CESARE BASILE – Cummedia (Urtovox)  

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Durante i quattordici mesi di governo giallo-verde Cesare Basile è stato l’unico a cantare del “capitano” per quel che è. Capitano (fangu, rifardu e ganu senza onore) è stata la sola vera invettiva anti-Salvini che l’Italia abbia prodotto durante l’era del pupulismo al potere, mentre il cantautorato “di rappresentanza” si tirava fuori dalle battaglie ideologiche, chiudendosi nel perbenismo radical-chic buono per garantirgli il conto in banca, i passaggi in tv e le feste di piazza.

Il nuovo album di Basile getta il cadavere di Salvini in mare, tra le stesse acque in cui altri sono annegati in suo nome. Cummedia si libera di quella zavorra che puzza di fascismo e naviga, libera, tra le onde di un Mediterraneo in cui nessun porto è più luogo di approdo.

Cesare Basile tira fuori il suo piccolo armamentario di chitarre, cianciane, pupi e cartelloni fatti ad inchiostro di china, si siede su uno sgabello e con la sua voce inizia a tormentarci e a graffiarci fino a tirarci via la pelle.

C’è, dentro le undici tracce di Cummedia, tutto il tormento arcaico della Sicilia. Esibito ora a mo’ di scudo, ora a mo’ di spada. Un dolore endemico e rugoso che sembra infilarsi dentro gli anfratti del corpo, “inficcarsi ntra li carni re cristiani”, come le “spine dei fichi d’india raccontate” su Cchi voli riri, metafora sagace degli spilli del sospetto che piano piano si insinuano perniciose nel nostro cervello, fino a trasformare l’Italia in Babele.  

Cummedia è il vascello in fiamme della musica italiana.

Con la bandiera rossa e nera sull’albero maestro.

Cesare Basile l’unico capitano cui dovremmo sventolare i fazzoletti quando passa davanti le nostre coste.         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – Ballate per uomini e bestie (La Cùpa) 

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Ballate per uomini e bestie è un disco sul Medioevo contemporaneo. Sui nuovi màrtiri e i nuovi patiboli, sulla nuova Inquisizione che è adesso tribunale pubblico dove ognuno gioca il ruolo di accusatore e di accusato, sulle nuove crociate, sui nuovi appestati e sui nuovi lazzaretti, sull’esigenza di mostrarsi che il nuovo regime sociale ci impone e sul bisogno di eremitaggio come scelta salvifica e purificatrice. Che è tuttavia un altro modo di puntare il dito, seppur da un punto di vista che si vorrebbe moralmente privilegiato. Da quel nido geograficamente situato in Irpinia il binocolo di Capossela usato anni fa per scrutare gli abissi mostruosi dell’oceano si trasforma in falange per indicare abissi altrettanto mostruosi.

Capossela nel nuovo disco si arrovella tra i versi, quelli gutturali e primigeni delle bestie e quelli umani del racconto tramandato, della storia parlata, dello scioglilingua, del dolore che prende forma di parola per appollaiarsi sul pentagramma sotto le sembianze di un corvo. Inoltrandosi in un bosco di caricature senza mai perdere la strada maestra che resta profondamente caposseliana.  

Un musical per i tempi bui, insomma. Anche in forma di giga o di cantico da trovatori, tanto per non lasciare dubbio sulle intenzioni. Ma anche in mille altre forme diverse, tanto che sull’undicesimo disco del cantautore irpino non c’è un brano che sia riconducibile ad un altro, cosa che invece gravava pesantemente sulla raccolta di “ballate” precedente. Ogni pezzo ha una sua maschera, un suo abito stravagante o una sua nudità. Bellissimo ad esempio Uro, vestito da Teho Teardo con cotta di maglia e pellame di mammuth o l’osceno e travolgente Testamento del porco. Bella la banda di paese che sfila su I musicanti di Brema e anche la nuda semplicità de Il povero Cristo, folk song vestita solo di una sindone consunta. Poi, certo, parte anche qualche sbadiglio. Che è roba concessa anche in epoca medievale e mentre leggi Il Decamerone.

E magari capita che ti pare brutto, visto che ormai Capossela anche se vestito di cenci è stato ammesso nei salotti televisivi e su quelle riviste dai fogli patinati che non sono buoni manco per pulirtici il culo, e allora soffochi lo sbadiglio. E allora le lacrime che trasmutano in liquido quello che non hai voluto emettere in aria finiscono per deformare Perfetta letizia in un’onirica versione dell’ahrarara dei Fichi d’India. E ti vergogni ancora di più.  

Fanco “Lys” Dimauro

                                                                        

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TRIO LESCANO – Trio Lescano (Alpharecord)  

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Aspettavano Tazio Nuvolari.

E invece arrivarono i fascisti, a ricordarle che erano brave e carine ma che erano ebree. E che dunque erano fuorilegge per difetto di nascita e che erano gradevoli sì, ma non gradite.

Le sorelle Leschan furono il prodotto più fresco e sorprendente dell’era del 78 giri, dell’EIAR e del primo dopoguerra. L’epoca delle canzoni alla radio e dei grammofoni. Della spensieratezza come merce di consumo e propaganda. Salvo poi, nella torva e contorta mente dei fascisti, ritrovarsi accusate di sospetta irriverenza al Regime solo perché qualcuno aveva visto del torbido dentro le acque cristalline di Maramao perché sei morto o Pippo non lo sa.

E poi… beh…poi c’è sempre e comunque quella questione dell’origine ebrea che proprio non andava bene.

E così le tre sorelle Lescano, ormai naturalizzate italiane ma con quel marchio di onta incancellabile, furono costrette a correre più di Nuvolari e a nascondersi al confine con la Svizzera, nascoste in una pensione d’alta montagna, iniziando un lento tramonto che anche a conflitto terminato e con le camicie nere ormai stese a rovescio non riuscirà a riportare il Trio Lescano alla popolarità stratosferica degli anni ’30. Gli anni in cui le Lescano diventarono le sirene incantatrici dello swing italiano con canzoni come Ma le gambe, Tulipan, C’è un’orchestra sincopata, Oh ma ma, Signorina grandi firme, Valzer della fisarmonica, Camminando sotto la pioggia, gonfie di elio e cariche di buonumore.

Contagiose come la febbre gialla. E gialle come la stella di David che per vent’anni prese il posto della cometa nel presepe degli italiani di razza ariana.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

GIACOMO SFERLAZZO – Arrispigghiativi (I figli di Abele)  

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Se andate sul sito della Smeg, quella degli elettrodomestici, troverete un’ampia pagina dedicata ad una bella e variopinta collezione di frigoriferi. Sono elettrodomestici “vestiti” come carretti siciliani. Il sito dice, testualmente, “firmate Dolce & Gabbana”. Che sarebbero quei due stilisti che avete visto in tempi recenti chiedere scusa all’intera Cina per aver offerto un cannolo troppo grande ad una loro concittadina. In realtà la firma su quelle opere d’arte è quella di Alice Valenti, pittrice catanese che mantiene viva la grande tradizione pittorica-popolare della sua terra, quella dei decoratori di carretti e degli illustratori dei pannelli per i cantastorie. L’ultima sua firma si trova anche in calce ad un’altra opera d’arte: il nuovo album di Giacomo Sferlazzo, il Mangiafuoco di Lampedusa. Un ulteriore tocco di colore ad una musica che di colori è già piena. Un’identità che si incontra con le identità di altri paesi, in quel porto culturale che è diventata la sua isola. Un’identità guerriera che Sferlazzo mostra più nella vita di tutti i giorni che nella sua vita da poeta musicista. Un lampedusano che ha dovuto indossare una corazza per proteggere i diritti calpestati di una terra che è diventata terra di conquista, indotto stagionale ed equivoco per lavoratori precari, punta estrema di un’Italia che, se vuole accogliere, molto spesso non sa come gestire l’accoglienza. Un lampedusano che lotta per riaffermare l’identità della sua isola, riavviare il processo di memoria che sembra arrestarsi per il resto del mondo all’epoca dei primi sbarchi di extracomunitari, come se prima di allora Lampedusa fosse solo uno scoglio sperduto e disabitato nel Mar Mediterraneo.

Il suo lavoro musicale è plurivalente: Sferlazzo non è un semplice cantastorie e le sue non sono semplici canzoni della memoria o di protesta.

Sono canzoni “imbrattate” come i muri delle nostre città.

Sporche come le nostre strade.

Legno e metallo, infinite gallerie di tarli e ruggine corrosiva convivono senza mai abbracciarsi veramente, in un rapporto stridente come quello che viene fuori da pezzi come Ventu o Arrispigghiativi.

Anche nei brani più tradizionali, e qui ce ne sono diversi, Giacomo Sferlazzo ha sempre qualcosa di sgraziato, di poco rassicurante, di disobbediente.

Come a dirci che nessuno è al sicuro, neppure quando celebriamo l’eterno rituale del ricordo. Che bisogna lasciare sempre una porta aperta, una via di fuga, lanciare uno sguardo oltre il muro. Che se dormiamo, è il momento di svegliarsi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

YU KUNG – Pietre della mia gente (L’Orchestra)  

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A raccontare agli studenti di come Yu Kung avesse spostato le montagne ci avevano già pensato gli Stormy Six, presentando nei raduni dei Movimento Studentesco Milanese una canzone intitolata appunto Come Yu Kung rimosse le montagne. Da quello stesso Movimento, da quella stessa ideologia prende vita il progetto Yu Kung, una delle formazioni cancellate dalla storia della musica italiana in quanto fortemente antagonista e pesantemente sbilanciata verso quell’estrema Sinistra che per i democristiani puzzava di terrorismo brigatista.

Sarà proprio sotto l’egida dell’etichetta fondata da Franco Fabbri e dagli Stormy Six che gli Yu Kung avranno la possibilità di incidere un paio di album che sono dei capolavori assoluti della canzone militante e di protesta, quella che parla della storia taciuta, dei lavori sottopagati, degli emigranti, dei Pinelli appesi agli abeti di un Natale milanese più freddo di tanti altri.

Luoghi della memoria, allora ancora vividissima.

Luoghi della coscienza di classe che picchia sulle pareti di canzoni come Piazza Fontana, Il popolo è forte, Mineros.

Di quella stagione Marco Ferradini conserverà in ricordo una sciarpa rossa-rossa, mentre elaborerà altri più comodi e fortunati “teoremi”.

Musica da parata, musica da corteo, musica gloriosamente antifascista.

Musica per minatori, per contadini, per operai e per emigranti.

Musica per gente che vive tra le pietre e che pur di difendere un suo diritto, quelle pietre è disposto a lanciarle.

Come l’eroe del Liezi, il “vecchio pazzo” che spianò le montagne Taihang e Wangwu a colpi di zappa. Con un’ostinazione e una disciplina così forti e tenaci da muovere a compassione Dio. Lasciando agli uomini una pianura così vasta che non può essere coperta da occhio umano.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CESARE BASILE – U fujutu su nesci chi fa? (Urtovox)  

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I miei nonni, forse buona parte dei vostri, non si sono mai mossi dalla loro terra. La loro infinita saggezza era una saggezza verticale. Tramandata da padre in figlio, da nonno a nipote. Aggrovigliata a secoli di tradizioni, superstizioni, credenze, leggende e fede. Lunghe file di personaggi, storie, ricordi ed eventi mitologici che stavano impilate l’una sull’altra, come i muri a secco che stanno a margine delle nostre mulattiere e tengono a bada la forza straripante dell’acqua.

In quelle storie popolate da gente di paese in cui sparute presenze di comparse non indigene venivano indicate con l’anonimo appellativo di “forestiero” sembrava distillarsi però una sapienza universale. Dal loro piccolo paese, adagiato come un arazzo sulle gobbe della Sicilia orientale, i miei nonni raccontavano il mondo intero. E non solo quello. Perché spesso si occupavano pure dell’altro, che i defunti di quei tempi non erano mai veramente defunti. Erano soltanto diventati invisibili. E dispettosi assai.

Cesare Basile, che pure a differenza dei miei avi un po’ Fogg lo è stato, sembra col passare degli anni essersi sempre più avvicinato a questa arcaica tradizione orale che pur nutrendosi di un orizzonte socialmente e geograficamente evirato ha in se un’esemplare saggezza dal respiro universale.

Il suo nuovo disco è sintomatico di questa sua lenta ma progressiva trasformazione, creando un cortocircuito geopolitico tra i vari percorsi tracciati da Alan Lomax il secolo scorso e finendo per dimostrare come lo spirito blues dei primi canti americani sia poco dissimile dagli spiritelli irriverenti venerati come i “patruna ro luocu” della nostra tradizione esoterica-popolare. E che il canto che ne viene sia se non sovrapponibile, senz’altro accostabile. U fujutu su nesci chi fa? disegna cerchi di atavico mistero in un campo che invece di essere seminato a grano, è stato invaso dalla zizzania. Sono canti circolari, riportati ai concetti primordiali di trascendenza armonica che sarebbero stati rasi al suolo dalle formule genetiche (strofa/ritornello/strofa) della musica da imbonimento sviluppatasi a valle delle esperienze popolari cui questo lavoro si riannoda. Primitiva nello spirito e nella congettura (ma quanta infinita grazia e cura c’è dentro una cosa come Fimmina trista?) la musica di Basile si ‘ntrizza come una plica polonica alle radici nodose della nostra anima. 

Come una magarìa.  

Come una iattura.

