TELEVISION PERSONALITIES – …and Don’t the Kids Just Love It (Rough Trade)  

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Quando Dan Tracey dichiarò, nel 1981, di conoscere l’indirizzo esatto dove viveva Syd Barrett, nessuno diede peso alle sue parole. Finchè un bel giorno, sul palco dell’Hammersmith Odeon dove la sua band era stata chiamata ad aprire il concerto di David Gilmour in persona, il buon Dan invitò, prima di suonare I Know Where Syd Barrett Lives (miscelata, quella sera, a Set the Controls for the Heart of the Sun, NdLYS), tutta la platea a prendere carta e penna e segnarsi l’indirizzo. Gilmour non la prese bene, ma i fan di Syd che da allora iniziarono il loro pellegrinaggio al Numero 6 di St. Margarets Square a Cambridge, si.

Syd Barrett era, oltre che una fortissima fonte di ispirazione, una delle tantissime icone scelte da Tracey per popolare l’immaginario della sua band. …and Don’t the Kids Just Love It, l’album di debutto, ne era stracolmo, fino a straboccare in copertina con una bellissima ed iconica immagine di Patrick Macnee e Twiggy nei panni degli Avengers, la commedia fanta-spionistica che aveva attraversato indenne tutti gli anni Sessanta, invadendo l’Inghilterra dagli schermi televisivi. Dentro questo album destinato a diventare uno dei dischi di culto più riveriti di tutto il post-punk, Dan Tracey si diverte a farcire le sue strampalate canzoni che sembrano spesso una versione amatoriale, domestica, di fortuna dei Jam o dei Buzzcocks con tantissimi riferimenti alla cultura letteraria, musicale, geografica, televisiva, cinematografica inglese calata dentro un contesto che del punk conserva il minimalismo tecnico ma non il fragore, anticipando una tendenza borderline che sarà quella di tantissimo indie-rock a venire, dai Guided by Voices ai Belle and Sebastian fino agli Allah-Las e agli MGMT (che a Dan Tracey dedicheranno una delle canzoni di Congratulations, riaggornandone lo stile) passando, starnazzando, attraverso tutti i cataloghi Creation o Sarah Records. Lungi dall’essere stilisticamente rilevanti, le canzoni dei Television Personalities unite alla scelta di lesinare apparizioni su televisione e giornali sarebbero diventate oggetto di culto e di vocazione alla causa da parte di schiere di adulatori e teoreti del rock più intellettualoide, schivo ed insolente. Tributando loro eterna gratitudine per aver  rivelato al mondo dove stava rintanato Barrett. Ma, soprattutto, per aver fatto incazzare a morte David Gilmour.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KATE BUSH – Hounds of Love (EMI)  

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Non avrebbe avuto vita facile Kate Bush, nel Medioevo. Troppo facile individuare le prove di un qualche sortilegio tra le pieghe della sua musica per non scatenare i furetti dell’Inquisizione. Troppo semplice bollare Hounds of Love come opera esoterica ispirata dal demonio. Sarebbero bastati i campionamenti di film come La notte del demonio o Nosferatu oppure i richiami ai canti delle sirene o ai riti propiziatori dei rabdomanti a garantirle il rogo. O ascoltare la voce del Demonio in persona su Walking the Witch

Buon per lei e per noi che un’opera come questa sia uscita quando la caccia alle streghe si era ufficialmente conclusa diventando nient’altro che un affare da pettegolezzo, una discussione mondana da aperitivo con le amiche, chè le streghe nell’immaginario collettivo non sono mai scomparse del tutto.

Kate era una di loro. Hounds of Love il suo incantesimo più riuscito. Che se riuscite a sfuggirgli, allora avete cerume buono e muscolo cardiaco poco elastico. E se non è riuscito a curarvelo la magia, non riuscirà a sistemarlo un cardiologo qualsiasi.       

Gotico e tribale allo stesso tempo, permeato di acqua-terra-aria-fuoco in misure diseguali ma in quantità ingombranti, celestiale e demoniaco come l’amore tutto (“c’è un tuono nascosto nei nostri cuori. C’è così tanto odio per coloro che amiamo?” recita nella monumentale Running Up That Hill che inaugura il disco già tutta in salita), Hounds of Love è una delle più autorevoli opere d’arte pagana mai concepite da mente umana.

Ci sono interi mondi che collidono, qui dentro. Interi continenti alla deriva. Intere nazioni che sciamano. Interi secoli che scivolano uno sull’altro come enormi lastre di ghiaccio.

Gighe irlandesi, canti gregoriani, Africa, Egitto, Cina, Lochness. Bowie, Gabriel, i Japan, Philip Glass. Ragnatele d’amore. Mulinelli di vapore. Bracieri che ardono per gli Dei, bruciando carne umana ed erbe aromatiche.   

Il mondo emerso e quello sommerso.

E il mondo di Kate Bush, in incantevole equilibrio su entrambi.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FAUST’O – Suicidio (Ascolto)  

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Fausto Rossi guarda alla new wave di Bowie e Talking Heads.  

Alberto Radius dal canto suo non riesce a scrollarsi di dosso il vecchio pastrano prog.

Quando nel 1978 viene pubblicato Suicidio, il disco di debutto del Rossi ribattezzatosi Faust’O e prodotto dall’ex-Formula 3, questa dicotomia salta fuori in dieci brani in cui le due anime sembrano convivere senza tuttavia conciliarsi del tutto, finendo per renderlo ancora più indigesto, alieno, borderline ed incatalogabile di quanto non fosse nei progetti dell’allora ventiquattrenne musicista friulano.

Ma non è ovviamente questo a rendere “imbarazzante” Suicidio e a costringere lui e il suo autore ai margini della scena musicale nazionale. Sono invece i temi toccati da Faust’O (l’omosessualità, la masturbazione, il suicidio come estrema scelta di misantropia lacerante e consapevole, la denuncia dell’ipocrisia mascherata dietro l’unica amicizia possibile ovvero quella di comodo e la sfida al perbenismo bigotto inculcato dal timor di Dio) con sprezzante cinismo e dissacrante, irriverente, strafottente anticonformismo a costringere il pubblico a chiudergli la porta in faccia. Anche il pubblico punk, cui la vena caustica e ribelle di Fausto Rossi dovrebbe piacere almeno quanto quella degli Skiantos, decide di tenerlo alla larga per quelle sue pose da intellettuale neoromantico che mal si sposano alle creste e alle svastiche e le A cerchiate distribuite un po’ insensatamente sui muri delle città.

Quindi Faust’O resterà esattamente nel posto dove aveva deciso di restare.

In un posto tutto suo. Sigillato col silicone della sua accidia.

Lontano dagli occhi, dalle orecchie, dai cuori di una folla che non ha ancora trovato il suo Dio e che pure ne misura la presenza dalle orme lasciate di chi viaggia senza la Sua compagnia.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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TOM VERLAINE – Tom Verlaine (Elektra)  

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Se hai in mano canzoni come The Grip of Love e Breakin’ in My Heart, non puoi tenerle dentro il cappello. Neppure se la band per le quali le avevi scritte si è appena liquefatta come un cubetto di ghiaccio.

E così Tom Verlaine, per nulla scoraggiato dall’effetto neve che ha iniziato a congelare la sua televisione, decide di organizzare la sua prima “personale” di cristalli, coadiuvato da uno sparuto ma fedele numero di amici (il fido Fred Smith, Jay Dee Daughter e l’altrettanto asso della sei corde Ricky Wilson).

Tom Verlaine, si apre e si chiude proprio con quelle gemme scritte per l’eventuale terzo album dei Television. Due canzoni dove la chitarra di Mastro Tom dà saggio del suo timbro esclusivo, lo stesso delle piccole mole usate per tagliare le pietre preziose. E che, una volta ottenute le facce perfette, le lascia cadere giù a mo’ di pioggia sferzante e opalescente. E ne replica il rumore, mentre Tom ne canta (I walked in the pouring rain and I heard that cries “it’s all in vain” recita in apertura di quella Kingdom Come che gli sarà presto “rubata” da David Bowie e che diventerà un vero e proprio temporale su Breakin’ in My Heart, mentre anche gli occhi di Mr. Bingo diventano di vetro).

E in tutta questa pioggia artificiosa di cristalli e di lacrime di vetro soffiato, passeggia col suo fare gentile e galantuomo, concedendosi lo spazio per una buffonata da arte da marciapiede come Yonki Time, dove tutti sembrano divertirsi come ad uno spettacolo di Jonathan Richman o davanti una puntata dei Banana Splits. Davanti alla televisione, di nuovo.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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WIRE – Chairs Missing (Harvest)  

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Dopo aver mutilato il corpo del punk ed averlo ridotto in piccolissimi tranci di carne, i Wire pensano sia giusto conservarle a bassissima temperatura, per scongiurarne o quantomeno ritardarne la putrefazione. Chairs Missing è dunque il freezer dove le frattaglie di Pink Flag subiscono l’abbattimento termico che ne permettono la distribuzione nei grossi congelatori del reparto new-wave.

Archetipo della nuova formula è I Am the Fly, pezzo fra i più belli dell’intero post-punk che frigge letteralmente nelle serpentine al freon di un suono sintetico e algido.

Chitarre, basso e synth che si fondono in una formidabile fluorescenza cinetica buona da mandare in filodiffusione dentro il refettorio di un ospedale per sbandati mentali.

 

Più essenziale e monocromatica ma ugualmente straniante è la Heartbeat che chiude il primo lato del disco, un pezzo che implode su se stesso come un orgasmo trattenuto.

Il sintetizzatore di Mike Thorne, nuova macchina aggiunta, viene usata a volte in sovrapposizione, altre volte in contrasto alle altre macchine dell’opificio Wire, accentuando i toni dinamici o disinnescandoli a piacimento. L’approccio è totalmente anti-virtuoso: accordi lunghi, giostre armoniche essenziali, inserti minimali, piccoli rivoli di piscio freddo.

Il risultato è un disco tanto brillante quanto scostante e disomogeneo (Outdoor Miner, Marooned, Too Late, Practice Makes Perfect, Another the Letter, I Am the Fly  hanno, in termini di coerenza, un algoritmo stilistico apparentemente illogico ed irrisolvibile).

Chairs Missing lancia una sassata sulla vetrata del punk e scappa con un sorriso teppista nascosto sotto il cappuccio di poliestere.

Senza versare sudore.

Sublimando come ghiaccio secco.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEVO – Duty Now for the Future (Warner Bros.)  

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D3386-25286-2 è il primo codice a barre ad essere entrato a casa mia.

Era il 1979. Il mondo si preparava a trasformarsi in un immenso tapis-roulant di merci quasi senza identità, codificate con delle matricole come gli agnelli ebrei di Auschwitz o i manzi d’allevamento ma io non lo sapevo ancora. Andavo nella bottega sotto casa, pagavo il mio panino con delle monetine sonanti e ricevevo in cambio la mia merendina per la scuola e, per resto, delle caramelle mou. Il mio concetto di baratto economico finiva lì, dentro quelle bocce di vetro dalla bocca obliqua dove ero invitato ad infilare le mie avide e già esperte manine.

Poi arrivò quel disco dei Devo che ci preparava al futuro e ci imponeva di essere pronti ad accoglierlo.

E io lo lasciai entrare. Anche perché i Devo si erano già conquistati la mia fiducia. Proprio come la bottegaia del mio quartiere.

E non me ne pentì, che Duty Now for the Future era forse più bello dell’album di debutto. Si presentava con una introduzione trionfale, come se invece che cinque ominidi vestiti di plastica stesse entrando in sala la corte di Francia per poi tuffarsi nelle acque inquinate dagli scarichi industriali della Firestone di Akron con la solita sfilza di smorfie mongoloidi e di singhiozzi bionici che stavolta si consumavano tra i martelletti da flipper di Wiggly World e il power-pop per registratori di cassa di The Day My Baby Gave Me A Surprize, la seduta di scacchi dadaista di Clockout e la minisinfonia per tre note in fila per tre di Red Eye, in un preludio nemmeno troppo distante dal vero di una società di automi pronti a lavorare dentro i magazzini di Amazon, la nuova foresta di cartone che avrebbe fatto dei codici a barre una ragione di vita fino a tatuarli come matricole aziendali sul dorso delle mani dei suoi schiavi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

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Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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TEARS FOR FEARS – Songs from the Big Chair (Mercury)

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Da qualche tempo mi diletto a raccogliere qualche sfida su SongPop, un’app ludica e graziosa dove si duella a colpi di canzoni. Chi indovina, o lo fa più in fretta, vince.

La uso per ingannare i tempi di attesa, che a quella siamo destinati e di tempi morti ne abbiamo sempre a iosa, malgrado ci si lamenti sempre di non averne. Ma, come ogni cosa, ne sfrutto le potenzialità nascoste per captare in maniera sommaria ma significativa alcuni segnali sul rapporto che i miei avversari hanno con la musica. Ho notato ad esempio che, probabilmente a causa della digitalizzazione della musica, anche chi si professa affezionato o fanatico di qualche artista ne disconosce spesso i titoli delle canzoni. Per molti, le canzoni hanno perso parte della loro identità e si sono trasformate in semplici “flussi di bit”. Mi è capitato sovente di essere sfidato da fan incalliti dei Cure che toppano su Close to Me o sfegatati seguaci di Bowie che conoscono “Heroes” ma “non sapevo si intitolasse così” (come mi viene spiegato poi nella chat che permette di interagire con lo sfidante). E’ un segno dei tempi. Si giocasse con le copertine degli album, sarebbe anche peggio.

Però ho notato anche che su alcuni brani, indipendentemente dalle “playlist preferite” (quelle che dovrebbero rivelare i gusti dell’avversario, per intenderci), su un paio di brani nessuno, a meno che non sia minorenne o sia sbarcato l’altro ieri da Marte o dalla Libia (mi pare che per noi italiani sia la stessa cosa, no? NdLYS), proprio nessuno sbaglia mai: uno è The Final Countdown dei temibili Europe. L’altro è Shout, dei Tears for Fears. Segno che, lo si voglia o meno, queste canzoni hanno lasciato una macchia indelebile nella memoria collettiva.

Shout stava proprio in apertura del secondo album dei Tears for Fears. Una sorta di grido di battaglia in chiave pop che grazie allo strapotere delle tivù-musicali dell’epoca diventa una chiamata alle armi dalle dimensioni planetarie e anche un po’ una gabbia dorata per i due ragazzoni del sud-est inglese, che da allora e per sempre verranno ricordati come “quelli di Shout”. Un tormentone/tormento insomma. Musicalmente la canzone cede il passo ad un rock anthemico che poco ha a che spartire con il synth-pop del primo magnifico album con tanto di bridge epico alla Big Country. L’album che la contiene però ha il pregio di non allinearsi a quel clichè. Come del resto i Tears for Fears eviteranno di fare lungo la loro restante carriera. Non ci sarà mai una Shout #2 insomma.    

Songs from the Big Chair offre tante facce. Da quella pacchianamente funky-rock come Mothers Talk a quella quasi vaporosa di un soul algido come I Believe, intenzionalmente scritta per Mr. Robert Wyatt e chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, qualora i TfF non avessero deciso di tenersela per se, dal pop alla ABC di Head Over Heels allo shuffle in crescendo di Everybody Wants to Rule the World condotto magistralmente dalla voce di Curt Smith col suo timbro ambiguamente ammiccante perfetto per gli anni Ottanta, dall’ambient lambita con Listen, fino agli spasmi mioclonici e vagamente frippetronici che singhiozzano su Broken.

Un disco che mette molta carne al fuoco e, nonostante ciò, parecchia rimane cruda, accostata in un barbecue un po’ improbabile.  

       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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P.I.L. – Album (Virgin)  

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Interrogato a proposito della sua creatura, John Lydon aveva dichiarato “nessuno di noi è un musicista. Siamo più che altro degli operai, dei macchinisti al servizio di una fabbrica chiamata Public Image”.

Era vero.

Verissimo.

Cosicchè per realizzare il loro primo vero capolavoro “musicale”, Lydon recluta alcuni dei musicisti migliori sulla piazza. Gente che solo un matto avrebbe pensato di mettere insieme a forma di gruppo vero: Steve Vai, Ryuichi Sakamoto, Ginger Baker dei Cream, Tony Williams (del giro di Miles Davis), Bernie Worrell dei Funkadelic, il violinista indiano Shankar, Malachi Favors dell’Art Ensemble of Chicago, addirittura Ornette Coleman (anche se il suo contributo non venne mai registrato e resta nell’aura della leggenda). I P.I.L. di Album sono la superband per eccellenza: dodici musicisti in grado di fare di fare la differenza e costruire da quella carpenteria fatiscente una delle migliori architetture pop della metà degli anni Ottanta.

Dodici apostoli al servizio del Dio Lydon, esattamente nove anni dopo la sua crocifissione.  

Se il disco precedente aveva azzerato l’impeto sperimentale dei primi anni, il nuovo “album” è il decisivo salto nella nuova dimensione bidimensionale di una musica inoffensiva, costruita ad hoc per scavalcare le mura del disinteresse popolare dietro cui i Public Image si erano volutamente fortificati per anni.

A parte la voce di Lydon, incapace di adattarsi a più di una nota, tutto dentro Album suona perfettamente modellato per raggiungere l’obiettivo di una nuova ingegneria pop/rock costruita a testa d’ariete dove nulla è lasciato al caso, neppure gli indomabili assolo di Steve Vai che sembrano voler sfuggire alle redini. Tutto fa parte di un unico abile schema di gioco, di boccacce ed imprecazioni ben studiate, capaci di piccoli splendori pop come Rise, F.F.F. o Home. Che era “quello che volevamo” e quello che, alla fine, ci è stato dato.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE B-52’s – The B-52’s (Warner Bros.)  

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Una delle più bizzarre congreghe della new-wave americana proveniva da una piccola città della Georgia chiamata Athens, proprio come la città della Grecia. Però scritta e pronunciata in americano, che così ti possono sputare in faccia quando chiedi loro da dove vengono.

Non è l’unica Atene degli Stati Uniti. Ce ne sono almeno altre venti, sparse un po’ ovunque. Più qualcuna fatta di gesso e nascosta tra i giardini di alberghi di lusso e dei casinò di Las Vegas. Da lì sarebbero venuti fuori i R.E.M. e, prima di loro, i minuscoli Pylon. Ma in piena esplosione punk, quando sembrava che da ogni cantina uscisse fuori una band, l’unica cosa degna di nota erano i B-52’s. Che era un nome esplosivo, e quando arrivavano in città ti chiedevi se non fosse il caso di raggiungere un qualche rifugio antiaerei.

Invece poi tiravi fuori tutto il tuo coraggio punk e andavi a vederli suonare e ti sembrava di essere finito dentro un cosplay ante litteram in cui le caricature dei fumetti di Hanna e Barbera prendevano corpo e si divertivano a suonare le canzoni di Duane Eddy e dei Devo.

Fu così che in America l’onda gigante della surf-music si trasformò definitivamente nella Nuova Onda, sommergendo anche il punk e la sua annunciata rivoluzione che, sembrò di capire, non ci sarebbe stata. I B-52’s erano arrivati dunque davvero per bombardare, riportando tutto all’epoca pre-Beatles delle novelty songs, raccontando tra distese di organo Farfisa, giganteschi riff twangin’ suonati su accordature strampalate, strumenti giocattolo, sirene antincendio e urletti isterici di improbabili pianeti a forma di palloncino di chewing gum, di mostri a forma di aragosta, di balene in bikini, di arcipelaghi dominati dalla furia dei vulcani e di numeri di telefono cui chiamare per poter chiedere amore, come succedeva nella Soulsville degli anni Sessanta. Sottocultura trash da cui attingeranno in molti, dalla nostra Donatella Rettore agli australiani Hoodoo Gurus.

Una spiaggia dove sotto ogni pietruzza, dentro ogni conchiglia, sotto ogni duna si nasconde un improbabile mondo parallelo. Perché se la rivoluzione può fallire, la fantasia non fallisce mai.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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