THE BONE MACHINE – Sotto questo cielo nero (Billy’s Bones/Area Pirata)  

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Potrebbe essere la rampa di raccordo tra il “nonno” Clem Sacco dei bei, folli tempi del rock ‘n roll e il Capossela che scimmiottava Tom Waits dei primi anni Novanta.

Potrebbe essere, se l’immaginario dei Bone Machine non fosse quello del trash ‘n roll più s”Cortese” e meno disposto ad omologarsi.   

Si, insomma, la musica dei Bone Machine non passerà in radio e annegherà nel suo stesso piscio senza che nessuno osi tuffarsi per salvarla. Neppure stavolta.

Fuori dalla grazia di Dio, come essi stessi dichiararono dieci anni fa.

Oggi, a quasi venti dall’avvio del progetto, i Bone Machine continuano a dire parolacce mentre fanno gli addominali sullo psychobilly di Meteors e Cramps (li trovate entrambi su Sono sempre un cane) o sul pianoforte di Esquirita (Un altro sorso di veleno), allenandosi a fare le controfigure di Lee Van Cleef sul set western di Siedi accanto al fuoco. Che la potreste ballare bevendo vino e prendendovi a braccetto, come ad un concerto dei Modena City Ramblers e che invece probabilmente non ascolterete mai, distratti dal partigiano reggiano e da qualche fetta di salame messi in mostra al banco frigo delle radio “solo musica italiana”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MIKE CHANDLER – NYC Real R ‘n R Motherfucker

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Mike Chandler ha il cancro. E lo sanno in pochi.

Come Billy Miller, un altro monumento del rock ‘n roll newyorkese, sta appassendo piano piano ma con grandissima dignità.

Ha anche una nuova band ma nessuno lo sa.

Del resto pochi ricordano anche quelle che ha avuto prima: una band di degenerati chiamati Outta Place che si divertivano a tirare fuori vecchie carcasse dalle pozze di lerciume del rock ‘n roll, metterci sopra qualche cencio ed esibirle come spaventapasseri nel circuito garage che contava. Erano i migliori del giro.

Sboccati e senza alcuna speranza di poter piacere ad alcuno, se non a me: all’uscita del secondo mini-Lp, non esistevano già più.

Ma nel 1983, mentre Rudi Protrudi fatica a trovare una etichetta per stampare il primo album dei Fuzztones, loro stanno però già registrando il loro primo disco. Si chiamano Mike Chandler, Orin Portnoy, Jordan Tarlow, Shari Mirojnik e Andrea Kusten e con i Fuzztones hanno (e avranno) moltissime cose in comune: Orin è il fratello del chitarrista Elan Portnoy (con cui incide già a nome Twisted e con cui fonderà poi due band straordinarie come Headless Horsemen e Optic Nerve), Jordan entrerà nei ‘tones nel 1987 e con loro registrerà In Heat due anni dopo, Andrea finirà dietro il culo di Rudi a suonare i tamburi nel 2000, Shari finirà nel letto di Elan e Rudi, mentre Mike, oltre a flirtare con Deb O’Nair, scriverà (cosa che forse in pochi sanno o dimenticano con facilità ancora oggi, NdLYS) alcune fra le più belle canzoni dei Fuzztones: Bad News Travels FastShe’s WickedHighway 69It Came in the MailMe Tarzan You JaneWhat You Don’t KnowBrand New ManHeathen Set.

Ma all’epoca gli Outta Place sono “soltanto” tre ragazzi e due ragazze che si fanno carico di stampare il primo disco garage-punk dell’area newyorkese. 

Sono arrivati alla corte della Midnight Records grazie ad una demo autoprodotta che il boss J.D. Martignon si fa carico di pubblicare quasi per intero su disco. Il risultato viene stampato su un dodici pollici che gira a 45 giri ed è il secondo disco del catalogo Midnight che di lì a qualche mese pubblicherà pure gli esordi delle altre due garage band della città: i Fuzztones e i Vipers (prodotto fra l’altro proprio da Jordan Tarlow). Ma We’re Outta Place, in termini di violenza beat/punk aveva già detto tutto, urlandolo col tono sguaiato, incalzante e provocatorio di Mike Chandler. Quelle sei cover erano il certificato di battesimo della scena garage della Grande Mela. E gli scarti strumentali (con le urla di Chandler registrate nel suo appartamento ed aggiunte nella masterizzazione successiva) che verranno pubblicati tre anni più tardi a band ormai sciolta, il suo certificato di morte. Tutto quello che successe in quei quattro anni, gli Outta Place lo avevano già bruciato in pochi mesi, come se non ci fosse un domani. Con la voracità e la furia ormonale che sono proprie dell’adolescenza. Ancora oggi, milioni di dischi dopo, pochissimi sono riusciti a fare di meglio e con un accanimento ed un livore vagamente simile al loro.

Quando la band che lo aveva registrato si era già autodistrutta da un po’ la Midnight pubblica Outta Too!, un altro massacrante mini album di devastante garage-punk. Anche se pure stavolta la cosa che impressiona di più è la voce sguaiata di Mike Chandler. È suo, all’epoca, il miglior latrato da caveman. Robert Jelinek è Eric Burdon, Greg Prevost è Mick Jagger, Eric Bacher è Phil May e Leighton, ai tempi, è Alan Rowe (al quale ruberà pure tante altre cose, NdLYS). Ma Mike Chandler è Mike Chandler.

Canta col ghigno beffardo di un punk. Ed è l’unico che riesce a cantare Little Girl dei Syndicate of Sound con un tono più marcio e depravato di quello dello stesso Don Baskin anche se Chrissie Amphlett lo farà mettendosi le dita nella fica, proprio un annetto dopo l’uscita di Outta Too!!, facendone un hit da porno-rock.

Little Girl è chiusa qui dentro assieme ad altre sei cover: una versione speculare del precedente mini. Altre oscure reliquie sixties deturpate da questa manica di punkers che non serbano rispetto manco per i genitori, figurarsi per le canzoncine di bands sconosciute del Delaware o di Burlingame. Così arrivano, e sfasciano tutto.

È con loro che la definizione garage assume quella di garage-punk.

Non c’è adesione ai canoni, ma abrasione.

Gli Outta Place suonano con una foga da dodicenni alla prima foia.

Come se suonare in uno scantinato della Bowery equivalesse a suonare al CBGB‘s.

Chissà cosa avrebbero potuto fare se non avessero scelto di bruciarsi nel giro di sei mesi.

 

Ancora prima di loro c’era stato dell’altro: una band in cui Chandler suonava, malamente, il basso e Tim Warren altrettanto male l’organo. Non ne sarebbe rimasta traccia ma avrebbe sancito la nascita di una grande amicizia, anche artistica: Mike avrebbe dato una mano economica all’amico Tim per stampare un disco che avrebbe segnato l’inizio di un’etichetta che diventerà l’emblema di una intera filosofia di vita, la stessa da cui attingeranno proprio gli Outta Place.

La label era la Crypt Records e il disco il primo volume di Back from the Grave.

Le storie di Tim e Mike torneranno ad intrecciarsi, come vedremo.

Il passo successivo furono i Raunch Hands.

All’epoca, non li capisce nessuno.

Dopo, neppure.

A parte Tim ovviamente, il quale non solo se li mette in casa e nel suo furgone per portarli in tour ovunque capiti, ma suggerisce pure a Mike tutta una serie di oscurissime cose che lui sta reperendo in giro per l’America per riempire i suoi volumi di musica improbabile. Inoltre, facendo uno strappo alla regola, li infila pure dentro il terzo volume delle sue Back from the Grave, accanto a bestie come Murphy and The Mob, Montells e Little Willie and The Adolescents, aprendo perla seconda volta (nella primissima tiratura del primo volume della serie aveva in realtà permesso all’amico Monoman di chiudere la scaletta con una versione di The Witch che verrà rimossa nelle successive ristampe, NdLYS) le segrete della sua cripta ad una band contemporanea.

Ma prima di finire nella cripta di Warren i ragazzi firmano per la Relativity, un’etichetta metal messa su da Barry Kobrin ma che lavora pure con Robyn Hitchcock e Cocteau Twins, tra gli altri. Hanno soldi da investire, e li buttano così.

Tutto il materiale inciso per la Relativity (El Rauncho Grande del 1985 e Learn to Whap-a-Dang dell’anno successivo) verrà ristampato in digitale nel 1990 da un’etichetta di Tokyo, la 1+2 Records di Barn Homes ed è un po’ da qui che parte la storia del rock ‘n roll a bassissima fedeltà degli anni Novanta. Quella di bands come Bassholes, ’68 Comeback, Gibson Bros. e Gories, per intenderci. Che non solo registrano male, anzi malissimo, ma suonano con quell’identico modo sgraziato, insolente e sfrontato recuperando dalle frattaglie che la storia del rock ha rimosso e messo tra gli scarti di produzione. Country, hillbilly e blues scassati, legati con lo spago e attaccati con mastice da falegname. Un po’ fuoriposto ovunque, all’epoca.

Ripudiati dagli oltranzisti devoti al garage punk degli Outta Place, derisi dai fedeli al suono roots, accusati di essere una band di fantocci che si fa beffe della tradizione. E invece…se i Long Ryders erano un branco di vaccari intenti a radunare il bestiame lungo le pasture della campagna americana, i Raunch Hands erano una piccola mandria di buoi che pascolava nel letamaio del rock ‘n roll come solo i Panther Burns o i Cramps facevano all’epoca.

Una di quelle piccole ma inevitabili botole dove può andare a incastrarsi il vostro piede, se state cercando sotto l’asfalto con cui è stato coperto gran parte del tesoro sepolto del rock ‘n roll. Statevi accorti.

 

L’approdo “ufficiale” alla Crypt dei Raunch Hands avviene nel 1988. Tim Warren prenota i Coyote Studios per due giorni, l’8 e il 9 Ottobre, per registrare il nuovo disco della band. Tim è uno cui piace fare le cose senza troppi fronzoli, ama il rock ‘n roll che viene dalle viscere, senza laccature e superfici a specchio. Che tanto i suoi idoli non hanno facce che meritano di essere guardate. 

I Raunch Hands, pure. Due giorni sono più che sufficienti.

Alla fine delle due giornate Mike Mariconda e Mike Chandler, orfani del terzo Mike (Tchang, autore di buona parte del primissimo repertorio, NdLYS), consegnano a Warren la bobina per Payday, che verrà impacchettato in una bella copertina firmata da Dan Clowes (quello di Las Vegas Grind ma pure di un’enormità di altre cose, non solo musicali) e pubblicato l’anno successivo.

Payday, rispetto all’honky tonk da osteria dei primi dischi, abbonda di coloriture black. Come se quel frat-rock degli esordi fosse stato volutamente sgusciato per riempirne le cavità con un’irruenza che viene dalla soul music e dal R ‘n B ma senza perdere un solo milligrammo delle sue proprietà abrasive.

Tredici canzoni sporche come dei kleenex abbandonati in una piazzola di sosta.

I Raunch Hands sono il bacio sporco del rock ‘n roll. Lì dove la lingua di Jagger si insinua e le labbra della Turner colano di piacere.

 

Sono ancora gli epiteti contro il prog rock lanciati da Tim Warren a farla da padrona nella copertina interna di Have a Swig, nuovo lavoro su grande formato ma a breve circuito dei Raunch Hands con dentro due cover micidiali di Did You No Wrong dei Sex Pistols e della comica Frenzy di Screaming Jay Hawkins a far compagnia a cinque nuove canzonacce della gang newyorkese. Fatta eccezione per il lercio stomp di The Long Crawl Home che sembra svicolato fuori da The Axeman’s Jazz dei Beasts of Bourbon si tratta di una “sorsata” di rock ‘n roll deraglianti, farcite di armonica, sassofono e spazzole e oltraggiati dalla voce beffarda di Chandler.

Tim Warren aveva visto giusto: i Raunch Hands sono una band senza tempo, capace di stare in equilibrio sulla storia del rock ‘n roll sputando dall’alto. Attenti a quello che bevete, quando aprite la bocca.    

 

Bestie feroci.

Come definire altrimenti i Raunch Hands? Animali che vivono liberi da ogni recinto, abituati ad orinare su ogni rovo di rhythm ‘n blues, su ogni cespuglio di frat-rock, su ogni arbusto rock ‘n roll, su ogni cespo di soul music, su ogni germoglio novelty. Facendo tana nelle tane altrui. Come i Blues Brothers al Bob’s Country Bunker portano la loro musica dove sanno che verrà odiata, trasformando quell’ostilità in un frastuono ancora più feroce. Sbavando dalla bocca, non avendo altri orifizi molli da cui sbavare.  

Fuck Me Stupid non arretra di un solo centimetro nella ricerca del conflitto che i Raunch Hands portano avanti ormai da otto anni. Alzando ulteriormente il livello di scontro e di tensione. L’arrivo di Mike Edison dietro i tamburi ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato dentro una polveriera. E il risultato è una deflagrazione immane di petardi lascivi di un rock ‘n roll che cola di lardo e umori sessuali che neppure dietro e sotto i mantelli di James Brown e Salomon Burke.

Cosa aspetti? Fottimi, stupido.

 

Ci sono bands che suonano rock ‘n roll. Altre che, molto più semplicemente, SONO il rock ‘n roll. È una questione di ESSENZA o di odore se preferite. Già, di odore. Perché i Raunch Hands hanno quel tipico puzzo funky che ogni rock ‘n roll band dovrebbe portarsi addosso. Come spiegherà lo stesso Mike Edison sul suo How Punk Rock Ruined My Life il r ‘n r è una droga e una volta preso il vizio, sei fottuto. Una teoria che Feel It!, il disco che riapre la casa di tolleranza dei Raunch Hands quindici anni dopo l’ultima orgia in studio, palesa in pieno, con una carica erotica esplosiva che Edison, Chandler e Mariconda ben conoscono. Accantonati provvisoriamente i loro progetti rieccoli con 11 bombe di frat rock demente e debosciato con picchi di assoluto delirio su The Sophisticated ScrewThe Skies AboveYou Don‘t Care e sul gospel perverso di Kick Me One Down. Da allora, più nulla si sa di loro anche se in quello stesso anno, nel 2008, esce il disco di quella nuova band di cui parlavo in apertura.

E di cui nessuno sembra accorgersi.

Ma come cazzo è possibile, mi chiedo.

Qua dentro ci sono Mike Chandler, gli Heavy Trash, Keith Streng e Steve Greenfield dei Fleshtones, Laura Cantrell, Brian McBride degli Electric Shadows, Hans Chew, Buffi Agüero dei Tiger! Tiger!, Johnny Vignault dei Woggles e nessuno ne parla?

Miracoli del giornalismo musicale di quest’Italiucola ormai ridotto a pura propaganda per il distributore di turno, in cambio di qualche pagina di pubblicità e una manciata di promo.

Così va il mondo.

A proposito, avete sentito riguardo il mondo?

Se non ne avete sentito abbastanza, è ora di ravvedervi. Perché Michael Chandler è diventato Reverendo e vi condurrà verso la luce col suo gospel sporcato dal garage e dal rock ‘n roll. Non sono più i Raunch Hands e non sono ancora i Mercy Seat ma sono sulla perfetta via di mezzo. Un biglietto di sola andata per il paradiso, a bordo di una Roush Cobra che sfreccia da Madrid (dove nel frattempo Mike si è trasferito, NdLYS) al New Jersey, guidata dall’organo di Jerome Jackson, organista della Kelly Temple Church Of God In Christ di Harlem.

I dodici sermoni di Have You Heard About the World? sono l’alternativa a tanto rock che puzza di cadavere e che sta atterrendo il mondo.

Mandate a cagare gli xx e fatevi due salti di autentica gioia.

In quanto a te, Chandler, che tu sia impermeabile alla malattia come lo sei stato a tutto ciò che non puzza di rock ‘n roll.  

Il mondo, questo e l’altro, te lo deve.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

P.S: per aiutare Mike nella sua lotta contro il cancro potete andare qui: https://www.gofundme.com/2hvsh5g. Grazie a nome suo se lo farete. God bless Mike.

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DEAD BROTHERS – The 5th Sin-Phonie (Voodoo Rhythm)

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Tra le bestie più bizzarre del circo trash della Voodoo Rhythm ci sono certamente loro: i Dead Brothers. Morti viventi stravaganti e necrofili che hanno messo su un’orchestra per funerali e che hanno accolto le spoglie di Lux Interior traghettandole amorevolmente fin sotto il piede caprino di Lou Seefer.

Fanno dischi che non fanno sorridere. Manco un poco.

Sono bare in processione, in un corteo macabro di tube e drappi funebri.

Marce sghembe, sempre caracollanti, caduche e malferme.

A volte visibilmente zoppe, claudicanti e alticce come quelle di un Tom Waits gotico fermo all’ingresso del cimitero di Spoon River. 

Stavolta scorrono pure quelle di Bela Lugosi, secondo il memoriale gotico dei Bauhaus, e quella di John Peel, avvolta nella bandiera irlandese degli Undertones di Teenage Kicks. La canzone della sua vita. E ora, quella della sua morte.

 

                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – Look Mom No Head! (Enigma)

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Sono sempre le curve pericolose di Ivy Rorschach a introdurci al decimo album dei Cramps, ed è ancora lei a curare la produzione del disco, con la stessa convinzione del precedente anche se stavolta sembra essersi spenta la luce sinistra che illuminava Stay Sick e, nonostante lo spettacolo porno messo su da Lux e Ivy abbia i suoi momenti di coinvolgimento ormonale, stavolta ci scappa qualche sbadiglio. Look Mom No Head! sciorina il classico campionario di nefandezze crampsiane (mugugni ansimanti, vibrati rockabilly, latrati licantropi, ritmi della giungla, poster pornografici e locandine horror) infilando stavolta pure un cameo ad effetto come quello con Iggy Pop scelto per la cover di Miniskirt Blues dei Flower Children.

Eppure, per la prima volta, tutto sembra posticcio.

Come se i Cramps fossero rimasti imprigionati nelle loro bare mentre i vermi cominciano a masticare della loro carne. Accanto ai corpi di Lux Interior e Poison Ivy stavolta giacciono quelli dell’ambiguo Slim Chance e quello di Jim Sclavunos, ex compagno di viaggio di Tav Falco e in seguito braccio destro e braccio sinistro  di Mr. Nick Cave. Il selvaggio safari crampsiano si trasforma in una visita al parco zoo, tra gli scimpanzé costretti a masturbarsi in gabbia e i puledri che si accoppiano in pubblico per gli obiettivi dei giapponesi coi cappelli di feltro che scendono molli sulle umide teste gialle. Do not feed the animals.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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SINGING DOGS – Deja-Voodoo Blues (Primitive)

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La formula è quella del duo chitarra/batteria.

Una intenta a mettere in sequenza i soliti accordi garage/blues imparati sui dischi di Oblivians, Gories, Demolition Doll Rods e, ora che proprio loro mi ci fanno pensare, dei canadesi Deja-Voodoo, l’altra occupata a picchiare come un apprendista carpentiere dentro un cantiere in costruzione.

Un suono ridotto proprio all’osso che snocciola riff elementari su un beat preistorico accelerando ai limiti del punk ‘n roll degli Intellectuals come su Infected o della bella SS80 Blues, simulando il volo della mosca umana dei Cramps come nella title-track o il cupo tribalismo aborigeno degli Scientists (Swamp of Love).

Una formula che, chiaramente, nella sua scelta espressiva così essenziale e rudimentale ha la sua peculiarità ma anche i suoi sin troppo ovvi limiti.  

Una donna in perizoma.                        

O un uomo con la clava.

Scegliete voi l’immagine che più vi aggrada.

Ma sappiate che non si va oltre.

 

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – Flamejob (The Medicine Label)

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Nel 1994, dopo che Nevermind ha accorciato le distanze tra il pubblico alternativo e quello mainstream (ovvero, in ottica major, dopo aver scoperto come un merdoso disco di rock possa vendere quanto un disco pop spendendo pure meno per la produzione, NdLYS), le multinazionali del disco corrono ad accaparrarsi tutto l’accaparrabile. La Warner sguinzaglia i suoi segugi a fiutare il culo delle rock band in giro per l’America. Uno di questi, Duane Sherwood, torna negli uffici del megadirettore con due stomachevoli personaggi che sembrano usciti da un film porno-horror di serie Z. Glieli presenta come marito e moglie e come leader di una band che ha una nomea di un certo spessore nel giro underground. Gente che può portare quattrini insomma.

Il megadirettore guarda nauseato senza capire chi dei due sia la donna, almeno finchè Ivy non si alza dalla poltrona mostrando le sue natiche scolpite come il mappamondo sulle spalle di Atlante dopo aver firmato un contratto che li lega alla più grande etichetta musicale del mondo. Grande nel fatturato e misera nelle scelte di marketing tanto da scegliere di puntare sui Cramps ma di legarli a un’etichetta fantasma chiamata The Medicine Label e alla cui guida mette proprio Duane Sherwood. Sua l’idea, suoi i rischi, no?

Il risultato, come spesso accade quando le aspettative di una multinazionale arrivano a soffocare il respiro tossico del rock, è banale e scontato, fotografando il momento creativamente più basso della discografia dei Cramps. Che per la prima volta tengono fede al loro nome e sembrano suonare con i crampi alle dita.

Non è più la caricatura offensiva del rock ‘n roll ma la parodia dello stesso suono crampsiano che viene messo in scena su Flamejob, nella logica da fast food che governa la Warner. Un hamburger di carne senza sapore.

– Prego desidera?

– Un happy meal con un po’ di Cramps, grazie.

– Le patatine le mettiamo?

– Certo, la bambina ne va matta.

– Come pupazzetto mettiamo il Lux Interior maculato o la Poison Ivy in latex?

– La seconda che ha detto. Ma scodinzola?

– Se le mette un dito nel clitoride si.

– Bene, allora metta quella, purchè non sia nociva.

– Tranquilla signora, non più.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE CRAMPS – Gravest Hits (I.R.S.)

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Sacramento, California. Estate del 1972.

Erick Purkisher sta girando su una decapottabile assieme ad un amico per la periferia della città, ascoltando una vecchia cassetta di Hasil Adkins.

Ridono e parlano delle solite cose. Droghe, donne, rock ‘n roll.

D’un tratto, mentre Sally Weedy Waddy Woody Wally esce fuori gracchiante dalle casse dell’autoradio, a bordo della strada si materializza uno dei sogni erotici di Erick e ha le forme di una pantera. Capelli rossi, curve da pin-up, un toppino e dei mini-shorts da Ultravixen con uno strappo che lascia qualche buon centimetro di visibilità su una piccola mutanda rossa e su qualche millimetro di pelle color avorio. Erick alza gli occhiali da sole, rallenta. Lei smette di ancheggiare, si volta e mostra il dito. Non il medio, come forse lui si aspetterebbe che fosse, ma il pollice: quello schianto di donna che risponde al nome di Kristy Wallace è una autostoppista. Erick le chiede di salire, Kristy accetta.

In quella macchina, quella sera, nasce una delle più belle storie d’amore di sempre.

Su quella decapottabile che viaggia verso il tramonto con la musica di Adkins che frusta l’aria, quella sera, nascono i Cramps.

Erick (nel frattempo diventato Lux Interior) e Kristy (ribattezatasi Poison Ivy) passeranno assieme i successivi 37 anni, fino alla morte di lui ma non si sposeranno mai, nonostante tutti continueranno a chiamarli marito e moglie.

Eppure celebreranno quell’unione ogni secondo della loro vita. Morbosamente attratti dalle stesse cose, mossi dalle stesse passioni, ossessionati dalle stesse fobie. Pericolosamente identici, straordinariamente perversi.  

Ecco perché i Cramps diventeranno, in assoluto, la band più erotica della storia del rock ‘n roll. Rock ‘n roll ragazzi. Non quella pantomima di muscoli e smorfie da sollevatori di pesi che è il rock ma ROCK ‘N ROLL: stordimento maniacale, effervescenza ormonale, sudore, divertimento, dissacrazione, nichilismo e sovversione alle regole del buon gusto.

Conosco un posto, lontano da qui, dove i benpensanti non oseranno disturbarci” canterà anni dopo Lux Interior. Ecco. I Cramps vivranno per 35 anni in quel posto lì.

Abbarbicati nel loro castello come dei Dracula, alimentano leggende sinistre e incutono terrore e fomentano odio.

Gravest Hits è ritenuto il loro debutto ma in effetti non lo è.

Si tratta di un mini-LP messo su dalla I.R.S. per celebrare la firma del contratto con la band più chiacchierata della scena punk newyorkese. Un’operazione di marketing strategico per presentare al mondo i primi due singoli della band di Lux e Ivy, già stampati in forma privata su etichetta Vengeance (del secondo esiste una versione con inchiostro fosforescente: se la possedete, siete al riparo da ogni riforma pensionistica, NdLYS): Surfin’ Bird/The Way I Walk e Human Fly/Domino. Il quinto pezzo aggiunto è un’altra cover, una sbilenca canzone scritta nel 1958 da Baker Knight e portata al successo da Ricky Nelson: Lonesome Town.  

Il disco ha un suono deragliante. Si assiste impotenti allo stupro ai danni di Surfin’ Bird dei Trashmen così come si viene divorati dal ronzare maledetto dell’ uomo-mosca, primo personaggio della lunga saga horror della galleria Lux & Ivy.

Altro che teddy boys e banane.

I Cramps umiliano il rockabilly. I Cramps sono lo scheletro del rock ‘n roll, non i suoi muscoli.

I Cramps hanno cattivi maestri.

I Cramps sono malsani, annichilenti, paradossali, grotteschi, dissacranti.

Forse sono davvero cattivi dentro, o forse no.

Ma chi li vede suonare ad inizio carriera, tra le mura del CBGB‘s o dentro l’area comune di qualche ospedale psichiatrico ha comunque un fremito dentro le mutande. Nessuno torna a casa com’era prima, dopo uno show dei Cramps.

E quando metti sul piatto un disco dei Cramps è come se lasciassi schizzare il tuo seme su un tizzone d’Inferno. Sempre.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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THE CRAMPS – Fiends of Dope Island (Vengeance)

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Se state pensando che pare sia passata un’eternità non vi sbagliate di molto.

Era da sette anni che il circo trash dei Cramps non faceva tappa in città.

Giusto il tempo di rimettere mano a parte del proprio catalogo e ripubblicarlo sotto il marchio Vengeance e di sistemare qualche scheletro, stavolta vero.

Bryan Gregory ha spento un paio di anni fa quello sguardo che si proiettava torvo dalla copertina di Songs the Lord Taught Us e John Agar (interprete di pellicole culto come The Mole PeopleTarantulaJourney to the 7th Planet e al quale questo nuovo Fiends of Dope Island è dedicato, NdLYS) ci ha lasciati poco prima che la band entrasse in studio per mettere a fuoco queste “nuove” 18 canzoni che nuove non sono affatto, come le alette attorno all’aggettivo vi hanno lasciato supporre.

Una raccolta dunque?

Si, esattamente.

Come ogni disco dei Cramps che l’ha preceduta, questa è una raccolta di tutta la musica bianca prodotta tra gli anni Quaranta e i Mid-Sixties.

Dentro c’è TUTTO quello che il rock ‘n roll era e non è più, nonostante la critica “alta” si cali le braghe davanti a gruppetti come Strokes e Libertines.

Paradossalmente i Cramps sono riusciti dove anche i Ramones erano falliti: venderci la stessa canzone per venticinque anni e farci godere ogni volta come se fosse la prima.

Perché Lux e Ivy non sono una band di rock ‘n roll.

Loro SONO il rock ‘n roll.

Quello fatto di pose eccessive, atteggiamenti sguaiati e triviali, animato da una truculenza così estrema da rasentare il grottesco.

Essere sopra le righe e fuori dall’ordinario, sempre.

E allora state tranquilli: il moscone di Human Fly continua a volare sulla vostra merda….zzzzzzz…..zzzzzzzz……

La musica dei Cramps è ancora oggi il rumore del ventre sconquassato di Elvis (Elvis Fucking Christ!) e le chiappe di Kristy Fallace sono ancora le più belle che io abbia visto stantuffare su un palco.

Che importa se ad incorniciarle sia sempre lo stesso paio di mutandine?

 

 

Franco “Lys” Dimauro

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THE CRAMPS – A Date with Elvis (New Rose)

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4 Febbraio 2009, Glendale, California. È qui che Elvis muore per la seconda volta, col cuore bruciato da troppo rock ‘n roll. Muore Lux Interior e muore, con lui, tutto un concetto di rock ‘n roll cannibale, lontano dall’iconografia imbrillantinata dei bad boys anni ’50 e popolata invece di pornografia, manie necrofile, pin-ups volgari e musica di serie-B. Mi piace pensarlo circondato dalle amorevoli attenzioni dei cadaveri di serial killers e puttane da motel di cui lui ha cantato i tormenti, per trenta lunghi anni. Ma è un’immagine distorta, che rifiuta di piegarsi al dolore per la scomparsa di uno degli ultimi veri rock ‘n roll heroes che hanno pestato un palco e che si nutre ancora di quell’apologia del cattivo gusto di cui i Cramps furono portabandiera. In realtà non lo sappiamo cosa c’è dall’altra parte, varcata la soglia dell’aldilà. E ognuno è libero di trovarci ciò che vuole: Buddha con la sua collezione di dischi chill-out, Belzebù che si diverte con gli spiriti delle pornodive, Visnù che piscia nel latte di Adissescien o Paolo Bonolis che sorseggia il suo caffè polemizzando sul Festival con San Pietro. Quello che è certo è che smetteremo di controllare gli aggiornamenti sul sito dei Cramps, nell’attesa disperata dell’ennesimo gesto di follia da consumare sotto un palco o negli attimi di stravagante pazzia tutta intima e casalinga che viviamo nella nostra casa, quando ci illudiamo che la vita possa avere le forme di Poison Ivy e che moriremo in una bara a forma di chitarra, mentre portano il nostro feretro in giro per i vicoli vecchi della città, accompagnati da una processione di zombie che ballano il twist su quelle ossa porose come schiuma di lattice.

Quello che resta, dunque, sono i dischi. Anzi, qualcosa di più, se può consolarci: non i dischi ma I Dischi dei Cramps. Che fanno categoria a se. I Cramps che mettevano d’accordo tutti: garagers, rockettari, dark, rockabillies. I Cramps che mettevano in disaccordo tutti: puristi, cattolici, moralisti, benpensanti, censori, sofisti, integralisti, ortodossi, animalisti e fans dei Police.

Mi piace pensare che Lux sia sceso (o salito, dipende dall’ascensore che userà, NdLYS) a stringere la mano di Elvis. A celebrare A Date with Elvis, il più grande disco di rock ‘n roll mai partorito da mente umana. Un album che si apre con un vibrato che scuote la terra come un terremoto di sfrenata lussuria e che si chiude con la languida cover di It‘s Just That Song di Charlie Feathers. Tra l’uno e l’altra c’è il solito baccanale di sconcezze crampsiane ricco di citazioni da vecchie bad-songs anni 50.

Un suono che su questo album si fa meno scheletrico e più carnale. Ci sono meno ossa e più frattaglie, dentro A Date with Elvis. Ci sono bimbi che cantano e “gattine” che giocano a fare il cane, ci sono le chiocce di Link Wray che fanno il boogie, ci sono le visioni tropicali di Kizmiaz (una ballata che, non chiedetemi perché, a me ha sempre ricordato i Talking Heads del dopo-Eno), ci sono i Count Five shakerati dentro la giungla di Cornfed Dames e il rockabilly criptico di Womaneed con Lux che si infila il microfono in gola come quando massacravano Surfin’ Bird sul palco del CBGB‘s e la gente si chiedeva da quale fossa fossero saltati fuori.

E c’è Lux che ci saluta con la sua mano da zombie mentre canta Aloha From Hell :

Prenderò una vacanza, devo andare all’Inferno.

Vi manderò una cartolina. Sto per combinarla grossa.

Danzerò tra le fiamme, come un diavolo in maschera

Potrete sentirmi cantare: Aloha dall’Inferno!

Aloha Lux.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: dedicato alla memoria di Erick Lee Purkhiser. Per tutti e per sempre, Lux Interior.

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THE CRAMPS – Big Beat From Badsville (Epitaph)

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Se nella patta non custodite solo gli spiccioli che vi sono avanzati dall’acquisto delle Marlboro questo disco dovrà procurarvi una qualche sorta di erezione.

Perché Big Beat è un album bagnato di umori genitali come una vulva delle star di Brazzers, un discone che riporta i Cramps alla forma perfetta di Stay Sick! e aggiunge altre perversioni al loro catalogo di aberrazioni deviate, stavolta tutte farina del loro sacco: Cramp Stomp, It Thing Hard-on, Like a Bad Girl Should, Devil Behind That Bush, Super Goo (una sorta di Can Your Pussy Do The Dog? pt. 2), Burn She-devil, Burn (quanto di più vicino al classico suono rockabilly mai inciso dalla band), Haulass Hyena.

Lux e Ivy sono assieme da venticinque anni e hanno un’intesa musicale e sessuale perfetta.

Quando Lux sposta la levetta del microfono su On è come se tirasse giù la zip. Quando Ivy imbraccia la sua Gretsch, è come se ti tirasse giù le mutande.

Da quando si sono conosciuti passano più tempo a letto che a suonare.

Ma quando suonano è come se fossero ancora su quel letto.

Lei è una MILF quarantaquattrenne che brandisce frustino e pugnali.

Lui striscia ai suoi piedi, le lecca le caviglie, risale sbavando fino all’inguine, affonda il mento nelle sue grandi labbra. Le lascia piccoli filamenti di saliva sui peli pubici e risale fino al collo per affondarle i suoi canini da vampiro.

I Cramps sono ostentazione e sacrilegio, burlesque e rock ‘n roll becero.

Quando scendono dal letto, le lenzuola sono ancora bagnate.

Come la vostra biancheria intima quando sarete di ritorno da Badsville.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro  

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