THE ROCK’N’ROLL KAMIKAZES – Campari & Toothpaste (Area Pirata) 

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Attenti alle vostre teste di cazzo che sui cieli passa di nuovo l’aereo dei kamikaze del rock ‘n’ roll. Come gli americani alla fine della guerra con le sigarette e le tavolette di cioccolata, la truppa guidata dal Capitano Andy MacFarlane distribuisce bottigliette di Campari e tubetti di dentifricio. Non prima di aver bombardato la zona con il suo carico di rockabilly, che stavolta è davvero micidiale.

Pezzi come Lord Lord (My Ass), Graveyard Blues, Early Night, Smack, Your Monkey, A Hole in Your Soul, Who Tweaked Your Motor, Ice Cold Beer si muovono dentro i canoni classici del rockabilly oppure si spostano come anfibi nelle zone paludose dello swamp blues e lasciano una lunga striscia di vittime al loro passaggio.

Sputi di rock ‘n’ roll al gusto di menta e di alcol su queste terre conquistate dall’autotune e dai laptop con i pro-tools.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON AND SKID ROPER – Mojo Nixon and Skid Roper (IRS)  

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– Entrammo in un negozio di dischi chiedendo di Mojo Nixon.

“Non lavora qui” ci risposero.

“Be’..” rispondiamo “se non avete Mojo Nixon allora il vostro negozio avrà dei seri problemi”.

Così cantavano i Dead Milkmen mentre per ripicca spaccavano un disco dei Poison nella loro minor-hit Punk Rock Girl.

Già, Mojo Nixon. Chi era Mojo Nixon?

Mojo Nixon, ovvero Neill McMillan era uno che agli inizi degli anni Ottanta gira una buona fetta d’America armato di chitarra, umorismo e una conoscenza di base del blues e del rock ‘n roll. Finchè, nel suo girovagare, non si imbatte in Skid Roper che lo sente suonare e si entusiasma così tanto che decide di diventare il suo compagno di viaggio. Ma all’epoca Richard è un inetto e l’unica cosa che conosce è un vago senso del ritmo. L’unica cosa che possiede è la fantasia e una discreta manualità. Il che gli permette di rubare un asse da lavare e costruirci un attrezzo ritmico.

L’esordio su Enigma tenta di mettere su disco quello spettacolo da busker e riesce a catturarne l’energia solo in parte. Ma è una parte alquanto divertente. Fra macchiette psychobilly e rivisitazioni sboccate del blues e del country da palude, l’album d’esordio del duo è una boccata d’aria di spensierata freschezza ai margini di una scena, quella cow-punk cui il disco è in qualche modo assimilabile, che fra cappelli da cowboy e stivali con gli speroni rischiava già di diventare patetica.

Il meglio Nixon e Roper lo realizzeranno successivamente ma questo disco ha il pregio di averceli fatti scoprire e di averci domato al loro passo bluegrass.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SHOWBIZ – Do the Rock ‘n’ Roll (Tongue) / AA. VV. – Invasione Monobanda #1/#2 (Dead Music) / THE SUPERSLOTS TERRIBLE SMASHERS – 4 Dummies (Area Pirata/Tongue) / BABYSCREAMERS – Un pour le garçon, un pour la fille (Araghost)/ THE MADCAPS – The Madcaps Live & Studio 1984-87 (Araghost) / WASTED PIDO – Home Sick Blues (Babuino/Dead Music)

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Mentre ero in vacanza il lavoro si è accumulato sulla mia scrivania. E si è accumulato in forma di disco, più o meno nella stessa quantità in cui il cestino del mio notebook ha ammonticchiato una bella sequenza di link per scaricare roba che forse non avrò mai l’occasione di ascoltare.

Do the Rock ‘n’ Roll è un EP di quattro pezzi firmato Showbiz, band che raccoglie cocci di formazioni come Bidons e Wild Weekend. La copertina fotografa perfettamente lo spirito di un classico vinile da mangiadischi, per ravvivare una festa un po’ moscia un po’ come facevano i Dr. Feelgood quando giravano per i pub inglesi o le New York Dolls quando assalivano i locali dove gli americani sbadigliavano ascoltando la musica dei Carpenters. Riportando disordine dove regnava la convenzione del gusto borghese.   

Le Invasioni Monobanda sono invece, in analogo formato, dei piccoli “sampler” con cui la Dead Music dà possibilità ad alcune one-man band che probabilmente verranno ricacciati nelle fogne con la stessa facilità con cui ne sono usciti, di lasciare una traccia, una piccola caccola di merda rock ‘n’ roll. Blues laido, vomiti country, rockabillly trash, clisteri stoogesiani, liquami garage punk vi verranno riversati addosso come se foste lì a svuotare le pattumiere di una casa di degenza. Roba sporchissima ed immonda, trinciato forte di rock ‘n’ roll trucido e tutto l’alito cattivo che ne consegue. Ratti sovraeccitati invadono il paese.   

Al confronto il nuovo singolo dei Superslots Terrible Smashers, altra band nata come nel caso degli Showbiz dalle ceneri dei Bidons, sembra una produzione da multinazionale. Il suono della band salernitana è sempre più intrisa di vibrazioni australiane, secondo i canoni di band come Celibate Rifles o Eastern Dark: chitarra e basso tesi e granitici, una tastiera che affiora a volte come un rigurgito acido dall’oltretomba e una voce leggermente metallica per quattro pezzi che in studio mi sembrano un po’ in catene ma che dal vivo sono pronti a sferrare le unghiate che qui promettono da oltre la gabbia.  

I Babyscreamers mettono invece sul piatto da dessert un paio di pezzi dal loro album di esordio, che ha già qualche annetto sulle spalle. Il terzetto di Ancona spiattella un punk che è deriva del motorik urbano dei Suicide e di quello industriale dei Ministry. Di là la bambina strilla. Ma potrebbe benissimo essere la vicina.

Sempre la Araghost mette su vinile le uniche, pare, registrazioni dei Madcaps di Recanati che nella metà degli anni Ottanta aprivano per Miracle Workers. Tre rovinosi e psicotici pezzi catturati dal vivo e una pepita registrata in studio senza il basso dello Zio Pelle sono l’unica testimonianza di questa formazione che suona a rotta di collo, scivolando lungo una striscia di asfalto che si snoda tra guardrail di punk, psychobilly e garage come se non ci fosse domani. Che infatti non ci fu.

Wasted Pido è invece lo pseudonimo dietro cui si nasconde Enrico Stocco degli Hormonas e dei John Woo. Con l’aiuto sporadico di amici o di una drum machine Enrico porta avanti ormai da dieci anni buoni il suo progetto di musica roots riportando country e blues nei luoghi a loro cari, abolendo le viste sui grattacieli che ne hanno insipidito lo stile. Rock N Roll Nurse è una ballata annegata in un effluvio di chitarra steel, mentre Skinny Woman è il live degli Yardbirds con Sonny Boy Williamson, ridotto a tre minuti.

Rieccomi a casa, finalmente. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE HONEYMOON KILLERS – Love American Style (Fur)  

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Nel 1985, malgrado gli inconfutabili passi da gigante fatti dall’esordio dell’anno precedente, gli Honeymoon Killers sono ancora fra le peggiori band che si aggira per le terre emerse. Il suono di Love American Style è un voodoobilly tutto ammaccato che pare voler combinare la necrofilia rock ‘n roll dei Cramps con le smorfie spastiche dei Public Image e la tramortita ignoranza delle Shaggs.

Il suono è infimo e putrescente, farcito di urla e crepitii da splatter-movie di serie Z. Anche il cadavere di Batman che spunta a metà cammino è in avanzato stato di decomposizione, nonostante le flatulenze che continua ad emettere dall’ano. Ogni “canzone” degli Honeymoon Killers è un rigagnolo di liquami rivoltante, un Mississippi ridotto in una nauseabonda fogna a cielo aperto, un fast-food che serve solo resti organici del suo cibo-spazzatura e, forse dei suoi stessi lavoratori.

Nessun mare pescoso, nei dischi degli Honeymoon Killers.

Solo lische di pesce e carcasse di capodogli avariati.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOJO NIXON AND SKID ROPER – Frenzy! (Restless)  

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Iniziamo col dire che Where the Hell’s My Money, Gonna Eat Them Words, Ain’t Got No Boss, Burn Down the Malls o The Amazing Bigfoot Diet e il rockabilly straccione di Jesus at McDonald’s sono tra le cose più belle e puzzolenti del roots-rock americano degli anni Ottanta.

Altro che l’imbellettata merda passata sul mercato come “Americana”. Qui siamo dentro una palude dove lo yodel si fonde con lo stomp-blues di Captain Beefheart, nello spirito dissacrante che era all’epoca condiviso con Violent Femmes e Meat Puppets.

Tutto sembra una burla, dentro i dischi di Mojo Nixon e del suo compare Skid Roper, eppure nulla lo è. Come quel campanellino da registratore di cassa e quel piatto sordo che risuonano dentro la bellissima cover domestica di Be My Lover di Alice Cooper o l’armonica a bocca che da sola si prende la briga di far da supplente a tutto il corpo docente degli Iron Butterfly.

È come stare a sentire Howlin’ Wolf raccontare barzellette. Con la consapevolezza di aver pur sempre davanti Howlin’ Wolf.

Canzoni per cui anche bisonti e gnu potrebbero fermarsi e mettersi a ballare, pestando su quella terra di piscio e speranza che è l’America.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

KING KURT – Big Cock (Stiff)  

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A metà degli anni Ottanta, in Inghilterra, se eri indeciso tra un concerto psychobilly e uno dei Madness, potevi andare a sentire i King Kurt. Sicuro che avresti bevuto e ballato. E che ti saresti schiantato il grugno sulle travi del palco e rialzato a fatica. E che avresti dovuto scansare litri di schiuma da barba e d’albume d’uovo se volevi ostinarti a restare davanti al palco. I concerti dei King Kurt erano una bolgia infernale. Un raduno che travalicava i confini di genere ed appartenenza e dove potevi trovare punk, skinheads, scooteristi e rude-boys pogare e vomitare birra assieme a rockabillies dai ciuffi impomatati. Una follia malsana e ritemprante che poteva trasformare un fine settimana qualunque in un vero fine settimana.

Quando esce Big Cock, la band ha già una reputazione enorme e un repertorio demente che ha già fatto capolino nelle classifiche inglesi. Roba come Zulu Beat, Banana Banana, Destination Zululand che si era arrampicata in classifica come scimpanzè su un albero di baobab in un’Inghilterra ancora ultraconservatrice in cui molti rivenditori avrebbero bannato il secondo album del gruppo per un titolo ritenuto troppo eloquente.

La band lo aveva messo su di ritorno da una missione americana (sostituire la Statua della Libertà con la statua di un ratto alcolizzato, missione documentata sul Road to Rack and Ruin pubblicato dalla Ralph, NdLYS) che aveva portato la Stiff sulla soglia della bancarotta e dopo le defezioni di John Reddington e Bert Boustead che troncheranno lì le loro carriere di musicisti. Con una nuova coppia di produttori i King Kurt pubblicano il degno seguito di Ooh Wallah Wallah nel 1986. Dieci canzoni alcoliche che risucchiano il rockabilly dentro una sit-com demenziale dei Monty Python. Canzoni come Horatio, Pumping Pistons, Road to Rack ‘n’ Ruin, Nervous Breakdown, Billy, Kneebone Knock che mettono d’accordo i Mɘtɘors con i Raunch Hands.

E in disaccordo tutti gli altri.

E a me basta così.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BONE MACHINE – Sotto questo cielo nero (Billy’s Bones/Area Pirata)  

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Potrebbe essere la rampa di raccordo tra il “nonno” Clem Sacco dei bei, folli tempi del rock ‘n roll e il Capossela che scimmiottava Tom Waits dei primi anni Novanta.

Potrebbe essere, se l’immaginario dei Bone Machine non fosse quello del trash ‘n roll più s”Cortese” e meno disposto ad omologarsi.   

Si, insomma, la musica dei Bone Machine non passerà in radio e annegherà nel suo stesso piscio senza che nessuno osi tuffarsi per salvarla. Neppure stavolta.

Fuori dalla grazia di Dio, come essi stessi dichiararono dieci anni fa.

Oggi, a quasi venti dall’avvio del progetto, i Bone Machine continuano a dire parolacce mentre fanno gli addominali sullo psychobilly di Mɘtɘors e Cramps (li trovate entrambi su Sono sempre un cane) o sul pianoforte di Esquirita (Un altro sorso di veleno), allenandosi a fare le controfigure di Lee Van Cleef sul set western di Siedi accanto al fuoco. Che la potreste ballare bevendo vino e prendendovi a braccetto, come ad un concerto dei Modena City Ramblers e che invece probabilmente non ascolterete mai, distratti dal partigiano reggiano e da qualche fetta di salame messi in mostra al banco frigo delle radio “solo musica italiana”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEAD BROTHERS – The 5th Sin-Phonie (Voodoo Rhythm)

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Tra le bestie più bizzarre del circo trash della Voodoo Rhythm ci sono certamente loro: i Dead Brothers. Morti viventi stravaganti e necrofili che hanno messo su un’orchestra per funerali e che hanno accolto le spoglie di Lux Interior traghettandole amorevolmente fin sotto il piede caprino di Lou Seefer.

Fanno dischi che non fanno sorridere. Manco un poco.

Sono bare in processione, in un corteo macabro di tube e drappi funebri.

Marce sghembe, sempre caracollanti, caduche e malferme.

A volte visibilmente zoppe, claudicanti e alticce come quelle di un Tom Waits gotico fermo all’ingresso del cimitero di Spoon River. 

Stavolta scorrono pure quelle di Bela Lugosi, secondo il memoriale gotico dei Bauhaus, e quella di John Peel, avvolta nella bandiera irlandese degli Undertones di Teenage Kicks. La canzone della sua vita. E ora, quella della sua morte.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – Look Mom No Head! (Enigma)

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Sono sempre le curve pericolose di Ivy Rorschach a introdurci al decimo album dei Cramps, ed è ancora lei a curare la produzione del disco, con la stessa convinzione del precedente anche se stavolta sembra essersi spenta la luce sinistra che illuminava Stay Sick e, nonostante lo spettacolo porno messo su da Lux e Ivy abbia i suoi momenti di coinvolgimento ormonale, stavolta ci scappa qualche sbadiglio. Look Mom No Head! sciorina il classico campionario di nefandezze crampsiane (mugugni ansimanti, vibrati rockabilly, latrati licantropi, ritmi della giungla, poster pornografici e locandine horror) infilando stavolta pure un cameo ad effetto come quello con Iggy Pop scelto per la cover di Miniskirt Blues dei Flower Children.

Eppure, per la prima volta, tutto sembra posticcio.

Come se i Cramps fossero rimasti imprigionati nelle loro bare mentre i vermi cominciano a masticare della loro carne. Accanto ai corpi di Lux Interior e Poison Ivy stavolta giacciono quelli dell’ambiguo Slim Chance e quello di Jim Sclavunos, ex compagno di viaggio di Tav Falco e in seguito braccio destro e braccio sinistro di Mr. Nick Cave. Il selvaggio safari crampsiano si trasforma in una visita al parco zoo, tra gli scimpanzé costretti a masturbarsi in gabbia e i puledri che si accoppiano in pubblico per gli obiettivi dei giapponesi coi cappelli di feltro che scendono molli sulle umide teste gialle. Do not feed the animals.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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