JOHNNY THUNDERS – So Alone (Real) 

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Finita l’avventura dei Sex Pistols la parte musicalmente sana della band londinese si unisce a Johnny Thunders, il padre che hanno deciso di adottare sin dai primi concerti delle New York Dolls nella capitale inglese e poi, nuovamente, quando Johnny era tornato in Gran Bretagna con quella nuova accolita di junkies chiamata Heartbreakers. È proprio a Londra che i vecchi amici Walter Lure, Jerry Nolan, Lee Black Childers e Billy Rath lo abbandonano uno dopo l’altro, delusi dai risultati delle sessions di L.A.M.F. e affranti dalla bancarotta dichiarata dalla Track Record costringendo Thunders a mettere in piedi una band dalla line-up instabile chiamata The Living Dead in cui militano, appunto, Cook, Vicious e Jones dei Pistols.   

Paul Cook e Steve Jones prestano i loro servigi su metà del set poi utilizzato per So Alone, il debutto in proprio di Thunders cui collaborano anche Phil Lynott, Steve Marriott, Peter Perrett, Patti Palladin, Chrissie Hynde, John Irish Earle e la cui produzione viene affidata a Steve Lillywhite, destinato a diventare nel decennio successivo uno dei più quotati produttori inglesi (U2, Peter Gabriel, La’s, Psychedelic Furs, Big Country, Simple Minds, XTC, Pretenders, Chameleons e tutto il resto). Paradossalmente sono proprio loro a suonare su London Boys, il pezzo con cui Thunders rivendica la paternità sul movimento punk e con cui risponde sputando veleno sul veleno sputato dai Pistols nella loro New York.

Ad una parte delle sessions partecipano Walter Lure e Billy Rath, prima di fare i biglietti per un volo transoceanico che li riporterà definitivamente a casa. Finito il tour di supporto al disco, anche Thunders farà bagagli per trasferirsi a Detroit e mettere in piedi i Gang War con Wayne Kramer.

Al di là della parata di star e dell’eroina che scorre come un fiume tossico nelle vene di Thunders, So Alone rivendica una caratura altissima e un’aura di disco sfatto e maledetto, dolente e metropolitano, torbidamente punk e stradaiolo. Le trombe d’aria e polvere di pezzi come Leave Me Alone, Downtown e London Boys si scagliano ancora oggi sulle nostre coste piene di case per ricchi e lungomari dove borghesi e pescicani fanno le loro vasche di asfalto con la forza di devastante di un vento malato e carico di virus infetti di rock ‘n’ roll.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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ACTION SWINGERS – Decimation Blvd. (Caroline)  

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Il suono è proprio da figli di puttana. Randellate di punk-rock senza fronzoli che invece di strizzare l’occhio alla classifica e al buon gusto mira a strizzare le palle.

Decimation Blvd. è uno sferragliante treno della metropolitana newyorkese ostaggio di una banda di teppisti fatti di speed e dirottato a rotta di collo verso qualche luogo malfamato. Un treno senza fermate.

Lasciati alla stazione di partenza Bob Bert, Peter Shore, Julia Crafritz e Bruce Bennett Ned Hayden ha ingaggiato dei nuovi mercenari che rispondono al nome di Chris Crush, Ned Brewsten e Dave Lindsay per mettere in atto il suo disegno criminale. Gli Action Swingers ne escono rinnovati nell’equipaggio ma non nell’equipaggiamento ne’ tantomeno nei propositi, che sono sempre quelli di falcidiare le gambe ad ogni passante.

Quattordici badilate in faccia nel giro di ventuno minuti.

Ad ogni badilata di rialzi e te ne arriva una più forte e precisa di quella precedente.

Finché non muori.

E anche allora, nessuno verrà a prestarti soccorso.

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

AVENGERS – Avengers (CD Presents)  

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Quanto cazzo poteva interessare agli Avengers di fare un album?

Nulla.

E infatti non lo fecero.

Quello che interessava a questi quattro disadattati di San Francisco era lasciare la loro firma nella storia del punk. E per lasciare una firma, un tag nella storia del punk bastava fare un 45giri, un singolo che chi assisteva ai concerti poteva portarsi a casa e con cui un giorno avrebbe potuto ricordarsi di essere stato giovane e schifato di tutto, prima di essere inghiottito da un lavoro 9-to-5. Quel dischetto, diventato presto un anthem per tutta la scena punk californiana e in futuro uno degli inni sacri contenuti nel libro liturgico del genere, era uscito per la Dangerhouse Records nel 1977. Poi c’erano stati altri due anni scarsi di concerti furiosi, scazzottate, un secondo disco in formato 12” prodotto da Steve dei Sex Pistols e, prima che il decennio terminasse, gli Avengers erano già polvere. Una storia neppure troppo breve, se confrontata con quella di altre meteore del punk. Ma nonostante questo la volontà di realizzare un intero album era sempre mancata.

Avengers, il disco senza titolo approntato dalla CD Presents nel 1983 cerca di colmare la lacuna mettendo insieme tutto quanto si potesse racimolare del gruppo, realizzando uno dei più bei dischi postumi di quella stagione: We Are the One, No Martyr, Thin White Line, The American in Me, Car Crash, I Believe in Me, Desperation sono tutte diapositive di una stagione dove l’io disilluso diventa io politico e religioso immaginando di bastare a sé stesso, almeno per quella porzione di storia in cui il punk diventa atto costitutivo di una generazione che non si riconosce più in nessun’altra comunità che non sia la sua.      

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

THE CUTTHROAT BROTHERS – Taste for Evil (Hound Gawd!)  

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Potrebbe essere che ci sentiate qualcosa del primo grunge. C’è infatti il tocco di Jack Endino su questa nuova sortita dei Cutthroat Brothers, anche se il merito non è sua esclusiva. In effetti il richiamo a certi Nirvana è palese, anche se l’effetto più immediato che Taste the Evil produce in me è quello di sentire una versione meglio definita in senso punk-rock dei Dirtbombs, che nel mio bilancino personale pesano più dei Nirvana e che quindi è una suggestione che va tutta a loro vantaggio.

Le dieci canzoni del secondo album della band dei tagliagole di Seattle hanno una pastosità e una sorta di furia tribale che, nonostante l’elementare gioco su cui si poggiano e le strutture semplicissime che le caratterizzano (nei due minuti scelti come media su cui “elaborare” i vari pezzi non c’è spazio per assoli e masturbazioni varie quanto piuttosto a sequenze serrate ma non esasperate di pressing ritmico e sequenze solidissime di riff chitarristici), danno loro spesso le fattezze di un arrembante voodoo elettrico e gli conferiscono a tratti un vago odore di carburanti bruciati non molto lontano da quello sprigionato dalle autocisterne degli Electric Peace (e del resto della passione per mezzi su due o quattro ruote gli Zeke, da cui questa band per metà proviene, non ha mai fatto mistero, NdLYS).

Questa non è l’estate dell’amore.

Neppure l’autunno lo sarà.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro  

THE NEW BOMB TURKS – Wir sind die Turken von Morgen

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Il rumore è quello di un treno che deraglia.

Il capostazione Tim Warren garantisce che sopra non ci sono stunt-men.

Nessuna simulazione. Tutto vero.

Registrato in un solo giorno ai Coyote Studios di Brooklyn assieme a Mike Mariconda, !!Destroy-Oh-Boy!!, nella sua brutalità accesa, deflagrante, ridefinisce i canoni del punk riportandolo dentro i suoi confini naturali della musica da garage e diventa modello per un numero incredibile di band (Hellacopters e Hives non ne faranno mistero, nonostante la lettera muta che li caratterizza fra le decine di gruppi ispirate da quel disco, NdLYS).

Mike rifiuta ogni suggerimento da parte dei quattro ragazzini di Cleveland circa l’aggiunta di qualche piccola “coloritura” da studio e registra tutto come esce dagli amplificatori, limitandosi a settare i volumi e i toni in modo che sembri davvero l’urlo di una metropolitana inghiottita dallo sfintere della Grande Mela. E impone loro di suonare i pezzi talmente tante volte che alla fine, per non dover impegnare la sala per un altro giorno, si vedono costretti a suonarli ancora più velocemente, con ancora più rabbia e birra in corpo.

Delle venti canzoni che la band ha portato con se da Cleveland, quattordici finiscono dentro l’album. Quattordici scudisciate di punk-rock che diventano il disco più venduto di tutto l’immenso catalogo Crypt. Quattordici linguacce impertinenti come quelle di Jac Mac e Rad Boy nella loro corsa vandala e folle verso l’Inferno.    

!!Destroy-Oh-Boy!! insegna ai punk a parlare il punk. Voi che lingua parlate?

 

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

 

Un autentico muro di suono quello innalzato dai New Bomb Turks per il terzo album, con le chitarre che mulinano riff serratissimi alla maniera dei Ramones (Jeers of a Clown, Telephone Numbrrr, Shoot the Offshoot) accorciando di fatto le distanze con le band della scuderia Epitaph presso cui si sono accasati.

Scared Straight mostra una band sconfitta, forse obbligata ad adattarsi al trend del punk dominante. Quando in un moto di orgoglio decidono di sporcare il suono e di ritrovare le radici del rock ‘n’ roll da cui sembrano essersi allontanati il risultato sembra fare il verso ai Chesterfield Kings che facevano il verso ai New York Dolls che facevano il verso ai Rolling Stones, come nel caso di Wrest Your Hands o di Professional Againster. Ma ciò nonostante tutto scorre sotto i nostri piedi come il nastro di un tapis-roulant. O, ancora peggio, come il nastro trasportatore di un sushi-bar, con i suoi duecento piattini di caccole di riso dal sapore identico.

Poco, davvero troppo poco per potersi accontentare.   

 

Nel ’98 succede che i New Bomb Turks cambiano etichetta.

E succede che giocano a fare i Black Crowes.

Non per tutta la durata di questo quarto album sia chiaro, ma nei due episodi centrali (la ballata Bolan‘s Crash dedicata a quel 16 Settembre 1977 che chiuse in un feretro di metallo tutta la storia della musica glam e la successiva Raw Law con la voce di Eric doppiata da quella della bella Darchelle L. Williams come fosse una Remedy dedicata ai fans degli Stooges anziché a quelli degli Stones, NdLYS) di At Rope’s End sembra davvero di trovarsi davanti una versione lercia dei fratelli Robinson.

A me che ho segretamente amato i Black Crowes fin da quando suonavano nelle bettole di Atlanta per una manciata di dollari e qualche hot-dog la cosa non dispiace nemmeno ma sono curioso di sapere come la prenderanno i vecchi fan dei Turks, compreso Tim Warren che sul rock da highway americana di taglio seventies ci ha sempre pisciato sopra. Aspettiamo e vedremo.

Il resto del disco però scorre via col consueto sgarbo della band più figa del mondo, in fuga dal primo disco dei Damned e in cerca di rifugio dentro un singolo qualsiasi della Dangerhouse.

Punk trasandato e feroce che odora di birra, giornaletti porno e benzene.

Brillantina anni ’50, Farfisa anni ’60, linguacce anni ’70. E’ quello che Eric Davidson stesso definirà gunk-punk.

Il solito rottamaio di carcasse rock ‘n’ roll dove è bello rintanarsi per farsi le foto con le dita nel naso e le chiappe fuori dai jeans.

Che sarà pure la cosa più stupida del mondo ma che, come tutte le cose più stupide, sono quelle che rimpiangeremo di più quando saremo diventati tanto anziani da pensare di essere troppo intelligenti per dedicarci alle idiozie.

 

Riportano tutto a casa, i New Bomb Turks. Anche se quella casa è adesso, in maniera provvisoria, Detroit.

Nightmare Scenario ci restituisce la band cruda di Information Highway Revisited: ritmica implacabile nonostante si registri un avvicendamento nel ruolo che fu di Bill Randt con il nuovo drummer Sam Brown dei Gaunt, riff a manetta, qualche incursione nel torbido proto-punk detroitiano (Killer’s Kiss, Wine and Depression, la coda parossistica di End of the Great Credibility Race) e una maggiore attenzione al dettaglio, sia quando si tratta di aggiungere qualche piccola decorazione (come nella deliziosa Your Beaten Heart) sia, soprattutto, nell’uso ormai rodato dei controcanti che stempera l’aggressività delle nuove canzoni, un paio delle quali per minutaggio e virulenza quasi al limite con l’hardcore.

Un disco che ci riappacifica con l’identità di irriducibili dei New Bomb Turks e anche un po’ con la nostra.  

Un disco che te lo ficchi dentro e ci viaggi l’America a tempo record.

Veloce e tosto come una palpata di chiappe sulla metropolitana.

Rock ‘n’ roll giovane e triviale che non “lima” un cazzo, sputato fuori con la stessa ingordigia con cui i quattro di Colombus hanno inghiottito per anni Germs, Avengers, New York Dolls e Heartbreakers. Va giù d’un fiato, come una buona bottiglia di tequila, lasciandoti lo stesso alito da mangiafuoco e lo stesso sorriso beone da rincoglionito in bermuda e camicia hawaiiana. Paola Perego che si masturba con un vibratore a 380 volts.

 

Quella del sax inserito in un contesto punk-rock non è un concetto nuovo. Per tacere delle compagini no-wave e ska/Oi! e (per non essere accusato di parlare dei Sonics ogni volta che ne ho occasione) evitando di andare nel Northwest americano dei medi anni Sessanta, posso affermare che lo inaugurarono i Saints e gli X-Ray Spex molti anni fa. E poi, in anni più recenti, è stato eletto a strumento principe dai Rocket from the Crypt, per nominare i più conosciuti.  

Tuttavia, che un giorno fosse finito anche dentro la musica dei New Bomb Turks non era facilmente prevedibile. E invece in The Night Before the Day the Earth Stood Still la band di Cleveland decide, dopo averlo testato anche se sepolto dal rumore su At Rope’s End, che forse è il caso di rischiare un po’ di più, facendo soffiare Pete Linzell dentro le ance in almeno tre pezzi (più, in un quarto, dentro quelle di un’armonica a bocca). Dunque se come è successo a me, di provare subito un “brivido Raunch Hands” non appena la puntina poggia sui solchi della title-track, il vostro corpo ha vibrato correttamente. Perché Pete è proprio quel Pete che soffiava a pieni polmoni dentro i dischi della band di Michael Chandler (oltre che in quella di Peter Zaremba).

Certo, la sensazione che stiamo vibrando per qualcun altro e non per i New Bomb Turks non è gratificante, un po’ come quando dopo aver corteggiato una ragazza le confessi candidamente che ti ricorda una tua ex.

E durante tutto quello che sarà destinato a diventare il pit-stop definitivo della band questa sensazione, seppur piacevole, si ripete in più di un’occasione. Come ad esempio durante Like Ghosts, che non è di per sé cattiva (ma manco buona), ma che però dopo il primo minuto e mezzo (diciamo quando parte l’organo) ti trovi a chiederti: ma questi qui chi cazzo sono?

Poi, certo, i turchi ti sparano un paio di pezzi come Don’t Bug Me, I’m Nutty, Grifted o Ditch e torni a fare a gara coi tuoi amici a chi ce l’ha più lungo, come ai tempi delle medie.

Prima di renderti conto che le medie sono finite da un pezzo, che gli amici adesso li incontri al supermercato a spingere i carrelli con la pancia e che i turchi hanno appena sganciato le ultime bombe.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE NEW BOMB TURKS – Information Highway Revisited (Crypt)  

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Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MADS – Turn Me Up / Strange Town (Area Pirata/Sexy Groove Rhythms) / LOS INFARTOS – El Narco Ritmo (Area Pirata) / CANNON JACK & THE CABLES – Primitivo / Big Bad Monkey Man (Area Pirata) / ROMA K.O. – Demo 1988 (Hellnation) / THE CRETINS – Haven’t Got a Clue (Dirty Water) / THE FLAMING SIDEBURNS – Soulshaking (Bad Afro)

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Tutti invitati al quarantesimo compleanno dei Mads. E come ad ogni festa di compleanno, a meno che non voglia fare l’imbucato, è d’uopo partecipare al regalo. La quota stavolta è di 8 Euro (gli amici e le amiche delle mie figlie chiedono di più) e in cambio vi portate a casa come ricordo uno dei sette pollici più belli dell’anno: un’originale e una cover dei Jam che scivolano via graffiando come pochi di questi tempi. Roba che se ne riconoscete l’aroma, allora di anni ne avete qualcuno in più di quelli che la band milanese festeggia con Turn Me Up e Strange Town del Sig. Weller. E se è davvero così, e se alla fine degli anni Settanta preferivate il punk più legato alle istanze mod di quello che preferiva giocare con le spillette da balia, allora fareste meglio a mettervi in casa questa roba qua. Non ve ne pentirete.

Non si sprecano i Los Infartos da Teramo, giunti solo al secondo singolo in quattro anni dimostrando che hanno di meglio da fare che realizzare dischi. Ma quando lo fanno, ti strapazzano a dovere.

El Narco Ritmo lo fa con quattro pezzi dove punk, garage e Hammond-beat sconfinano uno nell’altro. Attenti, che con l’età che galoppa il rischio di farvi venire un infarto lo correte davvero.

Cannon Jack & The Cables sono invece uno spin-off de Le Muffe. Goliardia demenziale figlia del rock and roll e del beat italiano che non arrivarono in classifica e attitudine garagistica da pianeta dei primati sono gli ingredienti che Gianluca Daghetti e compagni infilano dentro le due tracce del loro debutto. Robaccia che se la mettete su al primo appuntamento, finite la serata in compagnia di Federica, la mano amica.   

La romana Hellnation pesca invece nei liquami di Roma per tirare fuori questi sorci chiamati Roma K.O., attivi trenta anni fa nei locali della capitale ma di cui questo EP di quattro brani rappresenta l’unica, tardiva, testimonianza discografica. A dispetto del titolo, che ne spiega solo la fonte, almeno tre pezzi su quattro hanno una dinamica molto ma molto migliore di quella che possiate immaginare e che potrebbe indurvi maldestramente a scartarlo a priori. Quattro graffi(ti) della Roma che bruciava.

La Dirty Water mi manda invece una velina (non quella in carne ed ossa, purtroppo) con tanto di link per il debutto dei Cretins. E io, come un cretino, la apro trovandoci dentro una sola canzone (boh, io con questi cazzo di link ci capisco ancor meno dei post di Instagram dove in calce alla foto di un culo c’è un aforisma di Freud che nessuno leggerà ma che tutti applaudono). Haven’t Got a Clue è pero davvero un pezzone che merita di stare nella mia playlist personale di questo 2019, con le chitarre belle tirate su un classico giro proto-punk ed energia a profusione.

Quella che hanno dimenticato da qualche parte i Flaming Sideburns, che tornano dopo anni cagando un solo pezzo e comunicandomelo anche loro con un link che mi porta dritto dritto su SoundCloud e su Spotify, ovvero i due circoli polari dove va a morire il rock ‘n’ roll e dove meritate di morire anche voi che continuate a cliccarci sopra.

Soulshaking, presentato con una foto scattata proprio nella Brighton dei Cretins (più precisamente in quel vicolo che ora puzza di piscio e divenuto famoso per lo scatto di Jimmy poi immortalato sulla copertina dalla soundtrack di Quadrophenia) è preludio al loro album n° 5 previsto per il prossimo anno e onestamente mi pare solo un classico esercizio di stile a metà strada fra i Fleshtones e gli Sweatmaster di per sé non malaccio, non fosse che i Sideburns erano anni fa dei fuori classe e che adesso invece mi pare di vederli seduti tra i banchi, a tentare gli esami di recupero al corso serale per gli over 40.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AMYL AND THE SNIFFERS – Amyl and The Sniffers (Rough Trade)  

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Come se fossero tornati gli Avengers.

No, non quelli in tuta di poliuretano che sfrecciano sul cielo di Hollywood ma quelli che quando passavano davanti alla capitale del cinema (e ci passavano, che quella era la zona), sboccavano di brutto dopo l’ennesima notte di eccessi.

Dunque sono tornati quegli Avengers e, cara Houston..abbiamo un problema: questi sono ancora più incazzati, ancora più sudici e disperati.  

Amyl e gli Sniffers vengono da Melbourne e hanno più proiettili nella cartucciera che i Motörhead di Ace of Spades. Pezzi come Cup of Destiny, Control, Shake Ya, Starfire 500, Punisha, Monsoon Rock, GFY penetrano le pareti come se fossero mura di burro.

Non serve dire molto, che mentre vi parlate addosso la piccola e indiavolata Amyl e i suoi ragazzi sono già arrivati a devastarvi la stanza, ad insudiciarvi di schiuma da barba come i Damned teppisti fecero coi vostri papà quando ancora non stavano a con le babbucce a guardare le serie tv. Serve dire solo che il debutto degli Sniffers si candida a miglior disco punk dell’anno.

Dovrebbe bastarvi.

Se così non fosse, vi meritate Pitchfork e le retrospettive di Classic Rock.     

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

LAZY COWGIRLS – Lazy Cowgirls (Restless)  

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Guardi la copertina e non sai cosa cazzo pensare.

Cosa suoneranno questi quattro tipi vestiti come il mio idraulico quando si prepara per andare al pub?  

Ve lo dico io cosa suonano: suonano rock ‘n’ roll con i candelotti di dinamite in mano. Roba sgualcita come quella dei Saints e vagamente imparentata col garage punk come quella dei Radio Birdman e degli svedesi Nomads. Ma le Lazy Cowgirls vengono dalla California, quella che parafrasando O. Henry è la Repubblica delle Bandane. Ecco perché sono vestiti così sull’orribile copertina di questo disco che invece è uno dei migliori prodotti della seconda ondata punk di Los Angeles.

Prodotto da Chris D. Lazy Cowgirls ha già dentro tutti i New Bomb Turks che arriveranno molto più tardi. Solo che nessuno lo sa, ancora oggi che da quel disco sono passati trentacinque anni e sui nostri piatti forse un milione di dischi, di cui più di 2/3 peggiori di questo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro