THE WAILERS – Out of Our Tree (Etiquette)

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Dopo aver incassato il colpo delle defezioni di Mark Marush, Rich Dangel e Mike Burk, i Wailers si apprestano a diventare la band di punta del northwest americano, aprendo per ogni band inglese che atterra all’aeroporto di Seattle, dai Kinks ai Rolling Stones. Nell’anno d’oro del garage punk si infilano in studio per registrare il loro sesto disco, l’ultimo per la locale Etiquette.

Il disco non abbandona del tutto l’abitudine dell’epoca di confrontarsi con gli standard ballabili del periodo infilando ad esempio delle versioni trascurabili di Unchained Melody, Hang On Sloopy o Summertime o accese interpretazioni dai cataloghi di Beatles, Little Richard, Hank Ballard, Don Covay, Marvin Gaye.

Il meglio viene fuori però nei quattro originali scritti dal gruppo: I‘ve Got Me, Dirty Robber, Hang Up e Out of Our Tree sono destinati sin da subito a fondare i canoni del suono punk. In particolare le ultime due grazie ad un uso del Sunn Buzz assolutamente devastante tanto da sovvertire quasi del tutto la stesura originale della prima versione uscita su singolo pochissimi mesi prima come retro di Dirty Robber e di fare di Out of Our Tree un totem per le più crude e abrasive garage band di venti anni dopo, dai DMZ ai Moviees passando per Gruesomes e Mummies.

Fosse stato tutto su quei livelli, saremmo qui a parlare di Out of Our Tree come del disco definitivo del garage rock, probabilmente con addosso delle tute d’amianto e una maschera antigas stretta sul mento come una museruola.

Non lo è purtroppo. Perché spesso la voglia di vendere supera quella di rischiare.

Finendo per alternare urla di paura a sbadigli di noia.

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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LOS EXPLOSIVOS – Primeras Grabaciones (Boss Hoss)

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Se non avete paura di imbrattarvi col punk sporco e strafottente che mesce nel torbido dei primi New Bomb Turks, dei Mighty Caesars e dei Kingsmen, Los Explosivos potrebbero fare per voi.

La band messicana suona come se avesse una muta di dobermann attaccata al culo.

Roba che raramente supera i due minuti di durata.

Una eiaculazione precoce dentro la vagina del garage rock.

Primeras Grabaciones è una parziale riedizione dell’omonimo album su Get Hip di due anni fa con ben sei brani su dieci che vantano quella medesima provenienza.

Il resto è costituito da tre cover (Boys delle Shirelles, Boss Hoss dei Sonics e The Crusher dei Novas) e la strumentale Witron che stava sul carbonaro Ensayando con El “Hugo”. Suono scassatissimo e deragliante come un vagone della metro che si infila a tutta velocità nello sfintere del punk dopo essere partito da una stazione qualsiasi della provincia messicana.

Punk e garage come lo intendevano i Supercharger, i Mummies e Nardwuar the Human Serviette: una betoniera che impasta e macina merda.

Se siete abituati agli intonaci a grana fine o alle carte da parati, meglio che rimaniate al sicuro dentro le vostre case di cartapesta.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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PAUL REVERE & THE RAIDERS – Evolution to Revolution: 5 Classic Albums (Raven)

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Paul Revere e i suoi Raiders. Un’istituzione del beat americano degli anni Sessanta, al pari dei Monkees.

Sono loro ad aprire un varco al successo del Northwest Punk infilando in Top Ten classici come Hungry, Kicks, Good Thing, Him or Me – What‘s It Gonna Be, Indian Reservation e, appena un po’ più in giù, I Had a Dream, Steppin’ Out, Just Like Me, The Great Airplane Strike.

Sono loro (o quello che di loro rimane, ovvero il solo Revere con altri cinque “Raiders”) a vestire ancora le uniformi da soldati statunitensi (giocando con l’omonimia del leader con il patriota della rivoluzione americana del tardo settecento, NdLYS) e portare in lungo e in largo il loro repertorio di gioielli pop.

Un’istituzione insomma. Che come tutte le istituzioni puzza un po’ di muffa. Musica di cui oggi, diciamocelo, non interessa più un cazzo a nessuno. Oppure davvero riuscite ad immaginare un pezzo come Gone, Wanting You o Little Girl in the 4th Row sull’I-pod® di qualcuno che conoscete?

Ma all’epoca, al giro di boa degli anni Sessanta, il gioioso ed energico beat di Paul Revere e Mark Lindsay sfidava il mondo intero. Vincendo. Qualche nostalgico troverà dunque diletto nello sbobinare in sequenza i cinque album-chiave della storia artistica della band americana.

Si comincia da Here They Come!, il disco che nel ’65 segna l’avvio del fortunato (per entrambi) ingaggio Columbia e si prosegue fino a Revolution!, il controverso ed elaborato disco in cui Mark Lindsay prende il sopravvento artistico sul compagno Paul, passando attraverso la fondamentale trilogia del 1966: Just Like Us!, Midnight Ride e The Spirit of ’67. Sono gli anni in cui i Raiders spopolano oltre che in radio, anche in tv, finendo addirittura dentro un episodio di Batman.

È l’ala gentile del Northwest-sound, quella più disposta al compromesso.

Quella che si compiace di essere gradita, anziché bearsi di mettere soggezione.

Una passeggiata nel parco. Magari soffermandosi davanti alla meraviglia della statua di Steppin’ Out che si erge tra i viali alberati.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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