THE A-BONES – Daddy Wants a Cool Beer (Norton)  

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Per festeggiare i venti anni di carriera gli A-Bones aprono il frigo e offrono da bere a papà. Due fusti pieni di luppolo spumoso, con tutto il retrogusto vintage che potete immaginare quando a spillare ci sono Billy Miller e sua moglie Miriam Linna. Che suonano sollevando schiume di Troggs, Charlie Feathers, Link Wray, Beach Boys, Flamin’ Groovies, Raiders, Sonics, Bo Diddley, Andre Williams, Trashmen, Esquerita, Sir Douglas Quintet, Kingsmen urlando e strepitando come fossero la resident-band del bowling dei Flintstones (ascoltate la We’re Gonna Get Married suonata assieme alle 5.6.7.8’s per visualizzare quanto scritto, NdLYS).

Gli A-Bones suonano illudendoci che le feste ai campus universitari siano perenni. Tanto da restarci chiusi per cinquanta anni e non essere più usciti dalla sala, flirtando praticamente con due generazioni di uomini e donne. Mentre sul palco twist, rock ‘n’ roll, R ‘n B e garage-punk si mangiano le assi.

Daddy Wants a Cool Beer mette in fila quarantasei canzonacce pubblicate su singoli, compilation, dischi-tributo e altre frattaglie. E che frattaglie, Dio Bones.

Una birra fredda qui, per favore.

Bionda.

In coppa C.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MC5 – Thunder Express (Jungle)  

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La Skydog/Jungle continua a riproporre periodicamente una nuova edizione di Thunder Express, pruriginoso live album degli MC5. L’ultima versione esce in studiata sincronia con MC50, il tour che ci ricorda quanto gli MC5 e il pubblico siano invecchiati e quanto Wayne Kramer sia assetato di denaro. Non ho visto nessun video del loro (loro? Loro chi? NdLYS) tour geriatrico, che già al concerto sponsorizzato Levi’s di quindici anni fa sembrava di stare dentro un film di Romero, per cui mi rifaccio le orecchie con questa bella foto d’epoca che ritrae la locomotiva di Detroit con ancora la caldaia che sbuffa vapore e le ruote d’acciaio che mordono i binari. Quattro tracce registrate ad un passo dallo scioglimento e un soffio dopo la scarcerazione di John Sinclair, catturare durante uno show televisivo francese del Marzo 1972 col Steev Moorhouse alla sua prima uscita pubblica dopo essere stato chiamato a rimpiazzare Michael Davis e le quattro sides dei due 45 giri che anticipano il contratto con la Elektra e l’uscita del primo stordente album.

Canzoni grigio-ferro.

Limatura hard e punk che copre il rock ‘n’ roll come polvere di piombo.

Questa nuova edizione esce su uno splendido vinile verde e rosso, con i dieci punti programmatici del White Panther Party stampati in chiaro sulla busta interna. Come se la rivoluzione fosse ancora dietro le porte. Mentre invece siamo tutti in lotta per null’altro che cinque minuti di notorietà: Warhol batte Sinclair 10 a 1.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Proiettili (Rock Impresa)  

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Un disco punk finanziato dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, dal Fondo Sociale Europeo e dal Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Stampato in 500 esemplari distribuiti gratuitamente (salvo poi essere rivenduti online o nelle fiere a prezzi esagerati da qualche stronzetto che di punk ha solo l’adesivo dei NoFX sullo scooter, NdLYS) senza transitare dai negozi. Siamo quasi al situazionismo istituzionale. Sicuramente davanti al gesto punk più clamoroso fatto in Italia negli ultimi venti anni.

I soldi li mette il governo (ladro). La manodopera invece ce la mette MickPunk, al secolo Michele Ballerini che allestisce una bellissima raccolta-manifesto dedicata alla musica underground italiana del periodo 1977-1987. Storie di criminali scarsamente organizzati ma, adesso, legalizzati. Si va dai Sorella Maldestra di Vercelli ai Lonely Boys di Porto Sant’Elpidio, dai Luti Chroma di Bologna ai Klaxon di Roma, dagli Andy Warhol Banana Technicolor di Pordenone ai Savage Circle di Alassio a una dozzina di altre band ormai sbiadite nella memoria.

Cronache da un’Italia trasversale che fermentava come mosto nelle cantine di mezzo stivale portando con se un’idea di ribellione fiera, spavalda e non ammaestrata. Pagine di una storia underground che vomitava contro il regime e l’omologazione che rilette adesso potrebbero sembrare distanti anni luce anche a quelle poche migliaia di ragazzi che le scrissero allora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GL*XO BABIES – Dreams Interrupted (Cherry Red)  

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Non so chi sia l’autore della traduzione, che la Cherry Red si guarda bene da citare sia il suo nome che la fonte originaria (Piero Scaruffi, NdLYS), ma la gioia di stringere fra le mani questa bella raccolta dei Bristoliani Gl*xo Babies viene ridimensionata non appena si apre il booklet, scorrendo frasi illeggibili come “where flebili noises of foundation disturb a stentoreo rhythm” o “the only suggested tribalismo è but the emphasis is moved on the hidden rituali” che neppure l’Ufficio Sinistri della ItalPetrolCemenTermoTessiFarmoMetalChimica di fantozziana memoria avrebbe mai potuto partorire.

Meglio avrebbero fatto a questo punto affidarsi a Mr. Bean e far tesoro del suo silenzio e risparmiarci questa introduzione dislessica lasciando parlare direttamente la musica dei Gl*xo Babies o Glaxo Babies che dir si voglia (la “a” verrà oscurata  per evitare problemi con l’omonima casa farmaceutica, l’adesso famosa gsk produttrice fra l’altro del Voltaren®, dalla stessa loro label in occasione dell’uscita della raccolta Avon Calling, NdLYS), cani sciolti del punk d’avanguardia costretti a suonare con larga approssimazione il repertorio di band come Clash e Sex Pistols per accontentare un pubblico già incancrenito che reclamava a gran voce i “grandi successi” del punk da sotto il palco e a dover abdicare prestissimo dalle scene privandoci del loro sconcertante amalgama fra i Chrome e gli Chic subito dopo aver pubblicato il loro unico album, lasciando appunto il “sogno interrotto” come viene giustamente intitolata questa raccolta che mette insieme i pezzi dei primi singoli, Peel Sessions, improvvisazioni live. Alla faccia delle vostre White Riot e delle vostre Anarchy in the UK, che tanto alla fine siete finiti come tutti a guardare le sit-com in tivù e a portare i figli nelle scuole del regime, qualunque esso sia.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE FALL – Fall’s 58 Golden Greats (Cherry Red)  

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Quel gran figlio di puttana di Mark E. Smith ci ha avvelenato tutto il 2018, tirando le cuoia a Gennaio.

Ora la Cherry Red prova ad allietarci almeno il Natale, proponendoci di sostituire il classico vassoio di canditi della nonna con una guantiera con 58 cioccolatini al veleno, in carta color oro.

58 Golden Greats ripercorre tutta l’intera carriera dei Fall, dal manifesto programmatico Repetition del ’78 fino all’ultimo album New Facts Emerge che, come tutti i trentuno che lo hanno preceduto, ha tenuto fede a quel manifesto, a quell’idea, senza mai tradirla per un solo istante.

Arriva un po’ in anticipo rispetto al Natale, forse perché dopotutto Fall significa anche autunno. E quindi alla fine ha rispettato la sua, di puntualità, fregando Santa Claus. Arriva intrattenendo giovani e vecchiette, parlando anche del Papa. Con lo sguardo torvo metà intellettuale, metà psicopatico.

Arriva quando è già andato via.

Voi per Natale fate un po’ come cazzo volete.

A lui di certo non glien’è mai fregato in vita, figuratevi adesso.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

LUCIO DALLA – Duvudubà (Sony Music)  

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https://twitter.com/francescoassisi/status/175179782793867266.

Con questo Tweet postato alle ore 12.24 dell’1 Marzo 2012 i frati francescani della basilica di San Francesco d’Assisi danno al mondo intero la notizia della morte di Lucio Dalla, cogliendo il mondo alla sprovvista. Nessuno ha ancora diramato la notizia, neppure le agenzie di stampa: Lucio Dalla ha stupito tutti ancora una volta, suo malgrado.

Quel giorno la musica italiana perde il suo gremlin dispettoso. L’artista che ha dato un senso tutto suo alla musica d’autore italiana, trovando una strada che non fosse quella già tracciata dai cantautori francesi o americani e neppure quella asfaltata e comoda che si fermava spesso negli autogrill della canzone melodica. Un artista che si adatta a tutti gli abiti di scena, da quelli jazz a quelli a quelli bitt, da quelli della romanza a quelli del prog a quelli della canzonetta, da quelli del barbone (è così che si veste, mendicando addirittura davanti alle porte dell’Ariston, quando lo chiamano a partecipare a Sanremo) a quello dell’elegante artista venerato dal popolo come un piccolo Napoleone peloso, scoprendo via via che gli stanno stretti tutti.

Quel Primo Marzo dunque l’Italia si sveglia più povera. E di molto.

E siccome in Italia le celebrazioni dei morti non finiscono mai, ecco arrivare l’ennesima commemorazione. Duvudubà, l’onomatopeico titolo scelto come omaggio allo “scat” tanto amato da Dalla e che ne caratterizzerà il personaggio al pari dei suoi occhialetti rotondi, riavvolge nuovamente il nastro sulla carriera del cantautore bolognese (saltando però a piè pari le prime produzioni degli anni Sessanta) regalandoci, oltre a materiale poco conosciuto, anche un inedito assoluto: Starter è una canzone priva di un vero e proprio gancio melodico, di un ritornello, di un volto riconoscibile. Rotola sulla schiena spinta da una voce da orso su un morbido tappeto elettronico fino a concedersi ad un assolo di sassofono che è simbolicamente l’abbraccio finale di Lucio al suo pubblico e a se stesso, alla sua storia. Così piace pensarlo a noi che siamo uomini piccoli e romantici facili alla commozione quando è invece più verosimile si trattasse di uno dei tanti burattini di legno cui Lucio si dedicava tornando di tanto in tanto a soffiargli il soffio della vita perché camminasse da solo. 

La rimasterizzazione dei 70 pezzi (quella a 192 kHz dell’Archivio del Suono che recentemente ha “ritrattato” tra gli altri i cataloghi di Battisti e De André e che attraverso un processo di ridigitalizzazione dovrebbe riportare la qualità dei master alla qualità originaria da studio, anche se va detto che il risultato, pur eccellente,  viene in parte neutralizzato dalla normale riproduzione domestica, NdLYS) rende giustizia alle canzoni già magnifiche degli anni Settanta, rendendo gli abissi di Com’è profondo il mare ancora più abominevoli e il basso de La signora un martello che ci inchioda al nostro perbenismo di facciata, alla nostra croce borghese da portare in processione lungo la nostra via crucis quotidiana. Nonostante la cospicua cornucopia di canzoni, restano infatti quelli lanciati nel camino della musica italiana tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta i ceppi con cui Dalla ci ha scaldato di più e meglio. E  difatti più di un terzo della scaletta si risolve in quel cinquennio formidabile che ci portò in dono canzoni come Cara, L’ultima luna, Disperato erotico Stomp, Futura, La sera dei miracoli, Milano, Stella di mareIl cucciolo Alfredo, Quale allegria, Anna e Marco, Cosa sarà scivolando poi nelle inevitabili Caruso, Piazza Grande, Ciao, Attenti al lupo, Vita e Se io fossi un angelo che tanto piacciono alle mamme e ai bambini facendo di Lucio Dalla uno dei veri artisti trasversali della storia della musica popolare italiana.

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PETER SELLERS AND THE HOLLYWOOD PARTY – Early Years 1985-1988 (Spittle)  

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Le coordinate orizzontali e verticali sono Chaotic Shampoo & Strange Rock ‘n’ Roll di latitudine e Spun Out of a Mind di longitudine. Come altitudine potremmo indicare The Devil and the Moon. Ma è un’altitudine variabile, come quella dei palloncini.

Dentro questa mappa dovreste trovare la magnifica residenza storica dei Peter Sellers and The Hollywood Party, una sorta di castello fatato nel cuore della Milano da bere. Nei suoi cortili quattro paggetti dai nomi improbabili vivono al riparo dal caos che uccide la città, facendosi scudo con un soffice folk-rock che ha la stessa filigrana un po’ matta di quello di Syd Barrett e di Robyn Hitchcock, mascherandosi da giullari di una corte inesistente con in testa una parrucca alla Brian Jones o un cappello piumato da bardo del Dylan del Rolling Thunder Revue, storpiandone le parole, imitandone il passo.

Se siete vissuti in quegli anni, in quei luoghi, dovreste ancora ricordarvene.

Early Years racconta oggi ai neofiti quella storia, anzi una parte di essa. Sono gli Hollywood Party “minori”, quelli che rimbalzando da una raccolta all’altra, da una demo ad una partecipazione fanno tanto di quel chiasso da far girare la testa anche a chi è distante da lì.

Peter Sellers and The Hollywood Party diventano una delle formazioni più stimate del neo-Sixties italiano. Ne rappresentano l’ala più morbida e anglosassone, scrivendo cose bellissime come e più di quelle che ho citato in apertura. Poi scompaiono, dilenguandosi in un nulla che solo il rientro in scena di qualche anno dopo ha reso meno romantico, mostrando i limiti umani di queste creature che noi credevamo discendenti da Odino o da qualche altro Dio.

Early Years è la mappa per ritrovare la magia di quella favola. Per chi come noi l’ha vissuta in bilico tra epica e realismo. Per chi era appena nato allora e oggi ha poche favole da sfogliare. Per chi non era nato ancora e magari ne scriverà altre ugualmente belle, ugualmente ricche di immagini floreali, scritte in carta increspata e inchiostro simpatico come questa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro