HOODOO GURUS – Io ballo coi canguri  

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Shake Some Action,  

Psychotic Reaction, 

(I Can’t Get No) Satisfaction,

Sky Pilot,

Sky Saxon,

Blitzkrieg Bop,

Jailhouse Rock,

Stop at the Hop,

Bluejean Bop.

Get Off of My cloud,

Twist & Shout,

Ride a White Swan,

Get It On,

Born to Lose,

Summertime Blues,

Blue Suede Shoes,

Waiting For My Man,

Can the Can,

I Wanna Hold Your Hand,

Sam the Sham,

When You Walk in the Room,

Sunny Afternoon,

Tutti Frutti,

Sugar, Sugar,

Talk, Talk,

Money Honey,

Under the Boardwalk,

Short Shorts.

Sottocultura pop e trash si mischiano insieme, negli Hoodoo Gurus, la più folle, geniale e irresistibile guitar band australiana degli anni Ottanta. Quando, dopo gli aggiustamenti di nome e formazione, esce fuori Stoneage Romeos, i Gurus conquistano tutti: pubblico, critica e musicisti diventano fan accaniti, cuccioli famelici del tirannosauro della fantastica copertina che sostituisce i colori flower-power delle band Paisley con quelli ancora più accesi dei cartoon giapponesi.

Nessuno dopo Little Richard potrebbe usare un vocabolario come Katoomba, Macumbah, Umgawah!, Leilani – crula-bula-ulladulla-wok-a-tai Aba-laba-laba, Hut! e sperare di farla franca. E nessuno è in grado di scrivere una canzone su un amore finito e farla suonare come la più allegra canzone del mondo (My Girl). Nessuno può parlare di cose improbabili come sacrifici umani, kamikaze che si schiantano su atolli desolati, incubi spectoriani dentro camere d’eco, caverne perdute nell’isola di Zanzibar o navi fantasma che affondano al largo del Pacifico e confidare nella stima di qualcuno che non sia nella lista degli ospiti di una casa di cura per malati mentali.

Nessuno tranne loro.

Recisi i ponti col recente passato punk, James Baker e Dave Faulkner decidono di recuperare i detriti rock ‘n roll, beat e power pop della loro fanciullezza.

Perché è matematico che se a venti anni ti imbatti nei Cramps, nei Ramones e in Johnny Thunders, a dieci anni hai sentito passare in radio gli Stones, i Count Five, i Remains o Paul Revere and The Raiders, a quattordici i T. Rex e a sedici Suzi Quatro e i Knack.

 

Ed è fortemente probabile che, prima di diventare un politico ancora più merdoso di quelli contro cui sputavi da adolescente o uno stimato professionista con i dischi di Enya o Elton John in filodiffusione nel proprio studio, vuoi suonare come loro.

Come TUTTI loro.

Anche Brad Shepherd sogna la stessa cosa, ovviamente.

E ha già provato a scrivere canzoni idiote sulla macumba subtropicale (Bwana Devil) ai tempi degli Hitmen che, guarda tu, avevano in repertorio buona parte della lista di (Let’s All) Turn on.

Stoneage Romeos luccica così di chitarre scintillanti (I Want You Back) e mesce nei criptici riverberi crampsiani (Dig It Up), pompa energia beat (Death Ship) e scoppia in aria mille bolle di bubblegum (I Was a Kamikaze Pilot) sciorinando una lista di perfette canzoni pop dalle ambientazioni più astruse e legate a doppio filo con l’immaginario old-fashioned dei film di culto degli anni ’50 e ’60 (Bird of Paradise influenzerà Leilani, così come Gidget Goes Ape sarà da ispirazione per My Girl, NdLYS) o con l’interesse maniacale di Dave per le vicende della Seconda Guerra Mondiale (Tojo e I Was a Kamikaze Pilot).

Dopo essere diventata la seconda Detroit, Sydney diventa adesso la nuova California.

Benvenuti nel colorato mondo degli Hoodoo Gurus.

Lasciate a casa gli spolverini.

E allora? HooDoo you love?

 

Con l’arrivo di Mark Kingsmill gli Hoodoo Gurus si preparano a trasformarsi da eccezionale band di culto a band eccezionale.

Abbandonata la visionarietà del disco di debutto, la scrittura di Dave Faulkner si fa matura, classica, cristallina e perfetta come quella dei suoi eroi: Byrds, Db‘s, Kinks, Flamin’ Groovies, Plimsouls, Beat.

Dolce/amara come il pezzo che apre la nuova raccolta.

Fuori, tutto il mondo si inginocchia al suo genio.

Fleshtones, R.E.M., Elvis Costello, Barracudas, Dream Syndicate, Flamin’ Groovies, Bangles, Ramones dichiarano il proprio amore alla band australiana. Nessuno si annoia quando gli Hoodoo Gurus salgono sul palco con le loro camicie paisley e il loro carico di energia positiva.

Il primitivismo dichiarato su Mars Needs Guitars! (l’intero album ma anche il manifesto programmatico che è la title-track) è lontano da quello orgogliosamente esibito dalle band garage-punk che spopolano in quello stesso istante.

Gli Hoodoo Gurus infilano le mani nel baule arrugginito del rock ‘n roll e tirano fuori ogni cosa che gli piace. Come dei bambini nella ludoteca dei loro sogni, non hanno bisogno di ordinare per genere. I cowboys a cavallo (Hayride to Hell) possono benissimo stare accanto agli attrezzi da spiaggia (Like Wow-Wipeout), il fantoccio di Tarzan (In the Wild) fianco a fianco con le astronavi spaziali (Mars Needs Guitars!), i tamburi africani (Poison Pen) accanto alle macchinine decappottabili (Death Defying). Gli echi crampsiani degli esordi hanno ceduto il passo a un power pop condito con le più belle chitarre e le migliori armonie vocali del decennio. Le palme californiane che i Gurus hanno piantato nel deserto australiano non fanno ombra. C’è un sole cocente che arroventa la sabbia e che dipinge miraggi di spiagge e onde solcate dai surf, canyon di roccia rossa e liane ciondolanti da giungle inospitali.

Marte è salva. La Terra pure.        

Bring the Hoodoo down!

 

Esiste una legge non scritta ma molto sfruttata, spesso a sproposito: è quella secondo cui un bel disco lo riconosci ascoltando in sequenza gli incipit di ogni brano. Venti secondi per pezzo e capisci già se quel disco ti resterà sullo stomaco per millenni, se dovrai tornare a spiluccarlo perché ti stuzzica il palato anche se al primo morso ti sa di cartone pressato o se invece te lo porterai dentro per tutta la vita, come quel sapore di surrogato di cioccolato delle Girella o quel gusto di liquirizia molle e appiccicosa delle mou da cinque lire della bottegaia sotto casa. Attenti, perché c’è gente che scrive intere recensioni usando solo questo metodo.

Non perché siano più bravi, ma solamente più pigri.

Ora provate l’esperimento su questo disco per capirne l’efficacia.

Del disco, non dell’esperimento, zucconi!

Blow Your Cool! è un investimento sicuro, fuori dalle logiche del Dow Jones. È un pacchetto di felicità tascabile, da portarsi dietro e tirare fuori quando serve. Come i goldoni ritardanti. È il toccasana per le giornate storte, per i viaggi in auto, per le feste che si stanno alterando in abbiocco.

Musicalmente è  quello che io chiamo l’“approdo americano” dei Gurus.

Un omaggio brillante alla febbre Paisley che aveva rigenerato la roots music americana. Una riscoperta delle radici che i Gurus avevano già abbondantemente collaudato nei due album precedenti ma che qui si compie in maniera definitiva pur senza sacrificare lo smalto e la lucidità del classico Hoodoo-sound e coinvolgendo in prima persona la “manovalanza” del movimento (le Bangles al gran completo e i Dream Syndicate). Le chitarre scintillanti di Brad Shepherd e Dave Faulkner sono al massimo della forma e sembrano luccicare come enormi dobro sotto la caligine del deserto texano. La scrittura è versatile e agile, dalla classica ballata da bivacco di Come On fino al cheerleading-style di Good Times passando per l’impetuoso assalto garage di Where Nowhere Is, le cupe arie western di My Caravan, il cowpunk baluginante di Out That Door, la power ballad perfetta What‘s My Scene che è una miniatura dei Lynyrd Skynyrd seduti sotto le fronde degli eucalipti, l’ariosa I Was the One, il passo implacabile e nevrotico della polverosa Middle of the Land.

Canzoni che ti si piazzano in testa e che ti puoi divertire a cantare e strimpellare sulla chitarra. Roba che crea sudditanza per la semplicità di cui è pregna e per l’efficacia con cui ti avvolge, malgrado cominci a sentirsi una certa puzza di lacca che si farà via via più forte, coi dischi della senilità.

Un disco facile, si. Il difficile semmai è scollarselo da dosso.

 

Un gioco di parole e una stramba copertina che sembra voler parodiare il famoso logo dei Fuzztones inaugura il nuovo contratto con la RCA: Magnum Cum Louder pur con un suono più incattivito non tradisce l’abilità e la classe pop degli Hoodoo Gurus.

Lo rivela subito, in apertura, Come Anytime.

Chitarre scintillanti e melodia a presa rapida che naufragano in un mare di increspature Hammond.

Gli Hoodoo Gurus si presentano agli esami di maturità puntando sul sicuro.

E non sbagliano.

Another World, a ruota, rilancia sulla stessa linea confermando l’incapacità di Faulkner di scrivere una sola canzone men che bella.

Il suono si inasprisce con Axegrinder con un Brad Shepherd incontenibile e i tamburi di Mark Kingsmill che gridano pietà. Glamourpuss è un attacco garage impetuoso e deragliante, sostenuto nell’altra facciata dai suoni più roots dall’altrettanto grintosa I Don‘t Know Anything guidata da un Faulkner che riesce sempre a risolvere tutto con un gusto melodico senza pari.

L’altra perla pop del disco si intitola All the Way e, se fosse esistito un Dio giusto nel mondo delle classifiche, avrebbe dovuto sterminare le folle invece di restare a girare per mesi sul mio piatto.

Baby Can Dance è invece una ballata che si apre e si chiude quasi come un Zeppelin acustico così come Hallucination si copre di chitarre slide che sembrano voler richiamare il blues elettrificato dei Led Zeppelin più giovani.

Una tesi di laurea sulla pop-song perfetta discussa con stile e cognizione di causa.

Promossi con lode. E con bacio in fronte, ora che i capelli cominciano a farsi più radi, Dottor Faulkner.

 

‘Kinky’ conferma il parziale indurimento del suono avviato con l’approdo alla corte della RCA. L’enfasi dei solo di Brad Shepherd e la pressione della batteria di Mark Kingsmill sono adesso il nerbo del suono dei Gurus mentre le liriche di Dave Faulkner perdono la follia da cartoon dei primi dischi in favore di testi sempre più intrisi di amore.

È un processo irreversibile di banalizzazione che aggiunge lacca e vernice al sound della band australiana snaturandone un po’ lo spirito iniziale ma ‘Kinky’ rimane un disco dignitoso, pur non mostrando alcuna idea veramente nuova (anzi, riciclando senza che nessuno se ne accorgesse la Little Girlie Pearl dei nostri Sick Rose per l’introduttiva cavalcata alla MC5 di Head in the Sand, NdLYS) e facendo leva sull’ormai riconosciuta capacità di Faulkner di scrivere canzoni a presa immediata (qui vincono 1000 Miles AwayA Place in the SunI Don’t Mind sulle altre).  

Per la prima volta però i Gurus bucano l’appuntamento col primo posto in classifica nelle charts di musica alternativa, spodestati da un altro disco lambiccato come Out of Time dei R.E.M..

È l’inizio della bassa pressione che porterà ai dischi più appannati della loro carriera e all’ibernazione del cadavere di una delle migliori guitar-band dell’Australia.  

 

La copertina di Crank anticipa di un lustro buono l’iconografia hot-rod di una label come la Gearhead tradendo il desiderio della band australiana di attirare l’attenzione di un pubblico affascinato dal suono roccioso e grasso di certo highway-rock.

La scelta di un sound più muscoloso inaugurata con Magnum Cum Louder e proseguita con ‘Kinky’ è dunque più che uno sfizio temporaneo. Cosa ribadita dalla scelta di affidarsi, per Crank a un personal trainer come Ed Stasium. Roba come Form a Circle, I See You e il singolo Right Time sono in effetti quanto di più duro inciso fino a quel momento dai Gurus. Eppure, nonostante le alterazioni cui la band decide di sottoporre il proprio repertorio, la classe nello scrivere enormi power-songs dalla presa immediata rimane ineffabile così come solo deformati dai volumi risultano i riferimenti a band come Flamin’ Groovies, Fleshtones, Big Star piazzati lungo il disco e dentro piccole, meraviglie bubblegum come Crossed WiresGospel TrainHypocrite Blues (con Steven dei Redd Kross alla voce), The Mountain.   

 

L’apertura affidata al riffone di Big Deal lascia presagire un’ulteriore sterzata verso un suono sempre più deciso. E con le orecchie ancora sature di chitarroni grunge sembra proprio di vederli arrancare da quelle parti. Ma, per quello che nelle intenzioni degli Hoodoo Gurus è destinato a diventare il canto del cigno della band, si tratta come ormai consuetudine di alternare brani dal tipico “sapore” Gurus con altri dal gusto più deciso. Forse, chissà, più “popolare”. In Blue Cave vive (o soffre) dunque di questa alternanza, a volte anche all’interno dello stesso brano (lo zibaldone che si infrange sul riff alla Grand Funk di Mind the Spider, i coriandoli di organo sixties che colorano l’assalto di Mine), tra melodia e furore (come nell’ariosa ballata alla Big Star di All I Know messa a smaltire il furore di una Why? dal tiro quasi Bad Religion). Fatte salve le irruenze che vengono fuori ormai con una certa continuità e dalla familiarità che negli anni abbiamo imparato ad avere con la penna di Faulkner, gli Hoodoo Gurus restano in fondo la stessa band di dieci anni prima. Se qualcuno dovesse sentirsi scontento per un qualche motivo, può sempre guardare in qualche altra caverna. Nessuno lo odierà di certo per questo.

 

L’alba del nuovo millennio trova i canguri intenti a fare surf e a sporcarsi di sabbia sulle coste australiane: l’EP Mr. Tripper e l’album Turkish Delight sono due deliziosi lavori votati al più classico garage, ovviamente in salsa BBGuru (ci sarà uno spin-off qualche anno dopo, sottoforma di 7” targato Screaming Apple, con la collaborazione di Ronald Peno dei Died Pretty in sede di scrittura, NdLYS). Sono lavori da fare invidia agli Stems, gli eroi australiani del genere, bellissimi, intensi, vigorosi, acidi e come sempre con quell’appeal melodico che agli Hoodoo Gurus non è MAI venuto meno ma che la scarsa visibilità di mercato (i dischi sono reperibili solo come import) e la scarsa eco data dalla stampa (non ricevere i promozionali equivale, per molti giornalisti, ad ignorare semplicemente il prodotto, anche quando ha le qualità per ricevere molte di quelle stellette che farebbero bene a spillarsi sulle natiche).

 

I Gurus si riappropriano del loro nome nel 2004 per tirare fuori Mach Schau. Come a dire: facciamo spettacolo!. Uno show che i Gurus fanno da anni. Sempre uguale ma sempre diverso. Con addosso le camice paisley ben prima che diventassero fashion e ancora lì ora che tutti le si è rimesse in armadio. Mach Schau è un disco scostante ma bello che offre il meglio quando si adagia sul cliché Hoodoo Gurus (ma è probabile che il limite sia mio, non loro): l’efficace singolo Nothing‘s Changing My Life con il suo avanzare atipico eppure fulminante, quindi la cristallina When You Get to California che sarebbe stata benissimo su Mars Needs Guitars! e invece andrà sulla mia personale soundtrack estiva, il power rock di The Mighy Have Fallen, la densità soft di Dead Sea. Quello che non piace sono certe “forzature” nel suono e nel cantato di Dave (Isolation in questo senso è quasi un pezzo hardcore e il rifferama di #17 un detrito Morelliano) che suonano inappropriate e inopportune. Gli Hoodoo Gurus non hanno bisogno di reinventarsi uno stile, vanno benissimo così come li abbiamo amati. Bentornati, guru!

 

Anche se le loro uscite discografiche si sono ormai dilatate all’inverosimile, l’appuntamento con ogni loro nuovo disco è uno di quelli cui non si può mancare. Purity of Essence, disco che chiude il terzo decennio di esistenza della band australiana conserva in maniera incredibile l’energia e l’impareggiabile verve melodica che è propria degli Hoodoo Gurus. La capacità di costruire canzoni impattanti ma allo stesso tempo leggere e piacevoli rimane immutata negli anni e il nuovo disco, pensato dopo il meritato ingresso nell’Australian Hall of Fame e interrotto più volte per le condizioni di salute di Brad Shepherd e l’insoddisfacente missaggio iniziale (alla fine commissionato ad Ed Stasium), pur sacrificando un paio di episodi ad un banale ma perdonabilissimo funky/rock buono per la sigla di Rocky, si assesta su standard che in pochi riescono a mantenere dopo tanti anni di carriera e una simile mole di canzoni pressoché perfette.

Crackin’ Up, A Few Home Truths, Burnt Orange, 1968, You’ve Got Another Thing Comin’, What’s in It for Me? e il R ‘n B alla Love Delegation di I Hope You’re Happy sono canzoni generose, di quelle che ti possono raddrizzare una giornata con troppe nuvole grigie.

Gli Hoodoo Gurus continuano a dare un senso ai salti dei canguri.

E in qualche modo, anche ai nostri.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SICK ROSE – Someqlace Bettɘr (Area Pirata)  

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I Sick Rose stavolta se la sono presa comoda. Ben sette anni separano infatti Someqlace Bettɘr dal precedente No Need For Speed. Un silenzio discografico addolcito da un unico singolo inedito e da una prescindibile serie di ristampe e di raccolte consacrate all’ormai più che trentennale periodo garage della band torinese, lo stesso descritto con dovizia di particolari da Maurizio Campisi sul suo libro dello scorso anno.

Da quel passato i Sick Rose si sono staccati consapevolmente ormai da tantissimo tempo, creando una frattura con quel pubblico che li avrebbe voluti eternamente armati di fuzz, organo anni Sessanta e coltelli affilati come quelli dei pomodori sanguinari del loro primo fumetto.  

Le “nuove” coordinate sono state tracciate da Blastin’ Out già nel lontano 2005 e si concretizzano adesso in quello che è il lavoro più compiuto della loro “trilogia” power-pop. La prestigiosa produzione affidata a Ken Stringfellow (Posies, Game Theory, Big Star, R.E.M. ma anche i misconosciuti e dimenticati Chariot con Javier Escovedo e Pat Fear nel suo CV) non deve distrarre da quello che sono diventati i Sick Rose OGGI: una formazione in grado di scrivere canzoni che hanno il dono dell’atemporalità e della classicità. E della familiarità. Nel senso che sono impregnate di quel gusto che sei certo di aver già assaporato cento volte, su cento dischi diversi anche se non sai quando, non sai dove, non sai esattamente se ti sono piaciute ne’ perché, ma le riconosci subito non appena ti stringono la mano, ancora prima che ti dicano il loro nome.

Certo, qualcuno dirà che sanno di pomata power-pop, con tutti quei cori che sembrano leccare la melodia come fosse una fica ben lubrificata. E io non mi sento di contraddirlo. Perché ovviamente stiamo parlando di musica ammiccante.

Ricorda molto quella dei Jetz di Den Pugsley e Tony Skeggs e a tratti, soprattutto vocalmente, quella di certi Hoodoo Gurus (come sulle belle Anyway e Sweet as a Punch) e più in generale di tutto il guitar-pop australiano che dagli Stems arriva, a ritroso, fino ai fondamentali Easybeats che mi sembrano a livello attitudinale una delle più grandi influenze del disco, nella sua ostinata e riuscita ricerca del dettaglio perfetto, del riff asciutto, della melodia raggiante da dopo-lavoro.

Someqlace Bettɘr è insomma l’ennesimo tassello di una formazione in perenne rinascita, tenacemente incernierata al passato ma con gli occhiali da sole ben inforcati per guardare con tranquillità ad un futuro ancora abbagliante.

Passando da qui, lasciate un obolo affinchè ci regalino ancora dei dischi e delle canzoni su cui sperare.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHARIOT – I Am Ben Hur (Munster)  

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Uno spin-off gustosissimo e passato quasi del tutto inosservato questo degli Chariot, band che “nasconde” in realtà Javier Escovedo dei True Believers, Pat Fear dei White Flag, Brian Young dei Fountains of Wayne e Ken Stringfellow dei Posies.  

Chitarre e melodie “larghe” tipiche della tradizione jingle-jangle e power-pop con qualche saporita puntatina nel beat (le cover di Him or Me dei Raiders e della fantastica Peace of Mind dei Count Five ad esempio) sono il piatto servito dai Chariot. Roba buonissima e cucinata divinamente per addolcire il palato. Nel calderone finiscono pure Merle Haggard, Alex Chilton, Los Bravos e i Choir, accanto ai pezzi scritti dai quattro musicisti americani e che non si fanno scrupoli di sfigurare accanto a quelli dei maestri. E infatti non sfigurano, regalandoci tre quarti d’ora di bella musica che passerà, in un mondo distratto e sempre più ingolfato da sgomitanti  produzioni musicali alla ricerca del loro attimo di gloria, senza lasciare traccia nel cuore dei più.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MUFFS – Happy Birthday to Me (Reprise)  

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Quello tra i Muffs e me non fu un amore viscerale e profondo.

Solo una cotta passeggera. Una storiella da sabato sera.

Ma nel periodo 1991-1998, ovvero nel periodo in cui trionfavano gli/le Hole, io fui probabilmente uno dei pochissimi a preferire il “buco” di Kim Shattuck a quello di Courtney Love e a continuare a preferire le sue succulente canzonette a quelle debosciate della Love. Forse perché dentro continuavo un po’ a sentirci l’eco delle Pandoras. Forse perché come le Big Babol potevi continuare a masticarle fino a che non ti saliva un conato di vomito al retrogusto di fragola e veleno. Forse perché la sessualità della Shattuck era meno ostentata, meno sfacciata e più collegiale. Qualunque sia la ragione e nonostante il trasporto emozionale non fosse proprio quello di una grande storia passionale, le canzoni dei Muffs mi strappavano sempre qualche minuto di spensierato buonumore.

E così continuai ad ascoltarle.

Happy Birthday to Me era la terza raccolta in sequenza e non era peggiore ne’ migliore di quelle precedenti. Musica senza pretese, che non ambiva alle prime di copertina, ma neppure meritava le ultime. Stava lì in mezzo. In coda ai grandi degli anni Novanta. Senza spingere. E a me quelli che non scalciano mi sono sempre piaciuti.

Buon compleanno, Kim.

Tornerò a farti gli auguri anche l’anno prossimo, puoi contarci.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelly Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLONDIE – Parallel Lines (Chrysalis)  

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Le abbuffate punk fra i pasti rancidi e le birre di bass’ordine al CBGB’s non sono ancora terminate quando, il 22 Aprile del 1977, la storia di New York riparte da dove tutto era iniziato esattamente undici anni prima ovvero al n. 254 della 54ima strada. Proprio lì, in quel grattacielo dove viene inaugurato lo Studio 54 i Velvet avevano iniziato, il 25 Aprile del 1966, le registrazioni del loro disco di debutto.

Dopo la tempesta del punk si tornava dunque a casa, in un certo senso. Anche se ovviamente lo è solo in senso strettamente toponomastico.

In realtà è un passaggio di testimone importante, uno snodo cruciale nell’evoluzione delle tendenze che da New York prendono il largo per tutti i porti del mondo. Che l’indirizzo sia il medesimo degli Scepter Studios conta davvero poco. Perché lo Studio 54 aveva forse più a che fare con il 231 della 47ma, a pochi isolati da lì. La sede della Factory di Andy Warhol. Il posto dove fermentava il vino nuovo.

Il fatto che la musica dei Blondie si sia trasformata nel prodotto pop di Parallel Lines ha molto a che fare con la frequentazione dello Studio 54 e l’esplosione delle nuove donne-feticcio con la definitiva consacrazione di Debbie Harry nell’immaginario iconografico collettivo.

A mutare pelle non è tanto la musica della band, che viene solo “aggiustata” ad hoc dal produttore Mike Chapman che trasforma il reggae zoppicante di Once I Had Love nella disco-hit Heart of Glass traslandone il ritmo in levare dal rullante all’hi-hat e farcendola con un’overdose di sintetizzatori ma per il resto mantiene ancora le radici avvinghiate al punk melodico degli esordi, come tradisce l’attacco affidato alla cover dei Nerves e alla bella ruspante One Way or Another che ci dicono che i Blondie avrebbero potuto essere altro, volendolo. Ma non lo hanno voluto. Preferendo suonare Buddy Holly come a una festa da college anziché con lo scorbuto addosso come avrebbero voluto i punk.    

A cambiare, per i Blondie, è il bersaglio cui recapitare la loro musica che mescola new wave, elettronica, power-pop: non sono più le furiose mischie dei locali punk ma le piste da ballo il campo da golf dove fare buca. Senza ingannare niente e nessuno, la musica dei Blondie semplicemente si adattava come una enorme bolla d’aria ad un nuovo contenitore capace di accoglierla. 

 

È questa l’intuizione forse levantina ma vincente che fa dei Blondie l’unico prodotto pop di largo consumo venuto fuori dal punk newyorkese, forti di un’immagine in cui l’eleganza sobria dei maschietti viene messa “al servizio” della bionda Deborah Harry.

Fotografata sempre un passo davanti al gruppo. Come una vera star del pop.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHEREENS – A Date with The Smithereens (Floating World)  

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Nel 1994, in una delle (poche) interviste rilasciate per la promozione di A Date with The Smithereens, un Pat DiNizio palesemente risentito, dichiarò che il rock ‘n roll era finito e che la sua era forse l’unica rock ‘n roll band che continuava ad incidere dischi. Il risentimento era dovuto in larga parte all’attenzione rivolta da critica e pubblico al fenomeno grunge che aveva lasciato fuori dal cono di luce molte band “storiche”, come la sua. Uno scivolone terribile di cui avrebbe parlato ancora, con identico rancore, su Sick of Seattle.

La cosa curiosa è che Kurt Cobain aveva dichiarato che, durante la creazione di quello che del grunge sarebbe diventata l’icona insuperabile e del cui produttore DiNizio aveva inizialmente chiesto i servigi proprio per questo disco, le sue orecchie erano in buona parte occupate dall’ascolto di Especially for You, il disco d’esordio della band di DiNizio. Insomma, non proprio dei simpaticoni DiNizio & Co.

Ovviamente gli Smithereens non erano gli unici reduci rimasti in circolazione durante la sbornia grunge. E non erano neppure tra i migliori. In ogni caso, quando i riflettori sarebbero tornati a far luce su quello che c’era oltre Seattle, gli Smithereens si sarebbero limitati a diventare un gruppo-parodia, senza alcuna idea se non quella folle e megalomane di cimentarsi con le canzoni dei Beatles, con le canzoni di Santa Claus o di riproporre per intero il Tommy degli Who.   

A Date with The Smithereens dal canto suo pensava di fronteggiare la piena del grunge con un set di canzoni non proprio brillanti. Lo smalto power-pop degli anni Ottanta era soffocato dentro il tentativo di irrobustire leggermente il suono, opacizzando la brillantezza degli infissi. Il tentativo fallì miseramente, portando alla rottura con la RCA che pure aveva concesso agli Smithereens l’onore di ospitare per un paio di brani (Point of No Return e Long Way Back Again) la chitarra di Lou Reed. Eppure, a ben vedere, le ambizioni di DiNizio non erano del tutto malriposte, siccome i Lemonheads avrebbero spopolato ovunque e contemporaneamente in pratica con la stessa ricetta: canzoni melodicamente appese alle grucce di Tom Petty, accigliate ma senza mai scavallare nella malinconia o nel pessimismo fine a se stesso.

A Date è un plaid da tirarsi sulle gambe nei pigri pomeriggi di primavera, quando il sole tarda ancora a scaldare i tetti ma promette estati sfavillanti. E noi gli crediamo. Perché ci piace credere sia così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BARRACUDAS – Drop Out with The Barracudas (Zonophone)  

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Pensandoci bene il fatto di girare per Londra con una tavola da surf sottobraccio era una stravaganza non troppo lontana da quella degli Small Faces intenti a portare al guinzaglio dei coccodrilli. Be’ si, in effetti c’è da dire che l’iconica foto della versione americana di Drop Out venne realizzata in studio da Chris Gabrin (lo stesso fotografo famoso per gli scatti di This Year’s Model e New Boots and Panties) però già il fatto stesso che una band metropolitana come i Barracudas avesse scelto di appropriarsi di un immaginario estetico, prima ancora che stilistico, così distante dalla loro grigia città di provenienza, era di per sé singolare.

Anche perché siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non esattamente in pieno revival sixties ma piuttosto nel bel mezzo della cupa vertigine post-punk che vedeva i Beach Boys come la peste. Altro che Summer Fun e I Wish It Could Be 1965 Again. Tanto che il loro album di debutto dovette aspettare un paio di anni per trovare una patria dove infilzare la propria tavola da surf. Quella patria era ovviamente la California. Spiaggia privata di Greg Shaw, per essere precisi.

Drop Out, grazie alle sue chitarre cristalline e le sue armonie vocali zuccherose e perfettibili (ma non perfette), solleticò dunque innanzitutto le orecchie del pubblico che si era avvicinato al mondo retrò del power-pop senza infettare altri. Troppo solari per i dark, troppo slavati per i punk (anche per quelli che avevano amato fino alla morte i primi album dei Ramones), troppo in ritardo per chi aveva sognato di cavalcare le stesse onde dei Beach Boys e di Jan & Dean, troppo in anticipo per i loro figli.

Fuori luogo e fuori tempo, insomma. Con quel nome oceanico infestato dalle stesse bestie che popolavano il mare degli Standells e quel tentativo di evocare un immaginario così atipico, così anacronistico, così colorato ed ottimista mentre tutt’intorno svolazzavano pipistrelli e la cosa più divertente da fare sembrava scavalcare le inferriate di qualche cimitero. Così imperfetti eppure in qualche modo così romantici, i Barracudas. Destinati a perdere, giocando una partita tutta sbagliata. Barando con in mano solo un paio di assi.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DIRTY FENCES – “Goodbye Love” (Greenway)  

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Dirty Fences atto terzo.  

Prosegue il sogno power-pop del quartetto più fuori moda di New York. E prosegue con un disco che forse supera addirittura, per capacità invasiva, i due precedenti. Lontane da qualunque intellettualismo, le canzoni dei Dirty Fences si appiccicano sulla formula basica del rock ‘n roll più melodico e ludico degli anni Settanta, votate  al divertimento più sfrenato e devote all’incoscienza adolescenziale elevata a forma filosofica di vita e di rifiuto per disertare, sputandoci sopra, il grigio dell’età adulta. Sfrecciando tra le auto di Knack, Dictators, Raspberries, Redd Kross e Briefs la macchina dei Dirty Fences ci trascina in una corsa a finestrini abbassati lungo le strade di un rock ‘n roll che corre veloce verso il fine settimana. Senza fermarsi neppure per svuotare la vescica.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CLASSMATES – Between the Lines (Area Pirata)  

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Il power pop ha un muro di recinzione così basso che chiunque può scavalcare.

Una volta dentro il recinto non è però detto che tutti sappiano come  lasciare il proprio segno su quei muri scrostati. Un segno che possa giustificare una seconda incursione. Ci riescono benissimo i bolognesi Classmates cui pecca soltanto la scelta di copertine più adeguate che possano permettere al negoziante un po’ rimbambito di sistemare i loro dischi nello scaffale giusto e al neofita di identificare subito quello che quei solchi contengono: punk e power-pop uniti o disgiunti, come se, dentro quel recinto, il terzetto italiano avesse scelto di piantare il proprio stendardo accanto alle bandiere degli Undertones e dei Vibrators.

Le loro nuove dieci canzoni hanno tutti gli ingredienti giusti per fare di Between the Lines una collezione power-pop esplosiva. Armonie collose come chewingum, chitarre che mediano tra aggressività e scioltezza melodica e un senso di eterna incoscienza e teppismo teenager, di quelle che ti permettono ancora di scavalcare e di pisciare su ogni muro. Insegnando agli adulti che i muri a quello servono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro