DROOGS – Young Gun (Plug ‘n Socket)  

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Chi uscirà a comprare il nuovo disco dei Droogs?

Probabilmente in pochissimi. Ancora meno di quei pochi che hanno saputo della sua pubblicazione. Perché i Droogs erano già una band di “basso profilo” quando erano in piena attività, figurarsi ora che pubblicano un disco dopo venti e passa anni dall’ultimo, anche se in formazione storica (Ric Albin, Roger Clay, Dave Provost – negli ultimi anni impegnato anche a fianco di Shelly Ganz nella nuova reincarnazione degli Unclaimed – , più il produttore/batterista Dave Klein). Cosa vengono a raccontarci dopo così tanto tempo? Ci raccontano di un rock ‘n roll che ama stare fuori dal recinto delle mode ovvero dal perimetro che ti garantisce successo, soldi immediati e un buon piano pensione, traguardo al quale peraltro i musicisti della band californiana credo siano ormai vicinissimi. Motivo per il quale il titolo del loro nuovo disco sembra particolarmente inappropriato. Un rock ‘n roll cui non interessa di invecchiare perché, diciamolo, è già nato vecchio. E quindi può sbattersene altamente le palle.

Ma al di là di questo, Young Gun è un disco che funziona. E funziona proprio perché lo sforzo di sembrare giovane rimane limitato alla scelta del titolo. Dentro invece ci sono i Droogs di sempre, quelli eternamente sospesi in una bolla temporale che ogni tanto scende a rimbalzare su qualche decennio e poi torna in alto senza lasciarsi intrappolare, canzoni fatte di quel suono robusto e sincero del quale sai che puoi fidarti, un po’ come accadeva nei dischi di Tom Petty o di Elliott Murphy.

Dischi su cui puoi poggiare la testa, oltre che la testina. Anche se siete, come me, delle teste di cazzo. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BLONDIE – Parallel Lines (Chrysalis)  

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Le abbuffate punk fra i pasti rancidi e le birre di bass’ordine al CBGB’s non sono ancora terminate quando, il 22 Aprile del 1977, la storia di New York riparte da dove tutto era iniziato esattamente undici anni prima ovvero al n. 254 della 54ima strada. Proprio lì, in quel grattacielo dove viene inaugurato lo Studio 54 i Velvet avevano iniziato, il 25 Aprile del 1966, le registrazioni del loro disco di debutto.

Dopo la tempesta del punk si tornava dunque a casa, in un certo senso. Anche se ovviamente lo è solo in senso strettamente toponomastico.

In realtà è un passaggio di testimone importante, uno snodo cruciale nell’evoluzione delle tendenze che da New York prendono il largo per tutti i porti del mondo. Che l’indirizzo sia il medesimo degli Scepter Studios conta davvero poco. Perché lo Studio 54 aveva forse più a che fare con il 231 della 47ma, a pochi isolati da lì. La sede della Factory di Andy Warhol. Il posto dove fermentava il vino nuovo.

Il fatto che la musica dei Blondie si sia trasformata nel prodotto pop di Parallel Lines ha molto a che fare con la frequentazione dello Studio 54 e l’esplosione delle nuove donne-feticcio con la definitiva consacrazione di Debbie Harry nell’immaginario iconografico collettivo.

A mutare pelle non è tanto la musica della band, che viene solo “aggiustata” ad hoc dal produttore Mike Chapman che trasforma il reggae zoppicante di Once I Had Love nella disco-hit Heart of Glass traslandone il ritmo in levare dal rullante all’hi-hat e farcendola con un’overdose di sintetizzatori ma per il resto mantiene ancora le radici avvinghiate al punk melodico degli esordi, come tradisce l’attacco affidato alla cover dei Nerves e alla bella ruspante One Way or Another che ci dicono che i Blondie avrebbero potuto essere altro, volendolo. Ma non lo hanno voluto. Preferendo suonare Buddy Holly come a una festa da college anziché con lo scorbuto addosso come avrebbero voluto i punk.    

A cambiare, per i Blondie, è il bersaglio cui recapitare la loro musica che mescola new wave, elettronica, power-pop: non sono più le furiose mischie dei locali punk ma le piste da ballo il campo da golf dove fare buca. Senza ingannare niente e nessuno, la musica dei Blondie semplicemente si adattava come una enorme bolla d’aria ad un nuovo contenitore capace di accoglierla. 

 

È questa l’intuizione forse levantina ma vincente che fa dei Blondie l’unico prodotto pop di largo consumo venuto fuori dal punk newyorkese, forti di un’immagine in cui l’eleganza sobria dei maschietti viene messa “al servizio” della bionda Deborah Harry.

Fotografata sempre un passo davanti al gruppo. Come una vera star del pop.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHEREENS – A Date with The Smithereens (Floating World)  

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Nel 1994, in una delle (poche) interviste rilasciate per la promozione di A Date with The Smithereens, un Pat DiNizio palesemente risentito, dichiarò che il rock ‘n roll era finito e che la sua era forse l’unica rock ‘n roll band che continuava ad incidere dischi. Il risentimento era dovuto in larga parte all’attenzione rivolta da critica e pubblico al fenomeno grunge che aveva lasciato fuori dal cono di luce molte band “storiche”, come la sua. Uno scivolone terribile di cui avrebbe parlato ancora, con identico rancore, su Sick of Seattle.

La cosa curiosa è che Kurt Cobain aveva dichiarato che, durante la creazione di quello che del grunge sarebbe diventata l’icona insuperabile e del cui produttore DiNizio aveva inizialmente chiesto i servigi proprio per questo disco, le sue orecchie erano in buona parte occupate dall’ascolto di Especially for You, il disco d’esordio della band di DiNizio. Insomma, non proprio dei simpaticoni DiNizio & Co.

Ovviamente gli Smithereens non erano gli unici reduci rimasti in circolazione durante la sbornia grunge. E non erano neppure tra i migliori. In ogni caso, quando i riflettori sarebbero tornati a far luce su quello che c’era oltre Seattle, gli Smithereens si sarebbero limitati a diventare un gruppo-parodia, senza alcuna idea se non quella folle e megalomane di cimentarsi con le canzoni dei Beatles, con le canzoni di Santa Claus o di riproporre per intero il Tommy degli Who.   

A Date with The Smithereens dal canto suo pensava di fronteggiare la piena del grunge con un set di canzoni non proprio brillanti. Lo smalto power-pop degli anni Ottanta era soffocato dentro il tentativo di irrobustire leggermente il suono, opacizzando la brillantezza degli infissi. Il tentativo fallì miseramente, portando alla rottura con la RCA che pure aveva concesso agli Smithereens l’onore di ospitare per un paio di brani (Point of No Return e Long Way Back Again) la chitarra di Lou Reed. Eppure, a ben vedere, le ambizioni di DiNizio non erano del tutto malriposte, siccome i Lemonheads avrebbero spopolato ovunque e contemporaneamente in pratica con la stessa ricetta: canzoni melodicamente appese alle grucce di Tom Petty, accigliate ma senza mai scavallare nella malinconia o nel pessimismo fine a se stesso.

A Date è un plaid da tirarsi sulle gambe nei pigri pomeriggi di primavera, quando il sole tarda ancora a scaldare i tetti ma promette estati sfavillanti. E noi gli crediamo. Perché ci piace credere sia così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BARRACUDAS – Drop Out with The Barracudas (Zonophone)  

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Pensandoci bene il fatto di girare per Londra con una tavola da surf sottobraccio era una stravaganza non troppo lontana da quella degli Small Faces intenti a portare al guinzaglio dei coccodrilli. Be’ si, in effetti c’è da dire che l’iconica foto della versione americana di Drop Out venne realizzata in studio da Chris Gabrin (lo stesso fotografo famoso per gli scatti di This Year’s Model e New Boots and Panties) però già il fatto stesso che una band metropolitana come i Barracudas avesse scelto di appropriarsi di un immaginario estetico, prima ancora che stilistico, così distante dalla loro grigia città di provenienza, era di per sé singolare.

Anche perché siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non esattamente in pieno revival sixties ma piuttosto nel bel mezzo della cupa vertigine post-punk che vedeva i Beach Boys come la peste. Altro che Summer Fun e I Wish It Could Be 1965 Again. Tanto che il loro album di debutto dovette aspettare un paio di anni per trovare una patria dove infilzare la propria tavola da surf. Quella patria era ovviamente la California. Spiaggia privata di Greg Shaw, per essere precisi.

Drop Out, grazie alle sue chitarre cristalline e le sue armonie vocali zuccherose e perfettibili (ma non perfette), solleticò dunque innanzitutto le orecchie del pubblico che si era avvicinato al mondo retrò del power-pop senza infettare altri. Troppo solari per i dark, troppo slavati per i punk (anche per quelli che avevano amato fino alla morte i primi album dei Ramones), troppo in ritardo per chi aveva sognato di cavalcare le stesse onde dei Beach Boys e di Jan & Dean, troppo in anticipo per i loro figli.

Fuori luogo e fuori tempo, insomma. Con quel nome oceanico infestato dalle stesse bestie che popolavano il mare degli Standells e quel tentativo di evocare un immaginario così atipico, così anacronistico, così colorato ed ottimista mentre tutt’intorno svolazzavano pipistrelli e la cosa più divertente da fare sembrava scavalcare le inferriate di qualche cimitero. Così imperfetti eppure in qualche modo così romantici, i Barracudas. Destinati a perdere, giocando una partita tutta sbagliata. Barando con in mano solo un paio di assi.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DIRTY FENCES – “Goodbye Love” (Greenway)  

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Dirty Fences atto terzo.  

Prosegue il sogno power-pop del quartetto più fuori moda di New York. E prosegue con un disco che forse supera addirittura, per capacità invasiva, i due precedenti. Lontane da qualunque intellettualismo, le canzoni dei Dirty Fences si appiccicano sulla formula basica del rock ‘n roll più melodico e ludico degli anni Settanta, votate  al divertimento più sfrenato e devote all’incoscienza adolescenziale elevata a forma filosofica di vita e di rifiuto per disertare, sputandoci sopra, il grigio dell’età adulta. Sfrecciando tra le auto di Knack, Dictators, Raspberries, Redd Kross e Briefs la macchina dei Dirty Fences ci trascina in una corsa a finestrini abbassati lungo le strade di un rock ‘n roll che corre veloce verso il fine settimana. Senza fermarsi neppure per svuotare la vescica.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CLASSMATES – Between the Lines (Area Pirata)  

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Il power pop ha un muro di recinzione così basso che chiunque può scavalcare.

Una volta dentro il recinto non è però detto che tutti sappiano come  lasciare il proprio segno su quei muri scrostati. Un segno che possa giustificare una seconda incursione. Ci riescono benissimo i bolognesi Classmates cui pecca soltanto la scelta di copertine più adeguate che possano permettere al negoziante un po’ rimbambito di sistemare i loro dischi nello scaffale giusto e al neofita di identificare subito quello che quei solchi contengono: punk e power-pop uniti o disgiunti, come se, dentro quel recinto, il terzetto italiano avesse scelto di piantare il proprio stendardo accanto alle bandiere degli Undertones e dei Vibrators.

Le loro nuove dieci canzoni hanno tutti gli ingredienti giusti per fare di Between the Lines una collezione power-pop esplosiva. Armonie collose come chewingum, chitarre che mediano tra aggressività e scioltezza melodica e un senso di eterna incoscienza e teppismo teenager, di quelle che ti permettono ancora di scavalcare e di pisciare su ogni muro. Insegnando agli adulti che i muri a quello servono.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REPLACEMENTS – Pleased to Meet Me (Sire)  

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Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FLAMIN’ GROOVIES – Fantastic Plastic (Sonic Kicks)

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È dal Luglio del 2013, in seguito ad un incontro più o meno casuale su un palco di Londra in cui Chris Wilson ha modo di riabbracciare il vecchio compagno di merende Cyril Jordan, che i Flamin’ Groovies in formazione amarcord girano per il mondo riproponendo il loro storico repertorio. Una ritrovata sinergia, quella della coppia Jordan/Wilson, che non poteva non concludersi in studio. Ecco dunque che, esattamente quattro anni dopo, viene dato alle stampe un nuovo lavoro inedito firmato Flamin’ Groovies.  

Fantastic Plastic, registrato un po’ per volta alla fine di ogni tour vede fianco a fianco Wilson, Jordan e Alexander, come ai tempi di Shake Some Action. Sin dall’attacco di What the Hell’s Goin’ On l’effetto deja-vu è immediato, implacabile e la sensazione che i Groovies possano aver tirato fuori un disco dignitoso viene confermata man mano che ci si inoltra nell’ascolto delle restanti undici tracce, vestite di quelle chitarre luminose che furono il tratto distintivo della loro produzione degli anni Settanta e che tornano a splendere su End of the World e sulla cover di I Want You Bad degli NRBQ e a concedersi addirittura un bagno nel boogie dell’era Supersnazz su Crazy Macy. E se la nuova versione di Let Me Rock (il primo pezzo in assoluto scritto dalla coppia Wilson/Jordan e pubblicato nel lontano 1973 dalla Skydog sull’EP Grease) tradisce l’esigenza senile di ripulire la grezza irruenza degli anni giovanili e qualche brano sembra buttato lì tanto per raggiungere il minutaggio previsto (lo strumentale I’d Rather Spend My Time With You con una comparsata di Alec Palao al basso o la cover di Don’t Talk to Strangers dei Beau Brummels), complessivamente Fantastic Plastic, complice anche la bella copertina disegnata da Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis, è un ritorno in scena finalmente degno di venire illuminato da qualche riflettore.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

GREEN CIRCLES – Brass Knobs, Bevelled Edges (and in 23 different positions) (Off the Hip)

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Tra gli attori protagonisti degli Antipodean Screams lanciati dalla Off the Hip giusto qualche mese fa c’erano anche loro: i Green Circles da Adelaide, un’ottima band con diversi punti di sutura con la tradizione sixties che è riuscita a farsi sovvenzionare dai contributi statali ben due dischi. Sti’ cazzi! Ad entrambi, ovvio, massimo rispetto. Dicevamo che i punti di contatto dei Green Circles con la musica sixties sono tanti, e differenti: Brass Knobs, più del precedente Get on the Outside of This è infatti un disco discontinuo non per qualità ma per panoramica. Quello che infatti potremmo per comodità d’uso e di “gancio” mnemonico chiamare beat viene di volta in volta deformato in molte varianti. Dal garage punk al folk rock, dalla psichedelia al power pop. Tutto fatto con passione e classe, non con mestiere (ciò che uccide, ad esempio, i dischi dei Rubinoos, tanto per restare nel campo di chi ama essere il jukebox perpetuo del sixties sound, NdLYS). Le sagome di Ray Davies, Pete Townshend (ascoltate come viene impostato il riff portante della bella Black Vinyl Heart), Dom Mariani, Phil May che passano sullo schermo. La sensazione è quella di ascoltare un volume inedito delle Battle of the Garages quando ti poteva capitare di ascoltare in sequenza Vipers, Plasticland, Yard Trauma e Fuzztones e di percepirne, passando oltre alle divergenze stilistiche, le incredibili affinità estetiche e culturali.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DOM MARIANI – Popsided Guitar (Citadel)

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Rinnovandosi e riciclandosi all’occasione Dom Mariani è riuscito a spegnere le prime venti candele della sua carriera. Facendo la storia della pop music Australiana,  più o meno.

Da quelle parti, solo gli Hoodoo Gurus sono riusciti a fare altrettanto. In quattro. Cambi di formazione esclusi. Dom è invece uno capace di fare tutto da solo, pur trovando via via i compari adatti ad ogni esigenza. The Stems, Someloves, DM3, Stonefish, Majestic Kelp, Stoneage Hearts fino al suo debutto solista dello scorso anno, tutto qui riassunto su due cd che mostrano le varie facce di Dom: quella di audace maestro del power-pop, quella garage-punk oriented, quella di autore strumentale e quella di classico autore pop/rock. Poca gente ha avuto il dono di saper scrivere canzoni perfette. Lui è tra questi. E mai come ora che il mondo è sull’orlo del baratro abbiamo bisogno di tenercelo stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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