IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

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Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbling Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Hyæna (Polydor)  

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Una cassapanca fin-de-siècle, il disco che i Banshees allestiscono al giro di boa degli anni Ottanta. Uno di quei pezzi d’arredo che, vuoi per il lato affettivo, vuoi per tanta di quella roba analoga che hai visto spacciare in tv a prezzi esorbitanti, sai che vale qualcosa ma che, ti rendi conto mentre la spingi a fatica per stanze e corridoi, starà male addossata a qualsiasi parete, ai piedi di qualsiasi letto, sotto qualsiasi quadro.

Il suono “voluminoso” di A Kiss in the Dreamhouse si fa, su Hyæna, ingombrante, pieno di una maestosità un po’ artefatta, in parte irrisolta e a tratti boriosa, coi suoi archi petulanti e i suoi sassofoni blateranti.

In campo, a dar man forte all’amica di sempre, è arrivato Robert Smith, già rodato durante la tourneè che avrebbe prodotto Nocturne, che sfrutta l’occasione per sussurrare all’orecchio si Siouxsie qualche idea che gli frulla in mente (la somiglianza tra Swimming Horses e la Six Different Ways che pubblicherà l’anno successivo su The Head on the Door è disarmante così come certamente opera sua sono le arie da danza del ventre di Blow the House Down che ricordano, pur senza replicarle, le atmosfere mediorientali di The Wailing Wall e Bananafishbones).

La voce della vecchia strega si approssima sempre più a quella di una sirena, mentre accenna il suo sorriso da iena.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MICK KARN – Dreams of Reason Produce Monsters (Virgin)  

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Tutta la ritualità misteriosa ed esotica dei Japan risuona dentro Dreams of Reason Produce Monsters, capolavoro del geniale bassista cipriota in cui l’apporto dei fratelli Batt in termini di scrittura e di esecuzione torna ad essere basilare, ricreando quell’alchimia perfetta degli ultimi Japan e costruendo un capolavoro di architettura carica di curve, archi, figure convesse. Il lavoro al pennello di Mick è stavolta più misurato, meno straripante, sebbene rimanga sempre inconfondibile la sua capacità di creare figure tridimensionali e rigurgitanti e nonostante sia proprio uno di questi rigurgiti ad accoglierci proprio in apertura di lavoro, nella bellissima foresta adunca di First Impression.

Ed è una scelta voluta e consapevole, quasi a volersi scrollare addosso il ruolo di abilissimo musicista di cui il mondo sembra essersi accorto con ritardo pachidermico. Sebbene le strutture rimangano ampiamente libere, c’è stavolta un maggior senso di compiutezza oggettiva, ci sono canzoni con cui si può scendere a compromessi con maggior facilità, soprattutto quando a prendere posto al microfono è ovviamente David Sylvian e ci sono tanti, tantissimi paesaggi di bambù e pareti di carta di riso dietro cui si muovono le composte forme delle geishe e le opulente sagome dei samurai cui la sua ex-band ci aveva abituato: Land, Language of Ritual, Dreams of Reason, Buoy.

Posti che ci invitano ancora una volta all’approdo in terre lontane.

Mick Karn come un Marco Polo tira via l’àncora, puntando il dito verso oriente.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

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Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

UZEDA – Un panZer di ghisa E D’acciAio

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Italia, primi anni Novanta: la Lombardia aveva gli Afterhours e il Piemonte i Marlene Kuntz.

I più fortunati, una volta tanto, sono i Siciliani: loro hanno gli Uzeda.

Gli Uzeda nascono tra l’epoca “Toscano” (Rock 86) e l’epoca “Virlinzi” (Cyclope) e nascono dall’incrocio fra due fra le migliori band della “nuova onda” catanese: i Candida Lilith di Cesare Basile e i Boyler capeggiati da Agostino Tilotta.

È proprio la compagna di quest’ultimo ad assumere il ruolo di vocalist di questa nuova creatura a cinque teste che inaugura nel 1991 il catalogo della intraprendente e ormai defunta A.V. Arts. Out of Colours è, fra i dischi della formazione catanese, l’unico a risentire maggiormente dell’ombra lunga, seppur deformata, del post-punk inglese. Strutture ed effettistica ricordano più i Banshees, i Chameleons e i Cocteau Twins che le formazioni di area noise americana che imiteranno prima e supereranno nel breve volgere di pochi anni registrando una delle metamorfosi più sorprendenti con cui la fauna rock ci abbia mai stupito.

Porta Uzeda si apre così: un po’ in ritardo sui tempi, che le fauci del post-punk si sono richiuse da tempo. Ma da quella porta passerà di lì a poco un vento destinato a sferzare Catania per lunghissimo tempo.  

                                                                                 

I cinque ragazzoni catanesi cominciano presto a guardare sempre più lontano, verso quell’America prodiga di chitarre cariche di violenza, di impalcature ritmiche sempre più rigorose, di escursioni termiche tra rumore bianco e grigio silenzio.

Credono in quello che fanno, fino in fondo.

Fino a chiedere a Steve Albini di produrre il loro secondo disco.

Steve accetta e vola fino a Catania, per mettere mani e cervello dentro “Waters”.

Nessun refuso di stampa.

Nessuna svista.

Proprio così: Albini va dagli Uzeda e non viceversa.

Non so cosa voglia dire, ma è giusto precisarlo.

“Waters” viene registrato a La Nuova Ciminiera di Catania e pubblicato ancora una volta per la sfortunata A.V. Arts ed è un diavolo di disco.

Un suono carico di violenza trattenuta che esplode episodicamente in veri e propri tornado di decibel di cui Pushing All the Clouds rappresenta il manifesto più immediato, con questa massa di chitarre in perenne movimento.

Banalità geofisica a parte, sembra di guardare l’America dei Sonic Youth attraverso lo sfintere dell’Etna.

La voce di Giovanna Cacciola è totalmente immune dal morbo melodico/persuasivo tipico della tradizione culturale italiana così come dal terribile, forzato urlo finto-rock che tante signorine imbellettate portano sul palco nel tentativo di rovinarsi la reputazione. Dal canto suo tutta l’armatura strumentale e ritmica fa volentieri a meno della tradizionale verbosità tipica sia del noise più cerebrale che del rock più ortodosso, preferendo spesso lavorare sull’alternanza e sovrapposizione di elementi minimali: I‘m Getting Older, Roaming World o It Happened Here sono costruite proprio in questo modo.

Tied riduce il gioco a una versione portatile per solo basso e voce.

“Waters” è disco di taglio e caratura mondiale, in grado di fare le scarpe anche al “vicino” Rid of Me della signorina Harvey e di infilare gli Uzeda prima nel vassoio di dolci italiani di Mr. John Peel e quindi versandone le gocce nel Sacro Graal del noise-rock universale.

 

Venti anni dopo la PFM sono infatti proprio gli Uzeda a potersi vantare di essere la seconda band italiana fra le oltre 2000 band in totale ad essere chiamata dal deejay inglese a registrare direttamente dentro gli studi della BBC dove conduce dal 1967 il suo radio show. E così l’8 Maggio del 1994 un panzer catanese fa il suo primo ingresso nei Maida Vale 4 e scarica punzonatrici, seghe circolari, scarificatori, martelli pneumatici, frese, trapani a colonna e un aspiratore per ripulire gli studi dagli scarti di lavorazione. Gli Uzeda sono pronti a registrare i sei pezzi che troveranno anche la gloria di una uscita discografica per la storica Strange Fruit. Tre panni sporchi tirati fuori dall’oblò di “Waters”, altre tre lastre di metallo appena sfornate e rivettate a velocità impressionante davanti ai nostri occhi e soprattutto sotto le nostre orecchie. Higher Than Me e Slow sono virulenti cicloni noise che preludono ai cataclismi vertiginosi di 4 e Different Section Wires. Da quelle Peel Sessions gli Uzeda non torneranno più uguali a quelli di prima.

 

4 come il numero di dischi incisi, anche se diversi per formato e durata. 4 come la nuova disposizione del plotone Uzeda che intanto è riuscito con un accurato lavoro diplomatico a superare le trincee americane e conquistare gli avamposti noise della Touch and Go. E adesso può dirlo al mondo licenziando 4: 4 come il numero di pezzi di questo E.P.

Gli Uzeda si confermano entomologi del rumore. Lo catturano e lo imbottigliano come fosse un coleottero costretto a scagliare la sua corazza sulle pareti fino allo sfinimento. Attorno a quella prigione, gli Uzeda si compiacciono dell’operazione e la documentano, registrandone il suono. Spasmi e contrazioni sono quelli che si ascoltano su questi 12 minuti di vertigine noise disegnata col compasso di Galileo.

C’è qualcosa di spietato che percorre la musica degli Uzeda. Ma non c’è disperazione. Tutto è sotto controllo come in una sala chirurgica.

Gli Uzeda tengono saldamente la Gorgone per i capelli e le mozzano la testa, poi si mettono in posa davanti alle tele del Caravaggio, l’unico che possa dipingere lo sgomento di quello che loro hanno portato in dono.

 

Se me lo avessero detto allora, che la sezione ritmica degli Uzeda sarebbe diventata da lì a pochissimi anni quella della Nannini, non ci avrei creduto neppure davanti a un notaio. E invece andò esattamente così.

Nel 1998 però, prima di quella lunghissima pausa che ne seguirà e che permetterà loro appunto di suonare con la cantante toscana, Davide Oliveri e Raffaele Gulisano sono ancora saldamente legati a Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta. Insieme sono probabilmente il corpo sonoro più duttile ma anche più robusto mai nato in Italia.

Sono ancora una volta loro quattro, stavolta senza la complicità di Giovanni Nicosia, a mettere mano a Different Section Wires, forse il capolavoro assoluto del noise-rock mai pensato da menti italiane. Un disco che arriva mentre la loro Indigena Records lavora a pieno regime (con le produzioni di 100%, Plank, Keen Toy e Jerica’s uscite praticamente una sopra l’altra) ma che può fregiarsi del logo Touch and Go sulla propria copertina, così come era stato per l’EP 4 di tre anni prima.

Quella tra l’etichetta di Chicago, la manovalanza artistica di Steve Albini e la musica del quartetto catanese è una delle combinazioni più riuscite e biologicamente naturali del rock contemporaneo. E Different Section Wires non tradisce le aspettative che questo connubio si trascina dietro.

La musica degli Uzeda diventa il borbottio gastrico di Polifemo, il rumore delle sue ossa mentre cerca di farsi spazio dentro la grotta dei ciclopi.

Non ha dimestichezza con le buone maniere.

È truce, snodata e infrangibile.

Corazzata come il corpo di un armadillo, si muove a scatti e a convulsi movimenti centripeti, fino ad azzannarsi la coda.

Attraverso la porta Uzeda passa il cavallo di Troia della più grande noise band italiana. Gran parte dell’Occidente viene abbattuto.

 

I grappoli di rumore di Wailing ci riportano, ad otto anni da Different Section Wires, dritto nell’intestino crasso degli Uzeda, per dirci che nulla è cambiato e che ciò che era paura allora, è paura ancora. E quel che era follia, follia rimane. Seppur lucidissima.  

Suoni spezzettati, scoscesi e lividi, massi di lava che cadono giù dal vulcano etneo. Enormi tizzoni di inferno che tracimano giù, spinti dalle mani titaniche degli Ecatonchiri. La musica degli Uzeda non è mai paga di nulla, neppure di se stessa. Vive in un perenne contrasto, si evolve e si protegge come una malattia autoimmune. È un accumulo di tensione pronta ad esplodere che a volte si riavvolge invece su se stessa, autoalimentandosi all’infinito, facendosi scudo mentre avanza colpendo. Stella ci restituisce la luce inquieta di uno degli astri-guida del firmamento noise mondiale. Noi da qui, alzando la testa, possiamo vederlo brillare come gli antichi i tuoni di Zeus.

 

Alla mia richiesta di una copia promozionale avanzata all’etichetta che si occuperà di stampare in Italia il quinto album degli Uzeda mi è stato risposto picche. Anzi, neppure quello. Nessuna riposta. A dimostrazione che in Italia la macchina della musica si inceppa già a livello comunicativo, chiusa su se stessa come un riccio, millantatrice di chissà quali libertà di espressione ma in realtà piccola e borghese.

E questo vale a tutti i livelli: etichette, agenzie di booking, distributori, riviste, musicisti.

Lo dico solo perché vi rendiate conto che quando qualcuno in questo microcosmo piange miseria, in realtà è spesso un miserabile.

È dunque grazie alla Temporary Residence se ho avuto il privilegio di poter ascoltare in anteprima il nuovo disco degli Uzeda, “stella” tricolore del noise che invece associamo istintivamente all’America “albina”.  

Se vi state chiedendo, leggendo il mio prologo, se questo abbia pregiudicato il mio ascolto e pregiudicherà dunque il mio giudizio, la risposta è NO: Quocumque jeceris stabit è un ritorno a livelli altissimi per la band dei coniugi Tilotta.

Basso e batteria sono cigoli robustissimi come non mai.

Ascoltate The Preacher’s Tale o Blind e capirete cosa intendo.

Protetti da questo perimetro di acciaio, Agostino e Giovanna possono permettersi di fare qualunque cosa.

E la fanno.

Basta già l’ascolto dell’inaugurale Soap per capire che non avranno timore di scendere nell’arena senza indossare alcuna corazza, armati solo di un maglio di ferro e di una voce che è il grido di un dolore che non conosce remissione, un dolore che lacera la carne ma non riesce a penetrare dentro, respinto da un corpo che resiste nonostante tutto. È l’urlo che si sente, ora convulso, ora lacerante, ora sommesso come un’esplosione soffocata in Red, The Preacher’s Tale o Mistakes.

È l’urlo degli Uzeda. L’urlo di mille uomini e mille donne siciliane che hanno attraversato la storia, vessati ma pazienti.

Un urlo gagliardo e fiero, laddove fiero diventa declinazione maschile di fiera.

                                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Proiettili (Rock Impresa)  

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Un disco punk finanziato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, dal Fondo Sociale Europeo e dal Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Stampato in 500 esemplari distribuiti gratuitamente (salvo poi essere rivenduti online o nelle fiere a prezzi esagerati da qualche stronzetto che di punk ha solo l’adesivo dei NoFX sullo scooter, NdLYS) senza transitare dai negozi. Siamo quasi al situazionismo istituzionale. Sicuramente davanti al gesto punk più clamoroso fatto in Italia negli ultimi venti anni.

I soldi li mette il governo (ladro). La manodopera invece ce la mette MickPunk, al secolo Michele Ballerini che allestisce una bellissima raccolta-manifesto dedicata alla musica underground italiana del periodo 1977-1987. Storie di criminali scarsamente organizzati ma, adesso, legalizzati. Si va dai Sorella Maldestra di Vercelli ai Lonely Boys di Porto Sant’Elpidio, dai Luti Chroma di Bologna ai Klaxon di Roma, dagli Andy Warhol Banana Technicolor di Pordenone ai Savage Circle di Alassio a una dozzina di altre band ormai sbiadite nella memoria.

Cronache da un’Italia trasversale che fermentava come mosto nelle cantine di mezzo stivale portando con se un’idea di ribellione fiera, spavalda e non ammaestrata. Pagine di una storia underground che vomitava contro il regime e l’omologazione che rilette adesso potrebbero sembrare distanti anni luce anche a quelle poche migliaia di ragazzi che le scrissero allora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GL*XO BABIES – Dreams Interrupted (Cherry Red)  

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Non so chi sia l’autore della traduzione, che la Cherry Red si guarda bene da citare sia il suo nome che la fonte originaria (Piero Scaruffi, NdLYS), ma la gioia di stringere fra le mani questa bella raccolta dei Bristoliani Gl*xo Babies viene ridimensionata non appena si apre il booklet, scorrendo frasi illeggibili come “where flebili noises of foundation disturb a stentoreo rhythm” o “the only suggested tribalismo è but the emphasis is moved on the hidden rituali” che neppure l’Ufficio Sinistri della ItalPetrolCemenTermoTessiFarmoMetalChimica di fantozziana memoria avrebbe mai potuto partorire.

Meglio avrebbero fatto a questo punto affidarsi a Mr. Bean e far tesoro del suo silenzio e risparmiarci questa introduzione dislessica lasciando parlare direttamente la musica dei Gl*xo Babies o Glaxo Babies che dir si voglia (la “a” verrà oscurata  per evitare problemi con l’omonima casa farmaceutica, l’adesso famosa gsk produttrice fra l’altro del Voltaren®, dalla stessa loro label in occasione dell’uscita della raccolta Avon Calling, NdLYS), cani sciolti del punk d’avanguardia costretti a suonare con larga approssimazione il repertorio di band come Clash e Sex Pistols per accontentare un pubblico già incancrenito che reclamava a gran voce i “grandi successi” del punk da sotto il palco e a dover abdicare prestissimo dalle scene privandoci del loro sconcertante amalgama fra i Chrome e gli Chic subito dopo aver pubblicato il loro unico album, lasciando appunto il “sogno interrotto” come viene giustamente intitolata questa raccolta che mette insieme i pezzi dei primi singoli, Peel Sessions, improvvisazioni live. Alla faccia delle vostre White Riot e delle vostre Anarchy in the UK, che tanto alla fine siete finiti come tutti a guardare le sit-com in tivù e a portare i figli nelle scuole del regime, qualunque esso sia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BAUHAUS – The Bela Session (Leaving)  

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E così quest’anno io e i Bauhaus celebriamo a distanza di poche ore un anniversario impreciso per numero matematico ma analogo per puzzo di vecchiume. Per chi è appassionato di cabala, c’è ancora un’altra curiosità: appartiene a loro questa mia 3.800ma recensione. Che è un bell’anello di fidanzamento, dopo gli anni del corteggiamento inconsapevole dei quattro ragazzi londinesi e il mio innamoramento giovanile dei primissimi anni Ottanta.

Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico: una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga.

E infatti lì rimane, l’aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band.

Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk.

Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979.

È uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando.

Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new-wave meno compromessa con l’elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti.

Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’impassibile art-rock dei Joy Division.

Dunque quarant’anni dai Bauhaus, quest’anno. E il prossimo Agosto quaranta dal fruscio d’ali del vampiro che li avrebbe per sempre identificati come i pipistrelli della scena post-punk inglese. Con Bela Lugosi’s Dead non nascono solo i Bauhaus ma l’intero movimento gotico e dark londinese che al rumore sinistro di quelle ali nere si ispirerà quando si tratterà di aprire le porte del Batcave, tre anni dopo.

A differenza delle ristampe “ufficiali” del catalogo ad opera della Beggars Banquet e in concomitanza con l’uscita delle reissues di The Sky’s Gone Out e del celebre live Press the Eject and Give Me the Tape, l’edizione in vinile con le prime session di registrazione dei Bauhaus esce per un’etichetta con base a Los Angeles, gestita da un fan di vecchia data dei quattro vampiri inglesi e presenta un paio di chicche assolute come gli inediti Some Faces e Bite My Hip mai pubblicati prima d’ora anche se la seconda, con testo e musica parzialmente modificati, uscirà tempo dopo sotto il titolo di Lagartija Nick.

Il suono dei quattro pezzi che accompagnano il titolo madre è paradossalmente meno simile a quello acuminato del disco di debutto quanto più simile a quello fortemente ritmico di Mask. La chitarra di Daniel Ash non ha ancora acquisito carattere, limitandosi a un rifferama elementare tutto giocato sul palm mute ora in fase discendente, ora in quella ascendente (come nel reggae di Harry, già ascoltata come bonus track nelle varie ristampe del catalogo Bauhaus).

Nessuno dei quattro pezzi, giacché tutti preziosi per completare il puzzle dell’affascinante storia di una delle band fondamentali per l’evoluzione del post-punk, vale tuttavia un solo minuto di Bela Lugosi’s Dead.
Eppure ancora oggi quando i quattro di Northampton si alzano in volo un brivido corre lungo tutta la nostra schiena.

Undead, undead, undead.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – Fall’s 58 Golden Greats (Cherry Red)  

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Quel gran figlio di puttana di Mark E. Smith ci ha avvelenato tutto il 2018, tirando le cuoia a Gennaio.

Ora la Cherry Red prova ad allietarci almeno il Natale, proponendoci di sostituire il classico vassoio di canditi della nonna con una guantiera con 58 cioccolatini al veleno, in carta color oro.

58 Golden Greats ripercorre tutta l’intera carriera dei Fall, dal manifesto programmatico Repetition del ’78 fino all’ultimo album New Facts Emerge che, come tutti i trentuno che lo hanno preceduto, ha tenuto fede a quel manifesto, a quell’idea, senza mai tradirla per un solo istante.

Arriva un po’ in anticipo rispetto al Natale, forse perché dopotutto Fall significa anche autunno. E quindi alla fine ha rispettato la sua, di puntualità, fregando Santa Claus. Arriva intrattenendo giovani e vecchiette, parlando anche del Papa. Con lo sguardo torvo metà intellettuale, metà psicopatico.

Arriva quando è già andato via.

Voi per Natale fate un po’ come cazzo volete.

A lui di certo non glien’è mai fregato in vita, figuratevi adesso.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro