BLITZ – The Complete Blitz Singles Collection (Cherry Red) / THE VIBRATORS – The Indipendent Singles Collection (Get Back)

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Gruppo di punta della storica No Future Records (furono proprio loro ad inaugurarne il catalogo, NdLYS), i Blitz furono una delle formazioni cardine della terza generazione punk britannica, quella che mutuò dalla strada codici, stili di vita, comportamenti.

Questa raccolta mette in fila tutti i singoli della band di Manchester ad eccezione del 7″ EP pubblicato dalla Warning Records ed è quindi documento storico dalla forte valenza cronologica ma sicuramente disomogeneo articolando il suo percorso dallo street punk di pezzi frontali e diretti come Attack o Someone’s Gonna Die fino alle ultime discutibili virate protoelettroniche di pezzi come Bleed Sonar.

Molto più longevi furono i Vibrators, noti soprattutto per essere stati l’oratorio formativo di John Ellis, futuro Stranglers e Purple Helmets ma in realtà autori di una buona manciata di albums e qualche singolo più o meno noto a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, parte dei quali trova posto in questa doppia raccolta. Il titolo in questo caso potrebbe trarre in inganno: sappiate dunque che se cercate pepite come We Vibrate o London Girls oppure piccoli successi indie come Judy Says Automatic Lover dovrete glissare e rifugiarvi altrove (ad esempio tra i solchi della sempreverde raccolta The Power of Money su etichetta Anagram, NdLYS). Qui si parte infatti dal 1980 giù per dieci anni di singoletti indipendenti ma ahimè non tutti all’altezza del mito. Certo, Baby Baby rimane pur sempre un classicissimo ma di pezzi come Everyday I Die a Little o Halfway to Paradise francamente non è che se ne sentisse proprio la mancanza….

                                         Franco “Lys” Dimauro

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JOHNNY THUNDERS – Born Too Loose (Get Back) / NEW YORK DOLLS – Lipstick Killers (ROIR)

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Abilmente “stornate” le note di copertina curata da Nina Antonia (autrice di due biografie fondamentali come In Cold Blood Too Much Too Soon, NdLYS) dalla doppia raccolta dallo stesso titolo pubblicata dalla Jungle lo scorso anno, la Get Back stampa per il mercato italiano Born Too Loose, ovvero la definitiva  (o quasi, perlomeno nella versione integrale inglese in doppio cd e 39 canzoni) collezione di Johnny Thunders la Bambola, lo Spezzacuori, la Tempesta, l’ultimo perdente del rock ‘n roll. Diciamo subito che la versione italiana, spurgata e ridotta a sole dodici tracce, risulta molto più fruibile e forse quindi più adatta a focalizzare piuttosto che a studiare il fenomeno Thunders. Certo, qualche classicissimo si perde per strada (You Can’t Put Your Arms Around a Memory Too Much Junkie Business per esempio) ma di quelle canzoni credo che ogni lettore ne abbia almeno tre versioni custodite a casa. Inoltre, a difesa della versione italiana, possiamo dire che appare un brano altrimenti inedito sul suo fratellone maggiore ovvero una bella, grezza e romantica cover di Can’t Seem to Make You Mine di Seedsiana memoria che ancora una volta ci appende il cuore all’uncino e lo lascia ciondolare al soffitto e una versione in studio di Blame It to Mom preferita a quella catturata live in Svizzera che compare nella scaletta del disco Jungle.

Da rubare assolutamente al vostro negoziante invece la versione digitale di Lipstick Killers, vale a dire le vecchie registrazioni delle New York Dolls del 1972 pubblicate quasi vent’anni fa su nastro dalla ROIR.

Roba primitiva.

Versioni scarnissime di Personality Crisis o Looking for a Kiss, le uniche registrazioni con Billy Murcia ai tamburi che di lì a poco volerà in cielo dopo il breve soggiorno londinese in occasione del concerto spalla ai Faces di Rod Stewart.

Certo manca ancora, qui dentro, il tono devastante che Todd Rundgren imprimerà al disco di debutto così come lo sboccato puttanesco attegiamento imposto loro da Malcolm McLaren , ma questa è una foto ricordo che non può mancare nel vostro scaffale dedicato ai/alle New York Dolls.

Finchè ci si chiederà per l’ennesima volta se mettere il maschile o il femminile davanti al loro nome, il rock ‘n roll sarà ancora vivo e puzzerà come ai vecchi tempi.

                         Franco “Lys” Dimauro

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THE STRANGE FLOWERS – Best Things Are Yet to Come (Area Pirata)  

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Mamma mia quanta roba bella hanno registrato gli Strange Flowers in trent’anni di carriera! Tanta che c’è voluto un doppio CD per raccoglierne qualche badilata. Tanta che anche due CD non sono bastati, ed è molto probabile che il vostro pezzo preferito non ci sia. Però Best Things Are Yet to Come ha una omogeneità paurosa, per essere una raccolta. A dimostrazione che il percorso artistico degli Strange Flowers ha una coerenza ineccepibile.

La musica del gruppo toscano esce, in pieno inverno, vestita di leggeri abiti inglesi. Sfidando il freddo, porta i bambini a vedere il mare. E racconta loro qualche fiaba, soffiandola con grazia dentro la dolce cartilagine delle loro orecchie.

Racconta loro vecchie storie di sottomarini gialli e di cigni bianchi, di pifferai magici, di uomini che possono fare come una tartaruga, tuffarsi fra le onde e pescare perle nel mare per offrirle loro in dono mentre sono seduti sul loro trono di velluto. E ne inventano di nuove. Favole che diventano piccole meraviglie, sogni psichedelici dove piccole e grandi donne sono le protagoniste assolute. Guadano fiumi, si arrampicano su alberi di fragole, rubano arcobaleni. Seguono un bianconiglio che ha ancora fiato per trascinarci in un posto migliore. E che loro, a differenza di noi barbuti misogini, hanno ancora la voglia, il coraggio di rincorrere.  

Best Things Are Yet to Come corona egregiamente non solo la trentennale carriera del gruppo pisano ma celebra ufficialmente la reunion della prima line-up annunciata l’estate scorsa e che ora si può risentire in azione nelle tre versioni inedite di Strange Girl, The Sixth Colour e Goodbye Summer Skies.

Promettono che il meglio deve ancora arrivare. E noi, dopo averli ascoltati, siamo pronti a crederci.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE LA’S – The La’s 1987 (Viper)  

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Dal 1983 al 1990, l’anno in cui finalmente il loro sudatissimo album verrà pubblicato,  i La’s sono prigionieri delle manie perfezioniste di Lee Mavers. Le stesse, per capirci, che a cose fatte porteranno allo scioglimento della band una volta che il loro leader si dichiarerà insoddisfatto del risultato finale, nonostante quel loro unico disco venga annoverato ancora oggi da tanti, me compreso, fra i capolavori della musica inglese degli ultimi trent’anni.

Settimane, poi mesi, infine anni interminabili di prove su prove, registrazioni su registrazioni, tentativi su tentativi pur di scovare il segreto di quel suono vintage che Lee ama lasciare evaporare dai solchi dei suoi dischi preferiti, con apparecchiature sempre più obsolete e compagni sempre nuovi da sfruttare fin che la loro riserva di ossigeno ed entusiasmo non si fosse esaurita: Mike Badger, Jim Fearon, Phil Butcher, Bernie Nolan, Tony Russell, Paul Rhodes, John Timson, Barry Walsch, Tony Clarke, Sean Eddleston, James Joyce, Paul Hemmings, John Power, John Byrne, Chris Sharrock, Barry Sutton, Peter Carnell, il fratello Neil. E una lista altrettanto lunga di produttori.

Considerato il divario esorbitante tra la fama del gruppo inglese e il numero di pubblicazioni ufficiali, la discografia dei La’s si è negli anni allungata con una sterminata serie di dischi messi insieme raccogliendo proprio quei provini e aggiungendo session radiofoniche o esibizioni dal vivo. Senza nulla togliere alle pubblicazioni della loro etichetta ufficiale, gli omaggi più sinceri alla storia dei La’s arrivano sempre dalla Viper, minuscola etichetta liverpooliana anch’essa che alle glorie della propria città ha votato l’esistenza. Prime fra tutte ovviamente i La’s, visto che la label è stata fondata e gestita proprio da due ex (Paul Hemmings e Mike Badger) e che dunque ha la possibilità di avere materiale di prima mano, anche se non sempre di prima scelta.

La nuova uscita riguardante la band di Lee Mavers è, come dice il titolo, concentrata sull’anno centrale nella storia del gruppo. Quello della pubblicazione del primo singolo (elogiato da Morrissey sulle colonne di Melody Maker) e della costruzione del repertorio destinato a riempire il loro primo (e unico) album. Sono tre diverse sessions registrate tra Marzo e Maggio incorniciate tra qualche estratto dal vivo precedente e successivo a quelle. Sono piccoli lampi miracolosi, intrecci perfetti di chitarre jingle-jangle e melodie da festa sulla chiatta del Mersey. Roba per completisti ma poi mica tanto, che ovunque ficcasse le mani Lee Mavers a quel tempo sembrava davvero di poter tifare Liverpool come venticinque anni prima.

Per Natale, regalatevi un po’ di aria di primavera quest’anno. Anche se quel venticello leggero portava in presagio venti di burrasca di cui nessuno allora aveva presentimento.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE PRETTY THINGS – Greatest Hits (Madfish.)  

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La domanda è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 all’100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivarne l’acquisto. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd  vanificandone il già pur flebole prestigio.  

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.     

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?  

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FATS DOMINO – Out of New Orleans (Bear Family)  

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Faccia paciosa e sorridente, un’acconciatura impomatata a taglio vagamente trapezoidale, cravatta, scarpe di vernice, l’immancabile lembo di fazzoletto che fa capolino dal taschino di un impeccabile vestino nero o grigio. L’immagine di Fats Domino è quanto di più lontana dall’archetipo del cantante rock trasandato, appariscente o eccessivo che altri pianisti dopo di lui avrebbero regalato all’immaginario rock ‘n roll (Jerry Lee Lewis, Little Richard, Esquerita). Eppure, inconsapevolmente, quell’uomo dall’aria bonaria ed elegante avrebbe avuto un ruolo pioneristico fondamentale per la nascita del rock ‘n roll. Nell’immediato dopoguerra la musica nera è fondamentalmente jazz e blues. Big band e bluesmen si formano soprattutto nel sud degli Stati Uniti, allietando le giornate degli schiavi. Le radio sono pochissime. E quasi tutte trasmettono musica country. Non esistono ancora star con un colore di pelle diverso dal bianco. Eccetto Louis Armstrong e Fats Domino. Sono loro due i dominatori della scena, i veri eroi del popolo nero che piano piano si fanno spazio nelle programmazioni delle radio, con il loro carico di sporcizia. Fats viene da New Orleans, Louisiana. E ha imparato a suonare il piano guardando all’opera Fats Pichon e Fats Waller e copiando il picchiettio boogie woogie del primo. Uno stile che applicherà alla perfezione su brani come The Fat Man, Good Hearted Man e I’m Ready, tra gli altri, assieme ad una ritmica incalzante (che all’epoca viene definita “dance blues” e che è solo uno dei tanti immissari che confluiranno nell’enorme fiume del rock ‘n roll) e all’immancabile assolo di sassofono. E che è uno, ma non il solo, dei generi con cui Domino si cimenta, inflazionando le classifiche di vendita e piazzando negli Hot 100 ogni cosa che incide, su qualunque lato di un disco. Conquistando alla fine anche il pubblico bianco con ballate come Blueberry Hill, Fell in Love on Monday e la superba Walking in New Orleans che trasforma coi suoi violini una pericolosa passeggiata tra i vicoli voodoo della sua città in una romantica passeggiata lungo la Senna.

Tutto ciò che tocca con le sue mani paffute e che canta con il suo accento creolo, diventa oro, almeno finchè l’apertura delle miniere britanniche ispirate in parte dalle sue fatiche (Beatles su tutti) non distrarrà il pubblico fino a dimenticarlo e a fare del suo catalogo una paccottiglia da vendere nei cassoni in metallo delle edicole, a 5000 Lire prima, a 5 Euro poi. Fregandovi due volte.  

Un peso massimo, anche se avesse pesato la metà.

E del quale vale la pena recuperare, non volendo rischiare di cadere giù dalla tavola surfando sulla sua discografia ufficiale, questo dignitosissimo box pubblicato dalla Bear Family.

Due chili di materiale firmato Fats Domino.

Un peso adeguato a quello di un gigante.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

FUZZY HASKINS – I Got My Thang Togheter (Westbound)  

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Membro attivo del Parlamento Clintoniano (so che capirete) per tutta la prima metà degli anni Settanta (fino al costosissimo delirio del P-Funk Live Earth Tour), Clarence Haskins inteso “Fuzzy” realizzò fra il ’76 e il ’78 un paio di piacevolissimi album a nome proprio per la Westbound portandosi dietro la crema del P-Funk così come l’aveva immaginato George Clinton. Musicisti come Bootsy Collins, Tiki Fulwood, Cordell Mosson, Donald Austin, Boogie Mosson, Bernie Worrell, Jerome Brailey resero A Whole Nother Thang e Radio Active due piccoli gioielli di black  music lieta di contaminarsi con la disco-music e di strizzare l’occhio al gusto pop più sdolcinato (I’ll Be Loving You avrebbe potuto funzionare benissimo anche nel repertorio di Lenny Kravitz o Temple of the Dog, tanto per dire, NdLYS). Sempre con grandissimo stile e un tiro grasso e funk, come dimostrano Cookie Jar, Thangs We Used to Do, The Fuz and Da Boog, Which Way Do I Disco, Not Yet, I Can See Myself in You dove riesce a togliersi anche qualche sassolino dalle scarpe sul trattamento riservatogli da Mr. Clinton (che ad un certo punto decise di tenere fuori dai suoi dischi le canzoni scritte da Haskins). Rinnegati in parte dallo stesso Fuzzy per via di certi contenuti non proprio “evangelici” dopo la sua conversione religiosa che lo portò a diventare predicatore battista, la Westbound li ripubblica adesso quasi per intero su questa bella raccolta di sedici brani che può farvi conoscere, se non ne avete mai letto il nome, uno dei migliori autori e musicisti neri degli anni Settanta.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE UNDISPUTED TRUTH – Nothing But the Truth (Kent)  

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La scelta di Norman Whitfield, l’autore cui era toccato in sorte di riempire in casa Motown il vuoto creativo lasciato da ben tre autori (i fratelli Eddie e Brian Holland e Lamont Dozier), di spostare la direzione del repertorio dei suoi pupilli Temptations verso le terre (quasi) vergini del soul psichedelico non provocò grande entusiasmo tra le fila della formazione di Detroit, suscitando un malcontento che culminò con la defezione di Eddie Kendricks e Paul Williams, per niente a loro agio nei nuovi vestiti creati dal sarto della Motown.

Eppure su quel repertorio Whitfield crede tantissimo. Tanto da mettere in piedi dal nulla una formazione nuova di zecca cui affidarlo, sovrapponendo per qualche anno il repertorio dei Temptations a quello loro e creando dei duplicati d’autore con l’ausilio dei migliori turnisti della casa (e anche di una primitiva e dozzinale drum machine chiamata Bentley Rhythm Ace sul terzo album, NdLYS).

Le due ragazze vengono reclutate tra le coriste più talentuose dell’etichetta madre mentre il cromosoma Y viene garantito da Joe Harris dei Fabolous Peps. Nessuno di loro sa suonare uno strumento, ma la loro miscela di voci è perfetta per quello che Norman ha in mente.  

Con questa formazione a tre gli Undisputed Truth incidono tre dischi fra il ’71 e il ’73, tutti qui raccolti in questa doppia ristampa targata Kent e usciti in origine su etichetta Gordy, una delle quattro divisioni principali in cui è strutturato il grande catalogo Tamla-Motown. Il successo vero sarebbe arrivato solo più tardi, con la band adeguatamente acconciata per fare il “salto” verso la pista da ballo, ma questi tre album di pop-soul con dentro versioni sgargianti di Ball of Confusion, Smiling Faces Sometimes, I Heard It Through the Grapevine, Feelin’ Alright, With a Little Help From My Friends, Papa Was a Rollin’ Stone, If I Die, Big John Is My Name, Law of the Land, Brother Louie e più convenzionali stomper northern-soul come You Got the Love I Need o inni hippie (adesso) un po’ ammuffiti come California Soul e Aquarius rimangono fra le perle del soul che trasmutava dal nero al colore arcobaleno.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LYRES – Lost Lyres (Munster)  

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Il materiale è stato già pubblicato dalla Matador in due riprese ma si tratta in ogni caso di materiale storico oltre che bellissimo. Sono le registrazioni in studio dei Lyres del 1980, destinate in parte ad un mini-Lp poi mai uscito. I Lyres hanno ancora pubblicato solo un singolo e, fin alla pubblicazione dell’album di debutto del 1983, resteranno un gruppo di nicchia, ascoltato solo dai pochi che grazie al lavoro delle formazioni della costa Ovest come Unclaimed e Crawdaddys stanno aprendo gli occhi sul mondo del recupero della musica beat dei Sixties. Rispetto a quelle, il suono dei Lyres fa leva sul suono ossessivo ed infetto dell’organo, sullo stile dei Mysterians e del Sir Douglas Quintet, primi punti di riferimento della band prima di spostarsi sui suoni europei di gruppi come Kinks e Outsiders.

Un bellissimo viaggio nei Lyres “perduti”. Perché dei Lyres non ne ho mai  abbastanza. Voi si?

 

                                                                                  Franco “LYreS” Dimauro

 

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