NO STRANGE – Mutter Der Erde (Area Pirata)

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Un disco più mistico che psichedelico, il nuovo dei No Strange. Un viaggio alla ricerca di Gaia come medicina per il disgusto che ci sta riempendo stomaco e polmoni e di cui Voyage dans la lune si fa amaro manifesto, quasi fosse una sorta di Povera patria aborigena. E si, il Battiato più sperimentale ed ermetico abita questi luoghi sonori, assieme a mille altri spettri. Che nella musica del gruppo torinese sono evocati e mai emulati. A loro viene concesso ancora il soffio della vita, in qualche modo. Senza farsi mai carne. Mutter Der Erde sembra un posto creato più per loro che per noi, che lo attraversiamo non senza avvertire un vago senso di disagio.   

Oscuri gruppi prog italiani, antiche formazioni di folk celtico, vecchi corrieri cosmici germanici, lontane orchestre di suonatrici indù, pellegrini e sciamani, rabdomanti, danzatrici del ventre, raccoglitori di tufo e mietitrici di bambù si muovono nuovamente tra questi paesaggi.

Aria tra l’aria. Acqua tra l’acqua, fuoco in mezzo al fuoco, terra nella terra.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LUCIO DALLA – Il giorno aveva cinque teste (RCA)  

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Paff…Bum, Bisogna saper perdere, 4/3/1943 e poi ancora Piazza Grande. Quindi nel 1972, per le selezioni di Sanremo dell’anno successivo Lucio Dalla decide di proporre alla commissione della kermesse sanremese L’auto targata “TO”, che è un po’ come lanciare una molotov dentro una ludoteca. Perché Sanremo è in quegli anni un acquario dove l’Italia del dopoguerra e del boom economico devono continuare a nuotare felice. Come se fuori non si fosse già iniziato a sparare, come se le fabbriche fossero ancora degli opifici dove l’eccellenza italiana rende felici non solo i consumatori ma anche gli uomini addetti alle macchine, come se davvero il benessere fosse stato spalmato equamente fra Nord e Sud e tutto lo stivale fosse stato conciato con lo stesso, lucido cuoio.

La proposta di Dalla viene ovviamente scartata. Quell’immagine di un’Italia “sventrata dalle ruspe che l’hanno divorata” e quell’altra ancora più dura dei terroni condannati “a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni” sono roba che non può passare in prima serata e che non può essere cantata su un palco davanti a gente ingioiellata che sulla pelle dei meridionali ha costruito il suo impero di capannoni industriali e di ville con piscina.

Il Lucio Dalla de L’auto targata “TO” e dell’album che la contiene è un Lucio Dalla pericoloso. Non è più il burlone dei primi anni, il saltimbanchi che sbuffa come Louis Armstrong, l’ingenuo pagliaccetto che può facilmente essere manipolato aggiustando qualche riga come era già successo con 4/3/1943. È il Lucio Dalla che ha incontrato Roberto Roversi, il pericoloso filosofo che scrive su L’officina e su Lotta Continua. È un Lucio Dalla imprudente e spietato. Un Lucio Dalla che decide di non avere scampo, di suicidarsi simbolicamente lanciandosi proprio dal tetto dell’Ariston. Il giorno aveva cinque teste racconta l’Italia del disagio, delle morti bianche, dei cadaveri rosso sangue, delle utilitarie scassate che trasportano gli operai obbligati a costruire le macchine di lusso per i nuovi padroni. Non necessariamente i loro, ma sicuramente padroni di qualcun altro, di qualche altro proletario, l’Italia delle classi sociali, dei gradini con cui il benessere è stato distribuito, altro che democraticamente spalmato. Un disco musicalmente ridondante e contorto come le tendenze della musica del continente impongono ma ricco di canzoni obliquamente convincenti come Alla fermata del tram, Passato, presente, L’operaio Gerolamo, La bambina, L’auto targata “TO”.

A Sanremo quell’anno vince Peppino Di Capri con Un amore grande e niente più.       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

PINK FLOYD – Animals (Harvest)  

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Con gli incassi astronomici di Dark Side of the Moon e Wish You Were Here i Pink Floyd si concedono il lusso di comprare un grande edificio di proprietà della Chiesa di San Giacomo situata sulla Britannia Row, nella zona nord di Londra e di allestire il proprio studio personale. Lì dentro, mentre Johnny Rotten passeggia con la sua T-shirt con cui rivela ai coetanei il suo odio per i Pink Floyd, prendono forma a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Animals e Music for Pleasure, il secondo album dei Damned prodotto da Nick Mason (che presto rileverà l’intero studio di registrazione), a dimostrazione che l’odio per i dinosauri del rock non era poi così viscerale e che la rabbia verso la politica e le istituzioni cova con il medesimo disgusto anche su nidi apparentemente lontani anni luce gli uni dagli altri.

Animals è un disco dai toni plumbei, asfissianti tipici della produzione artistica firmata Roger Waters. Mostra una società soggiogata dai poteri forti, orwelliana, non più divisa per classi sociali ma per branchi, mandrie, greggi. Una mutazione antropologica ispirata da quella descritta proprio da George Orwell su Animal Farm e che Waters sfrutta come immagine allegorica per raccontare un’Inghilterra schiacciata tra l’impennata del National Front e le rivendicazioni sociali della working class che spaccano in due una nazione provata dalla crisi economica del 1976. In mezzo a questi due fronti vive la borghesia, ammansita dalla televisione usata come nuovo veicolo di dominio di massa e vivono i figli scontenti di quella borghesia, annoiati da tutto, privati di un futuro che non riescono a immaginare ne’ in fabbrica ne’ in salotto a condividere con mamme e papà l’ennesima puntata di Coronation Street, di The Good Life o di Crossroads.

Fazioni che non dialogano più tra di loro.

Come forse succede anche dentro i Pink Floyd. Che sono la scomposizione del quattro in numeri primi. Ma che sono capaci di assecondare il frastuono delle parolacce scagliate da Waters lungo le tre canzoni lunghissime che rappresentano il vero cuore del disco, piene di versi di animali reali o plagiati (la chitarra di Gilmour che imita il suono dei gabbiani su Pigs o il chiocciare di una gallina su Dogs oppure il synth di Wright che nella parte centrale di Sheep sembra riprodurre il canto delle balene in cattività). Non più il giardino delle delizie di Ummagumma, ma uno zoo post-industriale di animali ammansiti che grufolano nel trogolo dove hanno messo a macerare la loro libertà.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK MOUNTAIN – Destroyer (Jagjaguwar)  

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Va be’, l’amplificatore gigante lo avevamo già visto. Lo accendi, le valvole riscaldano e al primo accordo vieni investito da uno tsunami di watt. Insomma, si prevedono grandi volumi. E fin qui niente di nuovo.

Ma io che sono ormai lupo di vecchio pelo so anche che spesso le cose grandi, oltre a dare piacere (ci siamo capiti), sono utili altrettanto spesso per nascondere qualcosa. In genere qualche magagna.

Dunque non è che mi basta vedere un amplificatore gigante sugli scogli per essere ben disposto. Ma neppure per avere pregiudizi negativi, è giusto dirlo.

Destroyer tiene fede a quell’immagine. Nel senso che i volumi altissimi ci sono, eccome se ci sono. Talmente forti da spezzare quasi in due Horns Arising ad esempio, in cui il contrasto tra distorsioni assordanti e spazio acustico crea una depressione quasi geologica. La sorpresa è che il vento più forte è tuttavia quello soffiato delle tastiere in odore di space-rock e prog, rivelandoci che “nascosti” dietro l’amplificatore ci sono gli Yes e i Tangerine Dream.  

Idee vetuste come quelle di cui sono saturi pezzi come FD’72, Pretty Little Lazies, High Rise, spesso protratte anche oltre il limite che le bombole di ossigeno (nostre e loro) consentono, non giocano a loro favore e infine Destroyer si spegne generando più sbadigli che urla.

Spostate quell’amplificatore da lì, che si bagna.     

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – L’universo (Toast) 

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“Carissimi e illustrissimi, chi vi scrive nuovamente è il musicista psichedelico Ursus. Per prima cosa principale vi ringrazio per l’attenzione a voi prestata che vi renderemo a suo tempo nella puntata dell’11 Febbraio che possibilmente ci riempie di gioia e di emozioni quando leggevate la lettera da me inviata e possibilmente ricevuta di questa sublime e stupenda del gruppo dei No Strange di cui mi umilio di fare portavoce”.

Presentatore: “fa bene a umiliarsi?”

Mago Gabriel: “no”

Presentatore: “Perché no?”

Mago Gabriel: “Perché a sua volta siamo tutti uguali, nessuno più alto e nessuno più basso”.

“Nell’attesa di poter ascoltare la nuova poesia del grande Gabriel vi invio in omaggio un’opera musicale…ecc…ecc…sperando che possibilmente in questa musica tu possa cogliere il senso magico dei No Strange. Essa è musica eso e poi eterica ma non solo paragnosta ma bensì è importante la concentrazione mentale che possibilmente può anche essere ascoltata dagli gnomi anzi tanto più sublime quanto potrà spiegare il nostro amato Gabriel…ecc…ecc…”.

Siamo nel 1992 e all’interno dello studio televisivo dell’emittente torinese TF9 si consuma uno dei dialoghi più surreali della televisione underground italiana:

il mago Gabriel è un eroe locale divenuto patrimonio dell’umanità grazie alle attenzioni della Gialappa’s.

Ursus, leader dei No Strange, è uno dei suoi ammiratori. Parla e scrive come lui, in simbiotica estasi, come un discepolo devoto. E gli spedisce i suoi dischi.

L’universo è uscito in realtà cinque anni prima. Ma nell’universo psichedelico, così come in quello “eso ed eterico” il concetto di tempo e spazio sono concetti sfuggenti e molto relativi.

Il secondo album del gruppo piemontese è ancora una volta un piccolo rifugio atomico sopravvissuto alle lordure del mondo, un’Ara Pacis votato ad un psichedelia esoterica e dall’afflato mistico. Sitar, violini, flauti, tablas, nastri magnetici e tastiere si addensano attorno alle chitarre di matrice folk spargendosi come incenso e liberando l’effetto di una sorta di cerimonia psichedelica dove vengono evocati gli spettri delle figure del progressive-folk degli anni Settanta, deformati dalla visione multidimensionale del terzo occhio e dall’ascolto psicoanalitico del terzo orecchio cui il disco tenta, trovandolo, l’accesso.

L’universo spalanca le porte all’abisso interiore, al mondo parallelo che ci viaggia dentro e che ci rifiutiamo di ascoltare, avendone paura. I No Strange diventano gli argonauti musicali dell’inconscio.  

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MOTORPSYCHO – The Crucible (Stickman)  

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La tentazione di strafare per i Motorpsycho è sempre dietro l’angolo. E The Crucible cede ampiamente a questa tentazione. Tre movimenti lunghi nove, undici e ventuno minuti in cui i tre ragazzoni norvegesi sembrano annusarsi il culo l’un l’altro con gran giubilo per loro e molto meno per gli ascoltatori. Gli artifici sono quelli soliti: intricate maglie prog che avremmo perdonato a pochi altri mammiferi bipedi e che invece cerchiamo di perdonar loro anche a costo di venirne travolti o calpestati.

La forma-canzone che pure sul disco precedente trovava qualche cunicolo in cui rifugiarsi per sopravvivere allo tsunami viene, se non stravolta, sottoposta ad una torsione, una deformazione ed una tensione elastica che nemmeno le tute de Gli Incredibili. Però, nonostante la statura enorme, manca la trovata geniale, il colpo di scena che può liberare il climax sonoro, la soluzione capace di sorprendere e di coinvolgere il pubblico ben oltre la semplice parata di maestria. La fiamma è povera di vere vampate e tutto brilla di una luce flebile e anche un po’ mesta.

Se The Crucible voleva essere un viaggio, lo è nella misura in cui lo è una colonscopia. Anestesia compresa.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LUCIO DALLA – Anidride solforosa (RCA)  

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La tecnica dello scat era stato il valore aggiunto del giovane Lucio Dalla, un tratto mutuato dal suo amore per il jazz, per lo swing e il be-bop che dava al suo canto un carattere buffo e burlesco che ben si adattava al suo personaggio e che era un abile via di fuga per scappare dalla sua incapacità di scrivere testi che lo attanaglierà per anni. Proprio questa scarsa abilità lo costringerà a ricorrere nuovamente a Roberto Roversi per dare alle stampe il suo Anidride solforosa. Dentro quel disco Lucio Dalla e Roberto Roversi decidono che le sillabe informi dello scat possono evolversi da semplice esercizio di balbuzie tribale in punte di freccia portatrici di un messaggio sociale/politico/economico, secondo lo schema scelto per il nuovo disco. È così che nasce La borsa valori: aprendo una pagina de Il Sole 24 Ore e scorrendo le quotazioni dei titoli di borsa.    

Anidride solforosa affonda i piedi nella cronaca internazionale e nella storia d’Italia. Li affonda talmente pesantemente che i due autori verranno ripetutamente convocati dalla Digos e dall’Interpol per i particolari citati su Carmen Colon, inquietante traccia descrittiva dell’assassinio dell’omonima ragazzina uccisa dall’Alphabet Killer a Churchville nel 1971 così come verranno aggiunti alla lista dei possibili sovversivi in virtù dei pericolosi “incroci” storici descritti su Le parole incrociate.

Siamo dunque all’apice del Lucio Dalla impegnato e politicamente schierato, anche se la sua ombra si muove sotto quella del mantello si alta sartoria anarco-radicale di Roversi, musicalmente ancora invischiato con le verbosità del progressive che tendono a soffocare l’individualismo che emergerà una volta recisi i fili con l’amico poeta e con la pesante zavorra musicale che ne affanna il respiro.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BIRTH OF JOY – Hyper Focus (Gitterhouse)  

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Il pubblico del cosiddetto “retro-rock” è facilmente infiammabile.

Agli artificieri si chiede di sapersi destreggiare con grande manualità e una buona competenza dentro un arsenale di vecchie armi e munizioni del periodo bellico (diciamo, con buona approssimazione, quelle del periodo ’68-’74) e di mettere su con quelle uno spettacolo pirotecnico che, nella sua suggestione, replichi in qualche modo le gesta degli eroi di quel conflitto.

Narcisismo, autocompiacimento ed onanismo, se ben esibiti, sono piacevolmente tollerati e, spesso, anche considerati come virtù.

Gli olandesi Birth of Joy, essendo dotati di tutte queste qualità, sono diventati una delle band più osannate del novero di artisti che a quel passato guardano con venerazione sacrale (nel senso religioso, più che in quello osseo del termine, quantunque…). Il loro suono, in virtù soprattutto dell’utilizzo non predominante ma comunque peculiare delle tastiere, rimanda a band come Uriah Heep, Deep Purple e i tardi Doors. È ravvisabile pure, tra le maglie di questo loro Hyper Focus, il fascino per certe magniloquenze cupe che sono state lungamente sviscerate da band come Porcupine Tree e Muse il che, essendo un compromesso che va a scapito della fisicità e dell’aggressività che resta come soffocata, imprigionata, bloccata, non gioca a loro favore, rinviando quell’esplosione all’infinito senza in realtà realizzarla mai.

Il che è un po’ come restare col cazzo dritto per tre quarti d’ora.

E poi rimetterlo nelle mutande, aspettando si afflosci.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

CARPET – About Rooms and Elephants (Elektrohasch)  

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Edizione esclusivamente in vinile per il quarto album dei bavaresi Carpet, che arrivano a parlarci di imprecisate stanze ed elefanti il cui peso ingombrante mal si addice ai fiocchi leggeri della loro psichedelia lievitante e magica, flessuosamente avvinghiata a quella sorta di jazz ermafrodito di certe produzioni di Robert Wyatt e il cui centro nodale può essere ravvisabile nella lunga June 19th: quindici minuti di sofisticherie per piani tintinnanti, trombe angeliche e chitarre melliflue e cangianti.

La musica dei Carpet riesce a trasmettere un senso di calma appagante, scivolando in una sorta di quiete mesmerica non troppo dissimile da quella di cui sono maestri i mai troppo lodati Breathless. I riferimenti a certo prog (dai King Crimson ai Porcupine Tree fino alle derive math del post-rock di Chicago) usati più come zavorre per non lasciare che il loro suono a tratti quasi canterburyano lasci per sempre la stratosfera che come semplice esercizio di stile, non sono mai eccessivamente cerebrali e non intralciano il percorso abbastanza lineare delle canzoni, anche quando il minutaggio straripa oltre la tenuta media delle paratie della classica rock-song.

Più pascoli sulle nuvole che cimiteri di elefanti, dentro il nuovo disco dei Carpet. Meglio così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro