DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

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Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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COCK SPARRER – The Decca Years (Captain Oi!)  

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Archetipo perfetto dello street-rock albionico, i Cock Sparrer furono una band pre-punk con un amore sconfinato per il football, il rock e la birra doppio malto.

Non una band, in realtà, come fieramente ammettono ancora oggi, ma una ballotta di ragazzi di periferia diventati musicisti loro malgrado emulando i propri idoli. Che erano in primo luogo bands come Who, Small Faces, Stones da cui il gruppo dell’Essex mutuava l’amore per un “primitivismo” sonoro che avrebbe fatto proprio e infilato nelle maglie del suo suono boogie (a volte anche abbastanza standardizzato, come in Platinum Blonde o Sunday Stripper). Bruciata l’occasione di finire nel giro di McLaren (pare per un giro di birre non pagate da Malcolm in quel di Soho, NdLYS) e ceduti dalla Decca dopo il flop dei loro primi 45, il giro di fanatici dell’Oi! Music li avrebbe eletti a modello di integrità e coerenza. La loro Runnin’ Riot è ancora una delle migliori pub-songs di sempre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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U.K. SUBS – Complete Punk Singles Collection (Captain Oi!)

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Una band in cui sono passate una settantina di persone, comprese Lars Frederiksen dei Rancid, Flea dei RHCP, Andy McCoy degli Hanoi Rocks e Tezz dei Discharge e che ha infilato 4 album e 7 singoli in classifica.

Un’istituzione del punk rock britannico, insomma.

Arrivati per raccogliere i frutti di quanto seminato da altri.

Dozzinali e tarri agli esordi tanto da ergersi ad emblema dell’hooligan-punk e poi, una volta passati dalla birra a triplo malto al whisky doppio, sempre più vicini a sbrodolature heavy metal e hardcore (Jodie Foster/War on the Pentagon/666 Yeah) tenute a bada dalla voce proletaria di Charlie Harper.

Mark Brennan della Captain Oi! si occupa, e non per la prima volta, di raccontarci la loro storia attraverso tutti i loro singoli, dalla C.I.D. del 1978 alla Warhead corretta al botulino di trent’anni dopo. Alla band l’onere di farci riascoltare ogni facciata A della loro discografia “minore”.

Non sono mai stata la mia punk-band del cuore. E la conferma arriva dal fatto che tra tutti, il mio pezzo preferito rimane Betrayal, il più insolito del lotto.

Voi scegliete il vostro.  

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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