PLAYMATES – Long Sweet Dreams (What Goes On)  

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Un piccolo gioiellino di power-pop realizzato in Australia a metà esatta degli anni Ottanta, Long Sweet Dreams degli svedesi Playmates è uno di quei dischetti esplosivi fatti di chitarre cristalline e armonie vocali curatissime zeppe di cori e call-and-response tra i migliori in cui possiate imbattervi.

Rob Younger li produce con ancora in testa le canzoni degli Stems che ha prodotto pochi mesi prima, probabilmente. Ma le otto canzoni dei Playmates brillano indubbiamente, nonostante i rimandi a tutti i gruppi “di serie B” (B-yrds, B-eatles, B-arracudas, B-ig Star) e di “serie C” (i C-hills, i C-ommotions di Lloyd C-ole) che possiate immaginare, di luce propria.

Wasted Years, Someone to Save, Shall We Face the Light e Remember più di tutte le altre.

Nessuno in Svezia riuscirà a far meglio in questo campo.

Neppure loro. Che, resisi conto della cosa, si scioglieranno come un piccolo ghiacciaio del Mar Baltico sorpreso da un raggio di sole.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE MUFFS – No Holiday (Omnivore)  

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Annunciato qualche settimana prima dell’improvvisa scomparsa della leader Kim Shattuck, No Holiday è destinato a diventare il testamento musicale dei Muffs, il disco registrato mentre il corpo di Kim lentamente si inceppava un dito, un arto alla volta, fino a fermarsi del tutto. 

Ovvio che l’ascolto ne verrà intaccato e i giudizi deformati. Di certo qualcuno leggerà nella conclusiva, acustica Sky una sorta di commiato. Qualcun altro si imporrà di leggerlo tra le righe di On My Own.

Minchiate. Non è così che No Holiday è stato pensato. Ma al popolo rock piace radunarsi, accomunato dallo strazio, al chiarore dei fuochi fatui.

Invece No Holiday è l’ennesima festa dei Muffs, l’ennesimo pacchetto infinito di chewing-gum da masticare mentre passeggi su qualunque lungomare del pianeta pensando di essere sulla Sunset Strip.

Stavolta, nella lunghissima lista di canzoni che la band ci porge con la consueta aria sbarazzina, i momenti unplugged superano quelli dove la distorsione lega come una striscia di xantano il solito giro di accordi elementari tipici della band. E la sensazione, nonostante sembri brutto dirlo durante la veglia funebre che accompagnerà l’ascolto, è quella di essere davanti ad una serie non sempre brillantissima di provini (Earth Below Me e Insane in particolare).

Il meglio arriva sempre quando il gruppo mette mano al suo sferragliante pop-punk (Lucky Charm su tutto il resto, e poi sotto di lei Pollyanna, Down Down Down, Late and Sorry, On My Own).

Il resto onestamente avrebbero potuto tenerselo nel cassetto.

Avremmo pianto lo stesso.

Ma di gioia.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE COOLIES – Uh Oh! It’s…The Coolies (Wicked Cool)  

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Cool l’etichetta, cool le musiciste, cool la musica.

E fredda la doccia che ci sveglia il 3 Ottobre del 2019, una volta appresa la notizia della morte di Kim Shattuck, stroncata dalla sclerosi che le era stata diagnosticata due anni fa. Ecco perché, anche se del power-pop appiccicoso che il terzetto estemporaneo messo su da Kim con l’amica di lungo corso Melanie Vammen e Palmyra Delrani ha invece adottato come fede non ve ne frega nulla, dovreste andare sul loro bandcamp e donare qualche spicciolo da devolvere all’ALS Golden West per le cure e il sostegno economico e psicologico ai malati di sclerosi e alle loro famiglie.

Kim ha lasciato ancora una volta fuori i suoi tormenti fisici fuori dalla sua musica, sbattendogli la porta sul muso.

La musica delle Coolies è un inno alla vita, al divertimento, ai fumetti, alle frivolezze di una serata tra amiche, di una notte al drive-in, di una giornata in spiaggia, di una festa al liceo.

Un mondo di serie B.

Che è spesso l’alternativa B alla vita di serie A che ci vuole grigi e infelici.  

E che si rivela spesso spietata come un boia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Come On, Let’s Go! (Big Beat)  

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Tante hit e nessuna hit, come nella classica tradizione power-pop. Di questo è fatta l’ennesima raccolta sull’argomento pubblicata dalla Big Beat.

Poco importa che dentro ci siano nomi come Flamin’ Groovies, Ramones, Big Star. Già nella sua stagione d’oro il power-pop era un genere demodé su cui pochissimi si sentirono di investire, figurarsi ora che il suono della chitarra è stata bandita dalla radio al punto tale che i ragazzini non sanno distinguerla da quella di un clavicembalo e che i Rubinoos che in copertina ne brandiscono addirittura quattro siano conosciuti solo per essere stati “derubati” da Avril Lavigne della loro I Want to Be Your Boyfriend. Anzi, forse neppure per quello.

Dunque Come On, Let’s Go! è destinata a rimanere a bordo strada, lì dove il power-pop è sempre stato, con le sue chitarre scintillanti come cocci di bottiglia raccolti per errore da qualche gazza ladra. Non basterà la mia o mille altre recensioni a farvelo piacere, se a questi suoni siete rimasti impermeabili per anni. Se viceversa vi piace lasciarvene inzuppare, altrettanto ovvio che non servirà affidarsi alle mie parole per tuffarvi dentro canzoni come Rock and Roll Is Dead dei Rubinoos, Shake Some Action dei Groovies, Tomorrow Night degli Shoes, Let Go dei Dirty Looks o The Trains dei Nashville Ramblers dei rifugiati Ron Silva (The Crawdaddys), Carl Rusk (The Tell-Tale Hearts) e Tom Ward (The Gravedigger V) o Nuclear Boy dei 20/20.

Il sole è alto. Attenti a non abbagliarvi.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

REDD KROSS – Beyond the Door (Merge)

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I had a dream.

Un sogno piccolo, che non scomodi nessun vecchio eroe della storia.

Sogno che quest’anno un disco di power-pop possa piazzarsi in vetta alle playlist personali o collettive di ascoltatori e giornalisti.

È un sogno indotto, ovviamente. Un sogno indotto dall’ascolto di Beyond the Door, ultimo disco di Jeff e Steve McDonald, i fratelli che si rifiutano di invecchiare, i fratelli cui Courtney Love impedì di aprire mai un solo concerto dei Nirvana, nonostante avessero lo stesso manager, biasimando loro per quanto invece avrebbe dovuto accusare il McDonald dei fast food.

I fratelli McDonald tornano oggi con un disco abbagliante. Uno di quelli che ti conquista al primo ascolto, alla prima nota, al primo riff che in questo caso è “rubato” a Henry Mancini, autore nel 1968 della colonna sonora di quel film-culto che fu Hollywood Party. Che forse non è una scelta ardita ma è di una coolness con pochi rivali, dote che fa la differenza fra i Redd Kross e le centinaia di band di punk melodico che si sentissero legittimate a rivendicare diritti su canzoni come There’s No One Like You o The Party Underground.

Ma l’asse vincente di Beyond the Door è costituito da canzoni come Fighting, Fantástico Roberto, What’s a Boy to Do?, Punk II, Beyond the Door e le due cover che aprono e chiudono il disco, tutte trionfali e gommose pastiglie power-pop che puoi infilare nella lavastoviglie per tirare via tutto quel po’ di sporco che nostro malgrado ci incrosta l’anima a fine giornata.

Perché in fondo, anche questa è una missione da Croce Rossa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LAST – L.A. Explosion! (Bomp!)  

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Era inevitabile, per uno che a cavallo degli anni Settanta aveva sponsorizzato il passaggio dei Flamin’ Groovies dalla fase stonesiana a quella di stampo Beatles/Byrds, innamorarsi di una band come i Last, perpetuatori proprio di quel suono fatto di chitarre scintillanti e cori armoniosi indicati dal nuovo corso dei Groovies. Ed è così che Greg Shaw vuole che il disco di debutto dei Last esca con la stessa etichetta con cui nel ’74 aveva pubblicato You Tore Me Down.

L.A. Explosion! si nutre del resto delle stesse frattaglie di cui sono ghiotti i Groovies, aggiungendo un pizzico ma proprio un pizzico di strafottenza punk (Walk Like Me, I Don’t Wanna Be in Love) ad un miscuglio power-pop che avrà un’influenza determinante su gruppi come Barracudas e Rain Parade.

Le canzoni dei Last, come quelle dei primi Beach Boys, sono una lode infinita ad un’estate altrettanto infinita, alla spensieratezza come forma di resilienza. Che però è qualcosa di indigesto per il pubblico di quegli anni, tanto che i loro gig a fianco di bestie come Black Flag e Fear che stanno traghettando il punk verso il più temerario hardcore vengono, quando va bene, derisi. Quando va male, molto di peggio.   

La considerazione di cui godono all’epoca band come i Last o i Groovies è pari a quella per gruppi come Herman’s Hermits o Manfred Mann che sgambettano su un qualunque varietà televisivo. E del resto Joe Nolte e compagni non fanno mistero nel considerare il lustro compreso fra il 1963 e il 1967 come il quinquennio dorato da cui attingere per tirare su canzonette (perché quello sono, al di là delle valutazioni soggettive e quelle oggettive che identificano la portata dei Last come una delle formazioni di punta del revival neo-sixties) come Century City Rag, The Rack, Every Summer Day, She Don’t Know Why I’m Here.

E’ insomma come sentire le onde dei Beach Boys che si infrangono sulla battigia dove è il beach-punk e non la surf-music a dominare la spiaggia.

Una nostalgia che può anche essere pericolosa, se parte di quella schiuma dovesse finire per inzozzare gli anfibi di Henry Rollins.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

MICK MEDEW AND THE MESMERISERS – Open Season (I-94 Bar)  

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Il bar con la musica migliore d’Australia sponsorizza il ritorno (si fa per dire, visto che Mike non è mai andato via da quel mondo, NdLYS) discografico di Mick Medew, che quando avevamo tutti più capelli era la voce trainante degli Screaming Tribesmen.

Un disco che mostra un Medew in gran spolvero, arrangiato e suonato per far colare miele dalle orecchie di quanti amano il power-pop, ovvero quel suono sfacciatamente retrò, altamente contagioso e perennemente scaldato dal sole che proprio in Australia ha trovato una sua naturale patria d’appartenenza grazie a band come Hoodoo Gurus, Stems, Pyramidiacs, Sunnyboys, You Am I o artisti del calibro di Dom Mariani e Michael Carpenter e, ancor prima, formazioni come Eighty Eights, Brewskins, Clones, Riffs, Chalice, Skates per tacere degli immensi Easybeats.

Open Season si accoda a quella lista in virtù di una scrittura vivace che ai classici “trucchi” del genere abbina anche una propensione verso il suono contadino del vecchio country-rock (ascoltare Deep River o Exile on Boundary Street, prego) con risultati apprezzabili e, nei pezzi migliori del lotto (Open Season, Why Did I Fall in Love with You e Imaginary Friend), mostra una qualche affinità timbrica con il Peter Perrett che tutti amiamo, il che ce lo rende se non irrinunciabile, simpatico oltremodo.

Quindi cappotta abbassata, se potete, e vai di cori e chitarre scampanellanti.  

Se non potete, immaginatelo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE KAAMS – Kick It (Area Pirata) 

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Traccia n.3: Walk Out the Door.

Ecco la tana dove si sono andati a rifugiare i Jam due mesi dopo aver pubblicato The Gift.

Ed è una tana tutta italiana, scavata nel giardino dei Kaams, che dovrebbe trovarsi nei dintorni di Bergamo.

Kick It continua quel progresso di affinamento che già trapelava sul disco precedente e che svincola ormai definitivamente i Kaams dalla musica garage per spostarsi in area power-pop, pur trascinandosi dietro l’energia sanguigna dei primi giorni, già manifestata dall’assalto frontale di Misery, che come il piscio di gatto serve per marcare il territorio. Poi, una volta “a casa” i Kaams regalano le perle della loro produzione: Walk Out the Door innanzitutto, Don’t Forget My Name costruita sulla linea melodica di Dandy dei Kinks, Free, Up All Night, Cold in My Bones, Dark Days, My Destiny.

Poi lasciano uno stronzo psichedelico (Follow the Sun) sulla lettiera e vanno via.

Canzonacce vestite con la giacca a tre bottoni, quelle di Kick It, come insegna il teppismo di classe degli Who e dei Jam.

Certo, avessero deciso di essere eleganti anche al momento di scegliere la copertina anziché decidere che forse la minaccia di uno sputo li avrebbe rappresentati meglio, avrei apprezzato il gesto.

Forse perché di sputi ne ho ricevuti fin troppi e adesso il disgusto monta come liquido seminale durante una fellatio. Che mi pare un paragone poco fine ma in sintonia con l’erezione provata per un disco come questo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro