GIARDINI DI MIRÒ – Rise and Fall of Academic Drifting (Homesleep)  

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È quasi un paradosso vedere i Giardini di Mirò ascritti alla nutrita, ingombrante e qualunquista lista delle formazioni post rock. Quello che viene “superato”, qui, è lo striminzito vocabolario della critica musicale italiana. Una superficialità che potrebbe costare cara al gruppo emiliano o perlomeno limitare le potenzialità che la loro musica apre.

Apre.

Ecco un bel vocabolo: apre. La musica dei Mirò si apre, letteralmente, si schiude.

Post un cazzo.

Post rock erano i Butthole Surfers che rantolavano sul cadavere dei Guess Who, era James Chance che sputava dentro il sassofono, era Robert Wyatt che si lanciava senza paracadute, nel bel mezzo di una festa. Rise and Fall viaggia su altre linee, ed è musica senza tempo, che non ha urgenza di superare niente e nessuno, la lasci girare nell’aria finché non la vedi diradarsi, dissolvere e poi….blop!….evaporata!!! E dietro si porta tutto il tuo mondo di immagini e ricordi e schifezze e nicotine e baci mai dati e come eravamo romantici prima di diventare quei balordi, pedofili, piromani, matricidi, zoccole, impiegati che la vita ci ha obbligato ad essere. È un disco che mi ha commosso, sul serio. E non mi vergogno a dirlo, nonostante tenga ancora i Dead Kennedys e i Pussy Galore uncinati al cuore e allo stomaco. E succederà anche a voi di perdere il cuore in questi crescendo di trombe e violini, di chitarre e tastiere, in queste ascese e cadute, in queste voragini che si aprono tra un battito cardiaco e quello successivo. Alta, la musica dei Giardini di Mirò, sempre più alta, fino a toccare l’ultima molecola di ozono.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE DURUTTI COLUMN – Circuses and Bread (Factory)  

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Prima di salutare Vini Reilly per diventare il trombettista dei Simply Red (la band di blue-eyed soul formata dagli altri ex-Durutti Tony Bowers e Chris Joyce), Tim Kellett lascia dentro Circuses and Bread il suo testamento artistico, in una lunghissima improvvisazione intitolata Blind Elevator Girl (Osaka). È il sesto album in studio per la band che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente era stata l’orgoglio della Factory e di tutta Manchester assieme ai Joy Division ed è ancora una volta un disco bellissimo, crepuscolare e romantico. È il suono di una piccola orchestra che continua a dilettare il suo pubblico mentre fuori la guerra non le concede il rispettoso silenzio che meriterebbe (Street Fight). I Durutti Column regalano al mondo, ancora una volta, il dono della gentilezza. All’arte, la grazia cromatica del colore sfumato, del mezzo tono, delle tinte pastello. Anche quando azzardano qualche passo di danza (i due movimenti di Dance) lo fanno con un garbo aggraziato ed aristocratico lontano anni luce dalla prepotenza ritmica dei “vicini” New Order. È un mondo solcato dalla stessa decadente raffinatezza dei Tuxedomoon, quello dei Durutti Column. Rigato dalla malinconia e dalla mutevolezza d’umore che ne sgorga. Un piccolo rivolo di mascara che traccia una riga imperfetta ai bordi degli occhi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ULAN BATOR – Stereolith (Bureau B)  

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Il posto disegnato sulla copertina e suggerito da Amaury Cambuzat come il luogo più adatto dove ascoltare il disco, ovvero una piramide tridimensionale immersa nell’Oceano Pacifico, pare esista veramente. Scoperta per caso da un millantato ricercatore argentino scrollando su Google Earth proprio mentre gli Ulan Bator erano al lavoro per questo loro nuovo disco. Che la si possa raggiungere in qualche modo è poco probabile ma è certo che per ascoltare la musica della formazione franco-italiana occorre davvero proiettarsi idealmente in una dimensione parallela. Essere preparati ad accogliere lo stupore e la meraviglia. E ad affrontare le intemperie di un viaggio degno di tale nome.

Cambuzat è un agitatore musicale la cui coerenza e tenacia è paragonabile a quella di Michael Gira e Colin Newman. Fiero di solcare un mare poco navigabile e pochissimo navigato, costretto a cambiare ciurma ogni volta che è il momento di levare le ancore, pur di andare. Per questo nuovo viaggio si è portato Mario Di Battista dei Saint Ill e il Sergente Zags dei Captain Mantell, complici nell’ormai avviata manovra tesa a rendere la musica degli Ulan Bator sempre più paesaggistica e cinematografica, proseguendo nella costante abiura dal rumore in favore della reiterazione e del minimalismo ritmico e armonico. Ovvio quindi che si senta l’eco dei pionieri krauti così come pure certi rannicchiamenti post-rock di gruppi come June of 44 o Tortoise.

Ombrosa ma mai veramente quieta, la musica degli Ulan Bator.

Mai serena.

Condannata ad errabondare in eterno, senza conoscere dimora.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

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Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MARK HOLLIS – Mark Hollis (Polydor)  

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Nel 1998 Mark Hollis decide di diventare invisibile.

Lui che era stato alla guida di una delle band più esposte degli anni Ottanta, decide di mettere la sua ultima firma su un disco e poi chiudersi in casa. Regala qualche nota di pianoforte agli amici Phil Brown e Dave Allison ma chiede loro di usargli la cortesia di citarlo con un nome finto e, quando James Lavelle gli domanda di partecipare al nuovo disco degli U.N.K.L.E. lui, che è un uomo perbene, non sa dire di no. Purchè il suo nome non venga menzionato.

Non ci saranno altri Mark Hollis (nonostante un piccolo cameo strumentale per la colonna sonora di Boss curata da Brian Reitzell qualche anno dopo, NdLYS) se non per la sua famiglia.

Mark si accomiata con un disco disadorno, elusivo e silenzioso. Un album che fa definitivamente tabula rasa di ogni orpello per mostrare l’anima nuda di chi lo ha pensato e porta a compimento la lunga e sbalorditiva metamorfosi della crisalide Talk Talk. Un album in cui il silenzio merita lo stesso riguardo devozionale delle sparute note che servono a dargli un vestito, in un processo di psicosintesi dove entrambi vengono messi sullo stesso piano cognitivo e in una strettissima relazione simbiotica.

Un disco che non passerà in radio, se non a notte fonda, quando i nostri pensieri si sono accucciati dentro il loro guscio di piume d’oca e meritano di essere accarezzati per dar loro la forma desiderata.

Un disco dove ogni strumento mostra un po’ dell’anima di chi dentro ci ha soffiato o sul suo corpo di legno, di avorio o di ottone ci ha passato sopra le mani lasciando piccole impronte concentriche simili a minuscoli cerchi di acqua, quando sul lago cade la prima goccia d’autunno.  

 

                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE TELESCOPES – Hungry Audio Tapes (Hungry Audio)

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Chi ha seguito le vicende dei Telescopes successive a quel capolavoro perverso che fu Taste avrà familiarizzato con la mutazione genetica cui Stephen Lawrie ha sottoposto la sua band. L’agghiacciante assalto al rumore bianco dei loro primi dischi, una colata lavica in cui Elevators e Velvet si fondevano in un unico ammorbante fiotto elettrico, ha ceduto il passo a una diversa forma di “elevazione” psichedelica che non esiterei a definire post-rock se non fosse che i Telescopes sono in giro da quando gente come GYBE o Mogwai pisciavano ancora il letto. Un suono che si aggira spettrale in queste boscaglie di drones mutanti, sterpi elettroniche che alitano pesanti (Household Objective) aggrovigliate nelle maglie di moog, theremin e beat pulsanti dentro cui i respiri di Stephen e Jo sembrano precipitare. Loro sono i Suicide dell’età del silicio.

Franco “Lys” Dimauro

 

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TORTOISE – TNT (Thrill Jockey)  

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Non so voi, ma io non sempre ho voglia di sentir parlare. Non è esattamente bisogno di silenzio, ma di un’accidia, un’indolenza legata proprio all’interazione con qualche forma di voce umana, anche se sputata fuori da una cassa acustica.  

Ecco, in quei momenti che possono durare anche giorni, concedo spazio, molto spazio, a musicisti muti. Come i Tortoise. Che degli uomini non hanno neppure il nome, ma solo il gorgoglio dei loro intestini. TNT è quello che io considero il loro capolavoro. Perché è davvero come stare in veranda e guardare tutto il mondo, dalle spiagge caraibiche alle foreste africane, dalle terre del flamenco alle onde dell’Oceano, passare. Un intero documentario tridimensionale sulle meraviglie del mondo, senza che nessuno apra bocca per raccontarti come facciano gli istrici ad accoppiarsi senza pungersi o dove vadano a riposare le meduse che sono infinitamente belle ed infinitamente odiate, come spesso ci sentiamo noi, anche dopo che il disco dei Tortoise ha finito di smerigliare dentro il nostro lettore cd.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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RADIOHEAD – A Moon Shaped Pool (XL)  

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Discograficamente un anno decisamente impegnativo questo 2016. Un calendario perpetuo di esordi e rientri in scena che non conosce soste. Quello dei Radiohead (preceduto da una temporanea sparizione dalle piattaforme social che ha generato una cascata di reazioni a catena, ad indicare che molti, moltissimi occhi erano puntati su di loro) occupa la casella dell’8 Maggio, anche se il disco sarà disponibile solo all’inizio dell’estate, dando fisicità a ciò che è invece divenuto sempre più impalpabile e cangiante. Tanto da lasciar supporre con buoni margini di precisione che a quella data, le canzoni di A Moon Shaped Pool saranno già diventate altro, cosa che è già da quando la band le ha presentate per la prima volta su un palco.

Più di cinque anni di attesa dunque, dal precedente The King of Limbs. Ben tre lustri da quando hanno lasciato la terra e si sono messi tra noi e le nuvole a far piovere.

Ora, raccolgono molta di quella pioggia in questa piscina. E ci chiedono di bere.

Dentro queste acque lunari si muovono undici pesci dal corpo vitreo e dardeggiante.

Undici canzoni bellissime dove ricami acustici che sembrano evocare Skip Spence, Nick Drake, João Gilberto, Motorpsycho e Zeppelin, crepitii e sbuffi elettronici, bassi plumbei, boccioli di pianoforte fioriti sotto una primavera lunare e la solennità triste degli archi vanno a conciliarsi col piagnisteo di Thom Yorke creando maestose e prismatiche cattedrali moderne come Ful StopThe NumbersPresent TenseDecks Dark e Desert Island Disk.

 

Un acquario pieno di meduse e coralli dove si può decidere di tuffarsi ad affogare.

Con in testa non una ma un buon paio di cuffie.

E i vecchi amici lì fuori, a battere sul vetro credendo tu stia bluffando, come sempre.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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ULAN BATOR – Abracadabra (Overdrive/Acid Cobra)  

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Un altro disco di canzoni che non puoi cantare, l’ultimo di una lunga serie che il gruppo francese naturalizzato italiano ci porge, stavolta col cuore in mano. Parole sussurrate, spinte in bocca da una contrazione gutturale, poi deglutite come un boccone amaro, dando un’ombra inquietante a quegli accenti che sono una promessa non mantenuta di romantica raffinatezza rococò.

Abracadabra è il nuovo giro tra le catacombe del post-rock, in questi luoghi in cui qualcuno sembra aver camminato, forse addirittura marciato e di cui è rimasta solo un’eco che risuona fra le pietre di silice e il tufo. Popoli venuti in pace e popoli andati in guerra, spinti dal suono di una ghironda e dal battito dei tamburi dei Can. Rintanati a cercare riparo in questi fiumi sotterranei dove l’alba non viene ad avvisarti e le paure diventano una qualche forma scalfita sulla selce. Un piccolo accampamento di uomini separati dal ruggito del mondo, educati all’attesa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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