THE NEW BOMB TURKS – Wir sind die Turken von Morgen

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Il rumore è quello di un treno che deraglia.

Il capostazione Tim Warren garantisce che sopra non ci sono stunt-men.

Nessuna simulazione. Tutto vero.

Registrato in un solo giorno ai Coyote Studios di Brooklyn assieme a Mike Mariconda, !!Destroy-Oh-Boy!!, nella sua brutalità accesa, deflagrante, ridefinisce i canoni del punk riportandolo dentro i suoi confini naturali della musica da garage e diventa modello per un numero incredibile di band (Hellacopters e Hives non ne faranno mistero, nonostante la lettera muta che li caratterizza fra le decine di gruppi ispirate da quel disco, NdLYS).

Mike rifiuta ogni suggerimento da parte dei quattro ragazzini di Cleveland circa l’aggiunta di qualche piccola “coloritura” da studio e registra tutto come esce dagli amplificatori, limitandosi a settare i volumi e i toni in modo che sembri davvero l’urlo di una metropolitana inghiottita dallo sfintere della Grande Mela. E impone loro di suonare i pezzi talmente tante volte che alla fine, per non dover impegnare la sala per un altro giorno, si vedono costretti a suonarli ancora più velocemente, con ancora più rabbia e birra in corpo.

Delle venti canzoni che la band ha portato con se da Cleveland, quattordici finiscono dentro l’album. Quattordici scudisciate di punk-rock che diventano il disco più venduto di tutto l’immenso catalogo Crypt. Quattordici linguacce impertinenti come quelle di Jac Mac e Rad Boy nella loro corsa vandala e folle verso l’Inferno.    

!!Destroy-Oh-Boy!! insegna ai punk a parlare il punk. Voi che lingua parlate?

 

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

 

Un autentico muro di suono quello innalzato dai New Bomb Turks per il terzo album, con le chitarre che mulinano riff serratissimi alla maniera dei Ramones (Jeers of a Clown, Telephone Numbrrr, Shoot the Offshoot) accorciando di fatto le distanze con le band della scuderia Epitaph presso cui si sono accasati.

Scared Straight mostra una band sconfitta, forse obbligata ad adattarsi al trend del punk dominante. Quando in un moto di orgoglio decidono di sporcare il suono e di ritrovare le radici del rock ‘n’ roll da cui sembrano essersi allontanati il risultato sembra fare il verso ai Chesterfield Kings che facevano il verso ai New York Dolls che facevano il verso ai Rolling Stones, come nel caso di Wrest Your Hands o di Professional Againster. Ma ciò nonostante tutto scorre sotto i nostri piedi come il nastro di un tapis-roulant. O, ancora peggio, come il nastro trasportatore di un sushi-bar, con i suoi duecento piattini di caccole di riso dal sapore identico.

Poco, davvero troppo poco per potersi accontentare.   

 

Nel ’98 succede che i New Bomb Turks cambiano etichetta.

E succede che giocano a fare i Black Crowes.

Non per tutta la durata di questo quarto album sia chiaro, ma nei due episodi centrali (la ballata Bolan‘s Crash dedicata a quel 16 Settembre 1977 che chiuse in un feretro di metallo tutta la storia della musica glam e la successiva Raw Law con la voce di Eric doppiata da quella della bella Darchelle L. Williams come fosse una Remedy dedicata ai fans degli Stooges anziché a quelli degli Stones, NdLYS) di At Rope’s End sembra davvero di trovarsi davanti una versione lercia dei fratelli Robinson.

A me che ho segretamente amato i Black Crowes fin da quando suonavano nelle bettole di Atlanta per una manciata di dollari e qualche hot-dog la cosa non dispiace nemmeno ma sono curioso di sapere come la prenderanno i vecchi fan dei Turks, compreso Tim Warren che sul rock da highway americana di taglio seventies ci ha sempre pisciato sopra. Aspettiamo e vedremo.

Il resto del disco però scorre via col consueto sgarbo della band più figa del mondo, in fuga dal primo disco dei Damned e in cerca di rifugio dentro un singolo qualsiasi della Dangerhouse.

Punk trasandato e feroce che odora di birra, giornaletti porno e benzene.

Brillantina anni ’50, Farfisa anni ’60, linguacce anni ’70. E’ quello che Eric Davidson stesso definirà gunk-punk.

Il solito rottamaio di carcasse rock ‘n’ roll dove è bello rintanarsi per farsi le foto con le dita nel naso e le chiappe fuori dai jeans.

Che sarà pure la cosa più stupida del mondo ma che, come tutte le cose più stupide, sono quelle che rimpiangeremo di più quando saremo diventati tanto anziani da pensare di essere troppo intelligenti per dedicarci alle idiozie.

 

Riportano tutto a casa, i New Bomb Turks. Anche se quella casa è adesso, in maniera provvisoria, Detroit.

Nightmare Scenario ci restituisce la band cruda di Information Highway Revisited: ritmica implacabile nonostante si registri un avvicendamento nel ruolo che fu di Bill Randt con il nuovo drummer Sam Brown dei Gaunt, riff a manetta, qualche incursione nel torbido proto-punk detroitiano (Killer’s Kiss, Wine and Depression, la coda parossistica di End of the Great Credibility Race) e una maggiore attenzione al dettaglio, sia quando si tratta di aggiungere qualche piccola decorazione (come nella deliziosa Your Beaten Heart) sia, soprattutto, nell’uso ormai rodato dei controcanti che stempera l’aggressività delle nuove canzoni, un paio delle quali per minutaggio e virulenza quasi al limite con l’hardcore.

Un disco che ci riappacifica con l’identità di irriducibili dei New Bomb Turks e anche un po’ con la nostra.  

Un disco che te lo ficchi dentro e ci viaggi l’America a tempo record.

Veloce e tosto come una palpata di chiappe sulla metropolitana.

Rock ‘n’ roll giovane e triviale che non “lima” un cazzo, sputato fuori con la stessa ingordigia con cui i quattro di Colombus hanno inghiottito per anni Germs, Avengers, New York Dolls e Heartbreakers. Va giù d’un fiato, come una buona bottiglia di tequila, lasciandoti lo stesso alito da mangiafuoco e lo stesso sorriso beone da rincoglionito in bermuda e camicia hawaiiana. Paola Perego che si masturba con un vibratore a 380 volts.

 

Quella del sax inserito in un contesto punk-rock non è un concetto nuovo. Per tacere delle compagini no-wave e ska/Oi! e (per non essere accusato di parlare dei Sonics ogni volta che ne ho occasione) evitando di andare nel Northwest americano dei medi anni Sessanta, posso affermare che lo inaugurarono i Saints e gli X-Ray Spex molti anni fa. E poi, in anni più recenti, è stato eletto a strumento principe dai Rocket from the Crypt, per nominare i più conosciuti.  

Tuttavia, che un giorno fosse finito anche dentro la musica dei New Bomb Turks non era facilmente prevedibile. E invece in The Night Before the Day the Earth Stood Still la band di Cleveland decide, dopo averlo testato anche se sepolto dal rumore su At Rope’s End, che forse è il caso di rischiare un po’ di più, facendo soffiare Pete Linzell dentro le ance in almeno tre pezzi (più, in un quarto, dentro quelle di un’armonica a bocca). Dunque se come è successo a me, di provare subito un “brivido Raunch Hands” non appena la puntina poggia sui solchi della title-track, il vostro corpo ha vibrato correttamente. Perché Pete è proprio quel Pete che soffiava a pieni polmoni dentro i dischi della band di Michael Chandler (oltre che in quella di Peter Zaremba).

Certo, la sensazione che stiamo vibrando per qualcun altro e non per i New Bomb Turks non è gratificante, un po’ come quando dopo aver corteggiato una ragazza le confessi candidamente che ti ricorda una tua ex.

E durante tutto quello che sarà destinato a diventare il pit-stop definitivo della band questa sensazione, seppur piacevole, si ripete in più di un’occasione. Come ad esempio durante Like Ghosts, che non è di per sé cattiva (ma manco buona), ma che però dopo il primo minuto e mezzo (diciamo quando parte l’organo) ti trovi a chiederti: ma questi qui chi cazzo sono?

Poi, certo, i turchi ti sparano un paio di pezzi come Don’t Bug Me, I’m Nutty, Grifted o Ditch e torni a fare a gara coi tuoi amici a chi ce l’ha più lungo, come ai tempi delle medie.

Prima di renderti conto che le medie sono finite da un pezzo, che gli amici adesso li incontri al supermercato a spingere i carrelli con la pancia e che i turchi hanno appena sganciato le ultime bombe.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE NEW BOMB TURKS – Information Highway Revisited (Crypt)  

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Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MADS – Turn Me Up / Strange Town (Area Pirata/Sexy Groove Rhythms) / LOS INFARTOS – El Narco Ritmo (Area Pirata) / CANNON JACK & THE CABLES – Primitivo / Big Bad Monkey Man (Area Pirata) / ROMA K.O. – Demo 1988 (Hellnation) / THE CRETINS – Haven’t Got a Clue (Dirty Water) / THE FLAMING SIDEBURNS – Soulshaking (Bad Afro)

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Tutti invitati al quarantesimo compleanno dei Mads. E come ad ogni festa di compleanno, a meno che non voglia fare l’imbucato, è d’uopo partecipare al regalo. La quota stavolta è di 8 Euro (gli amici e le amiche delle mie figlie chiedono di più) e in cambio vi portate a casa come ricordo uno dei sette pollici più belli dell’anno: un’originale e una cover dei Jam che scivolano via graffiando come pochi di questi tempi. Roba che se ne riconoscete l’aroma, allora di anni ne avete qualcuno in più di quelli che la band milanese festeggia con Turn Me Up e Strange Town del Sig. Weller. E se è davvero così, e se alla fine degli anni Settanta preferivate il punk più legato alle istanze mod di quello che preferiva giocare con le spillette da balia, allora fareste meglio a mettervi in casa questa roba qua. Non ve ne pentirete.

Non si sprecano i Los Infartos da Teramo, giunti solo al secondo singolo in quattro anni dimostrando che hanno di meglio da fare che realizzare dischi. Ma quando lo fanno, ti strapazzano a dovere.

El Narco Ritmo lo fa con quattro pezzi dove punk, garage e Hammond-beat sconfinano uno nell’altro. Attenti, che con l’età che galoppa il rischio di farvi venire un infarto lo correte davvero.

Cannon Jack & The Cables sono invece uno spin-off de Le Muffe. Goliardia demenziale figlia del rock and roll e del beat italiano che non arrivarono in classifica e attitudine garagistica da pianeta dei primati sono gli ingredienti che Gianluca Daghetti e compagni infilano dentro le due tracce del loro debutto. Robaccia che se la mettete su al primo appuntamento, finite la serata in compagnia di Federica, la mano amica.   

La romana Hellnation pesca invece nei liquami di Roma per tirare fuori questi sorci chiamati Roma K.O., attivi trenta anni fa nei locali della capitale ma di cui questo EP di quattro brani rappresenta l’unica, tardiva, testimonianza discografica. A dispetto del titolo, che ne spiega solo la fonte, almeno tre pezzi su quattro hanno una dinamica molto ma molto migliore di quella che possiate immaginare e che potrebbe indurvi maldestramente a scartarlo a priori. Quattro graffi(ti) della Roma che bruciava.

La Dirty Water mi manda invece una velina (non quella in carne ed ossa, purtroppo) con tanto di link per il debutto dei Cretins. E io, come un cretino, la apro trovandoci dentro una sola canzone (boh, io con questi cazzo di link ci capisco ancor meno dei post di Instagram dove in calce alla foto di un culo c’è un aforisma di Freud che nessuno leggerà ma che tutti applaudono). Haven’t Got a Clue è pero davvero un pezzone che merita di stare nella mia playlist personale di questo 2019, con le chitarre belle tirate su un classico giro proto-punk ed energia a profusione.

Quella che hanno dimenticato da qualche parte i Flaming Sideburns, che tornano dopo anni cagando un solo pezzo e comunicandomelo anche loro con un link che mi porta dritto dritto su SoundCloud e su Spotify, ovvero i due circoli polari dove va a morire il rock ‘n’ roll e dove meritate di morire anche voi che continuate a cliccarci sopra.

Soulshaking, presentato con una foto scattata proprio nella Brighton dei Cretins (più precisamente in quel vicolo che ora puzza di piscio e divenuto famoso per lo scatto di Jimmy poi immortalato sulla copertina dalla soundtrack di Quadrophenia) è preludio al loro album n° 5 previsto per il prossimo anno e onestamente mi pare solo un classico esercizio di stile a metà strada fra i Fleshtones e gli Sweatmaster di per sé non malaccio, non fosse che i Sideburns erano anni fa dei fuori classe e che adesso invece mi pare di vederli seduti tra i banchi, a tentare gli esami di recupero al corso serale per gli over 40.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AMYL AND THE SNIFFERS – Amyl and The Sniffers (Rough Trade)  

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Come se fossero tornati gli Avengers.

No, non quelli in tuta di poliuretano che sfrecciano sul cielo di Hollywood ma quelli che quando passavano davanti alla capitale del cinema (e ci passavano, che quella era la zona), sboccavano di brutto dopo l’ennesima notte di eccessi.

Dunque sono tornati quegli Avengers e, cara Houston..abbiamo un problema: questi sono ancora più incazzati, ancora più sudici e disperati.  

Amyl e gli Sniffers vengono da Melbourne e hanno più proiettili nella cartucciera che i Motörhead di Ace of Spades. Pezzi come Cup of Destiny, Control, Shake Ya, Starfire 500, Punisha, Monsoon Rock, GFY penetrano le pareti come se fossero mura di burro.

Non serve dire molto, che mentre vi parlate addosso la piccola e indiavolata Amyl e i suoi ragazzi sono già arrivati a devastarvi la stanza, ad insudiciarvi di schiuma da barba come i Damned teppisti fecero coi vostri papà quando ancora non stavano a con le babbucce a guardare le serie tv. Serve dire solo che il debutto degli Sniffers si candida a miglior disco punk dell’anno.

Dovrebbe bastarvi.

Se così non fosse, vi meritate Pitchfork e le retrospettive di Classic Rock.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LAZY COWGIRLS – Lazy Cowgirls (Restless)  

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Guardi la copertina e non sai cosa cazzo pensare.

Cosa suoneranno questi quattro tipi vestiti come il mio idraulico quando si prepara per andare al pub?  

Ve lo dico io cosa suonano: suonano rock ‘n’ roll con i candelotti di dinamite in mano. Roba sgualcita come quella dei Saints e vagamente imparentata col garage punk come quella dei Radio Birdman e degli svedesi Nomads. Ma le Lazy Cowgirls vengono dalla California, quella che parafrasando O. Henry è la Repubblica delle Bandane. Ecco perché sono vestiti così sull’orribile copertina di questo disco che invece è uno dei migliori prodotti della seconda ondata punk di Los Angeles.

Prodotto da Chris D. Lazy Cowgirls ha già dentro tutti i New Bomb Turks che arriveranno molto più tardi. Solo che nessuno lo sa, ancora oggi che da quel disco sono passati trentacinque anni e sui nostri piatti forse un milione di dischi, di cui più di 2/3 peggiori di questo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BAD MOJOS – I Hope You OD (Voodoo Rhythm)  

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Capita che i vicini di casa facciano un gran casino.

I Bad Mojos ad esempio sono dei fracassoni svizzeri che quando scendono a buttare la loro spazzatura punk è meglio mettersi una caccola di ovatta nelle orecchie.

Il Reverendo Beat-Man, da anni ormai affetto da sillogomania, accoglie loro e la loro immondizia in casa sua.

Aprendo la porta, possiamo adesso curiosare.

I Hope You OD sono dieci canzoni, di cui sette inferiori al minuto e mezzo. Le rimanenti non molto al di sopra. Non fai in tempo ad impararne una che è già andata, come se fosse passata l’ombra di Joey Ramone da dietro le tende e, non appena ne hai scostata una, la sua sagoma di mantide è già fuori dal raggio visivo.  

Fortuna vuole che con le canzoni del terzetto svizzero ci familiarizzi subito, tanto che appena rimetti il disco le sai già tutte a memoria, come il Padre Nostro e l’Ave Maria. E così ora possiamo alzare il volume e fare chiasso anche noi.

Everybody hates me!

Everybody hates me!

Everybody hates me!

Everybody hates me now here in my hometown!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Proiettili (Rock Impresa)  

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Un disco punk finanziato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, dal Fondo Sociale Europeo e dal Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Stampato in 500 esemplari distribuiti gratuitamente (salvo poi essere rivenduti online o nelle fiere a prezzi esagerati da qualche stronzetto che di punk ha solo l’adesivo dei NoFX sullo scooter, NdLYS) senza transitare dai negozi. Siamo quasi al situazionismo istituzionale. Sicuramente davanti al gesto punk più clamoroso fatto in Italia negli ultimi venti anni.

I soldi li mette il governo (ladro). La manodopera invece ce la mette MickPunk, al secolo Michele Ballerini che allestisce una bellissima raccolta-manifesto dedicata alla musica underground italiana del periodo 1977-1987. Storie di criminali scarsamente organizzati ma, adesso, legalizzati. Si va dai Sorella Maldestra di Vercelli ai Lonely Boys di Porto Sant’Elpidio, dai Luti Chroma di Bologna ai Klaxon di Roma, dagli Andy Warhol Banana Technicolor di Pordenone ai Savage Circle di Alassio a una dozzina di altre band ormai sbiadite nella memoria.

Cronache da un’Italia trasversale che fermentava come mosto nelle cantine di mezzo stivale portando con se un’idea di ribellione fiera, spavalda e non ammaestrata. Pagine di una storia underground che vomitava contro il regime e l’omologazione che rilette adesso potrebbero sembrare distanti anni luce anche a quelle poche migliaia di ragazzi che le scrissero allora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE SOAP GIRLS – Societys Rejects (autoproduzione)  

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Diciamo subito che abbiamo mooolto piacevolmente ingannato il tempo fra il primo album e questo nuovo Societys Rejects avendo trovato, le Soap Girls, un modo efficacissimo per abbagliare i maschietti, esibendo inguine, natiche, trucco da pornodive e colate di finto sangue vaginale ogni volta che se ne presenti l’occasione. E se non si presenta, creandola. Invitando ad una scorpacciata erotica che ha pochi precedenti, se non nell’ambiente pop ninfomaniaco delle varie Lady Gaga, Madonna e Miley Cyrus.

Diciamo pure che i loro post sui social hanno più visualizzazioni che ascolti, che la fica piace anche quando è muta. Ma il battage provocatorio, l’adescamento promozionale si è fatto più intenso con l’approssimarsi dell’uscita di questo loro secondo album, decisamente più aggressivo del precedente ma che non basta a scrollarsi di dosso l’effetto Hannah Montana nonostante il piglio alla Yeah Yeah Yeahs/Hole/Cycle Sluts from Hell che le due sorelle sfoggiano, sempre sculettando. A tratti non è neppure malaccio, se non si volesse far passare per anarchia punk frasi come Hey you, hey me, fuck you, fuck me o I had a boyfriend I hated that fuck I slapped him in his sleep every night.

Il porno è già stato sdoganato anni fa e fa girare un business di miliardi.

Non c’è nulla di punk nella sua ostentazione.

E neppure dentro la musica delle Soap Girls.

Fatto salvo questo, dentro Societys Rejects ci sono due/tre anthem perfetti per Virgin Radio e Radiofreccia che è il rock che vuole essere antagonista e invece si esibisce come ad una sfilata di Versace, solo con qualche centimetro di stoffa in meno e qualche linguaccia in più. Indignando lo stesso pubblico che si indigna per una tetta nuda ad un reality e passando solcando appena la pelle, senza penetrare nelle viscere. Neppure in quelle che le due Soap Girls sono ad un passo da esporre alla platea.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: scrivo questa recensione in maniera risentita da buon maschietto medio perché dopo otto mesi di attesa Camille e Noemi Debray non hanno ancora accettato la mia richiesta di amicizia su Facebook. 

 

TOMMY AND THE COMMIES – Here Come (Slovenly)  

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I fratelli Jeff e Mitch Houle suonano negli Statues, piccola gloria power-pop dell’Ontario. Il primo inoltre è l’uomo dietro il progetto Strange Attactor, garage suonato e registrato in casa mentre fuori il grande lago dorme.

La nuova avventura dei due fratelli esordisce sotto la bandiera della Slovenly e farà drizzare le orecchie e mi auguro qualcos’altro ad ogni fan sfegatato degli Undertones. Sono otto canzoni, in parte già pubblicate su una di quelle cose che nessuno ordina più e che si chiamano demotape e che, tutte assieme, sforano di poco il quarto d’ora. Per dire che di fronzoli, qui dentro, neppure l’ombra.

Però le canzoni sono davvero eccezionali.

Essenziali, scattanti e squisitamente immerse nel barattolo di miele punk che fu proprio della band irlandese ma anche di formazioni come Buzzcocks e Jam. Canzoni come Straight Jacket, Hurtin’ Boys con quel ponte alla Eyes (ogni tanto lasciatele perdere le solite enciclopedie del rock che parlano solo degli Who) o Suckin’ in Your 20s sono perfetti come una terza di seno. Rotonde senza sovrabbondanze. Otto piccoli capolavori per un disco immenso.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro