THE ROLLING STONES – Out of Our Heads (Decca)    

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Il graduale processo di personalizzazione del repertorio e di fiducia nelle proprie abilità di compositori e non solo di interpreti passa attraverso un anno cruciale per il gruppo britannico: il 1965.

La tripletta di singoli di quell’anno, tutti firmati da Mick Jagger e Keith Richards (The Last Time(I Can’t Get No) Satisfaction e Get Off of My Cloud), sono la testimonianza di una scrittura sempre più graffiante in grado di competere con le canzoni degli amici-rivali Beatles in termini di successo e popolarità.

Il 1965 è l’anno in cui, emblematicamente, scompare anche l’“entità” Nanker Phelge utilizzata per autografare le canzoni scritte dalla band, seppellendo di fatto la prima parte della vicenda Stones.

Il momento è dunque propizio per dare il via all’assalto del mondo.  

Tuttavia, quando si tratta di mettere insieme il loro terzo album e a spregio di un titolo che lascia presagire chissà quali ingegni la band e il loro manager preferiscono essere prudenti, affidandosi ancora una volta al repertorio altrui e riservando a se stessi le “note a margine” di un disco che è soprattutto un omaggio alla musica soul ed R&B.

Dentro ci sono Sam Cooke, Don Covay, Marvin Gaye, Salomon Burke, O.V. Wright, Barbara Lynn, Larry Williams e l’eroe di sempre: Chuck Berry. Presenti nei loro vestiti più eleganti, tra l’altro (meglio faranno, con repertorio similare, i Pretty Things del dimissionario Dick Taylor, NdLYS).

E pochi Rolling Stones.

Sono brani perlopiù trascurabili, considerata la potenzialità espressiva testata sul piccolo formato, con un Brian Jones rannicchiato in un angolo dello studio a fare ancora una volta la sua smorfia Nanker e ad inghiottire le pillole che la mamma gli ha vietato.    

Mamma mamma, ho comprato un disco di musica nera.

Però c’ho messo la varicchina.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

   

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THE STEPBROTHERS – Baby It‘s Over (Licorice Tree)

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Per chi come me si divertiva un casino a spernacchiare ebete sui dischi dei Raunch Hands fa un bell’effetto ritrovare Mr. Mike Mariconda. È come imbattersi dopo anni in un vecchio amico di bevute, seduto allo stesso tavolo con la solita pinta di bionda, con lo stesso sguardo depravato appiccicato alle chiappe delle avventrici. Folle e felice come lo avevi lasciato tanti anni fa. Detto del passato, parliamo del presente: che è questo disco degli Stepbrothers. Una devastazione assoluta, r ‘n r sciolto nel soul (grande la cover di Going Back to Miami suonata come lo farebbe King Khan), nell’hard-boogie, nel garage punk, nel beat. Bastardo e potente come solo le canaglie possono suonarlo. Dio protegga Mike Mariconda e il suo fottuto rock ‘n roll. Questo è il disco di cui avete bisogno.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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BARRY WHITE – Boss Soul (Vampisoul)

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Accanto alla Harmless di Quinton Scott, la Vampisoul si sta delineando come la più attenta label di reissues di musica nera e meticcia in attività. Un catalogo che puzza di R ‘n B bastardo, percussioni latine e soul da giungla africana. Boss Soul si fa peso di mostrarci le origini musicali di mr. Barry White, il ciccione che salvò la vita ai Fun Lovin’ Criminals e a qualche altro migliaio di anime e che incrementò la fertilità ai bordi delle piste che nei ’70 scoppiavano dei suoi lentoni da pomicio. Prima di diventare il crooner # 1 della Disco e di mettere su tanti chili da far sciogliere sotto i riflettori, Mr. White era uno dei più quotati autori soul della scuderia Del-Fi, fucina di pachukos virtuosi come Ritchie Valens, Chris Montez e Trini Lopez. Era infatti canone sacro per ogni etichetta black avere nel proprio roster, oltre che a talentuose ugole, un buon numero di autori e produttori di fiducia. Erano loro la “squadra” in grado di creare lo stile dell’etichetta. O addirittura farne una Hitsville, come accadeva a Detroit dietro i vetri della Motown.

