SONNY VINCENT – Cyanide Consommé (Big Neck)  

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Conosciuto più per il suo lavoro di chitarrista al fianco di Moe Tucker durante gli anni Novanta che per le sue produzioni, Sonny Vincent è uno dei reduci più in forma della stagione punk newyorkese. Cyanide Consommé, realizzato con una formazione diversa per ogni canzone (tra cui i cameo di Scott MacKay e Scott Asheton degli Stooges), non sfugge a questa considerazione e neppure alla regola  che lo vuole circondato dal fior fiore dei musicisti ad ulteriore conferma del meritato rispetto di cui Vincent gode fra le vecchie e nuove leve del rock più sanguigno (Rat Scabies, Dave Vanian, Rocket from the Crypt, Robert Quine, Kim Shattuck, Cheetah Chrome, Richard Lloyd, Javier Escovedo, Thurston Moore, Greg Ginn, Glen Matlock, Captain Sensible, Dave James, Ron Asheton, Wayne Kramer, Richard Hell, Don Fleming, Chris Romanelli, Jim O’Rourke, Bob Stitson, Scott Morgan, Brian James sono solo alcuni dei nomi che lo hanno accompagnato nelle sue avventure).

Come per tutti i reduci di quella stagione, nessun disco di Sonny è un disco epocale ma l’ex leader dei Testors  può vantare una discografia di valore cui questo Cyanide Consommé si aggiunge con grande dignità. Un altro di quei dischi che verranno snobbati dalle riviste di settore, attente a smazzare in redazione i promo di qualche innocua formazione post-qualcosa ma del tutto impermeabili a una pioggia Detroitiana come quella di James Brown’s Evil Son e attenta a non farsi spaccare le ossa da una cosa come Washington Square Park Incident. Se invece a voi, come me, piace sguazzare in quella merda, Cyanide Consommé potrebbe rivelarsi una latrina da stazione di servizio dove fermarsi per scaricare la prostata mentre scorrete sulle piastrelle le scritte di Radio Birdman (Just Like Penguins), Saints (Part 2 Screw You), Heartbreakers (Give You More), Damned (Snort My Snot) o di quegli altri bastardi scordati dal mondo che sono i Dogs (Canine, con quella fantastica solista che si posa morbida su un riff circolare come nei migliori torni delle officine di Detroit).

Lontano dai riflettori Sonny Vincent continua a perpetuare il sogno, l’energia, il senso di un’epoca, continuando a sporgersi dalla balaustra, ciondolando i piedi nel vuoto di una città che continua ad ignorarlo.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DMZ – DMZ (Sire)

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Un gruppo punk con un organo Vox.

Un gruppo punk che suona i Sonics, i Wailers, i 13th Floor Elevators e i Troggs, pure.

Se c’è insomma una band che più di tutte può assurgere a snodo fra il punk del ’77 e l’inaspettata esplosione neo-garage dei primi anni Ottanta, questa band sono i DMZ. L’uomo dentro l’una e l’altra cosa si chiama Jeff Conolly, un appassionato collezionista di vecchi sette pollici garage/beat preferibilmente incisi in mono (da cui mutuerà il nick con cui passerà alla storia), preferibilmente incisi male, preferibilmente incisi e mai comprati da nessuno se non da qualche fanatico. Quando Jeff si unisce agli altri, nella band ci sono ancora David Robinson in transito dai Modern Lovers ai Cars e Mike Lewis. Ma è quando i loro posti vengono rilevati da Paul Murphy e Rick Coraccio della Children R&R Band che l’avventura dei DMZ ha veramente inizio. Allestito un repertorio da brivido, la band tira su i pezzi per un EP (ricordate la famosissima foto di Greg Shaw con in mano un 45giri targato Bomp!?, ecco…è quello lì, NdLYS) e per un album la cui produzione viene affidata a Flo&Eddie, gli ex-Turtles diventati coristi di lusso per T. Rex, Steely Dan ed Alice Cooper che, chissà perché, in quel periodo vogliono sporcarsi le mani col punk.

E si sporcano. Ma non quanto dovrebbero.

Perché DMZ, che resta un album di quelli che se li tiri su per l’ano il culetto possono spaccartelo per davvero, e il suo tripudio di chitarre e riff stoogesiani (chiedete ai Monster Magnet a proposito di Busy Man e Don’t Jump Me Mother) punte dal fischio dell’organo di Conolly viene in parte “soffocato” da una produzione che invece tende a posizionare basso e batteria un passo davanti al ferroso delirio rock ‘n roll che ricorda invece una versione esacerbata e marcia dell’”american-beat” dei Fleshtones. Ma nonostante questo e malgrado Greg Shaw avrebbe puntato più di una volta il dito sul lavoro di produzione, l’album dei DMZ resta un disco incredibile, una delle pietre fondanti di tutto il recupero neo-sixties che dilagherà a breve e di cui essi stessi, sotto il nuovo moniker Lyres, saranno fra i protagonisti più sinceri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE REPLACEMENTS – Il grande romanzo americano (con cadavere)

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Un disco che è un conato di vomito. Uno di quelli che in epoca hardcore si riusciva ancora a tirare fuori, magari sopra un palco. O dentro un disco.

Ora che il disgusto ci ha forato lo stomaco, ci mancano quegli anni. Ci mancano i dischi dei Replacements.

A ognuno il suo.

A Federico Fiumani ad esempio manca All Shook Down.

A me ne mancano tre o quattro.

Uno di questi è Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash, straordinario sin dal titolo.

Mi si inceppava la lingua ogni volta che dovevo passarlo in radio, finendo per parlare come un nigeriano dietro un banchetto di cd pirata al mercatino rionale. Ma chi se ne fregava.

 

Era il 1981. Qualcuno di loro era appena maggiorenne. Qualcuno no.

Io avevo undici anni.

Mangiavo conserva di amarene e avevo sul disco il debutto dei Replacements.

Tutto il resto contava poco. Le donne, nulla.

Ma c’era tutto questo gran frastuono, per Dio!

Customer, I Hate Music, Careless, Rattlesnake, Takin’ a Ride, Shut Up, Love You Till Friday.

Non serviva neppure conoscere l’inglese per capire che dentro c’era tutta la sciagurata rabbia dell’adolescenza, quella che vale davvero qualcosa e che nessun’altra rabbia potrà mai eguagliare. Quella che ti fa mettere su una rock band e pensare che possa essere la migliore del mondo, ad eccezione da quella che gira sul tuo stereo.

Quella che brucia e non s’acquieta.

Quella che la miseria umana non la conosce ancora ma la percepisce come avversaria ed ostile.

Quella in cui non pensi ai bisogni degli altri ma solo ai tuoi.

Quella in cui non ti importa del futuro ma solo del presente.

Non metti nulla da parte ma bruci tutto e subito.

Tranne la spazzatura.

I Replacements dimenticano quindi di buttare via la spazzatura.

E la tengono in casa. Seppelliti vivi da un immondezzaio che puzza di malto e di orina.

Il loro disco di debutto risuona di quella sporcizia necessaria.

C’è il gioco linguistico di Something to Dü (con l’impagabile “break the Mould” biascicata in chiusura e le chitarre che suonano più Hüskeriane degli stessi Hüskers).

C’è quella che è probabilmente la più bella ballata dell’epoca hardcore, ovvero l’estremo saluto ante tempus all’amico Johnny Thunders che apre la seconda facciata.

Ci sono i Ramones, Buddy Holly, gli Heartbreakers.

Suonati da teppisti ancora più incapaci dei loro già incapaci maestri.

Non era con quella roba lì che avrebbero conquistato il “tetto” del mondo.

La spazzatura alla fine, l’avrebbero portata fuori anni dopo.

 

Loro erano nel frattempo diventati tutti maggiorenni.

Io avevo compiuto tredici anni.

L’età in cui sarebbero arrivati gli amici.

Qualcuno vero, altri falsi.

Pochi buoni, molti cattivi.

Ma tra tutti il peggiore sono sempre stato io.

 

 

Qui è il Dipartimento di Polizia di Minneapolis.

La festa è finita.

Se prendete tutta la vostra roba e vi togliete di mezzo

Nessuno si farà del male.

La festa è terminata, conclusa.

Prendete la vostra roba e andate via, così non sbatteremo dentro nessuno per stasera.

È questa la registrazione in presa diretta catturata da Terry Katzman durante un improvvisato gig dei ‘Mats nello studio dell’artista visivo Don Holzschuh che introduce a Stink, negli anni in cui Minneapolis era davvero un vascello in fiamme. Ci sono negozi di dischi come il Treehouse e fanzine come Your Flesh che versano benzina sul fuoco. E poi c’è la carne che su quelle vampe si sacrifica: quella dei Soul Asylum di Dave Pirner (per la cronaca, il ragazzo che manda a fare in culo i poliziotti nella registrazione di apertura, NdLYS), dei Final Conflict, degli Otto‘s Chemical Lounge, dei Red Meat e, soprattutto, quella di Hüsker Dü e Replacements.

Suonano tutti veloci e arrabbiati, in quei giorni in cui l’odio ha ancora il sapore di una celebrazione.

Anche gli Hüskers e i Mats suonano incazzati, ma in più si amano e si odiano vicendevolmente.

Chi abita a Minneapolis in quei giorni lo vede coi suoi occhi. Per tutti gli altri ci pensa Paul a rendere manifesta la cosa, dedicando ai rivali la poco tenera Something to Dü sul disco d’esordio.

Ma nonostante tutto si corteggiano, perché bevono dagli stessi bicchieri sporchi dove hanno bevuto i Beatles e dove quei vigliacchi dei punk hanno pisciato dentro.

Così, finiscono per suonare, soprattutto nei primissimi anni, molto simili.

Ma a differenza degli Hüskers i Mats bevono tanto, bevono troppo.

Tanto che Bob Stinson ci lascerà la pelle a 36 anni.

Durante l’autopsia gli troveranno il fegato spappolato come quello di un alcolista ottantenne.

I Replacements dei primi dischi non conoscono altra lingua se quella collerica dell’hardcore anche se di tanto in tanto provano a fermarsi e scrollarsi di dosso quella rabbia come cani dopo un acquazzone estivo.

Succede in White and Lazy, il blues sporcato dall’armonica che apre il secondo lato di Stink che però si conclude con il solito violento attacco di cori hardcore.

Ma accade soprattutto un minuto e mezzo dopo su Go, quella power ballad un po’ raggrinzita che, seguendo la linea amara tracciata da Johnny‘s Gonna Die sul disco di debutto li porterà fino alla Unsatisfied di Let It Be abbozzando le coordinate per certo indie-rock di cui ci abbufferemo anni dopo tra i solchi dei dischi di Dinosaur Jr., Buffalo Tom, Afghan Whigs o Lemonheads, tanto per dire di qualcuno.

Con Stink si spegne la rabbia generazionale dei Replacements, affogata per sempre dentro l’impeto angst di quelle Kids Don‘t Follow, God Damn Job, Stuck in the Middle, Fuck School, Dope Smokin’ Moron che fecero irruzione nel nostro mondo imperfetto con la stessa inattesa grazia della Polizia di Minneapolis nello studio di Holzschuh. Ma voi ve li immaginate i disoccupati di oggi che invece di andare al Concerto del Primo Maggio a cantare O bella ciao tornano ad imbracciare una chitarra ricucita con lo scotch e ad urlare “I need a God damn job right now/An honest job, if I can find one” in faccia ai Sindacati?

Io proprio non riesco…

 

Prima, dico…molto prima degli Uncle Tupelo di No Depression. Ma anche prima degli album di Jason and The Scorchers o Long Ryders…prima c’è stato Hootenanny. Prima di ogni altro paio di camperos, Paul Westerberg e Bob Stinson decidono che è ora di abbattere il recinto del punk e di saltare nel recinto della musica tradizionale americana.

Pogando.

Ubriachi.

Hootenanny è un disco in cui la sobrietà è messa al bando. Dove ognuno suona quel cazzo che gli pare, come gli pare. Secondo le direttive del tutto approssimative di Westerberg: “deve essere come se registrassimo uno degli hootenanny di Pete Seeger”.

E gli altri, eseguono.

Ne viene fuori un disco Picassiano, un puzzle di citazioni e rimandi che solo sul disco successivo verrà messo realmente, volutamente a fuoco. Un disco che può piacere solo a chi piacciono i Replacements.

Gli altri non sono invitati al raduno.

Gli artisti sul palco, dicono, non hanno alcuna intenzione di intrattenere i presenti.

Hootenanny è la fiocina con cui la nave pirata del punk arpiona la musica dei propri nonni e la eviscera fra grugniti e borbottii da farabutti alcolizzati intossicati di colla e veleno per topi.

Poi vanno via, i Replacements. Pensando a come costruire il proprio futuro.   

 

Sul tetto, come i Beatles.

Pronti a lasciarsi andare, come i Beatles.

Belli, (quasi) come i Beatles.

In fuga dalle folle, ancora come i Beatles.

Soffocati da una scena, quella hardcore/punk dei primi anni ’80, che esige più norme di quelle che prometteva di sovvertire, i ‘Mats decidono di allontanarsene il prima possibile.

Lo fanno andando a mescere nel calderone della musica americana, anche quella ritenuta, proprio dagli integralisti hardcore, oscena. Da un eroe perdente come Alex Chilton al teenager pop della DeFranco Family, dall’hard rock pacchiano dei Kiss a quello muscoloso dei Thin Lizzy passando per il country tradizionale di Hank Williams.

Lo fanno soprattutto mettendo in piedi un disco giovane e imperfetto come Let It Be, pieno di rabbia, confusione, romanticismo, insoddisfazione e umorismo.

Il disco perfetto per i tuoi sedici anni. O per i tuoi diciassette. O per quelli a venire.

E lo riconosci subito, non appena parte I Will Dare col basso che pompa e traccia una linea che è ritmica e melodica allo stesso tempo e le chitarre che scintillano nella merda facendo posto alle dita di Peter Buck: perfetta.

Favorite Thing si accende i toni anthemici, come fossimo davanti a dei Clash di periferia.

La prima e unica vera incursione nell’hardcore è quella di We‘re Comin’ Out che vomita rabbia e chitarre fumanti per il primo minuto. Poi, improvvisamente, pare fermarsi e invece riparte lentamente crescendo fino al nuovo assalto finale.

Tommy Gets His Tonsils Out è una previsione fugaziana del punk che verrà.

Androgynous è la prima delle due ballate che arricchiscono l’album.

Un sipario semi-improvvisato da Paul Westerberg al piano con tanto di finale errato.

A chiudere la prima facciata Black Diamond, direttamente dall’omonimo dei Kiss.

Come per la prima facciata, anche la seconda si apre con un capolavoro: una ballata amara intitolata Unsatisfied.

Look me in the eye then, tell me I’m satisfied.

Chiedimi se sono felice, insomma.

Seen Your Video è un riuscito quasi-strumentale che introduce a Gary‘s Got a Boner, dove i ‘Mats suonano come degli Aerosmith imbavagliati.

Sixteen Blue raddolcisce i toni. Alex Chilton è dietro l’angolo che li guarda soddisfatto, ci giurerei.

Paul chiude di nuovo da solo, stavolta alla chitarra elettrica, per Answering Machine. Con lui solo una segreteria telefonica che si inceppa sulla stessa frase.

If you’d like to make a call, please hang up and try again…
If you need help, if you need help, if you need help, if you need help…

Dal tetto della casa di Bob Stinson (dietro quelle finestre c’è la sala prove della band, NdLYS) i Replacements si lanciano all’assalto delle college radio americane. Più di quattrocento stazioni radiofoniche statunitensi ricevono la copia promo di Let It Be direttamente dallo staff della band e tutte spingono il disco fino a farlo diventare il disco indipendente più trasmesso a cavallo tra il 1984 e l’anno successivo. Qualcuno è ancora intrappolato in quella casa di legno, da oltre venticinque anni.

Young, are you?

 

Di tutto quel che è il “sottobosco” underground americano degli anni Ottanta, i Replacements sono i primi in assoluto a firmare e pubblicare un album per una major, anticipando di fatto i R.E.M., i Sonic Youth e gli Hüsker Dü. Ad accaparrarseli è la Sire, l’etichetta che ha tenuto a battesimo il punk newyorkese pubblicando i dischi di Ramones, Dead Boys, Johnny Thunders e Talking Heads e che nel 1980 è stata acquisita in toto dal gruppo Warner. Ma gran parte dei soldi (125.000 dollari) che la Sire investe sui Replacements vengono in realtà dai proventi immensi dovuti alle vendite di Like a Virgin di Madonna. La candidatura di Alex Chilton in veste di produttore di Tim, il disco che inaugura il contratto, viene presto abbandonata in favore di Tommy Ramone. L’addio al mondo indipendente e alle college radio che hanno sostenuto la scena è scritta sui toni di una delle migliori power-songs del disco intitolata Left of the Dial. Gli altri inni fragorosi della stagione si chiamano Kiss Me on the Bus, Bastards of Young e la sottovalutata Hold My Life che apre l’album in maniera atipica, evirata da qualsiasi incipit, come se la band avesse fretta di proseguire il discorso interrotto per motivi di durata sul disco precedente. Cosa che in effetti è. Eppure qualcosa non funziona. Anzi no, al contrario, funziona troppo bene.

È questa la cosa che rende quel che è universalmente ritenuto il capolavoro dei ‘Mats un capolavoro a metà. L’enfasi sulla ritmica, ovvio retaggio del trascorso musicale del produttore, sembra trascinare tutta la band verso terreni più composti, più ordinati, più strutturati, fino a rasentare la banalità rock ‘n roll in I’ll Buy, il grottesco hard-rock in Dose of Thunder, il plagio di Spirit in the Sky nella quasi omonima Waitress in the Sky. Ad un ascolto lucido, imparziale e scevro dal fanatismo siamo davanti alla copia in bella del disordine autarchico che regnava nel disco precedente.

È come se sul luogo dell’incendio fossero arrivati i Vigili del Fuoco e noi stessimo lì a guardare ammirati il rogo che tarda a spegnersi ma che, inevitabilmente, verrà domato. Si approssima la morte, in qualche modo, i Replacements si trasformano in qualcosa d’altro.

Jung, are you?

 

Ebbene si.

Sono tra gli eretici che preferiscono Pleased to Meet Me a Tim, nonostante una consapevolezza, già matura all’epoca, che i dischi migliori i Replacements li avevano già pubblicati tutti e ben presagendo un crollo artistico che si sarebbe rivelato ben più catastrofico di quanto immaginato.

Lo so, lo so benissimo che Pleased to Meet Me è un disco che può facilmente essere smontato. Che ci sono cose rifinite male (la batteria dal suono orribile per esempio), che tutti i vari amori di Westerberg (il blue-eyed soul, il truce hard-rock, il folk, il power-pop, il punk, David Johansen, i riff degli Stones) sono costretti ad una convivenza forse troppo azzardata e per niente integrata, che a volte appare un po’ goffo ed ingombrante, che gonfia il petto come un qualsiasi disco di Huey Lewis o dei Boston, che gli piace farsi guardare.

Però, nonostante tutti i difetti del caso, Pleased to Meet Me è un disco che riesce ad arrampicarsi sul piatto con una certa facilità e a farsi il suo bel giretto arrecando gioia tutt’intorno. 

Bob Stinson non è più della partita ed è Westerberg a farsi carico del lavoro sulle chitarre, cedendo a malapena il posto su un paio di episodi all’idolo Alex Chilton e al figlio del produttore, appena adolescente, che ha lo stile e l’età giusta per sputare dentro una delle canzoni più cattive della scaletta. A contrastarlo, in qualche episodio, viene addirittura scomodata la sezione fiati più importante della città dove lo vanno a registrare: i Memphis Horns. Il risultato è un disco dove, dicevo, molte cose sembrano fuori posto eppure in qualche modo un posto lo riescono a trovare. Sgomitando come dei pensionati in canottiera in fila alle Poste, probabilmente.

O come il camionista un po’ scomposto che continua ad imprecare mentre pigia l’acceleratore e batte il tempo di una qualche canzone FM sul suo sterzo.

Riuscendo a passare, in spregio alle vostre buone maniere.     

 

Nel 1989 i Replacements si cacciano nella selva oscura delle band mainstream, giungendo all’ultimo approdo di quella scoperta della melodia che si era dapprima insinuata tra le crepe del loro muro hardcore come gli spiriti attraverso le fessure degli specchi rotti e, dopo aver ridefinito gli equilibri col rumore punk, adesso aveva completamente addomesticato l’urgenza giovanile dei primi anni trovando terreno sgombro e pronto alla semina nelle nuove, docili canzoni di Paul Westerberg.

Don’t Tell a Soul è il disco con cui i Replacements diventano “di tutti” in virtù di melense ballate come They’re Blind (praticamente Fatti più in là delle Sorelle Bandiera in versione roots, NdLYS) e Rock ‘n Roll Ghost, o sdrucciolevoli strade sterrate sulle quali sembra debbano posteggiare da un momento all’altro i pick-up di Bryan Adams o degli Inxs (I’ll Be You, Achin’ to Be, I Won’t, Anywhere’s Better Than Here). Se in lontananza doveste sentire sgommare un fuoristrada che sta invertendo la marcia, sappiate che è il mio.     

 

All Shook Down esce a poche settimana da No Depression, il disco di debutto degli Uncle Tupelo che avrebbe per un certo periodo battezzato un intero filone di musica alternativa che guardava alla musica roots americana. E l’atto finale dei Replacements trova subito dimora dentro quelle stanze dove giovani artigiani si mettono a restaurare vecchia mobilia folk e country. Loro sono un po’ più anziani ma quel lavoro lo conoscono già bene, perché dopo aver raschiato il punk acceso degli esordi fino a levigarlo su un power-pop ancora pieno di schegge legnose, hanno deciso di puntare al suono acustico del vecchio folk, indicando una rotta che farà presto nuovi proseliti.

All Shook Down è il famoso “disco dei Replacements” cantato da Federico Fiumani e fondamentalmente recensito nel miglior modo possibile, il disco rimasto in vetrina perché ritenuto avvedutamente non essenziale. E del resto chi si avvicina ad un disco dei Replacements dopo Don’t Tell a Soul, lo fa ben consapevole che i dischi dei ‘Mats non sono più necessari, non hanno più quella vibrante urgenza giovanile di Stink o di Let It Be. Suonano già come suoneranno i loro concittadini Soul Asylum da lì a breve. Facendo molti meno soldi però.

Neppure loro esistono più come entità collettiva.

Westerberg li tiene a libro paga.

Mercenari al soldo del vecchio leader che ormai scrive tutto da sé. E scrive roba senza entusiasmo come Someone Take the Wheel, Sadly Beautiful, Attitude, Bent Out of Shape o The Last che è, nei fatti, proprio l’ultima canzone dei Replacements.

Poi, uno ad uno, escono dallo studio.

Westerberg per ultimo.

Sistema un sacco della spazzatura all’angolo del marciapiede.

E va via.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

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Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLITZ – The Complete Blitz Singles Collection (Cherry Red) / THE VIBRATORS – The Indipendent Singles Collection (Get Back)

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Gruppo di punta della storica No Future Records (furono proprio loro ad inaugurarne il catalogo, NdLYS), i Blitz furono una delle formazioni cardine della terza generazione punk britannica, quella che mutuò dalla strada codici, stili di vita, comportamenti.

Questa raccolta mette in fila tutti i singoli della band di Manchester ad eccezione del 7″ EP pubblicato dalla Warning Records ed è quindi documento storico dalla forte valenza cronologica ma sicuramente disomogeneo articolando il suo percorso dallo street punk di pezzi frontali e diretti come Attack o Someone’s Gonna Die fino alle ultime discutibili virate protoelettroniche di pezzi come Bleed Sonar.

Molto più longevi furono i Vibrators, noti soprattutto per essere stati l’oratorio formativo di John Ellis, futuro Stranglers e Purple Helmets ma in realtà autori di una buona manciata di albums e qualche singolo più o meno noto a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, parte dei quali trova posto in questa doppia raccolta. Il titolo in questo caso potrebbe trarre in inganno: sappiate dunque che se cercate pepite come We Vibrate o London Girls oppure piccoli successi indie come Judy Says Automatic Lover dovrete glissare e rifugiarvi altrove (ad esempio tra i solchi della sempreverde raccolta The Power of Money su etichetta Anagram, NdLYS). Qui si parte infatti dal 1980 giù per dieci anni di singoletti indipendenti ma ahimè non tutti all’altezza del mito. Certo, Baby Baby rimane pur sempre un classicissimo ma di pezzi come Everyday I Die a Little o Halfway to Paradise francamente non è che se ne sentisse proprio la mancanza….

                                         Franco “Lys” Dimauro

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GLI ULTIMI – Tre volte dieci (Hellnation)  

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Da buon feticista il pacco, con data di spedizione 19/12/2017, l’ho conservato.

Perché ho scoperto proprio il giorno in cui mi è stato consegnato che Hellnation, ultimo baluardo della musica punk della capitale, ha chiuso la sua saracinesca pochissimi giorni dopo, a venti anni dalla sua apertura in Via Nomentana 113, negli stessi locali che furono quartier generale della Banda Bonnot.

Conoscendo Roberto da almeno metà dei miei anni so che non starà con le mani in mano ma è un conforto che non placa la malinconia per un’altra fetta di orgoglio DIY che va via, assieme a una bella fetta della nostra vita. L’ultimo pacco di promo inviatomi da Roberto ha dunque un che di commovente. Un pacco inviato senza chiedere nulla in cambio. Un pacco che è più un attestato di stima. Un pacco che è musica per la musica, nulla di più. Inviato da uno che mi stimava quando non ero nessuno e che mi stima ancora adesso che continuo ad essere nessuno. Esattamente così.

Senza chiedere “ma per dove lo recenzisci?” (con la zeta, come fa qualcuno). Senza chiedere “ma per cosa ti serve?” ed evitando così la mia risposta più comune a questa domanda: “per pulirmici il culo”. Salvando lui e me dall’infamia del “voto di scambio”.  

Lì dentro, tra gli ultimi, ci sono proprio Gli Ultimi. Con il loro disco uscito a Maggio. Un altro disco di real-punk. Ovvero il lato disordinato delle vite che invece siamo obbligati ad ordinare in qualche modo per sopravvivere alle tagliole della vita quotidiana. Il punk vissuto fra stadio, precariato, centri storici trasformati nelle nuove periferie, famiglie che cercano di resistere allo schifo che le circonda alzando un piccolo fortino di resistenza affettiva, bar dove scolarsi una birra alzando il boccale a qualsiasi cosa, purché sia vera, purché sanguini davvero.

Tre volte dieci celebra la vita, commemora le speranze cadute e brinda a quelle nuove. Lo fa con un disco che è punk nell’anima ma che lavora di fino per rendere quelle canzoni più belle, aggiungendo buon gusto alla credibilità. Cercando di afferrare qualche nuovo desiderio finché il tempo ci concede la forza di correre e di provare ad afferrarlo, prima che l’orologio della vita non ci imponga di dovercene privare.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RADIATORS FROM SPACE – TV Tube Heart  – 40th Anniversay Edition (Chiswick)  

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A me piace immaginarli un passo “accanto”. Ma se è vero che di loro si è persa la memoria e degli altri no, allora i Radiators from Space erano un passo “dietro” gli Undertones, l’altra grande punk band irlandese. Che però a ben vedere non stava ne’ a fianco ne’ davanti i Radiators, ma semplicemente più a Nord. I Radiators invece erano irlandesi di Dublino. Irlandesi orgogliosi di essere sudisti irlandesi. Di stare di fronte all’Inghilterra ma fieri di non farne parte. Dublino e l’Irlanda “dissidente” era vista allora come una terra di conquista da parte del mercato musicale britannico. Una regione che si poteva colonizzare con i propri eroi pop ma che forse mai ne avrebbe prodotto alcuno. La storia avrebbe avuto poi la propria rivincita, se è vero che ancora oggi identifichiamo la più popolare rock band mondiale con la sigla U2. A quei tempi gli U2 sono un quintetto chiamato The Hype e con i RfS dividono più di un palco. Poi, l’ostinazione di Phil Chevron nel rinunciare a qualsiasi promoter esterno e di dedicarsi al DIY più oltranzista (pubblicando anche una fanzine chiamata Raw Power) avrebbe condotto i Radiators dentro una tana da cui sarebbe diventato difficile stanarli, fuori dai patri confini. E se non fosse stato che alla guida della inglesissima Chiswick sedevano due emigranti irlandesi, probabilmente anche questo loro disco di debutto (così come i successivi) di cui ricorre oggi il quarantennale, non avrebbe mai visto la luce. L’apertura è affidata a Television Screen, il manifesto della loro ossessione per la coercizione esercitata dai media e che, pubblicato il 22 Aprile del ’77, rappresentò il primo singolo irlandese della stagione punk, seppure lo skank della chitarra sia ancora più vicino a quello delle pub-band che al chiassoso strumming del punk vero e proprio. Le canzoni di TV Tube Heart del punk avevano però il carattere, oltre ad una innata forza melodica (provate a restare infrangibili davanti ai “refrain” di Prison Bars, Roxy Girl, Sunday World, Contact), mostrando una scorza che malgrado i riferimenti ad MC5 e Stooges (si ascolti l’approccio alle figure soliste dentro ogni canzone) era facile e piacevole da spaccare.    

Questa ristampa celebrativa triplica quasi il suo contenuto originale, con registrazioni inedite dello stesso periodo e le B-side di ordinanza (tra cui una bruciante versione di Psychotic Reaction che i Radiators furono tra i primi a recuperare su tutte le terre emerse).

Celebrate l’anniversario del punk scoprendo questi gioiellini. Il resto potrete recuperarlo in edicola anche più avanti, allegato a Sorrisi e Canzoni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE ALLEY CATS – Escape from the Planet Earth (MCA)  

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Non fossero esistiti gli X, il titolo di punk band californiana preferita dal sottoscritto sarebbe spettata a loro. Ma c’erano gli X, per Dio, e gli Alley Cats restarono per sempre secondi. Anche perché, quando i primi pubblicarono quell’abominio che risponde al titolo di Ain’t Love Grand, i Cats si erano già sciolti (e riformati sotto altro nome).

Anche qui c’erano le voci di un ragazzo e di una ragazza a rincorrersi tra le strade di una Los Angeles leggermente più gotica di quella descritta da Exene e John ma ugualmente decadente e romantica.

Se il disco di debutto era un disco bello, il secondo album degli Alley Cats è un disco bellissimo. Se i veri e propri “assalti” punk sono limitati ad un paio di episodi (uno dei quali, fra i capolavori di tutto il punk californiano di ogni epoca e stagione, stipato in chiusura), Escape from the Planet Earth riesce con disinvoltura a creare un corto circuito tra la prima e la seconda e più sfaccettata ondata punk californiana, introiettando da un lato il gusto sanguinolento che degenererà nel gotico dei 45 Grave e Flesh Eaters, dall’altro certo gusto cow-punk caro a gruppi come Horseheads e Gun Club e certe divagazioni crossover tipiche di band come Fishbone e Minutemen. Senza mai riuscire davvero a lasciare il pianeta, gli Alley Cats lasciano sulle sue rocce le tracce di un capolavoro.

Perché i posteri non dimenticassero.

E malgrado questo, in molti l’hanno fatto.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

T.S.O.L. – Dance With Me (Frontier)  

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Simboli, titoli e liriche sembravano più un invito a cedere alla spietata e macabra psicologia da Blue Whale che la scaletta di un disco punk ma le ossessioni morbose per la morte di cui Jack Grisham cantava erano vere e non presunte, come lui stesso racconterà anni dopo su An American Demon. Sono le ossessioni che faranno dei T.S.O.L. gli alfieri dell’horror-punk e di Dance With Me il primo lavoro di punk gotico riconosciuto come tale, sebbene successivo al necrofilo debutto dei Flesh Eaters, cui subito dopo si aggiungeranno a valanga gli esordi di band come Christian Death, 45 Grave, Misfits, tutti provenienti dalla stessa area. Se l’impianto musicale è molto minimale (una chitarra tagliente e un basso che lo insegue sulla stella linea melodica, spesso doppiato a sua volta dalla voce), quello che fa di Dance With Me un disco epocale è la capacità di utilizzare la proprietà di base del punk come colonna sonora di un mondo perverso e parafiliaco che introietta il disgusto sociale del punk recidendo i contatti col mondo reale e seppellendosi in un universo parallelo che ha rovesciato ogni autorità imponendo l’autarchica  supremazia di una sorta di Superuomo Nietzchiano che rifiuta ogni canone imposto dal buon gusto, dal senso morale, dal timor di Dio, dall’asservimento politico.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

RANCID – Trouble Maker (Hellcat)  

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Tim Armstrong è calvo. Ma ha fatto fortuna con lo spot di uno shampoo.

Tim Armstrong ha un capitale stimato di circa tredici milioni di dollari.

Tim Armstrong ha le unghia smaltate di nero, come Steve Stevens.

Tim Armstrong ha scritto il terzo album di Pink!. Tutto, per intero.

Tim Armstrong si è fatto crescere la barba, da quando suo padre è morto nel Giugno del 2012.

Tim è il cantante dei Rancid dal 1991. Prima, per un paio di anni, era stato il chitarrista degli Operation Ivy. 

Trouble Maker è il primo album che incide dopo aver varcato la soglia dei cinquant’anni. Il primo con il loro logo originario in copertina, come fu sul disco di debutto. E non è un caso: Trouble Maker è un ritorno al punk delle origini, di quello che i Rancid si concedono di tanto in tanto senza cedere alla tentazione dei ritmi skank (qui appannaggio della sola Where I’m Going). Nonostante le loro iconiche creste siano ormai un ricordo del passato destinato a rimanere tale ma la si sia voluta comunque disegnare sulla copertina, davanti alla skyline di San Francisco, proprio sotto l’architettura sospesa del Golden Gate.

Ma che disco è Trouble Maker? Un buon disco di punk-rock. Uno di quelli buoni per pogare e non per salvare il mondo dalle sue rovine, sia chiaro. Cosa cazzo vuoi salvare con una banalità come Bovver Rock and Roll?

Ma del resto, i punk non hanno mai voluto salvare il mondo. Al limite dichiarare il proprio voltastomaco e annunciare una guerra alle sue idiozie, spesso con altre idiozie.

I Rancid lo fanno ancora, anche se a vederli oggi, sgombri di spille, borchie e creste sembrano gli Uncle Tupelo. E lo fanno, tecnicamente, molto ma molto meglio di quanto non lo facessero venti anni fa, inutile negarlo. Buddy, Farewell Lola Blue, Molly Make Up You Mind, Beauty of the Pool Hall, Cold Cold Blood, This Is Not the End e le loro chitarre scuoiate ne sono la controprova.

Senza nessuna vera ribellione.

Attenti a custodire quanto hanno finora messo in Banca.

Accontentando dunque i fan che vogliono solo divertirsi e sentire il rock and roll che gli perfora le viscere, senza dover per forza preoccuparsi di essere sul lato giusto della strada.

Perché forse il lato giusto non c’è.

Vivete e poi morite.

Non c’è altro.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro