AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. E’ parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BUFFALO – Dead Forever… (Repertoire)

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Un bufalo nella terra dei canguri.

Già: un enorme, smisurato bufalo cresciuto fuori da ogni mandria, dentro le comunità urbane circondate dal deserto australiano.

Quando nel ‘91 uscì Badmotorfinger dei Soundgarden ricordo come la voce di Chris Cornell che tutti si sforzavano di paragonare a Robert Plant mi ricordasse invece quella di Dave Tice che avevo conosciuto quando, alla fine degli anni ‘70, era andato a rimpiazzare Mike Spenser tra le fila dei Count Bishops, una delle mie ossessioni di allora. Un’ossessione che mi portò ad indagare sulla vita di Dave e che mi fece conoscere i Buffalo.

Incredibili Buffalo.

Eroi dell’hard rock australiano prima ancora che AC/DC e Rose Tattoo venissero allo scoperto e tuttavia da loro diversi. Musicalmente siamo dinanzi a un hard blues iperamplificato e rotondo, affine a quello dei Ten Year After di Shhh e Watt (da cui i Buffalo riprenderanno egregiamente I‘m Comin’ On sul loro terzo LP, NdLYS), modulato su un uso massivo della distorsione e la reiterazione circolare e psichedelica del basso. Non a torto vennero poi sbandierati come tra i precursori dello stoner rock, per quell’uso di riff pesanti e circolari. Ma allora, nonostante le 15.000 copie vendute di Dead Forever…, furono costretti allo scioglimento da qualche promoter che li vide come un fiasco commerciale. Fu la Vertigo, la stessa label dei Black Sabbath, a chiedere al gruppo di serrare le fila per supportare il tour australiano della band di Osbourne. E Dio gliene renda merito, perché Volcanic Rock più che questo Dead Forever… sarebbe stato il disco migliore dei Buffalo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemien era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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HITMEN – Hitmen / Is What It Is (Savage Beat!)

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Finalmente disseppelliti i due album dei leggendari Hitmen. Riesumati con tutte le suppellettili funebri del caso, tanto che ogni disco diventa, in questa nuova veste, un doppio cd carico di b-sides, sessions inedite, tracce dal vivo. “Correggendo” così i difetti di produzione di cui fu vittima parte della loro discografia. Gli Hitmen furono una delle tantissime schegge generate dall’esplosione dei Radio Birdman. Non certo la più feroce, ma piuttosto la più incline al power-pop turpe dei Dictators di cui pezzi come Corridors of Power e Mercenary Calling sul primo album o Go Rin No Sho, No Clue e 15 Hours sul secondo restano tra gli esempi migliori. Ma scorreva pure, nel sangue del gruppo australiano, una devozione verso bestie dello zoo proto-hard come BOC (spesso oggetto di covers da parte dei 5 di Sydney) e Kiss (I Want Love è puro I Was Made For Lovin’ You-boogiesound, NdLYS). Operazione deluxe doverosa per due tasselli chiave del gigantesco puzzle dell’aussie-rock.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE OTHER HALF – The Other Half (Radioactive)

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Randy Holden è da tutti ricordato come l’uomo che ruppe il sacro triumvirato dei Blue Cheer durante le sessions di New! Improved!, disco dalla dura gestazione (in pratica girando il disco ti trovi ad ascoltare un’altra band) e dagli esiti disomogenei. E francamente sono proprio i tre pezzi di Holden quelli più riusciti. Prima di quel gruppo (e di un raffinato quanto introvabile disco solista dello stesso anno) e di una mancata audizione per succedere a Jeff Beck alla sei corde degli Yardbirds per Holden c’erano state però le esperienze formative nei Sons of Adam e negli Other Half. Era l’ala dura del suono di San Francisco. In pratica un girone infernale dentro il paradiso hippie dei figli dei fiori. Le distorsioni di Randy Holden erano l’archetipo punk perfetto (Mr. Pharmacist, il loro primo 45, rimane un pezzo tra i più grandi mai partoriti da mente umana NdLYS) ovviamente secondo un’ottica ancora perfettamente sixties/blues e un feeling che li legava ai Love (Feathered Fish è infatti firmata proprio da Arthur Lee) e ai Moving Sidewalks. Brani come Dragon Lady, Bad Day o I Need You rimbalzano ancora tra le pareti di casa con una potenza devastante cariche di scosse elettriche e furiosa potenza soul.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DEATH – Spiritual ▼ Mental ▼ Physical (Drag City)

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Se negli anni Settanta sei nero, non suoni funky e decidi di chiamare il tuo gruppo Death non puoi pretendere che qualcuno pubblichi il tuo disco.

E infatti nessuno lo fa. I Death nascono e, mi si perdoni la banalità, muoiono nella Detroit sconvolta dagli Stooges e da Alice Cooper autofinanziandosi un unico 45 giri in tiratura da loggia massone.

Di loro nessuno si ricorda più finchè a sorpresa la Drag City tira fuori una parte di quei nastri nel 2009, siglando una delle più belle e rilevanti opere di recupero della storia del rock. L’operazione viene conclusa oggi con questa collezione di provini che non replicano la bellezza di quel disco ma ne completano la storia, con altre registrazioni inedite risalenti al triennio ’74/’76.

Se i brevi frammenti solistici di Bobby e Dannis sono del tutto trascurabili, il resto, tra parodie beatlesiane (The Masks), placidi angoli crepuscolari (The Change, Flying), tirate proto-punk come Views, Can You Give Me a Thrill? e People Look Away e sperimentazioni post-stoogesiane (The Storm Within) documenta i tre bordi di questo triangolo nero, senza tuttavia eguagliare l’impatto del loro album “d’esordio”. Partite da quello, se volete davvero capire cosa vi siete persi.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro   

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THE MOVING SIDEWALKS – Flash (Akarma)

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Prego Signori, inginocchiarsi al cospetto di uno dei capolavori della storia della musica americana. Non un semplice disco di psichedelia blues texana ma l’apice dell’arte visionaria al servizio di un suono corposo, maschio, quadrato. Non frettolosamente il primo disco di Bill Gibbons, barbalunga da Mangiafuoco negli ZZ Top ma l’esordio di un chitarrista secondo solo a Jimi Hendrix per la potenza lisergica con cui si vincolava e svincolava dal blues celebrandone il rito catartico ma allo stesso tempo sforzandosi di renderlo “altro”.

Dopo aver dominato a Houston e in tutto il Texas con un brano destinato a diventare una palestra attrezzata per i combos neopsichedelici degli anni Ottanta grazie al suo volgersi serrato e battente, i Moving Sidewalks si chiusero in studio per registrare il loro grande capolavoro: Flash è un disco che ti fa ancora tremare il culo, un pallone nero che sfonda la porta con una Flashback che ripercorre gli stessi vicoli fuzz-oriented degli esordi, che dribbla le astuzie hendrixiane là dove Pluto-Sept 31st accende il “fuoco” o quando in Crimson Witch si diverte a carambolare sul blues ammaccandone i bordi, che celebra lo stomp fangoso del Delta allungando il collo al blues in Joe’s Blues e che infine si chiude in cortocircuito sulle spire acide di Eclipse/Reclipse. L’attenta ristampa Akarma recupera l’artwork originale nella rarissima copertina gatefold e aggiunge un secondo vinile contenente i cinque singoli del biennio 68/69 (99th FloorAre You Going to DoNeed Me,Everynight a New Surprise, I Want to Hold Your Hand) andando così ad eguagliare per contenuti la ristampa Afterglow del 1993.

In attesa di stringere tra le mani quella che viene annunciata da tempo come la ristampa definitiva dei Sidewalks con tanto di inediti e alternate demos già in fase di lavorazione per la siciliana No Tyme, è d’obbligo scaldarsi le falangi con questi due padelloni da 180 grammi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

IGGY POP & THE STOOGES – Penetration (Music Club) / Telluric Chaos (Skydog)

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Iggy Pop. Ovvero l’utero grondande di sangue fertile del corpo malsano del rock. Il Cristo sceso a insegnare il Verbo del rock ‘n roll, a lasciarsi crocifiggere facendosi martoriare corpo e cervello, il Profeta prima dimenticato e poi risorto in nome della stessa fede. Che è poi la stessa che anima queste pagine, a uno dei suoi Vangeli ispirato, avrete notato. Il mondo ha sempre bisogno di lui, e i dischi degli Stooges sono sempre un ottimo rifugio per chi ha sete disperata di sporcizia musicale. Soprattutto quando parliamo di operazioni ben fatte come quelle di cui sto per parlarvi. Iniziamo da Penetration, ovvero i 65 minuti assemblati dalla inglese Music Club spulciando tra gli archivi di Greg Shaw e in passato pubblicati su dischi postumi come Kill City o Jesus Loves The Stooges. È il periodo del sodalizio con James Williamson, della reinvenzione di Iggy come bambola glam, della spaccatura insanabile con la Elektra, del crollo e dello schianto degli Stooges. Iggy e James lavorano a un suono che è il prototipo del rock di strada dell’Iguana del dopo-Stooges, un tossico devastato che ritrova le proprie radici nel budello Stonesiano che lo riporta all’essenza del blues (sentite un pezzo come Sell Your Love che è tipico Stones-sound anni settanta, NdLYS). Prima della perdita di fiato e dello stordimento psichiatrico. Una chewing gum elettrica al gusto di assenzio che chi si è fermato ai primi capolavori della band di Detroit DEVE scoprire, partendo da qui magari. 

Telluric Chaos! celebra invece il rientro in scena degli Stooges vecchia maniera, in uno stordente concerto del 22 Marzo 2004 in quel di Tokyo a supportare l’uscita di Skull Rings. È la celebrazione del suono Stoogesiano teso e nichilista dei primi due dischi, con i fratelli Asheton al meglio delle loro capacità, il sassofono infuocato di Steve Mackay a massacrare di ecchimosi il corpo di monumenti come 1970 e Fun House e Mike Watt a reggere il peso del basso, senza essere ingombrante o cedere a tentazioni prog (come quelle che invece ammorbano il suo recente rientro solista) che sarebbero risultate fuori luogo. È la celebrazione del mito. Gli Stooges che vendono se stessi per quello che sono: i detentori del suono più erotico e brutale del rock di sempre. Tra le nuove hit, ecco Electric Chair ad ergersi a nuovo stendardo del Stooges-sound.

 

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro 

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MC5 – Purity Accuracy (Easy Action)

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6 CD 6 per celebrare la storia degli MC5. Ovvero il doppio di quanto realizzato ufficialmente dalla formazione di Detroit durante la sua tormentata esistenza. Una sorta di paradosso, soprattutto se la concateniamo a tutta la serie di celebrazioni che ultimamente stanno coinvolgendo il gruppo di Wayne Kramer e soci. Roba che le  buonanime di Rob Tyner e Fred Smith non si sognavano nemmeno lontanamente: troppo vivido il ricordo delle mazzate della censura, delle menzogne, delle sorveglianze occulte del Dipartimento della Difesa, dell’esilio artistico e sociale per sognare un qualche “sdoganamento” commerciale dei Motor City Five. Quando Nina Antonia scrive, nelle lunghe note che accompagnano il box, che sarebbe stato impensabile fino a qualche tempo fa poter vedere una T-Shirt col logo degli MC5 sul corpicino delizioso della moglie di Brad Pitt (il riferimento è al lungometraggio “Friends”) è infatti quanto mai vicina alla realtà. Ma questa è la misura del mito. Essere infinitamente più grandi della propria storia, essere infinitamente più avanti rispetto alle altre storie che ti stanno intorno. La spettacolarità eversiva degli MC5 non avrà altri eguali nel corso della storia del rock a stelle e strisce, nessun altro gruppo riuscirà ad avere lo stesso impatto destabilizzante, la stessa consapevolezza politica, la stessa carica detonatrice. Ma veniamo al cofanetto: 22 tracce occupano il primo CD intitolato Reharsals con versioni strumentali, inedite, acustiche o alternative del periodo Back in the USA/High Time, una perla di rock ‘n roll caustico che ridà onore e dignità a un periodo da molti considerato erroneamente come “calante” nella breve storia del gruppo. Balle. Roba come Skunk, Poison o Sister Ann sono l’unica evoluzione possibile e auspicabile per un suono sballato e potente come quello del gruppo americano. Il secondo disco, 1965-1968, si occupa ovviamente delle origini della band e fa emergere, per contrasto, quale fosse stato l’impatto che l’incontro con John Sinclair avrebbe avuto sulle coscienze di Smith e soci. La storia embrionale degli MC è infatti quella tipica di tante altre garage bands che popolavano gli Stati Uniti in quel medesimo periodo, con un occhio alla soul music di Ray Charles e James Brown e una al blues/rock ‘n roll traviato di Bo Diddley o Jay Hawkins con un gusto appena accennato verso le derive chitarristiche rumorose, slabbrate, grezze. La svolta politica li avrebbe poi portati a scoprire artisti più “impegnati” e visionari come Sun Ra, John Coltrane, Archie Shepp e Pharaoh Sanders (contemporaneamente agli Stooges di Fun House, ossessionati dalle stesse articolazioni free e sviluppate in ambito noise, NdLYS). Il terzo disco è il concerto al Saginaw Civic Centre del Capodanno del 1970. E’ il periodo più movimentato per la band, con un nuovo disco in uscita per quello stesso mese e un altro già pronto oltre a una serie di date programmate per tutti gli Stati Uniti e l’annunciato sbarco europeo programmato per il Luglio a venire. L’aria è satura ed elettrica, seppure i toni epicamente tribali di Kick Out the Jams siano già stati consegnati alla storia. Bella la versione di Fire of Love di Jody Reynolds e l’orgia finale destinata a Starship/Kick Out the Jams/Black to Comm/Teenage Lust. Le serate folli al Grande Ballroom di Russ Gibb sono immortalate (oltre che su KOTJ, ovviamente inciso là la sera di Halloween) invece sul quarto disco: Live at The Grande Ballroom 1968. Si tratta di 7 estratti da 5 diverse serate sul celebre palco della Motor City tra cui una lunga dissertazione blues intitolata I’m Mad Like Eldridge Cleaver. Il suono è torbido come piscio, e non potrebbe essere diversamente. La bandiera americana viene oltraggiata ripetutamente, il Ballroom è una orgia di capelloni che brindano col vino dell’anarchia. Più articolata la scaletta del concerto del 27 Giugno ’68 allo Sturgis Armory, Michigan che occupa il quinto disco con una parte centrale dedicata ai signori dalla pelle d’ebano James Brown, Pharaoh Sanders e Little Richard, mentre i classici si chiamano I Want You, Borderline, Come Together e l’inevitabile Kick Out the Jams, Motherfuckers. Live at the 100 Club London 13th March 2003 chiude invece il pacchettino con 20 minuti rubati alla tanto chiacchierata esibizione sponsorizzata Levi’s® dello scorso anno con gran polvere (ma giusto quella, NdLYS) di stelle tutt’intorno. Ignoro i motivi che hanno portato a spurgare solo quattro pezzi dalla scaletta ma essendomi sucato l’intero DVD pieno di zombi come Dave Vanian o Ian Atsbury e avendo sbadigliato copiosamente, direi che la scelta alla fine risulta vincente: c’è Lemmy che azzanna le lame dell’armonica che accarezza la pelle della sorellina Anne, una discreta Gotta Keep Movin’, la Looking at You cantata da un Dave Vanian che credo stesse ascoltando qualcos’altro in cuffia, e la sempre infinita Skunk che, come la Pamela Anderson, credo sia impossibile riuscire a rendere brutta. Un autentico monumento con cui la giovane Easy Action si consegna, sin da ora, alla storia. Ora sapete cosa chiedere a Babbo Natale vero?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE STOOGES – Fun House (Elektra)

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Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

Benvenuti all’Inferno.

Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.

Benvenuti alle porte di Fun House.

Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.

E’ un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.

È il disco che suona più forte di tutto quello che c’è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.

Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.

Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.

Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’angoscia.

L’amore sognato si schianta con l’odio reale. E fa un rumore terrificante.

È quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.

Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.

Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.

Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven Mackay compresi.

Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.   

Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.

Dall’altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.

Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.

Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.

Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.

Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.

Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’amore.

La band ha deciso di imburrarsi nell’acido prima di partire per l’ultimo viaggio.

Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.

Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.

Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto, finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’uno avventandosi al collo o alla schiena dell’altro. In un abbraccio di morte e dolore.

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: “Ho sete”.

Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Egli disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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