Quando nel 1978 viene pubblicato Suicidio, il disco di debutto del Rossi ribattezzatosi Faust’O e prodotto dall’ex-Formula 3, questa dicotomia salta fuori in dieci brani in cui le due anime sembrano convivere senza tuttavia conciliarsi del tutto, finendo per renderlo ancora più indigesto, alieno, borderline ed incatalogabile di quanto non fosse nei progetti dell’allora ventiquattrenne musicista friulano.

Ma non è ovviamente questo a rendere “imbarazzante” Suicidio e a costringere lui e il suo autore ai margini della scena musicale nazionale. Sono invece i temi toccati da Faust’O (l’omosessualità, la masturbazione, il suicidio come estrema scelta di misantropia lacerante e consapevole, la denuncia dell’ipocrisia mascherata dietro l’unica amicizia possibile ovvero quella di comodo e la sfida al perbenismo bigotto inculcato dal timor di Dio) con sprezzante cinismo e dissacrante, irriverente, strafottente anticonformismo a costringere il pubblico a chiudergli la porta in faccia. Anche il pubblico punk, cui la vena caustica e ribelle di Fausto Rossi dovrebbe piacere almeno quanto quella degli Skiantos, decide di tenerlo alla larga per quelle sue pose da intellettuale neoromantico che mal si sposano alle creste e alle svastiche e le A cerchiate distribuite un po’ insensatamente sui muri delle città.

Quindi Faust’O resterà esattamente nel posto dove aveva deciso di restare.

In un posto tutto suo. Sigillato col silicone della sua accidia.

Lontano dagli occhi, dalle orecchie, dai cuori di una folla che non ha ancora trovato il suo Dio e che pure ne misura la presenza dalle orme lasciate di chi viaggia senza la Sua compagnia.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NICK DRAKE – Pink Moon (Island)  

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Il posto è la notte.

Una notte placidissima rischiarata da una luna rosa.

Nick Drake è completamente solo. Con le dita ad uncino che pizzicano le corde della sua chitarra. Dopo le timide compagnie dei primi dischi, Nick aveva scelto la solitudine come unica compagna. Il volto era così scavato dalla malinconia che la Island si sarebbe rifiutata di pubblicarlo sulla copertina.

Qualsiasi cosa sarebbe stata più facile da vendere. La malinconia no.

Era poco gestibile su quegli scaffali che avevano appena ospitato vagonate di dischi natalizi e raccolte di canzoni d’amore per il giorno di San Valentino del 1972 che si era spento come tutti gli altri San Valentino di ogni anno, coprendo la cenere con le paillettes.

Una luna rosa risplendeva su tutto. Una luna della quale avrebbero fatto scempio i pubblicitari sostituendola con il logo di una industria di automobili, dimostrando che invece la malinconia era spendibile, se adeguatamente firmata. Così la luna fu venduta. E molti scoprirono che su quella luna Drake c’era già salito da venticinque anni.

Ma allora, in quel lontano 1972, le dita di Drake spiccano il volo verso la luna tutte da sole, facendo un rumore identico al battere d’ali ovattato della civetta. Non hanno altre dita da stringere, come invece succede troppo facilmente nelle tenerezze studiate ad arte della pubblicità.

Lui, con quel cognome così carico di aspettative eroiche che promettono fiamme e voli maestosi, coperto a malapena dalla cassa di una chitarra acustica con cui cerca di farsi scudo dalle piogge che cadono o che potrebbero cadere, come quando le cataratte del cuore cedono al peso di quella tristezza capace di trasformare in nostalgia anche i giorni che devono arrivare e non solo quelli già andati spenti dal sagrestano prodigo ed ubbidiente della nostra anima, dentro le navate di una chiesa deserta come la parrocchia di Padre MacKenzie, costretto a vedere esplodere le sue bolle di sapone, nei riflessi dolcissimi di un satellite rosa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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