THE STYLE COUNCIL – Cafè Bleu (Polydor)  

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Il Maggio del 1984 fu uno dei mesi più piovosi che l’Italia ricordi. 366 millimetri di pioggia solo a Milano. Roba che Siffredi se lo sogna. Roba che non si vedeva da duecento anni. Fu uno di quei mesi in cui ti fermavi volentieri a casa e mandavi a fanculo tutto il resto, sperando che la piena si portasse via gran parte della merda che riempiva le strade. In TV a farti compagnia c’erano Marco Predolin, Beppe Grillo che ti parlava del Brasile, Augusto Martelli, Marco Columbro, Cesare Cadeo, Maurizio Nichetti, Wanna Marchi e la Deejay’s Gang.

In radio, ma anche in sui canali televisivi, passavano spesso loro, vestiti con gli spolverini adeguati a quelle piogge: gli Style Council.

Chi aveva “frequentato” l’ala mod della musica inglese quelle due facce le conosceva già. Per altri erano solo una curiosa alternativa ai suoni “verniciati” del pop che dominava la scena. Cafè Bleu fece il suo ingresso in casa mia coi piedi ancora fradici, cricchiando come quelle vecchie scarpe da ragioniere degli anni Cinquanta. E non fu proprio amore a prima vista.

Era un disco dove convivevano anime diverse, quasi schizofreniche. C’erano queste carezzevoli atmosfere jazz che erano la sinfonia perfetta per accompagnare lo scivolo verticale di quelle gocce di condensa che avevano deciso ad un certo punto di lacrimare dai vetri delle finestre.

E poi improvvise esplosioni di euforia da big-band che ti facevano temere che fuori da quei vetri appannati ci fosse Gene Kelly a ballare ancora col suo ombrello, zuppo di temporale.

E ancora qualche aria da spy-movie.

Del resto qualcuna di loro era venuta dal freddo. E quindi era anche questo un ospite coerente con quel Maggio poco temperato.  

A fianco di tutto ciò, come se non bastasse, c’erano anche delle robe che parlavano quel linguaggio ancora abbastanza piatto del rap. Ma come? Le strade sembrano un fiume che si trascina via il mondo creato e vuoi vedere che c’è gente che sta a rotolarsi sull’asfalto? Poco credibile.

E infatti fuori non c’era nessuno.

Ne’ Gene Kelly, ne’ Richard Burton, ne’ i figlioletti pieghevoli di Grandmaster Flash.

Se richiudevi gli infissi e ti riavvicinavi alla stufa, potevi sentire You’re the Best Thing, The Paris Match o The Whole Point of No Return ardere come dei ciocchi e coccolarti nel loro tepore. Come se fuori dovesse piovere per sempre.

E un po’ anche dentro.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BOWIE – ★ (ISO)  

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Nutro il massimo rispetto per Bowie.

Uno che quando aveva diciassette anni pubblicava già il suo primo singolo, che quando ne aveva 25 si preparava al grande assalto di Ziggy Stardust, che a 38 cantava al Live Aid, che a 65 prendeva un taxi a New York e che a 78 probabilmente sarà un astronauta merita devozione assoluta.

Il suo arrivo, questo 8 Gennaio 2016, ha oscurato anche quello della Befana di un paio di giorni prima. Ed è giusto che sia così. La sua stella nera (che in realtà nera non è, ma questo lo lascio scoprire a voi, NdLYS) è destinata a diventare uno dei simboli più postati in rete e il contenuto del suo disco uno dei più dibattuti. “Con cosa ci stupirà?” la domanda più diffusa.

Perché c’è gente che si stupisce ancora con un disco di Bowie. E questo è di una bellezza e di una poesia disarmanti.

Personalmente, da quando ho “agganciato” i dischi di Bowie in sincrono con la loro uscita (ovvero da Scary Monsters) nessuno di loro mi ha stupito se non in maniera negativa. Ma questo non fa statistica. Anche perché il valore assoluto dei suoi dischi degli anni Settanta non ne viene scalfito. Quel valore però altera spesso il giudizio di quanto è successo dopo. E’ una sorta di assicurazione sul capitale investito che inquina ogni giudizio che si sforzi di non essere arbitrario.

La premessa era lunga, ma necessaria.

E ora veniamo a disco n. 26 della lunga carriera del musicista caduto sulla Terra. Un album che contiene al suo interno tanti tasselli del Bowie che già conosciamo, soprattutto quello di Heathen ed EART HL ING ma anche di Station to StationBlack Tie White Noise e certi sperimentalismi della trilogia berlinese, rivisti con l’occhio intellettuale del Bowie settagenario. Sassofoni svolazzanti su tapiroulant ritmici a velocità variabile, concessioni al pop rase al suolo e un senso di inquietudine reso manifesto già dai dieci interminabili minuti della liturgia propiziatoria di Blackstar e ben replicato più avanti su Lazarus o Girl Loves Me.

★ è un album pieno di brutti presagi e di angoli bui, incline al jazz nella stessa maniera trasversale, ambigua, disarcionante in cui potevano esserlo i Thievery Corporation, Eric Mingus, i Massive Attack di Blue Lines o i Talk Talk degli ultimi dischi, mostrando il coraggio di chi, alla soglia dei settant’anni, sente più la necessità di far quello che gli pare più che assecondare la voglia di stupore dei suoi fan e dei loro figli.

Stupiti? Bene.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MEDESKI, MARTIN & WOOD – Last Chance to Dance Trance (Gramavision)

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Leggi il titolo, te lo srotoli tra i denti un paio di volte e già assapori la musicalità di cui è imbevuto lo stile dei doppia-M doppia-V.

Jazzisti dall’anima bastarda, MM&W hanno intuito che fare musica “colta” non significa chiudersi nel settarismo più sterile ed elitario ma contaminare il proprio linguaggio mescolandolo ad altri. E per questo sono andati “a letto” con tutti, da John Zorn all’Iggy Pop del recente Avenue B passando per David Byrne e le pellicole di Wim Wenders portando dappertutto le sincopi del loro jazz dominato dal piano elettrico di John Medeski, capace di rileggere Marley o Thelonius Monk e di far rivivere lo spirito di Booker T. and The M.G.’s con gusto impareggiabile e sublime.

Se non li conoscete ancora, avete quest’altra “chance”. Speriamo non l’ultima.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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SOUL COUGHING – Ruby Vroom (Slash)    

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Nel 1993 la Slash si trova orfana di una delle band più eccentriche del suo catalogo, ovvero le Violent Femmes. La necessità di rimpiazzarli si concretizza mettendo sotto contratto un gruppo di New York dal suono scriteriato e pazzoide chiamato Soul Coughing.

Che col suono del gruppo di Milwaukee ha poco a che spartire se non che Ruby Vroom ha la stessa genialità trasversale e busker del debutto di quel  terzetto lì.

A dialogare, qui, ci sono un contrabbasso, una batteria jazz e un sampler. Macchinette infernali che permettono a Mike Doughty di poter cantare su un campione di Toots & The Maytals, di Howlin’ Wolf o Raymond Scott, su una linea di basso rubata a Thelonious Monk, su una rullata marocchina o su una segreteria telefonica. Anzi, due.

Una dedicata all’amore casalingo.

L’altra, all’amore a pagamento.

Osando pure di profanare il tempio dei Fugazi. 

È la versione bianca ed intellettuale del Jazzmatazz di Guru.

Quella meno pappona e pulp del soul grasso dei Fun Lovin’ Criminals che uscirà fuori dalle fogne della stessa città solo qualche mese dopo.

O ancora, quella più giocherellone e stranita del jazz depresso degli Spain che pioverà dalla California l’anno successivo.

Un disco cannibale che si nutre di cose poco ordinarie per metterne su una altrettanto straordinaria.

Genio e sregolatezza, dentro Ruby Vroom.

Disco che ha il coraggio di sfidare l’onda di reflusso del grunge e quella d’urto del punk mettendo sul tavolo gli alambicchi del piccolo alchimista.

Unendo davvero tutti, o quasi tutti. Come le belle donne.

Finendo per essere desiderati da tutti. Come le belle donne.

Da Jeff Buckley a Dave Matthews.

Da Roni Size ai Violent Femmes stessi.

Dai cornicioni del Palace Theatre, i Soul Coughing cagano sulle teste dei passanti.

Come piccioni dispettosi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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THE LINK QUARTET – 4 (Hammond Beat)

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Mamma mamma, vieni a vedere! E’ tornato il Link Quartet!

Dovremmo aspettarlo come il Carosello da pischelli, ogni disco del gruppo piacentino.

E io così lo aspetto. Perchè non puoi metterti a letto senza averlo prima ascoltato.

Stavolta ho dovuto aspettare di più: sette anni durante i quali la casa mi si è riempita di bimbe da mettere a letto assieme a me, dopo il Carosello. E che ora possono goderne con me.

Archiviata la prima parte di carriera con la pubblicazione di Evolution, 4  inaugura la nuova fase del Link Quartet.

La formazione di Paolo Negri e Renzo Bassi si è spaccata in due e riattaccata con l’ingresso in squadra di Marco Murtas e Alberto Maffi ai quali si aggiungono, su questo disco, le voci di Arnaldo Dodici (già su Italian Playboys e Decade) e Tameca Jones, il sitar di Simon Rigot e i fiati degli Hellfire Horns. Il quartetto insomma non è più un quartetto e neanche il signor Link (alias Giulio Cardini) è più lo stesso, così come non è più della partita Tony Face.  

La classe però, rimane. Anzi, si affina.

4  mostra un gruppo sciolto come non mai nell’armeggiare con i vecchi suoni del funk e del jazz elettrico ma capace pure di aprirsi a curiosi esperimenti banghra come nella lunga intro della conclusiva Big Peach e nel suo intermezzo da foresta amazzonica o a raffinate e acide arie retro-futuristiche come quelle sfoggiate su Moonlight Serenade.

Groove e stile sono le parole d’ordinanza e il Link Quartet non manca un bersaglio.

Dodici tiri, dodici centri, sti figli di puttana.

Paolo Negri è il Re Mida che trasforma in oro l’avorio, il suo quartetto la più potente banda di trafficanti di zanne d’elefante.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STYLE COUNCIL – Our Favourite Shop (Polydor)

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Signore e Signori, vi presento gli anni Ottanta.

Eleganti e coolatoni.

A sinistra Signor Eleganza in persona, Mr. Paul Weller.

A destra l’organista pel di carota Mick Talbot, da Merton.

Si sono conosciuti nel fremente giro mod inglese alla fine degli anni Settanta e Mick ha già prestato la sua maestranza per Setting Sons dei Jam.

Sono gli ultimi anni di vita della grande mod-punk band.

Weller e Talbot suonano e sognano.

Ascoltano i vecchi dischi di Georgie Fame e Jimmy Reed e sognano.

Rovistano in vecchi negozi alla ricerca di roba vecchia e sognano.

Ogni tanto accendono la tivù. E vedono gli ABC. E i Visage. E gli Human League.

Non gli piace. E sognano.

Sognano di mettere su un gruppo che abbia dentro il calore del soul e l’eleganza del jazz da club, i colori tempera della bossa nova.

Che suoni moderna ma non di plastica.

Ci riusciranno per un po’.

Sicuramente per i primi due album incisi come Style Council.

Gruppo che già dal nome decide di fare i conti con lo stile, la classe, l’eleganza.

Che negli anni Ottanta significa essere fuori dal giro delle popstar di successo, quelle dalle acconciature improbabili e dai raggi laser, metà Megaloman e metà Atlas Ufo Robot.

E invece, dopo Cafè Blue che aveva “creato il caso”, gli Style Council si trovano al centro di un movimento di restaurazione chiamato Cool Jazz, scoprendo che la loro voglia di musica retrò può essere condivisa e che il loro bisogno è un’ esigenza sentita anche da una grossa fetta di mercato.

Così ci riprovano, con più convinzione. Tirando fuori Our Favourite Shop.

Rendendo tutto palese fin dalla copertina.

Un emporio dove si trova di tutto, dove molte vite possono trovarsi rappresentate. Di certo quelle di Mick e Paul: c’è Otis Redding, c’è la venerata Rickenbacker 360/12, un manifesto di orgoglio gay come Another Country, c’è Al Green, ci sono le cravatte e i dischi della Motown, la maglia della Raleigh, Sinatra e i Beatles.

Un inventario della propria vita, più che un negozio di uno svuotacantine.

Ascoltato dopo venticinque anni ci si accorge di quanto ci suoni ancora familiare e di come riesca ancora a scaldarci il cuore nonostante una sottile patina eighties lo avvolga come un leggero foglio di cellophane, di come tutti gli Housemartins stessero già dentro una cosa come Welcome to Milton Keynes e i Kings of Convenience ovviamente a galleggiare dentro le vasche spa di Down in the Seine e All Gone Away, di come il funambolico soul di Internationalists sarebbe potuto stare allo stesso tempo dentro The Dream of the Blue Turtles di Sting o, con i piccoli ritocchi  necessari, dentro l’unico album dei Redskins o di come, quando passa A Stones Throw Away, ci si sia fatti scappare la Eleonor Rigby degli anni Ottanta distratti da chissà cosa. Non so se possa essere anche il mio negozio preferito.

Ma sono sicuro che un bel po’ di roba la porterei ancora volentieri a casa.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JOE JACKSON – Night and Day (A&M)

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Nel 1981 Joe Jackson ha una gran voglia di fuggire via dalla new wave e di ritirare fuori il suo amore per Duke Ellington, Sonny Rollins, Cole Porter, George Gershwin e Charlie Parker che era stato quasi raso al suolo dal ciclone Sex Pistols. Lo fa dapprima guardando all’America con un vecchio cannocchiale anni ‘30 chiamato Jumpin’ Jive. Quindi, andandoci di persona. Respirando il fumo del Blue Note. Joe si trasferisce a New York e si lascia sedurre riscrivendo le regole dell’elettro-pop degli anni Ottanta filtrandole attraverso le sincopi pianistiche del jazz e gli aromi latini della salsa funky alla Ray Barreto con un singolo vincente come Steppin’ Out.

Night and Day, l’album che cementa l’amore di Joe Jackson per la musica americana, è un elegante omaggio a Tin Pan Alley e alle musiche carioca degli immigrati della Grande Mela.

Broadway, il jazz, lo swing viste attraverso gli occhi di un inglese che ha appena tradito il rock per infatuarsi delle grandi orchestre, come un vecchio emigrante d’inizio secolo abbagliato dalle luci della terra delle grandi promesse, dei sogni che possono diventare realtà. Le chitarre skankin’ del pub-rock e del punk vengono messe a tacere dal pianoforte e da una sporta di percussioni latine e il sapone delle creste punk tradite in favore della brillantina.

Non si sputa più, nella musica di Joe Jackson. Si indossano le scarpe di vernice e lo smoking bianco, e si va a scoprire l’America. 

Se Jumpin’ Jive si era accontentato di accendere i riflettori su Cab Calloway, Benny Goodman, Louis Jordan e Fats Waller lasciando Jackson fuori dal cono di luce, in un omaggio totale agli anni del jive e dello swing, Night and Day fa riemergere la personalità del musicista inglese e lo resuscita imponendolo da artista di nicchia a cantautore pregiato grazie a ballate amare come Breakin’ Us In TwoReal Men, ai ritmi sudamericani di T.V. Age e Cancer probabilmente scritte passando sotto le finestre di David Byrne, al suono caraibico di Another World e ovviamente al successone di Steppin’ Out , cavalcata di pop sintetico capace di buttare giù l’altro fortino del sophisticated-pop dell’anno, ovvero New Frontier di Donald Fagen.  

E’ una New York che ha sostituito i neon alle luci a petrolio, va da sé.

Però sembra davvero di vederli in faccia uno per uno,  gli undici men at lunch sospesi per aria con un panino in mano davanti alla maestosità del Rockefeller Center. Ognuno col suo dolore. Ognuno con la sua donna che aspetta il suo rientro. Ognuno col suo sogno americano ancora tutto da costruire.

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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SHORTY – featuring Georgie Fame (Rev-Ola)

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Ci vollero i Matt Bianco, negli anni Ottanta, per far riscoprire il jazz elettrico di Georgie Fame. All’epoca Clive Powell, come risulta all’anagrafe di Leigh, è ancora giovane, avendo da poco compiuto quaranta anni (lo so, anche io venti anni fa pensavo che i quarantenni erano dei matusa imbolsiti e incancreniti dalle arterie. Poi sono passati altri venti anni e ho cambiato idea, come Roger Daltrey, NdLYS).

Il successo lo aveva visto in faccia e con un PPP degno di Sergio Leone appena maggiorenne, quando per tre anni aveva piantato pali e picchetti al Flamingo di Soho, facendosi le ossa con ogni tipo di musica nera, dal jazz al blues passando per lo ska cui lo addestra il suo sassofonista Eddie Thornton.

Uscito da lì, infila una serie di successi nella chart inglese: Yeh Yeh, The Ballad of Bonnie & Clyde, Sunny, Get Away, Try My World, Seventh Son, Peaceful, Sittin’ in the Park… Canzonette leggere e frizzanti ingombrate dal suo Hammond B-3.

Si diverte e fa divertire la Marchesa di Londonderry, da sempre affascinata dal jazz e segreta ammiratrice di Georgie dalla prima volta che l’ha visto in tivù.

Solo che quando scoppia lo scandalo e suo marito scopre la tresca e rinnega il terzo figlio avuto da lei, l’Inghilterra benpensante ed aristocratica (ovvero una buona fetta di chi compra i suoi dischi) lo abbandona. E Georgie accusa i primi fallimenti commerciali. Come questo. Un diavolo di disco registrato dal vivo con una piccola band rock-jazz che la Epic tira fuori quasi in clandestinità nel 1970, celando  chi ne sia l’autore. Il suo nome figura come featuring, su una minuscola scritta in una copertina dove invece campeggia, enorme, un occhio di un uomo di colore. Il disco non viene neppure pubblicato in Inghilterra.

Non viene indicato neppure dove il disco sia registrato o quanta gente ci sia ad applaudire, anche se si capisce che non siamo allo stadio.

Insomma, non è un disco celebrativo. Non è un live album. E non è una raccolta di successi. Non è un disco imprescindibile, però era necessario la Rev-Ola lo ristampasse e ce ne facesse dono perché è un grandissimo album dove il sound di Georgie viene convogliato su binari rock (Oliver‘s Gone) e fusion (Fully Booked), si allunga, si colora, fa le smorfie e le moine come una gatta in calore. Sempre elegante, sempre pieno di vita, mai di dolore.

Il dolore, quello vero, Georgie lo conoscerà la sera del 13 Agosto del 1993, quando è già diventato un collaboratore di fiducia per Van Morrison e Bill Wyman e un turnista di lusso per Clapton e Muddy Waters.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE FILTHY SIX – The Fox (Acid Jazz)

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A dispetto del nome di sporco nella musica del sestetto inglese non c’è assolutamente nulla, anzi.

Tutto molto garbato e composto, forse anche troppo potrebbe obiettare il mio lettore-tipo (uso il singolare non a caso, non credo di arrivare alla decina, NdLYS).

La calibratura degli ingredienti musicali (smooth jazz, il sound della Blue Note, soft-funk) che da sempre concorrono a creare la ricetta del gruppo di Nick Etwell è giunta a livelli di tale precisione che la band può adesso permettersi di registrare questo secondo album in presa diretta, in sole sedici ore di seduta.

Dal mio psicanalista bastano appena per la sala d’aspetto. E, nota per lui, la cover di Never Say Goodbye che chiude l’album è perfetta per sonorizzare quel tipo di spazi. 

Il risultato non si discosta molto da quello del disco omonimo. L’unica novità di rilievo è rappresentata dalla presenza di un paio di brani cantati tra cui svetta la cover di Girlfriend illuminata dall’ugola soul di Brendan Reilly e dalle preziose dita di Pete Whittaker. Musica per imparare ad aspettare con diligenza. Chissà cosa, poi.

                                                         Franco “Lys” Dimauro

 

 

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EDGAR SUMMERTYME – Sense of Harmony (Viper)

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Dopo la “tempesta” blues dell’Edgar Jones Free Piece Thing, ecco tornare Edgar Jones all’opera con il suo nuovo disco in proprio.

Edgar è uno che è stato privato del suo destino.

Qualcuno (chi ha detto Gallagher?) lo ha vissuto al posto suo.

Eppure egli non si è ancora arreso. E, pur non avendo più nulla da dimostrare a nessuno, riesce sempre a mettersi in discussione.

E a parlarci delle cose che gli interessano.

In questo caso il blue-eyed soul e certa bossanova da exotica.

Pur senza abiurare dal suo passato (che infatti emerge sottoforma di blues rurale nella My Kinda Woman che appare, non annunciata, a fine scaletta, NdLYS).

Sense of Harmony è album di altissima classe, pronto a scendere in competizione con i dischi migliori di Paul Weller, sua icona da sempre.   

Un disco “confidenziale”.

Uno di quelli con pochissimi trucchi e tantissima pregiata sartoria artigianale.

Un occhio sempre aperto su Steve Winwood e l’altro che strizza le palpebre a Reg King.

Con le derive spectoriane di On and On e lt Can Only Be You, il languore orbisoniano di I Would Do Anything e il battito d’ali tropicalista di Bye and By e Beep Beep a ricordarci che dopo la primavera della giovinezza a volte può anche arrivare l’estate. 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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