MEN AT WORK – Business as Usual (CBS)  

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Come dite?

Ah si, lo so, i Men at Work erano un gruppo mainstream.

E voi nel 1981 ascoltavate solo Gun Club, Talking Heads, X, Black Flag, Cure e Sound.

Io no, io nel 1981 ascoltavo pure i Men at Work. Li trovavo irresistibili.

Avevo undici anni e tutto il mio spirito ribelle e teppista trovava la sua massima aspirazione nel gabbare il giostraio della città infilando una chiave farlocca nella fessura nelle biposto degli autoscontri e girare a scrocco su quella lastra di metallo fino a tarda sera.

Dalle casse ai lati della pista usciva la musica dei Men at Work.

Me lo ricordo come fosse ieri. Anzi, come fosse stamattina. Che la mia memoria a breve termine è molto a breve termine.

Era un rock sempliciotto, a metà strada fra quello degli ultimi banali Police e quello di Huey Lewis and the News. C’erano addirittura un sassofono e un flauto, pensa te. Roba da far venire la scarlattina a ogni anima in spolverino che allora si muoveva nelle ombre del post-punk credendosi l’incarnazione di Batman.

Ma Business as Usual era, è, un disco pieno di belle canzoni, arrangiate col giusto carisma per potersi ficcare in testa e salire le classifiche come fossero delle scale a pioli, schiacciando le teste degli altri concorrenti alla gara. Canzoni destinate a diventare dei classicissimi. Addirittura degli inni patriottici, come la meraviglia di Down Under con gli arabeschi di flauto a riprodurre il fischio del Martin Pescatore. Canzoni irriverenti (Be Good Johnny) e satiriche (Who Can It Be Now?) cantate da Colin Hay con la padronanza lessicale e recitativa di un attore teatrale navigato, giocando con accenti, rime, filastrocche, slang e giochi di parole come un cappellaio matto dall’occhio malevolo ed inquietante.  

Oggi, quasi alla soglia dei cinquant’anni, ho dimenticato tutte le canzoni dei Mission of Burma e dei Durutti Column.

Ma quelle di Business as Usual le ricordo una per una, tutte.

Potrei cantarvele adesso.
Ma non lo farò.

Potreste suonarmele.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE SUPREMES – Where Did Our Love Go (Motown)

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La mattina dell’8 Aprile del 1964 c’è un gran tramestio dentro lo studio A della Motown.

Quella mattina è albeggiato più presto del solito dentro la Hitsville. E il portalettere che come ogni giorno consegna a Gordy il suo numero quotidiano del Detroit Free Press caldo di stampa si trova davanti qualcosa che è a metà strada fra uno studio di registrazione, l’allestimento di un circo di equilibrismo e un cantiere di carpenteria edile. Oltre al solito giro di musicisti, produttori, cantanti quel mattino c’è anche della manovalanza spiccia. Qualcuno sta assicurando al soffitto delle assi di legno con dei cavi.

Per la registrazione del nono singolo delle Supremes Brian Holland e Lamont Dozier avevano avuto una trovata originale: usare come base ritmica uno dei rampolli dell’etichetta, un italo-americano di nome Mike Valvano più talentoso come ballerino che come cantante e la cui sorte, dopo gli insuccessi dei suoi Modifiers, era a quel punto appesa a un filo.

Anzi, due. Uno per gamba.

Perché a Valvano venne chiesto di sistemarsi su due travi sospese sopra la testa delle Supremes e di pestarle a tempo. Gli abilissimi tecnici del suono di casa Motown avrebbero fatto il resto, microfonando il suono di quei passi e creando il segreto del pezzo che avrebbe cambiato per sempre la vita di Diana Ross, delle Supremes e della Motown tutta, permettendo all’etichetta di Gordy di fare arrembaggio nel Vecchio Continente.   

Where Did Our Love Go divenne così un successo clamoroso disinnescando di fatto il senso di “pericolo” da sempre associato alla musica black che ne aveva limitato se non addirittura osteggiato la popolarità. Il trucco venne usato anche per altre session successive, finchè attorno a quel titolo non venne costruito un album intero, il secondo per le Supremes, tutto pieno di mani e piedini che battono, di tamburelli, di campanellini, di coretti appiccicosi affogati nel disimpegno più totale e assoluto.

Uno di quei dischi in grado di dare al tempo libero un valore adeguato alle nuove conquiste raggiunte dalle nuove generazioni nel mondo del lavoro.

Uno di quelli capaci di dare il via agli anni Sessanta così come ci piace ricordarli.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MORRISSEY – “Viva Hate” (HMV)  

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Gli Smiths sono ancora in classifica con uno degli estratti da “Strangeways, Here We Come” quando esordisce al quinto posto della chart Suedehead, il singolone di debutto di Morrissey, consegnando definitivamente alla storia una delle più belle storie del pop inglese degli anni Ottanta. Pochi mesi prima Moz ha scritto personalmente a Stephen Street manifestando la sua necessità di mettere una pietra sul passato. Quella pietra è la pietra angolare della sua avventura solitaria. Stephen è l’unica cosa che da quel passato Morrissey vuole portare con se, confidando in un gusto estetico molto più pratico e meno narcisista del suo. Proprio a lui viene affidata non solo la produzione ma anche la scrittura e gran parte dell’orchestrazione di “Viva Hate”, titolo virgolettato come nell’ultimo album degli Smiths, album di esordio di Morrissey-senza Marr.

Disco per molti aspetti insopportabile, “Viva Hate” è un lavoro stucchevole ed emotivamente impassibile, nonostante l’enfasi con cui spesso le sue canzoni vengono rivestite (archi, assoli di chitarra e batteria senz’anima) per farle suonare grandiose, col risultato di appesantirne le ali già poco disponibili al volo.

Il legame di sudditanza che Moz ha ormai instaurato con i suoi fan obbliga questi ultimi a subirne il fascino, soprattutto in virtù delle capacità empatiche dei suoi testi, e ad annientare ogni capacità di discernimento critico.

Siamo alla fase 2.0 del fanatismo, quello che impone ai seguaci la benda sugli occhi e i tappi di cera alle orecchie.

Quella più pericolosa.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

COLDPLAY – Mylo Xyloto (Parlophone)  

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Non sempre dietro una grande opera progettuale, dietro un’idea, dietro un cambiamento si nasconde una ispirazione artistica altrettanto valida. Non sempre, perlomeno, all’obiettivo prefissato corrispondono risultati altrettanto validi. Le ambizioni dei Coldplay, già rivelate con il disco precedente, di lavorare come le grandi band degli anni Settanta attorno a un “concept album” si materializzano adesso con Mylo Xyloto, una pop opera ambientata nella immaginifica città di Silencia che coinvolge ancora una volta Brian Eno, stavolta non più e non soltanto come musicista aggiunto o produttore ma nei panni di “architetto” di lusso.

In termini strettamente musicali, tuttavia, il risultato è di una pochezza disarmante.

Mylo Xyloto porta alle estreme conseguenze quel gusto per la parata sinfonica già esplorata su X&Y e che qui assume le dimensioni di un abbagliante impianto luci pronto ad illuminare a giorno quello che è diventato uno spettacolo ridondante di isteria collettiva, di sbornia pop accostabile a quella di Madonna, Lady Gaga o Rihanna (che non a caso viene avvicinata dalla band per prestare la voce all’imbarazzante Princess of China). La musica del gruppo inglese si reinventa musica per sfilate di moda, per saggi di danza, per salite ascensionali virtuali quando sei col culo seduto su una bici da spinning e credi di essere il padrone del mondo quando invece stai solo rassodando i glutei.  

Il suono dei Coldplay diventa quello di mille pailettes che esplodono in aria, facendo da cornice a quel movimento ascensionale che, bucate le fosche nubi di Viva la Vida, si è trasformata in una ascensione al Cielo.

Chris Martin diventa Santo.

Il mondo si prepara a sborsare fior di quattrini per assistere alle sua apparizioni.

Qualcuno lo vede piangere lacrime di sangue.

Qualcuno lo terge con delle banconote.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CHARLATANS – Different Days (BMG)  

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Paul Weller.

Kurt Wagner.

Johnny Marr.

Peter Salisbury.

Sharon Horgan.

Stephen Morris.

Anton Newcombe.

Nik Colk.

Gillan Gilbert.

Ian Rankin.

Donald Johnson.

Un cast stellare per il tredicesimo album dei mancuniani Charlatans. Che però le loro piogge di fuoco le hanno già esplose decenni fa, su un’Inghilterra che sembrava davvero immersa in un clima di festa perenne. Poi terminata, come tutte le feste.

I Charlatans di oggi ispirano invece niente più che un tenero e sincero rispetto.  

Sono come quei vecchi fochisti che si ostinano a trafficare con mortai, spolette, stoppini e polvere da sparo ma che non riescono a lanciare in aria niente più che un petardo. Ok, tredici. Tredici petardi. Bagnaticci. Molli come terriccio sul far del mattino. Di loro, dei fochisti e dei Charlatans, si apprezza lo sforzo di voler creare uno spettacolo nuovo capace di far puntare naso e occhi al cielo a chi continua nonostante tutto ad assistere al loro show, l’ostinazione a voler fare se non meglio degli altri, quantomeno dignitosamente alla pari del loro standard.

Senza riuscirci.

Non stavolta.

E, purtroppo, neppure negli ultimi quindici anni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI)  

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Eccolo, il disco con cui, dopo un decennio di sperimentazione iconoclasta e ascetica e dopo essersi timidamente affacciato alla balaustra della musica leggera con un ermetismo da esteta misantropo e asociale, Battiato si concede totalmente al pubblico regalandogli un disco di pop antropofago di un’immediatezza schiacciante. Il disco con cui, commercialmente, l’artista siciliano si prende la sua rivincita. Ed è una rivincita paralizzante che fa tabula rasa di tutti i cantautori che hanno monopolizzato le classifiche di vendita italiane degli anni Settanta, forti di un consenso popolare che a lui era stato prima negato e che poi aveva egli stesso ripudiato, chiudendosi a riccio dentro dischi impenetrabili come M.elle le “Gladiator” o L’Egitto prima delle sabbie e di cui adesso si prende l’intera porzione, lasciando gli altri a raccogliere le briciole dal suo piatto.

La voce del padrone è un disco dalla luce pop abbagliante. Perfetto per sintesi e sintassi. Capace di ergersi a vessillo di una qualche sorta di musica elevata mentre mesce nella melma della cultura popolare più kitsch in un elenco citazionista ma non didascalico dei suoi luoghi comuni più gretti. Un abile e ruffiano gioco di specchi in cui Battiato afferma la sua identità e il suo spregio per la cultura dominante così come da quella propugnata come sua alternativa (da Vivaldi ad Omero, dalla new-wave alle canzoni per l’estate, dai Beatles a Dylan, da Mina ad Alan Sorrenti, dall’uso dei cori da parata militare a quello del megafono fino allo “sfruttamento” dei canoni estetici narcotizzanti del tormentone) immergendovisi però totalmente. Battiato è abilissimo a muovere le tessere del suo puzzle ma è soprattutto nella furbizia del consegnarle a noi ed illuderci ad essere noi a completare questo mosaico che si gioca la sua partita vincente. Anche quando ci parla di cose lontane nello spazio e nel tempo, ce le porge con disinvoltura elegante ma allo stesso tempo carica di attenzione, invitandoci a fare altrettanto. Come quando vai a prendere un thè dagli amici e te lo versano in una pregiatissima porcellana giapponese del diciottesimo secolo.

Non c’è una sola canzone che non sia strutturalmente costruita ad arte per irretire il pubblico.

Non una sola canzone che non sia passata dai solchi di un disco alle pagine della storia della nostra musica popolare, stazionando ancora stabilmente fra i dischi più amati e più venduti della canzone italiana.

È il 1981. E, dopo aver vinto Sanremo con una canzone affidata ad Alice, con le vendite de La voce del padrone, Battiato si paga le vacanze più belle della sua vita. Per quell’estate e per tutte le estati che verranno.       

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID BOWIE – Heathen (ISO)  

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Nel 2000 David Bowie riallaccia i legami con Tony Visconti, interrotti ormai da un ventennio. Ha voglia che sia lui a ridare un volto nuovo, moderno al suo vecchio materiale per un progetto intitolato Toy.

Poi succede che la storia corre più veloce di loro. A bordo di due Boeing 767.

E la storia cambia un po’.

Quella del mondo e quella di Toy, che si trasforma in un album di canzoni inedite. Che parlano dell’11 Settembre e di tutti gli altri giorni dell’anno.

Dei giorni suoi di quelli altrui. Compresi quelli un po’ più lontani di Pixies, Legendary Stardust Cowboy e Neil Young.  

E quello che nei progetti doveva essere niente più che un gioco, si tinge di un’ombra più torbida, salvandoci forse dalla noia di una seconda “ora” di ‘hours…’.

Heathen ci racconta di un mondo che si sbriciola sotto i nostri occhi (o del bianco che ne rimane), così come il nostro passato. Abbandonato anche dagli angeli, che ci lasciano alla stessa ora in cui Jimmy lascia Brighton sulla sceneggiatura di Quadrophenia.

Per questo si apre con un’aria da musical apocalittico su cui Bowie recita:

Niente rimane
Potremmo correre quando la pioggia diventa leggera
Cercare auto o segni di vita
Dove va il calore
Cercare le persone alla deriva
Dovremmo strisciare sotto le felci
Cercare i barlumi di luce per la strada
Dove va il calore

Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio del nulla
E nulla è cambiato
Tutto è cambiato
Perché, in verità, è l’inizio di una fine
E niente è cambiato
E tutto è mutato

 

e si chiude con gli stessi toni da melodramma pagano cantando sotto un cielo che si è fatto di vetro e di ferro e chi aveva promesso di esserci quando avremmo fatto il loro nome, hanno scordato il timbro della nostra voce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DAVID BOWIE – Tonight (EMI)  

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Se non lo è dal punto di vista commerciale (Tonight si piazza, come i due album che lo avevano preceduto, in vetta alle classifiche di vendita britanniche), Tonight è un totale fiasco sotto l’ottica creativa. Un disco che, nonostante i colori sgargianti esibiti in copertina e su video, è di una piattezza e di un laccato che mette quasi soggezione. Si tratta in larga parte di materiale “sottratto” o scritto assieme all’amico Iggy Pop, rivisto quasi esclusivamente sotto un artificiale e tiepido sole caraibico. Nonostante i nomi coinvolti (Iggy in ossa e la Turner in carne, NdLYS) e un paio di estratti che servono a sfruttare a livello mediatico il filone d’oro inaugurato con Under Pressure, Tonight non regala alcuna buona vibrazione e segna, storicamente, il momento in cui il nome di Bowie si inabissa nel mare magnum delle riviste di settore per affiorare da lì in avanti e quasi esclusivamente, nelle riviste patinate di moda e di pop patinato, ripulito a dovere per poter augurare Buon Natale al mondo nascosto dietro le sagome terzomondiste del Band Aid.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Can’t Touch Us Now (Lucky 7)  

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Un nuovo album di trucchi. Sempre uguali eppure sempre affascinanti.

La più conservatrice tra le band inglesi (londinesi, Mr. Suggs, mi perdoni) ci chiama ancora una volta al suo spettacolo.

Tutti davanti al banchetto prestigioso/prodigioso dei Madness dunque, piazzato ancora una volta strategicamente al centro di Londra, la città di cui rappresentano praticamente una istituzione, tanto da venire recensiti pure sulle colonne del Financial Times, nonostante le recenti dichiarazioni anti-Brexit che hanno loro riservato non poche critiche ma che non impediranno tuttavia al disco di fare la sua dignitosa scalata in classifica.   

Tutti assieme a farci incantare dai soliti assi tirati fuori dalla “Manica” (quattro, uno per seme: Can’t Touch Us Now, Herbert, Don’t Leave the Past Behind You, Mr. Apples), dal solito lesto gioco dei tre bussolotti che nascondono l’inossidabile segreto dello ska e del bluebeat twotonico (la banale macchietta di Mumbo Jumbo, il zighidà western di Grandslam) o da qualche movimento meno rapido del previsto, intorpidito dalla nostalgia (Good Times, Another Version of Me) o infiacchito da qualche bicchiere di troppo (Whistle in the Dark).

Cacceremo fuori una lacrima anche noi? O applaudiremo forte, per non sentire il peso degli anni che passano su noi e su questo circo che ci accompagna da quarant’anni?

Rimprovereremo loro di essere sempre uguali a se stessi, nel disperato tentativo di professarci moderni?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BILLY IDOL – Rebel Yell (Chrysalis)  

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Uno dei dischi-icona dell’MTV-rock degli anni Ottanta, Rebel Yell era la svendita clamorosa della rivoluzione punk dentro le pose da teppismo da borgata.

Era come trovare le magliette dei Clash nella jeanseria Robe di Kappa in centro città.

Un po’ come succede oggi, che trovi quelle dei Ramones nelle vetrine dei megastore orientali. Se scansi le lanterne di carta di riso, le vedi anche in quelle della tua città.

Ma era un disco che non mentiva.

Perché nasceva così: becero, tamarro, testosteronico.

Pescava quel che pensava fosse giusto pescare per farlo suonare un po’ ribelle e un po’ paraculo e ributtava a mare l’amo. Aspettando che ad abboccare fossimo noi. Donne pronte col loro bidet di ghiaccio e uomini lesti ad imitarne il ghigno strafottente o ad imbracciare l’air guitar simulando lo strumming cazzuto di Steve Stevens o ad impugnare qualche bacchetta altrettanto invisibile per replicare i pattern funky stesi ad asciugare sul ponte di Flesh for Fantasy o quelli voluttuosi come una carezza di una diciassettenne su Eyes Without a Face, o ancora quelli che avanzavano implacabili sotto le mitragliate della chitarra di Stevens nella title-track.  

Qualche anno più tardi, un altro reduce del punk di nome Glenn Danzig ce ne avrebbe offerto una versione leggermente più tenebrosa ma non molto dissimile. E avremmo ritirato nuovamente fuori la panca degli addominali da sotto il letto, le donne un dildo dal comodino.

Ma quella di Billy Idol fu per me la prima volta. E come tale non va dimenticata.   

                                                          

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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