MARSHMALLOW OVERCOAT – songs from the motion picture All You Need Is Fuzz (Area Pirata)  

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Che la musica rock si sia stancata da qualche anno di prendere polvere sugli scaffali dei negozi di dischi e si sia spostata tra i ripiani delle librerie e sugli schermi di cinema e tv è un fatto ormai noto. Autobiografie, monografie, saggi, cortometraggi amatoriali e lungometraggi con produzioni da blockbuster hanno interessato (e, visto il trend, continueranno a farlo con frequenza sempre maggiore) trasversalmente TUTTO il settore musicale, da quello di nicchia a quello effimero venuto fuori dai talent sparsi per il mondo, dalle grandi stelle del pop alle più estreme rock ‘n’ roll band della storia. Dai Sonics ai Måneskin , dai Coldplay ai Radio Birdman, dagli Oasis ai Queen, da Lady Gaga ai Virgin Prunes, dai Byrds a Fabrizio De André, da Dylan a J.Ax non c’è una casa editoriale o cinematografica che non investa sul pupillo di turno o un artista che voglia diversificare l’offerta della sua autopromozione. Timothy Gassen è uno che si arrabatta da anni tra libri e documentari per cui non stupisce che anche lui abbia presentato, al 28imo Arizona Film Festival, un vero e proprio film di 90 minuti per raccontare l’universo delle garage-bands, in particolare della sua.

In giro, dice Tim Gassen, da 30 anni (di cui gli ultimi venti però in ibernazione e in ventilazione forzata solo grazie alla sua attività sui social, NdLYS) i Marshmallow Overcoat hanno percorso attivamente la storia del movimento neo-garage in realtà per un solo decennio anche se a Gassen piace far credere che il loro cadavere respiri ancora. Insomma, uno dei casi neanche troppo isolati in cui l’astuzia supera di gran lunga il talento.

Non avendo ancora vista la pellicola non so in che modo Gassen ci racconterà la faccenda.

Però adesso Area Pirata ne pubblica la versione “audio”: 25 canzoni che ne documentano l’intera carriera, a cominciare dal primissimo singolo su Dionysus. Il disco è infatti una sorta di “ristampa” (copertina compresa) del “Very Best of” pubblicato qualche anno fa su Garagenation, spurgato dalle cover versions e concentrato sul materiale autoctono con tre inediti assoluti. Di buon livello, soprattutto quando la band si avventura(va) nelle cose più sinistre come Psilocybil Mind, Santa Fuzz, 13 Ghosts o The Mummy. In attesa che magari gli Overcoat si decidano a registrare qualcosa di nuovo e non a campare di rendita con del materiale che ha più anni delle mie figlie.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MC5 – Thunder Express (Jungle)  

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La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Proiettili (Rock Impresa)  

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Un disco punk finanziato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, dal Fondo Sociale Europeo e dal Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Stampato in 500 esemplari distribuiti gratuitamente (salvo poi essere rivenduti online o nelle fiere a prezzi esagerati da qualche stronzetto che di punk ha solo l’adesivo dei NoFX sullo scooter, NdLYS) senza transitare dai negozi. Siamo quasi al situazionismo istituzionale. Sicuramente davanti al gesto punk più clamoroso fatto in Italia negli ultimi venti anni.

I soldi li mette il governo (ladro). La manodopera invece ce la mette MickPunk, al secolo Michele Ballerini che allestisce una bellissima raccolta-manifesto dedicata alla musica underground italiana del periodo 1977-1987. Storie di criminali scarsamente organizzati ma, adesso, legalizzati. Si va dai Sorella Maldestra di Vercelli ai Lonely Boys di Porto Sant’Elpidio, dai Luti Chroma di Bologna ai Klaxon di Roma, dagli Andy Warhol Banana Technicolor di Pordenone ai Savage Circle di Alassio a una dozzina di altre band ormai sbiadite nella memoria.

Cronache da un’Italia trasversale che fermentava come mosto nelle cantine di mezzo stivale portando con se un’idea di ribellione fiera, spavalda e non ammaestrata. Pagine di una storia underground che vomitava contro il regime e l’omologazione che rilette adesso potrebbero sembrare distanti anni luce anche a quelle poche migliaia di ragazzi che le scrissero allora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GL*XO BABIES – Dreams Interrupted (Cherry Red)  

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Non so chi sia l’autore della traduzione, che la Cherry Red si guarda bene da citare sia il suo nome che la fonte originaria (Piero Scaruffi, NdLYS), ma la gioia di stringere fra le mani questa bella raccolta dei Bristoliani Gl*xo Babies viene ridimensionata non appena si apre il booklet, scorrendo frasi illeggibili come “where flebili noises of foundation disturb a stentoreo rhythm” o “the only suggested tribalismo è but the emphasis is moved on the hidden rituali” che neppure l’Ufficio Sinistri della ItalPetrolCemenTermoTessiFarmoMetalChimica di fantozziana memoria avrebbe mai potuto partorire.

Meglio avrebbero fatto a questo punto affidarsi a Mr. Bean e far tesoro del suo silenzio e risparmiarci questa introduzione dislessica lasciando parlare direttamente la musica dei Gl*xo Babies o Glaxo Babies che dir si voglia (la “a” verrà oscurata  per evitare problemi con l’omonima casa farmaceutica, l’adesso famosa gsk produttrice fra l’altro del Voltaren®, dalla stessa loro label in occasione dell’uscita della raccolta Avon Calling, NdLYS), cani sciolti del punk d’avanguardia costretti a suonare con larga approssimazione il repertorio di band come Clash e Sex Pistols per accontentare un pubblico già incancrenito che reclamava a gran voce i “grandi successi” del punk da sotto il palco e a dover abdicare prestissimo dalle scene privandoci del loro sconcertante amalgama fra i Chrome e gli Chic subito dopo aver pubblicato il loro unico album, lasciando appunto il “sogno interrotto” come viene giustamente intitolata questa raccolta che mette insieme i pezzi dei primi singoli, Peel Sessions, improvvisazioni live. Alla faccia delle vostre White Riot e delle vostre Anarchy in the UK, che tanto alla fine siete finiti come tutti a guardare le sit-com in tivù e a portare i figli nelle scuole del regime, qualunque esso sia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – Fall’s 58 Golden Greats (Cherry Red)  

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Quel gran figlio di puttana di Mark E. Smith ci ha avvelenato tutto il 2018, tirando le cuoia a Gennaio.

Ora la Cherry Red prova ad allietarci almeno il Natale, proponendoci di sostituire il classico vassoio di canditi della nonna con una guantiera con 58 cioccolatini al veleno, in carta color oro.

58 Golden Greats ripercorre tutta l’intera carriera dei Fall, dal manifesto programmatico Repetition del ’78 fino all’ultimo album New Facts Emerge che, come tutti i trentuno che lo hanno preceduto, ha tenuto fede a quel manifesto, a quell’idea, senza mai tradirla per un solo istante.

Arriva un po’ in anticipo rispetto al Natale, forse perché dopotutto Fall significa anche autunno. E quindi alla fine ha rispettato la sua, di puntualità, fregando Santa Claus. Arriva intrattenendo giovani e vecchiette, parlando anche del Papa. Con lo sguardo torvo metà intellettuale, metà psicopatico.

Arriva quando è già andato via.

Voi per Natale fate un po’ come cazzo volete.

A lui di certo non glien’è mai fregato in vita, figuratevi adesso.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

LUCIO DALLA – Duvudubà (Sony Music)  

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https://twitter.com/francescoassisi/status/175179782793867266.

Con questo Tweet postato alle ore 12.24 dell’1 Marzo 2012 i frati francescani della basilica di San Francesco d’Assisi danno al mondo intero la notizia della morte di Lucio Dalla, cogliendo il mondo alla sprovvista. Nessuno ha ancora diramato la notizia, neppure le agenzie di stampa: Lucio Dalla ha stupito tutti ancora una volta, suo malgrado.

Quel giorno la musica italiana perde il suo gremlin dispettoso. L’artista che ha dato un senso tutto suo alla musica d’autore italiana, trovando una strada che non fosse quella già tracciata dai cantautori francesi o americani e neppure quella asfaltata e comoda che si fermava spesso negli autogrill della canzone melodica. Un artista che si adatta a tutti gli abiti di scena, da quelli jazz a quelli a quelli bitt, da quelli della romanza a quelli del prog a quelli della canzonetta, da quelli del barbone (è così che si veste, mendicando addirittura davanti alle porte dell’Ariston, quando lo chiamano a partecipare a Sanremo) a quello dell’elegante artista venerato dal popolo come un piccolo Napoleone peloso, scoprendo via via che gli stanno stretti tutti.

Quel Primo Marzo dunque l’Italia si sveglia più povera. E di molto.

E siccome in Italia le celebrazioni dei morti non finiscono mai, ecco arrivare l’ennesima commemorazione. Duvudubà, l’onomatopeico titolo scelto come omaggio allo “scat” tanto amato da Dalla e che ne caratterizzerà il personaggio al pari dei suoi occhialetti rotondi, riavvolge nuovamente il nastro sulla carriera del cantautore bolognese (saltando però a piè pari le prime produzioni degli anni Sessanta) regalandoci, oltre a materiale poco conosciuto, anche un inedito assoluto: Starter è una canzone priva di un vero e proprio gancio melodico, di un ritornello, di un volto riconoscibile. Rotola sulla schiena spinta da una voce da orso su un morbido tappeto elettronico fino a concedersi ad un assolo di sassofono che è simbolicamente l’abbraccio finale di Lucio al suo pubblico e a se stesso, alla sua storia. Così piace pensarlo a noi che siamo uomini piccoli e romantici facili alla commozione quando è invece più verosimile si trattasse di uno dei tanti burattini di legno cui Lucio si dedicava tornando di tanto in tanto a soffiargli il soffio della vita perché camminasse da solo. 

La rimasterizzazione dei 70 pezzi (quella a 192 kHz dell’Archivio del Suono che recentemente ha “ritrattato” tra gli altri i cataloghi di Battisti e De André e che attraverso un processo di ridigitalizzazione dovrebbe riportare la qualità dei master alla qualità originaria da studio, anche se va detto che il risultato, pur eccellente,  viene in parte neutralizzato dalla normale riproduzione domestica, NdLYS) rende giustizia alle canzoni già magnifiche degli anni Settanta, rendendo gli abissi di Com’è profondo il mare ancora più abominevoli e il basso de La signora un martello che ci inchioda al nostro perbenismo di facciata, alla nostra croce borghese da portare in processione lungo la nostra via crucis quotidiana. Nonostante la cospicua cornucopia di canzoni, restano infatti quelli lanciati nel camino della musica italiana tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta i ceppi con cui Dalla ci ha scaldato di più e meglio. E  difatti più di un terzo della scaletta si risolve in quel cinquennio formidabile che ci portò in dono canzoni come Cara, L’ultima luna, Disperato erotico Stomp, Futura, La sera dei miracoli, Milano, Stella di mareIl cucciolo Alfredo, Quale allegria, Anna e Marco, Cosa sarà scivolando poi nelle inevitabili Caruso, Piazza Grande, Ciao, Attenti al lupo, Vita e Se io fossi un angelo che tanto piacciono alle mamme e ai bambini facendo di Lucio Dalla uno dei veri artisti trasversali della storia della musica popolare italiana.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro