THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE KAAMS – Kick It (Area Pirata) 

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Traccia n.3: Walk Out the Door.

Ecco la tana dove si sono andati a rifugiare i Jam due mesi dopo aver pubblicato The Gift.

Ed è una tana tutta italiana, scavata nel giardino dei Kaams, che dovrebbe trovarsi nei dintorni di Bergamo.

Kick It continua quel progresso di affinamento che già trapelava sul disco precedente e che svincola ormai definitivamente i Kaams dalla musica garage per spostarsi in area power-pop, pur trascinandosi dietro l’energia sanguigna dei primi giorni, già manifestata dall’assalto frontale di Misery, che come il piscio di gatto serve per marcare il territorio. Poi, una volta “a casa” i Kaams regalano le perle della loro produzione: Walk Out the Door innanzitutto, Don’t Forget My Name costruita sulla linea melodica di Dandy dei Kinks, Free, Up All Night, Cold in My Bones, Dark Days, My Destiny.

Poi lasciano uno stronzo psichedelico (Follow the Sun) sulla lettiera e vanno via.

Canzonacce vestite con la giacca a tre bottoni, quelle di Kick It, come insegna il teppismo di classe degli Who e dei Jam.

Certo, avessero deciso di essere eleganti anche al momento di scegliere la copertina anziché decidere che forse la minaccia di uno sputo li avrebbe rappresentati meglio, avrei apprezzato il gesto.

Forse perché di sputi ne ho ricevuti fin troppi e adesso il disgusto monta come liquido seminale durante una fellatio. Che mi pare un paragone poco fine ma in sintonia con l’erezione provata per un disco come questo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LIARS – Never Looked Back (Area Pirata)  

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Al ritorno in scena dei Liars dedicai una recensione che, per le esplicite allusioni sessuali, non troverete mai nella cartella stampa della band pisana. Sappiate comunque che era una dimostrazione di entusiasmo. Quel rientro in pista del 2010 era un rientro che sembrava, vista anche l’esigua durata, destinato ad essere estemporaneo. Invece ecco adesso l’album che porta a compimento quell’abbraccio tentato fra Alessandro Ansani e Pier Paolo Morini e che porta a cifra tonda il numero di quelle tracce, aggiungendo ben otto canzoni.

Never Looked Back è un’immersione in quelle acque rigeneranti di certo power-pop. Non sono i primi “veterani” a decidere di volare come api attorno a quel fuco. E non saranno gli ultimi. Il suono dei “nuovi” Liars si muove in questa terra di nessuno dove il power-pop si fonde con certo glam e qualche vecchia reminiscenza del più classico guitar-sound degli anni Sessanta pur di sopravvivere all’assalto feroce del punk e dell’hard-rock da un lato, alle sabbie mobili del pop più becero dall’altro, sconfinando nei terreni coltivati dai Rain Parade e Three O’Clock

Pezzi come Cruisers of the Night, I Say to You, What Have You Learned, She Never Cries, He Never Smiles, Judge Your Way vanno proprio in quella direzione. Tenendo Alice al guinzaglio e mollando le briglie a un bel chitarrismo colorato che è il suono del Paese delle Meraviglie che le cresce attorno, avvolgendola.

Un po’ come accade ai Liars sulla copertina del loro album.

Un po’ come succede a noi che lo ascoltiamo.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOMMY AND THE COMMIES – Here Come (Slovenly)  

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I fratelli Jeff e Mitch Houle suonano negli Statues, piccola gloria power-pop dell’Ontario. Il primo inoltre è l’uomo dietro il progetto Strange Attactor, garage suonato e registrato in casa mentre fuori il grande lago dorme.

La nuova avventura dei due fratelli esordisce sotto la bandiera della Slovenly e farà drizzare le orecchie e mi auguro qualcos’altro ad ogni fan sfegatato degli Undertones. Sono otto canzoni, in parte già pubblicate su una di quelle cose che nessuno ordina più e che si chiamano demotape e che, tutte assieme, sforano di poco il quarto d’ora. Per dire che di fronzoli, qui dentro, neppure l’ombra.

Però le canzoni sono davvero eccezionali.

Essenziali, scattanti e squisitamente immerse nel barattolo di miele punk che fu proprio della band irlandese ma anche di formazioni come Buzzcocks e Jam. Canzoni come Straight Jacket, Hurtin’ Boys con quel ponte alla Eyes (ogni tanto lasciatele perdere le solite enciclopedie del rock che parlano solo degli Who) o Suckin’ in Your 20s sono perfetti come una terza di seno. Rotonde senza sovrabbondanze. Otto piccoli capolavori per un disco immenso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REAL KIDS – The Real Kids (Red Star)  

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Marty Thau non verrà mai celebrato abbastanza.

Classe ’38, newyorkese purosangue, fu l’uomo che gestì della gente ingestibile come le New York Dolls prima di lasciarle in mano a Malcolm McLaren quando erano già in decomposizione e di passare al management di Blondie, Ramones e Richard Hell. Tutta gente abbastanza disgustosa che Marty riusciva a mettere in riga rispettando un malumore e un’energia che erano condivisi.

Ma, soprattutto, Marty fu l’uomo grazie al quale oggi possiamo parlare dei Fleshtones, dei Suicide, dei Real Kids, le tre band messe sotto contratto per dare il via alla sua etichetta discografica. A differenza dei primi due, i Real Kids venivano da Boston, la città dei Remains, dei Cars e dei Modern Lovers, il gruppo di Jonathan Richman dove John Felice suona quando ha appena compiuto quindici anni. È proprio l’amico Jonathan a suggerire a Felice i nomi dei musicisti con cui può finalmente suonare le canzoni che si ostina a scrivere da ormai quattro anni buoni: Allen “Alpo” Paulino, Howard Ferguson e Billy Borgioli.

Assieme a loro John Felice si esibisce al Rat ogni settimana (l’atmosfera del locale viene “condensata” su una compilation curiosamente pubblicata in Italia dal titolo Live at the Rat, con dentro pure i DMZ e i Thundertrain di Rick Provost, NdLYS) scaricando a terra l’amore per il punk che nel frattempo si è impadronito di lui grazie all’uragano Ramones, affiancandosi all’amore per la musica di Eddie Cochran e dei Troggs che erano già punk senza che nessuno gli avesse messo sopra la targa.

Sempre assieme a loro incide per la Red Star l’omonimo album di debutto. Canzonette sfacciate dove l’attitudine è quella delle garage band che il punk ha appena rimesso in moto. All Kindsa Girl, Reggae Reggae, Solid Gold (Thru and Thru), Taxi Boys, Roberta, Do the Boob, My Way, She’s Alright sono il trionfo dello spirito del rock ‘n roll per teenager. Spericolato, assetato di sesso e di divertimento sfrenato, come nei primi dischi dei Dictators, degli Stones e degli ACϟDC. Nulla più del necessario, come quando a sedici anni vai in spiaggia e porti solo infradito e costume, che anche il telo mare è stato inventato solo per godere di meno.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SLICKEE BOYS – Cybernetic Dreams of Pi (Twin/Tone)    

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Illogici già nell’immagine ma ancor più nelle copertine e nei suoni che ficcavano dentro i loro dischi, gli Slickee Boys furono una di quelle band “trasversali” che spuntarono fuori dal calderone punk americano. Uguali a nessuno, neppure a loro stessi. Cybernetic Dreams of Pi è il loro disco-capolavoro, dopo un modesto album di debutto affidato alla voce sgraziata di Martha Hull. A riportarli in pista dopo un po’ di anni è Mark Noone, cantante non talentuoso ma carico di personalità e anche abile scrittore di canzoni in precario equilibrio fra rockabilly, surf, sci-fi e pop anni Sessanta. Quando la Twin/Tone se li mette in casa è il 1983, con il revival garage-punk che spinge sotto e quindi spesso gli Slickee Boys, per certi loro strambi riferimenti al suono di quella stagione, verranno infilati in quel calderone, “addossati” a band dai riferimenti stilistici ben più precisi. In realtà, vista la natura delle loro canzoni e di quell’aberrante look al crocevia fra i Mothers of Invention, la Alice Cooper Band, i Tina Peel e i Dictators, gli Slickee Boys finiscono per non venir adottati da nessuno. Finendo per diventare la classica “band di culto” e senza mai uscire da quella condizione. Del resto, tra famiglie e lavoro, per tutti loro quello degli Slickee Boys è più un passatempo che una professione, tanto che sbarcheranno in Europa solo nel 1988.

Poco importa, perché per chi si imbatté nei loro dischi, questo su tutti, non fu difficile innamorarsi di canzoni come Nagasaki Neuter, Escalator 66, Life of the Party, When I Go to the Beach o Say Goodbye dentro le quali riuscivano a convivere fianco a fianco, a volte addirittura nello stesso letto a castello, i Ventures, gli Angry Samoans, i Barracudas, i Fleshtones, gli Shoes e i B-52’s.

Tutti col sorriso sulla faccia, felici di aver trovato casa comune. E di aver dato l’indirizzo solo a pochi amici.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE JETZ – The Anthology 1977-79 (Queen Mum)  

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Per quanti, come me, amano alla follia le cosiddette “one-hit wonders” ovvero le band destinate ad essere bandite da qualsiasi enciclopedia dedicata ai migliori album di qualsiasi stagione semplicemente perché tecnicamente non ne hanno mai inciso alcuno, gli inglesi Jetz sono una vera leggenda.

Lo sono sicuramente per me. E a me delle vostre leggende interessa poco o niente, soprattutto se sono quelle che postate in rete man mano che il tristo mietitore le aggiunge al suo raccolto. Nati nel 1976, col vento punk che è ancora una bonaccia e morti meno di tre anni dopo quando invece quel vento ha sradicato quasi tutto, i Jetz realizzarono un solo singolo nei primi mesi del 1978 che curiosamente la EMI decide di pubblicare in ben cinque stati europei ma non nella loro Inghilterra. Vai a capire il perché. I due pezzi destinati a quel singolo (il secondo dei quali viene però sostituito in fase di stampa) sono però tra i più belli di tutto il power-pop inglese e sono quelli che, ovviamente, danno il via a questa raccolta fortemente voluta dalla Queen Mum che si è presa la briga di contattare Den Pugsley per farsi consegnare quanto c’era ancora di buono nel suo archivio personale. E di roba buona ce n’era, gloriaddio.

The Anthology 1977-79 ha infatti una dozzina di bellissime pepite che faranno la gioia di quanti stravedono per band come Only Ones, Knack, Undertones, DM3, Real Kids o per i più recenti Sick Rose.

Dodici canzoni bellissime che mostrano capacità melodiche davvero disarmanti e chitarre che hanno sempre qualcosa da dire. E sempre di meno scontato di quanto ogni giorno vi capita vostro malgrado di dover sentire.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

KURT BAKER COMBO – Let’s Go Wild! (Wicked Cool)  

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La via maestra è quella tracciata da Nick Lowe e dai Rockpile. Una strada che Kurt Baker percorre tra l’altro ormai da quasi una decina d’anni ovvero dallo scioglimento dei Leftlovers, sua prima band, in avanti. Più recente è la nascita del Combo, formazione messa su nella sua nuova patria Madrid. La musica però non si è spostata di molto dal power-pop dei suoi primi dischi solisti se non per un taglio leggermente più garage/glam esibito in qualche occasione (quella sorta di Spirit in the Sky 2.0 di Gotta Move It e, appena più in basso A Girl Like You e WDYWFM) e che sono fra i momenti migliori di un disco per cui si può invece affermare, sovvertendo un luogo comune, che zucchero guasta bevanda. Sono infatti le canzoni dove il gusto per la melodia appiccicosa si fa troppo evidente quelle che, piacevoli ai primi ascolti, finiscono per stufare col perpetuarsi della pratica d’ascolto.

Le cose belle però non mancano.

La migliore in assoluto si intitola Beg to Borrow ed è una di quelle robette che odorano dell’Inghilterra che passava accanto al punk imbrattandosi quel tanto necessario per dare un po’ di tanfo al suo power-pop. Elvis Costello, Nick Lowe, Joe Jackson, quella roba lì. Poi quel trittico di cui vi dicevo. E anche Don’t Say I Didn’t Warn Ya, veloce e contagiosa pisciata nell’orinale dei Rezillos.

Poi è ovvio che il nuovo a tutti i costi non passa da qui. E che il nuovo a tutti costi è spesso una bufala colossale.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro