LUCIO BATTISTI – Masters #2 (Sony Music)  

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Allo scoccare della mezzanotte del 29 Settembre 2019 la libreria digitale di Spotify ha subìto l’onda d’urto del catalogo (di gran parte di esso, ma non tutto) di Battisti.

Appena due giorni prima invece, per i cultori del vecchio vinile, la Sony Music porta sui banchi dei negozi veri il secondo volume di Masters, l’operazione di restauro del vecchio materiale del cantante iniziata due anni prima. Che però, vai a capire, su Spotify non c’è. Resta di stucco, è un barbatrucco.

Giochi di prestigio a parte, la liturgia battistiana non conosce tregua.

E i fedeli si inginocchiano come i musulmani davanti a La Mecca ancora una volta. La scomparsa del cantante di Poggio Bustone lo ha redento dai suoi peccati e oggi anche chi quando lo vedeva camminare sulle acque lo accusava di essere un falso profeta, un maschilista, un misogino, un borghese, un fascio, ha deciso di assolverlo e, come Dante quando faceva l’appello o come i nazisti che indicavano la direzione agli ebrei appena scaricati dai treni della morte, hanno scelto per lui una dimora meno atroce di quella che gli auguravano in vita.

Una redenzione altrettanto approssimativa quanto le accuse di qualche decennio prima a dire il vero. Concessa senza gusto critico, prendendo per oro colato anche certo pentolame di rame e viceversa facendo di tutta l’erba “un fascio” (vi prego, fatemela passare, che aspettavo da venti anni l’occasione per usare la battuta, NdLYS) accomunando con giudizio sommario dischi dalle anime molto diverse, divergenti per progettualità, contenuto, urgenza espressiva e tematiche.

Lo fanno anche quelli della Sony, ovviamente. Anche se lo scopo di Masters non è quello di creare una raccolta omogenea dei reperti battistiani.

Lo fanno pubblicando questo cofanetto in edizione cd e vinile, penalizzando il secondo rispetto al primo, amputato di metà scaletta.

Lo fanno dando pregio al contenuto audio, rivisitato e corretto secondo le nuove tecnologie che saranno apprezzate più dagli audiofili che dall’ascoltatore comune cui invece è destinato il libretto allegato in cui gente come Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Mara Maionchi, Renzo Arbore o Massimo Lavezzi raccontano i loro aneddoti con la lingua del cuore che però, tradotta in caratteri grafici non so da chi, diventano una sequenza di frasi dislessiche e disgrafiche che neppure i post che ci tocca leggere sui social riescono ad eguagliare. Un analfabetismo o una superficialità già annunciata da una Dolce di giorno che diventa Dolce giorno, come fosse una canzone di Mietta e che mal comprendo e mal digerisco, soprattutto per un’operazione che vorrebbe essere meticolosa e rispettosa e che invece sfiora il fantozziano.

Per lui, perfezionista e curioso come pochi, un po’ come pisciargli sulla tomba.

Il tempo di morire.

Di nuovo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

EDOARDO VIANELLO – Io sono Edoardo Vianello… (RCA)

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La “fabbrica” della RCA Italiana, inaugurata nel 1962 e sorta in una zona adibita a pascolo al Km 12 di Via Tiburtina, è stata l’industria italiana del disco per antonomasia. L’opificio simbolico del boom economico italiano degli anni Sessanta, del riscatto dagli anni bui della guerra e delle officine della morte del ventennio fascista. Dentro quell’immenso complesso industriale l’Italia ha la sua rivincita morale e culturale. Lì dentro si perfezionano contratti, si scrivono canzoni, si registrano, si incidono e mentre autori, discografici e cantanti si incontrano nell’enorme sala bar dell’edificio, i dischi sono già impacchettati e pronti a conquistare juke-box e radio. Una vera officina della musica.

Dell’ottimismo spensierato degli anni del boom Edoardo Vianello è simbolo popolare come nessun altro. Canzonette, musica leggera. Un atollo polinesiano dove nessuna lordura del mondo può arrivare ad imbrattarti la vacanza. Diapositive di una vita felice e spensierata, come certi selfie che girano oggi su Instagram dove milfoni tristi si ostinano a vendicarsi di una vita fatta di niente postando una fetta di culo, una sfilata di moda, un aforisma di cui non conoscono ne’ l’autore, ne’ il significato, ne’ la punteggiatura.

Le canzoni di Vianello sono un tuffo spensierato in un mondo che è un villaggio Valtur globale, un parco giochi dove ogni cosa che incontri è un’attrazione di cartapesta per eterni turisti.

Vianello era, con Nico Fidenco, Gianni Meccia e Jimmy Fontana, uno dei quattro moschettieri con cui Ennio Melis costruisce la storia della RCA Italiana, non più filiazione della grande etichetta americana ma una vera fucina di talenti e successi tricolori. Vianello aveva lavorato come attorucolo di teatro comico ma è l’incontro con il paroliere Carlo Rossi, combinato da Teddy Reno alla fine degli anni Cinquanta a convincerlo a fare della sua innata verve comica e del suo sorriso rassicurante la testa d’ariete per sfondare nel mondo della musica. Per il suo album di debutto Melis gli mette a disposizione il meglio della sua scuderia: Luis Enrìquez Bacalov, i Cantori Moderni, Ennio Morricone e i Flippers di un giovanissimo Lucio Dalla. La copertina è invece affidata a Giuliano Nistri, che diventerà uno dei cartellonisti cinematografici più ricercati della penisola (tanto da essere convocato dai Calibro 35 per la copertina del loro secondo album, NdLYS). Dentro ci sono tutti i suoi primi successi su 45giri: Ma guardatela, Cicciona Cha Cha, Umilmente ti chiedo perdono, Che freddo/M’annoio, Il capello/Non pensiamo al domani, Pinne fucili ed occhiali, Ti amo perché, Guarda come dondolo fino a quell’Abbronzatissima che è la Barbara-Ann italiana, con buona pace per tutti gli altri.

C’è tutta l’Italia che abborda le turiste svedesi, l’Italia strabordante dei vitelloni, della dolce vita, degli zecchini d’oro, dei tormentoni, delle danze tribali diventate sinonimo di eleganza e vita sregolata, delle creme abbronzanti e delle estati a Torvaianica. L’Italia che non chiudeva le porte a niente e a nessuno e che non aveva paura, che sapeva ridere e divertirsi. L’Italia liberata che aveva demolito tutti i fortini e li aveva trasformati in cabine di un enorme stabilimento balneare.      

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

EVERYTHING BUT THE GIRL – London 0-Hull 2

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Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il il disco dell’Autunno.

È il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

Fino all’arrivo dell’Alain Delon sdraiato sulla cover di The Queen Is Dead fu questa la copertina “chiave” della mia adolescenza. Due bambini qualunque che pisciano davanti al relitto dell’età industriale, in un posto qualsiasi dell’Inghilterra del Nord.

Dal paradiso alla Terra, in caduta libera.

Love Not Money abbandona l’introspezione e i toni jazz del disco d’esordio sfoderando una coscienza politica accesa e anti-Tatcheriana che appare già chiara da quello scatto di copertina e tuffandosi in un vaporoso jingle-jangle chitarristico che ha poco da invidiare a quello che nello stesso periodo sta illuminando gran parte dell’anorak-scene di terra d’Albione.

Roba da eskimo e pastrani bagnati dalla pioggerella inglese insomma.

Ma suonata con classe da vendere, tanto da anticipare alcune intuizioni che gli stessi Smiths elaboreranno da lì a breve (Are You Trying to Be Funny? è già Ask, Ballad of the Times è una premonizione di Well I Wonder tra le brume di Suffer Little Children, Anytown si muove sul classico groove ferroviario C&W di Rusholme Ruffians, London, Vicar in a Tutu e altri classici del repertorio di Johnny Marr, così come Trouble and Strife e l’irraggiungibile vetta di When All‘s Well affine all’immaginario Smithsiano anche per lo scatto scelto per la copertina del singolo, sciorinano altre delizie semiacustiche assortite).

Ovvio che a me, all’epoca, piacesse da morire. E che, a dispetto dei flirt col jazz, con la musica orchestrale, con il blue eyed soul, con la tropicalia, col funky e con la drum ‘n bass che verranno, restasse nei decenni il miglior album del duo britannico.

Resta, come gocce di pioggia sospese nell’aria, quell’aria un po’ malinconica che aveva reso magico Eden ma stavolta tra le brumose campagne inglesi sembra di scorgere più di uno scintillio.

E se non è ancora tempo di veder tornare le rondini, stormi di gazze volteggiano in attesa di portare via chissà quale tesoro.

Peccato, per l’ingordigia di qualcuno, che qui si parli d’amore e non di monete.

 

Sfarzi orchestrali, leziosità in stile Tin Pan Alley, stucchi griffati Burt Bacharach. Così si presenta al mondo il terzo album di Tracey Thorn e Ben Watt, annunciato da una copertina che ai pastelli del debutto e al grigio urbano dell’album precedente ha sostituito il disimpegno pop di una grafica ispirata ai musical di Broadway e che sfoggia l’immagine retrò dei suoi primi attori: vestito sartoriale in stile anni ’50 per Ben e abitino stile marinaretto per una Tracey Thorn meno sensuale del solito.

Attorno a loro due la formazione è totalmente cambiata: Micky Harris e Rob Peters sono stati assoldati tramite annuncio per coprire il ruolo di bassista e batterista mentre al piano siede la Cara Tivey che sarebbe diventata la pianista di fiducia di Billy Bragg e, per qualche anno, dei Blur.

Dentro gli Abbey Road Studios però ad attenderli c’è un’intera orchestra di quarantotto elementi con il compito di dare fiato agli arrangiamenti sintetici che Ben Watt ha studiato per i nuovi pezzi lavorando sui preset orchestrali impostati da casa Yamaha sul suo nuovo sintetizzatore DX21.

Ampolloso e liricamente schiacciato sul tema abusato della separazione affettiva, del tradimento, dell’abbandono Baby, the Stars Shine Bright sembra messo a puntino per sdoganare la musica degli EBTG presso il grosso pubblico, anche a costo di seppellire la soffice grazia dei primi album sotto una coltre di greve pesantezza pop (Come Hell Or High Water, Careless, Don‘t Let the Teardrops Rust Your Shining Heart, Little Hitler) che ne zavorrano l’ispirazione fino a vederla affondare e scomparire tra gli zuccheri.

Come una raccolta di successi di Cilla Black o una di canzoni d’amore di Glen Campbell e una Tracey Thorn che sembra essersi trasformata in una Caterina Caselli magra ed efebica.

E le stelle che brillano luminose sono solo quelle dell’abete di Natale.

 

Dopo il bagno di pailettes di Baby, the Stars Shine Bright Idlewild cerca di recuperare l’essenzialità dei primi album tornando a masticare soffici batuffoli di folk e di neo-soul. L’ispirazione è però ai minimi storici cosicchè l’album è orfano di momenti veramente illuminati e a poco servirà la ristampa immediata del disco con l’aggiunta del singolo estivo I Don‘t Want to Talk About It rubato alla penna di Danny Whitten e che replicherà il successo della versione di Rod Stewart andando a piazzarsi inaspettatamente al numero tre nella classifica dei singoli britannici, vertice fino a quel momento mai raggiunto dal duo inglese.

Gli arrangiamenti sono molto sobri ed essenziali con un uso moderato dei fiati e un ottimo lavoro alle tastiere ad opera di Damon Butcher. Unica concessione alla “modernità” l’uso (evitabile) della drum machine preferita alle bacchette di Neil Wilkinson che in quel periodo accompagna la band in tour.

Idlewild però scivola via senza lasciare traccia, come un anonimo disco da salotto, con la sua compostezza quasi indisponente e la sua morbidezza confortevole.

Tiri la leva ed ecco un bel divano letto. Giusto per dormire.   

 

Musica da doccia tiepida. Da saponi che fanno tanta schiuma. Da dolcetti industriali. Da apericena per gente costantemente in dieta che però amano passeggiare con in mano un vol-au-vent e un bicchiere di prosecco mentre guardano la città dal loro attico. La musica per le anime che vagheggiano le proprie stanchezze mentre inzuppano le olive denocciolate dentro lo spumante, per tutti coloro che quando bevono rischiano al massimo di dimenticare il codice PIN della carta di credito, che poco altro rischiano di scordare. Quelli che vivono sotto una nuvola rosa d’amore superficiale e che bevono solo acqua in bottiglia.

The Language of Life suona proprio così, raggiungendo l’apice del sofismo di maniera che sembra aver imprigionato gli Everything but the Girl, infilatisi nel solco soul da Generale Custer degli Aztec Camera di Love e di Alison Moyet, ovvero quella musica nera che quando cade sul tappeto persiano non lo sporca neppure.

Le canzoni di The Language of Love ci passano sopra languide senza lasciare graffi sulla pelle.

Muore sorridendo, come in certi film romantici in cui anche la morte è una pillola dorata. Figurarsi la vita.

 

Quando nel 1991 arriva nei negozi Worldwide ci si rende conto che, nonostante dischi d’arredamento come Idlewild e The Language of Life, il peggio della loro produzione gli Everything but the Girl dovevano ancora riservarcelo. E il peggio arriva appunto quel 23 Settembre quando metti sul piatto un disco della band cui hai deciso di perdonare ogni debolezza e ti trovi a bestemmiare sulla Madonna, anzi su entrambe le Madonne mentre ascolti, appunto, un disco che sembra un disco della Ciccone o della Lauper. E neppure tra i migliori.

Pochissimi i guizzi creativi, che quando arrivano (come in Twin Cities) sembrano come quei pesci che ogni tanto si staccano dal banco e fanno un salto sulle acque placide. E per un attimo anche un merluzzo ti sembra bello come un tonno.

Poi le acque sommergono di nuovo tutto.

Tutto, tranne la ragazza.

 

Creduti affogati nel mare di lacca degli ultimi dischi, gli Everything but the Girl riemergono a sorpresa dagli abissi con attorno al collo un salvagente chiamato Amplified Heart, disco-prodigio che celebra un ritorno all’essenzialità, alla delicatezza e all’amore per le piccole cose che forse la malattia che ha colpito Ben Watt ha contribuito a far riaffiorare.

La rinascita artistica degli Everything but the Girl, dopo i dischi imbarazzanti e sovrabbondanti realizzati a cavallo dei due decenni ha del portentoso.

È il ritorno in scena degli EBTG che camminano scalzi sul parquet del salotto.

Lui dipinge con la chitarra. Lei usa la sua voce come un unguento che se non può curare il male, può placarne i sintomi. E quando la sera di Natale Ben resta da solo a contemplare la solitudine gagliarda del suo abete, la magia di quelle dita aggrappate alla chitarra accende la stanza di mille piccole luci sbarluccicanti.

Canzoni che sanno di casa e di pioggia. Di fumanti tazze da tè. Di melanconie lasciate a gocciolare sui vetri.

Canzoni di una bellezza sacra ed inviolabile come quella dei bambini.

 

Appena pochi mesi dopo la pubblicazione di Amplified Heart il sogno d’amore fra gli Everything but the Girl e la loro etichetta storica si interrompe.

Siamo nella metà degli anni Novanta e per stare sulla breccia occorre entrare in sintonia con i suoni elettronici che impazzano un po’ ovunque: house, jungle, drum ‘n’ bass, big beat, trip-hop. Ed occorre prendere possesso dei “club”, i posti dove accadono le cose.

Ben Watt e soprattutto Tracey Thorn ne sono consapevoli ma non hanno l’audacia giusta per provare. Così, in attesa di trovare il coraggio (ma anche la tecnica necessaria a Ben per passare dalla chitarra al laptop) e un nuovo contratto, affidano a mani altrui una traccia del loro ultimo album. Risultato: Missing diventa, nelle mani di Chris & James, Ultramarine, Little Joey e soprattutto in quelle Todd Terry, una delle canzoni che domina radio e locali per tutto il 1995. Forte di un successo inimmaginabile (Missing la si sente ancora oggi nelle “serate ‘90” dei disco-club di tutto il mondo, Italia compresa, in qualche spot o serie tv oppure rivisitata da altri, ultimi in ordine di tempo i Level 42) il duo può ricevere un buon anticipo dalla Virgin per produrre il nuovo disco, che si intitola Walking Wounded ed è di nuovo un piccolo giardino di delizie (Mirrorball su tutte). Ben è impegnato oltre che a costruire le linee melodiche e un paio di testi, anche la maglia di beat elettronici che sorreggono tutto il disco.

Che è ancora una volta immalinconito dalla pioggia, anche se stavolta è gelida come quella che bagna Roy Batty su Blade Runner. Se i paesaggi sonori possono risultare alieni, la voce di Tracey rappresenta la “comfort zone” dove i vecchi fan del gruppo possono sentirsi a casa, godendo dell’abbraccio dei “vecchi” EBTG. Che sono ancora, dopo una dozzina di anni, un gruppo che sa abbracciarti.

 

L’avvicinamento alla musica dance annunciato da Missing e da Walking Wounded diventa radicale con Temperamental. Tra i due album Ben Watt ha perfezionato la sua tecnica dedicandosi nel frattempo alla professione del dj, ovvero una delle più retribuite e ricercate a cavallo tra i due secoli. Tracey Thorn è rimasta a casa aspettando le nuove idee, i nuovi esperimenti del compagno, scrivendo la bozza di qualche lirica che poi sarebbe servita da canovaccio per i testi dell’album che hanno promesso alla Virgin.

Quando Watt rientra dal suo giro nei club però quello che porta in studio è “tutto tranne gli EBTG”. La metamorfosi sintetica è completa ma non contempla le delicate cartilagine del vecchio scheletro degli Everything but the Girl: solo una capricciosa sequenza di numeri binari che sciamano dalla house al drum ‘n bass. Qualcosa che sulla pista di un club funziona (Five Fathoms, Blame, Temperamental, Compression, The Future of the Future, Lullaby of Clubland) ma a casa molto, molto meno, con l’unica eccezione di No Difference. Qualcosa che è moderna quel troppo che in genere basta ad imprigionare un disco nella trappola del tempo.

Temperamental ci lascia l’immagine di Tracey Thorn e Ben Watt che sciamano in catene, vittime del loro stesso gioco e del loro desiderio di sfilare sulle passarelle con abiti a la page. Quelli che in genere hai già buttato la stagione successiva.

È l’ultima collezione degli Everything but the Girl, prima di svendere tutto.

Proprio come il negozio di Turner anni prima, quando Hull sembrava l’eden.

Franco “Lys” Dimauro

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ACHILLE LAURO – 1969 (Sony Music)  

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Achille Lauro è in fuga dalla trap.

E mentre Sferaebbasta si proclama rockstar senza spostarsi dall’asse che passa esattamente per il centro del suo egocentrismo, Achille Lauro gioca a fare la rockstar per davvero, andando a scomodare un anno-chiave come il 1969 e infilando in copertina alcune icone di cui la metà in realtà al 1969 non ci arrivò neppure. Gente morta alla cui porta Achille Lauro può bussare tranquillamente senza temere che la stessa gli venga sbattuta sul muso, come si fa con gli ospiti indesiderati.

In realtà Achille Lauro non rivendica nessuna appartenenza ad un mondo di cui conosce veramente poco e che non gli interessa esplorare e comprendere fino in fondo, limitandosi a sfruttarne i cliché e finendo per suonare, su Rolls Royce, Cadillac, 1969 e Delinquente (ovvero le tracce assimilabili all’apparato rock) come una sorta di innesto tra il Vasco Rossi dei primi anni Ottanta (quello celebrato, prima di scoprire Gandhi e Siddharta, anche da Jovanotti) e i Prozac+. Chitarre che tornano a colpire solo perché colgono di sorpresa una generazione che le disconosce, cresciuta a bip elettronici e suoni digitali, rivoluzionarie solo nella misura in cui si riappropriano di un codice musicale che per i giovani è quasi del tutto sconosciuto, sposandolo a dei testi che invece risulteranno scandalosi a chi le chitarre le conosce ma prova fastidio quando si parla in maniera sfacciata di droga, sesso e soldi. Puntando lo stesso dito che i loro genitori usarono per additare Vasco Rossi.

Personalmente non ci trovo nulla di scandaloso ne’ tantomeno di rivoluzionario. Ma trovo Achille un personaggio da cabaret, divertente, colorato, sopra le righe, quasi un Alighiero Noschese del rock ‘n’ roll, con delle idee che non sono originali ne’ grandiose, ma che però funzionano soprattutto nella breve distanza. E lui, essendone cosciente, non va oltre la mezz’ora di durata (molti suoi detrattori che lo accusano di essere un impasticcato, a letto non potrebbero reggere quei tempi se non usando analogamente qualche pasticchetta, NdLYS). Che è un po’ come mezz’ora in un privé: attracchi qualcuno da cui non sai cosa aspettarti, gustandoti l’effimero piacere dell’ignoto e dopo ti rendi conto che il meglio lo hai lasciato a casa. A letto o sullo stereo. Ma comunque a casa.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MADNESS – Mad Not Mad (ZarJazz)  

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Le vetrine dei Madness, anche se sempre più piene di caramelle mou che sai già che ti si appiccicheranno al palato e di confetti colorati che sai bene ti porteranno ad una lenta discesa verso la diarrea, sono sempre irresistibili. Lo è anche quella allestita in tutta fretta prima di chiudere per un po’ l’attività. Lo è, forse, più di tutte le altre. In copertina stavolta c’è un Madness in meno. E anche su disco, di Mike Barson non c’è più traccia. Si respira un’aria nostalgica, un’euforia smorzata fra i solchi di Mad Not Mad. Un’allegria amara e “Tatcheriana” ma, ancora una volta, contagiosa. Anche un po’ impacciata, come di chi entrando ad una festa vuole fare il fenomeno per mascherare la sua timidezza, il suo voler essere altrove. Esattamente come succede qui nella caciara iniziale di I’ll Complete.

Sopra le righe, come i coloratissimi anni richiedono.

Caraibica ma di plastica, come i villaggi Valtur che stanno dilagando in tutte le coste del mondo. Come quella di Mad Not Mad o Uncle Sam.   

Carica di una dolcezza saggia e rugosa come quella delle tartarughe.

Come quella di Yesterday’s Men o della cover di Sweetest Girl strappata a forza dalle mani degli Scritti Politti. Con tutti quei cori che sono un doo-wop di malinconia tutta pomeridiana, tutta londinese, tutta da clochard, tutta bagnata e appiccicosa di nebbia e fumo che invece di salire, entra fin dentro i pertugi del cuore, ingrigendolo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BLONDIE – Autoamerican (Chrysalis)  

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Rapture, in pochi lo capirono allora (qualcuno non l’ha capito ancora oggi, NdLYS), era un gioco di parole che voleva omaggiare la cultura hip-hop che cominciava a fermentare nel Bronx e che aveva nei Grandmaster Flash e Fab 5 Freddy citati nel testo due dei suoi migliori maestri di cerimonia. All’alba degli anni Ottanta i Blondie si guardano attorno e decidono in qualche modo di suicidarsi.

Il disegno del retro-copertina è, in questo, molto più rivelatore di quanto lo sia quello della pagina frontale.

Autoamerican è infatti il disco dove finiscono i Blondie e iniziano le star degli anni Ottanta, Madonna in primis. Belinda Carlisle e The Go-Go’s subito dopo. Un album che, come la copertina lascia intendere, si sporge sin troppo su quelle acque che bagnano New York e che trascinano con loro litri di urine di musicisti jazz, di cabarettisti, di cocainomani che pisciano dentro qualche discoteca, di giamaicani, portoricani, chicani, di vecchie signore del teatro e della tv che strizzano i loro pannoloni dentro qualche cesso di porcellana, di musicisti d’avanguardia, di balordi e clochard che svuotano la prostata a ridosso di qualche muro. Autoamerican è la celebrazione di tutto questo, fuorché dei Blondie.

Al di là dei risultati, non sempre eccellenti, il quinto Blondie è un disco coraggioso, più di quanto lo sia stato quello che lo ha preceduto.

Potrebbe bastare la sua apertura Kubrickiana per definirlo tale, eppure non basta. Perché quello che segue in questa altalenante scaletta, ha invece mille direzioni diverse che incrociano funky, rap, disco-music, reggae, cabaret, musical, jazz. Mai la new-wave, malgrado per abitudine e anche per pigrizia finirà a marcire in quegli scaffali. E anche quando i synth arrivano, come in Do the Dark, arrivano per sfregiare, deturpare, deformare fino ad ottenere una smorfia che è spastica più che plastica.   

Non c’è un pezzo che sia simile all’altro, dentro questo circo che si diverte ad aprire il sipario mostrandoci una scenografia retrò e poi piazzando al centro della pista un telescopio puntato sul futuro.

Che è quello che immaginano i Blondie, ovviamente. E non è detto sia quello che verrà.

Eppure in buona parte lo è.

Saliti in cima all’Empire State Building i Blondie decidono di buttarsi giù. Di ritrovare se stessi nella caduta, guardando l’America che scorre in verticale sotto i loro occhi. E in lontananza, anche uno spicchio di Europa.  

Spiaccicandosi sul loro pubblico mentre tutti sono col naso all’insù per guardare l’upskirt della Debbie.   

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JOVANOTTI – Jova Beach Party (Universal)  

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L’estate del 2019 sarà l’estate di Jovanotti che darà l’avvio alla stagione ricevendo simbolicamente la staffetta calda dalle mani di Vasco Rossi e del suo Non Stop Live tour con tanto di date straripanti nel suo giardino privato di San Siro e di navi crociera personalizzate. Che piaccia o meno, sono questi i nomi che riescono a radunare gli italiani come un popolo che sciama ancora sotto la stessa bandiera. Due comunità spesso sovrapponibili. Due fazioni mai del tutto antagoniste. Accomunate dalla voglia di fare festa sempre e comunque e dalla stupida convinzione di essere “giovani dentro”, peraltro esaltata dai loro cerimonieri.

Come antipasto per l’inedito tour che trasformerà le nostre spiagge in un carnevale brasiliano Jovanotti pubblica una nuova serie di tormentoni da aggiungere ad una scaletta i cui pioli sono ormai patrimonio collettivo, inni all’ottimismo spensierato e consapevole, preghiere pagane a Gaia che evocano gli elementi della natura e la comunione dell’uomo con la terra. Otto canzoni che abusano dei cliché estivi di ordinanza (world-music, funky, musica brasiliana e caraibica, disco-music, trap, reggae) e degli altri luoghi comuni della poetica “cherubina” dell’autore, tentativi alchemici di connettere i caratteri sacri del tribalismo con le futili orge social del popolo del sabato sera e lodi d’amore per donne che sono belle e senza peccato solo nella sua fantasia.

Canzoni e parole da cui non potrete salvarvi, qualunque sia lo chalet e il lido che sceglierete di frequentare quest’estate e che avremo a nausea ben prima che parta il tour ma che mostrano ancora un’effervescenza e una voglia di curiosare che in pochi, ai livelli di popolarità di Jovanotti, possono vantare. Brillantina che incollerà la vostra pancia a quella di migliaia di altre pance, mentre proverete a fare il selfie perfetto per dimostrare che siete dalla parte del popolo. Quello di Jovanotti.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Pop Genius of Mickie Most (Ace) 

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Uno dei grandi vanti di Michael Peter Hayes, simpaticamente chiamato “er più” per la sua abitudine di etichettare con il superlativo ogni cosa in cui si imbattesse, era quella di non aver mai letto un libro in vita sua. L’altro grande vanto era quello di aver declinato l’offerta di produrre Elvis Presley considerandolo ragionevolmente spacciato e sorpassato dalla nuova frizzante scena della Swinging London di cui Mickie Most fu uno dei protagonisti fondamentali.

Uno che allungava il vino con l’acqua e riusciva a venderlo come liquore.

Modesto musicista/cantante Mickie diventa a dispetto dei limiti tecnici l’alfiere del rock and roll in Sud Africa, esportando una versione pallida della musica dei visi pallidi nel cuore della terra dell’Apartheid, quindi al suo rientro in Inghilterra si improvvisa produttore dopo aver visto gli Animals in azione al Club a-Go-Go di Newcastle, portandoli in studio per registrare il loro primo singolo. È l’inizio di un’ascesa folgorante nel mondo della musica pop che lo porterà subito in cima al mondo con Brenda Lee, Herman’s Hermits, Donovan, Yardbirds, Lulu, Jeff Beck e poi più avanti negli anni con Vibrators, Suzi Quatro, Hot Chocolate, Johnny Hates Jazz, Kim Wilde. Most è uno cui non interessa alcuna speculazione intellettuale, vuole solo produrre successi pop. Gli eccessi del rock ‘n’ roll non lo riguardano, motivo per cui declina anche l’offerta di lavorare con gli Stones preferendo godersi le eleganti cene con la sua compagna anzichè chiudersi in studio a notte fonda aspettando che Mick, Keith e Brian carburassero.

La storia di Most è splendidamente raccontata nel superbo libretto di 72 pagine a firma Rob Finnis si cui il CD allegato con successoni come The House of the Rising Sun, Hi-Ho Silver Lining, No Milk Today, Mellow Yellow, Is It True, Tobacco Road, Little Games, Gin House, Brother Louie, I Love Rock ‘n’ Roll, Kids in America, 48 Crash, To Sir with Love diventa a questo punto solo un supplemento audio piacevole nella misura in cui vi aggrada la musica a consumo immediato.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DOCTOR & THE MEDICS – Laughing at the Pieces (I.R.S.)  

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Il primario Clive Jackson e la sua equipe di medici psichedelici che ballano al ritmo gommoso di Spirit in the Sky di Norman Greenbaum è uno dei ricordi più belli e colorati della mia adolescenza. Era il 1986 e mentre su Canale 5 andava La valle dei pini, il mio primo telecomando sceglieva di posizionarsi su Italia 1 per guardare Deejay Television, dove la merda era tanta. Ma ogni tanto saltava fuori qualche stronzo che sembrava voler parlare con te.  

Doctor, stimato professionista delle sale operatorie del Clinic di Soho, era uno di questi.

La sua band, una versione da fumetto delle congreghe hippie degli anni Sessanta. O, se preferite (e io lo preferisco) il monoscopio dei canali RAI in movimento. Buono, ottimo per testare i colori dello schermo video.  

Perché la musica di Laughing at the Pieces invece di psichedelico aveva ben poco. Anzi, a dire la verità, nulla. Ad essere rievocato, quando va bene, è l’altrettanto pittorico glam rock degli anni Settanta. Quando va male, è quel nulla cosmico cui si avvicineranno altre band anche con un curriculum migliore del loro, come i Love and Rockets.

Nulla per cui valga la pena spendere più di tre quarti d’ora e tre quarti di banconota da dieci. Ma grazie comunque Dottore per aver colorato i miei pomeriggi come solo pochi riuscirono o vollero fare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – Patriots (EMI) 

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Avvicinarsi al genere umano pur disprezzandolo, sacrificare la vita ascetica per farsi carne pop. Dopo le scelte estreme degli anni Settanta, per il nuovo decennio Battiato cambia, addirittura inverte, la sua strategia artistica.

Per questa sorta di incarnazione Battiato sceglie un luogo imprecisato che si trova al crocevia fra l’Asia minore e la Mitteleuropa. L’Anatolia, probabilmente. O una zona della penisola ellenica. Un balcone affacciato sul Mediterraneo coloniale che conserva e preserva però l’austerità asburgica. Una tribuna austera e appartata da cui Battiato si affaccia come un gran visir per giudicare l’uomo comune e lanciare invettive su politici e cantanti, profetizzando l’era del cinghiale bianco. Su quei luoghi torneranno, sulle tracce del profeta e alla ricerca di analoga ispirazione, molti adepti di quella che sarà la “nuova onda” italiana.

Patriots è il disco chiamato a rivendicare questo suo ruolo, dopo l’annunciazione del lavoro precedente. L’album destinato a setacciare la penisola alla ricerca di fedeli, credenti, devoti, apostoli. Parlando in parabole e citazioni (Proust, Leopardi, Carducci, i Nomadi, Calasso, i Beach Boys, ‘o sole mio e cento altre) in una bilancia di equilibrismo fra l’estremamente colto e l’estremamente popolare, affinché i prescelti capiscano di essere tali essendo riusciti a riconoscere qualche pesce dall’enorme messe ittica tirata su dalla rete del profeta. Patriots è dunque disco intellettuale e volgare assieme, atto di riappacificazione forzata con le masse, snodo cruciale del Battiato che sceglie il compromesso schifandosene nel momento stesso in cui abiura dalla sua naturale propensione all’emancipazione dalla follia terrena, specchio con cui il musicista si mette faccia a faccia con quel mondo da cui si è escluso e da cui spesso si è visto escludere, cercando di individuare quale sia la sagoma, la fisionomia del mostro.     

In questo senso Patriots è disco volutamente enigmatico e bivalente sin dalla bellissima, imperturbabile chiamata alle armi che lo inaugura. Up Patriots to Arms è canzone sibillina che insinua dubbi, punta il dito, avanza capi di imputazione e gioca sull’ambiguità: quando il musicista siciliano prende le distanze dalla “musica contemporanea” a quale si riferisce? A quella colta di Stockhausen di cui egli stesso è stato allievo e profeta o a quella pop del nuovo corso in cui anche lui si è tuffato? Difficile capirlo, anche perché in entrambi i casi Battiato ne ha percorso o ne sta percorrendo le strade, per quanto divergenti. Stessi dubbi insinua la frase “noi siamo delle lucciole”, altro termine ambivalente che potrebbe significare che “noi siamo l’avanguardia artistica, la luce da seguire” oppure molto più verosimilmente potrebbe voler dire, come aveva dichiarato il Pop Group solo pochi mesi prima, “noi siamo le prostitute” ovvero noi ci vendiamo. Un Battiato che si dichiara antimoderno e autarchico, che prende le distanze dai “fumi e raggi laser” tipiche delle scenografie di quegli anni proprio nel momento in cui approda nelle televisioni nazionalpopolari, immolandosi allo stesso scempio da cui si tira fuori. Proclamando altresì la caccia alle streghe a discapito di quei “direttori artistici” e “addetti alla cultura”, ruoli che più avanti negli anni si troverà a ricoprire, in aggiunta a quello di assessore nella giunta regionale di Crocetta.

Un’ambiguità che si riflette anche sul piano musicale, scegliendo la via modaiola e superficiale di un synth-pop ma dall’aria aristocratica. Come ad imbrattare di merda il monumento della musica colta ma dall’altezza di uno sparviero, non da quella del culo di un piccione.

L’intero album, l’intera “trilogia delle palme” di cui fa parte, offre una via ricercata alla volgarità degli anni Ottanta cui abbiamo appena offerto il primo tappo di spumante. Si fa custode del tempo e della memoria in una visione pop quasi warholiana e butta in pasto agli ascoltatori nomi, città, poesie, titoli di canzoni, lingue, slogan e citazioni. Lo fa anche Rino Gaetano, in quel periodo, ma Battiato lo fa senza sorrisi e con un distacco che se non è ancora ascetico è però già plasmato da un’austerità che incute soggezione e che allo stesso tempo viene di colpo spezzata, disarmata da improvvisi squarci aperti sulla patetica ovvietà dell’ordinario, ritratti impassibili e impietosi dell’”animale più stupido che c’è” che presto tornerà a menar vanto della sua miseria e del suo squallore ai piedi della Bandiera bianca, ovvero la resa dei patrioti sconfitti protagonisti di questo capolavoro di arte “contemporanea”.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro