BLACK SNAKE MOAN – Phantasmagoria (La Tempesta/Teen Sound)  

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Il nome è rubato a un vecchissimo blues, ma chi dentro la musica di Black Snake Moan cercasse del blues l’archetipo o la carcassa, non ne troverà.

E pure dei Doors accostati più volte alla musica del musicista di Tarquinia in realtà se ne scorgono appena gli stipiti.

Phantasmagoria, che è un disco bellissimo, è invece un album di musica trascendentale, permeato di suoni orientali e radiali vicini alla sensibilità chiaroscurale di un artista come Brendan Perry. C’è, in tutte le tracce, quello stesso ipnotico spleen che riempiva un capolavoro come Eye of the Hunter.

Le impronte etniche, nonostante lascino solchi profondi, non conducono mai alle porte di una volgare Bollywood costruita per accogliere stuoli di turisti affascinati da un’India posticcia ma serve a pervadere l’ambiente sonoro di fumigazioni simili a quelle di un incenso votivo in un rituale spirituale, sacrale, esoterico, tenebroso e mistico insieme. La musica di Black Snake Moan di questo profuma, preparandoci alla grande notte di Shiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SWANS – leaving meaning. (Young God)  

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Una sinfonia di uomini appesi per il collo. Che scalciano e imprecano nel vento.

leaving meaning. è disco di supplizio e contemplazione.

Atmosferico e glaciale, il nuovo disco degli Swans arriva ad annunciarci l’inverno prossimo venturo con bellezze ed orrori inenarrabili, ennesimo capolavoro neo-gotico che gronda di sangue. Colando, si fa sinfonia. Sinfonia sinistra.

Come di topi che scappano mentre la nave affonda. E di capitani che affondano con essa mentre gli schiavi esultano perché l’acqua ha allungato il vino.     

La piccola chiesa del porto suona le sue campane, lanciando un SOS a un Dio affaccendato che indugia oltre le nubi con la sua grande scatola di domino.

Michael Gira suona una canzone pure per lui.

La costruisce a forma di cattedrale.

Poi si accuccia a forma di gargoyle.

E guarda tutto il mondo appassire.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – Mutter Der Erde (Area Pirata)

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Un disco più mistico che psichedelico, il nuovo dei No Strange. Un viaggio alla ricerca di Gaia come medicina per il disgusto che ci sta riempendo stomaco e polmoni e di cui Voyage dans la lune si fa amaro manifesto, quasi fosse una sorta di Povera patria aborigena. E si, il Battiato più sperimentale ed ermetico abita questi luoghi sonori, assieme a mille altri spettri. Che nella musica del gruppo torinese sono evocati e mai emulati. A loro viene concesso ancora il soffio della vita, in qualche modo. Senza farsi mai carne. Mutter Der Erde sembra un posto creato più per loro che per noi, che lo attraversiamo non senza avvertire un vago senso di disagio.   

Oscuri gruppi prog italiani, antiche formazioni di folk celtico, vecchi corrieri cosmici germanici, lontane orchestre di suonatrici indù, pellegrini e sciamani, rabdomanti, danzatrici del ventre, raccoglitori di tufo e mietitrici di bambù si muovono nuovamente tra questi paesaggi.

Aria tra l’aria. Acqua tra l’acqua, fuoco in mezzo al fuoco, terra nella terra.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

CESARE BASILE – Cummedia (Urtovox)  

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Durante i quattordici mesi di governo giallo-verde Cesare Basile è stato l’unico a cantare del “capitano” per quel che è. Capitano (fangu, rifardu e ganu senza onore) è stata la sola vera invettiva anti-Salvini che l’Italia abbia prodotto durante l’era del pupulismo al potere, mentre il cantautorato “di rappresentanza” si tirava fuori dalle battaglie ideologiche, chiudendosi nel perbenismo radical-chic buono per garantirgli il conto in banca, i passaggi in tv e le feste di piazza.

Il nuovo album di Basile getta il cadavere di Salvini in mare, tra le stesse acque in cui altri sono annegati in suo nome. Cummedia si libera di quella zavorra che puzza di fascismo e naviga, libera, tra le onde di un Mediterraneo in cui nessun porto è più luogo di approdo.

Cesare Basile tira fuori il suo piccolo armamentario di chitarre, cianciane, pupi e cartelloni fatti ad inchiostro di china, si siede su uno sgabello e con la sua voce inizia a tormentarci e a graffiarci fino a tirarci via la pelle.

C’è, dentro le undici tracce di Cummedia, tutto il tormento arcaico della Sicilia. Esibito ora a mo’ di scudo, ora a mo’ di spada. Un dolore endemico e rugoso che sembra infilarsi dentro gli anfratti del corpo, “inficcarsi ntra li carni re cristiani”, come le “spine dei fichi d’india raccontate” su Cchi voli riri, metafora sagace degli spilli del sospetto che piano piano si insinuano perniciose nel nostro cervello, fino a trasformare l’Italia in Babele.  

Cummedia è il vascello in fiamme della musica italiana.

Con la bandiera rossa e nera sull’albero maestro.

Cesare Basile l’unico capitano cui dovremmo sventolare i fazzoletti quando passa davanti le nostre coste.         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE PROCLAIMERS – This Is the Story (Chrysalis)  

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Un quarto di Everly Brothers, un quarto di Housemartins, un quarto di Tokens. E l’ultimo quarto riservato alla loro amata Scozia.

Questa, in sintesi, la ricetta dei Proclaimers. Anche se qui dentro incrocerete il Kingston Trio, Jackie Wilson, Paul Weller, Billy Bragg, Simon and Garfunkel, i Dexy’s Midnight Runners e tanti altri volti noti.

Chitarre acustiche e voci doo-wop, i gemelli Reid non hanno nulla a che vedere con gli omonimi fratelli Reid provenienti dalla stessa regione. Basta vederli in copertina, ben pettinati e occhialuti alla maniera di Buddy Holly per capire che qui si va a parare da tutt’altra parte rispetto alle fustigate noise di Jesus and Mary Chain.

This Is the Story sembra piuttosto fare tesoro della lezione di un trovatore contemporaneo come Billy Bragg e dei Jam a motori spenti (quelli di That’s Entertainment, per capirci) e con pochissimi strumenti di lavoro riesce a costruire una serie impressionante di canzoni fulminanti e incantevoli all’ascolto oltre che pungenti come pungiglioni d’ape. Declamate in modo così limpido ed epico che non sai mai se stanno parlando d’amore o di politica.

E invece se capisci qualche parola di inglese, anche se declinato con accento gaelico, sai benissimo che dietro il rifiuto d’amore di Throw the ‘R’ Away si nasconde la denuncia di un razzismo del tutto simile a quello che serpeggia in Italia, pur se geograficamente capovolto. Un nazionalismo tenace che i Proclaimers vestono con grazia fino a spingerci a schierarci con la loro idea, battendo mani e piedi al ritmo di The Joyful Kilmarnock Blues o ad intonare con tono solenne le piccole contee scozzesi elencate su Letter from America, come fossimo partigiani di una guerra che non ci appartiene ma per cui ci sentiamo di simpatizzare.

Franco “Lys” Dimauro

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GRANT-LEE PHILLIPS – Nineteeneighties (Cooking Vinyl)  

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Grant-Lee è cresciuto con i nostri stessi eroi: gli Smiths, i Joy Division, Nick Cave, i Pixies, i R.E.M., i Cure. Decide di rivelarcelo nel 2006, suonando per noi alcune di quelle canzoni che gli hanno regalato un brivido, senza grosse pretese. Nineteeneighties ha il tono un po’ dimesso di quei dischi che sembrano fatti più per il piacere privato dell’autore che per profetizzare chissà quale rivoluzione. Chitarra acustica, un filo di armonica, un paio di strumenti ritmici poco ingombranti e la voce di Phillips che non è più quella di Fuzzy e di Mighty Joe Moon già da dieci anni e che però quando intona So. Central Rain, The Eternal o Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me ti sembra ancora di poter affrontare l’autunno semplicemente alzando il volume dello stereo, come se fosse una coperta di Linus fatta di legno, corde e tabacco.

Sono canzoni, versioni di canzoni, che non portano da nessuna parte se non dentro il tuo abissale autunno fatto di nostalgie che appartengono solo a te stesso ma che senti di poter condividere con Phillips che sta lì a suonarle per te, fermo in un angolo della stanza con una chitarra sulle gambe, senza fascisti da uccidere, senza muscoli o denti da mostrare, intorpidito come il volo di una mosca che si rifiuta di uscire di casa, accendendo una fiochissima luce su quegli anni sfavillanti di paradossali fari che sbiadiscono nella nostra memoria come piccole lucciole che stanno morendo senza che nessuno ne raccolga il volo con la carezza di una mano.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Who Will Buy (These Wonderful Evils) #1 / #2 / #3 (Dolores Recordings)  

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Il confronto, in origine, è tra la vecchia e la nuova scuola svedese. Poi, quella vintage prende il sopravvento, straripando sui volumi successivi. Nascono così, nel 2003, i “wonderful evils” della Dolores (distribuita dalla Virgin svedese). Incartati dentro copertine bellissime, motivo per cui ci/vi toccherà comprarle in edizione vinile. Siamo dunque dentro i corridoi di un’Ikea tutta piena di chincaglieria Sixties: beat, garage-punk, psichedelia, folk-rock, R ‘n B feroce, raga-rock.

Minuscole schegge del firmamento boreale del rock come Shakers, T-Boones, Trolls, Scorpion, Contact, Wizards, Outsiders, Evil Eyes, Vat 66, Mascots, Attractions, Stringtones, Flying Dutchmen si susseguono senza sosta.

Band durate davvero lo spazio di una sola stagione, giusto il tempo di imbrattarsi le mani con qualche canzone degli Stones, dei Kinks, dei Buffalo Springfield, di Dylan per poi tornare in aula a completare il compito in classe.

Però quanta magia in questa voglia di saltare lo steccato della musica, sognando di toccare le stelle.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GEOFF FARINA – Reverse Eclipse (Southern)  

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Geoff Farina è il Ben Watt coltivato sotto i funghi post-rock dei Karate. Anche se a volte, quando ascolto le pennate più asciutte di Fire ad esempio, a me piace descriverlo come il Billy Bragg della stagione emo-core, pure se questa chitarra non vuole uccidere niente e nessuno.

La chitarra di Farina è un ammazzamosche a salve, una paletta di cartone che accompagna gli insetti verso la via di fuga, verso quella fessura che le separa dalla libertà.

Se Geoff ha degli artigli, ma dubito ne abbia, li nasconde sotto due guanti di sottile fustagno, accarezzando a lungo le corde della sua chitarra finché da sotto i polpastrelli non veda apparire un sogno sottoforma di nuvola, senza lasciare alcuna impronta sulle corde. La sua carezza è una moina jazz, una lusinga bossanova, una carezza folk. Reverse Eclipse è il suono dei frigoriferi vuoti, lasciati accesi ma a porta socchiusa per evitare il puzzo di muffa, illudendo loro e noi stessi che un giorno torneranno ad essere scorta per saziare ogni organo che sia sotto il cuore.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – L’universo (Toast) 

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“Carissimi e illustrissimi, chi vi scrive nuovamente è il musicista psichedelico Ursus. Per prima cosa principale vi ringrazio per l’attenzione a voi prestata che vi renderemo a suo tempo nella puntata dell’11 Febbraio che possibilmente ci riempie di gioia e di emozioni quando leggevate la lettera da me inviata e possibilmente ricevuta di questa sublime e stupenda del gruppo dei No Strange di cui mi umilio di fare portavoce”.

Presentatore: “fa bene a umiliarsi?”

Mago Gabriel: “no”

Presentatore: “Perché no?”

Mago Gabriel: “Perché a sua volta siamo tutti uguali, nessuno più alto e nessuno più basso”.

“Nell’attesa di poter ascoltare la nuova poesia del grande Gabriel vi invio in omaggio un’opera musicale…ecc…ecc…sperando che possibilmente in questa musica tu possa cogliere il senso magico dei No Strange. Essa è musica eso e poi eterica ma non solo paragnosta ma bensì è importante la concentrazione mentale che possibilmente può anche essere ascoltata dagli gnomi anzi tanto più sublime quanto potrà spiegare il nostro amato Gabriel…ecc…ecc…”.

Siamo nel 1992 e all’interno dello studio televisivo dell’emittente torinese TF9 si consuma uno dei dialoghi più surreali della televisione underground italiana:

il mago Gabriel è un eroe locale divenuto patrimonio dell’umanità grazie alle attenzioni della Gialappa’s.

Ursus, leader dei No Strange, è uno dei suoi ammiratori. Parla e scrive come lui, in simbiotica estasi, come un discepolo devoto. E gli spedisce i suoi dischi.

L’universo è uscito in realtà cinque anni prima. Ma nell’universo psichedelico, così come in quello “eso ed eterico” il concetto di tempo e spazio sono concetti sfuggenti e molto relativi.

Il secondo album del gruppo piemontese è ancora una volta un piccolo rifugio atomico sopravvissuto alle lordure del mondo, un’Ara Pacis votato ad un psichedelia esoterica e dall’afflato mistico. Sitar, violini, flauti, tablas, nastri magnetici e tastiere si addensano attorno alle chitarre di matrice folk spargendosi come incenso e liberando l’effetto di una sorta di cerimonia psichedelica dove vengono evocati gli spettri delle figure del progressive-folk degli anni Settanta, deformati dalla visione multidimensionale del terzo occhio e dall’ascolto psicoanalitico del terzo orecchio cui il disco tenta, trovandolo, l’accesso.

L’universo spalanca le porte all’abisso interiore, al mondo parallelo che ci viaggia dentro e che ci rifiutiamo di ascoltare, avendone paura. I No Strange diventano gli argonauti musicali dell’inconscio.  

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OFFICINE SCHWARTZ – L’opificio (Again/Luce Sia)  

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Andrea Chiesi è, negli anni Ottanta un bel ventenne modenese che si trova a frequentare, come tanti altri coetanei, vecchi capannoni industriali, officine abbandonate e stabilimenti fatiscenti. In maniera abusiva, spesso. Altre volte in veste, per così dire, “ufficiale”. Sono i luoghi dove quel che resta della scena punk e quella nuova della cultura hip-hop trovano anzi si prendono l’ospitalità altrove negata. Organizzano raduni, incontri, concerti, strategie.

Andrea Chiesi è lì per quello ma non solo per quello. È lì per lasciarsi sedurre da quei luoghi. Non dai corpi che li abitano ma da quelle strutture che li sovrastano, che li protegge e che allo stesso tempo custodiscono la memoria recente dei muscoli, del sudore, della fatica e della morte che hanno abitato quei posti. È lì anche quando ne esce, perché nei suoi disegni cerca di riportare il respiro di quei posti. Il mondo di Chiesi, in quegli anni, non può non intersecare quello delle Officine Schwartz di Bergamo anche loro attratti da quel mondo post-industriale, da quelle necropoli moderne dove schiavitù e libertà hanno convissuto fianco a fianco. E così, grazie ai ragazzi del Maffia di Reggio Emilia e dei grafici del Kom Fut Manifesto, Chiesi e le Officine si avventurano in quell’esplorazione delle fabbriche che è L’opificio, progetto multimediale dedicato al lavoro e al dopolavoro dentro il ventre industriale dell’Emilia.

Il materiale sonoro di quel disco è il cuore di questa ristampa aperta dallo ska meccanico di Carica!, title-track dell’E.P. uscito poco prima e qui aggiunto per intero assieme a tre bonus tratte da Stoccaggio Armonia e Meccanica che invece sono relegate in fondo alla scaletta dell’album.   

Le “manovre” dell’uomo-operaio vengono prestate all’utilizzo per un’opera concertistica dove mazze e seghe circolari convivono con canti di fatica e musiche popolari, riaggiornando il blues alla realtà post-bellica e partigiana della terra emiliana, suonato sotto l’occhio vigile e i fischietti dei capo-cantieri e dei padroni.

Ancora una volta le Officine portano il lavoro su un palco, nei teatri, dentro uno studio di registrazione. Onorano il sacrificio dei martiri dell’efficienza e dell’opulenza industriale. Reclamano un silenzio e un’attenzione riguardosa, come se dentro ogni pugno sferrato su un’incudine si muova la forza della mano divina.

E come se noi, avendone rispetto, provassimo qualcosa vicina al timor di Dio.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro