THE FEELIES – Indie Love Gods

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Suona come un paradosso. Ma uno dei dischi chiave dell’indie-rock chitarristico degli anni Ottanta, è registrato senza alcun amplificatore per chitarre. E senza nessun pedale. Dettando la cifra stilistica di moltissimo rock alternativo degli anni a venire senza mai essere ripagati. Restando per sempre un disco di culto. Difficilissimo da replicare anche per loro stessi.

Pennate nervose che corrono veloci come il Beep Beep braccato da Will Coyote. E che ovviamente suonano come quell’altro Road Runner che tutti dovreste conoscere e che rappresenta uno dei primissimi canoni estetici per la band di Haledon, assieme ai Television cui spesso vengono ancora oggi paragonati.

Crazy Rhythms è però, nella sua meccanica robotica, accostabile più alla musica a scatti degli ex-compagni di scuderia Devo e al funky liofilizzato dei Talking Heads. La loro cover di Everybody’s Got Something to Hide dei Beatles, la perfetta controfigura della Satisfaction smontata dal gruppo dell’Ohio.

Musica disadorna, minimale e spasmodica, sketches in forma di canzone privati di qualunque sequenza armonica, spinti da un battito tribale (campanacci e maracas usati al posto dei consueti piatti e charleston) che sembra più intenzionato a volerli condurre sull’orlo di un baratro che sottolinearne l’andatura, cantata con una voce epurata da ogni emozione, racchiusa in una copertina che è mille miglia distante da ogni stereotipo rock. Così si presenta al mondo Crazy Rhythms nel 1980.

Certificando di fatto la nascita del college rock.

Stabilendo che i tre accordi del punk erano troppi e che i due minuti in cui erano imprigionati potevano essere invece troppo pochi.

Crazy Feelies.

 

Dopo l’esordio vitaminico di Crazy Rhythms la musica dei Feelies si flette in direzione di un guitar-rock minimalista influenzato in equal misura dai Beatles e dai Velvet Underground. E si flette in maniera così decisa che i due superstiti del gruppo madre decidono addirittura di cambiare denominazione ad ogni nuova uscita, la prima delle quali è un EP di quattro brani accreditati ai Trypes con Glenn Mercer e Bill Million affiancati da Stanley Demeski, Marc Francia, John Baumgarter, Toni Paruta e Brenda Sauter più un altro paio di collaboratori: una vera mini-truppa fotografata per esteso sulla copertina di Music for Neighbors, il disco che raccoglie quel piccolo parto di vinile assieme agli inediti del periodo. Un esercito che sembra armeggiare con fucili di plastica non appena la puntina tocca i solchi di From the Morning Glories, lunga canzone folk-rock che sembra un provino dei Jefferson Airplane.

Nonostante il gran numero di attori coinvolti, la musica dei Trypes resta disadorna anche quando (nello strumentale che dà il titolo a questa raccolta, ad esempio) sembra volersi trasformare in una mosca che gira attorno alla cacca degli Yes o quando le percussioni si agitano talmente tanto da trasformare un pezzo come The Undertow in una pizzica velvettiana. Un gusto per l’arredamento essenziale che a tratti (Belmont Girl Is Mad at Me, Friends, Force of Habit) sembra di stare nel salotto di Daniel Johnston con la consolle dei videogiochi Atari accesa.

Non molto per desiderare che i Trypes fossero molto più che uno spin-off. Abbastanza però per desiderare un ritorno dei Feelies.

 

Fatta eccezione per un paio di singoli, The Good Earth rappresenta il primo compito impegnativo di Peter Buck dei R.E.M. in veste di produttore. Non è una responsabilità da poco: i Feelies arrivano al secondo album dopo l’onda lunghissima di un disco di debutto per cui la critica musicale ha fatto man bassa di tutti gli aggettivi più lusinghieri del proprio taccuino. Un disco che segnerà l’indie-rock più di quanto si voglia ammettere e più di quanto la band stessa avesse in programma di fare.

Facile dunque?

Eh no.

Perché i Feelies nel frattempo hanno patito la prima importante defezione e la recessione dal contratto che li legava alla Stiff. E i superstiti di quella prima line-up hanno temporaneamente accantonato la sigla Feelies per mettere su un gruppo che come la band-madre suona pochissimo dal vivo ma, quando lo fa, lo fa addirittura accomodandosi su delle sedie posizionate davanti ai microfoni o in penombra, come atto di rifiuto al megalomane egocentrismo vanaglorioso e onanista del rock.

Ad alzarli in piedi e riaccendere su di loro i riflettori ci penserà Jonathan Demme, che li vuole a tutti i costi nel cast di Something Wild (riuscendoci) e che programma di realizzare un’intera pellicola su di loro (non riuscendoci).

Come se non bastasse, dopo più di un lustro, non hanno per nulla voglia di fare un Crazy Rhythms #2 pur essendo tornata la voglia di strapazzare i loro strumenti.

Dunque Peter Buck non ha compito facile. Eppure deve assolverlo. Non per mere esigenze di contratto ma quasi come pegno per aver portato la sua band ad un successo popolare mai sfiorato dai Feelies pur suonando canzoni per tanti versi identiche a quelli del gruppo che adesso sta per partorire il secondo figlio.

Il risultato ha del prodigioso. Perché i Feelies fanno delle loro piccole imperfezioni, il loro cavallo di battaglia. E queste canzoni che sembrano sul punto di sgretolarsi, tenute a malapena insieme da una chitarra acustica e da una voce che sembra quella di Jonathan Richman in un eccesso di timidezza, queste marce per soldatini di piombo e ballerine di danza classica che si corteggiano senza mai potersi scambiare un’effusione, un bacio, una carezza, queste canzoni che sembrano svolazzare nel volo tutto scoordinato e diagonale che è proprio delle farfalle sembrano dirci che la bellezza è nelle piccole cose.

Nelle piccole cose senza senso.

Nelle piccole mosse sgraziate.

Nei sorrisi in cui dei denti si mostra l’asimmetria e non la bianchezza.

Nel bacio che non conosce remore.

Nella folle corsa verso un abbraccio.

Anche quando per raggiungerlo siamo goffi, purchè si sia pronti a cadere.

 

Gli Yung Wu sono i Trypes che tornano a suonare come i Feelies, dietro un separé da ombre cinesi. Però quando passa una cosa come Spinning le riconosci eccome quelle sagome, anche se adesso la voce narrante dello spettacolo è quella di Dave Weckerman.

Shore Leave è a tutti gli effetti una costola strappata a The Good Earth, anche se la scelta della “mascherata” giapponese permette al gruppo di smarcarsi dalle aspettative che il ritorno in scena di quell’altro si era trascinate dietro.

Sempre che ai Feelies, ai Trypes, ai Willies, agli Yung Wu o come diavolo vogliono farsi chiamare interessi qualcosa, cosa di cui non sarei tanto certo.

Però Shore Leave appare più votato al disimpegno rispetto a The Good Earth, alla divertita jam da cantina, con adeguata scelta di cover di circostanza (Big Day, Child of the Moon, Powderfinger) col dito indice che indica la luna e quello medio che indica voi.

Neil Young li guarda dalla spiaggia.

Di spalle.

 

Ci sarà un paradiso per i Feelies.

Per raccogliere altrove quel che qui hanno seminato e non han raccolto.

I Feelies calpestano le terre d’America, posano in fattorie, ranch e case coloniche. Sono dentro l’immaginario americano ma non ne fanno parte. Sono quasi un elemento di disturbo. Artisticamente sono l’eterna promessa non mantenuta. Per Only Life è la A&M ad investire su quella promessa che raccoglie l’eredità dei Velvet e dei Modern Lovers. Anzi no, come dicevo, non raccoglie: semina. Come una famiglia giudea che aspetta la sua terra promessa, una volta che Lou Reed e Jonathan Richman hanno separato i mari.

Nel frattempo continuano a scampanellare le loro chitarre come in una danza della pioggia che invochi una doccia di gocce paisley con cui ci si inzuppa i vestiti già con It’s Only Life e Too Much, fino ad ingrossare le acque del fiume in cui si bagnavano i piedi i primi R.E.M. e riaffiori l’eco di quel “mormorio” su Deep Fascination.

E noi si resta lì, anche quando nelle tracce conclusive del disco quella pioggia si trasforma in una piccola tempesta di spilli velvetiani. A lasciarci stupire e trafiggere.

 

Fra tutti i miei dischi dei Feelies, Time for a Witness è quello che salta di più.

Segno di ripetuti passaggi sul mio impianto stereo.

Disco accesissimo che se parte ancora una volta dai Velvet Underground, è dalle parti dei Modern Lovers che finisce. Anzi, a voler leggere la scaletta, addirittura in zona Stooges. Non vi tragga in inganno però la Real Cool Time scelta per chiudere la scaletta, perché qui siamo pur sempre dentro un disco dei Feelies. A mio parere addirittura dentro il miglior disco dei Feelies, anche se vi vedo già a sfogliare chili e chili di enciclopedie sugli album del secolo e del millennio e vi sorprendo spaesati a masturbarvi ancora con la copertina di Crazy Rhythms in mano.

Ora, fate pure quel che volete col vostro uccello, però concedetevi il piacere di un disco veramente lussurioso, straripante di chitarre e campanacci, di canzoni come Sooner or Later, Time for a Witness, Decide, Doin’ It Again, Waiting che nel frattempo band come R.E.M., Yo La Tengo o Replacements, analogamente a Lou Reed e Jonathan Richman, hanno dimenticato come si scrivono e che invece Bill Million e Glenn Mercer no.

Se i Feelies cercavano un buon testimone per il loro quarto album, eccomi. Sono pronto.

 

“È troppo tardi per farlo di nuovo? O avremmo dovuto aspettare per altri dieci anni? Nessuno lo sa eppure pare importi a tutti, tutti chiedono delle risposte alle loro preghiere”

I primi versi di Here Before sembrano fortemente autobiografici.

Di decenni ne sono passati addirittura due fra Time for a Witness e Here Before. Venti anni in cui, è vero, una risposta a qualche preghiera l’attendevamo.

Il tempo. Una variabile variabilissima nella storia dei Feelies che torna come protagonista assoluto di questo nuovo album, in un intricato labirinto lessicale dove il tempo ha funzione ora di attesa, ora di rinvio, ora di arrivo, ora di ritorno, ora di successione, ora di interruzione di eventi. Ma l’evento nell’evento è ovviamente un nuovo disco dei Feelies, ormai diventati la versione professionale di loro stessi, con canzoni ben curate, dinamiche, energiche, ineccepibili dal punto di vista formale e melodico come ben dimostrano cose come Way Down, Time Is Right, Should Be Gone e Nobody Knows. Che ammiccano ora ai Byrds con uno sguardo appena meno torvo di quello di J Mascis e ai Velvet sempre meno, seppure non si neghino neppure stavolta ad un omaggio velato ai loro raga con On and On.

Resta però, ai margini di un atteso e graditissimo ritorno, un velo di ripetitività nelle soluzioni melodiche, avvertibile soprattutto quando l’impianto sonoro sceglie di fare a meno dell’elettricità che percorre la gran parte del disco, come nelle noiose paludi di Here Before e So Far che lungi da stemperare la piacevolissima corrente che percorre il disco, ne inquina le acque.

 

Facciamo che lo ascoltiamo dalla fine. Che tanto, finita l’era del supporto fisico, con un “disco” puoi farci quello che cazzo vuoi.

Facciamo che prendiamo In Between e lo ascoltiamo dalla title-track. Non mentre passeggia in una giornata di sole ma mentre viene sferzata dalla tempesta. Che anche nel New Jersey il tempo è capriccioso ormai. E l’uragano può essere dietro l’angolo. O alla fine di un album che sembrava destinato ad avere il passo compassato di chi porta il cane a pisciare e nel frattempo si guarda le notifiche sullo smartphone. Che tanto non piove e lo schermo non si bagna.

Facciamo che lo ascoltiamo da lì e che ci piace.

Facciamo che ci sentiamo i Wire e che magari non lo diciamo.

Facciamo che ci sentiamo i Jesus and Mary Chain e non lo diciamo.

Facciamo che poi dal quarto minuto ci sentiamo i Velvet Underground e allora lo diciamo, perché quando si parla dei Feelies che fai, non parli dei Velvet Underground? Dell’eredità lasciata in buone mani, dell’elettricità che esce fuori dai cavi, della nascita del college-rock e dell’attitudine indie?

Facciamo però che poi andiamo a cercare fra le altre dieci canzoni e ci scopriamo a nostro agio dentro un disco di miniature di Lou Reed, di Tom Verlaine, di Josh Haden, di Peter Buck. Che finiamo per cedere alla voglia di camminare dentro un viaggio quieto e senza imprevisti, e abbandonarci alle lusinghe e alle promesse del tempo (non per niente la parola più ricorrente dell’album, assieme al verbo andare e alle sue coniugazioni), pure se sappiamo che verremo presi per il culo ancora una volta.

Non dai Feelies, ma da altri aguzzini con facce ugualmente amichevoli.

 

Franco “Lys” Dimauro

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TOM VERLAINE – Flash Light (I.R.S.)  

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La particolarità di Flash Light è costituita dalle canzoni che chiudono le due facciate. Non perché siano le migliori, ma perché Tom Verlaine decide di ripescarle (una identica, l’altra leggermente artefatta) dal disco che la Fontana gli ha rifiutato l’anno precedente perché ritenuto poco commerciale e che lo costringe a rifare (quasi, come abbiamo detto, NdLYS) tutto da capo. Il risultato è un disco che in effetti cede un po’ alle pressioni dell’etichetta, con un suono che sembra quasi fare il verso a quello del Matt Johnson di Infected, successone inaspettato dell’anno precedente.

Il rullante implacabile, metronomico e senza alcuna variante di tempo del funk elettrico di Cry Mercy, Judge va proprio in quella direzione, con la chitarra di Verlaine costretta a trovarsi spazio dove spazio non c’è. Say a Prayer ripete la stessa formula, rallentando leggermente l’andatura e preparando il terreno per il capolavoro A Town Called Walker, epica come una canzone dei Big Country e con un gioco di chitarre da manuale.

A voler essere cattivi, il meglio del disco a questo punto è già passato: per ascoltare una canzone che valga il tempo d’attesa occorre planare direttamente sulla Annie’s Tellin’ Me posta quasi in chiusura che si evolve dal nervoso riff inaugurale ad una distesa di chitarre larghe ed effettate passando attraverso un solo di chitarra che imita il tipico fraseggio di un sassofono.

Il resto, con un po’ di rammarico per At 4 A.M., passa senza lasciare profonde ferite nella carne e pochissime tracce nella nostra memoria.

Sarà contenta la Fontana.

Io un po’ meno.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MARK LANEGAN BAND – Somebody’s Knocking (Heavenly)  

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Che il revival dark/wave sia dietro l’angolo credo non sia l’unico ad averlo intuito.

E nonostante abbia amato il genere fino a farmi male il cuore, tremo al solo pensiero che tante band di quell’epoca possano fare la solita trionfale reunion mascherando col cerone le rughe e con le camicie abbondanti la pingue che si è accumulata. E, a dirla tutta, tremo anche al solo pensiero che i Cure hanno annunciato ben tre album da pubblicare nei prossimi mesi.

Detto questo, tutto immaginavo tranne che Mark Lanegan si potesse trasformare in una sorta di incrocio tra il Johnny Depp finanziato dalla Dior che sgomma nel deserto americano e il principe del gotico inglese Andrew Eldritch. Eppure il nuovo album della sua “band” (di cui non sono mai stato un ammiratore, val la pena precisarlo, NdLYS) vira in maniera esagerata verso i suoni meccanici che furono dei Sisters of Mercy Phase II e di tanti altri campioni/cialtroni della wave inglese (New Order, Depeche Mode, Psychedelic Furs) con una riabilitazione quasi totale di sintetizzatori e, addirittura, sassofoni. Già, proprio quell’orribile ombrello di ottone che negli anni Ottanta spruzzava aria e saliva un po’ dappertutto.

Il rischio è che, ad esempio se iniziate l’ascolto del disco da Penthouse High o da She Loved You, rischiate di passare accanto a Lanegan scambiandolo per qualcun altro.

Io ad esempio l’ho incrociato sull’uscio del bagno, proprio nel momento in cui l’impellenza è diventata ingestibile. E che fosse lui l’ho capito solo dal capello unto. E di certo non era andato in bagno per pulirsi i denti.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE RADIATORS – Ghostown – 40th Anniversary Reissue (Chiswick)  

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Dieci anni fa il più conosciuto quotidiano irlandese stilò la classifica dei quaranta migliori album irlandesi di ogni epoca. Con somma sorpresa di molti, me compreso, Ghostown dei Radiators batté quasi tutti (Van Morrison, Undertones, Pogues, Whipping Boy, Thin Lizzy, Therapy?, Stiff Little Fingers, Cranberries, Divine Comedy), ad eccezione di Achtung Baby degli U2 e Loveless dei My Bloody Valentine.

Discutibile? Sicuro.

Esagerato? Certo.

Però indicativo di quanto la band di Philip Chevron (futuro chitarrista dei Pogues) abbia lasciato, almeno in patria, un ricordo indelebile.

Avrebbe detto Chevron, a pochi mesi dalla sua morte, che i suoi Radiators erano passati dal loro primo album al “loro” London Calling senza passare attraverso Give ‘em Enough Rope. E rende bene l’idea del salto (se non qualitativo, perlomeno stilistico) che i Radiators compirono da TV Tube Heart a Ghostown. Rispetto a quello, il nuovo album è in effetti, quasi un musical. Sovrastrutturato come nessuno avrebbe immaginato e perdonato in epoca punk.

Restano tenaci i legami col rock ‘n’ roll e con le armonizzazioni del beat e del power-pop ma il suono tende adesso a straboccare, ad esondare e talvolta, come in They’re Looting in the Town e nello spiaggiamento nella baia di miele di Dead the Beast, Dead the Poison, a naufragare nell’eccesso.

Oggi che arriva la sua nuova ristampa per il suo quarantennale posso dire con certezza che no, questo non è il terzo disco più bello della storia del rock irlandese, come del resto non mi riconosco in una classifica che ignora capolavori come October, If I Die, I Die o Manic Pop Thrill. Però è necessaria la memoria resti vivida e venga rinfrescata, oggi che molti di quelli che c’erano allora sono morti per potercela raccontare e che la larga parte di chi potrebbe ancora arrendersi al rock and roll non era all’epoca ancora nato.    

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

SAVAGES – Silence Yourself (Matador)  

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Il post-punk, nelle sue forme tipiche del “dopo-punk” propriamente detto, è morto da prima che ognuna di queste quattro ragazze inglesi emettesse il primo vagito. Eppure l’influenza esercitata da band come Banshees, Gang of Four, Bauhaus, Public Image, Joy Division sulla musica delle Savages è vivida ed immensa e Silence Yourself un disco che avrebbe potuto affrontare le serate del Batcave senza temere l’agguerrita rivalità con le band del giro dark/new-wave.

Il ferale rantolio ferroso e il sepolcrale scrosciare di catene che percorre tutte le tracce di questo debutto sono assimilabili se non concettualmente, perlomeno a livello emotivo con capolavori gotici come Atrocities, Dreamtime, Join Hands, In the Flat Field. Un suono che è nervoso e spettrale allo stesso tempo, come di rabbia corrosa dalla ruggine.

C’è molta Siouxsie, dentro le canzoni di questo disco. E al primo impatto l’effetto è del tutto simile a quello del debutto dei Black Rebel Motorcycle Club, quando ci parve di rivedere in deja-vu le sagome torve di Jesus and Mary Chain. 

Ma c’è anche molta PJ Harvey, Lydia Lunch e Karen O e, quando le maglie si allargano, la catastrofe di pezzi come No Face, Hit Me o Husbands si placa e le luci si spengono un altro po’, molta Gitane DeMone. Fantasmi onnipresenti nella nostra memoria che la tavola Ouija delle Savages torna a far battere al nostro uscio, caviglie esili che trascinano catene cigolanti con cui annodarci al legno di Silence Yourself.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

GIRLS AGAINST BOYS – Cruise Yourself (Touch and Go)  

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Nel 1994, all’epoca di Cruise Yourself, i Girls Against Boys sono la piccola compagnia di ventura destinata a conquistare parecchie, parecchie terre sul tavolo del Risiko della musica alternativa.

All’epoca sono in giro già da un po’. Hanno fatto la cosiddetta gavetta. E non sono più delle reclute. Hanno appreso come usare le armi anche per offendere, non solo per pararsi il culo dagli attacchi nemici mentre sono nel buio fumoso del loro fortino.

Potevi trovarteli schierati davanti in formazione doppio basso/chitarra/batteria.

Oppure disposti secondo lo schema tastiera/basso/chitarra/batteria.

Ed in entrambi i casi non potevi trattenere un sussulto che si sarebbe presto trasformato in una sequenza di scatti epilettici capaci di spettinarti. A meno che non usavi il loro stesso trucco e ti impomatavi i capelli.   

Loro erano i ragazzi in perenne lotta con le donne.

Bellocci e carichi di un erotismo sensuale e virile. Tonici come la loro musica. Ma mai volgare. Mai ostentata. Sibillina, piuttosto. E anche un po’ perversa, ammiccante, audace.

Che stavolta siano arrivati per conquistare lo si capisce già dal passo risoluto di Tucked-in, con le voci dei due sergenti che si sovrappongono, impartiscono ordini, imprecano, aggrediscono. La truppa percorre uno stretto cunicolo, finché il tunnel non si apre su una palude che fuma ancora di bivacchi sonicyouthiani. È l’inizio dell’offensiva.

Cruise Your New Baby Fly Self e Kill the Sexplayer, con le loro doppie linee di basso, sono le teste di ariete usate per sfondare le mura.

Poi è un susseguirsi di attacchi psicologici, strategie d’azione e rese simulate che si chiamano [I] Don’t Got a Place, The Royal Lowdown, My Martini, Psychic Know-How, From Now On con cui i Girls Vs. Boys fanno centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di prigionieri.

Me e voi compresi.       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

XTC – Go 2 (Virgin)  

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È probabilmente la follia alla Devo di Meccanick Dancing che apre il secondo album degli XTC a far innamorare perdutamente Brian Eno della formazione di Andy Patridge e Colin Moulding. Un corteggiamento a tutti gli effetti contraccambiato, celebrato proprio qui dentro nel bellissimo tormento (e unica genialata del disco, a dirla tutta) di Battery Brides (Andy Paints Brian) e con la scelta di Eno come candidato alla produzione. Opzione poi declinata in realtà dallo stesso musicista, salvo aver rivelato a posteriori che quella degli XTC era l’unica formazione di cui avesse mai voluto fare parte.

Bizzarrie da musicisti bizzarri. Gli uni e gli altri, ovviamente.

Go 2 è, in questo, degno seguito del debutto di pochi mesi prima, coi suoi ritmi in levare che sembrano fare il verso alla 2-tone e allo skattante pub-rock di Costello e che sembrano dirti che ogni giorno è buono per morire, purché non sia quello in cui stai ascoltando un disco degli XTC. L’effetto immediato è in realtà quello che la formazione del South West sia solo un branco di scimmiette intente a farsi beffe di tutti, loro compresi e che se il corso degli eventi li avesse cancellati alla fine di quell’anno, di loro sarebbe rimasta solo l’impronta dell’ennesima sventurata band new-wave sepolta dalla storia. Così non è stato, per destino, fato o intervento divino che sia. E gli XTC sarebbero diventati una delle pietre angolari di tutta la musica inglese a venire.  

     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

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Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbling Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro