THE LIARS – Never Looked Back (Area Pirata)  

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Al ritorno in scena dei Liars dedicai una recensione che, per le esplicite allusioni sessuali, non troverete mai nella cartella stampa della band pisana. Sappiate comunque che era una dimostrazione di entusiasmo. Quel rientro in pista del 2010 era un rientro che sembrava, vista anche l’esigua durata, destinato ad essere estemporaneo. Invece ecco adesso l’album che porta a compimento quell’abbraccio tentato fra Alessandro Ansani e Pier Paolo Morini e che porta a cifra tonda il numero di quelle tracce, aggiungendo ben otto canzoni.

Never Looked Back è un’immersione in quelle acque rigeneranti di certo power-pop. Non sono i primi “veterani” a decidere di volare come api attorno a quel fuco. E non saranno gli ultimi. Il suono dei “nuovi” Liars si muove in questa terra di nessuno dove il power-pop si fonde con certo glam e qualche vecchia reminiscenza del più classico guitar-sound degli anni Sessanta pur di sopravvivere all’assalto feroce del punk e dell’hard-rock da un lato, alle sabbie mobili del pop più becero dall’altro, sconfinando nei terreni coltivati dai Rain Parade e Three O’Clock

Pezzi come Cruisers of the Night, I Say to You, What Have You Learned, She Never Cries, He Never Smiles, Judge Your Way vanno proprio in quella direzione. Tenendo Alice al guinzaglio e mollando le briglie a un bel chitarrismo colorato che è il suono del Paese delle Meraviglie che le cresce attorno, avvolgendola.

Un po’ come accade ai Liars sulla copertina del loro album.

Un po’ come succede a noi che lo ascoltiamo.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOMMY AND THE COMMIES – Here Come (Slovenly)  

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I fratelli Jeff e Mitch Houle suonano negli Statues, piccola gloria power-pop dell’Ontario. Il primo inoltre è l’uomo dietro il progetto Strange Attactor, garage suonato e registrato in casa mentre fuori il grande lago dorme.

La nuova avventura dei due fratelli esordisce sotto la bandiera della Slovenly e farà drizzare le orecchie e mi auguro qualcos’altro ad ogni fan sfegatato degli Undertones. Sono otto canzoni, in parte già pubblicate su una di quelle cose che nessuno ordina più e che si chiamano demotape e che, tutte assieme, sforano di poco il quarto d’ora. Per dire che di fronzoli, qui dentro, neppure l’ombra.

Però le canzoni sono davvero eccezionali.

Essenziali, scattanti e squisitamente immerse nel barattolo di miele punk che fu proprio della band irlandese ma anche di formazioni come Buzzcocks e Jam. Canzoni come Straight Jacket, Hurtin’ Boys con quel ponte alla Eyes (ogni tanto lasciatele perdere le solite enciclopedie del rock che parlano solo degli Who) o Suckin’ in Your 20s sono perfetti come una terza di seno. Rotonde senza sovrabbondanze. Otto piccoli capolavori per un disco immenso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REAL KIDS – The Real Kids (Red Star)  

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Marty Thau non verrà mai celebrato abbastanza.

Classe ’38, newyorkese purosangue, fu l’uomo che gestì della gente ingestibile come le New York Dolls prima di lasciarle in mano a Malcolm McLaren quando erano già in decomposizione e di passare al management di Blondie, Ramones e Richard Hell. Tutta gente abbastanza disgustosa che Marty riusciva a mettere in riga rispettando un malumore e un’energia che erano condivisi.

Ma, soprattutto, Marty fu l’uomo grazie al quale oggi possiamo parlare dei Fleshtones, dei Suicide, dei Real Kids, le tre band messe sotto contratto per dare il via alla sua etichetta discografica. A differenza dei primi due, i Real Kids venivano da Boston, la città dei Remains, dei Cars e dei Modern Lovers, il gruppo di Jonathan Richman dove John Felice suona quando ha appena compiuto quindici anni. È proprio l’amico Jonathan a suggerire a Felice i nomi dei musicisti con cui può finalmente suonare le canzoni che si ostina a scrivere da ormai quattro anni buoni: Allen “Alpo” Paulino, Howard Ferguson e Billy Borgioli.

Assieme a loro John Felice si esibisce al Rat ogni settimana (l’atmosfera del locale viene “condensata” su una compilation curiosamente pubblicata in Italia dal titolo Live at the Rat, con dentro pure i DMZ e i Thundertrain di Rick Provost, NdLYS) scaricando a terra l’amore per il punk che nel frattempo si è impadronito di lui grazie all’uragano Ramones, affiancandosi all’amore per la musica di Eddie Cochran e dei Troggs che erano già punk senza che nessuno gli avesse messo sopra la targa.

Sempre assieme a loro incide per la Red Star l’omonimo album di debutto. Canzonette sfacciate dove l’attitudine è quella delle garage band che il punk ha appena rimesso in moto. All Kindsa Girl, Reggae Reggae, Solid Gold (Thru and Thru), Taxi Boys, Roberta, Do the Boob, My Way, She’s Alright sono il trionfo dello spirito del rock ‘n roll per teenager. Spericolato, assetato di sesso e di divertimento sfrenato, come nei primi dischi dei Dictators, degli Stones e degli ACϟDC. Nulla più del necessario, come quando a sedici anni vai in spiaggia e porti solo infradito e costume, che anche il telo mare è stato inventato solo per godere di meno.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SLICKEE BOYS – Cybernetic Dreams of Pi (Twin/Tone)    

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Illogici già nell’immagine ma ancor più nelle copertine e nei suoni che ficcavano dentro i loro dischi, gli Slickee Boys furono una di quelle band “trasversali” che spuntarono fuori dal calderone punk americano. Uguali a nessuno, neppure a loro stessi. Cybernetic Dreams of Pi è il loro disco-capolavoro, dopo un modesto album di debutto affidato alla voce sgraziata di Martha Hull. A riportarli in pista dopo un po’ di anni è Mark Noone, cantante non talentuoso ma carico di personalità e anche abile scrittore di canzoni in precario equilibrio fra rockabilly, surf, sci-fi e pop anni Sessanta. Quando la Twin/Tone se li mette in casa è il 1983, con il revival garage-punk che spinge sotto e quindi spesso gli Slickee Boys, per certi loro strambi riferimenti al suono di quella stagione, verranno infilati in quel calderone, “addossati” a band dai riferimenti stilistici ben più precisi. In realtà, vista la natura delle loro canzoni e di quell’aberrante look al crocevia fra i Mothers of Invention, la Alice Cooper Band, i Tina Peel e i Dictators, gli Slickee Boys finiscono per non venir adottati da nessuno. Finendo per diventare la classica “band di culto” e senza mai uscire da quella condizione. Del resto, tra famiglie e lavoro, per tutti loro quello degli Slickee Boys è più un passatempo che una professione, tanto che sbarcheranno in Europa solo nel 1988.

Poco importa, perché per chi si imbatté nei loro dischi, questo su tutti, non fu difficile innamorarsi di canzoni come Nagasaki Neuter, Escalator 66, Life of the Party, When I Go to the Beach o Say Goodbye dentro le quali riuscivano a convivere fianco a fianco, a volte addirittura nello stesso letto a castello, i Ventures, gli Angry Samoans, i Barracudas, i Fleshtones, gli Shoes e i B-52’s.

Tutti col sorriso sulla faccia, felici di aver trovato casa comune. E di aver dato l’indirizzo solo a pochi amici.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE JETZ – The Anthology 1977-79 (Queen Mum)  

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Per quanti, come me, amano alla follia le cosiddette “one-hit wonders” ovvero le band destinate ad essere bandite da qualsiasi enciclopedia dedicata ai migliori album di qualsiasi stagione semplicemente perché tecnicamente non ne hanno mai inciso alcuno, gli inglesi Jetz sono una vera leggenda.

Lo sono sicuramente per me. E a me delle vostre leggende interessa poco o niente, soprattutto se sono quelle che postate in rete man mano che il tristo mietitore le aggiunge al suo raccolto. Nati nel 1976, col vento punk che è ancora una bonaccia e morti meno di tre anni dopo quando invece quel vento ha sradicato quasi tutto, i Jetz realizzarono un solo singolo nei primi mesi del 1978 che curiosamente la EMI decide di pubblicare in ben cinque stati europei ma non nella loro Inghilterra. Vai a capire il perché. I due pezzi destinati a quel singolo (il secondo dei quali viene però sostituito in fase di stampa) sono però tra i più belli di tutto il power-pop inglese e sono quelli che, ovviamente, danno il via a questa raccolta fortemente voluta dalla Queen Mum che si è presa la briga di contattare Den Pugsley per farsi consegnare quanto c’era ancora di buono nel suo archivio personale. E di roba buona ce n’era, gloriaddio.

The Anthology 1977-79 ha infatti una dozzina di bellissime pepite che faranno la gioia di quanti stravedono per band come Only Ones, Knack, Undertones, DM3, Real Kids o per i più recenti Sick Rose.

Dodici canzoni bellissime che mostrano capacità melodiche davvero disarmanti e chitarre che hanno sempre qualcosa da dire. E sempre di meno scontato di quanto ogni giorno vi capita vostro malgrado di dover sentire.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

KURT BAKER COMBO – Let’s Go Wild! (Wicked Cool)  

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La via maestra è quella tracciata da Nick Lowe e dai Rockpile. Una strada che Kurt Baker percorre tra l’altro ormai da quasi una decina d’anni ovvero dallo scioglimento dei Leftlovers, sua prima band, in avanti. Più recente è la nascita del Combo, formazione messa su nella sua nuova patria Madrid. La musica però non si è spostata di molto dal power-pop dei suoi primi dischi solisti se non per un taglio leggermente più garage/glam esibito in qualche occasione (quella sorta di Spirit in the Sky 2.0 di Gotta Move It e, appena più in basso A Girl Like You e WDYWFM) e che sono fra i momenti migliori di un disco per cui si può invece affermare, sovvertendo un luogo comune, che zucchero guasta bevanda. Sono infatti le canzoni dove il gusto per la melodia appiccicosa si fa troppo evidente quelle che, piacevoli ai primi ascolti, finiscono per stufare col perpetuarsi della pratica d’ascolto.

Le cose belle però non mancano.

La migliore in assoluto si intitola Beg to Borrow ed è una di quelle robette che odorano dell’Inghilterra che passava accanto al punk imbrattandosi quel tanto necessario per dare un po’ di tanfo al suo power-pop. Elvis Costello, Nick Lowe, Joe Jackson, quella roba lì. Poi quel trittico di cui vi dicevo. E anche Don’t Say I Didn’t Warn Ya, veloce e contagiosa pisciata nell’orinale dei Rezillos.

Poi è ovvio che il nuovo a tutti i costi non passa da qui. E che il nuovo a tutti costi è spesso una bufala colossale.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE REPLACEMENTS – Il grande romanzo americano (con cadavere)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ a Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura.

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

 

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce a Stink, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

Di tutto quel che è il “sottobosco” underground americano degli anni Ottanta, i Replacements sono i primi in assoluto a firmare e pubblicare un album per una major, anticipando di fatto i R.E.M., i Sonic Youth e gli Hüsker Dü. Ad accaparrarseli è la Sire, l’etichetta che ha tenuto a battesimo il punk newyorkese pubblicando i dischi di Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders e Talking Heads e che nel 1980 è stata acquisita in toto dal gruppo Warner. Ma gran parte dei soldi (125.000 dollari) che la Sire investe sui Replacements vengono in realtà dai proventi immensi dovuti alle vendite di Like a Virgin di Madonna. La candidatura di Alex Chilton in veste di produttore di Tim, il disco che inaugura il contratto, viene presto abbandonata in favore di Tommy Ramone. L’addio al mondo indipendente e alle college radio che hanno sostenuto la scena è scritta sui toni di una delle migliori power-songs del disco intitolata Left of the Dial. Gli altri inni fragorosi della stagione si chiamano Kiss Me on the Bus, Bastards of Young e la sottovalutata Hold My Life che apre l’album in maniera atipica, evirata da qualsiasi incipit, come se la band avesse fretta di proseguire il discorso interrotto per motivi di durata sul disco precedente. Cosa che in effetti è. Eppure qualcosa non funziona. Anzi no, al contrario, funziona troppo bene.

È questa la cosa che rende quel che è universalmente ritenuto il capolavoro dei ‘Mats un capolavoro a metà. L’enfasi sulla ritmica, ovvio retaggio del trascorso musicale del produttore, sembra trascinare tutta la band verso terreni più composti, più ordinati, più strutturati, fino a rasentare la banalità rock ‘n roll in I’ll Buy, il grottesco hard-rock in Dose of Thunder, il plagio di Spirit in the Sky nella quasi omonima Waitress in the Sky. Ad un ascolto lucido, imparziale e scevro dal fanatismo siamo davanti alla copia in bella del disordine autarchico che regnava nel disco precedente.

È come se sul luogo dell’incendio fossero arrivati i Vigili del Fuoco e noi stessimo lì a guardare ammirati il rogo che tarda a spegnersi ma che, inevitabilmente, verrà domato. Si approssima la morte, in qualche modo, i Replacements si trasformano in qualcosa d’altro.

Jung, are you?

 

Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

Nel 1989 i Replacements si cacciano nella selva oscura delle band mainstream, giungendo all’ultimo approdo di quella scoperta della melodia che si era dapprima insinuata tra le crepe del loro muro hardcore come gli spiriti attraverso le fessure degli specchi rotti e, dopo aver ridefinito gli equilibri col rumore punk, adesso aveva completamente addomesticato l’urgenza giovanile dei primi anni trovando terreno sgombro e pronto alla semina nelle nuove, docili canzoni di Paul Westerberg.

Don’t Tell a Soul è il disco con cui i Replacements diventano “di tutti” in virtù di melense ballate come They’re Blind (praticamente Fatti più in là delle Sorelle Bandiera in versione roots, NdLYS) e Rock ‘n Roll Ghost, o sdrucciolevoli strade sterrate sulle quali sembra debbano posteggiare da un momento all’altro i pick-up di Bryan Adams o degli Inxs (I’ll Be You, Achin’ to Be, I Won’t, Anywhere’s Better Than Here). Se in lontananza doveste sentire sgommare un fuoristrada che sta invertendo la marcia, sappiate che è il mio.     

 

All Shook Down esce a poche settimana da No Depression, il disco di debutto degli Uncle Tupelo che avrebbe per un certo periodo battezzato un intero filone di musica alternativa che guardava alla musica roots americana. E l’atto finale dei Replacements trova subito dimora dentro quelle stanze dove giovani artigiani si mettono a restaurare vecchia mobilia folk e country. Loro sono un po’ più anziani ma quel lavoro lo conoscono già bene, perché dopo aver raschiato il punk acceso degli esordi fino a levigarlo su un power-pop ancora pieno di schegge legnose, hanno deciso di puntare al suono acustico del vecchio folk, indicando una rotta che farà presto nuovi proseliti.

All Shook Down è il famoso “disco dei Replacements” cantato da Federico Fiumani e fondamentalmente recensito nel miglior modo possibile, il disco rimasto in vetrina perché ritenuto avvedutamente non essenziale. E del resto chi si avvicina ad un disco dei Replacements dopo Don’t Tell a Soul, lo fa ben consapevole che i dischi dei ‘Mats non sono più necessari, non hanno più quella vibrante urgenza giovanile di Stink o di Let It Be. Suonano già come suoneranno i loro concittadini Soul Asylum da lì a breve. Facendo molti meno soldi però.

Neppure loro esistono più come entità collettiva.

Westerberg li tiene a libro paga.

Mercenari al soldo del vecchio leader che ormai scrive tutto da sé. E scrive roba senza entusiasmo come Someone Take the Wheel, Sadly Beautiful, Attitude, Bent Out of Shape o The Last che è, nei fatti, proprio l’ultima canzone dei Replacements.

Poi, uno ad uno, escono dallo studio.

Westerberg per ultimo.

Sistema un sacco della spazzatura all’angolo del marciapiede.

E va via.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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HOODOO GURUS – Io ballo coi canguri  

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Shake Some Action,  

Psychotic Reaction, 

(I Can’t Get No) Satisfaction,

Sky Pilot,

Sky Saxon,

Blitzkrieg Bop,

Jailhouse Rock,

Stop at the Hop,

Bluejean Bop.

Get Off of My cloud,

Twist & Shout,

Ride a White Swan,

Get It On,

Born to Lose,

Summertime Blues,

Blue Suede Shoes,

Waiting For My Man,

Can the Can,

I Wanna Hold Your Hand,

Sam the Sham,

When You Walk in the Room,

Sunny Afternoon,

Tutti Frutti,

Sugar, Sugar,

Talk, Talk,

Money Honey,

Under the Boardwalk,

Short Shorts.

Sottocultura pop e trash si mischiano insieme, negli Hoodoo Gurus, la più folle, geniale e irresistibile guitar band australiana degli anni Ottanta. Quando, dopo gli aggiustamenti di nome e formazione, esce fuori Stoneage Romeos, i Gurus conquistano tutti: pubblico, critica e musicisti diventano fan accaniti, cuccioli famelici del tirannosauro della fantastica copertina che sostituisce i colori flower-power delle band Paisley con quelli ancora più accesi dei cartoon giapponesi.

Nessuno dopo Little Richard potrebbe usare un vocabolario come Katoomba, Macumbah, Umgawah!, Leilani – crula-bula-ulladulla-wok-a-tai Aba-laba-laba, Hut! e sperare di farla franca. E nessuno è in grado di scrivere una canzone su un amore finito e farla suonare come la più allegra canzone del mondo (My Girl). Nessuno può parlare di cose improbabili come sacrifici umani, kamikaze che si schiantano su atolli desolati, incubi spectoriani dentro camere d’eco, caverne perdute nell’isola di Zanzibar o navi fantasma che affondano al largo del Pacifico e confidare nella stima di qualcuno che non sia nella lista degli ospiti di una casa di cura per malati mentali.

Nessuno tranne loro.

Recisi i ponti col recente passato punk, James Baker e Dave Faulkner decidono di recuperare i detriti rock ‘n roll, beat e power pop della loro fanciullezza.

Perché è matematico che se a venti anni ti imbatti nei Cramps, nei Ramones e in Johnny Thunders, a dieci anni hai sentito passare in radio gli Stones, i Count Five, i Remains o Paul Revere and The Raiders, a quattordici i T. Rex e a sedici Suzi Quatro e i Knack.

 

Ed è fortemente probabile che, prima di diventare un politico ancora più merdoso di quelli contro cui sputavi da adolescente o uno stimato professionista con i dischi di Enya o Elton John in filodiffusione nel proprio studio, vuoi suonare come loro.

Come TUTTI loro.

Anche Brad Shepherd sogna la stessa cosa, ovviamente.

E ha già provato a scrivere canzoni idiote sulla macumba subtropicale (Bwana Devil) ai tempi degli Hitmen che, guarda tu, avevano in repertorio buona parte della lista di (Let’s All) Turn on.

Stoneage Romeos luccica così di chitarre scintillanti (I Want You Back) e mesce nei criptici riverberi crampsiani (Dig It Up), pompa energia beat (Death Ship) e scoppia in aria mille bolle di bubblegum (I Was a Kamikaze Pilot) sciorinando una lista di perfette canzoni pop dalle ambientazioni più astruse e legate a doppio filo con l’immaginario old-fashioned dei film di culto degli anni ’50 e ’60 (Bird of Paradise influenzerà Leilani, così come Gidget Goes Ape sarà da ispirazione per My Girl, NdLYS) o con l’interesse maniacale di Dave per le vicende della Seconda Guerra Mondiale (Tojo e I Was a Kamikaze Pilot).

Dopo essere diventata la seconda Detroit, Sydney diventa adesso la nuova California.

Benvenuti nel colorato mondo degli Hoodoo Gurus.

Lasciate a casa gli spolverini.

E allora? HooDoo you love?

 

Con l’arrivo di Mark Kingsmill gli Hoodoo Gurus si preparano a trasformarsi da eccezionale band di culto a band eccezionale.

Abbandonata la visionarietà del disco di debutto, la scrittura di Dave Faulkner si fa matura, classica, cristallina e perfetta come quella dei suoi eroi: Byrds, Db‘s, Kinks, Flamin’ Groovies, Plimsouls, Beat.

Dolce/amara come il pezzo che apre la nuova raccolta.

Fuori, tutto il mondo si inginocchia al suo genio.

Fleshtones, R.E.M., Elvis Costello, Barracudas, Dream Syndicate, Flamin’ Groovies, Bangles, Ramones dichiarano il proprio amore alla band australiana. Nessuno si annoia quando gli Hoodoo Gurus salgono sul palco con le loro camicie paisley e il loro carico di energia positiva.

Il primitivismo dichiarato su Mars Needs Guitars! (l’intero album ma anche il manifesto programmatico che è la title-track) è lontano da quello orgogliosamente esibito dalle band garage-punk che spopolano in quello stesso istante.

Gli Hoodoo Gurus infilano le mani nel baule arrugginito del rock ‘n roll e tirano fuori ogni cosa che gli piace. Come dei bambini nella ludoteca dei loro sogni, non hanno bisogno di ordinare per genere. I cowboys a cavallo (Hayride to Hell) possono benissimo stare accanto agli attrezzi da spiaggia (Like Wow-Wipeout), il fantoccio di Tarzan (In the Wild) fianco a fianco con le astronavi spaziali (Mars Needs Guitars!), i tamburi africani (Poison Pen) accanto alle macchinine decappottabili (Death Defying). Gli echi crampsiani degli esordi hanno ceduto il passo a un power pop condito con le più belle chitarre e le migliori armonie vocali del decennio. Le palme californiane che i Gurus hanno piantato nel deserto australiano non fanno ombra. C’è un sole cocente che arroventa la sabbia e che dipinge miraggi di spiagge e onde solcate dai surf, canyon di roccia rossa e liane ciondolanti da giungle inospitali.

Marte è salvo. La Terra pure.        

Bring the Hoodoo down!

 

Esiste una legge non scritta ma molto sfruttata, spesso a sproposito: è quella secondo cui un bel disco lo riconosci ascoltando in sequenza gli incipit di ogni brano. Venti secondi per pezzo e capisci già se quel disco ti resterà sullo stomaco per millenni, se dovrai tornare a spiluccarlo perché ti stuzzica il palato anche se al primo morso ti sa di cartone pressato o se invece te lo porterai dentro per tutta la vita, come quel sapore di surrogato di cioccolato delle Girella o quel gusto di liquirizia molle e appiccicosa delle mou da cinque lire della bottegaia sotto casa. Attenti, perché c’è gente che scrive intere recensioni usando solo questo metodo.

Non perché siano più bravi, ma solamente più pigri.

Ora provate l’esperimento su questo disco per capirne l’efficacia.

Del disco, non dell’esperimento, zucconi!

Blow Your Cool! è un investimento sicuro, fuori dalle logiche del Dow Jones. È un pacchetto di felicità tascabile, da portarsi dietro e tirare fuori quando serve. Come i goldoni ritardanti. È il toccasana per le giornate storte, per i viaggi in auto, per le feste che si stanno alterando in abbiocco.

Musicalmente è  quello che io chiamo l’“approdo americano” dei Gurus.

Un omaggio brillante alla febbre Paisley che aveva rigenerato la roots music americana. Una riscoperta delle radici che i Gurus avevano già abbondantemente collaudato nei due album precedenti ma che qui si compie in maniera definitiva pur senza sacrificare lo smalto e la lucidità del classico Hoodoo-sound e coinvolgendo in prima persona la “manovalanza” del movimento (le Bangles al gran completo e i Dream Syndicate). Le chitarre scintillanti di Brad Shepherd e Dave Faulkner sono al massimo della forma e sembrano luccicare come enormi dobro sotto la caligine del deserto texano. La scrittura è versatile e agile, dalla classica ballata da bivacco di Come On fino al cheerleading-style di Good Times passando per l’impetuoso assalto garage di Where Nowhere Is, le cupe arie western di My Caravan, il cowpunk baluginante di Out That Door, la power ballad perfetta What‘s My Scene che è una miniatura dei Lynyrd Skynyrd seduti sotto le fronde degli eucalipti, l’ariosa I Was the One, il passo implacabile e nevrotico della polverosa Middle of the Land.

Canzoni che ti si piazzano in testa e che ti puoi divertire a cantare e strimpellare sulla chitarra. Roba che crea sudditanza per la semplicità di cui è pregna e per l’efficacia con cui ti avvolge, malgrado cominci a sentirsi una certa puzza di lacca che si farà via via più forte, coi dischi della senilità.

Un disco facile, si. Il difficile semmai è scollarselo da dosso.

 

Un gioco di parole e una stramba copertina che sembra voler parodiare il famoso logo dei Fuzztones inaugura il nuovo contratto con la RCA: Magnum Cum Louder pur con un suono più incattivito non tradisce l’abilità e la classe pop degli Hoodoo Gurus.

Lo rivela subito, in apertura, Come Anytime.

Chitarre scintillanti e melodia a presa rapida che naufragano in un mare di increspature Hammond.

Gli Hoodoo Gurus si presentano agli esami di maturità puntando sul sicuro.

E non sbagliano.

Another World, a ruota, rilancia sulla stessa linea confermando l’incapacità di Faulkner di scrivere una sola canzone men che bella.

Il suono si inasprisce con Axegrinder con un Brad Shepherd incontenibile e i tamburi di Mark Kingsmill che gridano pietà. Glamourpuss è un attacco garage impetuoso e deragliante, sostenuto nell’altra facciata dai suoni più roots dall’altrettanto grintosa I Don‘t Know Anything guidata da un Faulkner che riesce sempre a risolvere tutto con un gusto melodico senza pari.

L’altra perla pop del disco si intitola All the Way e, se fosse esistito un Dio giusto nel mondo delle classifiche, avrebbe dovuto sterminare le folle invece di restare a girare per mesi sul mio piatto.

Baby Can Dance è invece una ballata che si apre e si chiude quasi come un Zeppelin acustico così come Hallucination si copre di chitarre slide che sembrano voler richiamare il blues elettrificato dei Led Zeppelin più giovani.

Una tesi di laurea sulla pop-song perfetta discussa con stile e cognizione di causa.

Promossi con lode. E con bacio in fronte, ora che i capelli cominciano a farsi più radi, Dottor Faulkner.

 

‘Kinky’ conferma il parziale indurimento del suono avviato con l’approdo alla corte della RCA. L’enfasi dei solo di Brad Shepherd e la pressione della batteria di Mark Kingsmill sono adesso il nerbo del suono dei Gurus mentre le liriche di Dave Faulkner perdono la follia da cartoon dei primi dischi in favore di testi sempre più intrisi di amore.

È un processo irreversibile di banalizzazione che aggiunge lacca e vernice al sound della band australiana snaturandone un po’ lo spirito iniziale ma ‘Kinky’ rimane un disco dignitoso, pur non mostrando alcuna idea veramente nuova (anzi, riciclando senza che nessuno se ne accorgesse la Little Girlie Pearl dei nostri Sick Rose per l’introduttiva cavalcata alla MC5 di Head in the Sand, NdLYS) e facendo leva sull’ormai riconosciuta capacità di Faulkner di scrivere canzoni a presa immediata (qui vincono 1000 Miles AwayA Place in the SunI Don’t Mind sulle altre).  

Per la prima volta però i Gurus bucano l’appuntamento col primo posto in classifica nelle charts di musica alternativa, spodestati da un altro disco lambiccato come Out of Time dei R.E.M..

È l’inizio della bassa pressione che porterà ai dischi più appannati della loro carriera e all’ibernazione del cadavere di una delle migliori guitar-band dell’Australia.  

 

La copertina di Crank anticipa di un lustro buono l’iconografia hot-rod di una label come la Gearhead tradendo il desiderio della band australiana di attirare l’attenzione di un pubblico affascinato dal suono roccioso e grasso di certo highway-rock.

La scelta di un sound più muscoloso inaugurata con Magnum Cum Louder e proseguita con ‘Kinky’ è dunque più che uno sfizio temporaneo. Cosa ribadita dalla scelta di affidarsi, per Crank a un personal trainer come Ed Stasium. Roba come Form a Circle, I See You e il singolo Right Time sono in effetti quanto di più duro inciso fino a quel momento dai Gurus. Eppure, nonostante le alterazioni cui la band decide di sottoporre il proprio repertorio, la classe nello scrivere enormi power-songs dalla presa immediata rimane ineffabile così come solo deformati dai volumi risultano i riferimenti a band come Flamin’ Groovies, Fleshtones, Big Star piazzati lungo il disco e dentro piccole, meraviglie bubblegum come Crossed WiresGospel TrainHypocrite Blues (con Steven dei Redd Kross alla voce), The Mountain.   

 

L’apertura affidata al riffone di Big Deal lascia presagire un’ulteriore sterzata verso un suono sempre più deciso. E con le orecchie ancora sature di chitarroni grunge sembra proprio di vederli arrancare da quelle parti. Ma, per quello che nelle intenzioni degli Hoodoo Gurus è destinato a diventare il canto del cigno della band, si tratta come ormai consuetudine di alternare brani dal tipico “sapore” Gurus con altri dal gusto più deciso. Forse, chissà, più “popolare”. In Blue Cave vive (o soffre) dunque di questa alternanza, a volte anche all’interno dello stesso brano (lo zibaldone che si infrange sul riff alla Grand Funk di Mind the Spider, i coriandoli di organo sixties che colorano l’assalto di Mine), tra melodia e furore (come nell’ariosa ballata alla Big Star di All I Know messa a smaltire il furore di una Why? dal tiro quasi Bad Religion). Fatte salve le irruenze che vengono fuori ormai con una certa continuità e dalla familiarità che negli anni abbiamo imparato ad avere con la penna di Faulkner, gli Hoodoo Gurus restano in fondo la stessa band di dieci anni prima. Se qualcuno dovesse sentirsi scontento per un qualche motivo, può sempre guardare in qualche altra caverna. Nessuno lo odierà di certo per questo.

 

L’alba del nuovo millennio trova i canguri intenti a fare surf e a sporcarsi di sabbia sulle coste australiane: l’EP Mr. Tripper e l’album Turkish Delight sono due deliziosi lavori votati al più classico garage, ovviamente in salsa BBGuru (ci sarà uno spin-off qualche anno dopo, sottoforma di 7” targato Screaming Apple, con la collaborazione di Ronald Peno dei Died Pretty in sede di scrittura, NdLYS). Sono lavori da fare invidia agli Stems, gli eroi australiani del genere, bellissimi, intensi, vigorosi, acidi e come sempre con quell’appeal melodico che agli Hoodoo Gurus non è MAI venuto meno ma che la scarsa visibilità di mercato (i dischi sono reperibili solo come import) e la scarsa eco data dalla stampa (non ricevere i promozionali equivale, per molti giornalisti, ad ignorare semplicemente il prodotto, anche quando ha le qualità per ricevere molte di quelle stellette che farebbero bene a spillarsi sulle natiche).

 

I Gurus si riappropriano del loro nome nel 2004 per tirare fuori Mach Schau. Come a dire: facciamo spettacolo!. Uno show che i Gurus fanno da anni. Sempre uguale ma sempre diverso. Con addosso le camice paisley ben prima che diventassero fashion e ancora lì ora che tutti le si è rimesse in armadio. Mach Schau è un disco scostante ma bello che offre il meglio quando si adagia sul cliché Hoodoo Gurus (ma è probabile che il limite sia mio, non loro): l’efficace singolo Nothing‘s Changing My Life con il suo avanzare atipico eppure fulminante, quindi la cristallina When You Get to California che sarebbe stata benissimo su Mars Needs Guitars! e invece andrà sulla mia personale soundtrack estiva, il power rock di The Mighy Have Fallen, la densità soft di Dead Sea. Quello che non piace sono certe “forzature” nel suono e nel cantato di Dave (Isolation in questo senso è quasi un pezzo hardcore e il rifferama di #17 un detrito Morelliano) che suonano inappropriate e inopportune. Gli Hoodoo Gurus non hanno bisogno di reinventarsi uno stile, vanno benissimo così come li abbiamo amati. Bentornati, guru!

 

Anche se le loro uscite discografiche si sono ormai dilatate all’inverosimile, l’appuntamento con ogni loro nuovo disco è uno di quelli cui non si può mancare. Purity of Essence, disco che chiude il terzo decennio di esistenza della band australiana conserva in maniera incredibile l’energia e l’impareggiabile verve melodica che è propria degli Hoodoo Gurus. La capacità di costruire canzoni impattanti ma allo stesso tempo leggere e piacevoli rimane immutata negli anni e il nuovo disco, pensato dopo il meritato ingresso nell’Australian Hall of Fame e interrotto più volte per le condizioni di salute di Brad Shepherd e l’insoddisfacente missaggio iniziale (alla fine commissionato ad Ed Stasium), pur sacrificando un paio di episodi ad un banale ma perdonabilissimo funky/rock buono per la sigla di Rocky, si assesta su standard che in pochi riescono a mantenere dopo tanti anni di carriera e una simile mole di canzoni pressoché perfette.

Crackin’ Up, A Few Home Truths, Burnt Orange, 1968, You’ve Got Another Thing Comin’, What’s in It for Me? e il R ‘n B alla Love Delegation di I Hope You’re Happy sono canzoni generose, di quelle che ti possono raddrizzare una giornata con troppe nuvole grigie.

Gli Hoodoo Gurus continuano a dare un senso ai salti dei canguri.

E in qualche modo, anche ai nostri.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SICK ROSE – Someqlace Bettɘr (Area Pirata)  

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I Sick Rose stavolta se la sono presa comoda. Ben sette anni separano infatti Someqlace Bettɘr dal precedente No Need For Speed. Un silenzio discografico addolcito da un unico singolo inedito e da una prescindibile serie di ristampe e di raccolte consacrate all’ormai più che trentennale periodo garage della band torinese, lo stesso descritto con dovizia di particolari da Maurizio Campisi sul suo libro dello scorso anno.

Da quel passato i Sick Rose si sono staccati consapevolmente ormai da tantissimo tempo, creando una frattura con quel pubblico che li avrebbe voluti eternamente armati di fuzz, organo anni Sessanta e coltelli affilati come quelli dei pomodori sanguinari del loro primo fumetto.  

Le “nuove” coordinate sono state tracciate da Blastin’ Out già nel lontano 2005 e si concretizzano adesso in quello che è il lavoro più compiuto della loro “trilogia” power-pop. La prestigiosa produzione affidata a Ken Stringfellow (Posies, Game Theory, Big Star, R.E.M. ma anche i misconosciuti e dimenticati Chariot con Javier Escovedo e Pat Fear nel suo CV) non deve distrarre da quello che sono diventati i Sick Rose OGGI: una formazione in grado di scrivere canzoni che hanno il dono dell’atemporalità e della classicità. E della familiarità. Nel senso che sono impregnate di quel gusto che sei certo di aver già assaporato cento volte, su cento dischi diversi anche se non sai quando, non sai dove, non sai esattamente se ti sono piaciute ne’ perché, ma le riconosci subito non appena ti stringono la mano, ancora prima che ti dicano il loro nome.

Certo, qualcuno dirà che sanno di pomata power-pop, con tutti quei cori che sembrano leccare la melodia come fosse una fica ben lubrificata. E io non mi sento di contraddirlo. Perché ovviamente stiamo parlando di musica ammiccante.

Ricorda molto quella dei Jetz di Den Pugsley e Tony Skeggs e a tratti, soprattutto vocalmente, quella di certi Hoodoo Gurus (come sulle belle Anyway e Sweet as a Punch) e più in generale di tutto il guitar-pop australiano che dagli Stems arriva, a ritroso, fino ai fondamentali Easybeats che mi sembrano a livello attitudinale una delle più grandi influenze del disco, nella sua ostinata e riuscita ricerca del dettaglio perfetto, del riff asciutto, della melodia raggiante da dopo-lavoro.

Someqlace Bettɘr è insomma l’ennesimo tassello di una formazione in perenne rinascita, tenacemente incernierata al passato ma con gli occhiali da sole ben inforcati per guardare con tranquillità ad un futuro ancora abbagliante.

Passando da qui, lasciate un obolo affinchè ci regalino ancora dei dischi e delle canzoni su cui sperare.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro