MC5 – Thunder Express (Jungle)  

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La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Black Beauty (High Moon)  

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Ricordate J.D. Martignon? Forse no.

J.D. Martignon era un ragazzone francese col pallino per il rock ‘n’ roll, come molti di noi. Solo che lui era anche uno cui piaceva fare le cose, non solo ascoltarle. Setacciare locali alla ricerca di band da mettere sotto contratto, ad esempio. È così che negli anni Ottanta mette in piedi a New York la Midnight Records dove mette sotto contratto formazioni come Plan 9, Fuzztones, Vipers, Outta Place, Cheepskates, Dimentia 13, Plasticland, Hoods lanciando un catalogo di cui almeno una porzione fa ancora oggi un tuffo dagli scaffali per planare sullo stereo.

Qualche anno prima della sua prematura scomparsa, J.D. ha messo invece in piedi una prestigiosa etichetta dedicata alle ristampe di raro materiale degli anni Settanta, inaugurando il proprio catalogo con il leggendario “album perduto” dei Love.  

5000 fortunati (io sono il #4333) possono dunque finalmente avere in casa il disco che avrebbe dovuto rilanciare il nome di Arthur Lee e dei Love dopo la “falsa partenza” di False Start e che invece, a causa dell’improvvisa bancarotta dell’etichetta cui era stato affidato il master, rimarrà fino ad oggi il Sacro Graal della band californiana.

Black Beauty dunque, orgogliosamente nero nel titolo e nella line-up che Arthur ha messo in piedi dopo essere stato per anni alla guida di un gruppo multirazziale. Se qualcuno ci vede dei paragoni con la storia di Hendrix, sappia che non sono gli unici, visto che dopo le vertigini folk-rock dei primi anni è proprio ai lampi hard-blues del mancino di Seattle (che aveva collaborato proprio con i Love di False Start) che Lee guarda, diventandone in qualche modo erede, dando alle fiamme sul palco non la sua sei corde ma la sua parrucca. La morte dell’amico non farà che accelerare questa sorta di processo di trasmutazione dell’uno nell’altro.

Un pezzo come Midnight Sun, la sua progressione armonica, la timbrica dei fraseggi (che sono comunque opera quasi esclusiva di Melvan Whittington) e l’approccio vocale di Lee sono indizi sin troppo evidenti.

Il lavoro di rimasterizzazione degli acetati recuperati negli archivi dei vecchi compagni di band del talentuoso artista californiano, rispetto alle versioni bootleg che per anni sono circolate clandestinamente, è MOSTRUOSO e riporta Black Beauty alla sua purezza originaria, facendone deflagrare la bellezza nera, nerissima.

All’interno di questa torcia di orgoglio nero in cui Arthur Lee non manca di fare denuncia politica e sociale citando Malcolm X (Young & Able) o denunciando i modi non proprio super-partes della Polizia di Los Angeles (Lonely Pigs) fa specie sentire una cosa leggera come il calypso di Beep Beep, autentico dissipatore di energia ficcato nel cuore del disco. Ma Arthur Lee amava essere imprevedibile. E cosi è stato fino alla fine.

Le bonus aggiunte per l’occasione sono tre tracce “rubate” (lo capirete ascoltando la resa audio) ad un concerto scozzese del Maggio ’74, una intervista realizzata da Steven Rosen di Rolling Stone (se non masticate bene l’inglese potete leggerla qui: https://www.loudersound.com/features/interview-love-s-arthur-lee), una L.A. Blues registrata insieme ai Ventilator di Matt Devine poco prima di essere arrestato con una condanna a sei anni per possesso illegale di armi (in realtà la prima condanna ne prevedeva dodici, ma deduco che se state leggendo queste righe perché amate Arhur e i Love sappiate come sia andata la vicenda, NdLYS) e la Thomasine & Bushrod scritta per l’omonimo film cult, trasposizione in chiave western della blaxploitation che sta dilagando nelle sale in quegli anni.  

Una pioggia d’amore. Una pioggia elettrica d’amore.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEATH – …for the Whole World to See (Drag City)  

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Entrare nella storia del rock dallo sfintere. Quando degli eccessi del rock ‘n roll non puoi piú godere, che hai già un calendario fitto di visite mediche e suoceri e bimbi da accudire. I Death entrarono proprio da lí, dal suo buco del culo. 

Nonostante le cronache riguardanti la rockstar sessualmente più superdotata di Detroit riportino inevitabilmente al nome di Iggy Pop, è facile immaginare che i fratelli Hackney non fossero da meno. Del resto è lecito supporre tutto e il contrario di tutto, essendo la loro band completamente cancellata dalla storia. Pagando pegno per il colore di pelle dei suoi componenti, per il rifiuto di cambiare nome, per chissà cos’altro. A riportare alla luce quanto fatto da loro dei primi anni Settanta, dopo che il loro amore per la musica funk era stato profanato dall’ascolto ripetuto di band come Alice Cooper Band, Grand Funk Railroad, MC5 e Stooges, è la Drag City, trentacinque anni dopo, riportando alla luce un disco cazzutissimo. Una band cazzutissima.

Il suono dei Death è asciutto, secco, disidratato. Un hard-rock minimale e dozzinale, strappato dalle sue radici prima che avesse il tempo di sbocciare. Prendete l’attacco di Keep on Knocking per sincerarvene: una provocazione ai Led Zeppelin che da quel medesimo giro partono per lo storico assolo che dovrebbe condurre al paradiso e che invece i Death piegano ad un ottuso giro proto-punk.

Musi da scimmia disobbedienti.

I Death suonano come una squadra d’assalto, consegnando definitivamente il regno black della Motown alle pattuglie del più bastardo rock metropolitano, destinandolo al massacro per mano di quello stesso Jim Vitti che aveva messo le mani sulle divise sporche di soul e di doo-wop dei Dramatics e dei Dells. Le intenzioni si fanno chiare man mano che piovono addosso pallottole come Rock-N-Roll Victim, Freakin Out, You’re a Prisoner e Politicians in My Eyes al cui interno scorrono già i Bad Brains, i Fear, gli Zeros, l’Henry Rollins, i fIREHOSE, gli Inside Out, i System of a Dawn, i Fishbone che verranno. Senza che nessuno lo sappia, forse neppure loro.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont (Heavy Psych Sounds)  

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Da quasi un ventennio, ovvero da quando l’amore sconfinato di Jake Cavaliere per i Pretty Things e i Chambers Brothers è stato affiancato, senza venirne sopraffatto, da nuove cocenti passioni per il suono metallico della Detroit di Stooges, Alice Cooper ed MC5 o di band proto-hard come Steppenwolf, James Gang o Grand Funk Railroad, i Lords of Altamont sono diventati uno di quei gruppi irrinunciabili per quanti hanno a cuore le sorti del rock ‘n roll con i piedi ben saldi negli anni Sessanta. Musica che è ancora suoni elettrici, amplificatori valvolari e tanta ma tanta attitudine e sudore.

In questo ambito la band californiana (costruita di volta in volta di sana pianta attorno alla figura di Cavaliere) è un’autentica garanzia, con cinque album pubblicati a distanza costante (tre anni) e con costante contenuto di ottani. Cinque dischi straripanti di energia cui adesso si aggiunge questo lapalissiano The Wild Sounds. Undici canzoni che vengono a bussarti fino all’uscio di casa per darti una cazzottata sul muso non appena apri la porta. Been Broken, Can’t Lose, Going Downtown, la cover di Evil (Is Goin’ On) o la (Ain’t No) Revolution frizionata nella stessa tinozza d’acqua sporca degli Hypnotics sono assolutamente perfette nella loro semplicità, nel loro assembramento di luoghi comuni e paesaggi familiari del rock ‘n roll che abbiamo imparato ad amare ascoltando gli stessi dischi ascoltati da Jake Cavaliere. O, chi lo sa, forse ascoltando proprio i suoi.

Bentornati, Lords e cavalieri.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. È parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BUFFALO – Dead Forever… (Repertoire)

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Un bufalo nella terra dei canguri.

Già: un enorme, smisurato bufalo cresciuto fuori da ogni mandria, dentro le comunità urbane circondate dal deserto australiano.

Quando nel ‘91 uscì Badmotorfinger dei Soundgarden ricordo come la voce di Chris Cornell che tutti si sforzavano di paragonare a Robert Plant mi ricordasse invece quella di Dave Tice che avevo conosciuto quando, alla fine degli anni ‘70, era andato a rimpiazzare Mike Spenser tra le fila dei Count Bishops, una delle mie ossessioni di allora. Un’ossessione che mi portò ad indagare sulla vita di Dave e che mi fece conoscere i Buffalo.

Incredibili Buffalo.

Eroi dell’hard rock australiano prima ancora che ACϟDC e Rose Tattoo venissero allo scoperto e tuttavia da loro diversi. Musicalmente siamo dinanzi a un hard blues iperamplificato e rotondo, affine a quello dei Ten Year After di Shhh e Watt (da cui i Buffalo riprenderanno egregiamente I‘m Comin’ On sul loro terzo LP, NdLYS), modulato su un uso massivo della distorsione e la reiterazione circolare e psichedelica del basso. Non a torto vennero poi sbandierati come tra i precursori dello stoner rock, per quell’uso di riff pesanti e circolari. Ma allora, nonostante le 15.000 copie vendute di Dead Forever…, furono costretti allo scioglimento da qualche promoter che li vide come un fiasco commerciale. Fu la Vertigo, la stessa label dei Black Sabbath, a chiedere al gruppo di serrare le fila per supportare il tour australiano della band di Osbourne. E Dio gliene renda merito, perché Volcanic Rock più che questo Dead Forever… sarebbe stato il disco migliore dei Buffalo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BOHEMIAN VENDETTA – Bohemian Vendetta (Tapestry)

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Gran messe di reissues psichedeliche su vinile 180gr. dalle presse Tapestry. Quella che tocchiamo su questo numero riguarda la ristampa dell’ unico album dei Bohemian Vendetta, gruppo di adozione newyorkese che fu tra i “prescelti” per allestire la scaletta della prima storica Pebble. L’omonimo album dei Bohemian era intriso del beat progressivo che stava dilagando un po’ ovunque, gettando i ponti per quello che diventerà a breve l’hard-rock storico dei primi anni ’70. Le destrutturazioni di classici come Satisfaction e House of the Rising Sun erano il manifesto programmatico di un bisogno di allargare le maglie del suono 60’s lasciandolo bruciare nella sua stessa griglia di fuzztones gracchianti. In futuro bands come Vietnam Veterans, Plan 9 o addirittura Stranglers avrebbero dovuto pagare il proprio compromesso con la band di Brian Cooke.

 

Franco “Lys” Dimauro

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HITMEN – Hitmen / Is What It Is (Savage Beat!)

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Finalmente disseppelliti i due album dei leggendari Hitmen. Riesumati con tutte le suppellettili funebri del caso, tanto che ogni disco diventa, in questa nuova veste, un doppio cd carico di b-sides, sessions inedite, tracce dal vivo. “Correggendo” così i difetti di produzione di cui fu vittima parte della loro discografia. Gli Hitmen furono una delle tantissime schegge generate dall’esplosione dei Radio Birdman. Non certo la più feroce, ma piuttosto la più incline al power-pop turpe dei Dictators di cui pezzi come Corridors of Power e Mercenary Calling sul primo album o Go Rin No Sho, No Clue e 15 Hours sul secondo restano tra gli esempi migliori. Ma scorreva pure, nel sangue del gruppo australiano, una devozione verso bestie dello zoo proto-hard come BOC (spesso oggetto di covers da parte dei 5 di Sydney) e KISS (I Want Love è puro I Was Made For Lovin’ You-boogiesound, NdLYS). Operazione deluxe doverosa per due tasselli chiave del gigantesco puzzle dell’aussie-rock.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE OTHER HALF – The Other Half (Radioactive)

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Randy Holden è da tutti ricordato come l’uomo che ruppe il sacro triumvirato dei Blue Cheer durante le sessions di New! Improved!, disco dalla dura gestazione (in pratica girando il disco ti trovi ad ascoltare un’altra band) e dagli esiti disomogenei. E francamente sono proprio i tre pezzi di Holden quelli più riusciti. Prima di quel gruppo (e di un raffinato quanto introvabile disco solista dello stesso anno) e di una mancata audizione per succedere a Jeff Beck alla sei corde degli Yardbirds per Holden c’erano state però le esperienze formative nei Sons of Adam e negli Other Half. Era l’ala dura del suono di San Francisco. In pratica un girone infernale dentro il paradiso hippie dei figli dei fiori. Le distorsioni di Randy Holden erano l’archetipo punk perfetto (Mr. Pharmacist, il loro primo 45, rimane un pezzo tra i più grandi mai partoriti da mente umana NdLYS) ovviamente secondo un’ottica ancora perfettamente sixties/blues e un feeling che li legava ai Love (Feathered Fish è infatti firmata proprio da Arthur Lee) e ai Moving Sidewalks. Brani come Dragon Lady, Bad Day o I Need You rimbalzano ancora tra le pareti di casa con una potenza devastante cariche di scosse elettriche e furiosa potenza soul.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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