GRANT-LEE PHILLIPS – Nineteeneighties (Cooking Vinyl)  

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Grant-Lee è cresciuto con i nostri stessi eroi: gli Smiths, i Joy Division, Nick Cave, i Pixies, i R.E.M., i Cure. Decide di rivelarcelo nel 2006, suonando per noi alcune di quelle canzoni che gli hanno regalato un brivido, senza grosse pretese. Nineteeneighties ha il tono un po’ dimesso di quei dischi che sembrano fatti più per il piacere privato dell’autore che per profetizzare chissà quale rivoluzione. Chitarra acustica, un filo di armonica, un paio di strumenti ritmici poco ingombranti e la voce di Phillips che non è più quella di Fuzzy e di Mighty Joe Moon già da dieci anni e che però quando intona So. Central Rain, The Eternal o Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me ti sembra ancora di poter affrontare l’autunno semplicemente alzando il volume dello stereo, come se fosse una coperta di Linus fatta di legno, corde e tabacco.

Sono canzoni, versioni di canzoni, che non portano da nessuna parte se non dentro il tuo abissale autunno fatto di nostalgie che appartengono solo a te stesso ma che senti di poter condividere con Phillips che sta lì a suonarle per te, fermo in un angolo della stanza con una chitarra sulle gambe, senza fascisti da uccidere, senza muscoli o denti da mostrare, intorpidito come il volo di una mosca che si rifiuta di uscire di casa, accendendo una fiochissima luce su quegli anni sfavillanti di paradossali fari che sbiadiscono nella nostra memoria come piccole lucciole che stanno morendo senza che nessuno ne raccolga il volo con la carezza di una mano.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – L’universo (Toast) 

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“Carissimi e illustrissimi, chi vi scrive nuovamente è il musicista psichedelico Ursus. Per prima cosa principale vi ringrazio per l’attenzione a voi prestata che vi renderemo a suo tempo nella puntata dell’11 Febbraio che possibilmente ci riempie di gioia e di emozioni quando leggevate la lettera da me inviata e possibilmente ricevuta di questa sublime e stupenda del gruppo dei No Strange di cui mi umilio di fare portavoce”.

Presentatore: “fa bene a umiliarsi?”

Mago Gabriel: “no”

Presentatore: “Perché no?”

Mago Gabriel: “Perché a sua volta siamo tutti uguali, nessuno più alto e nessuno più basso”.

“Nell’attesa di poter ascoltare la nuova poesia del grande Gabriel vi invio in omaggio un’opera musicale…ecc…ecc…sperando che possibilmente in questa musica tu possa cogliere il senso magico dei No Strange. Essa è musica eso e poi eterica ma non solo paragnosta ma bensì è importante la concentrazione mentale che possibilmente può anche essere ascoltata dagli gnomi anzi tanto più sublime quanto potrà spiegare il nostro amato Gabriel…ecc…ecc…”.

Siamo nel 1992 e all’interno dello studio televisivo dell’emittente torinese TF9 si consuma uno dei dialoghi più surreali della televisione underground italiana:

il mago Gabriel è un eroe locale divenuto patrimonio dell’umanità grazie alle attenzioni della Gialappa’s.

Ursus, leader dei No Strange, è uno dei suoi ammiratori. Parla e scrive come lui, in simbiotica estasi, come un discepolo devoto. E gli spedisce i suoi dischi.

L’universo è uscito in realtà cinque anni prima. Ma nell’universo psichedelico, così come in quello “eso ed eterico” il concetto di tempo e spazio sono concetti sfuggenti e molto relativi.

Il secondo album del gruppo piemontese è ancora una volta un piccolo rifugio atomico sopravvissuto alle lordure del mondo, un’Ara Pacis votato ad un psichedelia esoterica e dall’afflato mistico. Sitar, violini, flauti, tablas, nastri magnetici e tastiere si addensano attorno alle chitarre di matrice folk spargendosi come incenso e liberando l’effetto di una sorta di cerimonia psichedelica dove vengono evocati gli spettri delle figure del progressive-folk degli anni Settanta, deformati dalla visione multidimensionale del terzo occhio e dall’ascolto psicoanalitico del terzo orecchio cui il disco tenta, trovandolo, l’accesso.

L’universo spalanca le porte all’abisso interiore, al mondo parallelo che ci viaggia dentro e che ci rifiutiamo di ascoltare, avendone paura. I No Strange diventano gli argonauti musicali dell’inconscio.  

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

ALEXANDER SPENCE – AndOarAgain (Modern Harmonic)

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Tempi di vacche magre anche per la Sundazed che si vede costretta ad affidare alla piattaforma Dropbox la promozione delle sue ultime operazioni discografiche. Ma in barba ai tempi, Oar di Alexander “Skip” Spence ne esce invece ingrassatissimo. Una mastodontica versione in triplo CD è l’ultimo lauto pasto messo insieme dall’etichetta newyorkese sfruttando la consueta formula delle sue cucine: due parti di scienza e otto di divertimento.

Oar è uno dei dischi che appartengono più alla leggenda che alla storia del rock. E per due motivi ben precisi: il primo è che non è in alcun modo uno di quei lavori che impongono alla storia un’accelerazione o una svolta. Avrebbe potuto tranquillamente non essere mai pubblicato e il mondo del rock o del folk avrebbe proseguito la sua corsa senza accorgersene. Il secondo motivo è che, vista la sua scarsa reperibilità in pochissimi l’hanno davvero ascoltato, almeno fino a quando l’avvento di internet non ha permesso a quella nicchia di furetti del vinile di allargarsi a dismisura incuriositi dal racconto di qualche “papà” biologico o adottato. Un disco di culto. Forse IL disco di culto per eccellenza, anche per decine di rockstar ben più fortunate, Beck, Julian Cope e Mark Lanegan in primis.

Oar è già all’epoca della sua pubblicazione (19 Maggio 1969) niente più che una raccolta di provini. Dodici nella sua forma iniziale, poi praticamente raddoppiate nelle varie ristampe che dagli anni Novanta a oggi si sono susseguite. Abbozzi di canzoni che Spence vuole fermare su un nastro a bobine prima che volino via dalla sua testa sempre meno lucida.

Quella che con buona approssimazione si potrebbe azzardare a definire come la versione definitiva di quel lavoro vecchio di quarant’anni prevede oltre al disco originale (o meglio, alla versione extra già pubblicata nel 1999) due cd supplementari, uno intitolato Or e l’altro More, contenenti tutte le session di registrazione di quei giorni di Dicembre del ’68, con versioni alternative a quelle poi uscite su disco (come la Diana suonata su una chitarra a dodici corde) o pezzi rimasti fuori dal lotto ormai di dominio pubblico, come I Want a Rock & Roll Band o I Got Something For You e altri abbozzi, improvvisazioni, accenni, aborti spontanei o indotti (a Spence piace fermare su nastro le proprie idee, anche le più stravaganti abbiamo detto. Ma ovviamente non è lui a pagare lo studio e quei nastri non sono infiniti, NdLYS).

Siamo dentro un sito archeologico, non dentro un semplice disco. Ragion per cui, se vi piace collezionare reperti del passato come fossero feticci, fate pure posto nelle vostre teche. Se vi piace invece solo curiosare tra i musei, soprattutto quando c’è la possibilità di farlo a prezzo ridotto, procuratevi tranquillamente l’Oar classico. Che è tempo di vacche magre, dicevo in apertura.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PETER SELLERS AND THE HOLLYWOOD PARTY – Early Years 1985-1988 (Spittle)  

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Le coordinate orizzontali e verticali sono Chaotic Shampoo & Strange Rock ‘n’ Roll di latitudine e Spun Out of a Mind di longitudine. Come altitudine potremmo indicare The Devil and the Moon. Ma è un’altitudine variabile, come quella dei palloncini.

Dentro questa mappa dovreste trovare la magnifica residenza storica dei Peter Sellers and The Hollywood Party, una sorta di castello fatato nel cuore della Milano da bere. Nei suoi cortili quattro paggetti dai nomi improbabili vivono al riparo dal caos che uccide la città, facendosi scudo con un soffice folk-rock che ha la stessa filigrana un po’ matta di quello di Syd Barrett e di Robyn Hitchcock, mascherandosi da giullari di una corte inesistente con in testa una parrucca alla Brian Jones o un cappello piumato da bardo del Dylan del Rolling Thunder Revue, storpiandone le parole, imitandone il passo.

Se siete vissuti in quegli anni, in quei luoghi, dovreste ancora ricordarvene.

Early Years racconta oggi ai neofiti quella storia, anzi una parte di essa. Sono gli Hollywood Party “minori”, quelli che rimbalzando da una raccolta all’altra, da una demo ad una partecipazione fanno tanto di quel chiasso da far girare la testa anche a chi è distante da lì.

Peter Sellers and The Hollywood Party diventano una delle formazioni più stimate del neo-Sixties italiano. Ne rappresentano l’ala più morbida e anglosassone, scrivendo cose bellissime come e più di quelle che ho citato in apertura. Poi scompaiono, dilenguandosi in un nulla che solo il rientro in scena di qualche anno dopo ha reso meno romantico, mostrando i limiti umani di queste creature che noi credevamo discendenti da Odino o da qualche altro Dio.

Early Years è la mappa per ritrovare la magia di quella favola. Per chi come noi l’ha vissuta in bilico tra epica e realismo. Per chi era appena nato allora e oggi ha poche favole da sfogliare. Per chi non era nato ancora e magari ne scriverà altre ugualmente belle, ugualmente ricche di immagini floreali, scritte in carta increspata e inchiostro simpatico come questa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BILLY BRAGG & WILCO – Mermaid Avenue (Elektra)  

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La casa di Woody Guthrie sulla Mermaid Avenue di Coney Island era una casa senza porte. Nora, una dei quattro figli avuti dal matrimonio di Woody con Marjorie Greenblatt, lo ricorda bene. Gente che entrava ed usciva senza soluzione di continuità, artisti come Odetta, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Leadbelly, Pete Seeger, Sonny Terry stavano lì per giorni, settimane, mesi. Non erano elemento di disturbo al ménage familiare ma erano essi stessi parte di quella famiglia allargata. Nora Guthrie non ha mai tradito quello spirito e, dalla morte del padre, si è sempre prodigata per “aprire le porte di casa”, distribuendo testi inediti dell’enorme repertorio di papà Woody custodendone la memoria senza esporla in una teca di vetro ma facendone cosa viva grazie alle mani di spiriti affini cui è stato affidato il compito di dare una forma musicale a quei testi.

Billy Bragg, uno che suona la stessa macchina ammazzafascisti del buon Guthrie, è stato convocato direttamente da Nora per dare un vestito a quelle parole, proprio come sua mamma faceva quando, negli ultimi anni della vita di Guthrie, si trovò a modificare i vestiti del marito per difendere quel po’ di dignità che il morbo di Huntington non aveva ancora distrutto. Un compito che Bragg ha accettato di buon grado ma che ha voluto condividere con altre anime elette.

Esce così fuori Mermaid Avenue, lavoro a più mani che vede Billy Bragg, i Wilco e Natalie Merchant pasturare in un pascolo comune regalandoci un piccolo miracolo di musica roots (seppur forse fin troppo levigata proprio nel tentativo di sfuggire alla trappola di realizzare un disco Guthriano fino al midollo, NdLYS) in cui i testi di Guthrie vengono imbastiti su strutture musicali che sono debitrici al folk del musicista newyorkese ma non ne sono affatto schiave. Dunque in canzoni come Ingrid Bergman, Way Over Yonder in the Minor Key o Eisler on the Go troverete più Billy Bragg di quanto possiate mai sognare di trovare, così come nella sublime One by One ritroverete l’essenza dei Wilco e più ancora quella degli Uncle Tupelo, avvolta in una malinconica patina di nostalgia che ben si adatta alla lirica dell’autore.

Nora Guthrie può continuare a tenere aperta la porta della casa di Mermaid Avenue, lasciando che il vento faccia dei fogli del padre delle piccole vele per volare sopra tutta l’America.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

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La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GIOVANNI LINDO FERRETTI – Sāgā. Il canto dei canti, opera equestre (Sony Music)  

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Quello del recupero della memoria è uno dei temi fondamentali del percorso artistico di Giovanni Lindo Ferretti. Un bisogno divenuto vieppiù pressante con l’avanzare dell’età, coniugandosi con l’esigenza di venire a patti col proprio passato familiare tradito in gioventù con la scelta di quel vagabondaggio artistico e culturale che lo avrebbero portato lontano dalla sua terra per lasciarsi affascinare  dall’iconografia altrettanto rigida, patriarcale, autoritaria, severa di terre come la Germania o l’Unione Sovietica. Uno strappo che Ferretti ha sempre sentito il bisogno di ricucire e che è diventato, dopo la “morte” dei C.S.I. e le brutte vicende oncologiche che le fecero da triste epilogo chirurgico, uno scopo autentico cui spendersi quasi totalmente. Un eremitaggio contadino che lo ha riportato sui luoghi della sua memoria, ovvero quelle della pastorizia e della transumanza dei suoi avi.

E di cui ha impregnato così selvaggiamente la propria quotidianità da farla esondare sul suo percorso artistico, finendo per diventare cavaliere invisibile dietro la sua scuderia di cavalli poco inclini alla frusta e di portarne in giro la loro bellezza fiera e recalcitrante in uno spettacolo equestre di polvere, sbuffi, fieno, sterco, fuoco, redini e some, vigore galoppante e andature ardite. Esce ora l’opera sonora di quello spettacolo itinerante: cantilene salmodiate in lingua italiana e latina che narrano storie di uomini e cavalli, accomunati dal fato per una lunga e violenta fetta della loro vita. Grumi di parole e respiri pesanti, ora accovacciati ora impettiti su musiche rituali che accompagnano le scene di bivacco, di guerra o di fatica declamate da Ferretti. Con lui, a stendere il tappeto di sabbia silicea su cui l’artista/contadino/maniscalco emiliano può sellare i suoi versi, ci sono vecchi compagni come Lorenzo Esposito Fornasari e Luca Rossi degli Üstmamò.

Un ritorno a casa seguendo le orme lasciate dai padri, trovando alla fine la tanto amata Mongolia proprio davanti la porta di casa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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