THE PRETTY THINGS – Midnight ‘till Six men

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Musica per teppisti, rozza ed indisciplinata.

Incisa in appena due giorni di registrazioni catturate da Bobby Graham e infilata dentro un disco che, come è di prassi nella prima metà degli anni Sessanta, è una parata di standard blues e rock & roll rivisitati col piglio sporco e burrascoso dei capelloni.

Dick Taylor ha lasciato i compagni Keith Richards e Mick Jagger prima del grande successo dei Rolling Stones per unirsi a un altro studente della Central School of Art di Londra in fissa con Bo Diddley, Willie Dixon, Chuck Berry e tutta la musica nera che arriva dall’America. Assieme danno vita ai Pretty Things, musica e nome rubati al repertorio di Bo Diddley, facce disubbidienti da ribelli, tecnica basilare e molto istinto. È il rock ‘n’ roll che è già punk e non sa ancora di esserlo.

Con loro ci sono John Fullager, Vivian Prince (imposto alla band dalla Fontana al posto del più impreciso Viv Broughton) e Brian Pendelton, gli stessi che hanno suonato sui due splendidi singoli del 1964 esclusi dalla scaletta dell’album per fare posto al nuovo estratto Honey, I Need (unico pezzo autoctono degno di nota nella track list del disco, NdLYS) e una lunga lista di cover.

The Pretty Things è dunque un album “attitudinale”, forse lanciato in sfida agli ex compagni Jagger e Richards e al loro 12×5 (anche qui dodici brani per cinque musicisti, cabalisticamente parlando).

L’originalità è bandita in favore di un approccio sozzo alla materia trattata che sono i tre fronti musicali sperimentati in quei loro primi mesi di vita: il rock ‘n’ roll di Chuck Berry, il blues di Chicago, il jungle-beat di Bo Diddley. Manca ancora il guizzo di ingegno, il lampo d’inventiva, il coraggio di un arrangiamento sfizioso ma pure una personalità definita e carismatica dal punto di vista stilistico o una competizione sincera ma motivante che faccia emergere da questo tripudio di maracas, armonica e stomp animale un musicista piuttosto che un altro.

 

Lasciare i Rolling Stones e metter su una band che suoni meglio degli Stones.

Voi ci riuscireste? Dick Taylor ci riuscì. Dopo aver condiviso con Brian Jones, Keith Richards e Mick Jagger ore ed ore di religioso ascolto dei classici del blues che arrivavano dagli Stati Uniti provano qualche abbozzo di canzone, registrano qualche provino ai Carly Clayton Sound Studios quindi Dick decide di lasciare il tavolo da gioco. Dice ai compagni che vuole concentrarsi sugli studi. Non quelli discografici, ma quelli dell’Istituto d’Arte dove si è iscritto.

Invece recluta altri quattro disadattati con meno ego dei suoi amici e si inventa una nuova band, battezzandola come un brano di quell’omaccione nero che gli appare ogni notte in sogno con una chitarra quadrata e un paio di occhiali dalla montatura improbabile.

Non vuole suonare sporco e cattivo come i Rolling Stones.

Vuole suonare PIU’ sporco e cattivo che i Rolling Stones.

E ci riesce.

I primi due album dei Pretty Things sono manuali debosciati di come si possa suonare il blues elettrico facendolo sembrare la cosa più pericolosa del mondo.

A Marzo realizzano il primo, pieno degli stessi standard lerci su cui stanno lavorando gli Stones ma anche altre bands con l’anima nera come gli Animals o gli Yardbirds. Poi Dick affina il tiro e quando a Dicembre dello stesso anno pubblicano il secondo album, ci infilano dentro un bel po’ di roba loro, seguendo un po’ lo stesso percorso dei vecchi cuginetti Stones.

Ne tirano fuori un disco devastante e bellissimo come Get the Picture? nel quale mette mano anche Jimmy Page, all’epoca richiestissimo session-man.

Viv Prince molla la band otto giorni prima dell’uscita del disco, anche se è già da un po’ che diserta le registrazioni, costringendo i compagni a cercare dei sostituti come Bobby Graham (che però vuole essere accreditato come autore, manco stesse scrivendo la Marcia dei Nibelunghi) e il più accomodante John C. Alder, alias Twink che diventerà il drummer ufficiale per la messinscena dell’incredibile S.F. Sorrow.

Era andato alle sessions per caso, per fumare qualche spinello col bassista dei Fairies (la sua band di allora, una splendida meteora delle Nuggets inglesi, NdLYS) chiamato a sostituire per una settimana John Stax, impegnato nella sua luna di miele.

Ma Prince buca le prove, e stavolta forse non per colpa sua. Non direttamente, perlomeno: è in gattabuia. Pare che al matrimonio di Stax avesse sbeffeggiato un poliziotto facendogli volare via il cappello. Lo sgabello è vuoto, Twink si accomoda.

Se il debutto li aveva consegnati alla storia come degli infoiati pischelli alle prese col Diddley-sound più selvaggio, Get the Picture? ne modera e stempera il calore ridisegnando parzialmente il profilo musicale del gruppo e proiettandolo verso le nuove congetture psichedeliche che si muovono tra i capelloni inglesi fino ad esplodere nella scena freakbeat, elaborandone e arricchendone il suono con l’uso di ronzanti fuzzbox e la scelta di pezzi dall’andamento “zoppicante” come Buzz the Jerk o sottilmente psichedelici (Can‘t Stand the Pain, London Town) a contrastare le solite smorfie jaggeriane ostentate nelle cover di Cry to Me e Rainin’ in My Heart dove sfidano gli Stones nel loro stesso giardino di casa, pisciando sulle siepi.

Ma ci sono pure i pezzi di violento garage beat come You Don‘t Believe Me, Get the Picture? o We‘ll Play House o di R ‘n B maniacale ma elegantissimo di I Want Your Love o You‘ll Never Do It Baby a fare di Get the Picture? uno dei dischi fondanti del beat-punk inglese del decennio e un capolavoro a molti ancora sconosciuto con cui val la pena tormentarsi nei pomeriggi estivi, lasciandolo riverberare fuori dalle imposte spalancate. Magica fantasia freakbeat. Ricevuta la foto?

 

 

Avendo fallito nel tentativo di imporre i Pretty Things come l’alternativa ai Rolling Stones, la Fontana prova a far di loro i nuovi Kinks obbligando la band a registrare una cover di A House in the Country e ad abbassare il livello di sfida della sua musica smorzandone i toni e arricchendola di calore black. Il risultato è un disco di pallido soul che i Pretties si rifiutano di promuovere in alcun modo andando a cercare rifugio artistico presso la Music De Wolfe per una trilogia di dischi dove possono dar libero sfogo alle loro sperimentazioni freakedeliche.

Pochissimi i pezzi da salvare dal disastro di Emotions, forse giusto il boogie di Photographer (dove la chitarra strappata di Come See Me è adesso sostituita dal barrito di un trombone) e una There Will Be Another Day che sembra perfetta per il catalogo bubblegum della premiata ditta Buddah Records. Il resto, con tanto rammarico per l’acustica battente di Death of a Socialite, naufraga nel mare dell’ovvietà e del cattivo gusto senza alcuna possibilità di assoluzione.

 

Reg Tisley è l’arrangiatore incaricato dalla Fontana per dare un tocco orchestrale ad Emotions dei Pretty Things. Un incarico che il maestro del Surrey accetta di buon grado, tanto da spiegarne le dinamiche nelle note di copertina dell’album. Mister Reginald, che è di vent’anni più vecchio rispetto ai ragazzacci della band, ne diventa in qualche modo il pigmalione, lo stratega, la vecchia volpe in grado di suggerire a Phil May e Dick Taylor che “i tempi stanno cambiando” e che forse è il caso, una volta appresa l’arte, metterla da parte. Tisley dunque trascina la band alla De Wolfe, che fino a quel momento e da ormai quarant’anni, è la più prestigiosa (nonché, storicamente, la prima) etichetta di musica per film e sonorizzazioni e sotto mentite spoglie fa loro registrare qualche brano. Glieli fa “mettere da parte”, come dicevamo. E infatti una delle canzoni di quella prima sessions che ne frutta cinque verrà usata dieci anni dopo per un film di George Romero: ogni volta che il film Zombi passa al cinema o in tv, i Pretty Things incassano qualche monetina. E così sarà anche per altre pellicole, da Doctor Who a What’s Good for the Goose? dove la band fa anche una comparsata interpretando sè stessa. Uno “svago” che la band si concederà anche con le line-up successive, anche se la trilogia d’oro è quella collocabile fra Emotions e Parachute e che, a parte l’anonimato dietro cui la band si nasconde, riflette in pieno le mutazioni stilistiche in atto nei Pretty Things.

Electric Banana, primo effort della serrata trilogia del triennio ‘67/’69, è ad esempio perfettamente sovrapponibile al sound orchestrale di Emotions, complice l’orchestrazione di Tisley che fa di pezzi come Walking Down the Street, If I Needed Somebody e Danger Signs, con tanto di “indicazioni” sommarie in calce ad ogni brano (per aiutare i primi destinatari del lavoro, ovvero gli addetti alla sonorizzazione delle pellicole, ad “individuare” il brano senza dover ascoltare alla cieca migliaia di canzoni), autentiche out-takes del disco-madre.

Solo, un po’ più furbe.

 

Nel Novembre del ’67, non appena gli Hollies hanno lasciato sgombra la sala di registrazione una volta terminate le sessions per Butterfly, i Pretty Things entrano negli Abbey Road Studios per incidere il loro capolavoro che uscirà sul mercato esattamente un anno più tardi inaugurando il nuovo contratto Columbia.

S.F. Sorrow è, assieme a The Piper at the Gates of Dawn e Revolver l’album chiave della psichedelia britannica.

Una vicenda, quella che narra le disgrazie e l’eterna, inappagabile solitudine del fantomatico Sebastian F. Sorrow che si snoda attraverso le liriche dei tredici pezzi e le righe di copertina. Un’“opera rock”, per dirla con un termine che ho sempre odiato. Un grandissimo disco di grandi canzoni che ruotano attorno ad una sceneggiatura, ad un tema centrale. Se già col disco precedente i Pretty Things si erano smarcati dal ruolo di eroi perdenti dell’R ‘n B (i vincenti erano, ovviamente, gli amici/nemici Rolling Stones), con S.F. Sorrow le distanze dall’altrettanto strepitoso passato si fanno siderali, inarrivabili. E lo si avverte sin da subito, dall’incipit acustica che racconta della nascita di Sebastian e che culmina in una fanfara di fiati, un crescendo di voci e un battito di mani quasi pentecostale.

Bracelets of Fingers è già sintonizzata sulla nuova cifra stilistica della band: una psichedelia tantrica che assorbe elementi indiani e medievali, non distante da certi esperimenti beatlesiani. Del resto echi beatlesiani risuonano anche nella marcia zoppicante di She Says Good Morning, spaccata in due da un solo di chitarra gonfia di fuzz così come in molti altri segmenti del disco.

Ma S.F. Sorrow è più pernicioso e cattivo, drammaticamente percorso da una allucinata e sinistra eco sabbathiana (Baron Saturday, Old Man Going) e a volte quasi asfissiato da un pesante sudario di morte (Death, Loneliest Person).

Tutto il disco è dominato da un clima ipnotico e da un accurato lavoro di produzione (ad opera del “solito” mago Norman Smith) che riesce a donare una surreale ma efficace profondità e dinamica acustica. A schiudersi è l’incanto tipico della stagione freakbeat inglese, questo mondo fatato ed evocativo, artificiale ed alterato (prego ascoltare con impianto adeguato Balloon Burning) capace di creare il clima onirico e deformato dell’età degli acidi.

Se non sarà l’amore sarà la Bomba a tenerci uniti.

Oppure un sogno.

 

Mentre i Pretty Things si apprestano a lanciare sul mercato il loro capolavoro psichedelico, l’attività parallela degli Electric Banana non si ferma. More Electric Banana è costruito esattamente come il disco precedente: una piccola manciata di canzoni eseguite dal gruppo sulla prima facciata e la stessa sequenza riproposta sull’altra side ma senza la traccia vocale. Due anche stavolta le canzoni scritte da Peter Reno, uno dei compositori di punta della De Wolfe, e il resto farina del sacco di Phil May e compagni. Stavolta senza l’aggiunta di strumenti a fiato.

Un disco per fanatici e feticisti?

Nient’affatto, perché canzoni come Grey Skies, I Love You, Street Girl, I See You, seppur destinate ad una di serie B, di serie B non sono affatto. Tutt’altro. Fogliame psichedelico come se fosse stato investito da una esondazione pluviale di acque acide. Edere selvatiche che potrebbero benissimo ricoprire le mura di solitudine di S.F. Sorrow. e che fanno delle banane elettriche il secondo frutto psichedelico per antonomasia dopo le prugne californiane. 

 

Tra la pubblicazione di S.F. Sorrow e le registrazioni di Parachute, i Pretty Things accettano l’insolito invito di un loro fanatico ammiratore. Non è un ammiratore qualunque. È uno dei personaggi che contano nella dolce vita francese.

È uno che nella sua villa in Costa Azzurra organizza mega-feste in piscina dove donne bellissime e rockers dalle belle speranze possono annegare dopo aver fatto prova di apnea dentro flûte ricolmi di champagne. Ama la bella vita e ha vezzi e vizi da ricco. Tra cui quello di incidere un disco. Possibilmente accompagnato dalla sua band preferita: i Pretty Things. È un periodo travagliato per il gruppo inglese: Dick Taylor e Twink hanno di fatto abbandonato il progetto in mano a Phil May e Wally Waller e la EMI è insoddisfatta delle vendite esigue del loro ultimo lavoro.

E forse è tempo per una vacanza, anche se non del tutto: i Pretty Things sono in un periodo di grande fermento creativo, anche se gli obblighi contrattuali impongono loro uno stop in attesa che le vendite di S.F. Sorrow subiscano un’impennata.

Il materiale del periodo viene pubblicato ancora una volta sotto il nome Electric Banana e parte di questo viene “esportato” in Francia, a Saint-Tropez, nella residenza di Mr. Philippe Debarge per registrare quel disco pirata che il gigolò francese tanto desidera e che circolerà solo in acetato, per i veti di cui vi ho parlato. Quell’acetato, in pessime condizioni, viene acquistato da un ragazzo finlandese di nome Jorma Saarikangas ma a rimettere in moto l’opera di restauro quasi quarant’anni dopo sarà Mike Stax, che coinvolgerà Wally Waller in una riedizione che viene pubblicata per la sua etichetta personale. Passeranno ancora otto anni per vedere quel disco pubblicato allora in edizione limitata per la Ugly Things godendo di una ristampa e distribuzione europea, con l’aggiunta di un paio di suppellettili a valle (due demo dei tanti provini al Westbourne Terrace) e una bella copertina dove Debarge strimpella assieme a Johnny Hallyday e la Bardot se la ride beata.

Rock St. Trop e il corrispettivo Even More Electric Banana sono due ottime cornucopie del periodo psichedelico dei Pretty Things, quello carico di aromi e di fragranze freakbeat che si stanno espandendo dal braciere inglese per tutto il vecchio continente, con pezzoni di folk stralunato e capolavori come It’ll Never Be Me, Alexander, You Might Even Say, You’re Running You and Me, Eagle’s Son che ribadiscono ancora una volta chi, nel magico circo beat inglese, può fare l’ammaestratore di belve e chi invece continuerà a spargere segatura sulla merda degli elefanti, beneficiando dell’eco dell’applauso che il pubblico in quegli anni lì dispensa a chiunque vesta una giubba vittoriana e si appresti ad occupare la pista.

 

Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando inconsapevolmente gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.

 

La caduta di gusto (stilistica, grafica, artistica) registrata dai Pretty Things nella pausa fra Parachute e Freeway Madness è una delle più clamorose della storia della musica rock inglese. I pochi impavidi che nonostante le brutte facce viste dallo spioncino decidono di aprire la porta ai Pretty Things, si trovano degli sconosciuti in casa. Freeway Madness rivela infatti un gruppo totalmente stravolto non solo negli assetti interni (dopo Dick Taylor anche Wally Waller decide di lasciare la nave) ma soprattutto nelle scelte musicali, che già dall’iniziale Love Is Good sembrano abbracciare in toto quel rock artificioso che sarà sdoganato nella seconda metà degli anni Settanta da band come i Supertramp e i Pink Floyd. Canzoni per lo più carezzevoli come Over the Moon (con tanto di contrappunto di archi), Peter, Rip Off Train e Country Road sono alternate a qualche colpo hard-rock come Havana Bound, Religion’s Dead e Onion Soup con tanto di fughe chitarristiche che, come i tanti richiami alla musica country di Byrds e Neil Young fanno pensare al tentativo di un arrembaggio a bordo della grande musica americana. Senza che nessuno sia stato invitato a bordo.

 

Tra Freeway Madness e il disco successivo i Pretty Things realizzano il quarto disco per la De Wolfe, stavolta senza dichiararsi in copertina. Hot Licks viene pubblicato così nel 1973, senza paternità e con il sottotitolo di “progressive rock music”.

Profondamente diverso dai tre realizzati negli anni Sessanta, Hot Licks mostra tutta l’aggressività hard degli anni Settanta già dalla cover. Dal freakbeat degli ultimi lavori per la De Wolfe (e di quelli del gruppo madre, ovviamente) si è passato ad un blues-rock sanguigno ispirato ai Free (Sweet Orphan Lady è tutta giocata sul classico riff di All Right Now) e al boogie degli ZZ Top e dei Thin Lizzy (The Loser) e su una versione appena più maschia del glam dei T. Rex (Easily Done) pur con qualche divagazione sul tema, come nella insolita Walk Away giocata su un dialogo tra chitarra elettrica e clavicembalo e sul falsetto di May. Anche stavolta, a dispetto della scelta di farne un disco anomalo, il repertorio e le forze impiegate non sono per nulla inferiori alle pubblicazioni ufficiali del gruppo madre confermando gli Electric Banana come il più grande relitto sommerso nel mare dell’underground rock inglese.

 

Uno strano polpettone fatto con qualche scarto da macello dei Wings (Paul McCartney sembra del resto aver sostituito Mick Jagger nel cuore di Phil May già da un po’) e dei Queen da cuocere assieme ad un osso dello scheletro Who (Singapore Silk Torpedo) è la ricetta che i Pretty Things offrono ai Led Zeppelin una volta siglato l’accordo con la Swan Song.

Impacchettato dentro una copertina alla Roxy Music, Silk Torpedo è un disco che piace all’etichetta e anche al pubblico, che premia la band per la prima volta con un buon riscontro di vendite a dimostrazione del fatto che nonostante un distacco netto e quasi imbarazzante dalla musica del decennio precedente, il gruppo abbia imboccato la strada giusta. Che differisca da quella che pratico io, conta poco. Vagamente glam (Maybe You Tried), con armonie vocali ricercatissime (Phil May viene affiancato da Jack Green dei T. Rex, NdLYS) e suonato con una professionalità da turnisti, sembra una stanza piena di specchi dove gli artisti possono dimostrare di essere diventati finalmente adulti, abili manovratori delle proprie emozioni fino a farne uno spettacolo come nella trionfale parata McCartneyana di Is It Only Love dove le cariatidi marciano cantando l’amore universale, trascinandosi le gambe ma cantando come degli Dei. Di cui questo disco rappresenta tuttavia la caduta e non l’ascesa.

 

Una volta rassegnati al fatto che i Pretty Things degli anni Settanta sono un’altra band rispetto a quella del decennio precedente e che si sia coscienti (e anche molto compiaciuti) del fatto che dopotutto il punk sia venuto invano, Savage Eye può offrire i suoi quarant’anni di diletto. Dentro ci sono tutti gli ingredienti dei due dischi che l’hanno preceduto: Wings, Bad Company, Queen, Supertramp, country rock speziato Byrds, un pizzico di glam, un po’ di boogie rock, assoli a pioggia, ballate per schienali abbassati, blue eyes soul senza neppure una piega sul vestito e stavolta una manciata di proteine Who e Led Zeppelin (periodo Houses of the Holy), che i volumi alti negli anni Settanta piacciono a tutti.

Chitarre elettriche, chitarre acustiche, pianoforti a coda, pianoforti senza coda, sax, stucco, velluto e ben poco di veramente selvaggio. Perché la ribellione non paga i debiti e non sazia i bambini a tavola.

 

L’ennesimo, ultimo disco su commissione arriva nel 1978, con i Pretty Things ufficialmente sciolti dopo il flop di Savage Eye. Le cinque canzoni di The Return of the Electric Banana sono registrate infatti con i Fallen Angels, la band con cui Phil May sta registrando il disco che uscirà per la Philips lo stesso anno e scritte da Wally Waller e da Electra Stuart, la compagna di Phil che in quel periodo collabora anche al disco solista di David Gilmour.

Stavolta a venire allo scoperto sono le influenze dei Byrds e del country rock che il gruppo ha già manifestato sui loro dischi più recenti, forse in risposta all’eterno rimpianto per aver rifiutato ad inizio carriera di pubblicare quella Mr. Tambourine Man che poi i Byrds avrebbero accettato con le conseguenze storiche che sappiamo ma dentro il disco trovano spazio anche un grasso funky come Take Me Home e un infuocato, bellissimo omaggio a Jimi Hendrix intitolato James Marshall ad ulteriore dimostrazione di come gli Electric Banana (che, dimenticavo, essendo una band di library music, potete ascoltare tranquillamente sul “catalogo sonoro” del sito della De Wolfe ad libitum, NdLYS) non fossero per nulla una band di second’ordine.

 

Cross Talk è l’ultimo disperato tentativo dei Pretty Things di reinventarsi all’infinito. Cosa che non può riuscire per un tempo illimitato. E così, all’imbocco della strada per la new-wave il gruppo, nuovamente ricompattato con il rientro di Wally Waller e Dick Taylor, fallisce miseramente. Cross Talk cerca in realtà di inseguire, più che le nuove frontiere della nuova onda inglese, un punto impreciso situato fra il pub rock, il power pop e quelle vaghe linee doo-wop e reggae che in quei generi erano sempre avvertibili sotto pelle, tanto che il pezzo conclusivo sembra quasi una parodia dei Police, nascosta sotto un titolo alla Sex Pistols. A voler essere sinceri non è neppure quel disco terribile che molti sostengono sia. Solo, ancora una volta, sembra di trovarsi davanti ad un’altra band, come era già successo almeno due o tre volte durante negli anni precedenti. Cosa peraltro legittima, non fosse che il continuo reinventarsi senza mantenere dei tratti fisiognomici precisi (cosa che è riuscita ad esempio agli Who e ai Rolling Stones), finisce per far disinnamorare gli amanti, costretti a vedere sul talamo qualcuno che di chi si amava non ha più neppure l’odore. Il che potrebbe anche essere eroticamente stuzzicante, non fosse che l’erotismo dell’amante in questione sia andato perduto assieme a tutto il resto.

 

Sulla carta, una bomba.

Sul piatto, un po’ meno.

Un po’ come nei ristoranti stellati.

E qui di stelle ce ne sono tante: Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things, Matthew Fisher dei Procol Harum, Tony Oliver più a sezione ritmica degli Inmates ma anche Don Craine e Keith Grant dei Downliners Sect, Jim McCarty degli Yardbirds (con cui May e Taylor hanno messo su, ad inizio degli anni ’90 la Pretty Things/Yardbird Blues Band realizzando due album di onestissimo ma trascurabile Chicago blues assieme all’asso della sei corde e dell’armonica Studebaker John, NdLYS), Jonathan Edwards dei Vibrators, Eddie Phillips dei Creation, Gary Lammin dei Cock Sparrer, Steve Hooker dei Bozmen del futuro braccio destro di Morrissey Boz Boorer.

L’idea originale, ovvero quella di un omaggio sentito al garage rock americano, viene in realtà “mascherata” facendo leva sulla notorietà di Fisher e dunque intitolando il disco con un ovvio riferimento ai Procol Harum oltre che agli Standells. Il tentativo però non riesce, perché il pubblico cui il disco è destinato in larga parte nutre verso Fisher se non un’indifferenza pigra, un odio spietato, avendo imborghesito il rock ‘n’ roll degli anni Sessanta fin troppo. Ecco dunque che anni dopo, quando si tratterà di ristampare questo disco che giaceva tra gli invenduti, il nome di Fisher scomparirà e il titolo verrà cambiato in un non più originale ma di certo più mirato Rockin’ the Garage. Restando comunque fra gli invenduti.

Non perché sia un brutto disco. Ma, tirando le somme, un disco inutile. Questo si.

Perché nel 1994 prima e quindici anni dopo ancor di più, di cover version di Louie Louie, Strychnine, Pushin’ Too Hard, 96 Tears, Sometimes Good Guys Don’t Wear White, Kicks e I’m a Man ne abbiamo pieni non solo gli scaffali. E alla fine anche se di Midnight to Six Man non ne abbiamo mai abbastanza, questa nuova versione del ’93 non è per nulla superiore alla prima, arruffata versione del ’66.

“A Whiter Shade of Dirty Water” paga pegno di questo, un po’ come sarà per Chesterfield Kings di Where the Action Is!, ma non è affatto un brutto disco. Sintomatico di un ritorno nostalgico e pre-senile alla musica della loro gioventù che verrà certificato con Rage Before Beauty, Phil May e Dick Taylor si apprestano a tornare al vecchio, grezzo sound di trent’anni prima. E quando c’è da agitare le zazzere, io non posso non essere dalla loro parte.

 

La rabbia (quella dei primi due album) prima della bellezza un po’ artificiale dei dischi degli anni Settanta per cui era stata sacrificata.

Il titolo del ritorno in pista dei Pretty Things, …Rage Before Beauty, promette un ribaltamento delle priorità. E mantiene parzialmente fede alla promessa facendo tesoro del disco realizzato quattro anni prima assieme agli Inmates, anche se stavolta fanno tutto da soli. Peccato che dopo l’ottimo avvio della tripletta iniziale il disco vada subito fuori fase e che la voglia di strafare porti il gruppo a noiosissime pieces musicali come Love Keeps Hanging On e God Give Me Strength, a perdersi in inutili cover di pezzi come Eve of Destruction, Play with Fire, Mony Mony con il risultato di mandare all’aria la bellezza e di fottersene della rabbia annunciata. E di mandare a monte l’intero progetto e le sue migliori intenzioni.

 

Balboa Island è il disco che riappacifica i Pretty Things con il blues e che stringe nuovamente la forbice coi vecchi compagni/rivali Rolling Stones. Un disco dall’impianto fondamentalmente acustico e a tratti addirittura rurale, nonostante ci sia anche un parziale ritorno a quel rock vagamente hard abbracciato dalla band nella metà degli anni Settanta con una Buried Alive dignitosissima e addirittura qualche flashback alla vecchia epoca beat, evocata in parole e in musica su Pretty Beat e su The Beat Goes On, sorta di racconto personale di May sulla falsariga della The Story of Them di Van Morrison.

Il resto è, dicevo, molto stonesiano (All Light Up, Livin’ in My Skin, Dearly Beloved, In the Beginning) e molto blues-oriented, con una magistrale rilettura di Feel Like Goin’ Home di Muddy Waters a fare la figura del leone. Finalmente libero di ruggire nel suo habitat e non più dentro una gabbia dorata.

 

Il titolo dell’ultimo album dei Pretty Things gioca con Bob Dylan e anche con la vetusta età della band (Phil May e Dick Taylor hanno già superato la soglia dei settanta anni). La musica con cui l’hanno riempito gioca invece con quello che i Pretty Things ben conoscono, essendo in giro da cinquant’anni “suonati”. Non sono gli unici reduci a girovagare per il mondo facendo dischi e concerti. E non sono neppure tra i migliori, a volerla dire tutta. L’inventiva e l’audacia sono evaporate da tempo, lasciando il posto al mestiere, per quanto onesto che sia. Sono canzoni che non lasciano il segno ma che si adagiano su un ossequioso passato. Proprio o altrui.

E che viene trattato, da pubblico e critica, con pari reverenza.

Scorrendo qualche recensione, in attesa che questo disco arrivasse al porto sicuro della mia abitazione, ho letto giudizi rispettosi e lusinghieri. Ai quali mi accodo con moderato entusiasmo. The Sweet Pretty Things è un disco da compagnia, laddove i primi dischi della band inglese erano invece fratelli di rabbia o di introspezione un po’ anarchica e ribelle. Il suono dei Pretty Things di oggi è insomma abbastanza composto e ammaestrato, nonostante l’uso dell’amplificazione vintage scelta con cura da Mark St. John al fine di fotografare la band nella sua forma più diretta e sanguigna. E così, nonostante certi toni sinistri che mellotron e organo conferiscono a macchia di leopardo, qualche lampo hendrixiano, qualche pacato country-rock in odore di Eagles, qualche mini-jam dal sapore mediorientale, il disco sfuma senza grossi brividi.

Passa, e non hai neppure voglia di girarti a guardagli il sedere.

Che è l’offesa più alta che puoi fare a chi si crede una bella donna nonostante l’età.

 

La domanda conclusiva è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 al 100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivare l’acquisto del Greatest Hits pubblicato dalla Madfish. nel 2017. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd vanificandone il già pur flebole prestigio.

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE ROMANTICS – The Romantics (Nemperor)  

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Completi in pelle (rossa come quella della copertina, ma più sovente un più sobrio nero), beatle boots, una sottile striscia di pelle al collo, acconciature leonine, chitarre Vox e Rickenbacker e una scorta di canzoni di quelle che si appiccano ai denti come gli orsetti gommosi.  

Conoscono i tre accordi base dei punk e vengono dalla stessa città di Stooges ed MC5 ma hanno poco e niente a che fare con entrambe le cose. I Romantics hanno più a che fare con le feste dei college e le battle of the bands, con i Flamin’ Groovies e con i primi Kinks, tanto che se accostate l’una all’altra la cover di She’s Got Everything e la personale What I Like About You (non ci vuole neppure tanto, visto che sono appiccicate l’una all’altra anche sul disco, ad aprire la seconda facciata, NdLYS) sembrano provenire dalla medesima matrice.

The Romantics esce su Nemperor nel 1979, dopo che la band è passata come una cometa sulla grotta del bambinello Greg Shaw ed è un album grandioso, che i negozianti si affrettano a sistemare nel reparto new-wave ma che in realtà restaura l’onda vecchia del beat e del pop scintillante degli anni Sessanta. Ma nel 1979 tutto quel che non è punk è new-wave.

The Romantics è piuttosto il trionfo del rock ‘n’ roll scontato, della sua sfacciata capacità di compiacere, di stringere alleanze col gusto della gente, di farsi bello e brillante, di far divertire senza dover essere necessariamente di rottura. Banale? Forse. Molliccio e flaccido? Non ci giurerei.

Romantico? Molto.

Almeno in quel tratto di tempo lunghissimo che va dall’apertura della portiera alla reclinazione del sedile passeggero.

  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUNNYBOYS – 40 (Feel Presents)  

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Fanno bene i Sunnyboys a celebrare i quaranta anni di carriera. E fanno bene a celebrarli con un gadget musicale. Fanno ancora meglio ad inserire nel disco solo foto d’epoca, che in quarant’anni ci siamo abbrutiti un po’ tutti, io per primo che fatico a leggere le note di copertine di questa uscita celebrativa e a seguire i vari asterischi di cui è punteggiata. Andrà meglio a chi si assicurerà l’edizione in vinile, con i Sunnyboys giovani in formato poster, come ai tempi in cui compravamo Rockstar e Tutti Frutti.

La loro musica invece no, non è invecchiata. Neppure quella “datata” che occupa metà del disco (tanto per capirci, i quattro pezzi del 7” omonimo del 1980, opportunamente rimasterizzati) ne’ quella “nuova”, registrata nel 2018 e rifinita nell’estate dell’anno successivo, che occupa l’altra metà e che in realtà nuovissima non è (Can’t You Stop e Way After Five erano stata registrate in passato dal solo Jeremy Oxley, Lovers era già stata incisa su Get Some Fun, Strange Cohesion l’avevano portata a spasso per un po’ senza mai inciderla in studio). Nuovi sono in ogni caso gli arrangiamenti, che ricordano quelli di Wildcat, loro ultimo album in studio del 1989, quindi con sperpero di tastiere e fiati che provano senza riuscirci del tutto a rovinare il pasto power-pop della band australiana.

Però, diciamolo, l’irrinunciabile di 40 è stipato tutto nei primi quindici minuti. Il resto farà contenti i parenti, che adesso dovrebbero comprendere anche una bella schiera di nipotini.

“Senti com’era bravo nonno tuo?”

“Si nonno, ma sei anche su Spotify?”

“Si tesoro, siamo finiti tutti lì dentro, perché il rock ha la forma di un imbuto”

“Ah, è un imbuto. La ricerca per immagini di Google mi faceva vedere un catetere”   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

 

 

SENZABENZA – Godzilla Kiss! (Striped)

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Mentre ero in tutt’altre faccende affaccendato, sono tornati i Senzabenza. Con ancora il serbatoio mezzo pieno. Una scorta di carburante per cui tante band farebbero carte false. Nel frattempo, i Senzabenza sono diventati un’istituzione: finiti nei film da trentenni falliti di Muccino e, quando Rolling Stone Italia si accorge dopo quarant’anni del punk italiano, anche dentro una classifica di “dischi fondamentali” del genere/degeneri che cercando di far cosa gradita a qualche amico, come è prassi del mediocre giornalismo italiano, caca anche fuori dal vasino.

Al di là dei facili entusiasmi e dei plateali abbracci che accolgono tutti, dai Ricchi e Poveri alla band-tributo di Nek Godzilla Kiss!, seconda mossa da che il gruppo di Latina si è rimesso a giocare a scacchi, è un disco piacevole. Certo, lontano anni luce dalla mia idea di punk, che è quella di una musica affatto comoda e con pochi sorrisi. Qui invece si guarda alla spensieratezza del power-pop e agli anni Sessanta, fino ad esplodere in un finale “floreale” come Happier Together, in cui la band si diverte (lei, noi un po’ meno, a giocare coi pollini dei papaveri, NdLYS).

Ci sono buoni numeri di scintillante pop-punk come The Curse of the Ramones, Meet Mature Women in Your Town, Come Back Marion e alcuni momenti in cui sembra di essere piombati nel solito talent-show per ragazzini talentuosi si, ma troppo pieni di integratori ma tutto sommato, considerando che stiamo parlando di quello di cui non si dovrebbe mai parlare quando si parla di punk, ossia di veterani, diciamo che le loro e le nostre stampelle possono ancora trasformarsi in una mazza da drughi. Volendo.           

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MANUAL SCAN – San Diego Underground Files # 1 / THE EVENT – San Diego Underground Files # 2 (Bickerton)  

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Annunciata sin dal lontano 2017 la collana della spagnola Bickerton Records dedicata alla favolosa scena neo-sixties di San Diego (quella, serve dirlo?, che ha dato i natali a band come Crawdaddys, Unknowns, Gravedigger Five, Tell-Tale Hearts, Town Cryes, Mystery Machine, Four Eyes, Shambles, Morlocks) arriva finalmente all’agognato varo. Autentici prime-movers della scena locale, i Manual Scan nascevano nel 1980 per opera di Bart Mendoza, l’uomo che ha poi tenuto il timone della band nelle reunion successive e quelle raccolte dalla Bickerton sono le prime registrazioni del 1982 presso l’Hit Single Studio, antecedenti anche a quelle del primo singolo registrato invece ai Circle Sound Studios. Il suono viaggia ora su un power-pop scattante (Plan of Action, Anymore) ora su più sottili trame folk-rock (The Bird, Don’t Know Where to Start) ora tentando una somma delle parti (What Did You Say?) senza grandi picchi di genio ma pure senza compromettersi con le musiche a loro contemporanee, cosa che li rendeva preziosi.  

Di ben altra pasta gli Event delle cui misconosciute gesta vi ho ampiamente parlato sul mio recente Pepite e lastre di selce e di cui qui invece vi parla il Mendoza di cui sopra. Anche in questo 10” le registrazioni sono quelle di inizio carriera, con i grandi tuffi (amatoriali, val la pena dirlo nel caso stiate sborsando dei soldi e non li riceviate gratis come me, NdLYS) nella tradizione mod inglese per cui la band era famosa: You’re on My Mind dei Birds, It’s Shocking What They Call Me dei Game, Jagged Time Lapse dei John’s Children e You’re Too Much degli Eyes fanno bellissima mostra di sé accanto ad una duplice versione della loro Pop-Think-In e ad un inedito fantastico come Baby You’re Hurt Me che da solo vale tutto il disco e forse anche tutta la loro carriera.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

CHRIS WILSON AND HIS SHAMELESS PICKUPS – Second Life (Flamin’ Groovy)

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Jah. Proprio lui. Il sostituto di Roy nei Groovies ed in parte il responsabile della svolta “pop” seguita a Teenage Head. Il suo nuovo disco solista dopo anni di silenzio suona però come il disco di un reduce con qualche banale storiella da raccontare agli amici del Circolo dei Veterani.

Solo, non gli riesce più di inventarne di nuove.

E anche se porta con se il suo compare Anthony Clark dietro garanzia di qualche discreta idea per riempire un nuovo taccuino e se i suoi vecchi compagni del Fronte hanno assicurato la presenza dei nipotini, di questa “seconda vita” manco l’ombra.

E del resto una dovrebbe essere già sufficiente per capire quando è il momento di tacere e di regalare la Rickenbacker al nipotino. Per Chris questo momento è arrivato e il suo nuovo album ne è la prova. Non una-canzone-una che esca dal mucchio e ostenti una sua personalità, un suo fascino, un suo carisma.

E i reduci prendono le seggioline e se ne tornano a casa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SUNNYBOYS – Sunnyboys (Mushroom)  

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Una storia di fratelli e di surf, di sole e di ragazzi. Sembrerebbe la storia dei Beach Boys invece siamo sulla costa australiana, nei primissimi anni Ottanta: Peter e Jeremy Oxley sono due ragazzini che praticano surf agonistico, almeno fino a che la schizofrenia di quest’ultimo non raggiungerà livelli patologici che lo costringeranno ad abbandonare lo sport. Ma sono anche due appassionati di musica che ancora abbondantemente minorenni mettono su diverse band con cui girare per i college: i Wooden Horse, Jerry and The Jets, i Golden Syrup, i 4Play, i Charley, gli Shy Impostors, i Kamikaze Kids sono la scala a pioli con cui i due possono acquistare dimestichezza con gli strumenti e trasformarsi da semplici performer in autori di grandissimo prestigio, tanto che quando escono allo scoperto con Sunnyboys, l’album che porta lo stesso nome della loro nuova band, i fratelli Oxley entrano di diritto nella storia della musica australiana come il perfetto anello di congiunzione tra la gloriosa tradizione di Vanda/Young a quella degli Stems e Hoodoo Gurus che esploderà da lì a breve.

Jeremy Oxley non ha ancora venti anni ed è in grado di scrivere, cantare e suonare pezzi eccezionali. Tanto che anche Rob Younger, ingaggiato come cantante, decide di farsi da parte, lasciando campo libero a quel ragazzo che sta uscendo dall’adolescenza per entrare nella storia del rock australiano.

Il disco di debutto dei Sunnyboys è una delle VETTE PIU’ ALTE del rock australiano di tutti i tempi. Dodici canzoni una più bella dell’altra, ognuna migliore di quella precedente. Power-pop elevato a potenza, con dei solo di chitarra micidiali e una voce, quella di Jeremy, capace di bussare fino alla porta di Dio invitarlo a scendere sulla terra e melodie mai banali, mai scontate, mai ordinarie e che però non ti riesci a schiodare dalla testa già dopo il primo ascolto. Come fossero sempre state lì, in agguato. Smorfiose e ingannevoli meretrici cui piace giocare coi ragazzini, lasciando una striscia di fard sul cuscino.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

FLAMIN’ GROOVIES – I’ll Have a… Bucket of Brains / Between the Lines (Grown Up Wrong!)  

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Quando ti arriva a casa un disco dei Flamin’ Groovies è sempre una gran festa.

Figurarsi quando te ne arrivano due, per giunta a sorpresa.

A farmi questo regalo è la Grown Up Wrong! Records di Melbourne, recentemente tornata a sfornare dischi (un doppio live degli Scientists e una ristampa dell’Ann Arbor Revival Meeting dei Powertrane). E lo fa a pochi giorni dal mio quarantanovesimo compleanno. La prima è una ristampa dello storico EP pubblicato venticinque anni prima e che documentava le famose registrazioni ai Rockfield Studios con Dave Edmunds alla consolle. Proprio quelle dove c’è quella Slow Death bannata dalle radio e destinata simbolicamente a separare la fase Loney/Jordan da quella Wilson/Jordan. Slow Death è il testamento musicale di Roy Loney, il suo ultimo regalo alla band. Ed è una delle dieci canzoni da salvare dall’Apocalisse che verrà, anche in questa edizione già meno imbizzarrita registrata dal sostituto. Perché i Flamin’ Groovies sono un’anaconda capace di mutare pelle ma di conservare sempre il suo spirito da rettile predatore. Lo dimostrano queste tracce, anche se quando arriveranno a risuonare nelle nostre stanze saranno già passate tonnellate di loro vinili a testimoniarlo, facendo di Bucket of Brains un testimone attendibile ma arrivato all’udienza in grandissimo ritardo.

Sull’intero decennio del sodalizio storico Wilson/Jordan (saltando volutamente il rientro nostalgico di qualche anno fa) indaga Between the Lines, raggruppando tutte le canzoni scritte dal duo nel periodo che va dal 1971 al 1981 e documentate all’epoca su tre album e una manciata di singoli. Tutte belle come raggi di sole. A raccontarcele a parole sono chiamati invece Marc Zermati della Skydog e David Laing di Ugly Things che impreziosiscono il ricco libretto di questa ennesima raccolta sui Groovies. La band che ha salvato il rock ‘n’ roll infinite volte.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE PLAYN JAYN – Friday the 13th (A&M)  

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Inghilterra, campionato di calcio 1984-1985, Isthmian League, South Central Division. Non proprio gli assi del football inglese, ma qualche bel tiro in porta si vede anche da queste tribune, peraltro a costi accessibili e proletari.  

Friday the 13th, nonostante sia un disco suonato da una band del girone B del campionato rock ‘n’ roll, è un disco dal vivo energico, appiccicoso di sudore ma anche di gran classe. Tecnicamente del tutto imperfetto ma la staffetta di concerti registrati il 13 e il 14 Luglio dentro le mura del Marquee (dove il pubblico viene adescato distribuendo gratuitamente all’ingresso una copia del primo acetato della band con Chamber Door da un lato e lo strumentale Mezcal dall’altro, NdLYS) che ne costituiscono la scaletta restano tra i documenti più ricercati di quella stagione.  

La band patrona dell’evento, chiamata Playn Jayn, fu uno dei nomi più effimeri della scena proto-garage londinese dei mid-eighties, fondata e guidata dai fratelli Mike “The Psyche” e Nick Jones, che in quel medesimo periodo scrive entusiaste recensioni per il magazine Zigzag, e dal biondo cantante Craig Lindsey che lascerà prematuramente il pianeta Terra il 12 Gennaio del 2010, quando non solo i riflettori ma anche le piccole torce al fosforo si saranno spente sul ricordo della loro band. Che brillò essa stessa, come dicevo, solo per una brevissima stagione (chiudendo la sua storia all’Haçienda, introdotti dagli Stone Roses al loro debutto assoluto).

L’aderenza ai modelli tipici della musica degli anni Sessanta è tuttavia tutt’altro che rigorosa. Le chitarre hanno più di uno scintillio power-pop ma cedono spesso anche ad una innegabile fascinazione per il “cattivo” gusto gotico di band come Mɘtɘors e Damned (Rockin’ Hearse, Crystal Ball). Un suono “ibridato” che ai londinesi a metà degli anni Ottanta piace parecchio ma che verrà sorpassato in toto dalla nascente scena baggy di Manchester, fino a venirne travolto. E i Playn Jayn con esso.

Vedi alle volte le superstizioni….     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

PLAYMATES – Long Sweet Dreams (What Goes On)  

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Un piccolo gioiellino di power-pop realizzato in Australia a metà esatta degli anni Ottanta, Long Sweet Dreams degli svedesi Playmates è uno di quei dischetti esplosivi fatti di chitarre cristalline e armonie vocali curatissime zeppe di cori e call-and-response tra i migliori in cui possiate imbattervi.

Rob Younger li produce con ancora in testa le canzoni degli Stems che ha prodotto pochi mesi prima, probabilmente. Ma le otto canzoni dei Playmates brillano indubbiamente, nonostante i rimandi a tutti i gruppi “di serie B” (B-yrds, B-eatles, B-arracudas, B-ig Star) e di “serie C” (i C-hills, i C-ommotions di Lloyd C-ole) che possiate immaginare, di luce propria.

Wasted Years, Someone to Save, Shall We Face the Light e Remember più di tutte le altre.

Nessuno in Svezia riuscirà a far meglio in questo campo.

Neppure loro. Che, resisi conto della cosa, si scioglieranno come un piccolo ghiacciaio del Mar Baltico sorpreso da un raggio di sole.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro