REDD KROSS – Beyond the Door (Merge)

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I had a dream.

Un sogno piccolo, che non scomodi nessun vecchio eroe della storia.

Sogno che quest’anno un disco di power-pop possa piazzarsi in vetta alle playlist personali o collettive di ascoltatori e giornalisti.

È un sogno indotto, ovviamente. Un sogno indotto dall’ascolto di Beyond the Door, ultimo disco di Jeff e Steve McDonald, i fratelli che si rifiutano di invecchiare, i fratelli cui Courtney Love impedì di aprire mai un solo concerto dei Nirvana, nonostante avessero lo stesso manager, biasimando loro per quanto invece avrebbe dovuto accusare il McDonald dei fast food.

I fratelli McDonald tornano oggi con un disco abbagliante. Uno di quelli che ti conquista al primo ascolto, alla prima nota, al primo riff che in questo caso è “rubato” a Henry Mancini, autore nel 1968 della colonna sonora di quel film-culto che fu Hollywood Party. Che forse non è una scelta ardita ma è di una coolness con pochi rivali, dote che fa la differenza fra i Redd Kross e le centinaia di band di punk melodico che si sentissero legittimate a rivendicare diritti su canzoni come There’s No One Like You o The Party Underground.

Ma l’asse vincente di Beyond the Door è costituito da canzoni come Fighting, Fantástico Roberto, What’s a Boy to Do?, Punk II, Beyond the Door e le due cover che aprono e chiudono il disco, tutte trionfali e gommose pastiglie power-pop che puoi infilare nella lavastoviglie per tirare via tutto quel po’ di sporco che nostro malgrado ci incrosta l’anima a fine giornata.

Perché in fondo, anche questa è una missione da Croce Rossa.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE LAST – L.A. Explosion! (Bomp!)  

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Era inevitabile, per uno che a cavallo degli anni Settanta aveva sponsorizzato il passaggio dei Flamin’ Groovies dalla fase stonesiana a quella di stampo Beatles/Byrds, innamorarsi di una band come i Last, perpetuatori proprio di quel suono fatto di chitarre scintillanti e cori armoniosi indicati dal nuovo corso dei Groovies. Ed è così che Greg Shaw vuole che il disco di debutto dei Last esca con la stessa etichetta con cui nel ’74 aveva pubblicato You Tore Me Down.

L.A. Explosion! si nutre del resto delle stesse frattaglie di cui sono ghiotti i Groovies, aggiungendo un pizzico ma proprio un pizzico di strafottenza punk (Walk Like Me, I Don’t Wanna Be in Love) ad un miscuglio power-pop che avrà un’influenza determinante su gruppi come Barracudas e Rain Parade.

Le canzoni dei Last, come quelle dei primi Beach Boys, sono una lode infinita ad un’estate altrettanto infinita, alla spensieratezza come forma di resilienza. Che però è qualcosa di indigesto per il pubblico di quegli anni, tanto che i loro gig a fianco di bestie come Black Flag e Fear che stanno traghettando il punk verso il più temerario hardcore vengono, quando va bene, derisi. Quando va male, molto di peggio.   

La considerazione di cui godono all’epoca band come i Last o i Groovies è pari a quella per gruppi come Herman’s Hermits o Manfred Mann che sgambettano su un qualunque varietà televisivo. E del resto Joe Nolte e compagni non fanno mistero nel considerare il lustro compreso fra il 1963 e il 1967 come il quinquennio dorato da cui attingere per tirare su canzonette (perché quello sono, al di là delle valutazioni soggettive e quelle oggettive che identificano la portata dei Last come una delle formazioni di punta del revival neo-sixties) come Century City Rag, The Rack, Every Summer Day, She Don’t Know Why I’m Here.

E’ insomma come sentire le onde dei Beach Boys che si infrangono sulla battigia dove è il beach-punk e non la surf-music a dominare la spiaggia.

Una nostalgia che può anche essere pericolosa, se parte di quella schiuma dovesse finire per inzozzare gli anfibi di Henry Rollins.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

MICK MEDEW AND THE MESMERISERS – Open Season (I-94 Bar)  

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Il bar con la musica migliore d’Australia sponsorizza il ritorno (si fa per dire, visto che Mike non è mai andato via da quel mondo, NdLYS) discografico di Mick Medew, che quando avevamo tutti più capelli era la voce trainante degli Screaming Tribesmen.

Un disco che mostra un Medew in gran spolvero, arrangiato e suonato per far colare miele dalle orecchie di quanti amano il power-pop, ovvero quel suono sfacciatamente retrò, altamente contagioso e perennemente scaldato dal sole che proprio in Australia ha trovato una sua naturale patria d’appartenenza grazie a band come Hoodoo Gurus, Stems, Pyramidiacs, Sunnyboys, You Am I o artisti del calibro di Dom Mariani e Michael Carpenter e, ancor prima, formazioni come Eighty Eights, Brewskins, Clones, Riffs, Chalice, Skates per tacere degli immensi Easybeats.

Open Season si accoda a quella lista in virtù di una scrittura vivace che ai classici “trucchi” del genere abbina anche una propensione verso il suono contadino del vecchio country-rock (ascoltare Deep River o Exile on Boundary Street, prego) con risultati apprezzabili e, nei pezzi migliori del lotto (Open Season, Why Did I Fall in Love with You e Imaginary Friend), mostra una qualche affinità timbrica con il Peter Perrett che tutti amiamo, il che ce lo rende se non irrinunciabile, simpatico oltremodo.

Quindi cappotta abbassata, se potete, e vai di cori e chitarre scampanellanti.  

Se non potete, immaginatelo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE 88 – Over and Over (EMK/Mootron) 

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Ho atteso per anni che gli 88 sfondassero.

Si, vero, sono diventati la band preferita di Ray Davies, hanno suonato nelle ultime session di Alex Chilton, hanno lavorato e suonato fianco a fianco con Lucinda Williams, Smashing Pumpkins, Elliott Smith, Black Francis, i Flaming Lips e addirittura con gli Zombies e le loro canzoni sono finite in diverse sitcom e serie tv per teenagers e famiglie unite e divise da uno schermo.

Un curriculum che in tanti non riescono neppure a sognare. Vero.

Ma non è quello che mi aspettavo.

Pensavo davvero che prima o poi sarebbe esplosa la eightyeightmania. Che ogni nuova canzone degli 88 passasse sui TG della sera, come accade per i Coldplay. Forse addirittura sul TG dell’una, come succedeva per gli One Direction.

Invece no, tanto che ad un certo punto il gruppo finisce di pubblicare dischi e nessuno se ne accorge.

Ecco, in tutti questi anni riascoltando Over and Over, apice della loro arte, mi sono interrogato sul perché senza sapermelo spiegare. Perché questo secondo disco della più british tra le band americane è inappuntabile e inattaccabile. Un senso melodico che ha davvero del prodigioso, secondo quella linea che da Paul McCartney porta diritto al brit-pop dei Blur, dei Coldplay, dei Supergrass e dei futuri Fratellis, attraversa ogni singola traccia e, all’interno di esse, ogni loro porzione: strofe, ponti, ritornelli, melodie, armonie. Come se dietro di loro ci fosse un team di produttori e autori ingaggiati per far funzionare tutto senza la minima sbavatura. E invece i dodici pezzi di Over and Over sono tutte farina del sacco di Keith Slettedahl, ventenne californiano che sembra un giovane Morrissey vestito come Michael Bublé. Uno che ama i Beatles e i Kinks alla follia e che sembra aver fatto tesoro di ogni disco dei genitori. In questo ambito e con pari perizia solo i Delta Spirit riusciranno a fare altrettanto, in terra californiana. Anche loro con poco successo e ancor meno visibilità.

Ma, stanco di aspettare, era ora di dirvelo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE KAAMS – Kick It (Area Pirata) 

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Traccia n.3: Walk Out the Door.

Ecco la tana dove si sono andati a rifugiare i Jam due mesi dopo aver pubblicato The Gift.

Ed è una tana tutta italiana, scavata nel giardino dei Kaams, che dovrebbe trovarsi nei dintorni di Bergamo.

Kick It continua quel progresso di affinamento che già trapelava sul disco precedente e che svincola ormai definitivamente i Kaams dalla musica garage per spostarsi in area power-pop, pur trascinandosi dietro l’energia sanguigna dei primi giorni, già manifestata dall’assalto frontale di Misery, che come il piscio di gatto serve per marcare il territorio. Poi, una volta “a casa” i Kaams regalano le perle della loro produzione: Walk Out the Door innanzitutto, Don’t Forget My Name costruita sulla linea melodica di Dandy dei Kinks, Free, Up All Night, Cold in My Bones, Dark Days, My Destiny.

Poi lasciano uno stronzo psichedelico (Follow the Sun) sulla lettiera e vanno via.

Canzonacce vestite con la giacca a tre bottoni, quelle di Kick It, come insegna il teppismo di classe degli Who e dei Jam.

Certo, avessero deciso di essere eleganti anche al momento di scegliere la copertina anziché decidere che forse la minaccia di uno sputo li avrebbe rappresentati meglio, avrei apprezzato il gesto.

Forse perché di sputi ne ho ricevuti fin troppi e adesso il disgusto monta come liquido seminale durante una fellatio. Che mi pare un paragone poco fine ma in sintonia con l’erezione provata per un disco come questo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BAZOOKA – Zero Hits (Inner Ear) 

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I Bazooka mettono un po’ d’ordine in garage. Zero Hits mostra una band determinata ad affrancarsi dal classico garage in bassa fedeltà degli esordi e decisa allo stesso tempo a rivendicare l’orgoglio delle proprie origini. La lingua greca è infatti diventata di assoluto predominio dentro una musica che ha ormai allargato il proprio raggio d’azione esondando verso un punk insieme epidemico e concettuale con un innesto fiatistico (Void, Prison, Night Shift) che non mi stupirebbe se riuscisse a far breccia nel cuore di chi segue la scena ska-punk.

Ma il meglio il gruppo di Atene ce lo riserva nella seconda metà dell’album, quando sembra girare come uno sciame di mosche attorno al corpo in preda alle convulsioni di certo post-punk di scuola Swell Maps/Undertones (ma anche Orange Juice, Woodentops e That Petrol Emotion) che si agita nervoso e pronto allo scatto epilettico nella zona pelvica del disco: In the City, Something I Have Betrayed, Soultana, I Break Everything, Indifferent Glances.

I Bazooka continuano a sparare. Stavolta con una mira più precisa del previsto.

                                                                                                         

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LIARS – Never Looked Back (Area Pirata)  

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Al ritorno in scena dei Liars dedicai una recensione che, per le esplicite allusioni sessuali, non troverete mai nella cartella stampa della band pisana. Sappiate comunque che era una dimostrazione di entusiasmo. Quel rientro in pista del 2010 era un rientro che sembrava, vista anche l’esigua durata, destinato ad essere estemporaneo. Invece ecco adesso l’album che porta a compimento quell’abbraccio tentato fra Alessandro Ansani e Pier Paolo Morini e che porta a cifra tonda il numero di quelle tracce, aggiungendo ben otto canzoni.

Never Looked Back è un’immersione in quelle acque rigeneranti di certo power-pop. Non sono i primi “veterani” a decidere di volare come api attorno a quel fuco. E non saranno gli ultimi. Il suono dei “nuovi” Liars si muove in questa terra di nessuno dove il power-pop si fonde con certo glam e qualche vecchia reminiscenza del più classico guitar-sound degli anni Sessanta pur di sopravvivere all’assalto feroce del punk e dell’hard-rock da un lato, alle sabbie mobili del pop più becero dall’altro, sconfinando nei terreni coltivati dai Rain Parade e Three O’Clock

Pezzi come Cruisers of the Night, I Say to You, What Have You Learned, She Never Cries, He Never Smiles, Judge Your Way vanno proprio in quella direzione. Tenendo Alice al guinzaglio e mollando le briglie a un bel chitarrismo colorato che è il suono del Paese delle Meraviglie che le cresce attorno, avvolgendola.

Un po’ come accade ai Liars sulla copertina del loro album.

Un po’ come succede a noi che lo ascoltiamo.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOMMY AND THE COMMIES – Here Come (Slovenly)  

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I fratelli Jeff e Mitch Houle suonano negli Statues, piccola gloria power-pop dell’Ontario. Il primo inoltre è l’uomo dietro il progetto Strange Attactor, garage suonato e registrato in casa mentre fuori il grande lago dorme.

La nuova avventura dei due fratelli esordisce sotto la bandiera della Slovenly e farà drizzare le orecchie e mi auguro qualcos’altro ad ogni fan sfegatato degli Undertones. Sono otto canzoni, in parte già pubblicate su una di quelle cose che nessuno ordina più e che si chiamano demotape e che, tutte assieme, sforano di poco il quarto d’ora. Per dire che di fronzoli, qui dentro, neppure l’ombra.

Però le canzoni sono davvero eccezionali.

Essenziali, scattanti e squisitamente immerse nel barattolo di miele punk che fu proprio della band irlandese ma anche di formazioni come Buzzcocks e Jam. Canzoni come Straight Jacket, Hurtin’ Boys con quel ponte alla Eyes (ogni tanto lasciatele perdere le solite enciclopedie del rock che parlano solo degli Who) o Suckin’ in Your 20s sono perfetti come una terza di seno. Rotonde senza sovrabbondanze. Otto piccoli capolavori per un disco immenso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REAL KIDS – The Real Kids (Red Star)  

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Marty Thau non verrà mai celebrato abbastanza.

Classe ’38, newyorkese purosangue, fu l’uomo che gestì della gente ingestibile come le New York Dolls prima di lasciarle in mano a Malcolm McLaren quando erano già in decomposizione e di passare al management di Blondie, Ramones e Richard Hell. Tutta gente abbastanza disgustosa che Marty riusciva a mettere in riga rispettando un malumore e un’energia che erano condivisi.

Ma, soprattutto, Marty fu l’uomo grazie al quale oggi possiamo parlare dei Fleshtones, dei Suicide, dei Real Kids, le tre band messe sotto contratto per dare il via alla sua etichetta discografica. A differenza dei primi due, i Real Kids venivano da Boston, la città dei Remains, dei Cars e dei Modern Lovers, il gruppo di Jonathan Richman dove John Felice suona quando ha appena compiuto quindici anni. È proprio l’amico Jonathan a suggerire a Felice i nomi dei musicisti con cui può finalmente suonare le canzoni che si ostina a scrivere da ormai quattro anni buoni: Allen “Alpo” Paulino, Howard Ferguson e Billy Borgioli.

Assieme a loro John Felice si esibisce al Rat ogni settimana (l’atmosfera del locale viene “condensata” su una compilation curiosamente pubblicata in Italia dal titolo Live at the Rat, con dentro pure i DMZ e i Thundertrain di Rick Provost, NdLYS) scaricando a terra l’amore per il punk che nel frattempo si è impadronito di lui grazie all’uragano Ramones, affiancandosi all’amore per la musica di Eddie Cochran e dei Troggs che erano già punk senza che nessuno gli avesse messo sopra la targa.

Sempre assieme a loro incide per la Red Star l’omonimo album di debutto. Canzonette sfacciate dove l’attitudine è quella delle garage band che il punk ha appena rimesso in moto. All Kindsa Girl, Reggae Reggae, Solid Gold (Thru and Thru), Taxi Boys, Roberta, Do the Boob, My Way, She’s Alright sono il trionfo dello spirito del rock ‘n roll per teenager. Spericolato, assetato di sesso e di divertimento sfrenato, come nei primi dischi dei Dictators, degli Stones e degli ACϟDC. Nulla più del necessario, come quando a sedici anni vai in spiaggia e porti solo infradito e costume, che anche il telo mare è stato inventato solo per godere di meno.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro