THE B-52’s – The B-52’s (Warner Bros.)  

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Una delle più bizzarre congreghe della new-wave americana proveniva da una piccola città della Georgia chiamata Athens, proprio come la città della Grecia. Però scritta e pronunciata in americano, che così ti possono sputare in faccia quando chiedi loro da dove vengono.

Non è l’unica Atene degli Stati Uniti. Ce ne sono almeno altre venti, sparse un po’ ovunque. Più qualcuna fatta di gesso e nascosta tra i giardini di alberghi di lusso e dei casinò di Las Vegas. Da lì sarebbero venuti fuori i R.E.M. e, prima di loro, i minuscoli Pylon. Ma in piena esplosione punk, quando sembrava che da ogni cantina uscisse fuori una band, l’unica cosa degna di nota erano i B-52’s. Che era un nome esplosivo, e quando arrivavano in città ti chiedevi se non fosse il caso di raggiungere un qualche rifugio antiaerei.

Invece poi tiravi fuori tutto il tuo coraggio punk e andavi a vederli suonare e ti sembrava di essere finito dentro un cosplay ante litteram in cui le caricature dei fumetti di Hanna e Barbera prendevano corpo e si divertivano a suonare le canzoni di Duane Eddy e dei Devo.

Fu così che in America l’onda gigante della surf-music si trasformò definitivamente nella Nuova Onda, sommergendo anche il punk e la sua annunciata rivoluzione che, sembrò di capire, non ci sarebbe stata. I B-52’s erano arrivati dunque davvero per bombardare, riportando tutto all’epoca pre-Beatles delle novelty songs, raccontando tra distese di organo Farfisa, giganteschi riff twangin’ suonati su accordature strampalate, strumenti giocattolo, sirene antincendio e urletti isterici di improbabili pianeti a forma di palloncino di chewing gum, di mostri a forma di aragosta, di balene in bikini, di arcipelaghi dominati dalla furia dei vulcani e di numeri di telefono cui chiamare per poter chiedere amore, come succedeva nella Soulsville degli anni Sessanta. Sottocultura trash da cui attingeranno in molti, dalla nostra Donatella Rettore agli australiani Hoodoo Gurus.

Una spiaggia dove sotto ogni pietruzza, dentro ogni conchiglia, sotto ogni duna si nasconde un improbabile mondo parallelo. Perché se la rivoluzione può fallire, la fantasia non fallisce mai.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Teen Town U.S.A. (Yeaah!) / AA. VV. – The Purple Knif Show (Munster)

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L’americana Yeaah! sputa fuori 30 rare incisioni del periodo ’58/’63 per altrettante meteore del firmamento rock ‘n roll americano, comprese alcune piccole e grandi stelle come Buddy Holly, Beach Boys, Barry Mann, Johnny Rivers e Paul Simon inaugurando una nuova collana chiamata Teen Town U.S.A.. Siamo lontani anni luce dall’estremismo preistorico di Tim Warren ma al centro di quell’immaginario popolato di Peggy Sue prossime al matrimonio, decapottabili cromate parcheggiate alle uscite delle high schools e alberghi per cuori infranti, drive-ins e Happy Days.

Se invece ciò che vi attrae di più di quella fetta di secolo sono gli stomps costruiti attorno al popoloso mondo horror che si suole definire “trash”, grande sollazzo trarrete dall’ascolto di The Purple Knif Show pubblicato dalla Munster a nome Radio Cramps, doppio vinile sui cui solchi l’impareggiabile “maestro di cerimonia” Lux Interior ci porterà a spasso tra le insidie di una vera e propria casa delle streghe guidandovi con la sua mano scheletrica tra le frustate sferzate dai Frantics, le rasoiate fuzz di Link Wray, le limacciose gelatine dei 5 Blobs, facendovi sfilare davanti Jack the Ripper, Fernandos Hideway e l’intera famiglia Addams prima di abbandonarvi , con una sadica e licantropa risata, tra le braccia dei mostri marini dei Deadly Ones.

Una figata mostruosa!!!!!

 

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FUZZTONES – Monster a-Go-Go (Stag-O-Lee)

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Con l’approssimarsi di Ognissanti tornano nuovamente disponibili le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits con cui la quarta line-up dei Fuzztones si congedava dal suo pubblico. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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AA. VV. – These Ghoulish Things / Mostly Ghostly (Ace)

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Preso impegni per il prossimo Halloween?

Bene, disditeli.

Organizzate una bella festa in maschera, un Cosplay dove gli invitati invece da essere vestiti come degli idioti fuggiti dalla saga de Il Signore degli Anelli sono obbligati a trasformarsi in uno di quei personaggi buffamente macabri che affollavano le nobili ville degli Addams o dei Munsters.

Cerone, rossetto nero, denti posticci, eyeliner, brillantina, mantelli, ghette, bende e tutto quello che può farvi sentire a vostro agio più del doppiopetto o del tailleur che i vostri superiori vi obbligano a tenere in ufficio per otto ore al giorno.

Oppure una mummia, un vampiro, un mostro delle paludi, un alieno dalle zampe palmate, un polipo gigante. Cazzo ne so, un mostro abbastanza rivoltante da produrre una fragorosa risata.

Non una festa truculenta come quelle organizzate da Maxim Golovatskikh dove a cucinare con le patate, essendo chiusi i supermercati, ci mettevano gli ospiti.

Una festa goliardica dove i brividi di terrore sono misti a fragorose risate, dove lo straordinario è consueto e i mostri hanno facce che riconosci, non quelle dello zio buono o dell’amico del cuore.

Una festa dove l’orrore è pura folle fantasia.

Poi si sa…la musica è finita…gli amici se ne vanno…e i mostri veri ti piombano a casa vestiti in giacca e cravatta o tuta da lavoro.

Per la colonna sonora scegliete quello che più vi aggrada purchè non sia Marilyn Manson che se no dalle risate vi si scioglie il cerone.

Tuttavia, se vi piace essere veramente old-style, vi consiglio questi due dischi zeppi di fondi di cassetto della peggior cultura horror-trash degli anni ‘50/’60.

Musichette innocue, talvolta anche ridicole, sicuramente grottesche che raccontano di improbabili storie d’amore con mostri, zombies e vampiri.

Rock ‘n roll e cha-cha-cha, blues e musiche “incredibilmente strane” piene di frattaglie, sangue e viscere putrescenti con alcuni straclassici del genere: dal Tema della Famiglia Addams a quello di The Munster passando per Monster Mash di Bobby Pickett (coverizzata negli anni da Bad Manners e Misfits, NdLYS), Feast of the Mau Mau di Jay Hawkins, Sleepy Hollow dei Monotones, Bo Meets the Monster di Bo Diddley, Rockin’ In the Grave Yard di Jackie Morningstar o I‘m the Wolfman di Round Robin a suo tempo ripresa anche dai Fuzztones su quell’altro disco da notte delle streghe che fu Monsters A Go-Go.

Sul secondo e più recente volume ci sono il Dracula‘s Theme dei Ghouls, Dinner With the Drac di Mister Zacherle, la Night of the Vampire dei Moontrekkers, All Black ‘n Hairy di Screaming Lord Sutch o The Mummy dei Naturals a ricordarvi che dovrebbero essere i cimiteri a essere popolati da zombi, non le città.

Ma questa è pura fiction, ovviamente.

 

                                                                                             

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Songs We Taught The Fuzztones # 2 (Money Maniac)  

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Il sito della Sin Records (www.fuzztones.net) sta diventando un vero giacimento di materiali e curiosità sui mitici Fuzztones. A volte magari marginali (come la recente raccolta Dark Zone ad esempio, NdLYS), talaltra davvero suggestive. È questo il caso di questo secondo volume della fantomatica compilation assemblata mettendo mano alle “fonti” del suono fuzztonico. Sorvoliamo sulle imprecisioni che anche stavolta degradano il tutto ai livelli di un bootleg e passiamo al contenuto: 31 pezzi con cui, in un modo o nell’altro, la band di Rudi si è macchiata le mani. Tra le cose più curiose l’originale versione di Just Once e un paio di tracce di Mr. Zacherle, stravagante artista a metà strada tra Screaming Lord Sutch e Bela Lugosi che i ‘tones omaggiarono anni fa sul loro Monster a-Go-Go. Non necessario ma oltremodo divertente.

                                         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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JOHN ZACHERLE – Monster Mash/Scary Tales (Ace)

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Più che le canzoni, parodie in chiave horror di standard dell’epoca e truculente e buffe composizioni su vampiri, mostri e pipistrelli colorate con rumori di catene e scricchiolii di bauli, qui conta il personaggio.

Zacherley diventa famoso nel 1957 quando, vestiti i panni di Row-Land, tetro signore delle tenebre, entra nelle borghesi case americane traviando le menti di grandi e piccini e presentando tutti i classici horror del periodo.

Ogni fine settimana.

Per dodici mesi.

Durante i quali Bernie Lowe, proprietario della Parkway, scopre che il suo bimbo tredicenne preferisce vestirsi da vampiro anziché da cowboy.

E si chiede perché.

Il perché è Row-Land.

Da lì nasce l’idea di Dinner With Drac, spooky song poi ripresa anche dai Fuzztones e che inaugura la breve stagione dello Zacherle “cantante”: due album dove un folle aristocratico signore della notte farnetica sulle novelty songs della Cameo Parkway e che oggi, anno 2011, è il più longevo vampiro sulla terra.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JOHNNY THUNDERS & PATTI PALLADIN – Copy Cats (Jungle)  

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Copy Cats fu il disco del “ritorno a casa” per Johnny Thunders. Dopo aver volgarizzato il rock ‘n roll con New York Dolls e Heartbreakers Johnny gli rendeva ossequio con un disco di covers “educate”, rispettose, fetali. Per questo chi di Thunders apprezzava il lato più malato e decadente lo ha amato poco e continuerà a sentirlo come un episodio freddo e infelice della sua carriera. Nessuno allora sapeva (ad eccezione dei Replacements… NdLYS) che Johnny stava per morire. Ma anche col senno di poi Copy Cats resta un disco che convince poco, soprattutto nei tratti caraibici delle covers di Chanters e Chambers Brothers ma anche nella storica reprise di Crawfish di Presley vicina allo stile novelty dell’altra ex-bambola Buster Poindexter. Tutto troppo poco viscerale, soprattutto per uno che il rock ‘n roll lo teneva proprio lì, nelle viscere.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SAM THE SHAM AND THE PHARAOHS – The MGM Singles (Sundazed)

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Avercene di gruppi così, oggi, porca miseria.

Turbanti in testa e sorriso stampato in faccia come dei cartoni animati.

I Pharaohs erano una delle combriccole più liete di tutti gli anni Sessanta.

Nati per fare festa, o per partecipare alle vostre con gli scioglilingua più dementi dell’epoca: The Hair on My Chinny Chin Chin, Wooly Bully, Ring Dang Doo, Ju Ju Hand. Idioti e micidiali, con quella loro mistura di tex-mex, beat, R ‘n B, doo-wop. Per la MGM incasellano 15 singoli per la prima volta raccolti tutti assieme, fronte e retro. Il che fa un’ora e tanticchia di spasso tra lampi di genio (Black Sheep e How Do You Catch a Girl restano due pezzoni, c’è poco da discutere, NdLYS), parodie spectoriane (il singolo delle Sham-ettes) e qualche ruzzolone nella più banale novelty song (Yakety Yak). Niente che non rientri nel piano programmatico della band: divertire e mandare in culo la canzone di protesta. Perché va bene Dylan, va bene Hemingway, va bene Jim Morrison, va bene Stephen Stills e va bene pure Joan Baez ma a voi non viene mai voglia di leggervi un sano giornaletto di Topolino?  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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KING KURT – Ooh Wallah Wallah (Jungle)

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I King Kurt. I ratti alcolizzati degli anni Ottanta.

Sorci che annusavano il culo ai mille gatti che popolavano la scena rockabilly di quegli anni.

Chi avrebbe potuto sognare di dividere il palco con loro? Nessuno.

Quei pochi che si limitarono a volerne condividere la sala durante i loro spettacoli finirono nella migliore delle ipotesi coperti da albume d’uovo come feti strappati troppo prematuramente al ventre materno. Ma già con dei ciuffi di capelli disumani.

Nell’ipotesi peggiore, legati mani e piedi alla Ruota della Sfortuna e costretti a bere da una pompa da giardino, fino al ricovero in Pronto Soccorso.

Altro che politically correct, Pubblicità Progresso e Fronte del Palco.

Siamo negli anni Ottanta e l’imperativo è divertirsi.

Ma i King Kurt sono un passo oltre.

Mentre tutte le gang di rockabilly si sforzano di credere che stiano suonando all’Arnold‘s convinti che Arthur Fonzarelli possa uscire dai cessi del locale da un momento all’altro e salire sul palco per complimentarsi per la loro versione di Be Bop A-Lula, i King Kurt trasformano tutto in una burla prima, in un tormento subito dopo, lasciandovi in bocca l’amaro gusto di una risata pagata cara.

Guasconi, volgari e guastafeste.

Li avreste presentati a vostra madre, vi stareste tenendo il sedere ancora oggi.

Il disco esce in origine nel 1983 su Stiff e ne vengono tratti tre singoli tutti riproposti in questa nuova edizione che invece è datata 9 Ottobre 2009.

Se ve ne parlo solo adesso è per risparmiarvi una figura di merda coi regali di Natale o, peggio, di San Valentino.

Lì vanno bene le raccolte con le campanelline o i cuoricini disegnati fuori.

Figuratevi portare in casa della fidanzata o della suocera un disco con delle scimmie etiliche in copertina. E con un intero DVD che mostra i ratti in azione.

Quindi mi dovete un favore.

L’altro fatevelo voi: portatevi a casa un’oretta di malsano divertimento.

E finitela di abbuffarvi di dischi che sono un abominio di buone intenzioni, un candido monumento all’introversa gioia del piangersi addosso, una scampanellante passeggiata con le renne di Santa Claus.

Compratevi qualcosa di realmente demente, di realmente sconcio, di realmente barbaro, di realmente su di giri.

Che tanto, a farvi annientare dal dolore, vi basterà mezz’ora davanti alla tivù, ai fessi che ancora la guardate.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SCREAMING LORD SUTCH – Rock & Horror (Ace)

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Quando penso al rock ‘n roll difficilmente penso a quello cui pensate voi.

Non penso agli axe heroes, alle air guitar, alle pareti di Marshall parate di fronte a decine di migliaia di ragazzini sbavosi, alle bandane, alle orge consumate in alberghi con la SPA in azione ventiquattr’ore al giorno e i portinai compiacenti.

Quando penso al rock ‘n roll io penso ad un mondo popolato da personaggi buffi, insolenti, sopra le righe. Penso al passo d’anatra di Chuck Berry, alle porcate di Iggy Pop, alle bende dei Mummies, al bacino di Elvis, al ghigno di Lux Interior, alle chiappe di Poison Ivy, ai feticci voodoo di Jay Hawkins, al ciuffo di Esquerita, ai giubbotti di pelle dei Ramones, alle pareti ricurve del Cavern, ai frutti alla moda di Ghigo, a Jerry Lee Lewis che picchia coi piedi, ai King Kurt coperti di schiuma da barba, alle urla isteriche sotto il palco dei Beatles quel 13 Ottobre del 1963 che cambiò il mondo del pop per sempre.

E penso a David Edward Sutch, lo Screaming Lord Terzo Conte di Harrow.

Il più folle, pittoresco, suggestivo, marcio figlio del rock ‘n roll inglese degli anni Sessanta.

NOBILE MANCATO, POLITICO MANCATO, MUSICISTA MANCATO.

Ma capace di far suonare Jeff Beck, Jimmy Page, Noel Redding, John Bonham e Nicky Hopkins gomito a gomito dentro quello che, poco prima della sua morte, venne definito il peggior album della storia del rock: Heavy Friends.

L’ultima beffa prima di lasciarci per sempre impiccandosi sulle scale che conducevano al letto dove sua madre era morta l’anno prima.

Lo trovarono appeso come un manichino in disuso con una corda colorata attorno al collo, due cristalli di lacrime ai lati degli occhi e un ghigno compiaciuto, come di dolore placato. Era il 16 Giugno del 1999.

Pare che nello stesso momento Jeff Medkeff, nell’osservatorio di Junk Bond in Arizona, avvistasse un nuovo asteroide.

Lo chiamarono 38203 Sanner: Screaming Lord Sutch fu un ASTEROIDE MANCATO.

Ma prima ragazzi, quello che c’era stato prima, era stato il più fantastico, pittoresco spettacolo di horror-rock in giro per la terra.

Finito per caso nei Savages col ruolo di manager, finì per diventarne il cantante incoraggiato dal batterista Carlo Little e facendo palestra sui classici di Berry, Presley e Little Richard.

I primi concerti sono assieme a Vince Taylor, Keith Kelly, i Playboys.

Ma un paio di anni dopo saranno i Who ad aprire per loro. E non viceversa.

Poi decidono di puntare tutto sul personaggio di Screaming Lord Sutch.

Cilindro, mantello, una tonnellata di cerone e un coltello che brandisce senza timore tra i musicisti incarnando alla perfezione il personaggio macabro di Jack lo Squartatore raccontato nella canzone scritta da Charles Stacey, Walter Haggins e Joe Simmons e incisa coi Savages nel Marzo del 1963.

La produzione è affidata a Joe Meek, uno dei geni degli studi dell’epoca.

È sua l’idea di “campionare” il giro di fiati di Dragnet di Ray Anthony all’inizio e alla fine del pezzo.

I Savages ci mettono il “colore”.

Che in questo caso è rosso sangue.

Sul palco Lord Sutch costringe il tastierista a travestirsi da Mary Kelly, con tanto di calze e giarrettiera. Il ruolo di Jack the Ripper spetta a lui, ovviamente.

Ecco, Rock & Horror racconta un po’ di queste storie.

Raccapriccio e commedia horror in 12 episodi.

Come caricarsi la famiglia Addams sulla propria utilitaria e fare un giro dalle parti del cimitero.

La più bella raccolta dei Cramps, prima dei Cramps.

Addio, Duca di Harrow.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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