LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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HÜSKER DÜ – Savage Young Dü (The Numero Group)

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Per tutti gli anni Ottanta e oltre, anche dopo che gli Hüskers abbandonarono la sua piccola etichetta per approdare alla SST, Terry Katzman rimase in ottimi rapporti con Mould, Norton e Hart e continuò a pubblicare su cassetta e col beneplacito della band le loro vecchie registrazioni da “garage” su un’etichetta battezzata, appunto, Garage d’Or. Non c’era ancora Paypal ma se a Terry inviavi una busta con dei soldi ficcati dentro, stai sicuro che in cambio avresti ricevuto una di queste disastrose cassette, con copertina fotocopiata e titoli battuti su macchina da scrivere.

Io ne ho una mezza dozzina.

Parte di questo prezioso patrimonio (una cinquantina di pezzi, cui vengono aggiunte le rimasterizzazioni del primissimo catalogo ufficiale) viene adesso ripulito e riordinato per la pubblicazione di Savage Young Dü, il box che a ridosso del primo grande lutto per il trio di Minneapolis rende finalmente tangibile l’aeriforme programma di restauro del catalogo degli Hüsker Dü, perlomeno quello relativo al primissimo periodo. Sono gli Hüskers che, tra una cover dei Ramones e una di Donovan, aprono un varco al proprio stile che non ricorda ne’ quello dei primi ne’ quello del secondo ma che, della metabolizzazione di quella scorta melodica farà tesoro per trovare una via di fuga dalla folle corsa dell’hardcore, quando i piedi sceglieranno di non pigiare più sull’acceleratore ma di assecondare, con un abilissimo lavoro di frizione, i cambi di marcia della leva del cambio, trascinando nel suo viaggio tutto l’alternative rock americano.     

Quegli “anni importanti” sono raccontati qui dentro, in 69 canzoni che spesso non toccano neppure il mezzo minuto e dentro la raccolta di foto e locandine commentata da Erin Osmon di Spin.

Io mi ricordo.

Voi?

 

Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – Under Cöver (Motörhead Music)  

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Tecnicamente una raccolta, Under Cöver riporta il nome dei Motörhead  agli onori delle cronache musicali dopo l’annus horribilis che ci portò via a distanza di un mese Phil Taylor e Lemmy, abbattendo per sempre uno degli alberi più maestosi del giardino incantato del rock ‘n roll.

Cosa ci sia dentro, è facile immaginarlo dal titolo e dal moniker del gruppo. Cover version registrate negli ultimi venticinque anni di attività dalla band più rumorosa del pianeta.

Roba che se la tocchi, muori. Che se ti aggredisce, e sai che lo farà, non ti basterà scorrere l’elenco telefonico di tutti i santi del Paradiso per farti salva la pelle.

Lemmy suona come se avesse alle spalle una mandria di bisonti. A testa alta, per l’ultima volta. Col solito grugnito dietro il quale non credi si potesse nascondere uno degli uomini più ironici del music-system. Uno pronto a ridere su tutto ma non sul rock ‘n roll, non sulla sua band.

Detto questo, va ribadito che i veri fan della band inglese hanno già tutto quello che è stato infilato qui dentro, dalle storiche God Save the Queen, Jumpin’ Jack Flash e Cat Scratch Fever fino alle più recenti Starstruck dei Rainbow e Sympathy for the Devil. Le uniche eccezioni sono rappresentate, a meno che la memoria non mi inganni (e potrebbe farlo, che spesso non ricordo neppure se ho indossato le mutande) da Rockaway Beach e da “Heroes”, trascinate da Lemmy con la mano ferma di un condottiero dentro le terre di polvere e metallo dei Motörhead.

Per l’ultima volta.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

ELECTRIC PEACE – Greatest Hits 1982-1985 (BigK)  

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Confezione e reperibilità sono abbastanza approssimative per considerarla un’uscita ufficiale ma questa raccolta assemblata personalmente da Brian Kild che degli Electric Peace fu fondatore e unico membro stabile (seppure “stabile” sia uno degli aggettivi più inappropriati quando si parla della leggendaria formazione californiana) è la prima e unica testimonianza del suo gruppo fruibile su supporto digitale e viene pubblicata a quasi trent’anni dalla fine di quell’avventura. Il che mi fa riflettere sul fatto che molto verosimilmente un’intera generazione è cresciuta senza conoscere gli Electric Peace, nonostante lo scenario di brutalità e decadenza metropolitana raccontato da Kild non sia mutato di un solo fotogramma.

Ma anche con i ventenni di allora non correva buon sangue. Le cronache parlano di concerti semideserti che erano più raduni per biker che eventi per le orde di “alternative kids” della zona e di dischi che giravano in poche centinaia di esemplari fra i “carbonari” dell’epoca. Perché su una cosa gli Electric Peace primeggiavano su tutti: essere orgogliosamente fuori da ogni clichè e da ogni stile preconfezionato, riuscendo a tirare fuori un suono imbevuto di acid rock, di swamp-blues, di hard-rock, di rock gotico uguale a nient’altro se non a se stesso.

Un suono che scivolava sopra ogni cosa, come bitume.  

Ogni singolo brano degli Electric Peace era dominato da un perenne, consapevole senso di sfida, di minaccia e di tragedia imminente. Una tragedia che si sarebbe poi consumata, in circostanze e momenti diversi, negli ultimi anni di vita del gruppo. Ma ne parleremo al momento opportuno, ovvero quando a questo primo Greatest Hits verrà affiancato un secondo volume dedicato alle incisioni del secondo quadriennio.

Più che quella della soleggiata e ridente costa ovest americana la musica degli Electric Peace sembrava proiettare l’immagine di una Gotham City dove Batman si faceva largo fra stridori di gomme e sirene di polizia (Sniper on a Rooftop).

Dinamite, bombe, fucili e coltelli (come quello brandito da Tom Dooley nell’omonima murder ballad che chiude la breve scaletta) sono i protagonisti assoluti di Rest in Peace, l’album d’esordio del 1985 qui riproposto per intero assieme a due estratti dall’EP omonimo di due anni più vecchio, alla storica I Think I’ll Die inserita da Greg Shaw sul terzo volume delle sue Battle of the Garages e a sei pezzi da Road to Peace, il formidabile album rifiutato dalla Enigma e che avrebbe dovuto invece segnare il debutto della formazione formata all’epoca da Brian Kild, Greg Welsch e Rick Winward.

Armi, motori, sesso.

Questo era il mondo di Brian Kild e della sua gang. Pure a costo di rimetterci la pelle o di arrivarci vicino.

Puro noir metropolitano.

Pura, delirante vertigine americana.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DOM MARIANI – Popsided Guitar (Citadel)

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Rinnovandosi e riciclandosi all’occasione Dom Mariani è riuscito a spegnere le prime venti candele della sua carriera. Facendo la storia della pop music Australiana,  più o meno.

Da quelle parti, solo gli Hoodoo Gurus sono riusciti a fare altrettanto. In quattro. Cambi di formazione esclusi. Dom è invece uno capace di fare tutto da solo, pur trovando via via i compari adatti ad ogni esigenza. The Stems, Someloves, DM3, Stonefish, Majestic Kelp, Stoneage Hearts fino al suo debutto solista dello scorso anno, tutto qui riassunto su due cd che mostrano le varie facce di Dom: quella di audace maestro del power-pop, quella garage-punk oriented, quella di autore strumentale e quella di classico autore pop/rock. Poca gente ha avuto il dono di saper scrivere canzoni perfette. Lui è tra questi. E mai come ora che il mondo è sull’orlo del baratro abbiamo bisogno di tenercelo stretto.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CREATION – Creation Theory (Edsel)  

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La recente dipartita di Bob Garner dovrebbe aver definitivamente fugato ogni probabilità di un’ennesima reunion, cosicchè Creation Theory, lo splendido cofanetto piovutomi a casa direttamente dalle officine Edsel ha tutta l’aria del documento DEFINITIVO dei Creation, splendida creatura dell’epoca freakbeat inglese autrice di una manciata di singoli e di un unico album parecchi dei quali stampati all’epoca solo in Germania e di due tardivi “rientri in scena” che non ne avrebbero scalfito il mito ma neppure rinverdito i fasti.

I Creation così come li conosciamo noi nascono ufficialmente nell’Aprile del 1966, quando il manager Tony Stratton-Smith impone alla band un repentino cambio di bassista, un nome più moderno ed evocativo e un look in linea con l’eleganza ribelle dei mod. Fino a quel momento i Creation non sono altro che una delle tante band che suona sei giorni su sette per i locali di Londra portando a spasso un piccolo repertorio di canzoni americane. Si chiamano Mark Four e fra un concerto e l’altro hanno il tempo per registrare quattro singoli e pubblicarli su tre etichette come Mercury, Decca e Fontana. Risibili i primi due, già più interessanti i rimanenti man mano che la band decide di abbandonare le cover per dedicarsi ad un repertorio autoctono e di lanciare i primi “flash purpurei” per i quali diventeranno famosi e che sono dovuti all’estroso stile chitarristico di Eddie Phillips.

Il cambio di rotta obbligato da Strat impone però una rapidissima sterzata, sicchè quando nel Giugno del ’66 viene pubblicato il singolo Making Time/Try and Stop Me i Creation sono DAVVERO una band dal suono esplosivo. L’uso creativo del feedback e dell’archetto per violino strofinato sulle corde della chitarra fa di Making Time un pezzo dal fortissimo impatto, esasperato dalla produzione sapiente di Shel Talmy, l’uomo che ha acceso di furia pre-punk canzoni come You Really Got Me, My Generation, All Day and All of the Night, I Can’t Explain. È una canzone dal piglio ribelle, selvaggio, recalcitrante e indisciplinato quanto basta per piacere ai giovani. E i giovani sono il mercato. Strat aveva visto giusto. La replica non tarda ad arrivare e ad Ottobre il secondo singolo supera in arroganza e bellezza quanto fatto quattro mesi prima. Painter Man sfrutta gli stessi trucchi di Making Time, con Eddie Phillips che manovra l’archetto come fosse uno scudiscio sulla carne di un cavallo imbizzarrito mentre Biff, Bang, Pow è una corsa ad ostacoli tra le allora celebri scritte onomatopeiche dei classici telefilm di Batman colorata da un piano boogie e sorretto da una ritmica implacabile. Le cose tuttavia precipitano a gran velocità, nel microcosmo dei Creation. Stratton-Smith e Kenny Pickett lasciano la band uno dopo l’altro costringendo il bassista Bob Garner ad assumere le veci di cantante e a cercare fortuna in Germania dove tirano su alla bell’e meglio, con qualche cover un po’ sciapa di pezzi altrui, il loro unico album. Lo stile del gruppo a quel punto si adatta al timbro soul di Bob producendo canzoni come If I Stay Too Long e Cool Jerk prima di impennarsi sulla pista del montante fenomeno psichedelico con pezzoni come How Does It Feel to Feel e Through My Eyes. La produzione prosegue per tutto il 1968 con continue defezioni ed ingressi (tra cui anche, per un paio di singoli, il futuro Rolling Stone Ron Wood) prima di arrestarsi del tutto. O quasi. Perché quasi due decenni dopo, i Creation serrano le fila reclutando Mick Avory dei Kinks per realizzare un modesto album tronituonante di fiati, tastiere e ritmi da FM che manco la Electric Light Orchestra o i Boston. Talmente brutto o comunque talmente fuori dai “canoni” Creation da venire stampato solo nel 2004. Il rientro in scena ufficiale è invece del 1994, con la vecchia line-up ormai riappacificata e un nuovo contratto con l’etichetta fondata da Alan McGee ispirandosi proprio a loro nella scelta del nome e in parte dei contenuti. L’idea iniziale, ovvero quella di pubblicare un solo singolo che abbia per titolo lo stesso della band e dell’etichetta non solo viene realizzata (e pubblicata infatti col curioso titolo Creation by Creation for Creation) ma superata in corsa dalla registrazione di un intero nuovo album dal titolo Power Surge. A curarne la produzione è lo stesso Alan McGee, gasatissimo dall’idea di avere fra le mani i suoi idoli di sempre, ma il risultato ovviamente non è che un pallidissimo riflesso dei Creation di trent’anni prima e di canzoni memorabili, neppure l’ombra. La corposissima sezione audio di questo cofanetto raccoglie ovviamente tutti e tre gli album e i singoli della formazione, compresi quelli nel primitivo assetto dei Mark Four anche se la vera novità è costruita dalle riedizioni in stereo che occupano buona parte del secondo disco (comunque identiche a quelle uscite in simultanea sull’antologia Action Painting pubblicata dalla Numero Group, NdLYS).

Il DVD che occupa il quinto disco mette invece assieme le storiche apparizioni al Beat Beat Beat che avevano contribuito in maniera determinante al successo della band nel circuito tedesco e due concerti al Mean Fiddler di Londra del ’93 e del ’95 ma anche qui la cosa veramente inedita è una recentissima intervista ad Eddie Phillips registrata nel Marzo del 2017 proprio come commento al contenuto del cofanetto.

L’intera “teoria sulla Creazione” dunque. Fino alla loro estinzione.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

F:A.R. – Mechanics & Music (Nastri ’81-’85) (Again Records/Der Klang/Luce Sia)  

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La prima domanda, in una campagna di ristampe dedicate ai F:A.R., potrebbe essere “perchè partire proprio dai nastri?”. La risposta è semplice. Quella del tape-network fu la pratica di registrazione e distribuzione adottata ufficialmente dal movimento industrial europeo sin dalla metà degli anni Settanta, quando Genesis P- Orridge, in una celebre quanto carbonara newsletter inviata ai suoi adepti, ne formalizzò l’utilizzo come massima forma espressiva del fai-da-te musicale proclamando che tutto quello di cui si aveva bisogno per realizzare un disco non era altro che un registratore per nastri e un microfono a condensatore. Dando esempio di quanto scritto i Throbbling Gristle avrebbero realizzato in quel modo il loro Music from the Death Factory, dando i natali a tutto quello che verrà storicizzato come suono industrial. Poco dopo i T.G. avrebbero ribadito il concetto utilizzando 1150 nastri degli Abba per registrarci sopra 23 esibizioni delle loro performance dal vivo da distribuire dentro 50 valigette ventiquattrore. 

Analogamente, in America, i Residents iniziavano la loro carriera spedendo attraverso il loro fan-club i loro lavori su cassetta.

Le cassette, insomma, erano un modo per stare nel mercato senza fare parte del mercato, per esprimere allo stesso tempo le proprie velleità artistiche ed il proprio disgusto per le “fabbriche” consumistiche dell’arte. Ed era anche una maniera consapevole di allinearsi ad un’etica più “povera” rispetto ai costi (di stampa, ma anche di riproduzione e di spedizione) del dominante mercato dell’LP.

Questa scelta etica ed estetica fu adottata praticamente da tutta la scena industrial. Italia compresa. F:A.R. compresi.

Ha dunque senso partire proprio da lì per ripubblicare in formato digitale le molliche lasciate lungo il cammino da una delle formazioni chiave per la scena rumorista/industrial del nostro Paese. Le rappresentazioni dell’ensemble di Savona erano una vera e propria casa infestata da orchi cattivi e arpie obbligate ad un tormento senza fine di cui l’aspetto “musicale” qui contenuto costituiva solo una parte dell’insieme. I nastri “ripuliti” per l’occasione sono Duello sul cervello, Final Alternative Relation e Lust. Contengono idee di suono e di rumori ora riflessive ed esoteriche, ora brutali e caotiche, insidiose. Del tutto pronte ad accogliere il caos, l’effetto casuale e imprevisto. Reperti sonori della civiltà industriale e dei suoi demoni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomachmouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Jon Savage’s 1967 – The Year Pop Divided (Ace)

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Sequel della bella raccolta dello scorso anno dedicata al 1966, ecco il secondo volume curato da Mr. Jon Savage che, differentemente rispetto alla volta precedente, limita adesso il suo contributo alla scelta delle canzoni e alla stesura delle liner notes di questa straordinaria doppia raccolta. Stavolta dunque niente libro di “supporto” alle quarantotto canzoni scelte tra le tante che segnarono un anno di profonda trasformazione musicale e sociale. L’anno in cui il beat diventa freak, il rock si inacidisce, il soul tramuta in funk e tutta la musica giovane diventa visionaria e multiforme. L’anno in cui il pop si divide, come sottolinea giustamente Savage. La creatività, spesso amplificata dalle droghe, è a livelli stratosferici. Su entrambe le coste dell’Atlantico. E le canzoni scelte dai repertori di 13th Floor Elevators, James Brown, Move, Attack, Byrds, Marmalade, Buffalo Springfield, Rex Garvin, Mickey Finn, Supremes, Third Barbo, Young Rascals, Blossom Toes, Captain Beefheart e le decine di altre lo dimostrano in maniera esemplare ed incontrovertibile.

Non c’è una sola canzone meno che splendida qui dentro.

Ognuna con una sua peculiarità, una sua personalità, un suo peso specifico che la rendono unica eppure universale.

Soldi e tempo spesi benissimo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro