BLONDIE – Autoamerican (Chrysalis)  

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Rapture, in pochi lo capirono allora (qualcuno non l’ha capito ancora oggi, NdLYS), era un gioco di parole che voleva omaggiare la cultura hip-hop che cominciava a fermentare nel Bronx e che aveva nei Grandmaster Flash e Fab 5 Freddy citati nel testo due dei suoi migliori maestri di cerimonia. All’alba degli anni Ottanta i Blondie si guardano attorno e decidono in qualche modo di suicidarsi.

Il disegno del retro-copertina è, in questo, molto più rivelatore di quanto lo sia quello della pagina frontale.

Autoamerican è infatti il disco dove finiscono i Blondie e iniziano le star degli anni Ottanta, Madonna in primis. Belinda Carlisle e The Go-Go’s subito dopo. Un album che, come la copertina lascia intendere, si sporge sin troppo su quelle acque che bagnano New York e che trascinano con loro litri di urine di musicisti jazz, di cabarettisti, di cocainomani che pisciano dentro qualche discoteca, di giamaicani, portoricani, chicani, di vecchie signore del teatro e della tv che strizzano i loro pannoloni dentro qualche cesso di porcellana, di musicisti d’avanguardia, di balordi e clochard che svuotano la prostata a ridosso di qualche muro. Autoamerican è la celebrazione di tutto questo, fuorché dei Blondie.

Al di là dei risultati, non sempre eccellenti, il quinto Blondie è un disco coraggioso, più di quanto lo sia stato quello che lo ha preceduto.

Potrebbe bastare la sua apertura Kubrickiana per definirlo tale, eppure non basta. Perché quello che segue in questa altalenante scaletta, ha invece mille direzioni diverse che incrociano funky, rap, disco-music, reggae, cabaret, musical, jazz. Mai la new-wave, malgrado per abitudine e anche per pigrizia finirà a marcire in quegli scaffali. E anche quando i synth arrivano, come in Do the Dark, arrivano per sfregiare, deturpare, deformare fino ad ottenere una smorfia che è spastica più che plastica.   

Non c’è un pezzo che sia simile all’altro, dentro questo circo che si diverte ad aprire il sipario mostrandoci una scenografia retrò e poi piazzando al centro della pista un telescopio puntato sul futuro.

Che è quello che immaginano i Blondie, ovviamente. E non è detto sia quello che verrà.

Eppure in buona parte lo è.

Saliti in cima all’Empire State Building i Blondie decidono di buttarsi giù. Di ritrovare se stessi nella caduta, guardando l’America che scorre in verticale sotto i loro occhi. E in lontananza, anche uno spicchio di Europa.  

Spiaccicandosi sul loro pubblico mentre tutti sono col naso all’insù per guardare l’upskirt della Debbie.   

  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JOVANOTTI – Jova Beach Party (Universal)  

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L’estate del 2019 sarà l’estate di Jovanotti che darà l’avvio alla stagione ricevendo simbolicamente la staffetta calda dalle mani di Vasco Rossi e del suo Non Stop Live tour con tanto di date straripanti nel suo giardino privato di San Siro e di navi crociera personalizzate. Che piaccia o meno, sono questi i nomi che riescono a radunare gli italiani come un popolo che sciama ancora sotto la stessa bandiera. Due comunità spesso sovrapponibili. Due fazioni mai del tutto antagoniste. Accomunate dalla voglia di fare festa sempre e comunque e dalla stupida convinzione di essere “giovani dentro”, peraltro esaltata dai loro cerimonieri.

Come antipasto per l’inedito tour che trasformerà le nostre spiagge in un carnevale brasiliano Jovanotti pubblica una nuova serie di tormentoni da aggiungere ad una scaletta i cui pioli sono ormai patrimonio collettivo, inni all’ottimismo spensierato e consapevole, preghiere pagane a Gaia che evocano gli elementi della natura e la comunione dell’uomo con la terra. Otto canzoni che abusano dei cliché estivi di ordinanza (world-music, funky, musica brasiliana e caraibica, disco-music, trap, reggae) e degli altri luoghi comuni della poetica “cherubina” dell’autore, tentativi alchemici di connettere i caratteri sacri del tribalismo con le futili orge social del popolo del sabato sera e lodi d’amore per donne che sono belle e senza peccato solo nella sua fantasia.

Canzoni e parole da cui non potrete salvarvi, qualunque sia lo chalet e il lido che sceglierete di frequentare quest’estate e che avremo a nausea ben prima che parta il tour ma che mostrano ancora un’effervescenza e una voglia di curiosare che in pochi, ai livelli di popolarità di Jovanotti, possono vantare. Brillantina che incollerà la vostra pancia a quella di migliaia di altre pance, mentre proverete a fare il selfie perfetto per dimostrare che siete dalla parte del popolo. Quello di Jovanotti.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – The Pop Genius of Mickie Most (Ace) 

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Uno dei grandi vanti di Michael Peter Hayes, simpaticamente chiamato “er più” per la sua abitudine di etichettare con il superlativo ogni cosa in cui si imbattesse, era quella di non aver mai letto un libro in vita sua. L’altro grande vanto era quello di aver declinato l’offerta di produrre Elvis Presley considerandolo ragionevolmente spacciato e sorpassato dalla nuova frizzante scena della Swinging London di cui Mickie Most fu uno dei protagonisti fondamentali.

Uno che allungava il vino con l’acqua e riusciva a venderlo come liquore.

Modesto musicista/cantante Mickie diventa a dispetto dei limiti tecnici l’alfiere del rock and roll in Sud Africa, esportando una versione pallida della musica dei visi pallidi nel cuore della terra dell’Apartheid, quindi al suo rientro in Inghilterra si improvvisa produttore dopo aver visto gli Animals in azione al Club a-Go-Go di Newcastle, portandoli in studio per registrare il loro primo singolo. È l’inizio di un’ascesa folgorante nel mondo della musica pop che lo porterà subito in cima al mondo con Brenda Lee, Herman’s Hermits, Donovan, Yardbirds, Lulu, Jeff Beck e poi più avanti negli anni con Vibrators, Suzi Quatro, Hot Chocolate, Johnny Hates Jazz, Kim Wilde. Most è uno cui non interessa alcuna speculazione intellettuale, vuole solo produrre successi pop. Gli eccessi del rock ‘n’ roll non lo riguardano, motivo per cui declina anche l’offerta di lavorare con gli Stones preferendo godersi le eleganti cene con la sua compagna anzichè chiudersi in studio a notte fonda aspettando che Mick, Keith e Brian carburassero.

La storia di Most è splendidamente raccontata nel superbo libretto di 72 pagine a firma Rob Finnis si cui il CD allegato con successoni come The House of the Rising Sun, Hi-Ho Silver Lining, No Milk Today, Mellow Yellow, Is It True, Tobacco Road, Little Games, Gin House, Brother Louie, I Love Rock ‘n’ Roll, Kids in America, 48 Crash, To Sir with Love diventa a questo punto solo un supplemento audio piacevole nella misura in cui vi aggrada la musica a consumo immediato.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DOCTOR & THE MEDICS – Laughing at the Pieces (I.R.S.)  

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Il primario Clive Jackson e la sua equipe di medici psichedelici che ballano al ritmo gommoso di Spirit in the Sky di Norman Greenbaum è uno dei ricordi più belli e colorati della mia adolescenza. Era il 1986 e mentre su Canale 5 andava La valle dei pini, il mio primo telecomando sceglieva di posizionarsi su Italia 1 per guardare Deejay Television, dove la merda era tanta. Ma ogni tanto saltava fuori qualche stronzo che sembrava voler parlare con te.  

Doctor, stimato professionista delle sale operatorie del Clinic di Soho, era uno di questi.

La sua band, una versione da fumetto delle congreghe hippie degli anni Sessanta. O, se preferite (e io lo preferisco) il monoscopio dei canali RAI in movimento. Buono, ottimo per testare i colori dello schermo video.  

Perché la musica di Laughing at the Pieces invece di psichedelico aveva ben poco. Anzi, a dire la verità, nulla. Ad essere rievocato, quando va bene, è l’altrettanto pittorico glam rock degli anni Settanta. Quando va male, è quel nulla cosmico cui si avvicineranno altre band anche con un curriculum migliore del loro, come i Love and Rockets.

Nulla per cui valga la pena spendere più di tre quarti d’ora e tre quarti di banconota da dieci. Ma grazie comunque Dottore per aver colorato i miei pomeriggi come solo pochi riuscirono o vollero fare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

BATTIATO – Patriots (EMI) 

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Avvicinarsi al genere umano pur disprezzandolo, sacrificare la vita ascetica per farsi carne pop. Dopo le scelte estreme degli anni Settanta, per il nuovo decennio Battiato cambia, addirittura inverte, la sua strategia artistica.

Per questa sorta di incarnazione Battiato sceglie un luogo imprecisato che si trova al crocevia fra l’Asia minore e la Mitteleuropa. L’Anatolia, probabilmente. O una zona della penisola ellenica. Un balcone affacciato sul Mediterraneo coloniale che conserva e preserva però l’austerità asburgica. Una tribuna austera e appartata da cui Battiato si affaccia come un gran visir per giudicare l’uomo comune e lanciare invettive su politici e cantanti, profetizzando l’era del cinghiale bianco. Su quei luoghi torneranno, sulle tracce del profeta e alla ricerca di analoga ispirazione, molti adepti di quella che sarà la “nuova onda” italiana.

Patriots è il disco chiamato a rivendicare questo suo ruolo, dopo l’annunciazione del lavoro precedente. L’album destinato a setacciare la penisola alla ricerca di fedeli, credenti, devoti, apostoli. Parlando in parabole e citazioni (Proust, Leopardi, Carducci, i Nomadi, Calasso, i Beach Boys, ‘o sole mio e cento altre) in una bilancia di equilibrismo fra l’estremamente colto e l’estremamente popolare, affinché i prescelti capiscano di essere tali essendo riusciti a riconoscere qualche pesce dall’enorme messe ittica tirata su dalla rete del profeta. Patriots è dunque disco intellettuale e volgare assieme, atto di riappacificazione forzata con le masse, snodo cruciale del Battiato che sceglie il compromesso schifandosene nel momento stesso in cui abiura dalla sua naturale propensione all’emancipazione dalla follia terrena, specchio con cui il musicista si mette faccia a faccia con quel mondo da cui si è escluso e da cui spesso si è visto escludere, cercando di individuare quale sia la sagoma, la fisionomia del mostro.     

In questo senso Patriots è disco volutamente enigmatico e bivalente sin dalla bellissima, imperturbabile chiamata alle armi che lo inaugura. Up Patriots to Arms è canzone sibillina che insinua dubbi, punta il dito, avanza capi di imputazione e gioca sull’ambiguità: quando il musicista siciliano prende le distanze dalla “musica contemporanea” a quale si riferisce? A quella colta di Stockhausen di cui egli stesso è stato allievo e profeta o a quella pop del nuovo corso in cui anche lui si è tuffato? Difficile capirlo, anche perché in entrambi i casi Battiato ne ha percorso o ne sta percorrendo le strade, per quanto divergenti. Stessi dubbi insinua la frase “noi siamo delle lucciole”, altro termine ambivalente che potrebbe significare che “noi siamo l’avanguardia artistica, la luce da seguire” oppure molto più verosimilmente potrebbe voler dire, come aveva dichiarato il Pop Group solo pochi mesi prima, “noi siamo le prostitute” ovvero noi ci vendiamo. Un Battiato che si dichiara antimoderno e autarchico, che prende le distanze dai “fumi e raggi laser” tipiche delle scenografie di quegli anni proprio nel momento in cui approda nelle televisioni nazionalpopolari, immolandosi allo stesso scempio da cui si tira fuori. Proclamando altresì la caccia alle streghe a discapito di quei “direttori artistici” e “addetti alla cultura”, ruoli che più avanti negli anni si troverà a ricoprire, in aggiunta a quello di assessore nella giunta regionale di Crocetta.

Un’ambiguità che si riflette anche sul piano musicale, scegliendo la via modaiola e superficiale di un synth-pop ma dall’aria aristocratica. Come ad imbrattare di merda il monumento della musica colta ma dall’altezza di uno sparviero, non da quella del culo di un piccione.

L’intero album, l’intera “trilogia delle palme” di cui fa parte, offre una via ricercata alla volgarità degli anni Ottanta cui abbiamo appena offerto il primo tappo di spumante. Si fa custode del tempo e della memoria in una visione pop quasi warholiana e butta in pasto agli ascoltatori nomi, città, poesie, titoli di canzoni, lingue, slogan e citazioni. Lo fa anche Rino Gaetano, in quel periodo, ma Battiato lo fa senza sorrisi e con un distacco che se non è ancora ascetico è però già plasmato da un’austerità che incute soggezione e che allo stesso tempo viene di colpo spezzata, disarmata da improvvisi squarci aperti sulla patetica ovvietà dell’ordinario, ritratti impassibili e impietosi dell’”animale più stupido che c’è” che presto tornerà a menar vanto della sua miseria e del suo squallore ai piedi della Bandiera bianca, ovvero la resa dei patrioti sconfitti protagonisti di questo capolavoro di arte “contemporanea”.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PRINS OBI AND THE DREAM WARRIORS – Prins Obi and the Dream Warriors (Inner Ear)

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Dovrei fare il saputello e raccontarvi qualcosa. Invece faccio ammenda e vi confesso che fino a ieri non sapevo chi fosse Prins Obi. E anche oggi ne so molto poco, anzi nulla, se non che il suo disco (il terzo, solo questo so) gira sul mio stereo per la terza volta. Un’altra cosa che so, ma conta davvero poco, è che lui e il suo gruppo sono di origini greche e che usano la loro lingua in un paio di occasioni lungo questo loro album collettivo.  

E dunque questa è la seconda volta che la Grecia mi impressiona favorevolmente quest’anno, dopo il disco dei CHCKN di qualche mese fa. Come in quel caso ci troviamo dentro un calderone di riferimenti ed accostamenti anche improbabili che in questo caso vanno dai T.Rex ai Los Bravos, dal David Bowie giovanissimo e dandy fino ai nostri Avvoltoi, alzandosi con i piedi sugli sgabelli del beat fino a rovesciare piccole pozioni magiche dagli scaffali più alti di certa psichedelia prog.

Tutto senza andare mai oltre i limiti del consentito e senza eccedere in manierismi ed esibizioni di chissà quali virtuosismi ma risolvendo tutto con una piacevolissima immediatezza pop. Realizzando con scarti e scampoli di stoffa (perché, ammettetelo, in quanti tra voi è mai piaciuto veramente il Bowie del primo album solista? O il soul scolorito di certe formazioni beat come i Los Bravos?) un piccolo portento di sartoria pop.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE ART OF NOISE – In No Sense? Nonsense! (Warner Bros.)  

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Di tutto quanto previsto nell’ambizioso “statuto” associativo firmato nel 1983 dalla coppia Trevor Horn/J.J. Jeczalik ben poco era stato fatto. Gli Art of Noise erano però riusciti, pur tradendo l’iniziale ispirazione a diventare i nuovi Kraftwerk, a dominare le classifiche per un paio di anni buoni: canzoni come Beat Box, Moments in Love, Paranoimia e la cover di Peter Gunn erano diventati dei classicissimi del synth-pop anche dopo che Trevor Horn aveva giudicato il progetto un fallimento dal punto di vista artistico e aveva deciso di tirarsene fuori. Alla vigilia del terzo album anche l’ingegnere Gary Langan (uno che con i suoni di plastica ci sapeva fare, basti ascoltare quanto fatto per i Queen, gli Yes, gli ABC o gli Scritti Politti in quegli anni) abbandona il progetto, lasciandolo in mano ai soli Jeczalik e Anne Dudley. Sono loro a realizzare In No Sense? Nonsense! con lo stesso trucchetto che gli ha garantito il dominio delle piste da ballo: un colloso pastiche di elettronica dove bassi gommosi, loop vocali e pattern ritmici (che adesso dal vivo replicano con una band in carne ed ossa) cercano di arrampicarsi lungo le scale di un pianoforte e di entrare nelle sale delle corti dove si consuma la musica classica. È da questo dadaista e buffo incrocio che prenderà spunto gran parte della trance elettronica di successo del decennio successivo, primo fra tutti Robert Miles con la sua Children. È una musica che funziona alla perfezione per le commedie hollywoodiane di quel periodo e non serve che a dircelo sia Ian Peel dalle note di copertina di questa edizione deluxe. Perché gli Art of Noise rappresentano tutta la meccanica sequenziale e volgare degli anni Ottanta. La nuova rimasterizzazione, oltre a correggere alcuni errori grossolani delle stampe dell’epoca, non fa che esaltare tutta la pacchiana messinscena della formazione senza volto. Aggiungendo un’ottima selezione di inediti e di rarità tirate fuori rovesciando il loro cilindro fino a colmare un intero secondo cd. E giustificandone il ritorno su quegli scaffali da cui hanno deciso di disertare ormai da venti anni ma che tuttavia non hanno mai abbandonato definitivamente.

Sempre nascosti dalla loro maschera. Un po’ come noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SUBSONICA – 8 (Columbia)  

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Negli anni Novanta i Subsonica riuscirono a monetizzare l’ibridazione stilistica dei Casino Royale chiamando all’adunata un popolo enorme, orfano o figlio di una cultura di estrazione e provenienza disparata, dai centri sociali ai rave, dagli amanti del reggae a quelli della techno passando per quelli dell’elettronica anni ’80 e della jungle. Numeri e cifre invidiabili e una formazione quasi invariata in venti anni di carriera (ad eccezione del basso di PierFunk, che mollerà dopo il secondo pregevolissimo Microchip Emozionale) che però si è concessa ampi margini di libertà individuale che hanno concesso ad un paio di loro di fare un salto nei cimiteri dove la musica va a morire (Sanremo e Amici).

Serrate nuovamente le fila, eccoli qui con l’ottavo album della loro carriera, presentato alla critica con quello stile insulso che solo le grandi etichette riescono ancora a tollerare (preascolto in cuffia dentro stanze simili a quelle degli obitori per una schiera di eletti, opportunamente e strategicamente selezionati) e al pubblico nelle consuete forme di mercato (singolo propedeutico in radio e relativo video in tv e lungo i Navigli per arare il campo alla semina, quindi interviste, sito internet dedicato e la distribuzione nell’ormai obbligatorio formato in vinile, quello pratico in digitale e quello buono ormai solo per i bottegai del cd).

Ma al di là dei termini tecnici e delle stronzate promozionali, com’è 8?  È un disco che ha ancora le “curve” e le “onde quadre” dei Subsonica, un labirinto elettronico che suona spesso e consapevolmente come un déjà-vu che ha in Fenice il suo punto di contatto col passato più macroscopico. Ci sono le tastiere a molla, certe curve reggae, i glitch elettronici che avevano fatto capolino su L’eclissi, i pattern di batteria mutuate dalla drum and bass, un collage molto urbano che si muove tra futurismo e modernariato new wave (cingendo in un unico abbraccio i Chrisma di Chinese Restaurant, i Gaznevada, la Bertè di In alto mare e i grandi Matia Bazar di Aristocratica) riadattando il tribalismo alle periferie e ai centri nevralgici delle metropoli europee ed europeiste.  

E c’è pure Carlo U. Rossi, spirito portato in spalla su Le onde per un’ultima traversata insieme. Come se davvero il tempo non fosse passato, portando a compimento estremo l’illusione dei Subsonica di 8.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

MARK HOLLIS & TALK TALK – Gli omini di pan di zenzero

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Con il senno di poi il debutto dei Talk Talk era un disco paradossale. Così pieno anzi strapieno di suoni di plastica, sintetizzatori, batterie, così straripante di ritornelli, di melodie, di ninnoli. Un classico neonato da reparto ostetricia primi anni ’80 insomma. Un delizioso e sorridente primogenito da saziare a latte artificiale che invece, a rivedere le foto del battesimo una volta seduti ai banchetti per la nascita dei fratelli successivi (Laughing Stock e Spirit of Eden ma anche The Colour of Spring) avremmo trovato un esserino raccapricciante e anche un tantino viziatello e rompiballe. Se insomma i Talk Talk si fossero fermati alla primogenitura, oggi li ricorderemmo semplicemente come una delle tante meteore che hanno solcato i canali radio e tv per una stagione, esattamente come i…spe, come si chiamavano? Va be’, forse non ce ne ricorderemmo. Anche perché, diciamolo, rispetto agli eroi bellocci di quella stagione, quelli ben vestiti e con la lacca ai capelli, i Talk Talk sembravano i rospi destinati a rimanere nello stagno in eterno.
Le canzoni di The Party’s Over sono perlopiù brutture pari al loro appeal (Another World, Hate, Mirror Man). Quelle che si salvano dalla pattumiera dell’indifferenziata sono giusto un paio, più in virtù dei loro ritornelli orecchiabili e “appiccicosi” che all’epoca fanno gola a tutti che per le loro qualità intrinseche. Sembra insomma che la festa sia davvero finita, prima ancora di cominciare. Eppure, la larva dei Talk Talk è solo al primo atto di una delle più grandi metamorfosi della pop music moderna.

 

Adoravo i Talk Talk.
Che a guardarli in tivù sembravano omini di pan di zenzero.
E poi quando li intervistavi nel bel mezzo del loro successo (e It’s My Life FU quel successo lì) e facevi la solita domandina sulla roba che ascoltavano aspettando di sentirti piovere addosso il nulla astrale, loro tiravano fuori nomi come Erik Satie, Dmitrij Šostakovič, Sergej Prokof’ev, Pharoah Sanders. E tu non sapevi manco come cazzo scriverli, quei nomi lì. Che forse il nulla astrale nel 1984 lo ascoltavi tu, non loro.
Pensavi bluffassero, quei ragazzini lì con le facce da libro Cuore, così poco televisivi, così poco ammiccanti, così totalmente fuori moda.
E invece col passare del tempo e dei dischi, ci accorgemmo che non stavano bluffando affatto.
Ma allora, nel 1984, le citazioni colte nella loro musica erano invisibili agli occhi e impercepibili alle orecchie. Loro non le esibivano e a noi non interessava andarle a scovare, infastiditi e affascinati da quella musica ancora variopinta dove passavano stormi di uccelli, gli elefanti barrivano e mandrie di antilopi e bisonti correvano come in una savana sterminata. Non solo nel/nei video della title-track in cui i Talk Talk si facevano beffe dei siparietti montati ad arte per i nuovi piccoli e saccenti eroi del piccolo schermo ma un po’ ovunque, dentro il loro disco. C’erano sicuramente nell’altra hit dell’album, Such a Shame, ma le suggestioni di quelle tastiere e di quella ritmica che senza darlo a vedere scendeva a patti con i richiami etnici di Mick Karn e Bill Bruford facevano si che ne sentissi l’eco un po’ ovunque.
Magari degli oziosi panda nascosti dietro il canneto di bambù di Does Caroline Know? o dei tucani dal becco vanitoso sulla bella Dum Dum Girl che fa da introduzione all’album.
O ancora rinoceronti che sbuffano dentro Tomorrow Started.
Perché nessuno di noi allora sapeva che versi facessero i panda, i tucani o i rinoceronti. Così come non conoscevamo quelli di Šostakovič o del Faraone Sanders.
Però sapevamo che erano qui, dentro questo piccolo disco pop che senza torcere un solo capello a noi, senza torcere un solo pelo a loro era venuto dalle popolose terre del pop inglese a raccontarci di una vita che poteva anelare ad essere diversa pur senza sforzarsi di mostrarsi snob.

 

Dopo il successo stratosferico i Talk Talk cominciano lentamente a cambiare pelle abiurando totalmente dal synth-pop che aveva aperto loro le porte delle classifiche e li aveva sparati nel mondo delle pop-star da copertina dentro cui loro, schivi e bruttini, si sentivano del tutto fuori luogo. The Colour of Spring apre le porte alle grandi aspirazioni artistiche della band e costringe la EMI, sulla scorta di quanto portato alle loro casse con i singoli Such a Shame e It’s My Life a garantire loro un budget esagerato per confezionare a dovere il loro terzo album. Vogliono un disco che suoni quanto più naturale possibile, completamente svincolato dai suoni sintetici. Per quello chiamano a raccolta un numero incredibile di gente a dar loro manforte. Quasi sessanta persone, fra cui musicisti illustri come Steve Winwood e David Rhodes, prestano la loro voce o la loro tecnica al servizio di quella che, fra le tante effimere glorie del pop degli anni Ottanta, si rivela essere una delle formazioni più intelligenti ed ardite del decennio.
Gli ascolti massicci divenuti presto devozione verso la musica orchestrale, gli impressionisti francesi e la musica contemporanea influenzano in termini di approccio Mark Hollis fino a trovare compimento nelle derive isolazioniste di Laughing Stock e del suo primo album solista e che qui fanno capolino fra canzoni dall’arrangiamento ricco come Life’s What You Make It (con un uso originalissimo del pianoforte, piegato al compito di sostenere la ritmica più che la linea melodica), Happiness Is Easy (con un delizioso coro da scuola d’infanzia a fare il controcanto alla voce di Mark Hollis), Living in Another World (con uno straordinario assolo di armonica, strumento ripescato dall’oblio cui il synth-pop lo aveva cacciato), Time It’s Time (con un incredibile e a tratti inquietante gioco di voci femminili a creare ombre cinesi dietro il cantato principale) e Give It Up (con bellissimi contrappunti di piano e dobro ad inciampare su una distesa di organo e un solo di chitarra frippetronica), creando un disco perfettamente in bilico tra pop sofisticatissimo e rarefazioni cameristiche che celebrano l’arrivo della primavera e, soprattutto, la celebrazione del giorno del camaleonte, l’animale cangiante che i Talk Talk stanno diventando.

 

Spirit of Eden è il disco della metamorfosi.
L’abiura dalle gioie terrene in favore di una strada verso il divino portando con se solo il necessario.
“Prima di suonare due note, impara a suonarne una soltanto. E anche quando ne suoni solo una, sii sicuro di avere un motivo per farlo” dichiara il Mark Hollis “rinato” dopo l’orgia pop della prima metà degli Ottanta. Sono queste le uniche direttive che vengono dettate in fase di scrittura ed arrangiamento dei brani, stavolta pochi per numero ma lunghissimi per durata, che vengono messi in piedi per il quarto album. Sei brani in cui il silenzio fra le note ha la stessa importanza emozionale delle note stesse, quasi “diluite” in un etere bradicardico ed impalpabile, il cui cuore batte a non più di quindici battiti al minuto e il respiro si è adattato alla rarefazione e all’assenza di ossigeno al pari degli uccelli e delle conchiglie inabissate nei fondali marini o sepolte sotto la sabbia. Sono queste le forme viventi che popolano la copertina del quarto album dei Talk Talk, quello per cui la EMI sborsò una cifra illimitata di sterline per trovarsi alla fine un disco invendibile. Un disco di cui oggi si fa un gran parlare, con elogi e riverenze che neppure un diplomatico in visita ufficiale ma che all’epoca, come aveva previsto la EMI, non piacque a nessuno e quei pochi a cui piacque, dovettero amarlo di un amore taciuto. Perché i Talk Talk, nel mondo d’oro del pop, erano in una posizione scomoda e di totale disequilibrio.
Se sei uno che ha buon gusto musicale e, nel 1988, dichiari di amare i Talk Talk, il minimo che può succederti è di non essere preso sul serio, neppure da te stesso. Provate a immaginare: mi piacciono Robert Wyatt, Erik Satie, David Sylvian, il rock crauto, l’avanguardia musicale di San Francisco e i Talk Talk. No, non può funzionare. La memoria è un vicolo cieco in cui spesso si annidano i tarli.
Spirit of Eden e il “culto” dei Talk Talk si diffondono dunque in maniera carbonara, fino a che l’esplosione del post-rock che ne avrebbe rivelato l’ascendenza fondamentale aprendo le porte ad una venerazione (spesso più “di tendenza” che concreta) collettiva. Spirit of Eden è pertanto, oltre che il disco della metamorfosi, quello della negazione. Non solo quella dei suoi autori al mondo di plastica del pop ma del rock stesso che si sottrae alla sua carnalità, che diventa impalpabile, si auto-annienta, prende in mano un eraser e lo passa sul pentagramma. Le canzoni restano così aggrappate ad una incertezza, in una situazione di precario abbandono che è in qualche modo associabile all’estasi mistica. Si affacciano sull’eden, appunto, e ne subiscono l’incanto, vanno alla deriva senza curarsi di un approdo, di una riva conosciuta, di un’Itaca che è sinonimo di terra ferma, di certezza, di ritorno a casa e di incontri rassicuranti.
Sei canzoni filigranate, argentee come le schiene dei pesci che passano a pelo d’acqua, come le ali degli uccelli quando vengono ferite dai raggi del sole.

 

L’uscita di scena dei Talk Talk coincide con la pubblicazione del loro capolavoro assoluto, perfetto compimento della musica free-form di Spirit of Eden e da quello distante tre anni esatti (entrambi i dischi vengono pubblicati il 16 Settembre). Affrancata da ogni gabbia stilistica, da ogni dottrina la musica del duo (adesso orfano del bassista Paul Webb) si spiega libera, immensa, con ali maestose. Laughing Stock viene registrato fuori dal tempo e dallo spazio, secondo precise direttive impartite da Mark Hollis che sigilla ogni finestra dello studio e rimuove ogni orologio dalle pareti. Ogni strumento viene microfonato ad una distanza in grado di percepire ogni piccolo rumore, ogni piccola sfumatura ma di mandarla in bobina con un leggerissimo, atmosferico ritardo.
Sono canzoni che avanzano per suggestioni, per percezioni sensoriali, dilatandosi come vapore che si disperde nell’aria e che all’improvviso sceglie di abbattersi in piccoli temporali inaspettati (Ascension Day, la batteria “atmosferica” di After the Flood) che ti obbligano a tirar dentro il bucato mentre infradiciano i vestiti che hai addosso. Canzoni che sono posti imprecisati, nuvole di passaggio, memorie che riaffiorano e vengono spinte dalle onde, passanti senza volto avvolti nei pastrani che hanno addosso tutte le morbide cicatrici d’autunno, tutta la sferzante forza degli inverni.
Laughing Stock è la bellezza contemplata, la placida beatitudine del riposo, il ritemprante abbraccio del giaciglio, il mistero soave delle cose informi a cui diamo le forme che vogliamo, come a perfezionare l’atto della Creazione modellando ogni cosa alla sagoma della nostra felicità, perché la si possa riconoscere sotto la tormenta.

 

Ma l’evaporazione, la rarefazione molecolare di Laughing Stock e la fine dei Talk Talk non bastano a saziare i bisogni di dissolvenza artistica e fisica del loro leader.

Nel 1998 Mark Hollis decide dunque di diventare invisibile.


Lui che era stato alla guida di una delle band più esposte degli anni Ottanta, decide di mettere la sua ultima firma su un disco e poi chiudersi in casa. Regala qualche nota di pianoforte agli amici Phil Brown e Dave Allison ma chiede loro di usargli la cortesia di citarlo con un nome finto e, quando James Lavelle gli domanda di partecipare al nuovo disco degli U.N.K.L.E. lui, che è un uomo perbene, non sa dire di no. Purchè il suo nome non venga menzionato.
Non ci saranno altri Mark Hollis (nonostante un piccolo cameo strumentale per la colonna sonora di Boss curata da Brian Reitzell qualche anno dopo, NdLYS) se non per la sua famiglia.
Mark si accomiata con un disco intitolato semplicemente Mark Hollis. Anzi, non intitolato affatto. Un disco disadorno, elusivo e silenzioso. Un album che fa definitivamente tabula rasa di ogni orpello per mostrare l’anima nuda di chi lo ha pensato e porta a compimento la lunga e sbalorditiva metamorfosi della crisalide Talk Talk. Un album in cui il silenzio merita lo stesso riguardo devozionale delle sparute note che servono a dargli un vestito, in un processo di psicosintesi dove entrambi vengono messi sullo stesso piano cognitivo e in una strettissima relazione simbiotica.
Un disco che non passerà in radio, se non a notte fonda, quando i nostri pensieri si sono accucciati dentro il loro guscio di piume d’oca e meritano di essere accarezzati per dar loro la forma desiderata.
Un disco dove ogni strumento mostra un po’ dell’anima di chi dentro ci ha soffiato o sul suo corpo di legno, di avorio o di ottone ci ha passato sopra le mani lasciando piccole impronte concentriche simili a minuscoli cerchi di acqua, quando sul lago cade la prima goccia d’autunno.

Franco “Lys” Dimauro

 

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