NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

0

Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

Annunci

THE DRONES – Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By (ATP Recordings)  

0

Che disco incredibile, questo secondo degli australiani Drones.

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RHYECE O’NEILL & THE NARODNIKS – Death of a Gringo (Beast)                              

0

Eccoli, i cowboys del deserto australiano: Rhyece O’Neill e la pupa Karli Jade, circondati da altra gentaglia di malaffare, arrivano da Melbourne col loro nuovo carico di canzoni da fuorilegge che sembrano scivolate fuori dalle fondine di Pat Garrett & Billy the Kid per imbrattarsi della terra calpestata da gente come Rowland S. Howard, Tex Perkins, Nick Cave e Spencer P. Jones.

Il clima è a volte davvero da duello western (The Seventh Son, Death of a Gringo), come se fossimo su un set di Sergio Leone ma anche quando non si toccano questi eccessi cinematografici l’atmosfera assume i contorni foschi di una sorta di precipitato chimico tra Calexico, Grant Lee Buffalo e Black Heart Procession creando un climax sonoro di grandissima suggestione.

Il passo si fa a volte dolente e gotico (Dead Hills & Catacombs, How They Roared) fino a lambire le falde del copricapo di Leonard Cohen mentre altrove cede il passo ad un andatura da country da frontiera (Chinese Year of the Dead Horse, Daddy Was a Narc) dove cavalli decapitati corrono al galoppo verso terre dimenticate da Dio e dagli uomini. Voi non dimenticatevi dei Narodniks però.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

0

L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

WILLARD GRANT CONSPIRACY – Mojave (Slow River)

0

È musica disperata quella dei Willard Grant Conspiracy, è lo spleen infinito consumato sulla via del rientro a casa. È la ninna nanna che ci culla tra le braccia di una notte che non ha sogni da portarci. Mojave, uscito a distanza ravvicinata dal precedente Flying Low, prosegue il viaggio sugli asfalti di una musica che si vuole campestre, ma è la ruralità disperata di una terra di nessuno quella che emerge dalle paludi del gruppo bostoniano. L’urlo di rabbia inaspettato che esplode feroce su Go Jimmy Go, apparentemente fuori contesto, è solo l’altra faccia dei languori altrettanto brutali che riempiono il disco e che ti bucano lo stomaco come pallottole.

Gli otto minuti conclusivi di The Visitor riecheggiano, col loro crescendo di archi e chitarre, l’esplodere di una tempesta. Ma è pioggia che non lava quella dei Willard Grant Conspiracy, è pioggia che ti infanga i vestiti, che impaluda le strade, che schiaffeggia le foglie con la furia di un tornado. È acqua che non purifica ma che ti imbratta, ecco cosa. È una lama che ti scava dentro lacerandoti le viscere perchè non c’è arma più pericolosa della nostra anima, quantunque spesso la si decida di lasciarla scarica.

Franco “Lys” Dimauro

 

MARCHING CHURCH – Tell It Like It Is (Sacred Bones)  

0

Un giorno forse ne parleremo come del nuovo Nick Cave. Venuto fuori quando quell’altro era diventato senilmente insostenibile.

O non ne parleremo affatto.

Che di dischi è ormai sazio il mondo.

Oggi però c’è questo disco qui che suona come se la nave dei Triffids perduta nella calentura tanti anni fa avesse finalmente trovato un approdo, su un’isola popolosa di cannibali. O come se il reggimento cencioso della Red Army Blues dei Waterboys fosse alla fine riuscito a scampare ai gulag, finendo per scontare la sua pena vagando all’infinito tra le nevi siberiane, appendendo di tanto in tanto i suoi uomini migliori ai rami di qualche albero asciugato dal gelo. Le vedove possono ora stringere fra le mani le loro lettere. E immaginare il suono dei loro stivali e delle loro parole.     

In fondo anche lui, Elias Bender Rønnennfelt, viene dal freddo. Anche se non ha conosciuto guerre e forse non è mai salpato su una nave. Ne ha forse sognato. Ne ha forse letto sui libri o in qualche disco, come noi. Così tanto da credere d’esserci stato per davvero. E di raccontarcene il tormento che ne viene.

Ora che le giornate si accorciano e il cielo viene giù come aghi o come ovatta, viene perfino piacevole ascoltarle.

E facile credergli.

Benvenuto, Generale Inverno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

marching-church-telling-it-like-it-is-640x640-640x640

SWANS – The Glowing Man (Young God)

0

Componendo e scomponendo a suo piacimento i suoi elementi, Michael Gira l’Alchimista è stato in grado di rendere gli Swans immortali, facendoli rinascere dall’oltretomba come una fenice vestita di piume rosso cremisi in grado di toccare vertici metafisici vertiginosi e di tessere un nuovo bozzolo di filo spinato. Pare l’ultimo per questa torma di dannati.

Gli Swans sono, oggi, quello che i Bad Seeds e gli Einstürzende Neubauten furono negli ultimi due decenni del secolo scorso. Erranti cavalieri in cerca di una terra dove sfamarsi. Con pochissimi altri branchi con cui contendersi la preda.

The Glowing Man è un altro lunghissimo viaggio in questa eterna terra di confine sospesa fra abissi di ferocia e atti di purificazione. Suoni allungati o reiterati, versi, sillabe, lettere ripetute all’inverosimile. Michael Gira il Ventriloquo si brucia la gola con olio madre di calendula e fa i suoi gargarismi per guarire da un male che non conosce sconfitte.

Un disco enorme per dimensioni, durata e potere evocativo. Michael Gira il Rabdomante affonda il suo bastone tra le scorie radioattive in cerca di uno zampillo di acqua che plachi l’arsura, che dia sollievo alla secchezza delle fauci.

Michael Gira il Dio Thor impone ad ogni dannato della tribù un tatuaggio, prima di disperderne la stirpe. Poi ascende al cielo, brillando.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

download

 

GIANT SAND – Blurry Blue Mountain (Fire)

0

Il nuovo Giant Sand esce in buona compagnia: tutto l’album dei ricordi di Howe Gelb, da Valley of Rain che compie proprio adesso 25 anni fino ai Blacky Ranchette e alle sue sortite soliste ristampato in versione deluxe.

La line-up di Blurry Blue Mountain conferma quella degli ultimi album in studio, messa su durante le permanenze annuali di Gelb in Danimarca. Gente di cui lui si fida tanto da permettergli di mettere le mani dentro i calamai di inchiostro nero carbone di Chunk of Coil e No Tellin’ o nelle latte di bitume di Monk‘s Mountain e Spell Bound, affini al suo stile classico da uomo in nero, o ancora nel soffuso jazz da balera di Time Flies o dentro una roba da fegato a brandelli come Love Loser che, la cantasse Shane McGowan, ti farebbe vomitare anche l’anima. E se avremmo tranquillamente fatto a meno di una banalità come il sincopato a due voci di Lucky Star Love, ringraziamo Howe per rovesciarci ancora addosso cose come Ride the Rail, Swamp Thing o la nuova versione di Thin Line Man.

Non ne uscirete con un sorriso. Comunque sia, non è detto che ne uscirete.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

firecd161_gsblurry_mech_title

CLAW BOYS CLAW – Pajama Day (Play it again, Sam)

0

La palude è la stessa, scura e melmosa, dei Madrugada. Ma i Claw Boys Claw ci sguazzano da 1/4 di secolo e hanno pure goduto della loro camera con vista nell’albergo luccicante delle charts olandesi.

Un’ispirazione costante che Pajama Day (8° album della serie, se la mia discografia è completa, NdLYS) conferma ancora una volta.

La voce cavernosa di Peter te Bos continua a raccontare storie uggiose di tedio e di esistenze malate trovando spesso la giusta via di fuga musicale (Halibut, Sleepwalking, Julie‘s Name, Seven Fools, Yellow Car), altre volte crogiolandosi nei suoi vezzi da crooner (Rock Me Girl, Flower, la cover di Dream a Little Dream of Me) senza bucare lo schermo. Un errore che abbiamo perdonato anche a Nick Cave e non mi sento di far pesare a loro. Cuori di tenebra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

download (58)

BARB WATERS – Rosa Duet (Laughing Outlaw)

0

Il nuovo disco di Barb Waters abusa del clichè dei duetti d’arte di cui è colma la storia della pop music per adagiarsi sul fondale del mare di produzioni dalla matrice roots che affollano il mercato. Uso non a caso il termine “adagiarsi” perché la musica della ragazza di Melbourne è di quelle che, neppure sfruttando la grinta di qualcuno dei personaggi coinvolti (vedi il grande Kim Salmon con cui dipinge uno dei più bei pezzi del disco, ovvero quella Make It Count appena solcata dagli accenti tex-mex dettati dalla tromba di Craig Pilkington e dai campanacci dello stesso Kim), riesce a mostrare i denti preferendo usare i toni dimessi e composti della classica ballata acustica. Rosa Duet non ha quindi impennate stilistiche e variazioni climatiche rilevanti seppur qualche brano si evidenzi rispetto agli altri: la già citata Make It Count, la soffice When You Will Come My Way con quell’organo molto Bad Seeds periodo The Good Son/Let Love In, il brioso country di Further Down the Line impreziosito dal contributo vocale di uno dei migliori gruppi vocali attualmente in circolazione ovvero i GIT, il primitivismo radicale di Make Some Decisions.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro