THE LONG RYDERS – Selvaggio West

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Negli Stati Uniti avere i beatle boots ai piedi al posto dei camperos non ti salva dal pestare lo sterco di vacca, neanche se vivi a Los Angeles e non nella grande provincia agricola americana.

Accade così che Sid Griffin, mentre percorre col suo amico/nemico Shelley Ganz il Sunset Strip, mette il piede nella merda. Sid abbassa gli occhi, poi li alza al cielo imprecando. Si piega per pulire ed è in quel preciso momento che decifra il segnale.

Saluta in fretta Shelley con cui sta avendo un diverbio sulla direzione musicale da dare alla loro band e corre a casa. Si sfila gli stivaletti ancora sporchi di concime già secco come biada, mette sul piatto Sweetheart of the Rodeo e telefona agli altri suoi amici degli Unclaimed, Steve McCarthy e Greg Sowders e li convoca a casa sua. Ha avuto una folgorazione. Ora sa cosa vuole: abbandonare Ganz ai suoi deliri psichedelici e dedicare la sua vita alla musica rurale americana, secondo i vangeli di Gram Parsons, Gene Clark, Stephen Stills. Nascono così i Long Ryders, la più tradizionalista tra le band restauratrici che stanno risanando il rock americano e riappiccicando una ad una tutte le stelle sulla Old Glory statunitense.

Fu così, molto prima che l’“Americana” finisse per ingolfare gli scaffali dei negozi specializzati, una accozzaglia di cowpunks tentò il recupero delle radici della musica statunitense con un pugno di dischi zuppi di country-rock, folk elettrico, swamp blues, hoedown, honky tonk, bluegrass. Erano i cosiddetti “restauratori” votati al culto di Messia dell’elettricità rurale come Neil Young o Gram Parsons.

Pubblicano dapprima un EP (10-5-60) e poi un intero album (Native Sons), agganciano prima Steve Wynn e quindi Gene Clark in persona, che regala la sua voce su Ivory Tower. Poi sganciano entrambi, mentre il loro nome si impone all’ attenzione del grande pubblico. Questa gustosa riedizione della Prima Records riapre una breccia sui primi anni di carriera dei Ryders, quelli in cui Griffin sta tracciando, proprio come i vecchi pionieri americani, il solco della propria identità artistica. Orgogliosamente patriottica, volutamente e fortemente avvinghiata alle radici della musica americana. Ed infatti è così che verrà ribattezzata, esattamente dieci anni dopo: Americana. All’epoca del debutto dei Ryders invece viene coniato il termine cow-punk come a voler sottolineare la natura contadina, sanguigna, passionale di questi giovani eroi del rock in fuga dalle metropoli che del punk conservano l’irruenza ma non i tratti urbani. Che probabilmente sarebbero cacciati da un raduno country come era successo vent’anni prima al Dylan elettrico durante il Folk Festival ma che invece vengono accolti con entusiasmo nel circolo del  dopolavoro per i restauratori statunitensi del Paisley Underground grazie al tiro di pezzi come Join My Gang, 10-5-60, Final Wild Son, Wreck of the 809, Still Get By, Run Dusty Run, Ivory Tower piene di arpeggi byrdsiani, lampi power-pop scaricati dalla nube Flamin’ Groovies, veloci assoli di mandolino e banjo nella più classica tradizione bluegrass, truci hoedown da epopea western che inscenano un rodeo polveroso e avvincente che fa dei Long Ryders i migliori mandriani della stagione.

A conferma che pestare merda porta fortuna.

Sulla scorta di queste piccole zolle di terra americana, nel 1985 i Long Ryders sono fra le prime band dell’underground statunitense a finire sotto contratto con una major. Prima ancora di Hüsker Dü, Sonic Youth, R.E.M.. A portarli alla corte di Dave Robinson (finito alla Island dopo l’acquisizione da parte di quest’ultima della sua Stiff Records) ci pensa Nick Stewart, il cui amore per la roots music statunitense gli varrà il titolo di Mr. Capitan America e lo porterà a fondare un’etichetta dedicata all’“Americana” chiamata Gravity.

Il risultato si intitola State of Our Union.

Registrato nei Chipping Norton Recording Studios con il produttore di area Stiff Will Burch, si apre con quello che, attraverso i richiami al mito della frontiera americana e un riff incalzante, diventa il pezzo-simbolo della band californiana: Looking for Lewis & Clark trascina i cowboys al caldo della Top75 britannica per un mesetto facendoli rientrare in patria trionfanti e carichi di energia per poter affrontare la recensione al veleno che Bart Bull riserva loro sulle colonne di Spin rimproverandoli di essere dei figuranti buoni per fare i sosia dei Buffalo Springfield. E in effetti il secondo album dei Long Ryders abbonda di retorica. Funzionale però alla missione di restauro che loro, e non solo loro (basti pensare a Del Fuegos, Beat Farmers, Blasters o Jason and The Scorchers), intendono divulgare, amanuensi della tradizione country/rock a stelle e strisce. La rivoluzione di cui Bull li rimprovera di sventolare soltanto la bandiera se c’è stata è già stata fatta molti anni prima da gente come Byrds e Flying Burrito Bros. I Long Ryders ne perpetuano la memoria, senza sconsacrarne il sepolcro.

Ancora più bello del primo è però il pezzo successivo, una scintillante ballata power-pop figlia diretta dei Flamin’ Groovies scritta da Stephen McCarthy che più tardi verrà riportata in Inghilterra dai Dr. Feelgood. Sull’album sono messe in sequenza, a dare un senso a tutto il percorso di un disco che, nonostante qualche momento di stanca (WDIAHere Comes That Train AgainTwo Kinds of Love), oscilla abilmente fra le polverose piste dei pionieri e certo pub-rock che i Ryders tornano a respirare durante il soggiorno inglese (Dave Edmunds e Nick Lowe in primis).

 

Il cambio ai vertici della sezione inglese della Island impone ai Long Ryders di chiedere asilo artistico presso la sua filiale americana per la quale pubblicano, concedendosi una bella vacanza a Nassau, un disco fantastico come Two Fisted Tales che era però il triste preludio alla fine del gruppo, silurato dal nocciolo duro dei fans più intransigenti con l’accusa di essersi “venduto” ai grandi industriali della Miller Beer, in una sorte condivisa con i “fratelli” Del Fuegos, dB’s e Cruzados e che non è mai stata digerita e compresa ne’ dalla band, ne’ da me. Ma il fanatismo segue spesso strade imprevedibili. Sotto ogni vessillo. Anche sotto quello apparentemente libertario del rock ‘n’ roll.

Credendo dunque di essere lì lì per imprimere la propria orma nella Walk of Fame hollywoodiana, mentre camminano col naso che guarda al grande cielo californiano, i Long Ryders pestano la più grande girella di merda che abbiano mai potuto calpestare.

L’album che chiude per un lunghissimo periodo la storia del gruppo vive invece, nonostante gli stessi puristi balordi di cui sopra o i loro parenti stretti ci possano trovare sicuramente qualche indizio di compromesso, in perfetto equilibrio fra quelle che sin dagli esordi sono le due anime della band: quella sanguigna e impetuosa di Sid Griffin e quella più docile, introversa, tranquilla di Stephen McCarthy mentre la ricerca delle radici si risolve adesso in un suono forse meno grezzo che Ed Stasium contribuisce a rendere più energico, vivo, tagliente. Con meno sabbia, meno odore di terra e fieno e più polveri metalliche. I due estratti sono proposti nella sequenza iniziale: Gunslinger Man apre l’album come una delle classiche porte basculanti da saloon. A fare irruzione è il tipico pistolero da pellicola western armato di Smith & Wesson. Dopo di lui, a coprirgli le spalle, entrano gli NRBQ: I Want You è il brano che i Long Ryders scelgono, con la complicità delle Bangles, per assecondare l’imposizione della Island di realizzare una cover version da dare in pasto al nostalgico pubblico americano che compra i dischi della band. Tom Stevens contribuisce con una A Stitch in Time che ha lo stesso profilo di The One I Love dei R.E.M. seppur con un’aria più contadina. Tutto il resto è farina pregevole del sacco di Griffin (l’urlo elettrico di Prairie Fire, l’omaggio alla Guerra Civile di Harriet Tubman’s Gonna Carry Me Home) e McCarthy (la ballata popolare di The Lights in the Way sottolineata dalla fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, il mulinello byrdsiano di Man of Misery). A poche settimane dalla stampa, Stevens sarà il primo ad abbandonare il ranch, seguito a ruota da McCarthy, decretando nei fatti la fine dell’avventura dei Long Ryders. Che torneranno di tanto in tanto a proiettare le loro ombre, sempre meno asciutte, lungo le strade ormai asfaltate della lunga pianura americana.

 

Sorta di testamento apocrifo regalato ai fans attraverso il fan club della band all’indomani del suo (primo) scioglimento, Metallic B.O. è il disco che in qualche è chiamato a rappresentare i Long Ryders che non ti aspetti. I Long Ryders alle prese con un repertorio insolito e a tratti disarmante che se da un lato si trascina dietro i vecchi trascorsi di Griffin tra le fila degli Unclaimed con una bella versione della You’re Gonna Miss Me degli Elevators e di una lunga tirata sulla Blues Theme di Davie Allan e dall’altro paga un incomprensibile tributo a John Lydon che passa attraverso Anarchy in the UK e Public Image, vede fioccare l’amore per il folk-rock di Dylan e la musica tradizionale americana in mezzo a stranianti cover versions di pezzi dei Pogues e di Michael Jackson.

Il taglio dell’insieme è comunque semi-amatoriale e, tranne poche eccezioni, del tutto trascurabile. Ma la nostalgia rimane.

 

La reunion dei Ryders del 2004, a diciassette anni dalla separazione alla vigilia del Joshua Tree tour degli U2 che li vedeva come opening-act viene documentata da un disco e da un DVD registrati dal vivo e intitolati entrambi State of our ReUnion. Fatto salvo che le reunion non impressionano più nessuno e anzi spesso fanno più danno che altro, rivedere i Ryders nella line-up originale rimettere mano al loro repertorio classico (ma nella scaletta del tour c’era la consueta “riserva” di covers, dagli Elevators agli Undertones, NdLYS) dà ancora qualche brivido, soprattutto quando le dita scivolano su pezzi inviolabili come la perfetta Ivory Tower scritta dal primissimo bassista Barry Shank o la cavalcata C&W di Final Wild Son. Fuori tempo massimo per raccogliere quanto i Ryders avrebbero meritato quando erano in salute ma ritemprante per quanti hanno respirato la polvere dei loro cavalli.

Com’era già successo in quella “ReUnion” che però non aveva dato alcun frutto dal punto di vista creativo, i Long Ryders ricompattano le fila ancora una volta dieci anni dopo. La nuova rimpatriata, a coda dell’operazione di recupero avviata dalla Cherry Red, ha invece tutta l’aria di un rientro “operativo” a tutti gli effetti. Psychedelic Country Soul arriva ad aggiornare un repertorio fermo musicalmente al 1987, saltando a piè pari un’intera generazione cui il nome dei Long Ryders dirà dunque poco o nulla. 

Dunque si riparte da qui, da questo Psychedelic Country Soul sulla cui copertina le quattro sagome truci di State of Our Union non fanno più paura e cui affideresti volentieri la cura della tua mandria invece di nasconderla come succedeva all’epoca in cui arrivarono in città attraversando al galoppo le praterie degli anni Ottanta.    

Finito da anni il tempo di fare razzie nelle fattorie è dunque il tempo di ricordare i tempi andati. Di quella volta lungo la strada ferrata. E poi di quell’altra dentro il saloon di MacBride. E di quella in cui attraversarono la frontiera senza documenti, nascosti in un carro di sterco e fieno. E quella volta che la fecero franca sfuggendo allo sceriffo e alla legge. Lo fanno talvolta con la giusta carica emotiva (Molly Somebody, The Sound, Greenville, What the Eagle Sees), tanto che l’aria sembra ancora vibrare di quel ricordo. E nella traccia conclusiva lo fanno in maniera davvero persuasiva e avvincente, deformando il loro country-rock in visioni psichedeliche che sono l’omaggio tardivo al Paisley Underground che mancò nei loro giorni gloriosi.  

Altre volte le loro memorie si confondono con quelle di altri. Mancano i particolari che in qualche modo ne certifichino la storia e la rendano unica ed autentica. Ma è solo un “difetto” marginale in un’opera che è un ottimo compendio adulto alla storia dei “giovani” Long Ryders e che può dignitosamente affiancare la discografia ormai storica della band californiana.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE NOMADS – I tuareg del Nord

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La frase Where the Wolf Bane Blooms aveva colpito anche me, sulla busta interna del sottovalutato ed incompreso High Time degli MC5. Bello che non sia stato l’unico a notarla e che gli svedesi Nomads abbiano deciso di usarla per intitolare il loro mini-album di debutto. Una roba di dodici pollici che girava a 45 giri registrato nell’ottobre del 1983 e che può essere a ragione considerato il primo lavoro “di sostanza” del garage punk svedese. Pur nell’accezione per nulla purista che sarebbe stata per sempre il tratto distintivo dei Nomads, ugualmente innamorati dei Blue Öyster Cult quanto dei Sonics. Su questo miniLP non ci sono però ne’ gli uni ne’ gli altri. Ci sono però i Third Bardo, animali psichedelici newyorkesi cui vengono riaperte le gabbie, c’è una mungitura rabbiosa alle mammelle delle vacche del Milk Cow Blues, munte anni prima dalle mani di Kinks e Chocolate Watch Band. Ci sono i Revelons, che nessuno conosceva allora e nessuno conosce ancora oggi, ma che in epoca punk ricevevano la visita dei musicisti di Patti Smith direttamente nel loro sottoscala newyorkese. E poi c’è un Chuck Berry che è sempre Chuck Berry e va bene ovunque. Le restanti canzoni sono opera del gruppo: una bella canzone dal taglio più garage delle altre e una allucinata, psicotica ed anfetaminica corsa alle calcagna dei Cramps e delle band psychobilly inglesi.

I Nomads allungano le mani dappertutto, come un maniaco su un bus pieno di belle donne. Da lì a breve il cielo svedese pioverà gocce di garage-punk a iosa. Fino a sommergere gran parte dell’Europa.    

 

Garage-punk spurio, quello dei Nomads. Roba buona più che per i puristi del genere, per i bikers. Temptation Pays Double, titolo “rubato” al tappeto verde del retro-copertina di The Las Vegas Story dei Gun Club, lo conferma a pochi mesi dal mini-album di debutto con altre sette canzoni infette dove il suono punk dei Sixties si muove scansando ciottoli di surf music, rockabilly e punk del ’77, fermandosi di tanto in tanto sul ciglio della strada, mostrando l’uccello in tiro per poi ripartire sgommando.

Il garage-punk dei Nomads è poligamico, va a letto con chi capita e se ne porta addosso gli umori. Canzoni come Where the Wolf Bane Blooms (la title-track del precedente lavoro che slitterà nella scaletta di questo così come la title-track di questo finirà sul successivo Hardware, NdLYS), Bangkok, Stranger Blues, Don’t Tread on Me, I’m Not Like Everybody Else, Real Gone Lover e Rat Fink a Boo-Boo sono punti di sutura che cercano di ricucire un corpo rock ‘n’ roll vecchio di trenta e passa anni, regalandoci un disco che se in pieno revival pecca di integrità sarà uno dei punti focali cui la generazione successiva guarderà quando si tratterà di ritoccare la musica garage con riacceso vigore, lasciando i puristi dal naso fine con il naso storto.  

 

Orgogliosi di aver scoperto, con due anni di ritardo, che Peter Case aveva scritto un pezzo assieme a Jeffrey Lee Pierce pensando a loro, i Nomads piazzano Call Off Your Dogs in apertura di quello che, per durata, è il loro primo vero album. Hardware è però, più che la definitiva conferma della band svedese come testa d’ariete del garage-punk scandinavo, un parziale seppur non definitivo allontanamento dalla formula originale. La forbice, già aperta, con chi in quelle latitudini detiene già lo scettro del purismo sixties più filologico (Stomach Mouths, Backdoor Men, Crimson Shadows) si allarga ancora di più. Da questo momento la musica dei Nomads si muove non in contrasto ad esso, non in perfetta simbiosi, ma in “parallelo”. Offre un’alternativa, una differente ma non meno potente carica emotiva che si schiude inglobando caratteri idealtipici del rock and roll anni Cinquanta, dell’hot-rod music, del proto-punk della prima metà degli anni Settanta e del cow-punk americano. Tutte caratteristiche ben presenti in Hardware ma un po’ appiattite da una produzione stereotipata che mette in risalto in maniera prepotente il drumming appiattendo il suono delle chitarre ad un poco definibile rumore di fondo che finisce per demolire la carica di pezzi come 10086 Sunset Boulevard, Temptation Pays Double o Check Your Backdoor dove l’elemento típico delle chitarre “strisciate” alla Ward Dotson è ben presente e cerca di creare un canale di deflusso tra pennate mutuate invece dal più classico stile punk-rock e proto-metal in cui i Nomads incespicano sovente e che diventeranno uno dei tratti caratteristici del garage rock spurio di band come Lime Spiders ed Exploding White Mice, nelle lontane terre australiane.  

 

Le vere novità di All Wrecked Up rispetto al disco precedente sono l’uso di una seconda voce femminile e una maggiore definizione dei suoni, dopo il terribile missaggio di Hardware. Per il resto, i Nomads continuano a miscelare elementi diversi ma accomunati da quell’impeto elettrico che ha sempre affascinato la band svedese. Hard-rock, punk, garage finiscono per fondersi e trasfigurare ad esempio la I’m Gonna Make You Mine degli Shadows of Knight in una sorta di coriacea rosa del deserto su cui tutti i sedimenti del loro background contribuiscono a definirne la forma. Anzi, a non definirla affatto.

Il suono è dunque fortemente contaminato, come dimostrano pezzi come My Deadly Game che fa suo il passo dei Jesus and Mary Chain di Some Candy Talking, Down by the River che gioca con le deflagrazioni di wah wah degli Stooges del primo album, lo sleaze rock di Beyond the Valley of the Dolls con tanto di assolo strappabudella di Johnny Thunders o il trattamento alla Rationals riservato ad I Don’t Need No Doctor. I Nomads escono definitivamente dal garage. Con tanto di sgommata, per lanciarsi in una folle corsa fra i rottami, con i capelli al vento.   

 

Veloci. Ma verso il declino.

Questa era l’impressione lasciata da Hardware e All Wrecked Up. E invece Sonically Speaking torna a farci ben sperare sul futuro, ma soprattutto ad illuminare il presente dei Nomads. Assieme agli Union Carbide Productions, ora che i mammuth scandinavi si sono ibernati, la band di Hans Östlund e Nick Vahlberg si trova a dover custodire, preservare e traghettare il rock di derivazione sixties/seventies verso la rifioritura del genere guidata dagli Hellacopters e Hives. Ci riescono benissimo con questo disco, grazie a canzoni esplosive come Rollercoaster, Pair of Deuces, Can’t Keep My Mind Off You, Primordial Ooze, Wasn’t Born to Work, la cavalvata garage di Come On o la bellissima Smooth concessa da Steve Wynn. Canzoni che si riannodano spesso a quel rock ‘n’ roll altrove manovrato con estrema efficacia da band come Hoodoo Gurus (quelli di Magnum Cum Louder in particolare) e New Christs o anche a certo roots rock di matrice americana imparentato ma non sposato al power pop (come Long Goodbye) che in precedenza era stato avvistato in quelle stesse zone dai sottovalutati Playmates, uccelli migratori costretti a far le uova in Australia.

Un disco finalmente degno di portare il nome dei Nomads in bella vista.

“Musicalmente parlando” il migliore prodotto dai nomadi scandinavi negli ultimi cinque anni.        

 

Per registrare Powerstrip i Nomads si spostano, su invito dei Mono Men, a Seattle. È il periodo in cui l’interesse del pubblico e delle etichette americane è, per i Nomads, al massimo livello, tanto da venire inclusi nella seminale Estrus Gearbox assieme a band come Fastbacks, Muffs, Gas Huffer, M-80’s, Untamed Youth, Mortals, nel doppio sette pollici dedicato ad Alan Vega pubblicato dalla Get Hip, da ottenere per la prima volta la pubblicazione di un loro album oltreoceano (se ne farà carico la Sympathy for the Record Industry, NdLYS) e di vedere il marchio della Man’s Ruin su un loro disco su piccolo formato.

E il pubblico americano non rimane deluso.

E neppure noi: Powerstrip è un cazzo di disco pregno di rock-songs cazzute come Just Lost, I Don’t Know/I Don’t Care, Bad Vibes, (I’m) Out of It (scritta assieme al cantante degli Young Fresh Fellows Scott McCaughey), Sacred, Dig Up the Hatchet, Robert Johnsong, Blindspot e una micidiale versione di Better Off Dead, debutto assoluto dei Wipers, tanto per ricordare quanto di buono c’era nella provincia americana mentre tutti guardavano verso New York e Los Angeles.  

Come dei Re Magi venuti dal Nord, i Nomads vengono con un carico d’oro, di incenso e di birra.

 

È la metà degli anni Novanta quando Jack Tieleman della Lance Rock Records commissiona ai Nomads la realizzazione di un disco di cover di oscure band canadesi, desideroso di coniugare l’amore per la sua terra con la passione per quei ragazzi di un altro Nord.  

La band svedese regala all’amico Jack otto brani presi dai repertori di Ugly Ducklings, Northwest Company, Teenage Head, Jury, Great Scots, Luke & The Apostles, prontamente impacchettati sotto il titolo di The Cold Hard Facts of Life. Le coordinate originali vengono rispettate solo in parte, pestando sui pedali dei distorsori ben più forte di quanto a suo tempo fecero le teenage bands autrici dei pezzi. La qual cosa non dispiace e crea compattezza stilistica all’insieme finendo per far suonare il power-pop dei Teenage Head perfettamente sovrapponibile al grungey-folk degli Ugly Ducklings, trasformando i Northwest Company in una band proto-hard in stile Deviants e riportando tutto a fattor comune nel più classico stile spurio dei Nomads, finendo per dare un senso ad un progetto che pareva non averne alcuno.

 

La seconda primavera dei Nomads prosegue con Big Sound 2000, uscito per l’etichetta che nel volgere di qualche stagione è diventata sinonimo di rock scandinavo, ovvero la White Jazz. Il nuovo lavoro della formazione di Solna è un disco che riannoda i legami con il garage punk più di quanto si possa immaginare. Pezzi come Going Down Slow, Ain’t Yet Dead, Another Man’s Cross sono totalmente imbevute di trielina sixties e uniscono i vapori elettrici degli Electric Prunes con quelli tossici degli Stooges mentre altri pezzi come Some Other Crime, Worst Case Scenario, The Good Stuff, Screaming o Don’t Pull My Strings coniugano in maniera esemplare il party-rock dei Fleshtones, lo street rock and roll dei Chesterfield Kings, il punk spectoriano dei Ramones e quello trasversale dei New Christs in una pastiglia di Lemmon 714 capace di rendere effervescente anche l’acqua stantia di una pozzanghera.

 

Dopo il saccheggio clamoroso di She Pays the Rent e le “forniture esterne” ad opera di Peter Case, Jeffrey Lee Pierce e Steve Wynn, Up-tight rinnova la tradizione ormai collaudata dei Nomads di poter contare su qualche penna amica per integrare il proprio repertorio. Per il primo album del nuovo millennio la band svedese può contare su quella di Javier Escovedo che cede la sua Bring Me Down per illuminare ulteriormente un disco già brillante di suo.

Il disco è stavolta un torrenziale fiume di canzoni che raccordano il power-pop con il rawk ‘n roll scandinavo (Top Alcohol e Wish I Was Dumb possono essere “taggate” fra i classici del genere) che li ha giustamente eletti a paladini. Ritornelli e riff che ti si appiccicano addosso come mosche cavalline ma corazzati come scarabei stercorari. Il “vecchio” garage rock resta sulle retrovie, pur mostrando il grugno in almeno un paio di episodi (Competitors in Crime, It’s Lonely Down There Too). In tuta mimetica, come sempre. Cosicchè chi cerca ancora un Farfisa come indizio per scovarlo tra le boscaglie, vada via a stomaco e mani vuote.

Gli altri, preparino i piatti fondi.    

 

Ci vorranno venti anni, esattamente quelli che separano il loro esordio sulle scene dall’esplosione del fenomeno del rock svedese, per raccogliere i frutti di quanto i Nomads hanno seminato nel corso degli anni e vedersi eletti a motore propulsore di una scena che può a ragione, anche puramente anagrafiche, considerarli dei padri putativi. Il loro lavoro di recupero di certe radici venne superato durante gli anni d’oro del sixties-revival da una agguerrita orda di puristi del genere che fecero della Svezia la più esaltante colonia di cavemen del globo e il loro atteggiamento spesso considerato di comodo se non addirittura truffaldino (provate a chiedere a Jeff Conolly dei Lyres come andò con la loro rilettura di She Pays the Rent, NdLYS). Ad ogni modo oggi i Nomads sono rispettati e riveriti al pari di bands come Dictators, Radio Birdman, Saints o Stooges e approfittando dell’onda montante la White Jazz ristampa Showdown, seminale raccolta pubblicata nel ’94 dalla Amigo e che documenta i primi 13 anni di vita del gruppo con un buon assemblaggio di pezzi live, b-sides, pezzi tratti da compilation e tributi, singoli.successivamente integrata di un non meno imperdibile secondo volume. 

Personalmente ho sempre considerato l’approccio del gruppo svedese al 60’s-punk un po’ legnoso e a volte di dubbio gusto (si prendano ad esempio la rilettura di Milkcow Blues o dell’hit dei Lyres oltraggiata dai fiati….NdLYS) e, diciamo francamente, con tutto il rispetto dovuto per la costanza, la tenacia, la perseveranza e la coerenza che il gruppo ha sempre mostrato, in Svezia c’era di meglio 15 anni fa e c’è di meglio ancora oggi. Resta il fatto che questo è un monumento ad un gruppo che come pochi (i Fleshtones, i Chesterfield Kings, Rudi Protrudi e pochi altri) si ostina a fare la propria cosa senza rincorrere i tempi ma aspettando che, ciclicamente, siano proprio i tempi a dar loro ragione.

 

Dopo non aver avuto loro notizie per oltre un decennio pensavo semplicemente si fossero dimenticati di me, come hanno fatto tutti gli amici. O che io mi fossi dimenticato di loro, già molto più improbabile. Poi è arrivato Solna e mi sono semplicemente reso conto che non facevano un disco nuovo dai tempi di Up-tight. Undici anni di assenza dopo venti anni di presenza costante e rumorosa come portabandiera del garage e del punk ‘n roll scandinavo.

Solna celebra quindi il loro rientro in scena.

I nomadi fanno ritorno a casa.

Quella che si vede in copertina è infatti una delle stazioni principali della metropolitana di Stoccolma, proprio quella che si apre sotto il Kvickly di Solna.

Un disco importante ed intenso, tanto da venire prontamente ristampato anche in questa versione australiana con scaletta leggermente modificata (vai a capire perché). Trying So Hard, The Bells e Fine Fine Line vengono sacrificate in onore di Don’t Kill the Messenger, The Way You Let Me Down e Get Out of My Mind senza tuttavia alterare il peso specifico del disco, uno dei migliori della discografia dei Nomads. Forse il migliore in assoluto, pieno zeppo di belle canzoni che echeggiano di New Christs e Flamin’ Groovies, di Fleshtones e Sick Rose, di Saints ed MC5, di garage rock e power pop. Un disco dove tutto sembra al posto giusto (cosa si potrebbe aggiustare su pezzi come Make Up My Mind, Miles Away, You Won‘t Break My Heart, Hangman‘s Walk, Don‘t Kill the Messenger o sulla cover di American Slang di Jack Oblivian se non sistemare il cursore del volume a fondo scala? NdLYS), più di quanto lo fosse negli anni Ottanta. Grandi chitarre (un Hans Ostlund in gran spolvero) ed energia a profusione.

Se vi divertite ancora col rock ‘n’ roll, fatevi questo viaggio a Solna.

Altrimenti, c’è sempre Lourdes.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

CHEAP TRICK – In Color. (Epic)

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Una castrazione in diretta FM. In Color. si apre praticamente così, tranciando di netto, allo scoccare del centesimo secondo Hello There proprio mentre la sua e la nostra erezione sono al culmine. I Cheap Trick possono permetterselo. Tanto più che in quel preciso istante tutto il pubblico è girato altrove, come i tre portoghesi sotto l’ombrello del romanzo di Rodolfo Walsh. Chi verso una pista da ballo, chi verso il palco di un concerto metal, chi verso un tavolato tarlato di qualche gig punk.   

Anche io devo essere stato girato da qualche altra parte, quell’anno lì. Perchè dei Cheap Trick mi sarei accorto molto, ma molto tempo dopo. Altro che i cento secondi di Hello There.  

La band ne approfitta per tirare fuori quello che è forse il loro abum migliore, sorta di versione da hell’s angels del power pop con le chitarre che a volte graffiano come artigli e altre volte invece sono semplicemente una lingua mccartey-ana pronta a leccarti le ferite e, volendo, anche qualcos’altro. Il tutto sotto un ombrello (rosso, ancora una volta come i portoghesi di Walsh), un planetario, una visione d’insieme che è invece puro artificio pop.

Colorato sicuro, preferibilmente in tonalità blue jeans stinto.

Con le toppe sulle ginocchia e al culo, dopo che le moto dei Cheap Trick ci sono sgommate addosso lasciandoci il solco dei copertoni di You’re All Talk e Southern Girls.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE SOMELOVES – Don’t Talk About Us (Half a Cow)  

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I Lime Spiders avevano appena pubblicato il bellissimo doppio 7” 25th Hour quando a Darryl Mather viene diagnosticata una leucemia che lo costringe ad una vita domestica in un parziale distanziamento sociale per quasi tre anni. Le uscite di casa sono limitate a qualche evento speciale, come il concerto degli Stems all’Old Melbourne Club di Perth. È quella l’occasione in cui Darryl si presenta a Dom, annunciandosi come un ormai ex Lime Spider e confessando il suo amore per il power-pop di cui ha scritto sulle pagine di Creem e Trouser Press, le stesse merendine di cui Dom va ghiotto e che distribuirà dal palco con gli Stems fino al 31 agosto del 1987, quando l’alleanza con il nuovo amico ha già cominciato ad andare oltre le chiacchiere da appassionati: il primo singolo dei Someloves verrà registrato infatti nel 1985 e pubblicato per Citadel l’anno seguente, prima ancora del tanto atteso album degli Stems. È l’inizio di un’avventura che regalerà al mondo altri tre bellissimi singoli e un album tutti pubblicati dalla Mushroom Records, la label cui Dom Mariani è ancora legato da vincoli contrattuali che vengono “ritoccati” sostituendo il vecchio nome degli Stems con quelli dei Someloves senza modificare le firme in calce. Un’avventura che è raccolta e raccontata per intero su Don’t Talk About Us: 21 canzoni che splendono come raggi di sole sulle sabbie d’oro australiano.

L’album Something or Other viene completato con l’aiuto fattivo di Mitch Easter alle chitarre e alla produzione artistica e della moglie Angie Carlson alle tastiere aggiungendo ulteriore brillantezza ad un set di canzoni permeate di arpeggi e armonie vocali ispirate a Big Star, Dwight Twilley, Raspberries, Byrds, Real Kids, Badfingers. Talmente perfette che Darryl si rifiuta ostinatamente di portarle in giro per concerti, per paura di opacizzarle. Una risolutezza che il biondo chitarrista perseguirà anche con la band successiva e che porterà alla rottura definitiva con la Mushroom e ad un insanabile conflitto con Dom Mariani che consegnerà i Someloves al ruolo di meravigliose, brillantissime meteore.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE CARS – The Cars (Elektra)

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Riuscite ad immaginare le chitarre dei Television sostenute da un piccolo, irritante sintetizzatore per riuscire nell’impresa di salire i gradini del kitsch fino a riposarsi ad ogni pianerottolo per simulare un coro polifonico da far inorridire anche i fans dei Queen? Disgustevole da immaginare, lo so. Eppure Good Times Roll apriva il disco di debutto dei Cars proprio in questo modo mostrando alcune ma non tutte le facce di questa nuova band di Boston che ama giocare un po’ con tutto, dal glam progressivo dei Roxy Music (cui si rifanno anche graficamente con la copertina di questo ma soprattutto dell’album successivo) alla new wave sperimentale dei Devo e dei Talking Heads e amalgamando power-pop, assoli hard-rock, musica da FM e sdoganando quel tamarro rock da ballo che spianerà la strada a tormentoni come Whatever You Want e My Sharona. Sembra un po’ tutto costruito con l’obiettivo di vendere, e infatti l’album fa numeri strabilianti pur facendo più fumo che arrosto, tanto che anche le pregevoli minuzie disseminate qua e là (la batteria che ribalta il tempo durante la terza strofa di Just What I Needed, la melodia cascante di I’m in Touch with Your World che ricorda le “macchine” di Lothar and The Hand People, la gustosissima armonizzazione chitarristica di Don’t Cha Stop, presto umiliata da un organetto da recita scolastica di fine anno) sembrano un po’ sprecate, in questo drive-in di automobiline sfavillanti.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MUCK AND THE MIRES – Greetings from Muckingham Palace (Dirty Water)

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Ridendo e scherzando, questo è il terzo disco pubblicato dai Muck and The Mires in questo 2020 che ha paralizzato le attività di tanti colleghi ed etichette.

Dopo Quarantine Age-Kicks e l’extended play Take Me Back to Planet Earth, questo Greetings from Muckingham Palace ha però tutti i crismi di un vero album. Che la musica della formazione di Boston possa essere un antidoto umorale alla depressione da Covid è ipotesi legittima confermata da questa nuova manciata di canzoni smaltate di power-pop, di merseybeat (Don’t Start Running Away e Break It All sembrano ricalcate sui canoni dei Beatles di inizio carriera) e garage rock. In generale l’intero album viaggia con la cappotta aperta sulle strade spensierate e soleggiate degli anni Sessanta di band come i Monkees e Searchers, fermandosi proprio ad un passo dal sunshine pop dell’epoca. Certo qualche ruggito in più, come quello della bella I’m Your Man, non avrebbe nuociuto all’equilibrio del disco e a quello psicofisico di noi che ormai da mesi ci sorbiamo il rock and roll da una cannuccia. Ma i Mires hanno dato il loro contributo a fare di questo 2020 un anno meno amaro.

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE SINO HEARTS – Mandarin a Go-Go (Soundflat)

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Se per Platone l’arte è imitazione dell’imitazione, i Sino Hearts in quanto replicanti degli imitatori, ne sarebbero una dinastia ben peggiore. E non perché siano degli incapaci, tutt’altro. La loro “imitazione” del punk e del power-pop è pressoché perfetta, tanto da risultare più genuina di tanti “tarocchi” occidentali platealmente più accreditati. Peking Vampire ad esempio è un pezzo bellissimo, giovane come erano giovani i pezzi dei primi Undertones. Stessa cosa dicasi per la title-track che ricorda ricicla lo strumming della vecchia British Invasion per poi liberarsi in un ritornello appiccicoso come carta moschicida, per Rock ‘n’ Roll Hurricane, vivace punk-rock alla maniera dei Vibrators ma con le chitarre al fulmicotone come nella tradizione detroitiana o per il banale ma efficace cut-up di luoghi comuni di Mary K.

Un disco come tanti che avete già sugli scaffali. Ma non meno bello di molti di quelli. Anche se Platone lo incenerirebbe.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE EMPTY HEARTS – The Second Album (Wicked Cool)  

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Di anni ne sono passati sei, anche se ad ascoltare questo secondo album lo smalto lucido del primo disco degli Empty Hearts non sembra aver perso lucentezza.

Doppietta iniziale affidata ai brani-guida degli ultimi singoli, compreso quello con Ringo Starr alle bacchette, e poi altri undici pezzi di pop caramellato che a volte resta appiccicato ai denti (Indigo Dusk of the Night, The World as We Know It Moves On) e altre volte si fa largo prepotentemente fra i diverticoli (Come On and Try It, Well, Look at You) ma che quando ingrana la marcia del vecchio beat alla Easybeats è capace di grandi prodigi (The Best that I Can, If I Could Change Your Mind).

Qualche morso in più non avrebbe fatto male, ma del resto le bocche serrate in copertina non ci lasciano capire quanti denti aguzzi siano ancora pronti a lacerarci le carni. Nel dubbio, ci affidiamo alle carezze.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROLLING BLACKOUTS C.F. – Sideways to New Italy (Sub Pop)

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Negli anni Ottanta probabilmente avrei stravisto per i Rolling Blackouts. Erano gli anni in cui aspettavo un qualche miracolo e, da stupido ragazzino qual ero, pensavo fosse arrivato planando come un UFO sul mio giradischi. E credevo pure di averne avvistato qualcuno: dischi volanti luminosi ma non abbaglianti che sul tank del carburante portavano impressi nomi come Playmates, Go-Betweens, Sunnyboys, Felt, Jazz Butcher, Barracudas, Smithereens. Poi erano ripartiti senza fare nessun vero miracolo e neppure troppo rumore. Coi lampeggianti accesi, perchè i pipistrelli non ci sbattessero il muso.

Che un disco simile, analogo a quelli più per affinità elettiva più che in termini stilistici, faccia gridare al miracolo oggi, come mi par di capire, significa che qualcuno crede ancora in qualche sogno (ma anche nei nametests, il che mi da molto da pensare) e che facendo un po’ di conti ci siamo accorti che di dischi importanti, di dischi di cui “innamorarsi” (che è un concetto complicato che prima o poi vi spiegherò nei dettagli, NdLYS) ce ne sono sempre meno e che dunque in questa terra dei ciechi si torna ad invidiare anche i monocoli, che perlomeno pare abbiano un occhio anche se potrebbe essere qualche altro orifizio.

Insomma, i Rolling Blackouts trovano oggi una strada lastricata d’oro laddove una volta c’era un viottolo sterrato in cui una volta entrato raramente ti capitava di incontrare qualcuno. Ed io sono felicissimo per loro, ci mancherebbe. Ce ne fosse di gente che suona così e che viene pure applaudita.

Sideways to New Italy è pregno di una soave leggerezza, di un contagioso buonumore, che non è l’allegria vuota da spritz ma uno stato emozionale di spensierata beatitudine che lo rende subito gradevole, come certi sorrisi larghi che incroci per strada o sui libri di narrativa. C’è, dentro le canzoni dei R.B.C.F., tutto uno scintillio, una schiuma di chitarre che sembra illuminata da quella “grande stella” che tutti voi conoscete, se siete arrivati fino a qui, come i Re Magi in attesa del segno giusto per riprendere il cammino.

 

Franco “Lys” Dimauro

THE EMPTY HEARTS – The Empty Hearts (429)  

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Dietro il cuore capovolto degli Empty Hearts ci sono vecchie glorie del power-pop e del garage-rock come Elliot Easton dei Cars, Andy Babiuk dei Chesterfield Kings, Clem Burke dei Blondie e Wally Palmar dei Romantics (e, prima della sua scomparsa, addirittura Ian MacLagan degli Small Faces, NdLYS). Rientrano insomma nella categoria dei super-gruppi, anche se di quella tipologia che in genere sta perennemente in serie B dove a fare il tifo e i cori da ultrà sono solo i fanatici del rock ‘n’ roll fuori dagli interessi del calcio-mercato.

Nonostante l’osteoporosi galoppante, gli Empty Hearts sanno ancora fare un ottimo lavoro di gambe, dribblando con grande classe, tenendo un possesso palla clamoroso e sparando qualche buon tiro in porta fino all’ultimo minuto di questo album che dura metà del tempo regolamentare di una partita ma ci fa divertire il triplo. Il resto lo si canterà fuori dallo stadio, ripassando a memoria le melodie di 90 Miles an Hour Down a Dead End Street, Soul Deep, Don’t Wanna Live in Your Perfect World, (I See) No Way Out, Drop Me Off at Home, Loud and Clear in cui sembra di incrociare gli Aerosmith e gli Who e di vederli andare via sculettando come delle drag queen sulla Bowery.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro