DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomach Mouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FLAMIN’ GROOVIES – Morte Lenta

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Avete un nome per la top ten delle bands più sottovalutate del mondo? Io ne avrei parecchi. Ma soprattutto avrei il nome da mettere in cima alla lista: benvenuti quindi nel circo della più grande incognita del mondo del rock, nel più raccapricciante interrogativo sulle fortune avverse cui ci si possa trovare davanti quando si fa un po’ di agiografia del rock, e neanche delle più approfondite. Signore e signori: i Flamin’ Groovies! Gente che si lordava le mani col rock ‘n roll mentre gli amichetti delle elementari inseguivano conigli bianchi nel paese di Alice e che ha continuato a fare la propria cosa senza seguire le mode ma aspettando comodamente che fossero le mode a tornare da loro. Geniale, in qualche modo.

Così in piena “restaurazione” rock (siamo in epoca Paisley e neo-psych, metà anni ‘80, NdLYS) qualcuno si risporca le mani con i loro pezzi.

Ma dura giusto un paio di anni, poi la merda torna a dilagare. Sempre con forma circolare, anche se di dimensioni sempre più ridotte.

 

Siamo nel 1969 e a pochi mesi da Sneakers, un dieci pollici da un quarto d’ora prodotto e stampato in proprio, i Flamin’ Groovies vengono ingaggiati da una major per essere prontamente risputati. Supersnazz, il loro unico titolo a fregiarsi del logo della Epic, arriva nei negozi nel 1969 ed è già un disco demodè in cui le vere potenzialità dei Groovies restano inespresse o, meglio, canalizzate nella riproposizione di uno stile (il rock ‘n roll basico degli anni Cinquanta, la musica tradizionale da avanspettacolo, certo R&B alla Fats Domino) che è stato già a lungo sviscerato durante la restaurazione beat ormai spenta di qualche anno prima.

Riprodotto con classe e stile impeccabili.

Che però è proprio quello che, in quel 1969 invaso da album come gli esordi di Stooges, Led Zeppelin, MC5, King Crimson, Abbey Road dei Beatles, Let It Bleed degli Stones, Hot Rats di Zappa, Trout Mask Replica di Captain Beefheart, Stand! di Sly e la sua Family, Ummagumma dei Pink Floyd o Tommy degli Who, non serve a nessuno. Il mercato, le etichette e il pubblico cercano potenza ed innovazione e rifiutano lo schematismo rispettoso ma per nulla eversivo alle cui regole Supersnazz è invece piegato. Tra i brani in scaletta solo Love Have Mercy, un trascinante boogie che sembra voler fare il verso al rockabilly acustico di Eddie Cochran e ai sermoni in salsa soul di Salomon Burke, rimarrà tra i classicissimi del gruppo californiano mentre il resto, dal grazioso scioglilingua vaudeville di Bam Balam alla morbida e stucchevole ballata A Part From That cadono subito nel pozzo oscuro della memoria. Da cui tuttavia è a volte piacevole ritirarle fuori, ora che la smania per il nuovo a tutti i costi è spesso piacevolemente sostituita dal rassicurante desiderio di concedersi una mezz’oretta di musica senza altra pretesa se non quella di accompagnarti con docilità ed eleganza, come le amicizie discrete.

Abbandonata San Francisco e le sue utopie di pace, i Flamin’ Groovies si muovono verso New York dopo una breve sosta nel Michigan, per sporcare il loro suono di asfalto. Il contratto con la Epic è andato in fumo e il cartone animato di Supersnazz è terminato in malo modo. A trovar loro un nuovo contratto ci pensa Richard Robinson, uomo di fiducia della Kama Sutra e della Buddah Records, che per l’occasione si mette anche al banco produzione.

Per l’etichetta delle Shangri-Las i Groovies licenziano i loro due lavori migliori.

Flamingo è il primo di questi.

Dei due, quello con minor carattere, ancora vincolato ad una forma canonica di rock ‘n roll, seppur indurito dalla loro breve permanenza a Detroit e dal contatto con band come Frost, MC5 e Alice Cooper Band. Ne escono fuori pezzi potenti come Comin’ After MeHeadin’ for the Texas BorderSecond Cousin’ e Jailbait, vicinissimi a quanto registrato pochissimi mesi prima dai Motor City Five per Back in the USA, ovvero un suono che segue il solco classico del rockabilly e del rock ‘n roll boogie basico di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e dall’altro cerca in qualche modo di tracciare un parallelo solco più personale, riuscendo però a centrare l’obiettivo soltanto sul disco successivo.  

Dopo due dischi tutto sommato ordinari come Supersnazz e Flamingo, nel 1971 Flamin’ Groovies si apprestano a sputare fuori il loro capolavoro.

Come dichiarerà lo stesso Cyril Jordan al magazine ZigZag, Teenage Head è l’album in cui per la prima volta viene fuori la personalità della band californiana.

Pensato ed inciso nell’immenso caos newyorkese con uno stuolo di amici e ammiratori ad assistere alle sessions di registrazione (tra cui Richard Meltzer di Crawdaddy e Lester Bangs), Teenage Head è uno dei dieci dischi fondamentali del rock’ n roll pre-punk, carico di sporcizia fin dentro le mutande oltre che disco imprescindibile dei Groovies, rollingstoniano fino a soverchiare gli stessi Stones e pieno di chitarre slide. Dentro, alcuni numeri da antologia come la ballatona Yesterday‘s Numbers e la title-track che resta uno dei pezzi-chiave della storia del rock ‘n roll per la perfetta combinazione tra liriche e riff e chiude il quadrilatero perfetto che ha per lati My GenerationSatisfaction Search and Destroy.

Non serve nessun trattato sull’orgoglio spavaldo dell’essere giovani, tutto quello che volete sapere è scritto, a fuoco, in questi quattro pezzi.

L’attacco sudicio di High Flyin’ Baby con quelle chitarre che sembrano lingue di schiave pronte a pulirti l’uccello e la voce di Roy Loney filtrata attraverso gli effetti da studio pensati da Richard Robinson per rendere l’atmosfera del disco ancora più torbida sbriciola le pareti. È un’orda di lingue fameliche che scavano il ventre di una donna. Un amplesso filtrato da un mesaboogie valvolare.

È ad una cosa così che gli Stooges penseranno quando si tratterà di aprire il disco del loro rientro in scena, un paio di anni dopo.

City Lights si infila, musicalmente e liricamente, dentro gli Stones acustici di No Expectations, ravvivando il ricordo della chitarra slide di Brian Jones che di quel pezzo era protagonista assoluto. Il boogie di Have You Seen My Baby? di Randy Newman è una delle due cover presenti sul disco (l’altra è una versione del classico 32-20 Blues di Robert Johnson, erroneamente riportata come 32-02 sull’originale copertina Kama Sutra che stringo tra le mani, NdLYS).

La prima facciata si chiude con un altro omaggio al suono di Beggars BanquetYesterday‘s Numbers si muove in perfetto equilibrio tra chitarre acustiche e la slide di Cyril Jordan più in forma che mai.

La B-side si apre con un altro pezzo-mostro: Teenage Head ha dentro di sé tutti i Miracle Workers e i Morlocks che verranno e che infatti la infileranno nella loro saccoccia di cover, cisposa di maracas e infettata dall’armonica a bocca.

Evil Hearted Ada scritta dal solo Roy Loney si immerge nel suono Sun del sempre amato Presley anticipando i Cramps e i boccheggi ansimanti di Lux Interior di una mezza dozzina di anni. Doctor Boogie è un altro furto dagli archivi Sun, stavolta ai danni di Doctor Ross e della sua Boogie Disease. Cyril e Roy la scrivono di getto, la stessa notte che scrivono Teenage Head, per completare in fretta una scaletta che non ha ancora raggiunto la consistenza di un album. Whiskey Woman in chiusura riporta il tono del disco sui consueti binari stonesiani, stavolta lambendo la  stazione di Sticky Fingers, pubblicato proprio lo stesso mese (e con al piano Jim Dickinson, lo stesso pianista che accompagna i Flamin’ Groovies su Have You Seen My Baby?City Lights e High Flyin’ Baby, NdLYS) dai “fratelli” inglesi.

Appena un anno dopo Roy Loney si chiamerà fuori dal gruppo deluso dalle vendite umilianti di quello che è invece ritenuto a ragione uno dei dischi fondamentali del rock ‘n roll del decennio, finendo per fare l’A&R per la ABC Records e tirando fuori dal buio band come Ramones, Tom Petty and The Heartbreakers e la band di Dwight Twilley. Prima di andarsene regala al vecchio amico un’ultima canzone, scritta in un hotel di Detroit. “È una canzone sulle droghe, caro Cyril”, gli dice. “Una canzone sulle droghe e su come si può morire lentamente, mentre si crede di stare scalando i gradini per la vetta del mondo, una canzone sulla separazione da sé stessi e dagli altri, una canzone su me e te”.

Poi, le parole di Slow Death riempiono la stanza.

Slow death eats my mind away. Slow death turns my flesh to clay. Slow death, slow death, slow death, slow death.

Quella notte a Detroit cadono le stelle.  

Nel 1976, proprio mentre l’esplosione del punk dovrebbe dar loro ragione e la loro Slow Death è una delle canzoni più trasmesse dalla bocca del juke box della boutique di Malcolm McLaren, i Flamin’ Groovies si siedono dalla parte sbagliata del marciapiede. Se Teenage Head era stata l’apoteosi del suono stonesiano e il trionfo di Roy Loney, Shake Some Action sceglie i Beatles e Chuck Berry come nomi tutelari mentre il nuovo acquisto Chris Wilson sollecita la svolta in direzione power-pop, spinti dalla mano sapiente di Dave Edmunds con cui la band inizia a lavorare sin dal lontano 1972 con l’idea di registrare un paio di singoli e un intero album.

Il risultato è un disco che spiazza il nocciolo duro dei vecchi fan con un suono assolutamente meno virile. Dalle finestre dei Rockfield Studios  bussano echi di Merseybeat e di jingle-jangle byrdsiano e i nuovi Groovies che sono andati ad ossigenarsi nel Galles dopo la risoluzione del vecchio contratto e l’allontanamento di Loney e Tim Lynch, li lasciano entrare. Qui i Flamin’ Groovies reinventano se stessi, look (taglio di capello in perfetto stile beat ed elegantissimi abiti mod al posto dei capelli incolti e dei pantaloni di pelle che campeggiavano sulle prime copertine) e strumentazione (l’Ampeg di Cyril Jordan viene sostituita da una Rickenbacker 12 corde mentre George Alexander abbandona il suo vecchio basso in favore di un Hofner a violino in un ennesimo omaggio a Paul McCartney, NdLYS) compresi.

I pezzi chiave dell’album sono ovviamente i due singoli Shake Some Action e You Tore Me Down, risalenti alle prime sessions con Edmunds del 1972 (gli altri pezzi erano Get a Shot of R ‘n B, Little QueenieMarried WomanTallahassie Lassie e il fantastico inno anti-droga di Slow Death di cui abbiamo detto, registrati per l’abortito Bucket of Brains, NdLYS). Entrambe scritte dal team Jordan/Wilson mostrano un suono fortemente melodico e ricco di arpeggi folk-rock nella miglior tradizione californiana e costituiscono la chiave di lettura dei nuovi Groovies che abbandonano definitivamente il cazzuto suono dei primi anni Settanta per dedicarsi, nella trilogia che chiude il decennio, ad una innocua e tutto sommato abbastanza inutile parodia beatlesiana d’autore.

Chi vi dice che questi sono i Flamin’ Groovies migliori, o mente o è un fan dei Beatles.

Siate scaltri.  

Now esce nel 1978. A due anni da Shake Some Action.

In mezzo c’è stato il punk. Ma ascoltandoli uno dopo l’altro, viene difficile crederci.

Nonostante fossero stati in qualche modo artefici forse inconsapevoli di tutto quel gran casino che è scoppiato lì fuori, i Flamin’ Groovies perseverano nel loro anacronistico mondo illuminato da chitarre sgargianti e prelibatezze vocali copiate o rubate a Beatles, Raiders, Big Star, Byrds, Buddy Holly, Rolling Stones con un disco che, complice il meticoloso lavoro in regia di Dave Edmunds (microfoni piazzati direttamente sugli ampli e altri disseminati in studio a captare i naturali eco e riverbero dell’ambiente e diverse take di ogni pezzo, per poi poter operare sul cutting e l’editing), è l’esatta riproduzione del disco precedente, seppur registrato con vita meno travagliata.

Mike Wilhelm dei Charlatans si avvicenda alla terza chitarra al posto di James Ferrell che finirà a dar man forte all’ex-compagno Roy Loney per il bellissimo Out After Dark dei suoi Phantom Movers.

A supportarli ci sono, come sempre, Greg Shaw dalle pagine di Bomp! e Kris Needs da quelle di Zig Zag. Il pubblico molto meno. Now vende pochissimo, complice la scarsissima promozione della Sire, interessata soprattutto a spingere Ramones e Talking Heads, assoluti alfieri del “nuovo” da contrapporre nella scacchiera ai pezzi troppo disciplinati dei Groovies. I pezzi forti del disco sono Good Lough Mun e All I Wanted che però stanno un passo indietro rispetto a You Tore Me Down e Shake Some Action e cento passi distanti da Slow Death, il pezzo che aveva in qualche modo reinquadrato il suono della band californiana nel lontano 1972.

Il meglio vive stavolta della luce riflessa del sole byrdsiano di Feel a Whole Lot Better e di quello eclissato e torbido degli Stones di Paint It Black. Piegandosi ai maestri non potendo più salire in cattedra.

 

A dispetto di un suono fresco che sa di ortaggi appena raccolti Jumpin’ in the Night, il disco che chiude la trilogia dei Groovies per la Sire e conclude, di fatto, la fase creativa della band di San Francisco, una volta messo sul piatto dà una poco piacevole impressione di una cesta di cibi in scatola.

Scatolette di latta messe una accanto all’altra e da cui escono fuori i Beatles, Bob Dylan, i Byrds, James Burton e Warren Zevon cui Cyril Jordan e Chris Wilson affiancano qualche piccolo sapore di casa dal gusto sempre meno incisivo, sempre meno capace di rendersi distinguibile al palato (Next One Crying fa il verso al Lennon solista, First Plane Home a quello del periodo Merseybeat, In the U.S.A. è quasi un Lovin’ Spoonful in libera uscita). Forse è solo il tirato boogie della title-track col suo duello di chitarre che resta un po’ schiacciato sul missaggio finale e le altrettanto belle pennellate di Rickenbacker di Yes I Am a rendere prezioso questo ultimo lavoro dei Groovies che soffre già della crisi che sta dilaniando un’altra volta la formazione californiana e che le impedirà di godere se non trasversalmente (Wilson con i Barracudas, Jordan e Alexander con una esangue reunion del 1986) del successo del revival neo-sixties di cui erano stati pionieri.

 

Nel 1986 i Flamin’ Groovies, grazie al lavoro sotterraneo di band come i Miracle Workers e gli Hoodoo Gurus, si rendono conto che possono ancora piacere.

Come quelle tardone che ricevono qualche attenzione tardiva e provano a rimettersi in tiro spendendo in estetisti e parrucchieri senza scrupoli Jordan e Alexander, unici superstiti della formazione (Chris Wilson è andato a nuotare nell’oceano dei Barracudas), allestiscono One Night Stand, una passerella dei vecchi “successi” (Teenage HeadSlow DeathShake Some Action, I Can’t Hide) e qualche cover di ordinanza (Kicks dei Raiders, Call Me Lightning degli Who, Bittersweet dei cuginetti australiani Hoodoo Gurus). Ma a livello di fertilità artistica siamo al nulla cromosomico, così come è tremendamente agghiacciante il drenaggio di ogni piccola goccia di un qualsiasi umore rock ‘n roll. I Flamin’ Groovies si soffocano nella fossa biologica dei loro liquami, coi detergenti e le creme antirughe dentro i beauty case. E un devastante senso di perenne ritardo nel cuore.

Analogamente trascurabile è il Rock Juice del 1993 accreditato ai Flamin’ Groovier, con i ancora Jordan e Alexander a tirare le redini (e le cuoia) di una band perennemente seduta sul lato sbagliato del tavolo da gioco.

Un po’ in anticipo, un po’ in ritardo.

Un po’ Beatles, un po’ Rolling Stones.

A proposito! Voi eravate per gli uni o per gli altri?

Beh….io ero per i Flamin’ Groovies!

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE HELLACOPTERS – Rock & Roll Is Dead. (Universal)  

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Il rock ‘n roll è morto.

Che sia spirato fra le mani di chi se ne è preso cura per un bel po’ di anni avvolge la tragedia di un velo di romanticismo e anche di buon auspicio.

A dargli l’estrema unzione arriva un classico lick sottratto al libro liturgico di Padre Chuck Berry. Da lì, è tutta una celebrazione funebre niente male. Nonostante il suono degli svedesi si sia progressivamente alleggerito della vecchia scorza, a me i dischi degli Hellacopters continuano a piacere. Questo che del rock ‘n roll ne dichiara il decesso anche più di quello che ne celebrava la grandiosità sei anni fa, per dire. Quello prima del grande salto verso le braccia di mamma Universal. 

Siamo dentro l’ennesimo labirinto di luoghi comuni del rock ‘n roll. Un po’ come succede dentro i dischi di Black Crowes o dei mai troppo osannati You Am I. Qualche corridoio di british-blues di marca Faces/Humble Pie, sale addobbate con qualche bella tela power-pop e qualche graffito hard-rock vecchia maniera.

Tutto qui? Tutto qui.

La rivoluzione non sarà trasmessa in tv e neppure dentro un disco di rock and roll. Che peraltro è morto.

E fareste bene a smettere di piangere. Che poi passate per emo.

E a mettere su un bel disco con cui divertirvi, prima che anche voi andiate a far compagnia al rock and roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

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Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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BIG STAR – Complete Third (Omnivore)  

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Riedizione mastodontica per il terzo album dei Big Star di Alex Chilton, quello destinato a raccogliere la polvere di stelle di una delle band più sfortunate ma allo stesso tempo influenti del rock americano degli anni Settanta.

Dalle versioni demo a quelle conclusive passando per le varie fasi di registrazione e missaggio. Insomma, come essere amici di uno che di amici non voleva averne alcuno, in quel 1974. Ed essere al suo fianco in ogni sua giornata, dalla più buia alla più luminosa, durante una delle sue gravidanze più complicate.

Un disco che fa tesoro delle assenze fino a far brillare la Grande Stella di una luce inquietante, schizofrenica, misantropa e a tratti addirittura angosciosa. Un disco che è il risultato di un cannibalismo atroce, di un’operazione di auto-sabotaggio quasi senza eguali, di imbalsamazione salvifica e definitiva.

Chilton e Jim Dickinson, resisi conto di avere tra le mani poco più che un cadavere, ne svuotano le viscere e le riempiono di cristalli di sale. 

Un lavoro dall’approccio totalmente disinibito. Un album invendibile, tanto che occorrerà aspettare quattro anni perché qualcuno (la PVC in America, la Aura in Gran Bretagna) si decidesse a stamparlo mostrando la Memphis dei vampiri. L’ultima lacrima di stucco era stata  detersa, l’ultima goccia di sudore era stata asciugata, l’ultimo grammo di grasso prosciugato. Quello che restava era il suono di una casa di spettri.

Una casa di spettri dove prima c’era stata la vita gloriosa della Stax.

Una casa di spettri proprio lì dove era stata scritta Whola Lotta Shakin’ Goin’ On. Che infatti era rimasta in qualche modo intrappolata là dentro. E la sua eco risuonava tra quelle mura fatiscenti e marce. Fantasmi che puoi sentire digrignare i denti, come su quel vortice di angoscia che è Holocaust, che ne puoi sentire le dita azzardare un giro di piano colato via dal pentagramma armonico, come nell’intro di Jesus Christ o durante gli skizzi di Kizza Me!, trascinare ferraglia sul “velluto” di Kanga Roo, sbattere a terra le loro grucce allo schioccare del secondo minuto esatto di Nature Boy (in realtà si tratta della stampella di William Eggleston, ma a me piace immaginarla in quel modo, NdLYS), palleggiare impertinenti una palla da basket mentre avanzano sghembi su Downs (la suoneranno per sempre così, i Big Star, anche nelle tarde reunion di quarant’anni dopo, per non fare indispettire i fantasmi: con un amico invitato sul palco a palleggiare all’infinito quel pallone. Nella maggior parte dei casi, Mike Mills dei R.E.M.).

Third è il disco che, al pari del terzo Velvet Underground, forgia l’assetto umorale di vagonate  di indie-band dei decenni seguenti, alcune delle quali partecipano alle ricche note di corredo a questa nuova e stavolta pare definitiva versione del capolavoro dei Big Star. Ora potete divertirvi a confrontare ogni versione disponibile di quei bozzoli di dolore, magari scioglierli ed attorcigliarvi nella seta che ne viene.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SCIENTISTS – A Place Called Bad (The Numero Group)  

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Bello sapere che gli Scientists non sono stati dimenticati.

Bello sapere che, nonostante non incidano un solo solco inedito da ormai sei lustri, ogni due, quattro, cinque anni venga pubblicata una loro “foto ricordo” tanto che le raccolte hanno di gran lunga scavalcato il numero di dischi ufficiali prodotti dal gruppo nella sua carriera.

L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata dalla Numero Group che raccoglie tutto quanto registrato in studio dalla band australiana e apre una finestra sui tempestosi live-set dei primi anni. Una carrellata esaustiva che permette di rivalutare anche la primissima e da molti trascurata prima fase della carriera del gruppo di Adelaide, quella antecedente allo storico e fangoso Blood Red River e che, serpeggiando fra punk e power-pop, si poneva come una sostanziale alternativa australiana al suono dei Replacements ma anche come un’ottima, credibile, possibile evoluzione del suono dei primi Vibrators e dei primissimi Cure.

Poi ci sarebbe stata la (ri)scoperta del blues e il tentativo degli “scienziati”, riuscito, della  transustanziazione delle acque di palude in sangue e la storia degli Scientists sarebbe diventata quella che ancora oggi fatichiamo a toglierci di dosso.

Con sommo piacere.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GREEN DAY – Revolution Radio (Reprise)  

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Chi ci ha sentito dentro le sirene dei Clash.

Chi i Ramones sotto il tiro di Phil Spector.

Chi addirittura gli Who di Tommy.

Sono i nomi che, nel quarantennale del punk e dell’ennesimo tour degli Who e con le riviste che per stampellare la propria crisi si decidono a fare concorrenza ai negozi di dischi, sono servite appunto a vendere qualche copia in più di giornali che affidano le colonne dedicate alla musica a gente abile solo nel taglia e cuci. E neppure tanto.

Detto questo e fatto sgombro il campo dai giornalisti che lavorano al soldo delle case discografiche o che si intendono solo di gossip (la disintossicazione, la guarigione dal cancro, ecc.) c’è da dire che mentre Revolution Radio gira sul mio impianto, i fantasmi di Joe Strummer e di Joey Ramone non si sono materializzati. Non che lo volessi, che a me piacevano in pelle, ossa e sudore.

Questa ulteriore premessa non vuole essere denigratoria. Nessuno vuole negare alla band la capacità di scrivere robuste e a volte carucce power-songs. Che li si voglia a tutti i costi legittimare come gruppo punk e attribuir loro paternità che non le appartengono però lo trovo alquanto fastidioso.

Revolution Radio non si fa portavoce di nessuna rivoluzione. La musica dei Green Day continua a suonare come se i Foo Fighters fossero costretti ad essere una boy band.

Suona bene, ovvero secondo gli stereotipi delle tante “Virgin Radio” che stanno infettando il mondo con gli Skunk Anansie e i Red Hot Chili Peppers, ma suona così.

E voi, gente che scribacchiate di rock come fareste su Trip Advisor, fareste bene a non tirare giù certi nomi tanto per ingannare il tempo e la gente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BLONDIE – Plastic Letters (Chrysalis)  

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Nonostante il grande hype che l’esordio dei Blondie aveva generato, nessuno se non qualche australiano e uno sparuto numero di inglesi aveva comprato i loro dischi. Le cose cambiano leggermente con Plastic Letters, che infila un paio di brani nella top ten britannica seppure per riuscire nell’offensiva alle charts americane la band dovrà aspettare il tocco di Mike Chapman sulla loro Heart of Glass. A vendere sono soprattutto le riviste dove la bella Harry campeggia in copertina, come Zig Zag, Hit Parade, Rock Folk, NME, Look-In, Superpop, Creem, Telegraph o High Times dove la Debbie viene “venduta” come la Marylin Monroe del punk.

Piace, molto, la figura di Debbie. Piace un po’ meno il pop frizzantino della sua band che su Plastic Letters strizza l’occhio più di una volta al classico suono americano degli anni Cinquanta, ai cori doo-wop, al Presley che schiocca le dita intonando Stuck on You o Return to Sender, alla surf music da jukebox californiano, alla bubblegum degli Archies. Molto più semplicemente i Blondie hanno scelto di stare dal lato sbagliato, quello dei punk che poco spendono in dischi. E quando possono, di certo non investono sul pop sbarazzino dei Blondie. Solo l’anno dopo, trovando l’abbrivio perfetto per la musica disco, nuova mecca dei figli della borghesia e dei benestanti occidentali, sbaraglieranno tutti. Plastic Letters giace dunque, pur con il suo poker di assi (Fan Mail, Youth Nabbed as Sniper, Kidnapper, Detroit 442) nel piccolo microcosmo dei dischi incompresi.

Peccato, trattandosi del miglior disco dei Blondie.

Quello che dando un colpo al cerchio e uno alla botte, riesce sempre a mandare a segno un calcio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Down Under Nuggets (Festival)  

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I pezzi ce li avete già tutti, mi auguro. Io ce li ho tutti. Disseminati su svariate compilation o su qualche meraviglioso album importato da quelle terre lontane. Ma vederli in fila qui, ascoltarli in sequenza è impressionante.

Fondamentalmente “colonizzata” da due grandi famiglie inglesi, quelle degli Young e quella dei Gibb che avrebbero in qualche modo monopolizzato la musica locale in ambito beat (Easybeats, Barrington Davis), in ambito disco (Bee Gees), in ambito hard rock (AC/DC, Rose Tattoo) e in ambito pop (John Paul Young, Andy Gibb, Flash and The Pan) e  che avrebbero sfruttato i suoi porti per approdare e quindi salpare alla conquista del mondo, l’Australia è da sempre un museo a cielo aperto dove è possibile recuperare fantastici tesori dimenticati risalenti ad ogni epoca.

Quelle di cui si fa raccolta qui risalgono agli anni Sessanta. Gli anni, appunto, della prima invasione culturale inglese. Gli anni dei capelloni e delle minigonne. Gli anni in cui i Beatles e gli Stones porsero ai giovani le tavole della legge beat con i precetti per scandalizzare il mondo perbenista degli adulti. Leggi di cui band come Easybeats, Master’s Apprentices, Missing Links, Elois, Sunsets, Atlantics, Purple Hearts, Peter and The Silhouettes si fecero profeti locali producendo una mirabolante serie di dischi ancora oggi tra i più devastanti della storia della musica moderna.

Qui se ne raccolgono i cocci. Il resto cercate di recuperarlo setacciando altre sabbie.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE PERSIAN RUGS – Mr. Tripper (SOS) / NERVOUS EATERS – Eat This! (No Tomorrow!)

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Dovessi assencondare la volontà della band, nobilmente palesata nell’ omissis di alcuna liner-note sul suo Mr. Tripper E.P. (SOS Records) dovrei tacervi dei trascorsi dei Persian Rugs ma siccome suppongo non sia stato l’unico a piangere la scomparsa di una delle più grandi pop bands della storia -una di quelle con le radici al posto giusto (ricordate la “lista” sputata su Turn On? Ecco, QUEL posto lì) e capace di scrivere grandi canzoni, cosa che non sempre vien fuori solo pisciandosi sui piedi- vi dirò che se il nome Hoodoo Gurus provoca un qualche effetto meccanico sul vostro apparato riproduttivo (e non alludo al masterizzatore…), avete trovato di che cibarvi per i prossimi mesi. Queste cinque canzoni ci riconfermano le doti di Dave & C: un garage soul che esplode nelle prime quattro tracce toccando vertici da antologia e che si colora di un sinistro e inedito tono doorsiano nella conclusiva Goin’ Out of Style. Bellissimo.

Altra gente tirata fuori dalle macerie sono i Nervous Eaters, addirittura. Gente che stava tra i topi (il locale di Jim Harold e l’eponima label, NdLYS) quando Boston viveva la sua febbre punk e autori di quel piccolo classico titolato Just Head nel ’77. Il nuovo Eat This! su No Tomorrow è onestissimo e anthemico power rock che non teme il confronto con le tante produzioni rawk ‘n roll degli ultimi anni.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

R-713749-1150901277

 

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