Fu dunque al 6277 della Selma Av. di L.A. che Barry White dopo le incerte partenze come vocalista di Valentino & The Lovers, cominciò a creare il suo stile e ad affidarlo a gente come Viola Wills, Felice Taylor, Johnny Wyatt quest’ultimo forse vocalmente il più adatto a focalizzare il sound pieno e rotondo delle produzioni di White qui riassunte in 16 tracce di buon R ‘n B trafugate dagli armadi scardinati di labels come Downey, Bronco e Mustang.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE ANIMALS – The Animals (Columbia)

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Nei primi anni Sessanta, la vocazione preferita dai giovani musicisti britannici sembra essere quella di rendere eruditi i coetanei sulla storia della musica nera.

Una missione condivisa da Rolling Stones, Yardbirds, Animals, Them, Pretty Things e, in misura minore, Beatles.

Gli Animals nascono proprio con quell’intento, sposando le buone intenzioni dell’Alan Price Combo con l’ammirazione sfegatata di Eric Burdon, all’epoca cantante nei misconosciuti Pagans, per John Lee Hooker.  

Il primo album, messo in piedi quando le pressioni commerciali di Mickie Most non hanno ancora preso il sopravvento, è un manuale sul blues ad uso e consumo del pubblico inglese che si apre narrando le gesta del Dio Diddley.  

C’è pochissima farina del loro sacco e ce ne sarà ancora meno nella versione pensata per il pubblico americano. Si tratta di una carrellata di cover rubate al repertorio di Fats Domino, Chuck Berry, Bobby Troup, Larry Williams, John Lee Hooker che fanno leva sull’organo di Alan Price e sulla voce intensa e baritonale di Eric Burdon il cui potenziale drammatico sarà sfruttato in pieno nella rendition di House of the Rising Sun imposta da Most come secondo singolo che sbaraglierà la concorrenza e costringerà i Beatles a mollare l’egemonia e il predominio nella classifiche di vendita dei singoli di quell’anno.

Gli Animals sono ancora dei cuccioli, e sono già entrati nella leggenda.

Suonando la musica degli zii d’America e rivendendo agli Stati Uniti la stessa merce che avevano importato per poche sterline.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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? AND THE MYSTERIANS – The Best of ? and The Mysterians (ABKCO)

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Grande messe di ristampe del catalogo Cameo-Parkway da parte della ABKCO, autrice negli ultimi anni di preziosissimi repackaging di Rolling Stones e Animals, tra gli altri. La Cameo e la sua consociata Parkway fu una delle labels di punta della scena del Michigan dei primi anni ’60, soprattutto una volta assicuratisi i servigi di Chubby Checker, ovvero il re del twist in persona. Uno dei loro migliori investimenti fu quello di acquisire i diritti di ristampa di un oscuro 45giri pubblicato dalla Pa-Go-Go da un gruppo di chicani dal nome assurdo: ? & The Mysterians. Il pezzo era 96 Tears e state certi che se macinate le strade del rock con frequenza, vi ci siete imbattuti di certo in qualche pit stop.

Magari sfogliando le pagine di Nuggets, oppure su QUEL vecchio disco dei Suicide, o magari in qualche live-show dei Prisoners. Un giro elementare, semplice ed ossessivo di tastiera Thomas e sopra la voce androgina di Rudy Alvarez che augura alla sua donna di versare 96 lacrime (69, in origine….ma i tempi non permettevano sempre simili allusioni, NdLYS).
Neppure troppo geniale se vogliamo. Ma quel pezzo diventò il tormentone beat di quella seconda metà dal ’66, schizzando direttamente al numero uno delle Billboard charts. Dietro gli occhiali color fumo Rudy si godeva il suo attimo di gloria, inventandosi il suo atterraggio da Marte e sfruttando la formula per i suoi numeri successivi. Ovvero una manciata di singoli e due albums che sono, a mio giudizio, due dei migliori party-albums mai realizzati ora raccolti per intero su questa raccolta, con l’aggiunta di un paio di versioni inedite e stereofoniche di Midnight Hour e 96 Tears. Manca solo, ed è un peccato, quella Beachcomber realizzata sotto il monicker The Semi-Colons all’alba del 1967.

Quello dei Mysterians era una sorta di funk disidratato, accucciato sulle tastiere, talmente disadorno da risultare punk. Non nella forma ovviamente, che era quella di un soul-beat ammiccante, quanto piuttosto nell’attitudine. Non per niente 96 Tears sarebbe diventato un classico minore prima che per i seguaci del neogarage degli anni ’80, per la generazione punk/new-wave. Una sorta di archetipo. Una formina perfetta per costruire canzoni circolari e strafottenti. Gli Stranglers e i Soft Cell, oltre ai Suicide di cui abbiamo detto, ne faranno tesoro. Formidabili i grooves R&B di pezzi come I Need Somebody, Smokes o Girl (You Captivate Me), con l’organo sugli scudi e il cantato sottilmente perverso di Rudy così come il boogaloo bavoso di Hangin’ on a String ma è il suono “d’insieme” a farne dei classici, anche quando l’asse si sposta in territori da intrattenimento jazz (Stormy Monday, Set Aside) o di classico call-and-response nero (come nella cover di Shout! degli Isley Brothers). Se non possedete i dischi originali o se, come nel mio caso, vi interessa comunque averne una copia digitale da portare con voi ad ogni festa, non sottraetevi a questa lusinga.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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REDSKINS – Neither Washington Nor Moscow… (London)

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Il tempo ha inghiottito Chris Dean e i suoi Redskins ma grazie a Dio anche di quella mummia della Tatcher e di quell’attorucolo col culo a forma di Pentagono di Ronald Reagan non resta oggi molto se non qualche icona arrugginita di quegli anni Ottanta in cui si consumò la vicenda di una delle più grandi combat-rock bands di sempre.

Un album, un solo album e una manciata di singoli il patrimonio IMMENSO che i Redskins lasciarono al mondo. Era soul music dipinta con le tinte rosse del socialismo internazionale quello che ribolliva nel sangue del terzetto londinese. Roba che accendeva le masse, all’epoca. Al pari della chitarra-mitraglia di Billy Bragg, delle rasoiate clashiane degli Easterhouse, del punk spigoloso dei Three Johns e delle apparentemente inoffensive canzoncine degli Housemartins. Testi che erano veri e propri bollettini sindacali (le rivoluzioni operaie evocate su It Can Be Done! e gli appelli all’associazionismo spontaneo e politico di Go Get Organised!, Unionise o Bring It Down! ne sono i più fieri, ma non gli unici, manifesti, NdLYS) e sotto il R ‘n B che divampava letteralmente, sciogliendo le sagome dei conservatori e dei padroni di tutto il mondo (sull’onda emotiva delle rivoluzioni operaie russe e tedesche descritte sulla potentissima It Can Be Done!).

Non so quante coscienze abbia realmente ridestato questo disco ma mi piace pensare che siano state migliaia. E che abbiano gioito a “tirar giù le statue” al suono di questa band.

Riottose, incazzate (trovatemi un elenco di pezzi con altrettanti punti esclamativi se ci riuscite), esuberanti, fiere ed intransigenti le canzoni dei Redskins restano le più belle protest-songs uscite dall’Inghilterra tatcheriana, mosse da una urgenza e una rabbia sincere, viscerali, pure. Desiderio di riscatto per una classe operaia assetata di ri-equilibrio sociale. Le stesse classi proletarie ora ammansite dalle tribune elettorali in diretta tv ad ogni ora del giorno e che votano a destra perché nessuno più li rappresenta, ne’ il sindacato, ne’ le cooperative rosse, ne’ le autonomie operaie, ancor meno i partiti. Neither Washington Nor Moscow… è un mitra caricato a cartucce di soul music, rock ‘n roll e R ‘n B e puntato alla testa delle classi dirigenti, dei politici guerrafondai, dei pescicani arricchiti sul sudore della classe operaia, delle teste di cazzo messe a capo delle aziende e asservite ai padroni. Musica belligerante e militante, animata da quell’utopia stradaiola e “dal basso” che rimarrà per sempre un’illusione irrisolta di parità sociale (soprattutto oggi, in Italia, con la Sinistra antagonista completamente fuori dal gioco parlamentare, NdLYS) ma con la quale è bello ancora adesso vestire i nostri sogni.   

 

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro
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REDSKINS – Epilogue (Insurgence)

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Una storia breve ed intensa. Troppo breve. E troppo intensa.

I Clash chiusi dentro le mura della Stax.

Soul-punk da far sanguinare ogni buco del corpo.

I Redskins furono il fuoco che bruciò l’Inghilterra dei medi anni Ottanta.

Un’Inghilterra che divampava già delle fiamme rosse di Billy Bragg, Easterhouse, Chumbawamba, Three Johns ma che i Redskins riescono a colorare con un’intensità da fiamma ossidrica.

Un solo album, qualche singolo e centinaia di concerti, molti dei quali gratuiti. Poi il gruppo si sfascia. Per sempre.

Epilogue riapre quel libro di storia. Ci sono i primi due singoli per intero, i primi provini per la Decca, un paio di tracce live (Don‘t Talk Me About the Weather e The Most Obvious Sensibile Thing) e tre registrazioni casalinghe dei No Swastikas, la band skin che sputava in faccia ai nazi e da cui sarebbero nati i Redskins.

Se siete passati da quegli anni senza averli mai sentiti dovreste chiedervi a quale categoria animale appartenete. Se non c’eravate ancora, eccovi un cartoccio di avanzi per cominciare ad annusare il loro sangue.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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IKE & TINA TURNER – Nutbush City Limits (United Artists)

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Nel 1973, dopo aver piazzato in Top Ten la loro versione di Proud Mary, aver fatto strabuzzare gli occhi a Ed Sullivan, aver vinto il Grammy Award come miglior gruppo R&B, aver aperto per tutte le date americane dei Rolling Stones per i loro tour del ’66 e del ’67, dopo 14 anni di sesso, legnate e cocaina, la storia artistica e privata di Ike e Tina Turner sta per chiudersi.

Dignitosamente la prima, molto meno la seconda: Tina ha tanti di quegli ematomi che non si troverebbe lo spazio per darle un pizzicotto, la cartilagine nasale forata dalla coca e la sua dignità a pezzi, costretta ad umiliazioni sessuali sempre più pesanti, sia quando Ike si dedica al suo corpo, sia quando la costringe ad assistere alle sue orge con le Ikettes oppure quando le impone di fare una fellatio alla sua chitarra mentre lui posa le sue mani sudice sulle più belle curve femminili della soul music.

È arrivata al limite, non solo quello geografico della sua città alla quale dedica Nutbush City Limits: bellissima, con una chitarra sporca e glam (pare, anche se nessuno lo ha mai accertato, suonata da Marc Bolan) e un’altra morbidamente annegata nel wah wah. E poi fiati, campanelli, un assolo di synth spaziale e un giro di basso che contiene tutti i Red Hot Chili Peppers. Quelli con i calzini sul pisello, si capisce. Non quelli con il pisello nei calzini.

Erotico e funky, porterà il duo più sexy della storia della musica nera per l’ultima volta in classifica. Tina scapperà dal suo incubo qualche anno dopo, con in tasca pochissimi centesimi, grandi ambizioni e quella canzone che diventerà uno dei primi pezzi del suo repertorio solista e uno dei classici della sua carriera.

Sarà anche il pezzo con cui Brian Johnson convincerà gli ACϟDC a reclutarlo tra le loro fila al posto di Bon Scott, ma questa è un’altra storia, come quella del ballo (il Nutbush, appunto) che dalle mosse feline di Tina prenderà il nome.  

Nutbush City Limits sta dentro l’album omonimo, ancora pieno di quel “sound da terremoto” cui Little Richard ha dichiarato ostilità solo un anno prima, sulla sua The King of Rock ‘n Roll.

Il piccolo Richard perderà la guerra, ovviamente.

Perché Nutbush è un disco dove la black music è cosa viva, sia quando si infila nelle mutande sporche di soul di Sam Cooke (la vibrante That‘s My Purpose scritta sempre da Tina) o di Otis Redding (Drift Away di Dobie Gray), sia quando strapazza il sexy-funk di James Brown (Make Me Over) o quello torbido di Sly Stone (Daily Bread), quando gioca col ritmo serrato del rock ‘n roll sulla nuova versione della spectoriana River Deep, Mountain High o quando, come nella title track o nella conclusiva e gemella Club Manhattan si sporca con il suono urbano della metropoli americana tracciando i confini del R ‘n B moderno.

Dal vivo la Ike & Tina Turner Revue è la cosa più travolgente che pesta il palco.

Otto colonne di carne che si bagnano mentre la band tira fuori il suo soul groove.

Otto colonne di carne turgida. E sono tutte di Ike. 

Nel 2002 quindici chilometri della Route 19 che collega Nutbush a Brownsville saranno battezzati “Tina Turner Highway”: dopo cento metri c’è già la prima curva….

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro  

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