CRIME & THE CITY SOLUTION – American Twilight (Mute)  

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Rimettersi in strada 23 anni dopo aver smarrito la patente e dimostrare al mondo di saper ancora guidare benissimo.

Non a tutti riesce. Ma ai City Solution riesce benissimo.

E così mentre Nick Cave sembra mostrare un po’ la corda, i vecchi amici/nemici realizzano un discone torvo e cattivo come American Twilight, perfetta colonna sonora per una qualche serie crime girata in qualche periferia americana dove la messa domenicale raduna la peggior specie di criminali avvolti dietro un’aria di apparente vita timorata da Dio. Con mogli e figli al seguito e uno stuolo di mani da stringere all’atto previsto dal cerimoniale.

Pace a te fratello.

Ma pace non c’è, dentro la musica di Crime and The City Solution.

American Twilight è una mantella di pelliccia su cui le tracce del peccato si possono contare una ad una, ad occhio nudo. Un tormento analogo a quello di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua cupa drammaticità in un capolavoro come The Colonel, austero e gotico racconto noir che si eleva a capolavoro del disco. Che è uno di quei dischi da avere a tutti i costi. Che c’è pure una madonnina da mostrare ai più cattolici dei vostri amici. Quelli che, dicevo, stringono la mano al momento convenuto. E poi con la medesima si puliscono il culo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Peaky Blinders OST (Universal)  

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Chi l’ha vista, lo sa.

Peaky Blinders, ambientata in una Birmingham appena uscita dalla prima guerra mondiale e ispirata a una organizzatissima famiglia criminale della città inglese, è una serie tv di grandissimo fascino e con una colonna sonora tra le più belle mai sentite, selezionata con grande gusto da Amelia Hartley, responsabile della Endemol Shine inglese. Una che quando alza la cornetta del telefono, muove soldi e persone.

Cinque stagioni che si avvitano sullo sfondo di un’Inghilterra grigia dove malavita, finanza e politica si intrecciano l’una sull’altra.      

“Organizzate” fondamentalmente attorno ai blues cavernosi di Nick Cave e sul suo alter-ego femminile PJ Harvey, le musiche che accompagnano la serie tv sono altrettanto cariche di tensione e di nebbia e odorano di tragedia imminente o appena consumata. Fascinose almeno quanto la storia che viene filmata.

Raccolte a mo’ di playlist individuali su Spotify, è adesso la Universal a raccoglierle (non tutte, badate bene) su supporto fisico su triplo vinile, inframmezzate da dialoghi del film e con corredo di foto e poster della “grande famiglia” Shelby, cominciando proprio dalla Red Right Hand di Cave che fa da sigla a molte puntate e che, nella spoglia versione per voce e pianoforte della Harvey, rappresenta l’unico inedito vero della raccolta assieme alla magistrale versione di All Along the Watchtower ad opera di Richard Hawley che la chiude.   

Dentro, ovviamente, ci trovate pure i “must” della serie, dai Radiohead ai Joy Division, da Anna Calvi agli Idles, dalle Savages ai Queens of the Stone Age, dai White Stripes a Dan Auerbach, dagli Arctic Monkeys a David Bowie, dai Black Sabbath ai Last Shadow Puppet, dai Foals ai Black Rebel Motorcycle Club.

Un po’ una paraculata? Forse.

Un’abile strategia di marketing sicuro.

Ma il fascino di Peaky Blinders e delle sue musiche rimane, nonostante tutto.  

           

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SWANS – leaving meaning. (Young God)  

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Una sinfonia di uomini appesi per il collo. Che scalciano e imprecano nel vento.

leaving meaning. è disco di supplizio e contemplazione.

Atmosferico e glaciale, il nuovo disco degli Swans arriva ad annunciarci l’inverno prossimo venturo con bellezze ed orrori inenarrabili, ennesimo capolavoro neo-gotico che gronda di sangue. Colando, si fa sinfonia. Sinfonia sinistra.

Come di topi che scappano mentre la nave affonda. E di capitani che affondano con essa mentre gli schiavi esultano perché l’acqua ha allungato il vino.     

La piccola chiesa del porto suona le sue campane, lanciando un SOS a un Dio affaccendato che indugia oltre le nubi con la sua grande scatola di domino.

Michael Gira suona una canzone pure per lui.

La costruisce a forma di cattedrale.

Poi si accuccia a forma di gargoyle.

E guarda tutto il mondo appassire.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

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Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By (ATP Recordings)  

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Che disco incredibile, questo secondo degli australiani Drones.

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RHYECE O’NEILL & THE NARODNIKS – Death of a Gringo (Beast)                              

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Eccoli, i cowboys del deserto australiano: Rhyece O’Neill e la pupa Karli Jade, circondati da altra gentaglia di malaffare, arrivano da Melbourne col loro nuovo carico di canzoni da fuorilegge che sembrano scivolate fuori dalle fondine di Pat Garrett & Billy the Kid per imbrattarsi della terra calpestata da gente come Rowland S. Howard, Tex Perkins, Nick Cave e Spencer P. Jones.

Il clima è a volte davvero da duello western (The Seventh Son, Death of a Gringo), come se fossimo su un set di Sergio Leone ma anche quando non si toccano questi eccessi cinematografici l’atmosfera assume i contorni foschi di una sorta di precipitato chimico tra Calexico, Grant Lee Buffalo e Black Heart Procession creando un climax sonoro di grandissima suggestione.

Il passo si fa a volte dolente e gotico (Dead Hills & Catacombs, How They Roared) fino a lambire le falde del copricapo di Leonard Cohen mentre altrove cede il passo ad un andatura da country da frontiera (Chinese Year of the Dead Horse, Daddy Was a Narc) dove cavalli decapitati corrono al galoppo verso terre dimenticate da Dio e dagli uomini. Voi non dimenticatevi dei Narodniks però.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

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L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

WILLARD GRANT CONSPIRACY – Mojave (Slow River)

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È musica disperata quella dei Willard Grant Conspiracy, è lo spleen infinito consumato sulla via del rientro a casa. È la ninna nanna che ci culla tra le braccia di una notte che non ha sogni da portarci. Mojave, uscito a distanza ravvicinata dal precedente Flying Low, prosegue il viaggio sugli asfalti di una musica che si vuole campestre, ma è la ruralità disperata di una terra di nessuno quella che emerge dalle paludi del gruppo bostoniano. L’urlo di rabbia inaspettato che esplode feroce su Go Jimmy Go, apparentemente fuori contesto, è solo l’altra faccia dei languori altrettanto brutali che riempiono il disco e che ti bucano lo stomaco come pallottole.

Gli otto minuti conclusivi di The Visitor riecheggiano, col loro crescendo di archi e chitarre, l’esplodere di una tempesta. Ma è pioggia che non lava quella dei Willard Grant Conspiracy, è pioggia che ti infanga i vestiti, che impaluda le strade, che schiaffeggia le foglie con la furia di un tornado. È acqua che non purifica ma che ti imbratta, ecco cosa. È una lama che ti scava dentro lacerandoti le viscere perchè non c’è arma più pericolosa della nostra anima, quantunque spesso la si decida di lasciarla scarica.

Franco “Lys” Dimauro

 

MARCHING CHURCH – Tell It Like It Is (Sacred Bones)  

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Un giorno forse ne parleremo come del nuovo Nick Cave. Venuto fuori quando quell’altro era diventato senilmente insostenibile.

O non ne parleremo affatto.

Che di dischi è ormai sazio il mondo.

Oggi però c’è questo disco qui che suona come se la nave dei Triffids perduta nella calentura tanti anni fa avesse finalmente trovato un approdo, su un’isola popolosa di cannibali. O come se il reggimento cencioso della Red Army Blues dei Waterboys fosse alla fine riuscito a scampare ai gulag, finendo per scontare la sua pena vagando all’infinito tra le nevi siberiane, appendendo di tanto in tanto i suoi uomini migliori ai rami di qualche albero asciugato dal gelo. Le vedove possono ora stringere fra le mani le loro lettere. E immaginare il suono dei loro stivali e delle loro parole.     

In fondo anche lui, Elias Bender Rønnennfelt, viene dal freddo. Anche se non ha conosciuto guerre e forse non è mai salpato su una nave. Ne ha forse sognato. Ne ha forse letto sui libri o in qualche disco, come noi. Così tanto da credere d’esserci stato per davvero. E di raccontarcene il tormento che ne viene.

Ora che le giornate si accorciano e il cielo viene giù come aghi o come ovatta, viene perfino piacevole ascoltarle.

E facile credergli.

Benvenuto, Generale Inverno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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