O come un incantesimo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SUD SOUND SYSTEM – Comu Na Petra (Compagnia Nuove Indye)  

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Non hanno avuto fretta, i Sud Sound System, per organizzare il loro disco di debutto. Hanno la pazienza dei pescatori, dei mastri birrai, dei seminatori, dei canestrai, dei pestatori d’uva.  

Hanno lasciato che il mondo, anche quello degli atenei, si accorgesse di loro. Non come artisti, ma come baluardo dell’orgoglio meridionale. Del resto furono loro i primi a raccogliere i cocci della cultura salentina e creare con quelli un’anfora pregiata e a fare del dialetto una lingua universale immettendola in un flusso di musiche sospese fra tradizione e miraggio esotico, trasformando la Puglia nella nuova Giamaica e mettendo alla pari il raggamuffin con la pizzica del Sud.

Sono loro, come li definirà il sociologo Lapassade quando li citerà nelle Università italiane, i nuovi portavoce delle capacità terapeutiche della musica popolare.   

Non hanno avuto paura che quel Fuecu acceso agli inizi degli anni Novanta si spegnesse, consapevoli loro prima di tutti gli altri che non si trattasse di un fuoco di paglia.

E alla fine hanno realizzato un disco “capace”, sfaccettato, dinamico. Moderno e antico allo stesso tempo. Profondamente italiano eppure universale. Un disco che usa parole antiche in un linguaggio comprensibile ai giovani e che alla sfrontata e un po’ ingenua guerra al potere adottata dalle posse come terreno d’attacco e modello di appartenenza, sceglie una linea pedagogica vincente: rispettare e conoscere le proprie radici per potersi svincolare da ogni soggezione nei confronti della storia, scegliere la strada impervia della non violenza in risposta alle leggi non scritte dell’arroganza e della coercizione malavitosa che impera tra i giovani del Sud.

Canzoni potenti, ritmicamente e liricamente accese. Tutte dissimili ma tutte ugualmente importanti: Crisce, Afro Ragga Taranta Jazz, Soul Train, Azzate San Giuvanni, Te fumanu le più belle. Articolo 41 e Erba erba le più esilaranti. Perché non bisogna mai dimenticare di ridere e neppure di pensare. Neanche mentre stai ballando la dancehall.         

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE – Nuova Compagnia di Canto Popolare (Rare)

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L’ultimo Carlo della dinastia angioina, fu anche lui Re di Napoli.

Lo fu più di tutti. Lo fu più a lungo.

Per settanta anni Carlo D’Angiò ha regnato sulla terra che lo aveva generato.

E il suo fu un impero giusto e prosperoso. L’impero che diede gloria a Masaniello.

L’impero che fa passare gli ultimi della fila e dà loro la dignità che meritano.

Accanto a lui, quando si insedia, ci sono Fausta Vetere, Eugenio Bennato, Peppe Barra, Patrizio Trampetti e Giovanni Maurello. Il consigliere di corte è il maestro Roberto De Simone, uno che viene dal Conservatorio ma preferisce la musica popolare a quella colta. Tutti assieme fondano la Nuova Compagnia di Canto Popolare, un’esperienza che non ha eguali nel recupero e nella salvaguardia della cultura popolare più sanguigna del Sud d’Italia.

Canzoni che non erano cartoline da Napoli ma veri e propri gridi di appartenenza con le voci di Carlo e Peppe che fanno sobbalzare il pubblico invece di ammiccare assecondandone il gusto per il canto e il ballo fine a se stesso. Tarantelle che ai fiocchetti hanno sostituito i fioretti, per poter penetrare la carne più in profondità, riportando alla luce quel canto popolare giacobino e quelle tammorre prepotenti e fiere che le stagioni di Rossini e Donizetti avevano “spento” durante la loro direzione del teatro San Carlo, offrendo ai napoletani e ai turisti una versione ammansita e innocua della tradizione partenopea assecondando i voleri di Gioacchino Murat che avevano come scopo quello di offrire agli aristocratici inclini al vezzo turistico del Grand Tour una visione edulcorata della Napoli napoleonica.

La NCCP era venuta per ridare la “terra ai contadini”.

Ai napoletani, la loro musica.

Al Sud, la sua storia.

Il 5 Settembre del 2016 Carlo D’Angiò muore, senza che le televisioni di regime (quelle che affidano la notte di capodanno a Gigi D’Alessio e celebrano ogni anno un omaggio di cartapesta a Pino Daniele) ne facciano cenno.

In questa Italia leghista, l’ultimo degli angioini muore senza fare notizia.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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