X – Wild Gift (Slash)  

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Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult Books, I’m Coming Over, We’re Desperate, When Our Love Passed Out on the Couch, It’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DEVIL DOLLS – We Are (Corduroy) / GREENHORNET – SoulScum (My First Sonny Weissmuller) / FIREBIRDS – Their Second Album (My First Sonny Weissmuller)  

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Dalle parti dell’Australia è finito Jay Wiseman, già voce dei mitici quanto dimenticati Hoods. A Sydney ha trovato una gran bella donna e messo su una band chiamata Devil Dolls. Il loro album è un disco di buon punk ’77 alla Avengers appena deviato da certi echi sixties (Stoned, My Baby, Nag) ma sarebbe ora che la voce di Jay qui protagonista della sola cover di He’s a Whore dei Cheap Trick tornasse al ruolo basilare che le compete, alternandosi e intrecciandosi a quella della bambola Mirella. Per chi è alla costante ricerca di qualche scalcagnata band che perpetri il verbo blues anche nel nuovo secolo, consiglio caldamente Soulscum dei GreenHornet. Sentirete cosa si prova a farsi mordere il culo da un mastino che sbava blues. Il terzetto olandese suona oggi quello che suonerebbe Jon Spencer costretto a pubblicare su Crypt fino al ritorno sulla terra di Robert Johnson. Ogni tanto vengono fuori anche evidenti influenze surf e twangin’ (Single Shot, Get Locked) che li avvicinano a band come i Boss Martians e che non fanno altro che renderceli ancora più simpatici. Per la stessa label esce pure il nuovo dei Firebirds che sul Their Second Album continuano malgrado il cambio di line-up a fare quello che facevano già benissimo sul primo: beat secco, surf e instro-rock, R ‘n B albino, roba che piacerebbe a gente come Billy Childish o Tim Warren e che piace una cifra anche a me e a Porky Chedwik.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MISFITS – Walk Among Us (Ruby)  

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Quando nel 1982 esce Walk Among Us dei Misfits, la band newyorkese è già al terzo album, avendo già sciolto chili e chili di cerone dentro diversi studi, dal 1977 in avanti, senza mai trovare qualcuno pronto a scommettere su quello che, esteticamente, sembrava più un gruppo-farsa che una delle più dirompenti compagini punk della città.

Almeno finchè a New York non arriva Chris Desjardins, un californiano con il fiuto buono, con una particolare predilezione per tutto ciò che puzzava di cadavere.

Un cane da tartufo inviato dalla Slash ad annusare il culo a quanti, da quella cisterna in fiamme che era stato il punk erano riusciti a salvarsi cercando una propria via di fuga. Uno che il punk lo aveva vissuto e raccontato davvero, sulle pagine di una fanzine che aveva dato il nome proprio a quell’etichetta e che adesso stava cercando di ricompattare quanti in quell’esplosione si erano ustionati la carne sotto l’egida di una nuova label chiamata Ruby Records.  

Nei Misftis Chris D. troverà degli alter-ego credibili al punk rock necrofilo che egli stesso sta elaborando con i suoi Flesh Eaters. E quindi trova loro una casa. E dentro quella casa i Misfits possono mettere finalmente in scena il loro spettacolo horror sonorizzato con un’orgia di punk rock melmoso, truculento e catastrofico che di fatto consegna di peso il mondo fumettistico dei Ramones nelle mani delle più bieche compagini psychobilly degli anni Ottanta.

Nel 1982, mentre il mondo è invaso dai dischi di Dead Kennedys, Flipper, Hüsker Dü, Black Flag, i Misfits pubblicano un disco punk che puoi ancora cantare dall’inizio alla fine. Senza vergognarsene. Ma mascherandosi come dei clown.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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X – Goodness GraXious, Great Cross of Fire

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Il vostro alfabeto termina per Z. Il mio, per X.

In realtà termina con l’uscita di More Fun in the New World.

Ma termina lì, con quella croce che sigillò come un timbro di ceralacca la storia del punk californiano.

Quella raccontata da Penelope Spheeris e di recente anche da John Doe in prima persona, su quel magnifico libro che proprio ad uno degli album degli X deve il suo titolo.

Disperata e romantica, la musica degli X di Los Angeles. L’unica con la quale poteva capitarvi di uscire da un concerto con le lacrime agli occhi, prima di essere nuovamente inghiottiti dalle interiora della metropoli americana.

 

 

C’è stato un periodo in cui non solo della loro musica mi ero innamorato follemente, ma anche della loro cantante Exene Cervenka.

Era il periodo di The Unheard Music, il documentario diretto da W.T. Morgan e interamente a loro dedicato.

Exene con le braccia serrate ad X.

Exene che regge un canzoniere di canzoni country mentre suo marito intona vecchi standard alla chitarra acustica.

Exene vestita da fantasma come in un vecchio film muto.

Exene che scrive lettere gonfie di amore e di ricordi alla sorella Mary.

Exene senza nessuno scudo, al centro del palco, a dare una voce al rumore della sua città.

Cinque anni di riprese, fra il 1980 e il 1984.

Sono gli X che non hanno ancora sbagliato un disco e che invece di lì a poco sbaglieranno tutto, musicalmente e sentimentalmente.

 

Ma chi erano gli X? Prima di raccontarvelo fatevi un giro sul web e, se non li avete mai visti, guardateli.

Erano o no una delle cose più belle da vedere, oltre che da sentire, che siano passate nelle nostre vite?

 

C’è un romanticismo misto a sconforto che trasuda dalle loro foto, così come dai loro dischi. Perlomeno dai loro primi dischi.

Gli X. Una croce di fuoco appiccata sul camposanto del punk.

Billy Zoom è un appassionato di rock ‘n roll.

Chuck Berry, Eddie Cochran, ciuffi impomatati, blue suede shoes e tutte quelle robe lì. Incontrerà Gene Vincent e suonerà con lui, così come suo padre, anni prima, aveva fatto con Django Reinhardt.

È il Paul Simonon della band, solo con due corde in più.

Imbraccia una Gretsch glitterata che brilla come una sciabola dentro l’inferno del Whisky A Go-Go e quando di tanto in tanto pare di sentir partire il riff strisciato di Johnny B. Goode dentro la furia di quei concerti in cui gli accordi non si sprecano mai, basta lanciare un’occhiata sul palco per averne la certezza: è stato lui.

John Doe occupa sempre la parte sinistra del palco. E’ arrivato a Los Angeles da Baltimora inseguendo il sogno di una musica proletaria, una musica nata dal basso, fatta per tutti. Disgustosa o piacevole. Ma per tutti.

Sbarca il lunario con qualche lavoro saltuario e il resto del tempo frequenta il centro di arti letterarie del Beyond Baroque.

È qui che conosce Exene, lei viene dalla Florida, ha vent’anni e un’infanzia che le ha portato via la madre ma regalato una sorella che la invoglia a scrivere. Di qualunque cosa. Exene e John si spartiranno vita e arte per qualche anno, ma non lo sanno ancora. Mirielle Cervenka morirà invece la sera del 12 Aprile del 1980. mentre si reca in auto a sentire la sorella cantare al Whisky A-Go-Go.

Donald J. Bronebrake lo incontrano un po’ di tempo dopo al The Masque, appena dopo aver finito di distruggere la batteria degli Eyes durante l’ennesimo gig-massacro. Destinato dall’età di dodici anni alla carriera di musicista classico, era stato deviato dal punk a fare le cose peggiori, e aveva appreso bene.

È giovane, furioso e ha energia da vendere: è abbastanza.

D.J. diventa il quarto uomo, la quarta asticina di quella che sarà la lettera per antonomasia del punk americano tutto: X.

Los Angeles esce nel 1980, ed è un disco perfetto.

Ha una brutalità accesa ma stemperata dall’approccio roots di Billy Zoom e canta di storie disperate, di fughe e di voglia di vomitare.

Di sesso, di abusi, di telefoni occupati e di musica che nessuno ascolta.

E ci sono soprattutto le due voci di John e Exene, incrociate come in un abbraccio.

Sotto di loro scorrono i Ramones e Chuck Berry, Lou Reed e i Dictators, i Doors e i Modern Lovers.

E tutt’intorno, solo bianco e nero.

Solo, una X che prende fuoco. Come se il Ku Klux Klan avesse finito la sua festa in maschera e abbandonato il posto del suo Carnevale. Le fiamme ci metteranno quattro anni per bruciarla, assieme all’amore tra John e Exene. Poi ci saranno solo dischi brutti (Ain’t Love Grand), mediocri (See How We Are) o trascurabili (hey, Zeus!), altri matrimoni falliti, dischi solisti, comparsate e il comunicato del 2 Giugno 2009 con cui Exene annuncia al mondo di essere affetta da sclerosi multipla. The days change at night / change in an instant.

 

 

Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult BooksI’m Coming OverWe’re DesperateWhen Our Love Passed Out on the CouchIt’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

 

…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta, su questo capolavoro che è Under a Big Black Sun. Lo fanno forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                          

                                                                                             

More Fun in the New World segna la fine di un ciclo, professionale e privato, per gli X e il Nuovo Mondo cui si allude nel titolo non riserva niente di buono. Da lì a breve si spezzerà il sodalizio artistico con Ray Manzarek, il matrimonio tra Exene Cervenka e John Doe e l’equilibrio in seno alla band che culminerà con la dipartita di Billy Zoom, orecchio critico e anima rockabilly della band, e la pubblicazione del peggior disco della loro carriera.

More Fun è però ancora il disco di una band in piena salute, completamente immersa nel tessuto urbano della loro città, elemento vitale per la scrittura del gruppo e in grado di confrontarsi con la tradizione faccia a faccia, fino a mettere su un side-project come quello dei Knitters, totalmente devota al suono dell’America rurale e che tornerà, dopo aver fatto capolino nel 1985, a far parlare di se anche dopo che la storia discografica degli X si è chiusa da più di un decennio.  

Una band che, dopo il buio del Grande Sole Nero, vuole tornare a divertirsi, fino al delirio di I See Red (che si conclude con il lancio di oggetti per lo studio e D. J. Bonebrake che si alza dal suo sgabello e tira il cerchione di una vecchia Ford al centro della stanza, NdLYS) e al divertissement funky di True Love pt. 2 pensata come omaggio alla musica di Curtis Mayfield e Marvin Gaye. E se la cover di Breathless commissionata dapprima ai Blasters per il remake dell’omonimo film di Jim McBride e infine eseguita dagli X, Hot House e True Love risultano poco incisive, canzoni come We‘re Having Much More FunMake the Music Go BangPainting the Town BlueDrunk in My Past, la marcia trionfale di The New World e soprattutto la ninnananna di I Must Not Think Bad Thoughts vanno ad infilarsi nel canzoniere d’oro del gruppo di Los Angeles.

Il mondo nuovo sembra sorridere.

Però, come cantano John e Exene, “era meglio prima, prima che votassero per come-si-chiama, questo avrebbe dovuto essere il Nuovo Mondo”.

 

Dopo aver letteralmente divorato le due C90 che custodivano la memoria magnetica dei primi quattro album degli X, le mie finanze mi consentirono di poter comprare il loro quinto disco. Così, andai dal mio negoziante di fiducia, tirai fuori dall’espositore “rock americano” Ain’t Love Grand, pagai, salutai e uscì con un cartone con una cornice di dubbio gusto sotto il braccio.

Arrivato a casa, aprì con precisione chirurgica quel lembo di cellophane che ne avvolgeva la chiusura e dentro non ci trovai gli X.

Gli X erano solo in copertina, infilati dentro altre quattro cornici. Ma dentro quei solchi, degli X non c’era neppure l’ombra. Ain’t Love Grand fu una delle più grandi fregature della mia vita di acquirente di dischi.

Un lavoro dalla statura imbarazzante. Che non mostrava neppure quella dote della quale si fantastica sui nani.

Ain’t Love Grand è un atto di umiliazione cosciente e volontaria.

Gli X appendono la loro creatura al soffitto e ne mostrano il cadavere esanime, raccontando del loro fallimento sotto la sua carcassa, abbellita con i fiori più belli del loro giardino, ormai anch’essi privi di vita. Portandone la salma in trionfo, suonando una samba brasiliana o una fanfara di trombe in una parata mortificante che ne devasti il ricordo ed uccida la pietà.  

                                     

See How We Are è il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”.

Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. Gli anni Novanta vedono la macchina degli X accostarsi all’affollata corsia del trend di quegli anni, con un disco carico di chitarre e bassi pesanti come hey Zeus! e l’inevitabile, per i tempi, disco unplugged con il vassoio pieno dei resti tiepidi del vecchio repertorio. Riti di passaggio obbligatori per farsi accettare da un pubblico che non ha più alcun ricordo delle notti al Whisky a Go Go, che ha eretto nuovi templi in nuove capitali, che ha scelto di inginocchiarsi verso Nord piuttosto che verso ovest.  

 

Dischi dove l’urgenza di fuggire è del tutto domata, addomesticata dalla vita adulta e dai dolori che come piccoli mattoni hanno avvicinato gli X davanti il trono di Zeus. E ora lo possono chiamare per nome. E sentirsi rispondere che forse non hanno ancora scontato i loro peccati. E che arriverà altro dolore, altri ricordi, altri pizzicotti ad annerire la pelle, fino a renderla inabitabile.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ADOLESCENTS – O.C. Confidential (Finger)

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25 candele sulla torta degli Adolescents e al di là del palese controsenso, eccoci travolti dalla loro onda anomala: dopo le raccolte di demos assemblate dalla loro storica label Frontier, le ristampe di Welcome To Reality e del mitico album blu e l’intero recupero del medesimo da parte di NoFX, Pennywise, Bad Religion e altra gente che su quel disco ha imparato praticamente i Vangeli, ecco infine il disco della reunion. La novità è che Frank Agnew Jr. suona ora accanto al padre e questo al di là del fatto anagrafico, è grandioso. Per il resto gli Adolescents si mostrano all’altezza del loro mito che ne fece gli eroi di Orange County. Quanti imberbi ribelli del punk melodico farebbero carte false per scrivere un classico come California Son? Ovvio, nulla di epocale, ma del resto cosa lo è davvero, oggi?

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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GREEN DAY – Revolution Radio (Reprise)  

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Chi ci ha sentito dentro le sirene dei Clash.

Chi i Ramones sotto il tiro di Phil Spector.

Chi addirittura gli Who di Tommy.

Sono i nomi che, nel quarantennale del punk e dell’ennesimo tour degli Who e con le riviste che per stampellare la propria crisi si decidono a fare concorrenza ai negozi di dischi, sono servite appunto a vendere qualche copia in più di giornali che affidano le colonne dedicate alla musica a gente abile solo nel taglia e cuci. E neppure tanto.

Detto questo e fatto sgombro il campo dai giornalisti che lavorano al soldo delle case discografiche o che si intendono solo di gossip (la disintossicazione, la guarigione dal cancro, ecc.) c’è da dire che mentre Revolution Radio gira sul mio impianto, i fantasmi di Joe Strummer e di Joey Ramone non si sono materializzati. Non che lo volessi, che a me piacevano in pelle, ossa e sudore.

Questa ulteriore premessa non vuole essere denigratoria. Nessuno vuole negare alla band la capacità di scrivere robuste e a volte carucce power-songs. Che li si voglia a tutti i costi legittimare come gruppo punk e attribuir loro paternità che non le appartengono però lo trovo alquanto fastidioso.

Revolution Radio non si fa portavoce di nessuna rivoluzione. La musica dei Green Day continua a suonare come se i Foo Fighters fossero costretti ad essere una boy band.

Suona bene, ovvero secondo gli stereotipi delle tante “Virgin Radio” che stanno infettando il mondo con gli Skunk Anansie e i Red Hot Chili Peppers, ma suona così.

E voi, gente che scribacchiate di rock come fareste su Trip Advisor, fareste bene a non tirare giù certi nomi tanto per ingannare il tempo e la gente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PAINT FUMES – If It Ain’t Paint Fumes It Ain’t Worth a Huff (Get Hip)  

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Non so quanto abbiano racimolato i gruppi coinvolti su Waste of Time, il disco benefit pubblicato tre anni orsono per sostenere le spese mediche di Elijah Von Cramon, il leader dei Paint Fumes coinvolto nel Febbraio del 2013 in un brutto incidente. Ma sono bastati per tirarlo fuori dall’ospedale e permettergli di tirare nuovamente le fila della sua band. Ci basta.

Ecco dunque il nuovo disco della band del North Carolina dopo il bel debutto su Slovenly di qualche tempo fa. Non fatevi fuorviare dalla copertina: i punti di contatto con lo stile Stiff sono quasi inesistenti, se non per qualche rumoroso richiamo ai maestri Damned. Siamo piuttosto nel territorio a loro congeniale: una sorta di incrocio tra gli Oblivians e il Johnny Thunders che spaventava mamme e bambine.

Dieci canzoni suonate (e cantate) come Dio comanda.

I calcinacci del garage si staccano dal soffitto.

Piove cemento e intonaco.

Salvate il vostro culo e qualche disco dei Saints.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE JIM CARROLL BAND – Catholic Boy (ATCO)  

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Lo hanno amato tutti eppure non se lo ricorda più nessuno, Jim Carroll. E non parlo certo di chi sui social dichiara il proprio amore provvisorio dopo l’ennesimo necrologio. Quelli che bisogna esserci, ai funerali, per far vedere ai vivi che eri lì.

No. Jim Carroll è semplicemente stato cancellato dalla lavagna. Un insegnante bigotto, cattolico per davvero, ha cassato il suo nome sia dalla lista dei buoni sia da quella dei cattivi.

Il suo nome non è più taggato.

Nemmeno un hashtag.

Controllate.

Personaggio scomodo.

Vincente per talento, perdente per indole.

Poeta, cestista, alcolizzato, junkie, cantante, modello, gigolo, prostituto.

Un’esistenza ai margini, passata a scrivere poesie, farsi di Quaalude e speedball, iniettarsi alcol nelle vene, andare a letto gratis o a pagamento con mezzo continente americano.

Un ragazzo bello e disgustevole.

Che decide di farsi fotografare accanto a papà e mamma sulla copertina di un disco in cui parla di dodicenni che sniffano colla, ragazzi di strada uccisi dai bikers o da un vietcong, amici morti di leucemia a quattordici anni, dimostrandone sessantacinque.

Un disco da buon ragazzo cattolico che ha scoperto l’Inferno.

Leonardo Di Caprio ne porterà la storia sul grande schermo. Ma non basterà.

Catholic Boy, col suo bel carico di rock ‘n roll rimarrà tra gli scaffali di qualche tossico che non si è fatto abbindolare dai sermoni di Patti Smith ne’ dal punk venduto in edicola.

L’11 Settembre del 2009 Jim rinnova il lutto di New York.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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X – Under the Big Black Sun (Slash)  

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…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta. Forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

 

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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UNION 69 – Holiday 2000 (Bad Afro) / THE BURNOUTS – Go Go Racing! (Bad Afro)

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I dischi della Bad Afro raramente superano i trenta minuti.

Che Dio gliene sia grato.

Così dovrebbero essere i dischi che ti rompono il culo. Veloci e feroci.

Brutali come una rissa.

E così sono gli Union 69 (da non confondere con gli americani Union 13 please: i numeri non sono roba di poco conto e mentre col tredici vi può capitare di tastarvi i coglioni in preda ad un raptus superstizioso, col sessantanove potreste trovarvi con la testa ben salda tra le cosce di una lolita svedese, e la differenza non mi pare poca, NdLYS), americani che hanno deciso di ammobiliare casa all’Ikea.

Gente che puzza di fregna, sudore e vino a poco prezzo.

La miscela, se davvero non siete stati con la testa ficcata da qualche altra parte negli ultimi tre anni, la conoscete: hard-rock zoticone unito a punk maleducato. Carburatori, pistoni, asfalto, alcol e vibratori. Roba che non ha manco bisogno dello sticker di parental advisory sulla copertina, tanto è sboccato e malsano.

Speed rock ‘n roll marcio ed abrasivo quello che invece (s)corre lungo l’album d’esordio dei Burnouts di Copenaghen. Siamo ancora una spanna sotto a veri teppisti dell’asfalto come Zeke e Puffball ma le dodici tracce di questo debutto alzano polvere abbastanza per bruciare le cornee a tanti avversari, anche se le piste cominciano ad essere troppo affollate.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

 

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