JOE PERRINO & THE MELLOWTONES – Magical Dangerous Journey/Twilight (For Monsters) / FREDDIE WILLIAMS AND PLUTONIUM BABY – You Said I’d Never Make It (Area Pirata) / RADIO DAYS – I Got a Love (Snap!!/Ammonia) / GENTLEMENS – Who’s Gonna Be the Next?/Shake It in Grave (Badman)

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Non nutrivo moltissime aspettative sul ritorno, abbastanza a sorpresa di Joe Perrino and The Mellowtones. Pregiudizievole e stupido, in tal senso, la trasformazione del leader in una sorta di caimano supertatuato che già in passato mi ha fatto glissare sulle sue produzioni salvo poi scoprirle lontane sia dal mio gusto ma pure dal mio preconcetto. Devo invece dire che il singoletto che ne vede il ritorno alla guida dei Mellowtones e che mi è stato inviato dal Vallebona è foriero di una bella boccata d’aria fresca, che è forse il bene più prezioso di questo 2020. Un allegro e tirato beat alla Mi sento felice occupa la prima facciata del vinile colorato, e di colpo sembra di riascoltare la famosa demo degli Useless Boys su cui si è scritto sempre troppo poco e che invece spalancò le porte a tanta neo-psichedelia fatta in casa. Twilight ha un tono più dimesso, con la sua carezza d’organo che ci accompagna fino all’inciso liberatorio e che poi si fa spazio per i suoi trenta secondi di vana gloria che tuttavia è gloria vera.  

Realizzato da Federico Guglielmi come auto-regalo per il proprio sessantesimo compleanno, il singoletto realizzato da lui medesimo “sotto copertura” di un sacchetto di carta assieme ai bravi Plutonium Baby vede il giornalista romano mettersi in gioco reinterpretando quattro minor-hits del punk californiano. Il risultato è, tenuto conto che a dispetto dell’età anagrafica si tratta dopotutto di un esordiente assoluto, sorprendente. Radio Dies Screaming dei Flesh Eaters, Destroy All Music dei Weirdos, Media Control dei Nuns e Climate of Fear dei Lewd vengono ritirate a lucido come il grugno del cinghiale di Firenze con l’attitudine di chi piuttosto che stare attento a non fare errori sul compito in classe, preferisce salire sul banco e far sentire le sue ragioni. E qui, anche se le ragioni sono quelle di celebrare sé stesso ricordando di quando, ancora adolescente, venne attaccato dal morbo dell’hardcore della west-coast, Freddie Williams dimostra non solo di aver colpito nel segno ma pure di averlo lasciato, un segno.

I Got a Love è invece il titolo di un piccolo gioiellino power-pop degli italiani di Voghera Radio Days. Tre pasticche da ingoiare in meno di sette minuti. E ad ogni pastiglia, un viaggio a ritroso nel Paese delle Meraviglie dell’Inghilterra del merseybeat, del pop caramellato e della scena neo-mod. Accordi aperti e strumming muto si alternano prima di aprirsi ad un inciso liberatorio lungo la title-track mentre su Baby Blue sembra replicarsi quella magica atmosfera della Liverpool del 29 marzo del ’58 con i Quarrymen a suonare dal vivo a due miglia di distanza da Buddy Holly e i suoi Crickets. A chiudere il cerchio una strepitosa versione di In the City identica a quella che qualche decennio fa illuminava il sud dell’Inghilterra color giallo-anfetamina. Chissà non illumini pure la vostra città. 

In questo anno in cui il triage cui i Gentlemens avevano ambientato il loro ultimo album è diventato uno dei luoghi più frequentati dall’utenza italiana, ecco la band marchigiana riappropriarsi del territorio tirando fuori il vecchio pastrano di Johnny Cash servendosene come un tappeto muschiato per attraversare la palude country/blues di Who’s Gonna Be the Next? senza che resti attaccata troppa merda sulle suole. Passato il guado del primo minuto però quello che sembrava un remake del remake di Hurt si copre davvero di merda. Elettrica però. Trascinando il pezzo in una selva di chitarre che si allungano come le ombre nei film di Sergio Leone. Sul retro Shake It in Grave brucia invece i gas dei fuochi fatui dei sepolcri sconsacrati di quel blues dall’odore di paraffina che anni fa infestavano i cimiteri australiani in cui le bestie odoravano di bourbon e i cadaveri puzzavano di sevizie. I Gentlemens si guardano le mani, poi si guardano alle spalle, poi si guardano allo specchio. E si riannodano la cravatta.           

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

DEGURUTIENI – Dark Mondo (Voodoo Rhythm)

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Proveniente dal ghetto di Osaka Alco Degurutieni è una sorta di Tom Waits dell’estremo oriente che ama le atmosfere alla Kurt Weill, il blues licantropo, il jazz noir, il color cremisi, la pittura fluo e tutto ciò che sa di sinistro, fumoso, ambiguamente poco sano. Presentato come una one-man band, in realtà Degurutieni ama circondarsi di fanfare, strumenti giocattolo, svolazzanti suoni orchestrali, piccole percussioni lignee, tanto da avvicinare il suo Dark Mondo alla muzak per spaventapasseri, orologi a cucù, uomini di latta e lucciole girovaghe di Swordfishtrombones e a quella dei compagni di etichetta Dead Brothers ma pure, insinuandosi nelle pieghe del disco, ad una sorta di versione arruginita di certe ombre jazz amorfe di Lounge Lizards, Naked City e Tuxedomoon (New Killing License, Dreaming Party, Shanghai, Morfo).

Una bici dalle ruote storte passa suonando una campanella chiamando all’adunata una processione di marionette che marciano dall’ultimo Halloween al prossimo Natale.   

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

COMPULSIVE GAMBLERS – Bluff City (Sympathy for the Record Industry)

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Bluff City ci riconsegna 2/3 degli Oblivians.

Greg e Jack non sono vestiti meglio, però così sembra, ad ascoltare questo disco in cui il piccolo mondo di sesso e junk food della band di Memphis diventa una umida metropoli del Sud degli anni Cinquanta. Quelle dove i bianchi e i neri fanno le stesse cose, ma separatamente. Un disco dove soul e rock ‘n’ roll si appiccicano uno all’altro, come in certi dischi degli Stones. Ma ovviamente il disco di debutto dei Compulsive Gamblers è anche infiorettato dalla retrocultura garage rock, psychobilly e proto-punk cara ai due musicisti americani. Mystery Girl ad esempio, soprattutto nel bridge centrale, è innegabilmente influenzata da Gloria dei Them e You’re Gonna Miss Me degli Elevators. Percorsa dalla stessa bava elettrica di quei pezzi lì. E la finale Don’t Haunt Me è invece una spooky song che guarda torva a Night of the Sadist di Larry and The Blue Notes. Pepper Spray Boogie è un rockabilly scosso dalle epilessie dei Cramps, I Call You Mine una sorta di sporca demo dei Chesterfield Kings quando suonavano pensando alla Chocolate Watch Band. La seconda facciata è però legata mani e piedi alla tradizione della classica canzone cantautorale americana, con cinque ballate dalle chiare filigrane country/folk. Roba che è più facile immaginare suonata da seduti, e non in piedi come quando i cowboy fanno la pipì.
A Memphis come in tutto il resto del mondo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE DRONES – Gala Mill (ATP Recordings)  

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Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE WHITE STRIPES – My Sister Thanks You and I Thank You: The White Stripes Greatest Hits (Sony Music)

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Ventisei brani e nessun inedito.

Però la lacrimuccia ci scappa lo stesso, perché dentro ci sono dieci anni della nostra vita. Per qualcuno, forse, i migliori. Perché pensate che figata dev’essere stato avere venti anni mentre Jack e Meg White aprivano i loro ombrelli nero-bianco-rossi e si riparavano sotto una pioggia di pailettes, a celebrare quella che sarebbe stata l’ultima vera grande festa rock ‘n’ roll. Che non sapevamo ancora fosse tale, ma questa era. Poi, l’unghia retrattile della musica elettrica avrebbe lasciato il posto a un decennio di porcate, a una stagione dove il r ‘n’ r lo avremmo letto più sui libri che ascoltato in radio, un po’ come leggiamo dei dinosauri o delle commedie del Boccaccio. Sei album in cui dentro e fuori non ci sono altro che loro due, l’ultimo sogno romantico e pop-art del rock and roll.

Giovani e bellissimi come due liceali di una serie tv.

Eleganti e ribelli.

Conquistando il mondo senza pronunciare una sola parolaccia.

E poi mandandolo a quel paese allo stesso modo.  

Buon Natale Meg,

Buon Natale Jack.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OBLIVIANS – …Play 9 Songs with Mr. Quintron (Crypt)

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Il disco del malcontento.

Quello che, con grandi probabilità, peserà in maniera determinante sul futuro degli Oblivians. Quello suonato assieme a Mr. Quintron, il piccolo genio nato in Germania, cresciuto nel Missouri e stanziato in Louisiana inventore di quella folle macchina a sputi chiamata Spit Machine e di quel theremin fotonico chiamato Drum Buddy ma che qui si limita ad aggiungere l’organo e qualche percussione alle canzoni squinternate degli Oblivians, prima fra tutte quella bolgia di rumori post-industriali di I Don’t Wanna Live Alone.  

Le ultime nove per tanti anni.

Un disco che affonda i piedi nella musica tradizionale americana, come fosse sterco di vacca. Compresa quella di chiara estrazione gospel appena riportata in auge dai Make-Up al cui call-and-response indiavolato di I May Be Gone sembra ispirarsi chiaramente.

Il risultato sembra soddisfare solo Greg Oblivian. E me, che trovo 9 Songs uno dei più bei dischi di roots-rock degli anni Novanta.

Sangue e ferraglia. Come quello sputato dagli operai lungo i binari della First Transcontinental Railroad, che qui si ridesta con le travi ammaccate dalle ruote d’acciaio di Ride that Train, sferragliante rock ‘n’ roll che fa prosegue la corsa dell’inaugurale rockabilly di Feel All Right.

Sul beat di Mary Lou, dove i Mysterians, i Sonics ed Esquerita sorridono con un risolino da ebeti, gli Oblivians si danno all’oblio. Tenendo fede alla loro promessa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

CROCODILE BOOGIE – A Family Affair (Beast)

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Seb Blanchais è un ragazzone francese che da anni gestisce una delle migliori etichette d’oltralpe (che è quella che potete vedere tatuata sul suo corpo nella bella foto di copertina, NdLYS) e che, quando ne ha voglia, tira su un gruppo, un ensamble, una band, qualcuno che gli regga il calamaio dove intingere il suo pennino. 

Crocodile Boogie è la sua ultima incarnazione. Ovvero quattro musicisti (fra cui Susy Sapphire e Gil Riot) che lo accompagnano mentre, sorseggiando un buon cognac, intona le sue canzoni marce e quelle maledette di gente come Beasts of Bourbon, Johnny Cash, Dogs D’Amour e Compulsive Gamblers. A Family Affair è un disco denso di quel rock dannato e bohémienne di gente come Nikki Sudden, Johnny Thunders e Dave Kusworth, gente che come Seb giocava a freccette col blues, col folk e col country mancando volutamente l’occhio del toro per andarsi a ficcare svagatamente e apparentemente a casaccio in qualche parte del bersaglio, centrandolo sempre pur con l’aria di chi è lì solo per fumarsi qualche sigaro a spesa degli amici. Musica borderline per chi dei coccodrilli ama indossarne le placche e versarne le lacrime.

                           Franco “Lys” Dimauro

WORKDOGS – Old (Sympathy for the Record Industry)  

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Robert Kennedy parla raccontando le sue storie barbone mentre affonda le sue dita nella tastiera del basso, mentre Scott Jarvis, da buon compare, lo fiancheggia col suo shuffle. Attorno a loro, una cerchia di amici.

Era già successo sul disco precedente, ma nella totale anarchia. Qui invece tutto suona più compassato e strutturato, addirittura elegante. E questo nonostante le facce da giocatori incalliti dei protagonisti. Old, come lascia trapelare il titolo, è un affondo nella vecchia musica americana, un po’ come quella che negli anni ha affascinato gente come David Johansen o Vic Godard: jive, blues da doppiopetto, boogie, R&B da avanspettacolo, atmosfere noir, torch songs, profumi da big band e una sciancata ballad da rientro a casa dopo una sbornia come il pezzo che intitola il disco. Tra serio e faceto i Workdogs ci portano a spasso nel tempo invitandoci ad indossare il nostro completo di velluto color rosso sangue.

Passo un attimo dal guardaroba e vi seguo.    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NIKKI SUDDEN & ROWLAND S. HOWARD – Kiss You Kidnapped Charabanc (Creation)  

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Nikki Sudden e Rowland S. Howard scoprono nel 1985 di avere un fratello in comune. Di sangue per il primo, artistico per l’altro. Si chiama Kevin Paul Godfrey ma ha scelto di farsi chiamare Epic Soundtracks già da quando nella fine degli anni Settanta aveva messo su quella casa fatiscente degli Swell Maps.

Poi in Inghilterra erano arrivati i canguri australiani. E Kevin aveva seguito quelli, sistemandosi dietro i tamburi dei Crime + The City Solution prima e dei These Immortal Souls dopo. Nikki Sudden resta a fare le sue cose, il suo rock ‘n’ roll che sembra appiccicato con lo scotch e che pare doversi staccare da un momento all’altro, ma si innamora della chitarra di Howard, di quel suono sgrammaticato che del blues conosce i lividi più che le metriche creando una miscela stordente che sarà uno dei tratti fondamentali, addirittura archetipici di certo post-punk anglo-australiano.

L’idea di realizzare qualcosa insieme e di radunare altre anime affini nasce allora, concretizzandosi dapprima con la partecipazione di Howard alle session di Texas dei Jacobites, quindi di un EP e di un LP per la Creation e culminerà col disco collettivo I Knew Buffalo Bill.  

Kiss You Kidnapped Charabanc vede Nikki e Rowland alternarsi agli strumenti con l’apporto di pochi fidati compagni di vita come appunto il fratello “comune” Epic Soundtracks e la compagna di Rowland Genevieve McGuckin. Sono due tormenti affini che trovano una comune via di fuga attraverso le budella di un blues poco canonico e che assume spesso toni apocalittici (il crescendo di Crossroads, le scudisciate misurate impartite sulla ballata per fuorilegge Rebel Grave, il sabba di Better Blood e la Sob Story da cui Rowland estrapolerà il titolo per il coevo disco di debutto dei These Immortal Souls) pur non mancando di ristoranti oasi come Don’t Explain o Feather Beds. Disco di inquieta, intricata e intrigante bellezza, Kiss You Kidnapped Charabanc rimane ai margini di due delle più affascinanti vite rock ‘n’ roll mai raccontate.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CHROME CRANKS – Chrome Cranks (PCP Entertainment)  

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Una colata di ferro rovente dentro lo stampo blues dei Gun Club. Con questo spettacolo di metallo e fuoco apre il teatro delle torture dei Chrome Cranks.

Darkroom, con le due chitarre che falciano i piedi di Jeffrey Lee, dimostra sin da subito che il Demonio esiste e che la sua casa sta andando a fuoco proprio sotto i nostri piedi, sputando qualche tizzone sulle ossa delle nostre caviglie.

Un suono primitivo e bastardo, quella della band trapiantata a New York, che si esprime ancora con pittogrammi primordiali come quelle delle garage band: vi basterebbe ascoltare il break acidissimo di Eight-Track Mind, il veleno fuzz iniettato dentro Stuck in a Cave, le urla sguaiate di Doll in a Dress o la ferale sequenza di #1 Girl per comprendere meglio di quanto possano fare mille parole. Un po’ come se gli Shadows of Knight si fossero disibernati dentro la New York dei Sonic Youth e dei Pussy Galore dopo un sonno lungo trent’anni, tormentati da qualcosa di aguzzo e di arrugginito, probabilmente il chiodo che gira dentro la carne del Subway Man oppure dalle urla agghiaccianti che escono fuori dalle finestre della Draghouse, quelle che si affacciano sulla 7th Avenue, la strada del vizio e del piacere disinibito.

Una cattiveria perniciosa avvolge le canzoni dei Chrome Cranks, i loro blues rantolanti a forma di trota, a pelle squamosa, a guscio di testuggine.

Un frutto spinoso cresciuto tra i palazzi che grattano il culo al cielo sopra New York.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro