EDGAR SUMMERTYME – Sense of Harmony (Viper)

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Dopo la “tempesta” blues dell’Edgar Jones Free Piece Thing, ecco tornare Edgar Jones all’opera con il suo nuovo disco in proprio.

Edgar è uno che è stato privato del suo destino.

Qualcuno (chi ha detto Gallagher?) lo ha vissuto al posto suo.

Eppure egli non si è ancora arreso. E, pur non avendo più nulla da dimostrare a nessuno, riesce sempre a mettersi in discussione.

E a parlarci delle cose che gli interessano.

In questo caso il blue-eyed soul e certa bossanova da exotica.

Pur senza abiurare dal suo passato (che infatti emerge sottoforma di blues rurale nella My Kinda Woman che appare, non annunciata, a fine scaletta, NdLYS).

Sense of Harmony è album di altissima classe, pronto a scendere in competizione con i dischi migliori di Paul Weller, sua icona da sempre.   

Un disco “confidenziale”.

Uno di quelli con pochissimi trucchi e tantissima pregiata sartoria artigianale.

Un occhio sempre aperto su Steve Winwood e l’altro che strizza le palpebre a Reg King.

Con le derive spectoriane di On and On e lt Can Only Be You, il languore orbisoniano di I Would Do Anything e il battito d’ali tropicalista di Bye and By e Beep Beep a ricordarci che dopo la primavera della giovinezza a volte può anche arrivare l’estate. 

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 Edgar+Summertyme+Edgar

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AN APPLE A DAY – Yes We Can (Tanzan Music)

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Negri tra i negri.

Che poi non è esattamente così ma rende l’idea del nuovo progetto che vede Paolo “Apollo” Negri collaborare con artisti come Lee Fields, Glen David Andrews, Blurum 13, Richard Roundtree, Michelle David, Naomi Shelton ma pure il giapponese Lyrics Born, la samoana Kylie Auldist o Mrs. Ria pelle-di-luna Currie, tanto per dirla tutta.

Un disco che trasuda di umori funky-soul e in cui i ruoli dei musicisti (tutti eccellenti, da Paolo a Mario Percudani, da Craig Kristensen a Kapper Dapper) diventano funzionali al progetto d’insieme senza sconfinare in inutili giochi di egemonia o in irritanti sgomitate da “vetrina del virtuoso”. L’aria che si respira, in queste tredici cover rubate ai repertori di Gil Scott-Heron, Audioslave, Lenny Kravitz, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Allen Toussaint, Skull Snaps, Jimmy Castor Bunch (scomparso esattamente un anno fa), Blind Joe, Edgar Winter Group, Wolfmother e Claude Bolling è quella di un disco collettivo, una sorta di Jazzmatazz dal robusto e pastoso groove funky-soul, da quello più smooth dell’inaugurale Yes We Can al chang-chuka style della bellissima Troglodyte(Caveman) passando attraverso la blaxploitation di The Revolution Will Not Be Televised, la deep disco di It‘s a New Day, o l’Hammond-beat di Heart and Soul.

Yes We Can è disco elegante che non nasconde ambizioni e appeal commerciali.

Qualcosa che suona come una improbabile session tra Thelma Jones, i Fun Lovin’ Criminals, i Mother Earth, i London Fogg e gli Undisputed Truth. Se le radio (anche quelle che contano, non solo quelle che fanno tendenza) riusciranno ad accogliere in heavy rotation anche quello che non è spinto dalle majors, potremmo trovare le mele nelle diete di milioni di italiani, salvandoli dal medico e anche da McDonald’s®.

Si, An Apple A Day possono.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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THE BLOW MONKEYS – Limping for a Generation (Cherry Red)

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Quando Robert Howard torna in Inghilterra nel 1981, si porta dietro l’alito pesante degli aborigeni australiani, l’alito delle “scimmie che soffiano”. È quello il nome che sceglie di dare alla band che mette in piedi con Mick Anker, Neville Henry e Tony Kiley.  Un nome insolito, almeno tanto quanto il suono che la band mette su accartocciando le varie influenze musicali che sedimentano nel canale uditivo di Dr. Robert: il pop asessuato di Marc Bolan, Bryan Ferry e Bowie, il female-pop di Dusty Springfield, Cilla Black e Sandie Shaw, il soul di Curtis Mayfield e Marvin Gaye, il post-punk o la psichedelia sporcate dai fiati dei Laughing Clowns e dei Love.

Pop di alta classe che guarda a Bacharach come modello assoluto di perfezione ma è allo stesso tempo influenzato dal glam, dal jazz, dal soul, dalla musica spagnola e sudamericana.

È moderna senza essere realmente di rottura. Nessuno però la capisce,almeno all’inizio. Troppo slegati dalla dottrina nu-jazz di band come Style Council e Working Week e troppo sdolcinati per poter essere inseriti nel filone new-wave, troppo solari per volare assieme agli altri pipistrelli del gotico, troppo poco ortodossi per essere assimilati ai gruppi faciloni del techno-pop europeo e troppo sofisticati per finire tra le nuove promesse dell’area Postcard, le Scimmie finiscono per fare da supporto a band dalle provenienze più disparate,dai Sisters of Mercy agli X, faticando a trovare un loro seguito. Il successo vero arriverà con il disco successivo, facendo leva sul sex-appeal di Dr. Robert (la casa discografica gli imporrà le lentine colorate per farlo assomigliare a Morten Harket, il nuovo idolo delle ragazzine occidentali) e ridipingendo il suono del gruppo riadattandolo ai club più chic di America ed Europa. Limping for a Generation, adesso riedito in doppio cd dalla Cherry Red, rimane invece un disco di difficile collocazione stilistica e commerciale. La RCA proverà a ristamparlo all’insaputa della band con una copertina più ammiccante cercando di cavalcare l’onda di Diggin’ Your Scene ma senza ottenere il successo sperato.

Un album che inganna. Sovrabbondante e ruffiano. Effeminato e flaccido. Eppure, riascoltarlo oggi, quasi trent’anni dopo, è ancora una lusinga all’udito. Pop marpione, liricamente mai banale, sofficemente cullato tra delizioso pop da camera e qualche piccolo sussulto,qualche brivido incuneato tra le costole di Fela Kuti e la spina dorsale di Arthur Lee. Un disco che scende a patti col nostro bisogno di superficialità, di svago, di disimpegno e di edonismo, col nostro diritto a vestirci da peccatori impeccabili. Un buon disco d’arredo, mentre stiriamo il nostro gessato col ferro a vapore e scegliamo il fiore da mettere nell’asola, porgendo al mondo il nostro lato migliore. Quello che non spaventa. Quello che funziona.

                                                                                           Franco“Lys” Dimauro   

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