RHYECE O’NEILL & THE NARODNIKS – Death of a Gringo (Beast)                              

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Eccoli, i cowboys del deserto australiano: Rhyece O’Neill e la pupa Karli Jade, circondati da altra gentaglia di malaffare, arrivano da Melbourne col loro nuovo carico di canzoni da fuorilegge che sembrano scivolate fuori dalle fondine di Pat Garrett & Billy the Kid per imbrattarsi della terra calpestata da gente come Rowland S. Howard, Tex Perkins, Nick Cave e Spencer P. Jones.

Il clima è a volte davvero da duello western (The Seventh Son, Death of a Gringo), come se fossimo su un set di Sergio Leone ma anche quando non si toccano questi eccessi cinematografici l’atmosfera assume i contorni foschi di una sorta di precipitato chimico tra Calexico, Grant Lee Buffalo e Black Heart Procession creando un climax sonoro di grandissima suggestione.

Il passo si fa a volte dolente e gotico (Dead Hills & Catacombs, How They Roared) fino a lambire le falde del copricapo di Leonard Cohen mentre altrove cede il passo ad un andatura da country da frontiera (Chinese Year of the Dead Horse, Daddy Was a Narc) dove cavalli decapitati corrono al galoppo verso terre dimenticate da Dio e dagli uomini. Voi non dimenticatevi dei Narodniks però.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

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L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

WILLARD GRANT CONSPIRACY – Mojave (Slow River)

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È musica disperata quella dei Willard Grant Conspiracy, è lo spleen infinito consumato sulla via del rientro a casa. È la ninna nanna che ci culla tra le braccia di una notte che non ha sogni da portarci. Mojave, uscito a distanza ravvicinata dal precedente Flying Low, prosegue il viaggio sugli asfalti di una musica che si vuole campestre, ma è la ruralità disperata di una terra di nessuno quella che emerge dalle paludi del gruppo bostoniano. L’urlo di rabbia inaspettato che esplode feroce su Go Jimmy Go, apparentemente fuori contesto, è solo l’altra faccia dei languori altrettanto brutali che riempiono il disco e che ti bucano lo stomaco come pallottole.

Gli otto minuti conclusivi di The Visitor riecheggiano, col loro crescendo di archi e chitarre, l’esplodere di una tempesta. Ma è pioggia che non lava quella dei Willard Grant Conspiracy, è pioggia che ti infanga i vestiti, che impaluda le strade, che schiaffeggia le foglie con la furia di un tornado. È acqua che non purifica ma che ti imbratta, ecco cosa. È una lama che ti scava dentro lacerandoti le viscere perchè non c’è arma più pericolosa della nostra anima, quantunque spesso la si decida di lasciarla scarica.

Franco “Lys” Dimauro

 

MARCHING CHURCH – Tell It Like It Is (Sacred Bones)  

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Un giorno forse ne parleremo come del nuovo Nick Cave. Venuto fuori quando quell’altro era diventato senilmente insostenibile.

O non ne parleremo affatto.

Che di dischi è ormai sazio il mondo.

Oggi però c’è questo disco qui che suona come se la nave dei Triffids perduta nella calentura tanti anni fa avesse finalmente trovato un approdo, su un’isola popolosa di cannibali. O come se il reggimento cencioso della Red Army Blues dei Waterboys fosse alla fine riuscito a scampare ai gulag, finendo per scontare la sua pena vagando all’infinito tra le nevi siberiane, appendendo di tanto in tanto i suoi uomini migliori ai rami di qualche albero asciugato dal gelo. Le vedove possono ora stringere fra le mani le loro lettere. E immaginare il suono dei loro stivali e delle loro parole.     

In fondo anche lui, Elias Bender Rønnennfelt, viene dal freddo. Anche se non ha conosciuto guerre e forse non è mai salpato su una nave. Ne ha forse sognato. Ne ha forse letto sui libri o in qualche disco, come noi. Così tanto da credere d’esserci stato per davvero. E di raccontarcene il tormento che ne viene.

Ora che le giornate si accorciano e il cielo viene giù come aghi o come ovatta, viene perfino piacevole ascoltarle.

E facile credergli.

Benvenuto, Generale Inverno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SWANS – The Glowing Man (Young God)

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Componendo e scomponendo a suo piacimento i suoi elementi, Michael Gira l’Alchimista è stato in grado di rendere gli Swans immortali, facendoli rinascere dall’oltretomba come una fenice vestita di piume rosso cremisi in grado di toccare vertici metafisici vertiginosi e di tessere un nuovo bozzolo di filo spinato. Pare l’ultimo per questa torma di dannati.

Gli Swans sono, oggi, quello che i Bad Seeds e gli Einstürzende Neubauten furono negli ultimi due decenni del secolo scorso. Erranti cavalieri in cerca di una terra dove sfamarsi. Con pochissimi altri branchi con cui contendersi la preda.

The Glowing Man è un altro lunghissimo viaggio in questa eterna terra di confine sospesa fra abissi di ferocia e atti di purificazione. Suoni allungati o reiterati, versi, sillabe, lettere ripetute all’inverosimile. Michael Gira il Ventriloquo si brucia la gola con olio madre di calendula e fa i suoi gargarismi per guarire da un male che non conosce sconfitte.

Un disco enorme per dimensioni, durata e potere evocativo. Michael Gira il Rabdomante affonda il suo bastone tra le scorie radioattive in cerca di uno zampillo di acqua che plachi l’arsura, che dia sollievo alla secchezza delle fauci.

Michael Gira il Dio Thor impone ad ogni dannato della tribù un tatuaggio, prima di disperderne la stirpe. Poi ascende al cielo, brillando.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

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La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BARB WATERS – Rosa Duet (Laughing Outlaw)

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Il nuovo disco di Barb Waters abusa del clichè dei duetti d’arte di cui è colma la storia della pop music per adagiarsi sul fondale del mare di produzioni dalla matrice roots che affollano il mercato. Uso non a caso il termine “adagiarsi” perché la musica della ragazza di Melbourne è di quelle che, neppure sfruttando la grinta di qualcuno dei personaggi coinvolti (vedi il grande Kim Salmon con cui dipinge uno dei più bei pezzi del disco, ovvero quella Make It Count appena solcata dagli accenti tex-mex dettati dalla tromba di Craig Pilkington e dai campanacci dello stesso Kim), riesce a mostrare i denti preferendo usare i toni dimessi e composti della classica ballata acustica. Rosa Duet non ha quindi impennate stilistiche e variazioni climatiche rilevanti seppur qualche brano si evidenzi rispetto agli altri: la già citata Make It Count, la soffice When You Will Come My Way con quell’organo molto Bad Seeds periodo The Good Son/Let Love In, il brioso country di Further Down the Line impreziosito dal contributo vocale di uno dei migliori gruppi vocali attualmente in circolazione ovvero i GIT, il primitivismo radicale di Make Some Decisions.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MARK LANEGAN – I’ll Take Care of You (Sub Pop)  

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L’uscita dal tunnel dell’eroina e la canalizzazione emotiva del dolore sgorgato in seguito alla scomparsa di due animi affini come Kurt Cobain e Jeffrey Lee Pierce hanno un effetto dirompente per la creatività di Mark Lanegan. Da quel momento il flusso artistico del cantante di Ellesnburg si disincaglia dagli abissi della depressione e diventa una corvetta che procede senza più soste nel mare della produzione discografica. Se fra il primo e il secondo lavoro solista erano trascorsi tre anni e fra quest’ultimo e il seguente ben cinque, lo spazio tra Scraps at Midnight e I’ll Take Care of You si restringe ad appena quattordici mesi. Nessuna canzone è firmata da Lanegan, ma l’intensità con cui rilegge il repertorio di alcuni dei suoi “uomini in nero” ridefinendone i contorni fino a regalarci il miraggio che fosse il frutto prelibato ed amaro di una sola mente (con un risultato emotivo e stilistico molto vicino alle operazioni tentate con grande fortuna da Johnny Cash sulle sue “registrazioni americane”) è del tutto analoga a quella impiegata per sfogliare le pagine vergate con le sue stesse mani.

L’apertura è affidata al primo fra i tanti omaggi che Lanegan tributerà lungo la carriera all’amico Jeffrey Lee Pierce con cui ha condiviso gli ultimi mesi prima della sua morte, al suo ritorno a Los Angeles (Mark è ancora oggi il custode delle demo da cui venne fuori Pastoral, Hide and Seek, NdLYS) e del cui fantasma non è mai riuscito a liberarsi, marcendo nella stessa ossessione inflitta da Debbie Harry allo stesso Jeffrey. La voce segue, cavernosa, l’arpeggio asciutto della chitarra acustica di Mike Johnson, avvolgendo ogni nota, riempendo la nudità che ogni accordo lascia intravedere a quello che gli segue. Da un altro capolavoro del roots rock come Well Done Blue Highway è tratta Creeping Coastline of Lights, totalmente trasfigurata in una eterea, delicatissima ballata illuminata dal rintocco dello xilofono. Sono le uniche due concessioni agli anni Ottanta, in un album che setaccia il cuore tormentato di Lanegan come uno specchio shintoista fino a profondità inaudite, tra piccole cattedrali disadorne che furono dimorate da gente bianca e nera come Fred Neil, Tim Hardin, O.V. Wright, Tim Rose, Eddie Floyd, Buck Owens che si inginocchia a chiedere assoluzione per i propri peccati. Per aver ucciso o per essere morti d’amore, sostituendosi a Dio, prostituendosi al demonio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DRONES – Here Come the Lies (Spooky) / THE DOUBLE AGENTS – Friends in Low Places (Spooky)

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Se dovessi limitarmi ad un solo nome per incoronare l’etichetta dell’anno non esiterei a indicare la Spooky di Melbourne come la più devastante e bastardamente eccitante label del 2002. Poche produzioni ma Cristo, dannatamente selvagge. Valga per tutte Here Come the Lies dei concittadini Drones: drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco. Attenti dunque: siamo esteticamente lontani dall’ormai speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told o I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. The Cockeyed Lowlife… è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate le rendition di evergreen come Downbound Train e Motherless Children e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso. Al loro confronto anche i Double Agents sembrano gente ben educata, eppure…Eppure anche Friends in Low Places è una bella bestia che si nutre di roots music lanciando lap-steel guitars e piani honky-tonky in una giungla di bitume e porcherie. Facile, complice il caldo del deserto australe, che si cada in preda alle allucinazioni e si vedano passare i fantasmi di X (Action Swing, The Bliss) o Thin White Rope (Baby Don’t Cry) ma quello che più stupisce è la capacità degli Agents di mutare pelle ben undici volte su undici canzoni, senza andare mai off-topic. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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