REVEREND BEAT-MAN – Meet Ze Monsta

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Berna, metà anni Ottanta.


Un ragazzone appassionato di blues, garage punk, rockabilly e death metal lavora come commesso nel miglior negozio di dischi della città. Finito il lavoro si sposta dall’altro lato della strada, nel suo pub preferito, beve qualcosa, si intrattiene con i clienti, poi tira fuori la sua chitarra e si esibisce come Teab Zerfall. E intanto sogna di realizzare un disco da esporre assieme agli altri, sugli scaffali di Record Junkie. Ne parla a Pfifu, il proprietario. E Pfifu che quel sogno lo ha sempre inseguito senza mai raggiungerlo, decide di investire nel sogno dell’amico. Nasce così il progetto Monsters, con Beat-Man alla voce e chitarra e Pfifu alla batteria, e un disco stampato dal negozio ora riconvertito in etichetta discografica dal titolo Masks.


666 copie in vinile e numero di catalogo 667, che il numero del diavolo era già stato usato per il singolo d’esordio di qualche mese prima.  Dodici originali che vanno da hoedown/ska ubriachi come Whisky Song a putridi numeri psychobilly come Addams Family, da strumentali di serie Z come Real Monster Theme a un garage rock per cavemen ritardati come Wilma e Rosemary Mc Coy per chiudere con una versione di Wild Thing in cui clave e bave fanno chiasso oltre che rima.


Nessuno stato è indipendente, quando i mostri si destano dal sonno.   

 

Dilapidate tutte le finanze per registrare un disco più professionale del debutto, i Monsters sono costretti a lasciare lo studio di registrazione prima di aver completato il lavoro e obbligati a completare The Hunch con alcuni estratti di un concerto all’ISC di Berna con un nuovo batterista dietro i tamburi.


Il deragliante treno psychobilly dei Monsters sembra inarrestabile, sbuffando di fumi garage rock e di combustibili rock ‘n’ roll che rimandano ai Cramps, ai Mɘtɘors e ai Polecats e annerendo di fuliggine tutta la Svizzera.


I riferimenti agli inferi e ai mostri da fumetto e letteratura di serie B si sprecano (The Creature from the Black Lagoon, Honeymoon at Hell, The Hunch, Teenage Werewolf, Wicked Wanda, Day of the Triffids, I Came from Hell) e fanno da immaginario consono alla causa abbracciata dal terzetto di Berna, trasformata per una volta in una Transilvania alpina.


Abito bianco e cinturone alla Elvis, mantello, cappuccio da lottatore di wrestling calato sul cranio e chitarrone a tracolla. Così si presenta sul palco Taeb Zerfall al suo rientro da un lungo viaggio in America dove si è ritrovato più volte ad assistere a queste lotte mezze finte e molto trash dello sport più amato dai giovani americani.


E poi, una volta attaccato lo spettacolo, una serie di calci e pugni, chitarre sfregate sugli ampli o sull’asta del microfono, quando c’è. Perché spesso Beat-Man preferisce usare la voce filtrata da un fono per capelli. E alcol, fiumi di alcol.


Oppure, come sulla copertina del suo album di debutto in solitario, semplicemente a torso nudo in perfetta tenuta da wrestler con la carcassa di una chitarra elettrica in bella vista. Un costume e un immaginario che verranno adottato da una miriade di band e solisti in tutto il mondo, soprattutto in ambito neo-surf e lo-fi blues ma che Taeb, ora ribattezzato Lightning Beat-Man è fra i primi a sfruttare.


Una one-man band senza talento, come lui stesso tiene a farci sapere. Che però sul palco dà tutto se stesso fino a collassare sulle assi di legno, tanto che quando passano dall’Europa anche i Ramones e Dick Dale lo vogliono in apertura dei loro show per scaldare e stordire il pubblico a dovere.


Imprecazioni e minacce precisissime e blues viceversa molto approssimativi che su Wrestling Rock ‘n’ Roll prendono titoli come HELL YA!, Mindfuckinbitchass, Wild Baby Wow, Wrestling with Satan, I’m Gonna Kill You Tonight, I Wanna Be Your Pussycat, Baby Fuck Off. Nessun successo, nessuna acrobazia, nessun tecnicismo ma una rabbia famelica e un appetito necrofilo di frattaglie blues e rock ‘n’ roll.

 

Nel 1994, con l’ingresso in formazione di Robert Butler (già bassista per Untold Fables e Miracle Workers) e la fuoriuscita del chitarrista solista, i Monsters si “solidificano” in una rocciosa massa trivalente di garage-punk, raddrizzando il tiro rockabilly dei primi due dischi. Le prime testimonianze di questo nuovo assetto sono delle home-recordings pubblicate l’anno seguente su un’etichetta tedesca chiamata Jungle Noise come il disco. Quel dieci pollici, presto irreperibile, verrà poi nuovamente messo in circolazione per l’etichetta del Reverendo Beat-Man assieme ad altri brani dello stesso biennio col titolo di The Jungle Noise Recordings.


Robaccia per zombie e chirotteri.


Stomp malfermi che avanzano su una stampella cercando di raggiungere i fantasmi di Screaming Lord Sutch e Kip Tyler. Riuscendoci. Jungle NoiseRock Around the TombstonePsych-Out with Me, le cover di Searching e di Lonesome TownMummie Fucker Blues e il loro campionario di ululati, versacci di primati, rumori di giungla e di ferraglia, distorsioni fuzz e tamburi di latta sono qui a provarlo.

 

Youth Against Nature certifica l’avvenuta filiazione dei Monsters al garage-punk con parziale sconfessione dal vecchio psychobilly. Abiura che non può che essere parziale per un inevitabile sconfinamento dovuto al comune riferimento alla musica-spazzatura degli anni ‘50/’60 e alla sottocultura trash/horror cui i due generi, almeno nell’accezione dei Monsters, amano guardare con occhio ludico e perverso.


Ecco dunque che certi riverberi, certe “sgasature”, certi ritmi voodoo, gli accordi fuzzati ma anche l’irriverenza volgare e hooligan di molti pezzi finiscono per stare perfettamente al confine fra il vecchio suono e il “nuovo” sound dei Monsters, altrettanto sporco, approssimativo, nefando e molesto quanto il primo.


Beat-Man aggiunge altri demoni alati alla sua pinacoteca mentre i bambini giocano nei giardini luminosi e curati della soleggiata Svizzera.

 

Ancora una copertina incompatibile e discorde col contenuto quella di Birds Eat Martians, un esuberante cromatismo che contrasta con le prime copertine su Record Junkie e che dopo i giardini ben curati di Youth Against Nature zooma adesso su due coloratissimi uccellini teneramente appoggiati ad un ramoscello. Il contenuto dei solchi è però un assordante prolasso di accordi fuzz, vibrati rockabilly e voci riverberate che danno vita a numeri di garage punk sguaiato come We Are Middle Class, Black, Pony Tail and Black Cadillac, I Got My Brain Up My Ass, Down the Road e a piccole sceneggiature horror come Walking Through a Cemetery o I Wanna Be Dead. Un bosco dove gli uccelli si cibano di marziani e cagano vermi.


Tutto diseducato e sguaiato come nei peggiori Morlocks e Cannibals.


HIC SUNT MONSTROS.


Versione “da appartamento” condiviso (ovvero, finalmente, realizzato in studio e non con un semplice registratore a nastro) del disco d’esordio, Apartment Wrestling Rock ‘n’ Roll vede Lightning Beat-Man alle prese con il suo repertorio stavolta accompagnato da una vera band. Musicisti del suo giro, opportunamente “mascherati”, che aggiungono baccano al baccano in un’orgia di (r)umori blues e bozzetti garage-punk (I Said Yeah, Take It Off, I Love You, la nuova versione di I’m Gonna Kill You Tonight) inframmezzati da estratti di interviste e piccole divagazioni dalla dubbia utilità.


Il Lightning Beat-Man è già in odore di santità e si prepara a sfilarsi la maschera continuando a sporcarsi le mani con le musiche meno sante della storia.

 


Fresco di nuova, solenne investitura, il Beat-Man torna a far danno nel 2001


La prima sortita da Reverendo per l’uomo-fulmine del primitive-gospel-blues-trash europeo è il disco che ci obbliga a stare sulle ginocchia, non proprio in atteggiamento di preghiera. Forse, anche se il disco successivo chiarirà meglio a chi fa finta di non capire, per provare a tirar via lo sporco con il pulisci-fughe comprato in qualche televendita. Ovviamente fallendo miseramente. Qui parliamo di mattonelle talmente incrostate che le feritoie che le separano sembrano dei canali di scolo di qualche latrina da ospedale da campo.


Disco primitivissimo e bellissimo, questo Get on Your Knees del Reverendo e dei suoi seminaristi Robert Butler, Gerry Mohr, Chris Rosales e Brother Janosh.


Essenziale senza essere scheletrico e solcato da una voce che sembra avvitarsi tra Captain Beefheart ed Edgar Summertyme.


Sporco anzi sporchissimo. Con quel pizzico di tiro garage (Come Back Lord sembra una versione scoscesa e scosciata di Primitive, NdLYS) che non guasta mai e un’attitudine che ci ispira a santificare le feste. Quelle che piacciono a noi.

 


Due batteristi che battono il piede destro su un’unica cassa e che picchiano invece su rullante e timpano separati, con margine d’errore bassissimo.


Questa è la macchina del ritmo introdotta a partire da I See Dead People nell’assetto-base della formazione svizzera, che per il resto si avvale sempre e solo della chitarra e dell’urlo ferino di Beat-Man e del basso di Janosh (con qualche contrappunto di una tastiera fantasmagorica) per sputarci addosso la solita mezz’ora di garage punk rumoroso e sempre meno imparentato con lo psychobilly degli esordi, anche se certi vibrati crampsiani restano ad ammorbare l’aria o gran parte di essa e intatta resta l’ispirazione di certo horror-garage che Lux e compagni misero in scena su Psychedelic Jungle.


A dispetto del titolo, I See Dead People è un disco vivissimo, forse il più omogeneo della discografia dei Monsters, con quattordici tracce una migliore dell’altra, con autentiche scariche fuzz come You Know Why, I See Dead People, Acid Dreams a penetrarci le orecchie come uno sciame di api attirate dal cerume.


Se avete paura dei mostri, avete ragione.

 


Siamo ancora in ginocchio dai tempi di Get on Your Knees.


Cinque anni ad imparare le terzine del primo epistolario blues di Reverend Beat-Man e adesso l’organo cerimoniale di Your Favourite Position Is on Your Knees sembra a momenti trasformarsi nel sintetizzatore diabolico di Martin Rev (che guarda caso prima di mettere in piedi i Suicide stava in ginocchio in una band chiamata Reverend B, NdLYS) facendo con Blue Suede Shoes quello che il suo gruppo faceva con 96 Tears.


Poi il Reverendo sale sul pulpito raccontandoci le profezie apocalittiche, al suono di una ghironda sputata fuori dalla bocca dell’Inferno. Poi lascia il libro delle letture a Suor Hope Urban per parlarci di fede, amore e speranza, mentre le navate si riempiono di una musica livida e spettrale, come di ombre minacciose che lievitano a sei metri dal pavimento.


Quando il sacrestano si appende alla corda delle campane, arriva l’ultimo atto. Higher risuona di quel tetro rintocco per tre minuti.


L’assemblea è tolta, sotto l’ombra del campanile.


Fuori la meridiana segna le sette e sei minuti.

 


Dalla posa ginocchione a quella all’impiedi con le natiche ben in vista, il kamasutra blues di Beat-Man non conosce sosta.


Registrato per metà fra il salotto di casa e il bagno del Reverendo e per metà in studio assieme a Robert Butler (l’ex Miracle Worker che tutti sapete) e Delanay Davidson (un vivissimo “fratello morto”) Surreal Folk Blues Gospel Trash # 1 è un album che raschia il culo al blues delle radici e al folk rurale come pochi altri sono in grado di fare e con una credibilità assoluta. Il rockabilly di Another Day Another Life, la marcia funebre di Meine Kleine Russin, il garage rock nudo di I Wanna Know, lo psychobilly di Jesus Christ Twist, il blues fangoso di The Clown of the Town, la deliziosa caramella di zucchero al veleno dedicata a Coco Grace, la discarica di rottami che è diventato il Delta del Mississippi e che si può osservare dal drone di I Belong to You sono l’abbecedario che Lucignolo sta provando a venderci per versare il guadagno a qualche svuotacantine che gli ha promesso altri dischi del Diavolo. Versate il vostro obolo e andate in pace.

 

Il Reverendo Beat-Man ci presenta la sua famiglia e ci racconta la sua storia familiare, delle sue solitudini e della sua ricerca di Dio sul secondo appuntamento col suo Surreal Folk Blues Gospel Trash, quello che precede il terzo conclusivo incontro, stavolta visivo, con il DVD del terzo volume già previsto per il prossimo anno. Numeri da circo blues strepitosi come Letter to Myself, I Want to Feel, I’ve Got the Devil Inside, I See the Light, uno stomp come Don’t Stop to Dance che sembra un pezzo dei Troogs sordinato, un gospel esotico come Jesus, uno spettro dei Beasts of Bourbon come Lonesome and Sad, una versione in solitaria di Another Day Another Life risolta alla maniera di Langhorne Slim e una polka intitolata Blue Moon of Kentucky sono il bottino di questa nuova messe di volgari blues-spazzatura che di surreale hanno solo la vostra paura a lasciarvene possedere.

 

Copertina disegnata da Robert Butler e una cover degli Scorpions buttata tra gli altri scarti, indistinguibile dall’altro pattume. Così si presenta …Pop Up Yours!, il disco con cui i Monsters tornano al loro Raw Riff Trash Rock dopo quasi dieci anni di quiete. L’assetto strumentale è il medesimo di I See Dead People, con le due batterie unite come due gemelle siamesi.


E pure il chiasso è uguale: garage rock dementi come Blow Um Mau Mau e More You Talk Less I Hear, un numero alla Gruesomes come Cry, qualche blues scuoiato (Blues for Joe), punk al fulmicotone (Watcha Gonna Do), una When I’m Grown Up che sembra tirata fuori qualche demotape dei Morlocks e un numero catacombale intitolato Ce Soir tutto bagnato dalle acque surreali dei Monty Phyton ci fanno benedire il giorno ormai lontano in cui i Monsters decisero di uscire dall’orinatoio psychobilly per infilarsi, scrollandosi, nei luridi cessi del garage punk.

 

Vi viene mai voglia di spegnere radio e tv ed accartocciare i giornali mandando a cagare progressisti, conservatori, vegani, ecologisti, guerrafondai, giornalisti, politici, tronisti, cacciatori, razzisti, separatisti, no-global, puttane di regime e tutto il mondo creato?


A me si.


All’altro Reverendo, sua eminenza Beat-Man, pure.


Io mi metto ad ascoltare dischi di infimo gusto. Lui si mette a registrarli.


Insomma, in qualche modo, ci incrociamo.


Nel 2016, ben due volte.


Se il disco uscito qualche mese prima, The Jungle Noise Recordings era un riciclaggio di vecchie schifezze M, come Il mostro di Düsseldorf di Lang, è la pattumiera stipata di immondizia calda calda appena prodotta a Toulouse, che i bidoni svizzeri erano già tutti pieni.


M come merda, pure.


Dodici canzoni che grondano fuzz come nei vecchi singoli di Swamp Rats, degli Arrows o degli Omens, dodici canzoni folli come quelle dei Monks, dodici canzoni folli come quelle dei Monsters.


Se non vi piacciono, continuate pure a sputare veleno a salve come Napalm51.

 


Era solo questione di tempo.


Poi, il Reverendo Beat-Man avrebbe scritto il suo capolavoro.


Quel momento arriva nel 2018. Quel capolavoro si intitola Blues Trash.


Che è il titolo prevedibile che vi aspettavate ma non è esattamente quello che vi aspettate. Non come ve lo aspettate, in ogni caso.


Non è quel gran casino da bottega da rigattiere che potreste immaginare, insomma. Blues Trash brucia piuttosto come una greve pira dentro cui ardono le vecchie ossa dei Black Keys e di Jack White. I loro amici e parenti stanno lì davanti al rogo, a rendere loro l’estremo saluto. La Magic Band del Capitano Beefheart applaude e serve da bere, mescendo dal torbido. I Dead Brothers raccolgono le ceneri e le mettono dentro le urne e le dividono ai presenti, perché ognuno ne tenga una sul davanzale di casa o sulle mensole del salone. A monito futuro.


Auuuuuwlll! The white wolf is back in town!

 


Per le feste di fine anno non ce l’ha fatta, ma Viva La Figa è destinata a diventare un tormentone di tutte le feste di quello appena iniziato, dal lunedì di Pasquetta fino al San Silvestro che chiude la passerella dei Santi del calendario del 2019. Statene certi.


Non è l’unica cosa politicamente scorretta di Baile Bruja Muerto, realizzato dal Reverendo realizza assieme alla novizia messicana Izobel Garcia e che di sermoni ne ha da poterci fare tutto il periodo quaresimale senza rischio di repliche, a cominciare da Black Metal (si, quella che ascoltavamo da pischelli sotto la truce forma datale dai Venom) fino alla lingua piena di lardo di Come Back Lord, passando per il turpe, lungo maleficio di My Name Is Reverend Beatman per finire a quella lode all’amore infuso nell’odio di Pero Te Amo che ha dentro tutto il dolore meraviglioso, tutto il fiele mieloso della musica subtropicale.


Un disco che voi uomini senza fede ve lo sognate.


Anzi, manco quello.


Franco “Lys” Dimauro

reverend beat-man

DEAD VISIONS – A Sea of Troubles (Slimer)  

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Sconoscevo la passione di Francesco Mandelli per il garage rock come del resto lui credo non conosca la mia.

A Sea of Troubles, esordio dei Dead Visions che lo vede impegnato nel ruolo di cantante, ne testimonia l’amore ben al di là della soglia amatoriale.

Quello che si chiede a dischi come questo è una dose di credibilità non certificabile ma percepibile a pelle, un suono sufficientemente vivo, crepitante, valvolare, analogico e una quantità di energia cinetica che possa farlo girare per mezz’ora senza tregua, senza pause, senza ripensamenti.

Diciamo dunque che A Sea of Troubles supera magnificamente tutti i valori richiesti dal “tampone” rock ‘n’ roll, risultando positivo al virus che circola nel nostro e anche nel loro corpo. Quello dei Dead Visions è un disco dalle molteplici tentazioni, che vanno dal punk al rockabilly, dal rock scandinavo a quello di schiacciasassi come i Zen Guerilla, passando per i Gun Club e certo punk-rock australiano che guardava a Detroit ma amava distogliere lo sguardo, proprio come loro.

Insomma, il nuovo non passa da qui, quello lo trovate nei grandi magazzini dei centri commerciali. Qui passano ettolitri di benza rock ‘n roll. Scura quanto basta per essere confusa, in quest’epoca di limitazioni, con una pinta di Guinness.

Alla vostra!

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

THESE IMMORTAL SOULS – I’m Never Gonna Die Again (Mute)  

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Il secondo album dei These Immortal Souls supera di gran lunga il primo per tensione drammatica avvicinandosi molto al blues noir dei Beasts of Bourbon, abbeverandosi alla stessa mammella di latte nero e superandolo in depravazione. Rispetto al disco di debutto la chitarra di Rowland S. Howard non si limita ad una presenza atmosferica ma torna a dominare gran parte della scena, allestendo degli splendidi dialoghi sconci e immorali con il pianoforte di Genevieve come quelli di My One Eyed Daughter, The King of Kalifornia, Insomnicide, Up on the Roof, Shamed accentuati dall’incalzare di una batteria che da tribale diventa adesso barbara. Se l’album precedente apriva una qualche ferita, I’m Never Gonna Die Again muove il coltello dentro quel solco della carne con compiacimento e livore, con Howard intento ad usare la sua sei-corde per scavarci dentro come fosse un tomahawk su un tronco di abete rosso.

L’intimismo, sebbene ancora presente in dosi massicce, sfuma adesso verso una dimensione plateale, quasi epica e cerimoniosa, diventando celebrazione condivisa della perdizione cui le anime sembrano votate e predestinate.

La casa di These Immortal Souls viene avvolta dalle fiamme.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LAUGHING HYENAS – Hard Times (Touch and Go)  

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C’è l’intera sezione ritmica dei Necros a dare man forte a John Brannon e Larissa Strickland per l’ultima risata dei Laughing Hyenas. Hard Times smorza i toni dei primi due dischi, come se la band si fosse stancata di torturare e adesso godesse di più nel guardare le sofferenze delle proprie vittime, spesso per un tempo lugubremente infinito (due pezzi superano i sei minuti di durata, due arrivano quasi agli otto).

Sembra di vederne colare le bave. Ai bordi di una linguaccia che è peraltro molto simile a quella di Jagger.

I Laughing Hyenas di Hard Times sembrano voler strappare dai denti dei Chrome Cranks quel che gli è stato sottratto e che è loro da un decennio.

Peccato davvero che alla fine, nella banale ballata necrofila di Each Dawn I Die, sembrino lasciare il boccone per terra.

Che poi arriverà sicuramente qualche cane randagio a trascinarselo via.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LILITH AND THE SINNERSAINTS – A Kind of Blues (Alpha South)  

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Lilith l’ha fatto di nuovo.

Quando è parso a lei.

A quattro anni dal primo album dei/coi Sinnersaints, ecco spuntare A Kind of Blues, fuori l’ennesimo titolo che vuol citare il jazz (lì era ovviamente The Black Saint and the Sinner Lady di Mingus, qui A Kind of Blue di Davis) e dentro l’ennesimo disco che mischia e confonde le carte suonando tutto, il contrario di tutto, l’opposto del contrario, rivisitando il suo passato di ascoltatrice e di musicista e riportando tutto ad un comune sentire, plasmando tutto alla sua voce e non viceversa, mettendo fianco a fianco Adamo, i Not Moving, gli Statuto, Robert Johnson, Tommy il portento, i Nuns e facendoli sembrare fratelli e sorelle arrostiti nel medesimo fuoco, nel medesimo sale. Come castagne sul far dell’autunno. Con la crosta spaccata perché non esplodano.

Da questo punto di vista A Kind of Blues sembrerebbe un po’ il riassunto della sua vita. La fascinazione per il blues e per il punk, poi la scoperta di un patrimonio musicale autoctono, dalle canzoni popolari e dialettali a quelle di protesta, passando per il cantautorato, le canzoni della mala, quelle contadine e quelle melodiche, che poteva essere salvato se non in toto almeno in parte, rivestito con stracci nuovo, più vicino al proprio dolore. E poi ovviamente il rock ‘n’ roll e il microcosmo mod tanto amato dal suo compagno storico Tony Face.

Lembi di stoffa che sbucano dal bordo deformato di una valigia di cartone dimenticata sulle lenzuola gialle di nicotina di qualche motel. In attesa che qualche altro straniero riconosca in quei cenci qualche cencio simile ai suoi.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

 

MIRSIE – El Santo (Voludo)

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E così i Mirsie continuarono a massacrare il blues. E giù mazzate da orbi, forse a volergli ricordare la sua natura diabolica e scapigliata. Il blues è il sacco e i Mirsie i teppisti coi guantoni: Poke inaugura il disco nuovo ma è come se fosse saltato fuori da quello vecchio. Le due lame d’acciaio che passano tra le labbra di David Lenci danno fuoco alle polveri ma è con Boots che si schiude il cuore del disco. Sono le mura fatiscenti del blues che ti crollano addosso, intonaci che si staccano dal solaio e ti piovono sulla nuca. Una dichiarazione di amore feticista definitiva. Everyday è invece il pezzo che, passasse a sporcare lo schermo di MTV, potrebbe far saltare i Mirsie sulle labbra di quanti adesso stravedono per bands come Vines, Jet o Stellastarr. È la decomposizione dell’hard rock nell’obitorio punk noise. Un riff sgranato di chitarra che dopo tre minuti e mezzo si scioglie in un wah wah panpottato e acido. Livido e infinitamente erotico è invece il mantra conclusivo di Oh…Well…Yeah… che è una serpe di corde basse che ti striscia addosso lasciando squame bavose. Il potenziale che viene fuori è ancora una volta sbalorditivo e mi lascia supporre che quando i Mirsie tireranno fuori il vero capolavoro, tanta merda che gira lì fuori tornerà a stare dove le compete, nelle latrine.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE JESUS LIZARD – Chicago, IlliNOISE

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I Jesus Lizard sono stati IL GRUPPO degli anni Novanta. Nervosi, spiritati, catastrofici, taglienti, claustrofobici. Portarono il “noise” (ve lo ricordate ancora? O vi siete addormentati definitivamente dopo l’ennesimo ascolto dei solfeggi post dei Mogwai? NdLYS) al suo apice. Lo spinsero su, percorrendo le pareti scoscese del rumore, su su, in alto, fino a lasciarlo in bilico sul baratro, in una situazione da catastrofe imminente. Erano questo, i Jesus Lizard, prima che un disastroso contratto con la Capitol li ammansisse fino a ridurli alla parodia del loro stesso furore. Lo scioglimento che ne seguì fu l’emblema di un collasso che avrebbe affondato un’intera scena di massacratori del rumore. 

 

Il corpo deforme e bitorzoluto del Cristo Lucertola fa capolino sull’ecografia di Pure prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Pure mette in scena un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

 

Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore.

 

Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

   

Come il rumore di un gatto a nove code. Come una fustigazione.

Liar porta a compimento il devastante progetto dei Jesus Lizard dandogli la forma di un supplizio definitivo, di uno straziante rosario di umiliazione e dolore.

La chitarra di Duane Denison è una lamiera che si torce dentro le budella di David Yow costringendolo a mugugnare come un animale dilaniato dal dolore (Slave Ship). La musica dei Jesus Lizard è il suono di una tortura, il suono di una scabrosa prostrazione all’angoscia fisica.

David Yow è il cane di I Wanna Be Your Dog, il maiale del doppio bianco dei Beatles, il feto che si tormenta dentro le viscere di Sharon Tate di un 9 Agosto 1969 che annienta il sogno dell’amore universale con una spugna imbevuta nell’odio e nella follia. Anche i Jesus Lizard scrivono col sangue sul muro.

Parole di quattro lettere. Come dei serial killer ossessionati dalla qabbaláh.

Stavolta tocca a Liar: bugiardo.

Quattro, come il numero atomico del berillio.

Un acciaio fragile e tenace che provoca il cancro, come la musica della band di Chicago, il più alto agente cancerogeno della musica indipendente americana degli anni Novanta. Chi lo ingerì allora, non ha più reagito ad alcuna terapia chemioterapica.

 

La sferzante idiosincrasia dei Jesus Lizard non sembra conoscere battute d’arresto ne’ tantomeno concede tempo per qualsiasi tipo di convalescenza. Down rappresenta il quinto capolavoro in cinque anni di produzione. Sul palco e in studio la band di Chicago sembra lavorare con fierezza fino allo sfinimento, con lo stakanovismo di un operaio maoista.

Una rigorosa concentrazione sull’elemento canzone simile a quella del dio Vulcano sulla sua incudine che porta a forgiare forme sempre nuove e sempre robustissime di noise-rock brutale e ieratico.

L’iniziale Fly on the Wall rende musicalmente l’idea di vertigine e di voragine che la bella illustrazione di Malcolm Bucknall trasmette visivamente. Le chitarre che si stendono da subito sul rotolante giro ritmico sembrano un vischioso strato di muschio che rende indeciso fino al cedimento definitivo il passo su quelle rocce che molto probabilmente hanno occupato la diapositiva immediatamente precedente a quello scatto di copertina.

Poi, è il solito campionario di nefandezze. Stavolta però “distorte” da una visione meno iconoclasta. Come se le spire del motore Jesus Lizard si distanziassero per lasciare passare piccoli spifferi d’aria. La musica si fa leggermente più cinematografica, tridimensionale, anamorfica. L’approccio si fa spesso meno aggressivo, più ragionato e articolato e, addirittura, distensivo (HorseElegy) nonostante non manchino bordate di rumore aberrante (MistletoeDin, il garage mutogeno di The Best Parts). Si indugia meno sul voltastomaco e il rigurgito marcio che ne viene. Ma i Jesus Lizard di Head continuano a detenere il loro primato tra gli sfregiati degli anni Novanta.

        

La prima four-letters word che i Jesus Lizard vomitano sulla scrivania della Capitol è Shot.

E viene dopo le PureHeadGoatLiarDown riservate alla Touch and Go.

Nonostante i conati di vomito di David Yow siano adesso più controllati e trattenuti (Mailman Too Bad About the Fire sarebbero state impensabili solo due anni prima) e malgrado Albini abbia abiurato dal banco regia, Shot rimane un album potente e sporco. Ma, per la prima volta nella storia dei Lizard, GRADEVOLE.

Il suono, pur abrasivo, è meno disordinato e scomposto (Trephination), più adatto al palato finto-alternativo del grosso pubblico che ha inghiottito Nevermind e che ha inconsapevolmente distrutto la scena indipendente americana degli anni Novanta, adesso imbellettata e vestita a festa dalle major di turno.

La furia dei vecchi dischi sembra ammansita, impomatata, laccata e l’istinto ferino rabbonito, rieducato al garbo. Non oso pensare a cosa sarebbero state ThumperBlue ShotChurl Skull of a German ai tempi delle guerre puniche di Goat Liar.

Mi tocca immaginarle sgraziate, coperte di cisti e di pustole infette e costretto a vederle indossare il bikini cercando di apparire seducenti. Mi tocca sentire gli assoli  di Now Then Too Bad About the Fire e maledire il giorno che l’indie rock si illuse di poter dominare il mondo.

 

Non Blues ma Blue. Tenendo fede alla fissa della band per i termini bisillabici, la storia dei Jesus Lizard si chiude in tristezza. Nell’ultimo tassello sequenziale del puzzle del gruppo di Chicago poco, pochissimo, rimane del genio folle che ne ha caratterizzato l’intera produzione. Il tentativo di Andy Gill chiamato a rinnovare il sound spingendolo verso derive industrial e dub fallisce miseramente e i pochi sussulti si avvertono quando il vecchio ruggito della band sembra avere la meglio (A Tale of Two WomenPostcoital Glow) anche se la batteria di Jim Kamball non è più quella di Mac McNeilly e il canto di David Yow quando non sembra una bruttissima copia del vecchio guaito cerca di modulare delle armonie che sembrano rubate a un disco dei Gene Loves Jezebel (Happy SnakesHorse Doctor Man).  

Il canto del cigno non è quell’urlo ferale che ci si aspettava ora che sta per essere sgozzato e i Jesus Lizard chiudono la loro storia suonando come i Public Image o i Gang of Four di venti anni prima. Chiudendo il cerchio e l’officina.

   

Bang (quattro lettere, ancora e per l’ultima volta), raccolta postuma e violentissima pubblicata dalla Touch and Go, è l’epitaffio più congeniale per un gruppo estremo come quello di David Yow. Uno sparo. Anzi, tanti spari quanto sono quelli raccolti dalla Touch and Go per salutare il commiato del Cristo Lucertola. In mezzo a singoli, inediti e tracce live, lampeggia il genio folle di un gruppo che ha saputo far scoppiare il rock comprimendolo dapprima in un minimalismo sofferente per poi farlo sprigionare in un’eruzione catartica terrificante.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

                                    JesusLizard                                                    

 

 

JIM JONES – Warewolf of London

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Un debutto dal vivo, come quello degli MC5 di venti anni prima.

Riff stretti stretti, come una costipazione metal-blues, proprio come quello lì.

E la parola rivoluzione che fa capolino, ancora una volta come su Kick Out the Jams. Il suono e l’immaginario estetico degli inglesi Hypnotics è in tutto e per tutto un déjà vu della Detroit a cavallo fra gli anni Sessanta e il decennio successivo, ovvero quelle stesse band cui in molti dopo la sbornia revival del garage-punk stanno adesso guardando con ammirazione e che dentro Live’r than God diventa adulazione/emulazione allo stato puro.

Cinque-canzoni-cinque infette come una siringa sporca di sangue.

Gli Hypnotics sembrano schiantarsi sulla pista del Wayne County Metropolitan Airport di Detroit senza neppure tentare un atterraggio di fortuna. Le lamiere raggiungono una temperatura da altoforno, i fumi esalano, saturi, fino a coprire il cielo.


È l’Inghilterra e sembra il Michigan.

L’ipnosi è riuscita.

 

La foto di copertina di Come Down Heavy sembra uno scarto dai provini di Ed Caraeff per la cover di Fun House. Gli Hypnotics, come gli Stooges venti anni prima, sono bellissimi e maledetti.

Infilarsi dentro questi solchi significa trovarsi nelle strade della Detroit folle di Stooges, MC5, Death, Frijid Pink, Amboy Dukes, Frost.

Blues sfigurato dai volumi altissimi e da distorsioni talmente violente da renderlo deforme, come avevano già fatto nel Michigan ma come avevano pure intuito Hendrix, i Blue Cheer e i New Yardbirds. Se ne accorgono prima Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things che accompagnano la band su Bleeding Heart, poi tutti gli altri: Thee Hypnotics sono la cosa più pesante e vicina allo spirito fracassone del rock ‘n’ roll partorita da Albione in quegli anni. Una roba che mette soggezione ancora oggi.


Che disco strepitoso, Soul, Glitter & Sin. Così distante dal vortice stoogesiano dei primi Hypnotics e così cinematico che non a tutti piacque, quando venne pubblicato. Come se Jim Jones e compagni avessero tradito chissà quale promessa, senza che ne avessero mai fatta alcuna. Un disco che, senza rinnegare la forza d’urto del vecchio suono della band (la smerigliatrice di Shakedown sulla quale i lampi dei fiati sembrano evocare i vecchi filmati di Batman, The Big FixPoint Blank MysterySoul Accelerator una sorta di provino di tutto lo space-rock che verrà) si apre a soluzioni diverse offrendo un vastissimo campionario di emozioni che non sono soltanto quelle di un rock ‘n’ roll sguaiato e ultrarumoroso. Le strutture si diradano tirando fuori pezzi atmosferici e Cooderiani come Kissed by the Flames o Cold Blooded Love o pigri stomp noir come Black River Shuffle o Samedi’s Cookbook figli di una sbornia oppiacea che farà scuola (ispirando ad esempio gli Spiritualized più di quanto non abbiano fatto gli Spacemen 3 stessi) per concludersi con due alticce garage-songs come Don’t Let It Get You Down e Coast to Coast che sembrano incrociare i Primal Scream con le nuvole metalliche dei Flaming Lips, senza che nessuno se ne accorgesse, troppo attenti a cercare di capire perché gli Hypnotics avessero deciso di litigare con lo zio Iggy.

 

The Very Crystal Speed Machine. Ovvero di quando Chris Robinson tentò, riuscendoci, di fare degli Hypnotics la versione inglese dei Black Crowes.

Per arrivare al risultato Chris pensò di curare direttamente la produzione e di mettere a fianco della band due corvi in carne e piume. Cosicché brani come If the Good Lord Loves YouCaroline Inside Out e Goodbye sembrano proprio delle outtakes da Amorica., ovvero il più sbiadito dei dischi dei Crowes. Il vecchio suono della band, quello paradossalmente più americano e legato a doppia mandata con il rumore di Stooges, MC5 e Blue Cheer fatica ad uscire fuori in pezzi come Keep Rollin’ On e Heavy Liquid (titolo poi usato proprio per un cofanetto degli Stooges, NdLYS), quasi incapace di mostrare quella cattiveria primordiale che aveva influenzato suo malgrado legioni di futuri grungers e di musicisti stoner.

O forse soltanto troppo attenta a non scontentare chi aveva voluto tirarli fuori dall’oblio cui erano destinati per portarli, in buona fede, all’obitorio.

Jim Jones continua a guardare l’America dal suo alloggio in Camden Town.

Infilato quasi senza clamore fra le avventure degli Hypnotics e quelle della Jim Jones Revue, Emperor Deb dei Black Moses è uno dei più bei dischi su cui il cantante e chitarrista inglese abbia mai messo mano. Autentica polvere elettrica per la quale il buon Beppe Badino farebbe man bassa di tutti gli aggettivi della sua cartucciera per descriverne il potere scorticante. Black Moses sono un power-trio (con Jones sono della partita Graeme Flyint dei Penthouse e il batterista Chuck B.) capace di accendere folgorazioni cariche di flashbacks Hendrixiani e Stoogesiani. Psichedelia ultra pesante investita da impetuose onde fuzz e vicina a certe violenti escursioni care ai Blue Cheer, agli stessi Hypnotics e ai Mudhoney dei primi due dischi.


L’impatto bruciante del singolo di debutto Eye On You, una scossa elettrica che ti tramortisce i sensi con le sue scariche di distorsioni vintage che riprende certi sbrodolamenti stoogesiani già cari agli stessi Hypnotics imbastendoli su un potente lavorìo di riferimenti seventies, è in parte mitigato dalla presenza di ballate sporche e crespose come Slow MamaStrange Life e Yr Friend ma Emperor Deb mantiene in pieno le promesse di quel 7 pollici.

Suoni assolutamente vintage e un odore di valvole Mesaboogie devastante.
ew! Improved! Black Moses!

Avete presente tutto il rawk ‘n’ roll con cui la Scandinavia si è riempita la bocca e le tasche per un decennio? Bene, tutta quella roba lì viene spazzata via dai Black Moses di Royal Stink. Disco cazzutissimo che si muove sulle stesse coordinate di band come Hellacopters, Gluecifer e Flaming Sideburns e sui loro modelli ispiratori e che se fosse uscito per una etichetta come la White Jazz farebbe gridare al miracolo stuoli di giornalisti che invece lo liquideranno con le poche righe con cui hanno liquidato dei Black Moses anche il disco di debutto da cui questo nuovo album si differenzia per un approccio leggermente più “heavy” senza mai sconfinare nel cattivo gusto.

Però sentite cosa fanno le chitarre su Thru You dove si innestano su un boogie alla Down on the Street saettando l’una contro l’altra.

Oppure ancora come cercano di domare i watt sul pezzo che intitola il disco e come strisciano sporche negli sleaze rock di Can’t Breath, Baj e She Got tha Moves.


O se avete voglia di sguazzare nel fango grugnendo come maiali, fate pure qualche vasca nel catrame di Better Believe mentre Jones indossa le vesti del Mosè Nero. Poi tornate qua e fatemi vedere come vi siete conciati.


Un disco che vi mette a soqquadro la casa, Royal Stink. Approfittando della vostra fede.



Jim Jones è un cane bastardo.

Uno che ha scopato con gli spiriti e respirato la condensa dentro i cellophane dei vinili di Stooges, Blue Cheer e Sonics. Con gli Hypnotics prima, con i Black Moses dopo. È ora la volta della sua band più rock ‘n’ roll.


Rock ‘n’ roll marcio per la precisione. Si chiamano Jim Jones Revue e debuttano con un disco omonimo.


Ricordate i Sonics che a Tacoma polverizzavano gli standard di Little Richard o gli Stones che seppellivano il blues dentro le quattro facciate di Exile on Main St.? Ecco, siamo lì. Il feedback degli Hypnotics è definitivamente evaporato e ora Jim gioca con un boogie feroce e massacrante spalleggiato dal picchiettio honky tonk di Elliot Mortimer, un londinese che sfascia il suo piano e ripara quello degli altri, sulla St. Margarets Road di Twickenham.

Fish 2 Fry è l’incontro definitivo tra gli Stray Cats e i Count Five: teddy boys e ragazzini psicotici che abusano di uno standard hillbilly.

Who‘s Got Mine è Northwest-punk suonato dalla gang di Arancia Meccanica dopo uno stupro di branco.

Cement Mixer è uno stomp coperto dalle bave di Jon Spencer e dell’Iguana.


Iggy Pop è Dio. Lemmy è Dio. Jim Jones è Dio.


Il concetto di volume non esiste. È come lo Yeti o la Befana. Mostri inventati per zittire i bambini e illuderli che il cattivo, il male, l’abominevole, sta altrove.

La Jim Jones Revue non controlla il gain, la Jim Jones Revue ficca i jack dentro i pertugi di un quattropiste, alza tutto e suona. Non ama i preliminari. Non porge fiori e baci perugina ma ti violenta le orecchie e ti fa sciogliere il cerume.

Ed è qui per salvarvi l’anima atrofizzata da troppi dischi che suonano come quei raduni proto-evangelici dove tutti si tengono per mano e fanno il saluto al sole dopo aver raccolto margheritine per i campi.

Dentro l’orinale di Here to Save Your Soul trovate le ghigliottine rock ‘n’ roll dei loro primi tre micidiali singoli e due pezzi nuovi di zecca: Burning Your House Down è uno stopposo blues che tira davvero giù il soffitto, lacerato da una chitarra cafona e dagli zampilli alcolici del piano di Elliot Mortimer, Elemental è uno scolo di scorie punk/blues nauseabonde colate giù dalle taniche di Controversial Negro. Un impatto ecologico devastante.

 

Jim Jones è il Jon Spencer inglese. I Revue, la sua Explosion.

Burning Your House Down invece è l’ennesima fellatio al membro ormai rattrappito del rock ‘n’ roll.

Ora che vi hanno fatto credere sia definitivamente morto e vi hanno obbligato a circondarvi di musiche buone per la vendemmia, adesso che vi hanno detto che il meglio da prendere era stato già preso, Jim Jones torna a sputarvi in faccia con un disco che mette assieme sessanta anni di musica morbosa e debosciata: Jerry Lee Lewis, MC5, Bunker Hill, Stooges, Sonics, Birthday Party, Pussy Galore, Stones, Esquerita.

Tempo di tirar giù le tapparelle e mandare a letto i bambini.


Altro che avanguardie canadesi e disco-wave.

La musica della Revue è un fiotto di sperma di Elvis e non conosce le buone maniere. I volumi rimangono eccessivi, l’aria satura di un’elettricità annichilente, il frastuono smisurato. Come se Jerry Lee Lewis suonasse l’intera scaletta di Raw Power al funerale di Lux Interior.


Per tre anni, su Rumore, la Jim Jones Revue fu esclusiva mia. Poi quando lo stato maggiore si presentò con la museruola, io lasciai il canile e diedero una ripulita a tutto. Non so dunque se qualcuno da quelle parti si sia voluto imbrattare il vestito e le scarpe di smalto con The Savage Heart ma è probabile che si, visto che nel frattempo i dischi della band di Jim Jones erano distribuiti da uno che su quel giornale ci scriveva, anche se sotto falso nome.

Ma delle due label, è la Punk Rock Blues quella col nome giusto, ancora una volta.  Titolo e foto di copertina, svelano il resto: Jim Jones è il cuore selvaggio d’Inghilterra, il Jerry Lee Lewis dell’era post-industriale. The Savage Heart non cede di un passo sulla sfrontatezza del quintetto, anche se c’è qualche passo più meditato ma non meno incerto (In and Out of Harm’s Way, Eagle Eye Ball, Midnight Oceans & the Savage Heart).


Le armi sono sempre ben spianate, anche se adesso ogni colpo è ben ponderato.

La Revue cammina come un branco di lupi rinsecchiti e incattiviti dal digiuno. Forse fareste meglio ad indossare il vestito buono pure voi e confondervi con i buoni cristiani, recitando le preghiere prima di ogni pasto e cacciando via gli infedeli.



Dopo gli Hypnotics, i Black Moses e la Revue, ecco Mr. Jim Jones di nuovo al debutto. Ancora una volta con un disco pronto a tirarvi la sedia da sotto il culo e sfasciarvela in testa. Uno che ha ancora fra i suoi dieci dischi preferiti quelli di Stooges, MC5, Jerry Lee Lewis, Sly Stone, Tom Waits, dei Cramps e le storiche registrazioni di Alan Lomax difficilmente può sbagliare. E infatti con Supernatural non sbaglia.

Il nuovo progetto ha, rispetto ai precedenti, una maggior influenza gotica e noir che caratterizza canzoni spettrali come Shallow Grave e Everybody But Me e che si riversa copiosa dalle copertine così come dai tre video fin qui realizzati dalla band ma i nodi con le precedenze esperienze musicali di Jim Jones non sono stati affatto sciolti o recisi. Gli Stooges e il boogie-rock del Killer sono la base acida dentro cui vengono disciolte canzonacce sbronze come DreamBase Is Loaded Something’s Gonna Get Its Hands On You mentre canzoni come No FoolAldecide o Till It’s All Gone perseverano a sfangare nel gusto peccaminoso del blues assordante e ferroso dei Grinderman. Super Natural conferma la caratura di Jim Jones, la sua grande capacità di rinnovarsi senza mai tradire la fede nel rock ‘n’ roll più abbietto ed esagerato per pose e volumi. Daccene ancora, Lord Jim.



Da vecchio fanatico degli Stones ho cominciato l’ascolto a rovescio, curioso di sentire al lavoro la Gibson Hummingbird di Keith Richards manovrata da Alan Clayton dei Dirty Strangers sulla conclusiva Shazam.

Quello di Alan non è l’unico “guest” del secondo album di Jones con i suoi Righteous Mind ma è ovviamente quello che incuriosisce di più chi, come me, ha amato alla follia un disco come Exile on Main St.

E il pezzo una roba assolutamente fantastica piena di decadente e sozzo rock ‘n’ roll anni Settanta. Del tipo che Iggy Pop praticava con James Williamson quando tutti lo davano per spacciato, per capirci. Del tipo, ancora, che se Jones avesse fatto fuori un disco di questo tenore saremmo davanti al capolavoro.


(S)fortunatamente non lo fa e CollectiV sfuma spesso in una sorta di gotico tarantiniano a metà fra Chris Isaak e Ry Cooder (Going There Anyway, Dark Secrets, Meth Church), nelle consuete canzoni storpie da bucaniere a lui tanto care come Satan’s Got His Heart Set on You e Out Align o si accende addirittura di flashback delle sue vite passate (vedere alla voce Hypnotics e Black Moses) con pezzi come Attack of the Killer Brainz, il gospel bruciato dal fuzz di I Found a Love e la stramba O Genie con cui il buon Jim Jones avanza ipotesi evolutive sul genere, senza tuttavia trovarne una degna di poter fare ipoteche sul futuro.

Dal funambolico performer inglese che finora non ha quasi mai sbagliato un colpo e dalle fiamme sprigionate dal singolo Sex Robot mi sarei aspettato onestamente molto di più e CollectiV mi suona un po’ come una bella occasione sprecata. Come quando inviti qualcuno “per un caffè”. E bevi solo il caffè.   


Franco “Lys” Dimauro

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WOLFMANHATTAN PROJECT – Blue Gene Stew (In the Red)  

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Se i Broadway Lafayette erano già una sorta di supergruppo, il Wolfmanhattan Project lo è ancora di più. A spartirsi onori e gloria con Mick Collins sono stavolta Bob Bert e Kid Congo Powers (oltre a Lydia Lunch che partecipa a uno dei dieci brani) con i quali il musicista di Detroit realizza un lavoro trasversale al pari di quelli dei Dirtbombs.

Un sillabario dove blues, funk, new-wave, elettronica convivono fianco a fianco.

Un parco al centro di Manhattan dove ti può capitare di vedere Brian Eno camminare fianco a fianco con Andre Williams. E insieme, voltare la testa ogni volta che passa qualche bel paio di natiche da guardare.  

Detto questo, è vero che St. Collins i miracoli li ha già fatti tutti e infatti in Blue Gene Stew di miracoli veri non ce n’è. Così come è vero che lo sperimentalismo di Toybee Tile Blues nei suoi otto e passa minuti di tribalismi industriali alla PiL alla lunga risulta noioso e fine a sé stesso.

Però quando i tre vestono i panni di papponi che gli sono consoni (Now Now Now con la voce licantropa di Powers, Stick, Smells Like You oppure quella versione sci-fi-billy di Third Uncle che è I Feel You) scopriamo che ci si può divertire anche al riparo dai miracoli. E che Mick Collins non ha ancora terminato la sua missione.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CRIME & THE CITY SOLUTION – American Twilight (Mute)  

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Rimettersi in strada 23 anni dopo aver smarrito la patente e dimostrare al mondo di saper ancora guidare benissimo.

Non a tutti riesce. Ma ai City Solution riesce benissimo.

E così mentre Nick Cave sembra mostrare un po’ la corda, i vecchi amici/nemici realizzano un discone torvo e cattivo come American Twilight, perfetta colonna sonora per una qualche serie crime girata in qualche periferia americana dove la messa domenicale raduna la peggior specie di criminali avvolti dietro un’aria di apparente vita timorata da Dio. Con mogli e figli al seguito e uno stuolo di mani da stringere all’atto previsto dal cerimoniale.

Pace a te fratello.

Ma pace non c’è, dentro la musica di Crime and The City Solution.

American Twilight è una mantella di pelliccia su cui le tracce del peccato si possono contare una ad una, ad occhio nudo. Un tormento analogo a quello di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua cupa drammaticità in un capolavoro come The Colonel, austero e gotico racconto noir che si eleva a capolavoro del disco. Che è uno di quei dischi da avere a tutti i costi. Che c’è pure una madonnina da mostrare ai più cattolici dei vostri amici. Quelli che, dicevo, stringono la mano al momento convenuto. E poi con la medesima si puliscono il culo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro