THE BARON FOUR – Silvaticus (Get Hip)  

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Sono rimasti praticamente dove li avevamo lasciati, gli inglesi Baron Four.

Anche se per dare un seguito al loro debutto di tre anni fa sono dovuti “emigrare” alla Get Hip. Per il resto siamo ancora in quella “selva oscura” in cui ci siamo persi molto prima della metà della nostra vita e della quale tardiamo volutamente a trovare l’uscita ancora oggi che ci avviciniamo alla terza età.

Si tratta, per capirci di una versione forse appena meno fanatica dei Gruesomes (provate a lanciare un termine di paragone confrontando le rispettive versioni di I Can Tell), una macchina de Gli Antenati spinta con i calcagni lungo le strade del  sixties-punk, dell’R ‘n B dei Pretty Things e delle band olandesi di mezzo secolo fa.  

Una dozzina di numeri beat-punk farneticanti con cui potete tornare a grattarvi il vostro culo come scimmie sui rami degli alberi di acacia.

Sempre che vi piaccia grattarvi il culo, che vi piaccia l’acacia e che vi piaccia il garage-punk, ovviamente.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

OUTSIDERS – Outsiders (Relax)  

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“Sono certo che un giorno la gente apprezzerà le mie canzoni più di quanto non lo abbia fatto quando avrebbe dovuto”. Così dichiarava Wally Tax in una intervista degli anni Settanta.

E quel giorno arrivò.

Tardi, ma arrivò.

Le sue canzoni verranno recuperate. Quasi tutte.

Su svariati dischi di chi, negli anni Ottanta, si professò fanatico della sua band.

Fino ad un vero e proprio, peraltro bellissimo, disco tributo intitolato Misfit pubblicato dalla Screaming Apple nel 1994.

Il loro album d’esordio esce quando hanno già vomitato una raffica di singoli uno più bello dell’altro, con una stropicciatissima canzone su un lato e una crepitante ballata sull’altro lato. Verranno raccolti, in parte, quasi contemporaneamente al loro disco di debutto su una raccolta intitolata Songbook.

Fatevi un regalo: compratela.

E magari fatevelo doppio e comprate pure questo. Registrato per metà dal vivo e per metà in studio. Ci sentirete vibrare dentro una delle più selvagge compagini di capelloni europei dei mid-Sixties. Ci sono dentro R’ n B indemoniati dominati dall’armonica (in realtà un po’ fuori tono sulle tracce live) mentre vengono letteralmente pestati dagli strumenti e altri pezzi dall’andatura più mesta, malinconica. Filthy Rich, Don’t You Cry, Won’t You Listen, If You Don’t Treat Me Right sono quattro delle cose più sporche mai prodotte durante quel decennio che di lordure ne produsse a iosa. Forse troppo cattive per poter essere amate come Wally avrebbe voluto, almeno finchè i tempi sarebbero stati maturi per riprendere quei rifiuti sparsi per le strade pulite e ordinate dell’Olanda e sparpagliarli per tutto il mondo.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REVERBERATIONS – Mess Up Your Mind (Screaming Apple)  

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Quando per i club di Portland giravano i Miracle Workers penso loro non fossero ancora nati. Eppure adesso eccoli qui, i Reverberations. A rinnovare quell’appassionante saga di suoni rubati al sixties-punk che fortunatamente non conosce sosta. Dopo un paio di singoli ecco dunque la band dell’Oregon arrivare al traguardo del primo full-length, presentato con una di quelle copertine che sai già che comprerai, prima ancora di aver ascoltato una sola nota.

Poi lo apri e…bang! È proprio quel disco della madonna che ti aspettavi. Uno di quelli che sarebbe potuto uscire benissimo trent’anni fa. E lo avresti fatto girare sul piatto fra un Tell-Tale Hearts e un Thanes, così sborroso di armonica, così pieno di chitarre capaci di pennellate folk-rock e di grandi orge R ‘n B, così popoloso di urla da foresta giurassica e di piogge battenti di maracas che manco in una foresta tropicale. Definitivamente, la miglior uscita sixties-punk del 2016 è in mano ai Reverberations. Gli altri, si mettano l’anima in sella, la vanga in mano e tornino a scavare.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE THANES – Evolver (Rev-Ola)

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La calvizie spietata di Lenny Helsing è lì a ricordarci che, cazzo, sono passati quasi vent’anni dalla nascita dei Thanes. Un esempio di coerenza paurosa che le 27 tracce messe qui di fila esaltano senza tema di smentite. Una devozione incrollabile verso il freakbeat inglese, il R ‘n B olandese, il garage punk americano e una inspirazione ben lontana dalle secche aride cui altri neo-primitivi si sono trovati arenati accompagnano ancora oggi la loro storia: i Thanes sono un crotalo che si diverte a scivolare sull’erba della memorabilia sixties facendo vibrare il suo sonaglio in funzione aposematica. Evolver integra il contenuto della doppia raccolta uscita tre anni fa su Corduroy e anche se meno ricca della cuginetta australiana, la visibilità garantita dalla distribuzione Cherry Red non potrà che giovare al combo di Edimburgo e fare la gioia di fans vecchi (come Mike Stax e Jon Mills) e nuovi.

 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE THANES – A Night in Great King Street (Larsen)    

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Formato 10” per il disco che onora i venti anni di carriera dei Thanes (22 se contiamo gli esordi come Green Telescope, NdLYS). Ovvero: un bordello di tempo. Venti anni durante i quali Lenny è stato praticamente in tutti i posti giusti (i tributi a Kinks, Outsiders, Pretty Things per es.), suonando covers di gran pregio e originali dall’esemplare dosaggio di dopamina beat, R&B e folk-punk. Ogni canzone un piccolo capolavoro, una sfera perfetta. Anzi, un prisma tagliato così maledettamente bene da somigliare a un diamante. Questo live che pesca soprattutto dalla storia recente del gruppo scozzese (anche qui covers da brivido, come I Despise You dei Q65) tradisce in parte questa perfezione suonando, per scelta, maledettamente lo-fi. Il suono è criptico, come di homo sapiens radunati attorno al fuoco a picchiare su liane tese e sottili qualche canzone folk dei vecchi uomini scimmia. Se avete speso milioni per un impianto stereo ultra-filtrato, “now it‘s your time to cry”.

 

                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE OUTSIDERS – CQ (Jackpot)

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Seek You. Chi è un radioamatore sa di cosa parlavano gli Outsiders e a cosa si riferisse la richiesta implorante di Wally Tax sull’inquieto strumentale che dava il titolo al loro secondo album, prima dell’esplosione finale che rendeva manifeste a tutti gli altri le orbite sperimentali che la band olandese, al pari degli altri argonauti del beat, stava cavalcando in quel periodo dimostrando come gli zazzeroni ostentati con fierezza servissero in realtà ad occultare delle antenne pronte a captare ogni cosa trasportata dall’etere, dalle frequenze marziane qui intercettate su Doctor ai rumori delle officine occidentali (il grugnito pre-punk della bellissima Misfit ad es. o il finale compulsivo di Prison Song, NdLYS), dai suoni rinascimentali (l’arrangiamento rococò di Daddy Died On Saturday) ad improbabili echi di musiche hawaiane (The Bear), imbastendo una sorta di esperimento di psicofonia musicale.

La ristampa Jackpot merita un plauso per l’inserto placcato argento uguale alla prima tiratura, la bella intervista a Ron Splinter e le gustose note di Mike Stax.

QRZ: Lys from deep deep south, here. Who’s calling me?

 

                                                            

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro    

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THE RIPPERS – Why Should I Care About You? (Slovenly)

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I Rippers non li ferma più nessuno. Totalmente votati al massacro, questi quattro scavafosse cagliaritani tornano a sfregiarci il viso con altre 12 lame di affilatissimo R ‘n B sul “taglio” di Searchin’ for the Wilderness o Trans-World Punk. Non un secondo per respirare e godersi una tregua, niente. Anche gli Outsiders o i Pretty Things ce ne concedevano qualcuna, ma loro NIENTE: i Rippers sono un panzer con la tanica piena di veleno e suonano spietati. Se i Germs fossero stati un combo di nederbeat dei mid-60s anziché una punk band nella L.A. sfatta degli anni ‘70 avrebbero suonato così, con la stessa impellenza, la stessa voglia di finire tutto e subito, a costo di prendere a morsi la strada. Sentite l’armonica di My Brown Friend o Just For One Day, l’assolo sovrapponibile di 2 Little Hands e What I’ve Done o lo strumming feroce di Right Time to Kill You: un bufalo imbizzarrito che scalcia e si fa il vuoto tutt’intorno. Tutto sbagliato ragazzi: l’influenza più pericolosa dell’anno non viene ne’ dal Messico ne’ dai suini, ma dalle mandrie ovine che pascolano all’ombra storta dei nuraghi.  

 

                                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Nuggets Box # 1 / 2 (Rhino)

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Quando, in epoca pre-punk, quel perdigiorno di Lenny Kaye mise mano al primo volume di Nuggets soffiando la polvere su alcuni ormai dimenticati 45 giri della sua collezione anni-60, pochi si sarebbero immaginati che avrebbe dato via ad una rivoluzione. etimologica, innanzitutto visto che fu proprio in quell’occasione che il termine punk fu applicato per definire, più che un genere, un’attitudine che da lì a breve avrebbe messo a ferro e fuoco il mondo occidentale. di costume e di ispirazione, pure, visto che proprio quella bibbia sarebbe stato il testo sacro a cui si sarebbero ispirati tutti i gruppi punk pronti a venire: Dictators, Ramones, Sex Pistols, DMZ, Dead Boys.

Tutti avrebbero scoperto nell’attitudine primitiva delle garage bands dei 60’s la fonte cui abbeverarsi per dare inizio all’estinzione dei dinosauri. pochi immaginavano che alcuni di loro lo sarebbero diventati, ma questa è un’altra storia. Il furore di bands come Electric Prunes, Remains, Music Machine, Question Mark & The Mysterians, Seeds era energia allo stato brado, pulsione sessuale tesa allo spasimo, volgare, debosciata urgenza giovanile, catartica, estenuante, infinitamente viva perchè odorante di benzina, erba, sesso.

Nelle recenti Nuggets Box pubblicate dalla benemerita Rhino Records (otto cd in tutto, divisi in due box) la ricerca di Lenny (poi sviluppatasi in tutta una collana di dischi dallo stesso titolo, NdLYS) è stata resa nuovamente incandescente con l’aggiunta di brani dalla forza parimenti primordiale (per la cronaca, il primo box è dedicato al garage punk statunitense, il secondo al resto del mondo…Italia esclusa).

Un vortice da cui è difficile uscire, una volta contagiati dalle tonnellate di fuzz guitars, organi Farfisa, sbrodolii psichedelici, freakbeat e selvaggi r ‘n b stomps. Non un disco prescindibile. Un pezzo di storia, due mattoni su cui rifondare l’universo e su cui salire per sputare in faccia a chi si ostina a guardare affascinato i dinosauri.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

AA. VV. – Nuggets Box # 2 (Rhino)    

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Cosa si può dire sulle Nuggets che non sia già di dominio pubblico?

Chi mi legge conosce la portata storica di quel progetto ideato da Lenny Kaye e che contribuì in maniera determinante non solo all’esplosione di tutto il revival meo sixties degli anni Ottanta ma anche, sebbene molti ne abbiano preso coscienza più tardi, a forgiare musicalmente le coordinate di molto punk-rock già dalla metà degli anni ’70.

Le Nuggets sono dunque l’emblema di quella purezza etica invocata come antidoto a quel cortocircuito culturale che al tramonto degli anni Sessanta trasformò la ribellione giovanile in una incerta macchina di protesta goffa ed impacciata e la spinse a crearsi una identità sociale che non le spettava.

Era la generazione dei beatnick che affogava nella cacca del Vietnam e che si ritrovava di colpo adulta, bruciata dalle droghe, atterrita dal futuro.

Più delle compilazioni che ne avrebbero ricalcato le orme, Nuggets fu un’autentica araba fenice che avrebbe solcato i cieli influenzando lo spirito di migliaia di teenagers creando le basi ed i presupposti per il recupero di quella identità smarrita, cancellata dal napalm e dall’ eroina.

La carica di quelle canzoni era paritetica a quelle che la nuova ondata pun si apprestava a forgiare dopo averne assorbito lo spirito e ancora oggi il valore eversivo di una Talk Talk, di una Riot on the Sunset Strip o di una You’re Gonna Miss Me equivale a quella di una New Rose, di una White Riot, di una God Save the Queen. Non ci sono cazzi.

Il nuovo cofanetto curato (mai aggettivo è più appropriato quando si parla delle ristampe della prestigiosa etichetta di Los Angeles, NdLYS) dalla Rhino segue di tre anni la pubblicazione del giustamente pluriosannato primo box, allargando il recupero di materiale vintage dagli USA al resto del mondo.

La formula resta uguale: 109 canzoni raccolte, 109 gemme distribuite su quattro CD, corredate da un fantastico libro di 100 pagine con note redatte da Alec Palao (A&R per etichette come Ace e Big Beat. Al suo lavoro di ricerca si devono, tra l’altro, le Nuggets From the Golden State, NdLYS) e Greg Shaw, pieno zeppo di accuratissime schede monografiche curate da Mike Stax e strabordante di foto ganzissime.

Un investimento obbligatorio per chiunque, anche per chi possiede tutte le tracce qui sapientemente raccolte.

Ascoltare per cinque ore di fila canzoni come queste è come avere un rapporto sessuale con una donna pluriorgasmica.

Ogni traccia, dalla più brutalmente punk alla più LYSergica ed espansa è un’emozione unica, amplificata dall’ascolto di quella immediatamente successiva.

I nomi coinvolti sono tra i più rappresentativi di quel decennio: Creation, Master‘s Apprentices, Birds, Eyes, Haunted, Outsiders, Pretty Things, John‘s Children, Easybeats, Fire, Open Mind, Missing Links, Cuby and The Blizzards, Small Faces per finire con grandi band di culto come i giapponesi Mops o gli australiani Elois (la loro By My Side venne recuperata da Untold Fables e Morlocks negli anni ’80, NdLYS).

Certo, scavare in un archivio così immenso ed eccitante come quello lasciatoci da quel decennio non è facile. Eppure Nuggets Box riesce a mantenere un giusto equilibrio tra furia garage, devastante R ‘n B, pop psichedelico, allucinazioni freakbeat, sussulti mod e addirittura i movimenti tropicalisti brasiliani offrendo davvero la più intensa esperienza di ascolto che vi possa capitare.

Acquistarla più che un dovere, è un obbligo morale.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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