PINK FLOYD – Meddle (Harvest)  

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Quando nel 1971 il giovane regista scozzese Adrian Maben propone a Steve O’Rourke di realizzare un lungometraggio sulla band realizzato tra le rovine di Pompei, i Pink Floyd si rendono conto che, nonostante i sette mesi spesi in studio per realizzare Atom Heart Mother, non hanno materiale nuovo da poter presentare dal vivo con le loro sole forze. Il nuovo repertorio viene approntato in fretta, utilizzando lo stesso clichè dell’album precedente ovvero una lunga suite su un lato e pezzi più brevi, perlopiù acustici, sull’altro.

L’apertura è affidata ad uno strumentale dall’imponente linea di basso. Una di quelle robe quadrangolari che deve far vibrare i resti di Pompei. E infatti lo farà.

Si intitola One of These Days. Che letta a rovescio suona come Syd, It’s Enough!

L’ennesimo richiamo inascoltato al vecchio amico Syd che tormenterà la band per anni, infilato tra scrosci di piatti e chitarre che corrono come luci imprigionate dentro fibre ottiche.

Sicuramente ispirata dalle canzoni dell’amico che Gilmour e Wright hanno ascoltato appena un anno prima durante le sessions di Barrett è San Tropez, uno dei quattro pezzi che completano la prima facciata del disco e che, azzerando le visioni cosmiche, avvicinano il suono della band a quella di altri artisti inglesi, da Ray Davies a Marc Bolan passando per gli Zeppelin umidi di brina del terzo album.

A captare i segnali dal cosmo ci pensa la lunga Echoes, ovvero la suite che contiene in embrione tutti i cromosomi che, per sottrazione, andranno a costituire il corpo di Shine On You Crazy Diamond.

La sincronizzazione con l’orologio interstellare è così perfetto che pare coincida con quello dell’Odissea nello Spazio di Kubrick.

Quella con la versione che ne daranno a Pompei, pure.

I Pink Floyd diventano il Torquetum di precisione della musica del XX Secolo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ULTIMA SPIAGGIA – Il disco dell’angoscia (Ultima Spiaggia)  

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Uno dei dischi più inafferrabili (non solo in senso artistico: provate ad afferrarne una copia, visto che non è mai stato ristampato in alcun formato, NdLYS) degli anni Settanta italiani porta la firma di Ricky Gianco, il baffuto agitatore Lodigiano che era stato tra i primi a sdoganare il rock ‘n roll nella nostra bella penisola e a tradurre nella nostra ridente lingua i testi dei Beatles. E che attraverserà gli anni Settanta lanciando una nuova genie di cantautori (da Enzo Jannacci a Gianfranco Manfredi), dando rifugio al Canzoniere del Lazio appena “ripudiato” da I Dischi del Sole, e mettendo in piedi un paio di etichette discografiche sotto i cui marchi stampa bizzarrie per tutti i gusti e tutte le età.

Tra questi Il disco dell’angoscia è uno dei più stravaganti. E non solo nella sua discografia. Un disco stilisticamente paradossale e che nel suo paradosso finisce per essere uno dei lavori della stagione “prog” che ha meglio superato la prova del tempo. Proprio perché alla fine, di prog, Il disco dell’angoscia finiva per averne poco. È piuttosto una giostra musicale dove finiscono per vivere fianco a fianco musiche di ogni tipo, dalla romanza al rock ‘n roll, dalla samba brasiliana (probabilmente “consigliata” da Ivan Cattaneo, coinvolto assieme a Tullio De Piscopo, Manfredi, Ellade Bandini, Hugo Heredia e Nanni Ricordi nel progetto) alla pop-music artificiosa tipica di quegli anni, dal funky al free-jazz, interrotte (ma in realtà unite, per dare senso al tema “concettuale” del disco basato sull’incidente stradale che coinvolge il protagonista) da voci trattate, canti gregoriani, sussurri, cori da stadio, rumori di pneumatici e ferraglia.

Un disco incredibilmente vitale e ingiustamente dimenticato da noi italiani vittime da sempre di Alzheimer precoce.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AREA international POPular group – Cattivi maestri

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Tra le cose che fanno male, alcune fanno più male di altre.

Gli Area hanno fatto male, malissimo.

Senza abusare di retorica, strisciando sottili.

Fuori dalle righe, cani sciolti che ancora oggi nessuno osa far rientrare in alcun recinto. Troppo veri per essere una cartolina degli anni Settanta da mostrare in tivù.

Gli Area non rappresentavano gli anni ‘70, ma ERANO gli anni ‘70.

Unico gruppo italiano specchio dei propri tempi. Capace di confrontarsi con la politica e le avanguardie musicali occidentali e mediterranee, orgoglioso di iniziare la carriera tra le teche futuriste della Biennale di Parigi, proseguirla negli ospedali psichiatrici e chiuderla tra i sacchi a pelo di Parco Lambro.

Non erano un gruppo fusion.

Non erano un gruppo rock.

Non erano un gruppo d’avanguardia e neppure un gruppo folk.

Non erano un gruppo prog. E neppure un gruppo di musica etnica.

E non erano neppure un gruppo POP, per come lo si intende comunemente. Malgrado il termine POP fosse messo in bella mostra a fianco al loro nome.

Gli Area erano tutto questo e molto, molto di più.

E se tutto questo potrebbe farvi pensare che gli Area piacessero o potessero piacere a tutti, sbagliate di grosso.

Gli Area non piacevano quasi a nessuno, nonostante i loro concerti traboccassero di gente. Gente che era andata ai loro happenings perché, nell’abile strategia di marketing messa su da Gianni Sassi e Demetrio Stratos, la macchina degli Area rappresentava un’adesione incondizionata ad una identità culturale e politica estremista e sovversiva. Gli Area erano il collante di tutto il “movimento” degli anni Settanta: comunisti, radicali, anarchici, tesserati di Lotta Continua, del Potere Operaio, dell’Autonomia Operaia, femministe, hippy, simpatizzanti delle brigate rosse, cani sciolti, proletari, universitari, situazionisti. Gli Area riunivano tutti sotto una bandiera comune. Usando simbologie e allegorie. Senza mai cantare uno slogan che sia uno. Senza affogare nella palude della propaganda. Destrutturando oltre che la musica anche le parole. Rendendo il messaggio “cifrato”.

Senza cercare alcun consenso.

Prendendosi fischi, bottigliate, insulti e sputi anche dal pubblico che avrebbe dovuto sostenerli. Un pubblico che continuerà per anni a richiedere ai concerti Luglio, Agosto, Settembre (nero). E loro, gli Area, continuando a negargliela.

Fottendosene.

Gli Area attraversarono tutti gli anni Settanta trascinandosi dietro tutta la polvere di quegli anni. Che era soprattutto polvere di piombo. Ma non per colpa loro.

Di quegli anni gli Area restano l’emblema più vivido e sconcertante.

Gianni Sassi e Demetrio Stratos si conoscono nel 1972, quando il primo decide di affiancare al lavoro di grafico pubblicitario quello di discografico, talent-scout e diffusore di musica di avanguardia e il secondo si è appena unito ad una band fusion che ha grande perizia tecnica ma soffre a trovare una sua vera identità, in quel calderone che ribolle di nomi come Nucleus o Weather Report. Sono due pianeti simili nella galassia in fermento della Milano dei primi anni Settanta. E sono destinati a scontrarsi o fondersi in un pianeta ancora più grande. Come infatti accadrà.

A “costruire” l’identità che ancora manca al gruppo meneghino ci pensa Gianni Sassi, mettendo in piedi una operazione di marketing che neppure Malcolm McLaren sarebbe riuscito ad allestire con tale perizia. Lavorando sopra di loro, assieme a loro. Perché gli Area e Sassi in quel periodo sono una famiglia. Si confrontano faccia a faccia sui temi scottanti di cronaca e attualità, ma anche su storia, religione, geopolitica, diritti civili. La loro sala prove e gli studi della Cramps si trasformano di volta in volta in officina, in circolo culturale, in assemblea sindacale, in un’aula magna o in una seduta di training autogeno.

Ma lavorando anche sul pubblico che li deve accogliere e che deve propagandarne il messaggio, finendo per distribuire bandiere rosse da sventolare al vento quando passa la telecamera ad inquadrare quella folla in realtà molto distratta che li guarda sgomenti esibirsi sul palco del Festival di Parco Lambro. Manipolando a suo piacimento e secondo sua necessità le masse, per quanto piccole fossero.

Perché, una volta costruiti gli Area, bisognava costruire il loro pubblico.

 

Arbeit Macht Frei è il coraggioso titolo che inaugura il catalogo del Frankenstein verde che Sassi e il socio Sergio Albergone si sono scelti come logo.

Parole e immagini, create ad arte da Gianni “Frankenstein” Sassi marcano l’”area” dentro cui si muove il gruppo milanese. Fascismo, comunismo, cattolicesimo, guerra, privazione della libertà, imperialismo culturale e musicale, lotta armata (la famosa, cruda sagoma di cartone che ritrae la rivoltella di Gaetano Bresci allegata al disco). Gli Area parlano di tutte queste e di molte altre cose, senza nominarne mai alcuna.

Visivamente d’impatto l’artwork realizzato con cura maniacale da Gianni Sassi dando fondo alla sua collezione di oggettistica e pronto a richiamare iconograficamente, soprattutto nello scatto interno, i concetti espressi dentro il disco. Stranamente, vista l’attenzione certosina che il grafico milanese spendeva nella creazione delle sue opere, il cognome di Demetrio viene amputato dalla erre e presentato alla storia come Statos, in un refuso che deve aver pesato sull’orgoglio di Sassi molto più di quanto potesse sembrare. 

 

Musicalmente l’impronta prog-jazz è fortissima. Ma è una Canterbury che plana sull’Anatolia, tra Cipro, Efeso e Smirne. Che si contamina con la musica contemporanea, con le svisate free, col rumorismo, con le musiche balcaniche e mediorientali, con la democrazia della musica dodecafonica dove nessuna nota è sovrana e tutte lo sono. Velenoso, caustico, ardito, ingegnoso: Arbeit Macht Frei è un disco di rottura. Un disco veramente libero da ogni prigione stilistica.

Salutati Patrick Dijvas (passato alla “concorrenza”) ed Eddy Busnello, Caution Radiation Area prosegue accentuando i deliri cacofonici del gruppo e le imprese vocali di Stratos. C’è la volontà, perseguita tenacemente, di strafare, di infastidire il pubblico e l’ascoltatore. C’è il jazz violentato dal rock che molti impareranno a chiamare fusion, c’è l’urlo politico e il richiamo forzato alla memoria (Lobotomia), il raccapriccio urbano e orwelliano e il rifugio etnico. La forma canzone viene quasi del tutto abbandonata, disperdendosi in una sorta di “musica totale”. Gli Area sfidano il loro pubblico, conducendoli fino all’estenuante finale in cui Paolo Tofani da fuoco al suo arsenale elettronico, sparando sibili, fischi, rumori assortiti, varcando la soglia del fastidio e bruciando, dal vivo, decine di impianti audio. Unico rifugio concesso, l’iniziale sequenza ellenica di Cometa Rossa, presto anch’essa tradita per lasciare spazio agli spiazzanti vocalizzi del cantante.

Crac! svela sin dalla copertina la sua anima “pop”. L’anima contorta degli Area è circoscritta ai due minuti conclusivi di Area 5 mentre escono fuori piccoli inni declamatori e partigiani come Gioia e Rivoluzione o L’elefante bianco. È il più rilassato disco degli Area che tuttavia non rinnegano le loro simpatie anarchiche, riportando in bella vista una frase di Buenaventura Durruti, e rivoluzionarie (con l’epica metaforica de La mela di Odessa che rivede a mo’ di fiaba la rivoluzione bolscevica).

Are(A)zione, con frammenti dello storico concerto al Parco Lambro del Giugno ‘74, mette in mostra la potenza, l’incredibile padronanza tecnica e l’aria di provocazione e minaccia che si respirava nei concerti degli Area, chiudendosi con una versione collettiva de L’Internazionale che, uscita l’anno precedente come singolo, aveva fatto indignare ufficialmente quel verme di Ceauşescu.

 

Quando tornano a chiudersi fra le pareti del Fono-Roma, gli Area non sono più una band ma un vero e proprio collettivo, tanto da passarsi lo sfizio di registrare i nuovi sette pezzi con una formazione completamente diversa per ognuno di loro.

Lingue lunghe e menti lucidissime (oltre che musicisti spaventosi, NdLYS) gli Area scardinano infine con Maledetti (Maudits) ogni regola, tornando a farsi portavoce di un estremismo musicale e dottrinale che li elevò a bandiera culturale ed emblema di un malessere generazionale e sociale che da lì a poco sarebbe esploso in tutta la sua rabbia. Il femminismo estremo e deciso di Scum, l’incedere dislessico di Evaporazione, il perverso caos disarticolato e privo di perimetro di Caos(parte II) che fomenterà la spirale di disagio, tumulto, disordine, odio documentata sul disco-documento sull’evento del concerto presso l’Università Statale di Milano dello stesso anno, sono solo alcuni dei perni su cui ruota il concept di un disco che ancora oggi disarma per la lucidità brillante di cui è imbevuto, così “maledettamente” avanti da essere ancora, a nuovo secolo ormai inoltrato, avanguardia pura. Il “transgender” musicale degli Area si è totalmente trasformato in una musica totale cui non basta più unire ma mira a fondere definitivamente ogni musica, ogni rumore, ogni suono creando un corpo solo.

Uno, trino, ∞.

Anto/Logicamente, il disco che chiude in maniera non idilliaca i rapporti con Sassi e con la Cramps Records non è una raccolta di successi, una di quelle banali suppellettili da albero di Natale per mandare a letto i bimbi buoni ma un’antologia di brani nascosti, ignorati dai critici…e da molti altri”. Non ci sono ne’ gioie ne’ rivoluzioni, niente mele di Odessa e neppure elefanti bianchi. Copertina nera e scritta rossa: una dichiarazione di guerra. L’ennesima. L’ultima con il Frankenstein che sorride sguercio e con gli Area e Stratos ancora vivi.

La separazione da Gianni Sassi costringe Demetrio Stratos ad assumere il ruolo di paroliere e ad iscriversi alla SIAE per salvaguardarne i diritti. L’abbandono di Paolo Tofani è l’altro colpo da incassare prima di rinserrare le fila per dare seguito a Maledetti.

Il risultato, il primo a rinunciare al font Remington (il carattere a spaziatura fissa tipico delle macchine da scrivere che rimandava direttamente ai bollettini di rivendicazione terrorista, NdLYS) che aveva caratterizzato le grafiche di copertina dei loro dischi, si intitola, quasi come un cattivo presagio, 1978. gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!. Le spinte avanguardiste sono quasi del tutto ridimensionate, adagiando gli Area su più consueti (ma con quanta abilità e, nel caso di Stratos, con quanta ineguagliata personalità) territori prog e jazz-rock. Canzoni come Il bandito nel deserto e Hommage à Violette Nozières sono gli ultimi atti memorabili prima che una leucemia fulminante ci privi delle più duttili e potenti corde vocali che la nostra penisola abbia mai avuto il privilegio di ospitare, rendendo peraltro inutile il concerto organizzato dai suoi amici e colleghi per raccogliere fondi per il suo trapianto e programmato, beffardamente, per il 14 Giugno del 1979 e trasformandosi dunque nella celebrazione d’addio dell’amico deceduto il giorno prima.

Il vuoto lasciato da Stratos sarà difficile da colmare tanto che per pudore, quando esce lo scontato album di fusion Tic & Tac, i superstiti scelgono di non designare nessuno a coprire ufficialmente quel ruolo, decidendo però poco meno saggiamente di dare un’inutile appendice a quanto (era fin troppo ovvio) era morto artisticamente quel maledetto 13 Giugno dell’anno precedente.     

Ultimo disco imperdibile è pertanto Event ’76, pubblicato pochi mesi prima di quel giorno infausto e registrato dal vivo tre anni addietro.

Non alla Carnegie Hall e non alla Royal Albert Hall, ma dentro l’Università Statale di Milano. A favore del Fronte Popolare e con prezzo di ingresso “bloccato” a Lire 1000. Ad ogni musicista vengono consegnati 5 biglietti su cui c’è scritto “silenzio”, “sesso”, “ipnosi”, “violenza”, “musica”.

Tutto il resto si gioca d’azzardo sulle pedane dell’Aula Magna. Il risultato è una versione Cageiana del Metallic KO degli Stooges. Stessa tensione, stesso senso di pericolo imminente, un’aria satura di rabbia dapprima repressa e poi scaraventata dalla band sul pubblico e poi da questo sugli artisti, in un feedback spietato di odio concreto che è l’esatta polaroid (per usare uno dei temi grafici più cari a Gianni Sassi) della guerriglia urbana che esplode nelle strade. 

 

Quello che solo i grandi artisti riescono a generare.

Preferendo scardinare le porte all’accomodante scrosciare di un applauso.

Oggi, come allora, c’è bisogno degli Area.

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

 

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I GIGANTI – Terra in bocca (poesia di un delitto) (Ri-Fi)  

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I Giganti, ricordati oggi come tra i più innocui e buffi protagonisti dell’epoca beat italiana, furono forse in assoluto il complesso più perseguitato, braccato e infine stritolato dalla macchina della censura italiana. A loro verrà concesso molto, ma molto meno, di quanto verrà concesso a formazioni di gran lunga più pericolose come gli Area o cantautori “impegnati” come Gaber o Lolli.

Ma i Giganti “recitavano” la loro parte in un’epoca diversa. Non era ancora l’Italia delle stragi, delle proteste operaie, delle lotte femministe. Era l’Italia del boom economico, bella e prosperosa come il seno della Lollobrigida. E le radio, governate all’epoca dal Vaticano, non potevano tollerare atteggiamenti “ambigui” su temi come politica e sesso.

Canzoni come Una ragazza in due, Proposta e Io e il presidente vennero dunque boicottate in maniera coercitiva. I Giganti furono “avvicinati” dagli altri giganti, quelli del regime, per costringerli a cambiare testi e titoli delle loro canzoni.

Infine, furono costretti al silenzio.

Proprio come i protagonisti di Terra in bocca, il concept-album licenziato nel 1971 e che affrontava un tema delicatissimo come quello del “controllo delle acque” in terra siciliana.

Che era terra di mafia.

Ma che non si poteva dire.

Perché già allora, la mafia non esisteva.  

E se una cosa non esiste, chi ne parla vaneggia. E va tenuto sott’occhio, soprattutto se ha già un passato scomodo come quello dei Giganti, che avevano già cominciato a rompere gli schemi alla fine degli anni Cinquanta, suonando per personaggi “coloriti” come Ghigo e Clem Sacco.

Insomma, sembrava davvero che questi quattro ragazzi della Milano bene avessero la volontà tenace di cercar grane, andando a lordarsi le mani con tutte le musiche sovversive del mondo.

Il rock ‘n roll prima, il beat dopo. E adesso, il prog. In cui sembrano credere davvero, ancora una volta. Tanto da circondarsi da musicisti di grande perizia come Vince Tempera, Ares Tavolazzi e i fratelli La Bionda e di mettere in musica due delitti “accidentali” avvenuti in Sicilia nell’estate del ’36.

Storie di morti ammazzati un po’ per caso, un po’ per destino (“se l’è andata a cercare” è una frase ricorrente ancora oggi in questa terra dove la mafia non esiste) raccontate in forma di suite.

È l’alba degli anni Settanta. Del prog-rock. Del Frankenstein creato nei laboratori di Sergio Albergoni e Gianni Sassi. Dei movimenti studenteschi. Del Re Nudo costretto a rivestirsi.

E la fine de I Giganti.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BATTIATO – Fetus (Bla Bla)  

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Esempio tangibile del saṃsāra di dottrina induista, Battiato nasce e rinasce artisticamente infinite volte. Quando arriva al mondo sottoforma di feto traslucido è in realtà al suo secondo ciclo di rinascita artistica. Il primo si è consumato tra canzonette sentimentali, dischi per le belle estati degli anni Sessanta, qualche delusione sanremese senza che il mondo si accorga di lui e un passaggio da cometa tra le stelle neppure troppo vivide degli Osage Tribe.

Il nuovo ciclo terreno, quello dei primi anni Settanta, viene concepito e portato a gravidanza compiuta grazie ad una serie di piccole e grandi rivoluzioni personali che spingono l’embrione Battiato in un dedalo di trasmutazioni di carattere mistico e religiose da un lato e di scoperte e studi sull’elettronica applicata alla musica dall’altra. L’incontro con Gianni Sassi, pubblicitario e grafico strabordante, avrebbe fatto il resto. E’ lui ad immortalare il feto raggomitolato su carta paglia che tanto scandalizzerà i rivenditori di dischi che furono costretti a rigirare il disco di retro per non incappare in guai con gli organi preposti al controllo sulla censura e non alimentare disgusto tra i pochi acquirenti.   

Fetus catapulta Battiato dentro un pozzo di avanguardia aliena e concettuale ancora acerba e “deturpata” da molte ingenuità vocali, da testi astrusi declinati, nella sua versione per il mercato estero, in un inglese incerto e formule matematiche (che invece non verranno tradotte). Un disco creato insomma per alienarsi quelle già poche simpatie riservate all’artista siciliano sia nella terra natìa che nella Milano dabbene che lo ha accolto malvolentieri ma che ovviamente lancia chiari segnali di appartenenza a quel mondo mitteleuropeo che vigila sulle scorribande elettroniche di band come Tangerine Dream e Amon Düül, trovando cova accogliente nel ventre della musica cosmica tedesca.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro  

 

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GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

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Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BATTIATO – Sulle corde di Aries (Bla Bla)  

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Sulle corde di Aries segna l’ennesima rinascita (guarda caso, la costellazione dell’Ariete cui allude il titolo e sotto la cui luce diafana era nato il musicista catanese quasi trent’anni prima astrologicamente sta a simboleggiare proprio il rinnovarsi della vita dopo i letarghi invernali) di Battiato dopo la fase causticamente sperimentale dei primi due album. Una rinascita che ha del prodigioso. Sulle corde di Aries è il disco-crisalide del Battiato anni Settanta, un immenso vivaio di cristallo  dove i boccioli elettronici di Fetus e Pollution giungono alla compiuta fioritura.

Gli studi sulle modulazioni vocali, sulle spazializzazioni musicali operate da Cage e Stockhausen, sulla musica etnica e sul minimalismo colto di Philip Glass e Steve Reich in cui Battiato si immerge negli ultimi giorni di permanenza nella capitale lombarda mutano efficacemente lo scenario avanguardista un po’ naif dei due album precedenti in un disco strabiliante, caleidoscopico, fatato sviluppato su quattro movimenti che vanno dai cinque minuti di Aria di rivoluzione in cui nascono ufficialmente i C.S.I. ai quasi diciassette che occupano l’intera prima facciata sotto il lapalissiano titolo di Sequenze e frequenze. L’elettronica, rinunciando in parte al  rigore snob dei lavori precedenti, diventa una foresta di orb luminescenti dentro cui fluttuano percussioni arabe, sassofoni jazz, clarinetti e violoncelli saltati fuori dalla finestra socchiusa di una piccola orchestra da camera da cui passano spifferi di calda aria mediterranea che trasportano la polvere dei ricordi.  

Il piccolo mondo antico si trasforma in una sacca schiumosa di mercurio fuso.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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HAWKWIND – Doremi Fasol Latido (United Artists)  

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Le sempre più frequenti missioni Apollo finanziate dalla NASA alla fine degli anni Sessanta avevano acceso l’immaginario delle nuovi generazioni e reso in qualche modo accessibili le strade che potevano ricongiungerci con l’energia primordiale. La fascinazione per l’insondabile bellezza dominatrice che sembrava guardarci dall’alto e per i viaggi interstellari che erano cammini di abbandono in quell’incanto ma anche di perdizione nei labirinti interiori era già stata abilmente tracciata a livello artistico dai Pink Floyd, dai Gong, dall’Experience, raccontata su binari meno visionari da David Bowie e celebrata come Terra Promessa da Sun Ra e dai cavalieri cosmici delle terre germaniche ma fu con l’arrivo degli Hawkwind che lo “space-rock” si calò nella sua dimensione più esasperata e maniacale. Doremi Fasol Latido (titolo giocato sulla teoria della musica delle sfere e degli intervalli cosmici come modello delle ampiezze melodiche del nostro sistema diatonico, con tanto di logo che richiama apertamente l’organo cosmico generatore dell’universo di Athanasius Kircher, NdLYS) metteva in mostra, più ancora dei due dischi che lo avevano preceduto, uno spazio inospitale, luogo di barbarie e dimora di forze spietate e devastatrici. Il Capitano Nik e il Barone Brock guidano la truppa attraverso oceani di rumori dalle sembianze mostruose e innaturali.

Brainstorm, ovvero l’avvio della missione, è una cavalcata insostenibile per la sua ostinazione ossessiva e la sua durata. Flussi di sintetizzatori si sovrappongono alle frequenze delle chitarre, spinti da una ritmica implacabile. Non ci sono feritoie, nel lungo tunnel che ci inghiotte come un cono d’imbuto o più verosimilmente come la canna di una siringa da eroina. Nessuna via di fuga. Nessuna piazzola di sosta dove far riposare i motori. Il ristoro ci viene concesso solo quando, dopo dodici minuti, la tempesta si spegne sfumando nelle distese acustiche di Space Is Deep.

Quindi, si manifesta a noi uno degli abominevoli Prìncipi di questo regno. Il Signore della Luce, introdotto da una scia luminosa di gorgoglii spaziali e spinto dal basso possente di Lemmy domina sui sette minuti di Lord of Light con la sua voce incolore e ammonitrice come quella di Ozzy Osbourne.

La terza interminabile porzione del viaggio è Time We Left the World Today, ancora irrorata dai riflessi al neon dei sintetizzatori e dominata da un basso che sembra riprodurre i conati di nausea provocati dall’assenza di ossigeno.

L’approdo ultimo è alla corte di The Watcher, il guardiano silenzioso che abita la terra dove nessuno sorride e che sorveglia disgustato il nostro Pianeta soccombere all’ingordigia umana che la devasta. Un piccolo, ascetico abisso di quiete in cui Lemmy si lascia sprofondare, aggrappato alle corde di una chitarra acustica in grado di far vibrare la malinconia e la bellezza sconfinata di tutta la nostra galassia.             

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PINK FLOYD – The Early Years Box Set 1965-1972 (Legacy)                                        

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Se siete dei fanatici dei Pink Floyd, quest’anno il vostro Venerdì Nero sarà più nero del solito. Vi si chiede qualcosa come un milione delle vecchie lire per assicurarvi un cofanetto di praline rosa della premiata confetteria Floyd. Se siete abbastanza caparbi lo troverete ad appena 335 Euro, però. Che mi pare una cifra che qualunque italiano medio (quello che vedete sfilare in piazza accanto ai suoi simili a macchia di leopardo o in fila agli uffici di collocamento e alle poste per ritirare il sussidio di disoccupazione) può permettersi.

Ne vale la pena? Ovviamente no, se per un attimo attingiamo alla scorta di raziocinio che l’esaltazione collezionistica tende ad obnubilare.

Sono 25 ore in compagnia dei Pink Floyd dei primi anni.

Quelli dell’epoca Barrettiana e quella immediatamente successiva.

Una compagnia eccellente, ma con tariffe da escort.

Rarità, pubblicazioni in studio e dal vivo in parte inedite, in parte no, bellissimi filmati d’epoca, colonne sonore, ambientazioni, un centinaio di foto tra cui molte mai viste, poster, cartoline. In formato audio e in formato video (molti dei quali difettosi, come si trattasse di roba comprata a pochi spiccioli dal vucumprà di Porta Portese), che le cose ci piace anche vederle, oltre che sentirle. E non solo quando si parla di donne. Roba che finirà presto, seppur tritata, su Youtube e che verrà presto oscurata. Non dalle nuvole, stavolta.

Tutto curatissimo come si conviene ad un’operazione simile, stipato dentro un cofanetto (funereo più che elegante, di un’essenzialità un po’ anonima ed egocentrica) simile a una scatola della Nike™ che vi obbligherà a dedicargli un intero scaffale della vostra discoteca casalinga e a farvi saltare la rata del mutuo (in realtà si tratta della riproduzione stilizzata del furgone utilizzato dai Tea Set, la primissima incarnazione della band, NdLYS). 

Io non ho ancora finito di ascoltarlo, ne’ tantomeno di guardarlo.

Che i Pink Floyd impongono dei doveri, certo. Ma pure la famiglia ne impone. E così il lavoro e la ricerca di esso.

Ma se proprio non avete un cazzo da fare e amate Gilmour più di vostro padre, dedicategli pure il tempo, la passione, il denaro che continua a chiedervi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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PINK FLOYD – Atom Heart Mother (Harvest)  

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Nell’autunno del 1970 I fan dei Pink Floyd si ritrovarono con una mucca per casa.

Una semplice, bonaria mucca frisona. Ingombrante quanto il disco che era stata scelta per rappresentare.  

Il disco con cui i Pink Floyd rientravano sulla Terra.

Ed è un rientro pomposo, trionfale.

Come se tutte le creature del mondo si fossero radunate ad assistere a quell’atterraggio. Strette in un abbraccio corale e orchestrale.

I Pink Floyd sono i Cesari.

Le folle si aprono come le acque davanti al bastone di Mosè.

I Cesari marciano nella loro terra di conquista. Verranno stigmatizzati da una lercia T-shirt con scritto I Hate Pink Floyd, ma gli anni Settanta resteranno nella memoria collettiva come il decennio dei Pink Floyd, tanto quanto quello precedente sarà ricordato come quello dei Beatles. Ogni famiglia occidentale ha in casa un disco dei Pink Floyd o una sua copia su cassetta. E ogni regista vuole la loro musica per le proprie immagini. E’ già successo per Peter Skyes, Barbet Schroeder, Michelangelo Antonioni. Stavolta tocca a Stanley Kubrick, cui però il permesso per l’uso di Atom Heart Mother sulle scene di Arancia Meccanica viene negato (ma uno dei movimenti verrà concesso ai pubblicitari italiani che la richiederanno per lo spot dell’acqua Fiuggi, inaugurando un lungo rapporto di amore con la nostra patria nonostante il maestro Dario Argento incasserá il loro diniego quando proverá a contattarli per chiedere loro le musiche per Profondo Rosso, NdLYS). Kubrick dovrà accontentarsi della concessione di esporre la copertina del disco nella scena in cui Alex va ad abbordare al Chelsea Drug Store. 

Atom Heart Mother, la lunga suite che occupa metà del lavoro, è una delle mini-opere più ambiziose tentate dalla band inglese. Un’Aida per gruppo e orchestra che non mantiene quel che promette e che suona artificiosa e vaga senza raggiungere alcuna meta precisa tra musica classica, capsule di musica concreta e inserti di morbido prog-rock.

Va molto meglio sulla seconda side del disco, dove tutto diventa più vulnerabile, più disponibile a farsi coprire dalla polvere della malinconia, dal velo nostalgico che depone le sue uova a forma di lacrima. I polmoni dei Pink Floyd si riempiono di aria inglese, finendo per respirare all’unisono con i Beatles di Abbey Road e i Kinks di Something Else.

Poi Roger, Nick, David, Rick e il loro roadie Alan si siedono a fare colazione, nella immensa brughiera britannica.

Caffè, marmellata, bacon, uova strapazzate, salsicce, latte, cereali.

Il nostro ruminare diventa totalmente sovrapponibile a quello di Lulubelle III, che ci guarda svagata dai pascoli che si stendono fin dove l’occhio può arrivare.

Pian pianino ognuno finisce la sua porzione e si siede a suonarci qualcosa. Finchè lo scrosciare delle cavallette non si sostituisce a quello altrettanto croccante dei cereali.

Madre Terra manda i suoi piccoli alfieri per tenere lontano i suoi abitanti più avidi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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