MARCHING CHURCH – Tell It Like It Is (Sacred Bones)  

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Un giorno forse ne parleremo come del nuovo Nick Cave. Venuto fuori quando quell’altro era diventato senilmente insostenibile.

O non ne parleremo affatto.

Che di dischi è ormai sazio il mondo.

Oggi però c’è questo disco qui che suona come se la nave dei Triffids perduta nella calentura tanti anni fa avesse finalmente trovato un approdo, su un’isola popolosa di cannibali. O come se il reggimento cencioso della Red Army Blues dei Waterboys fosse alla fine riuscito a scampare ai gulag, finendo per scontare la sua pena vagando all’infinito tra le nevi siberiane, appendendo di tanto in tanto i suoi uomini migliori ai rami di qualche albero asciugato dal gelo. Le vedove possono ora stringere fra le mani le loro lettere. E immaginare il suono dei loro stivali e delle loro parole.     

In fondo anche lui, Elias Bender Rønnennfelt, viene dal freddo. Anche se non ha conosciuto guerre e forse non è mai salpato su una nave. Ne ha forse sognato. Ne ha forse letto sui libri o in qualche disco, come noi. Così tanto da credere d’esserci stato per davvero. E di raccontarcene il tormento che ne viene.

Ora che le giornate si accorciano e il cielo viene giù come aghi o come ovatta, viene perfino piacevole ascoltarle.

E facile credergli.

Benvenuto, Generale Inverno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SWANS – The Glowing Man (Young God)

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Componendo e scomponendo a suo piacimento i suoi elementi, Michael Gira l’Alchimista è stato in grado di rendere gli Swans immortali, facendoli rinascere dall’oltretomba come una fenice vestita di piume rosso cremisi in grado di toccare vertici metafisici vertiginosi e di tessere un nuovo bozzolo di filo spinato. Pare l’ultimo per questa torma di dannati.

Gli Swans sono, oggi, quello che i Bad Seeds e gli Einstürzende Neubauten furono negli ultimi due decenni del secolo scorso. Erranti cavalieri in cerca di una terra dove sfamarsi. Con pochissimi altri branchi con cui contendersi la preda.

The Glowing Man è un altro lunghissimo viaggio in questa eterna terra di confine sospesa fra abissi di ferocia e atti di purificazione. Suoni allungati o reiterati, versi, sillabe, lettere ripetute all’inverosimile. Michael Gira il Ventriloquo si brucia la gola con olio madre di calendula e fa i suoi gargarismi per guarire da un male che non conosce sconfitte.

Un disco enorme per dimensioni, durata e potere evocativo. Michael Gira il Rabdomante affonda il suo bastone tra le scorie radioattive in cerca di uno zampillo di acqua che plachi l’arsura, che dia sollievo alla secchezza delle fauci.

Michael Gira il Dio Thor impone ad ogni dannato della tribù un tatuaggio, prima di disperderne la stirpe. Poi ascende al cielo, brillando.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

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Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’ album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di BBM conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

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La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BARB WATERS – Rosa Duet (Laughing Outlaw)

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Il nuovo disco di Barb Waters abusa del clichè dei duetti d’arte di cui è colma la storia della pop music per adagiarsi sul fondale del mare di produzioni dalla matrice roots che affollano il mercato. Uso non a caso il termine “adagiarsi” perché la musica della ragazza di Melbourne è di quelle che, neppure sfruttando la grinta di qualcuno dei personaggi coinvolti (vedi il grande Kim Salmon con cui dipinge uno dei più bei pezzi del disco, ovvero quella Make It Count appena solcata dagli accenti tex-mex dettati dalla tromba di Craig Pilkington e dai campanacci dello stesso Kim), riesce a mostrare i denti preferendo usare i toni dimessi e composti della classica ballata acustica. Rosa Duet non ha quindi impennate stilistiche e variazioni climatiche rilevanti seppur qualche brano si evidenzi rispetto agli altri: la già citata Make It Count, la soffice When You Will Come My Way con quell’organo molto Bad Seeds periodo The Good Son/Let Love In, il brioso country di Further Down the Line impreziosito dal contributo vocale di uno dei migliori gruppi vocali attualmente in circolazione ovvero i GIT, il primitivismo radicale di Make Some Decisions.

 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MARK LANEGAN – I’ll Take Care of You (Sub Pop)  

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L’uscita dal tunnel dell’eroina e la canalizzazione emotiva del dolore sgorgato in seguito alla scomparsa di due animi affini come Kurt Cobain e Jeffrey Lee Pierce hanno un effetto dirompente per la creatività di Mark Lanegan. Da quel momento il flusso artistico del cantante di Ellesnburg si disincaglia dagli abissi della depressione e diventa una corvetta che procede senza più soste nel mare della produzione discografica. Se fra il primo e il secondo lavoro solista erano trascorsi tre anni e fra quest’ultimo e il seguente ben cinque, lo spazio tra Scraps at Midnight e I’ll Take Care of You si restringe ad appena quattordici mesi. Nessuna canzone è firmata da Lanegan, ma l’intensità con cui rilegge il repertorio di alcuni dei suoi “uomini in nero” ridefinendone i contorni fino a regalarci il miraggio che fosse il frutto prelibato ed amaro di una sola mente (con un risultato emotivo e stilistico molto vicino alle operazioni tentate con grande fortuna da Johnny Cash sulle sue “registrazioni americane”) è del tutto analoga a quella impiegata per sfogliare le pagine vergate con le sue stesse mani.

L’apertura è affidata al primo fra i tanti omaggi che Lanegan tributerà lungo la carriera all’amico Jeffrey Lee Pierce con cui ha condiviso gli ultimi mesi prima della sua morte, al suo ritorno a Los Angeles (Mark è ancora oggi il custode delle demo da cui venne fuori Pastoral, Hide and Seek, NdLYS) e del cui fantasma non è mai riuscito a liberarsi, marcendo nella stessa ossessione inflitta da Debbie Harry allo stesso Jeffrey. La voce segue, cavernosa, l’arpeggio asciutto della chitarra acustica di Mike Johnson, avvolgendo ogni nota, riempendo la nudità che ogni accordo lascia intravedere a quello che gli segue. Da un altro capolavoro del roots rock come Well Done Blue Highway è tratta Creeping Coastline of Lights, totalmente trasfigurata in una eterea, delicatissima ballata illuminata dal rintocco dello xilofono. Sono le uniche due concessioni agli anni Ottanta, in un album che setaccia il cuore tormentato di Lanegan come uno specchio shintoista fino a profondità inaudite, tra piccole cattedrali disadorne che furono dimorate da gente bianca e nera come Fred Neil, Tim Hardin, O.V. Wright, Tim Rose, Eddie Floyd, Buck Owens che si inginocchia a chiedere assoluzione per i propri peccati. Per aver ucciso o per essere morti d’amore, sostituendosi a Dio, prostituendosi al demonio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE DRONES – Here Come the Lies (Spooky) / THE DOUBLE AGENTS – Friends In Low Places (Spooky)

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Se dovessi limitarmi ad un solo nome per incoronare l’etichetta dell’anno non esiterei a indicare la Spooky di Melbourne come la più devastante e bastardamente eccitante label del 2002. Poche produzioni ma Cristo, dannatamente selvagge. Valga per tutte Here Come the Lies dei concittadini Drones: drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco. Attenti dunque: siamo esteticamente lontani dall’ormai speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told o I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. The Cockeyed Lowlife… è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate le rendition di evergreen come Downbound Train e Motherless Children e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso. Al loro confronto anche i Double Agents sembrano gente ben educata, eppure…Eppure anche Friends in Low Places è una bella bestia che si nutre di roots music lanciando lap-steel guitars e piani honky-tonky in una giungla di bitume e porcherie. Facile, complice il caldo del deserto australe, che si cada in preda alle allucinazioni e si vedano passare i fantasmi di X (Action Swing, The Bliss) o Thin White Rope (Baby Don’t Cry) ma quello che più stupisce è la capacità degli Agents di mutare pelle ben undici volte su undici canzoni, senza andare mai off-topic. 

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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CRYSTAL THOMAS – A Chance in Hell (Off the Hip)

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Un giorno mi piace e il giorno dopo meno, questo nuovo disco di Crystal Thomas e dei suoi Flowers of Evil che nel frattempo hanno assunto a tempo pieno Spencer P. Jones come terzo chitarrista. Crystal è poco nota qui da noi ma da tempo apprezzata in patria, dove ha avuto l’onore di collaborare con Mick Harvey e Conway Savage dei Bad Seeds e che forse per questo è stata etichettata in fretta e furia come la P.J. Harvey d’Australia. Per quanto mi riguarda però le analogie finiscono lì, nonostante alcune inflessioni vocali (Whatever We Can Find, Patterson‘s Curse) possano avvicinarla, ad un ascolto svagato, alla cantante del Dorset. Musicalmente invece siamo coi piedi ficcati nel deserto australiano, come spaventapasseri tormentati dai corvi, lungo quella linea gotica tracciata da artisti come These Immortal Souls, Weddings Parties Anything, Crime & The City Solution, Drones, Penny Ikinger. Ma quando Crystal apre le persiane per lasciar passare un po’ di luce (I Could Die Right Now, La Mort, Dragon Song), le sagome che ci avevano messo un po’ di inquietudine appaiono smorte e appassite. Così come quando i ritmi rallentano per prendere i toni di una ballata (la temibile sequenza Silence # 2 The Dry) l’urlo di sgomento si trasforma in una smorfia di sbadiglio.

Il tristo mietitore della copertina ha insomma fatto mezzo viaggio a vuoto.

Oggi si raccoglie maluccio un po’ ovunque, nonostante le colture intensive.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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ED KUEPPER – Jean Lee and the Yellow Dog (Hot)    

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Ed Kuepper e Chris Bailey tornano a collaborare, e questa è già di per se una buona notizia per ogni fan dei Saints. Succede nel nuovo album di Ed, ispirato alla figura di Jean Lee, l’ultima donna a venire impiccata in Australia, nel 1951. Una vicenda tragica che pesa sull’umore del disco che si ispessisce di una grevità solenne che sembra scavare l’anima come certe marce scure dei Willard Grant Conspiracy di Regard the End. La forza del disco sta nella capacità con cui Ed e soci (Warren Ellis dei Dirty Three e John Willsteed dei Go-Betweens tra gli altri) riescono a fondere questo mood plumbeo con un approccio primitivo, sciamanico e, viste le latitudini, direi “aborigeno” all’uso degli strumenti. Ne vengono fuori cose come That Depends, Yellow Dog o Shame dove pare di sentire la viola di John Cale al servizio di in una banda di hobos. Notevole, insperato rientro.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PENNY IKINGER – Penelope (Citadel)

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Avete un buco da dover riempire per la vostra top ten di questo 2010 che fa da cerniera tra i primi due decenni del XXI secolo?

Bene, ficcateci Penelope.

Disco insidioso e sensuale.

E pieno di bella gente che con Penny suona e, talvolta, scrive: Dimi Dero, Deniz Tek, Dave Graney, Ronald Peno, Brian Hopper, Charlie Owen, Vinz Guilluy, Clare Moore, Mark Ferrie.

Se non ne conoscete almeno la metà, siete finiti nel posto sbagliato.

Penelope ci riconsegna la Ikinger in grandissima forma, fisica ed artistica.

Nulla viene concesso alle banalità senili dell’età adulta, quando la rabbia lascia posto alla rassegnazione e si finisce per diventare sempre più uguali ai nostri padri.  

Penelope vive invece di ballate scure e sottilmente crudeli annegate nel fuzz, come fu per la Polly Jean di To Bring You My Love e per la stessa donna in nero australiana su quell’ altro piccolo capolavoro di sette anni fa che fu Electra.  

Non credo stia mentendo. Ma qualora fosse, lo sta facendo egregiamente bene.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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