AA. VV. – Jon Savage’s 1969-1971 (Ace)  

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Potrebbe essere l’ultimo capitolo della “saga” di Jon Savage pubblicata sulla Ace, ma non ci giurerei. Il sospetto deriva esclusivamente dal fatto che la disamina del critico inglese tratta stavolta un triennio anziché un solo anno di produzioni discografiche e mutazioni sociali. Un triennio che ci sta un po’ strettino dentro un doppio cd perché come dice lo stesso autore sulle note di copertina tante cose si muovono in quegli anni frammentando ulteriormente le scene musicali e le tribù ad esse collegate.

Dovendo operare una scelta, Savage decide di focalizzarsi sul 45giri. Scelta neppure troppo scontata perché proprio in quel triennio il piccolo formato finisce di essere il centro focale della produzione discografica, lasciando il trono agli album, più consono alle libertà espressive che un disco come Sgt. Pepper’s ha tracciato.

Però anche nei ristretti limiti del sette pollici la musica di quegli anni non cessa di stupire. Basti ascoltare qui i pezzi di Kaleidoscope, Brute Force, Amon Düül, Jack Nitzche, Marsha Hunt, Blossom Toes, Open Mind o, tanto per fermarci tra i classici, i Velvet di Sweet Jane, gli Stooges di 1969, i Kinks di King Kong, i Flamin’ Groovies di Yesterday’s Numbers, la James Gang di Funk #48.

C’è il furore dell’hard-rock, la rabbia delle lotte civili, il soul e la psichedelia che trasfigurano in musica di protesta, la grande rivincita della musica country o il gospel violentato dalle chitarre glam di Spirit in the Sky.

Un guardaroba assortito e coloratissimo per attraversare la palude dei primi anni Settanta, con Savage a fare da maschera e a condurci tra i corridoi del Teatro dell’Opera del rock dopo aver fatto la fila al botteghino.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KRYPTONICS – Rejectionville (Memorandum)  

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Dave Faulkner, James Baker, Kim Salmon e Dom Mariani a metà degli anni Ottanta sono degli eroi per tanti, in quel di Perth. Sicuramente sono degli eroi per Ian Underwood, un ragazzone che negli ultimi anni di scuola ha messo su un paio di band dal presente incerto, figurarsi il futuro. Ma nell’Agosto del 1985 quel presente ha un nome: Kryptonics. Di futuro neppure a parlarne, ma all’improvviso un loro pezzo comincia a circolare per le radio della città, consegnato a mano proprio da Ian. Quel pezzo si intitola Oedipus Complex, una cavalcata elettrica martellante che ha la stessa luminosità abbagliante degli Hoodoo Gurus. Solo che i suoi raggi sembrano illuminare il mare in tempesta dei New Christs. Fantastico.

Sulla scia di quel successo locale una piccola etichetta locale offre loro la possibilità di registrare in uno studio professionale quello e altri brani, lasciando al gruppo la scelta di pubblicarne un paio su singolo. Stranamente, Oedipus Complex verrà esclusa dal loro primo 7”, quello che ringrazia quei Dave, James, Kim e Dom in copertina e che nei solchi nasconde altri tre pezzoni come Baby, As Long As You’re Mine e Plastic Imitation che però soffrono della scelta infelice di registrare la traccia vocale separatamente dalla base strumentale, con un effetto di scollamento che ne fa un’occasione mancata. Anzi, tre.

Il singolo perfetto esce invece due anni dopo, con una tigre volante pronta al decollo o appena planata in copertina e dentro due canzoni come Land That Time Forgot scritta da Underwood pensando a Leilani dei Gurus e She’s Got Germs che il nuovo arrivato Peter Hartley porta dal repertorio della sua vecchia band. In aggiunta, uno strumentale intitolato Love Story, tanto per non spegnere subito gli amplificatori scaldati a dovere da due pezzi tra i più belli del rock australiano degli anni Ottanta.

Quando arriva il momento di tirar su un vinile più grande, anche quella seconda line-up si è disintegrata. Nonostante questo, 69, il mini-LP che Ian e i nuovi Kryptonics stampano su Waterfront, è un disco convincente, il definitivo approdo nella terra dei guru hoodoo con anthem come Telephone Line, Everything’s Lonely e Don’t Trash Me perfettamente riconducibili ai Gurus di Magnum Cum Louder.

Probabilmente castigati dalla scelta, infelice all’epoca, di continuare a stampare rigorosamente in vinile anche quando quasi tutte le radio hanno già installato i lettori per compact disc, gli ultimi due dischi dei Kryptonics, un curioso sette pollici che gira, per chi sa manovrarlo, a 33 giri e un altro mini pubblicato stavolta dalla Zero Hour passano quasi inosservati. Ed è un peccato clamoroso, perché nonostante la band sia arrivata ormai alla sua ottava incarnazione la scrittura di Ian resta ad altissimi livelli, con Faulkner e Peter Perrett come numi tutelari ma anche Paul Westerberg e Evan Dando a far capolino da pezzi come Melancholy Valentine, Ashes, Astrid e Rejectionville che è il pezzo che intitola questa raccolta onnicomprensiva pubblicata dalla Memorandum. Due pietre tombali dentro cui viene seppellita tutta la storia di una delle più belle e sfortunate band australiane di sempre.

Se passate da qua, non dimenticate di dire una preghiera.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

SCREAMIN’ JAY HAWKINS – Are You One of Jay’s Kids? (Edsel)  

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Decisamente non il periodo migliore di Screamin’ Jay Hawkins, quello dell’epoca Bizarre, etichetta il cui nome sembra calzare perfettamente per il personaggio e il cui A&R man di quegli anni, tal Robert Duffey, si imbatte nel gigante Hawkins quasi per caso, al banco di un bar di Hollywood dove il musicista vive facendo qualche particina su film come Two Moon Junction o Mystery Train e continua a procrearsi come un mandrillo della giungla (si vocifera che il numero totale della prole “illegale” si aggiri sulle settanta unità, il che spiega l’inquietante domanda che intitola questa raccolta, NdLYS).

Discograficamente invece la sua carriera si è inceppata già alla fine degli anni Settanta, salvo un estemporaneo momento di fama underground dovuta ai Fuzztones che ne celebreranno più volte il mito fino a trascinarlo in studio per un singolo a metà degli anni Ottanta.

La trilogia Bizarre, qui raccolta in doppio cd, ne legittima in qualche modo l’oblio. Il tentativo di riportare Hawkins all’attenzione del grande pubblico spinge etichetta e produttori a forzare il piede sull’acceleratore del cattivo gusto, manifestato già da un’orribile versione rap/dance di I Put a Spell On You (unico successo del musicista dell’Ohio) da far inorridire pure i Milli Vanilli.

Tra i crediti dei primi due album (Black Music for White People e Stone Crazy) compare alla chitarra un tale Bo Diddley Junior che però è un semplice turnista il cui stile è quanto di più lontano dal beat tribale del Diddley originale mentre un po’ meglio fa su Somethin’ Funny Goin’ On Buddy Blue dei Beat Farmers, riscattando il disco dal disastro con un suono roots che però spesso cozza con arrangiamenti in stile Kid Creole and The Coconuts. A salvarsi sono infatti le canzoni dal suono più asciutto come la bella Brujo o il canonico blues di When You Walked.

Davvero molto poco per parlare artisticamente di una seconda giovinezza così come per parlare di una vecchiaia dignitosa e anche raccattando fra la spazzatura per salvare dal compattatore Swamp Gas o Ice Cream Man non abbastanza per giustificarne l’acquisto.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Home Grown Rockabilly (Alligator)  

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Con buona approssimazione potrei dichiarare che Home Grown Rockabilly, primo e quasi unico vagito (gli altri, minuscoli, sarebbero stati comunque aggiunti alla versione su cd dell’album, pubblicata una decina di anni dopo dalla Nervous, NdLYS) della Alligator Records sia il primo documento della scena rockabilly britannica (gli esordi di Stray Cats e Mɘtɘors usciranno entrambi l’anno successivo). Negli anni, nonostante verrà sorpassato dal più estremo fenomeno psychobilly, non perderà un’oncia della sua carica.

Crazy Love, pezzo che apre il disco e che dà il via a tutta la carriera dei beniamini Mɘtɘors è ancora di una forza disarmante, con quel basso che sembra sculacciarti mentre corri per casa. Quell’energia primordiale, non sarà più replicata dalla band di Mr. Fenech.

Il suono di Johnny Key è invece debitore del più classico suono hillbillly. Alle sue spalle suonano Terry Ears, Niggsy Owens e Pete Pritchard che sono detentori dell’etichetta e dell’unica band che ci lavora dentro (i Flying Saucers, ribattezzati per l’occasione Kool Kats). Sempre loro suonano (e cantano, armonizzando a meraviglia) nei due pezzi di Gentleman Jim.

I Rhythm Cats (la band del futuro Polecat Neil Rooney) regalano invece due perle ispirate al suono swing delle grandi orchestre di Louis Jordan, Count Basie e Louis Prima.

A riportare il suono al classico tiro balbuziente del rockabilly ci pensano i Polecats con una Rockin’ All Nite registrata nel primo anno di vita della band di Boz Boorer (molti, molti anni dopo chitarrista di fiducia di Morrissey), destinati assieme ai Mɘtɘors ad un futuro radioso nel cielo del revival rock ‘n roll del decennio appena inaugurato.  

Se volete farvi un’idea di come i gatti inglesi vennero fuori dalle montagne di mondezza disseminata ai bordi delle strade di Londra, eccovi serviti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LUCIO BATTISTI – Masters #2 (Sony Music)  

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Allo scoccare della mezzanotte del 29 Settembre 2019 la libreria digitale di Spotify ha subìto l’onda d’urto del catalogo (di gran parte di esso, ma non tutto) di Battisti.

Appena due giorni prima invece, per i cultori del vecchio vinile, la Sony Music porta sui banchi dei negozi veri il secondo volume di Masters, l’operazione di restauro del vecchio materiale del cantante iniziata due anni prima. Che però, vai a capire, su Spotify non c’è. Resta di stucco, è un barbatrucco.

Giochi di prestigio a parte, la liturgia battistiana non conosce tregua.

E i fedeli si inginocchiano come i musulmani davanti a La Mecca ancora una volta. La scomparsa del cantante di Poggio Bustone lo ha redento dai suoi peccati e oggi anche chi quando lo vedeva camminare sulle acque lo accusava di essere un falso profeta, un maschilista, un misogino, un borghese, un fascio, ha deciso di assolverlo e, come Dante quando faceva l’appello o come i nazisti che indicavano la direzione agli ebrei appena scaricati dai treni della morte, hanno scelto per lui una dimora meno atroce di quella che gli auguravano in vita.

Una redenzione altrettanto approssimativa quanto le accuse di qualche decennio prima a dire il vero. Concessa senza gusto critico, prendendo per oro colato anche certo pentolame di rame e viceversa facendo di tutta l’erba “un fascio” (vi prego, fatemela passare, che aspettavo da venti anni l’occasione per usare la battuta, NdLYS) accomunando con giudizio sommario dischi dalle anime molto diverse, divergenti per progettualità, contenuto, urgenza espressiva e tematiche.

Lo fanno anche quelli della Sony, ovviamente. Anche se lo scopo di Masters non è quello di creare una raccolta omogenea dei reperti battistiani.

Lo fanno pubblicando questo cofanetto in edizione cd e vinile, penalizzando il secondo rispetto al primo, amputato di metà scaletta.

Lo fanno dando pregio al contenuto audio, rivisitato e corretto secondo le nuove tecnologie che saranno apprezzate più dagli audiofili che dall’ascoltatore comune cui invece è destinato il libretto allegato in cui gente come Franz Di Cioccio, Alberto Radius, Mara Maionchi, Renzo Arbore o Massimo Lavezzi raccontano i loro aneddoti con la lingua del cuore che però, tradotta in caratteri grafici non so da chi, diventano una sequenza di frasi dislessiche e disgrafiche che neppure i post che ci tocca leggere sui social riescono ad eguagliare. Un analfabetismo o una superficialità già annunciata da una Dolce di giorno che diventa Dolce giorno, come fosse una canzone di Mietta e che mal comprendo e mal digerisco, soprattutto per un’operazione che vorrebbe essere meticolosa e rispettosa e che invece sfiora il fantozziano.

Per lui, perfezionista e curioso come pochi, un po’ come pisciargli sulla tomba.

Il tempo di morire.

Di nuovo.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Come On, Let’s Go! (Big Beat)  

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Tante hit e nessuna hit, come nella classica tradizione power-pop. Di questo è fatta l’ennesima raccolta sull’argomento pubblicata dalla Big Beat.

Poco importa che dentro ci siano nomi come Flamin’ Groovies, Ramones, Big Star. Già nella sua stagione d’oro il power-pop era un genere demodé su cui pochissimi si sentirono di investire, figurarsi ora che il suono della chitarra è stata bandita dalla radio al punto tale che i ragazzini non sanno distinguerla da quella di un clavicembalo e che i Rubinoos che in copertina ne brandiscono addirittura quattro siano conosciuti solo per essere stati “derubati” da Avril Lavigne della loro I Want to Be Your Boyfriend. Anzi, forse neppure per quello.

Dunque Come On, Let’s Go! è destinata a rimanere a bordo strada, lì dove il power-pop è sempre stato, con le sue chitarre scintillanti come cocci di bottiglia raccolti per errore da qualche gazza ladra. Non basterà la mia o mille altre recensioni a farvelo piacere, se a questi suoni siete rimasti impermeabili per anni. Se viceversa vi piace lasciarvene inzuppare, altrettanto ovvio che non servirà affidarsi alle mie parole per tuffarvi dentro canzoni come Rock and Roll Is Dead dei Rubinoos, Shake Some Action dei Groovies, Tomorrow Night degli Shoes, Let Go dei Dirty Looks o The Trains dei Nashville Ramblers dei rifugiati Ron Silva (The Crawdaddys), Carl Rusk (The Tell-Tale Hearts) e Tom Ward (The Gravedigger V) o Nuclear Boy dei 20/20.

Il sole è alto. Attenti a non abbagliarvi.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

FRED BUSCAGLIONE – Il favoloso Fred Buscaglione (Cetra)  

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Prima c’erano stati i 78 giri.

I 45 giri come li conosciamo noi sarebbero invece arrivati solo l’anno dopo.

Nel mezzo degli uni e degli altri, nel 1956, avvenne invece il debutto su 33 giri di Fred Buscaglione, che però all’epoca erano ancora su 10” ultrarigido e affidati a editori che di americano masticavano solo le chewing gum, tanto da storpiare stomper in stamper e shuffle in shaffe quando si tratta di annotare in copertina le notizie necessarie per quanti, nelle feste da ballo organizzate in casa, avevano il compito di scegliere la colonna sonora della serata.

Che sono serate in cui ci si scazzotta e ci si corteggia.
Sono le serate degli anni Cinquanta.

Le serate di Buscaglione, che ha la faccia da schiaffi, lo sguardo del dongiovanni e il baffo da sgherro e ha sempre una spider posteggiata lì davanti. Che può sempre essere necessario dileguarsi.

È il mondo di bulli e pupe che stuzzica la sua fantasia e quella dell’amico Leo Chiosso. Il mondo libero dell’America che ha strappato entrambi dalle mani dei tedeschi e che agli italiani ha dato rifugio da sempre, accogliendo oltre che una manovalanza tra le più pregiate del mondo, anche una raffinata indole criminale. Gangster e sciupafemmine, gli italo-americani dallo zigomo pronunciato affollano l’immaginario che farà la fortuna di Buscaglione. Il loro stile di vita borderline ne provocherà da lì a breve anche la sfortuna.

Ma nel ’56 la stella di Fred splende su tutto l’universo creato, e lo farà ancora per quasi un lustro, fino a quel maledetto schianto del 23 Febbraio del 1960 che si porterà via uno dei caratteristi più brillanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Fred Buscaglione è il “favoloso” personaggio raccontato in questa doppia raccolta, l’astro che brilla assieme alla sua stella gemella Leo Chiosso, lasciando nel cielo una scia luminosa di canzoni come Whisky facile, Il dritto di Chicago, Eri piccola così, Che notte, Una sigaretta, Criminalmente bella, Teresa non sparare, Ciao Joe, Porfirio Villarosa.

Ogni canzone, un film.

Nessuno in più riuscirà a replicare, o soltanto ad imitare, quello che Leo & Fred avevano creato in cinque anni.

Non sarebbe valsa la pena aspettare cento anni.

E Fred era uno che andava di fretta e che perdeva facilmente la pazienza.

Anche se a me piace ricordarne il sorriso.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE ELECTRIC SHIELDS – Back Up #14 (AUA)

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Che meraviglia che erano i primi Electric Shields, prima della “conversione” al country-rock di White Buffalo County, il disco che un po’ ovunque, Discogs e recensioni “certificate” comprese, trovate col titolo sgrammaticato freudianamente in White Buffalo CountRy!

Così arroventati di garage-punk texano da poter ambire di diritto a raccogliere il testimone dei primi Sick Rose, salvo poi farselo consapevolmente scivolare di mano. Peccato. Quella breve stagione di “fiamme” è oggetto di questa uscita programmata per il Record Store Day del 2019, che ha sempre lesinato uscite dedicate alla musica garage o neo-garage e sulla quale dunque, se siete dei fanatici del genere, potrete tranquillamente “dirottare” le vostre finanze.

Subito in apertura vengono piazzate le quattro tracce di quel piccolo capolavoro su 7” che custodisco ancora come una delle uscite migliori del catalogo della Electric Eye.

Fuzz e organo Vox ingombranti, nonostante le dimensioni ridotte. Come ficcare le mani dentro un’arnia di api laboriose, con la consapevolezza che non le tireremo fuori indenni.

A seguire ecco Flames of Pain, un’autentica colata lavica di garage-punk che a suo tempo Claudio Sorge pensò bene di tirare fuori dalla loro demotape per accostarla al gas al veleno della nuova scena “neolitica” italiana sparando in cielo gli ultimi, colorati fuochi della stagione neo-psichedelica nostrana. Demotape che ovviamente qui viene recuperata per intero, col suo carico di distorsioni esagerate e di ricami d’organo combo assieme alle sei tracce della demo successiva, The Words I Never Said, in cui il suono si sgrana leggermente lasciando passare tra le sue maglie bellissime fioriture folk, e ai pezzi “regalati” a Lost Trails e The Best of Electric Eye.

Gli inediti assoluti si intitolano Faraway e It’s Your Time, stranamente tagliate fuori dalla scaletta di Sixty Flowers e invece per nulla acerbe e addirittura, nel secondo caso, foriera di quel progressivo avvicinamento al suono folky della stagione successiva. Bonus che aggiungono valore ad una raccolta pregevole e necessaria di suo.

Disponibile, pare, in diversi formati.

Disponibile, pare, con le note di copertina che ne raccontano la storia.

Disponibile in copia promozionale, pare, solo per gli amici degli amici.

Io, da nemico n.1, ve lo consiglio lo stesso.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AVENGERS – Avengers (CD Presents)  

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Quanto cazzo poteva interessare agli Avengers di fare un album?

Nulla.

E infatti non lo fecero.

Quello che interessava a questi quattro disadattati di San Francisco era lasciare la loro firma nella storia del punk. E per lasciare una firma, un tag nella storia del punk bastava fare un 45giri, un singolo che chi assisteva ai concerti poteva portarsi a casa e con cui un giorno avrebbe potuto ricordarsi di essere stato giovane e schifato di tutto, prima di essere inghiottito da un lavoro 9-to-5. Quel dischetto, diventato presto un anthem per tutta la scena punk californiana e in futuro uno degli inni sacri contenuti nel libro liturgico del genere, era uscito per la Dangerhouse Records nel 1977. Poi c’erano stati altri due anni scarsi di concerti furiosi, scazzottate, un secondo disco in formato 12” prodotto da Steve dei Sex Pistols e, prima che il decennio terminasse, gli Avengers erano già polvere. Una storia neppure troppo breve, se confrontata con quella di altre meteore del punk. Ma nonostante questo la volontà di realizzare un intero album era sempre mancata.

Avengers, il disco senza titolo approntato dalla CD Presents nel 1983 cerca di colmare la lacuna mettendo insieme tutto quanto si potesse racimolare del gruppo, realizzando uno dei più bei dischi postumi di quella stagione: We Are the One, No Martyr, Thin White Line, The American in Me, Car Crash, I Believe in Me, Desperation sono tutte diapositive di una stagione dove l’io disilluso diventa io politico e religioso immaginando di bastare a sé stesso, almeno per quella porzione di storia in cui il punk diventa atto costitutivo di una generazione che non si riconosce più in nessun’altra comunità che non sia la sua.      

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

JOHNNY KIDD & THE PIRATES – The Best of Johnny Kidd & The Pirates (EMI)  

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Una chitarra elettrica, un basso elettrico, una batteria e un cantante: l’assetto base di ogni rock ‘n’ roll band, quello poi adottato da act incendiari come Who e Led Zeppelin, viene “settato” in Inghilterra, primi fra tutti, da Johnny Kidd e i suoi pirati.

Johnny Kidd, nato Frederick Albert Heath a Londra nel 1935 è il primo ad arrivare ed anche il primo ad andarsene. A bordo di un’automobile, nell’Ottobre del 1966, proprio quando la musica inglese sta conquistando il mondo con un piatto fatto con la ricetta che proprio lui ha scritto, ancora una volta primo, già alla fine degli anni Cinquanta: quando in Inghilterra ci sono ancora i bagni senza bidet e i Beatles si puliscono il culo con gli strofinacci e in giro ci sono solo skiffle-band e gruppi strumentali.

Johnny Kidd è invece uno che, a dispetto della benda, ci vede e ci vede lungo.

Diciamo, pressappoco, fin oltre l’oceano.

Allunga il cannocchiale e vede le sagome di Eddie Cochran e Gene Vincent, abili a mascherare il turpiloquio in una striscia bavosa di luride moine che non lasciano spazio all’immaginazione. Please Don’t Touch, pubblicata nel Maggio del ’59, nasce così, come un invito a non allungare le mani che vuol dire l’esatto contrario, mentre dietro di lui la sua ciurma fa il rumore di uno sciame d’api: è la nascita ufficiale del rock ‘n’ roll britannico e allo stesso tempo, paradossalmente, del suo revival visto che la sua versione mutante chiamata rockabilly che arriverà venti anni dopo è già tutta dentro questi due minuti scarsi.

L’anno dopo si replica: Shakin’ All Over, registrata negli stessi studi che poi (poi) ospiteranno i Beatles, scala la classifica e Johnny Kidd da su in cima può cagare su tutta la Gran Bretagna.

Ancora una volta primo e per primo: il primo riff memorabile del rock britannico è il suo. Gli Who lo useranno per radere al suolo Woodstock prima e Leeds subito dopo. 

Gli Shadows registreranno quello di Apache il mese successivo.

Un riff che chioccia come una gallina e becca come un gallo cedrone.

Sembra attaccato con lo scotch, impoverito dall’uso di una sola chitarra incerta, imprecisa, rabberciata. Ma è il primo standard inglese di ogni tempo.

Poi, sotto questi due colossi che fanno ombra ancora oggi, ci sono un sacco di cose bellissime: Feelin’, Restless, So What, I Can Tell, Popeye, Doctor Feel Good, Linda Lu, Yes Sir That’s My Baby, A Shot of Rhythm and Blues che Johnny Kidd non avrà il tempo e la voglia di mettere assieme a forma di album.

Perché il rock and roll va bruciato in due minuti.

Al terzo minuto è già cenere.

E al quarto Johnny il Pirata ha già un veliero pronto a portarlo via per porti lontanissimi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro