JIM JONES & THE RIGHTEOUS MIND – Super Natural (Hound Gawd!)  

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Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come Dream, Base Is Loaded e Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No Fool, Aldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE GORIES – Outta Here (Crypt)  

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Lo “sbarco” in Europa lungamente inseguito come una chimera, si trasforma nella primavera del 1992 da sogno in incubo, segnando di fatto la fine dei Gories e la nascita dei Demolition Doll Rods. Ad aprire gli spettacoli organizzati nel vecchio Continente viene infatti invitata la ballerina di burlesque Margaret Doll Rod, in realtà convocata dalla band più per affiancare a Peg un’amicizia femminile che per reali esigenze organizzative. Il macinino dei Gories però si ingrippa definitivamente. Non è la prima volta che Peg scende dall’auto, ma al rientro in patria lo fa per l’ultima volta (finirà a New Orleans a picchiare le pelli dei Darkest Hours, autori di un discreto omonimo album di cui nessuno si è premurato di caricare su Youtube un estratto che sia uno). La ricerca di un batterista che si limiti a percuotere i tamburi con stecche e maracas restando nelle retrovie senza voler per forza di cose dimostrare al mondo che John Bonham ha trovato un erede, fallisce miseramente. Anche perché Dan Kroha ha già in mente di arruolare a tempo pieno Margaret e mettere in piedi un progetto di porn ‘n roll che gli porterà, ne è certo, un discreto successo.

Com’è quella storia del pelo di figa?

Ecco, i Gories sono diventati a quel punto un carro di buoi.

E anche Dan scende dalla macchina.

Outta Here, da poco assemblato dalla Crypt, diventa dunque il testamento della band di Detroit. Disarmonico e spastico quanto i primi due, da però l’impressione che la band dia il meglio di se nei pezzi altrui (due cover scheletriche e disadorne di Stormy dei Jesters of Newport e del piccolo classico della disco There But for the Grace of God Go I) limitandosi al solito baccanale di avanzi decomposti di frattaglie rock ‘n roll e funk liofilizzato per mettere su i propri brani. Come se i Gories avessero fretta di chiudere la saracinesca del garage. Cercando lì dentro di aggiustare lontano da occhi indiscreti quello che è invece già diventato un rottame.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MARCHING CHURCH – Tell It Like It Is (Sacred Bones)  

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Un giorno forse ne parleremo come del nuovo Nick Cave. Venuto fuori quando quell’altro era diventato senilmente insostenibile.

O non ne parleremo affatto.

Che di dischi è ormai sazio il mondo.

Oggi però c’è questo disco qui che suona come se la nave dei Triffids perduta nella calentura tanti anni fa avesse finalmente trovato un approdo, su un’isola popolosa di cannibali. O come se il reggimento cencioso della Red Army Blues dei Waterboys fosse alla fine riuscito a scampare ai gulag, finendo per scontare la sua pena vagando all’infinito tra le nevi siberiane, appendendo di tanto in tanto i suoi uomini migliori ai rami di qualche albero asciugato dal gelo. Le vedove possono ora stringere fra le mani le loro lettere. E immaginare il suono dei loro stivali e delle loro parole.     

In fondo anche lui, Elias Bender Rønnennfelt, viene dal freddo. Anche se non ha conosciuto guerre e forse non è mai salpato su una nave. Ne ha forse sognato. Ne ha forse letto sui libri o in qualche disco, come noi. Così tanto da credere d’esserci stato per davvero. E di raccontarcene il tormento che ne viene.

Ora che le giornate si accorciano e il cielo viene giù come aghi o come ovatta, viene perfino piacevole ascoltarle.

E facile credergli.

Benvenuto, Generale Inverno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Head (Touch & Go)  

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Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SCIENTISTS – A Place Called Bad (The Numero Group)  

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Bello sapere che gli Scientists non sono stati dimenticati.

Bello sapere che, nonostante non incidano un solo solco inedito da ormai sei lustri, ogni due, quattro, cinque anni venga pubblicata una loro “foto ricordo” tanto che le raccolte hanno di gran lunga scavalcato il numero di dischi ufficiali prodotti dal gruppo nella sua carriera.

L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata dalla Numero Group che raccoglie tutto quanto registrato in studio dalla band australiana e apre una finestra sui tempestosi live-set dei primi anni. Una carrellata esaustiva che permette di rivalutare anche la primissima e da molti trascurata prima fase della carriera del gruppo di Adelaide, quella antecedente allo storico e fangoso Blood Red River e che, serpeggiando fra punk e power-pop, si poneva come una sostanziale alternativa australiana al suono dei Replacements ma anche come un’ottima, credibile, possibile evoluzione del suono dei primi Vibrators e dei primissimi Cure.

Poi ci sarebbe stata la (ri)scoperta del blues e il tentativo degli “scienziati”, riuscito, della  transustanziazione delle acque di palude in sangue e la storia degli Scientists sarebbe diventata quella che ancora oggi fatichiamo a toglierci di dosso.

Con sommo piacere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GENTLEMENS – Hobo Fi (Area Pirata)

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In tre, da Ancona. Per stanare il blues.

Come i Dottori Venkman, Stantz e Spengler su Ghostbusters.

Massacrandolo a badilate, fino a farne poltiglia. Bitume da stendere su una interminabile strada che permetta al nostro stivale di avanzare fino a Memphis, Chicago, New York.

Le tredici canzoni del nuovo disco dei galantuomini marchigiani sono un bellissimo cumulo di pattume blues/punk che odora di scarti di conceria e di concime biologico. Roba che, nonostante l’esigua strumentazione esibita (fondamentalmente due chitarre e una batteria che le tiene in vita, a tratti un’armonica e qualche piccolo intervento d’organo), ha una corposità che va oltre l’abituale, approssimativo ed indistinto baccano di ferraglia di molte produzioni siderurgiche affini e che, seppur sfregiata, conserva ancora i tratti appuntiti di Hasil Adkins e il ghigno beffardo di Gene Vincent.

Un baccanale dove si suona la nostra musica preferita e il Diavolo si esibisce al rodeo. Senza cadere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – The Jon Spencer Blues Explosion (Caroline)  

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Il “groove” sarebbe arrivato dopo. Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JESUS LIZARD – Goat (Touch & Go)  

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Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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LAUGHING HYENAS – You Can’t Pray a Lie (Touch & Go)       

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I Laughing Hyenas di Detroit furono il perfetto prototipo di quelle band che una volta dilaniati gli ultimi brandelli del corpo punk avevano iniziato a dissotterrare le ossa del blues messe da parte per quando non ci sarebbe più stata carne da sbranare. Alla fine degli anni Ottanta, quelle condizioni si erano verificate e la nausea che montava dentro la scena hardcore Americana avrebbe generato un disgusto ancora più efferato, fino a produrre i conati di vomito del cosiddetto post-hardcore, di cui i Laughing Hyenas furono in qualche modo “inventori”, del decennio seguente. Perfetto, per quanto disgustevole, punto di unione tra il blues sfigurato di Birthday Party e Beasts of Bourbon e le lacerazioni farneticanti di Jesus Lizard e Rapemen. Un suono che è un cumulo di scorie metalliche e una voce che è tormento e supplizio, l’urlo ferale di chi non riesce a placare i propri desideri e neppure ad espiare le proprie colpe, di chi nella soddisfazione dei propri bisogni vede una devastante e feroce tribolazione più che un rasserenante senso di appagamento. I figli del Vietnam hanno una foresta devastata dall’Agente Arancio dentro di se e ora ne cantano il deserto.

Dannazione da dannazione.

Pena da pena.

Sofferenza da sofferenza.

 

Franco “Lys” Dimauro

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TOM WAITS – Swordfishtrombones (Island)  

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Il più felliniano fra i dischi di Tom Waits.

Musica da rigattieri, da straccivendoli, da spazzacamini, da lattonieri, da svuotacantine, da mendicanti, da buskers.

Sono gli eretici che cantano il fallimento del sogno americano, vomitando il loro blues in testa ad una fanfara di strumenti d’accatto.

Tom Waits diventa l’anti-Sinatra, il crooner alcolizzato che canta la felicità rattrappita dei camerini invece di esibire la gioia posticcia livellata dal cerone, il mefisto che vive tra le ombre e salta fuori dai cassonetti dei rifiuti quando l’ultima questua è stata elemosinata e la poca birra che rimane viene allungata con tutto il piscio che si è riusciti a trattenere, lo Scat Cat che scivola furtivo a raccogliere tutto quello che i Signori dei quartieri perbene hanno lasciato scivolare dalle loro tasche troppo piene.

Poi scava un solco e lo nasconde.

Prima che arrivino le cornacchie e le gazze a farne razzia.

E prima che la pioggia trasformi tutto in ruggine.   

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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