BOB MARLEY & THE WAILERS – ‘Natty Dread’ (Tuff Gong)  

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Il tour di supporto a Burnin’ è l’ultimo atto ufficiale del triumvirato Marley/Wailer/Tosh (un atto già monco, in realtà, con Bunny Wailer sostituito sul palco con Joe Higgs, NdLYS). ‘Natty Dread’ è dunque a tutti gli effetti il primo disco “solista” di Bob Marley, realizzato come tutti col preziosissimo contributo dei fratelli Aston e Carlton Barrett e con i nuovi ingressi del tastierista Jean Alain Roussel (suo l’Hammond famoso di No Woman No Cry) che finirà come tastierista aggiunto nei Police e del chitarrista Al Anderson, primo musicista non giamaicano ad essere reclutato nella band.

Ma le novità più importanti di ‘Natty Dread’ sono in realtà altre: la scelta in parte obbligata di sostituire il ruolo vocale lasciato vacante da Tosh e Wailer con delle voci femminili (tra cui quella della moglie) e il tentativo di sfruttare quel nuovo marchingegno elettronico che è la drum machine. Un approccio timido e neppure troppo felice nei risultati che però mostra l’esigenza di trovare nuove soluzioni ad un suono che Marley e Chris Blackwell vogliono riuscire a vendere ad ogni costo. Ma, nonostante questa fallita e per fortuna presto abbandonata tentazione, ‘Natty Dread’ è disco di una bellezza estrema, dove l’amore per il rastafaresimo e l’ancora vivida attitudine ribelle convivono in piena simbiosi (Natty Dread, Rebel Music, Revolution, So Jah Se, Them Belly Full, Talkin’ Blues), l’abbandono definitivo nel concetto dell’“I and I” della religione rasta come atto lirico di fede.         

L’album contiene inoltre il primo set di canzoni che avrebbero costretto Rita Marley a comparire molti anni dopo in tribunale assieme, fra gli altri, agli avvocati della Island e della Tuff Gong per difendersi dalle accuse della Cayman Music di Danny Sims cui Marley in quel periodo era ancora legato da un contratto di edizioni musicali e che pur tuttavia il cantante giamaicano pensò bene di “raggirare” garantendo una pensione tranquilla alla moglie e all’amico Vincent Ford costretto ad una carrozzina da un diabete particolarmente affamato. A loro e ai musicisti della band Marley pensò di intestare 2/3 del set (sul disco successivo avrebbe loro affidato la paternità di tutta la scaletta, con la sola eccezione di Night Shift, NdLYS), riuscendo a procedimento giuridico concluso, a raggiungere il suo intento. Se non fosse riuscito a salvare le moltitudini con la spiritualità, avrebbe quantomeno riuscito a garantire economicamente il sostegno dei pochi.

Perché in fin dei conti nell’attesa di sapere se ti sarà destinato un pezzo di giardino nell’aldilà, puoi sempre comprare un bel pezzo di terra e fartelo qui, il tuo piccolo paradiso.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE SLITS – Cut (Island)  

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Londra, 1976.

I Sex Pistols stanno bruciando le tappe e l’intera città, dando vita ad un fenomeno sociale e musicale dalle proporzioni devastanti.

Ariane Daniela Forster, di origini tedesche, è arrivata in città e ha eletto Johnny Rotten a suo idolo. Una venerazione ai limiti dell’ossessione.

Due anni più tardi Ariane, ormai ribattezzatasi Ari Up, si ritrova il suo Dio per casa, come nuovo compagno della mamma Nora Forster: se l’avesse predetto una cartomante, non ci avrebbe creduto nessuno, men che meno lei. John e Nora sarebbero diventati marito e moglie l’anno successivo. Ovvero lo stesso anno in cui le sue Slits pubblicano il loro album di debutto, un disco totalmente astruso e trasversale in cui i personaggi della Londra punk vengono citati (Rotten, Vicious, Levene) ma nient’affatto copiati. Perché Cut è un disco dove di punk carico di chitarre e violenza non c’è nessuna traccia in quanto, in quelli che Don Letts definisce “i 100 giorni in cui il punk interessava a quattro persone e un cane”, sono proprio le serate a base di musica giamaicana che Letts conduce al Roxy ad attirare l’attenzione di Ari al pari degli show volgari dei Sex Pistols e a finire, manovrate a dovere da Dennis Bovell dei Matumbi, dentro la musica della sua band. Del punk, dentro Cut, c’è l’approccio totalmente anarchico e illetterato agli strumenti. E sebbene non ci siano creste ma dreadlocks e acconciature tribali, di quelle guglie punk nella musica delle Slits si avvertono le punte taglienti, sottoforma di pennate reggae e funk aguzze e acuminate. Non è un caso che il loro disco esca per la Island, l’etichetta di un giamaicano trapiantato in Inghilterra che la sua “isola” non l’ha mai dimenticata e che farà di Bob Marley un nome sacro della musica mondiale.  

Ma l’approccio delle Slits al reggae è minimale, essenziale, tribale, smembrato, disinibito, anarcoide. Non si concilia facilmente con quanto al pubblico piace di quella musica esotica. Non è derivativo ma archetipico, se capite ciò che intendo. Ed è un approccio, oltre che nuovo, totalmente femminile e femminista. Libero dai vincoli cui pure il punk si è allineato cedendo al compromesso col rumore, i volumi, l’energia. Le Slits elaborano, di contro, un suono che è pruriginoso e stizzoso e che non intende circuire o adulare nessuno. La foto di copertina che le ritrae svestite e guerriere, va nella medesima direzione: è un’immagine che, nonostante la nudità esibita, non suscita libidini sessuali ma trasmette un senso di soggezione, le pose e gli sguardi evocano immagini di Erinni greche e delle desiderabili ma temute vergini valchirie.

Nessuno si masturberà sulla copertina delle Slits.

Quel “Cut” del titolo, non promette niente di buono a chi dovesse anche solo pensarlo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AFRICA UNITE – Babilonia e poesia (Vox Pop)  

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L’esperienza estemporanea della To.sse, il collettivo nato quasi per gioco all’interno del più ampio movimento delle posse di estrazione raggamuffin/hip-hop e che vedeva gli Africa United, a fianco di amici vecchi e nuovi come i Mau Mau, Il Generale, Militant P., Papa Ricky, Lele Gaudì, Aliosha dei Casino Royale e Bobo dei Fratelli di Soledad cimentarsi per la prima volta con l’idioma italiano, aveva fatto zampillare nel gruppo torinese una nuova consapevolezza nell’uso della lingua e nella riscoperta della ricchezza dei dialetti. È questa presa di coscienza a prorompere in quello che è da considerare come il primo album di “reggae italiano” non solo della loro storia ma di tutta l’intera discografia nazionale.

Un nuovo inizio registrato all’anagrafe con una leggera modifica alla ragione sociale del gruppo e siglato da un contratto nuovo di zecca con una delle etichette indipendenti più importanti della nazione, ovvero la Vox Pop di Giacomo Spazio e Manuel Agnelli, l’etichetta destinata a lasciare un solco profondissimo (più profondo della famosa vagina stilizzata usata come logo) nelle produzioni italiane degli anni Novanta se non per quantità, sicuramente per “attitudine” e coraggio imprenditoriale. L’intraprendenza di Bunna e Madaski è premiata con la pubblicazione di un disco dall’impatto formidabile, dalla scioltezza linguistica coinvolgente (valga per tutti l’”inossidabile” Ruggine e mi si perdoni il voluto ossimoro, NdLYS) e improntato ad un roots reggae che non disdegna di farsi distorcere dai rumorosi torni di Mada (Dub Dub Daddy, Babilonia e poesia) e dalle rubiconde e contagiose giostre linguistiche offerte dal dialetto (l’ibridazione sicula/patois di Curtaglia condivisa con la crew del Massilia Soundsystem che dal Mar dei Caraibi approda nell’area mediterranea dei Kunsertu), pur presentando un paio di episodi che sono inevitabilmente destinati ad invecchiare precocemente in quanto figli diretti della retorica da centro sociale tanto diffusa di quegli anni (Nella mia città, Molto importante).

Babilonia e poesia segna uno snodo  epocale nell’ondeggiante scena reggae italiana e a distanza di anni suona ancora corroborante come all’epoca in cui fu scritto. Malgrado le mura di Babilonia non siano state intaccate.            

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BOB MARLEY & THE WAILERS – Survival (Island)  

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Forse il meno celebrato fra i dischi di Marley. Fra tutti, quello dall’approccio più militante. Quello senza donne che piangono, senza ganja in copertina, orfano dell’”everything’s gonna be alright”. Survival è, più ancora di Exodus, il definitivo canto di riconciliazione del popolo nero e dell’auspicata caduta di Babilonia proprio dopo averla fotografata dai finestrini di un pullman stracarico di gente.

Dentro Marley ci ha messo molte delle vibrazioni tirate fuori disfacendo i bagagli del suo viaggio nel grande continente africano.

Survival è il grande abbraccio alla culla del mondo, un’esortazione all’emancipazione delle popolazioni africane dalla schiavitù politica e culturale del mondo occidentale, in parte coronata dalla proclamazione di indipendenza dello Zimbabwe proclamata proprio a pochi mesi dalla bellissima omonima canzone che farà da colonna sonora all’evento.

Forse è dunque una scelta quella di dare alle stampe un disco dinamicamente “piatto” a livello musicale. Un ondeggiante tappeto reggae che sembra voler accompagnare il ritorno in patria dei battelli carichi di carne nera, offrendo loro un viaggio senza scossoni.

Ecco perché ancora oggi Survival è il disco di Marley meglio ricordato dai fratelli neri mentre noi non ne abbiamo mai imparato a memoria una sola canzone.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALMAMEGRETTA – EnnEnne (Good Fellas)  

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Quella degli Almamegretta è stata, in ambito artistico, una delle più grosse sconfitte nazionali che l’Italia ricordi. Destinata a scavalcare le frontiere, la musica del combo napoletano non è riuscita ad imporsi in maniera decisa fuori dai confini nazionali, un po’ per vincoli contrattuali, un po’ a causa del destino beffardo, un po’ per pericolosi seppure non definitivi vuoti d’aria ispirativi, un po’ per una serie di scelte artistiche che hanno finito per sciupare la forza di quella testa d’ariete che la loro musica bastarda aveva in corpo e che hanno alla fine smorzato gli entusiasmi anche al popolo italiano che ha in parte voltato le spalle agli Alma. Le loro produzioni, da ormai più di un decennio, sono diventati prodotti di nicchia e l’ostrica perlifera ha richiuso la bocca continuando a secernere in mari sempre più affollati da gente distratta. La loro apparizione Sanremese che ufficializzava pubblicamente il rientro nei ranghi del Rais è rimasta nella memoria collettiva più per la scelta di non partecipare alla serata del venerdì e giustificata, al di là delle strumentalizzazioni, dalla fede ebraica cui il cantante si è convertito ufficialmente. La loro discografia, anche su un sito maniacale come Discogs, ha delle lacune nozionistiche paurose. Insomma, come dicevo in apertura, una sconfitta.

EnnEnne esce adesso in autoproduzione ed è il secondo album in studio dopo la reunion di quel che resta del nocciolo storico degli Almamegretta. Non so che risonanza avrà e quando verrà inserito nel sito ufficiale della band che non viene aggiornato da due anni buoni.

Il titolo è un ovvio riferimento a quella natura meticcia che ha sempre contraddistinto l’anima della band, un acronimo che i meno giovani ricorderanno probabilmente di aver visto sulla carta d’identità di qualche parente.

Molto di quel suono meticcio in realtà è sfumato via con la tragica morte di D.RaD e quella che si respira qui dentro è aria napoletana mista a ritmi giamaicani, tenuti assieme dalla mano sapiente di Adrian Sherwood. Una versione meno sanguigna o forse solo un po’ più malinconica dei vecchi Almamegretta, con Scatulune a prendere il posto di Sanghe e Anema, la cover di Ciucculatina d’a ferrovia a prendere quello di Nun te scurdà, Musica Popolare a tentare quelle sfumature nella musiche tradizionali che furono la formula vincente di Sanacore e il ritornello di Karmacoma che torna come un fantasma su Curre Core, all’epoca regalata proprio ai Massive Attack per quel remix epocale. L’impressione che se ne trae è di una band che ha ormai finito di rivoluzionare il proprio suono (come era invece accaduto nella successione storica dei primi anni) e che ha scelto di adagiarsi con grandissima dignità su se stessa. Di schiena. Guardando le stelle che si specchiano sul mare di Margellina e sognando di stare con le spalle appoggiate sulla sabbia di Negril.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CLASH – Black Market Clash (Epic)  

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Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BOB MARLEY & THE WAILERS – Exodus (Tuff Gong)

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Il 1977 non era un anno qualunque.

Non per i rastafari, perlomeno.

Avevano appuntamento per le ore sette del 7 Luglio di quell’anno. Il giorno in cui, secondo la profezia di Marcus Garvey, sarebbe arrivata l’Apocalisse e la caduta di Babilonia.

Alle otto di sera sarebbero rientrati a casa, un po’ delusi.

Non si accorsero che il 7 Luglio del ’77 la sua Apocalisse l’aveva portata eccome, anche se non era quella tutta fulmini e distruzione che loro si aspettavano.

Bob Marley rientra un po’ più tardi, quella sera.

Torna dall’ambulatorio del suo medico di fiducia a Londra.

Gli è stato appena diagnosticato il melanoma all’alluce che lo condurrà lentamente alla morte.

In quel momento non ci fa caso nessun altro, se non lui.

Sa che l’Apocalisse è arrivata davvero, ma che sarà un affare tutto suo.

La sua fede religiosa gli impone di non sottoporsi all’amputazione che gli salverebbe la vita.

E Marley si affida alle onde del destino che se lo porteranno via quattro anni dopo.

Il resto del mondo è invece distratto da un’altra Apocalisse.

Culturale, musicale, estetica: quella del punk.

Una “scossa” avvertita ovunque, anche in Giamaica.

I Culture l’avrebbero celebrata in Two Sevens Clash e Marley su Punk Reggae Party, proprio in quel Luglio del 1977. Facendo nomi e cognomi: Damned, Clash, Jam, Dr. Feelgood, Maytals. E, come in una profezia di morte, i Wailers. Ma non lui. The Wailers will be there, canta…

Per i primi quattro mesi di quello stesso anno invece Marley era stato impegnato a registrare Exodus.

Exodus: Esodo. Quello del suo popolo e quello personale che lo vede emigrare in Inghilterra dopo essere scampato all’attentato del Dicembre dell’anno precedente.

Un disco dalla struttura bizzarra, Exodus.

Una prima facciata lenta, cadenzata, uniforme, impegnata e mistica, fino all’apoteosi della title track dove una guizzante chitarra ska ferma su un unico accordo in La minore guida le trombe che conducono il popolo di Jah nella sua fuga da Babilonia.

Il secondo lato smorza invece i toni drammatici e li stempera in un clima più disteso dove è l’amore, privato ed universale, a diventare il vero protagonista.

Jamming, Waiting In Vain, Three Little Birds, One Love vengono sputate fuori dalla Island come singoli, assieme ad Exodus e Marley viene ufficialmente decorato come rockstar universale, nello stesso anno in cui Presley lascia vacante il posto di Re del rock ‘n roll e il punk colora di violenza esasperata il mondo occidentale.

Blackwell, che appositamente per Bob aveva fondato la Tuff Gong usando lo stesso nomignolo che gli era stato affibbiato a Kingston, intuisce che Marley può diventare il volto mistico da contrapporre agli eccessi del rock ‘n roll.

L’eroe buono che guida una rivolta civile e sociale contrapposta a quella nichilista del punk bianco. Ed è quello che Marley diventa, a partire proprio da questo disco.

Sviscerato e studiato negli anni successivi su pellicole, libri, saggi, book fotografici (Exodus: Exile 77 di Richard Williams, The Book of Exodus di Vivien Goldman e Bob Marley – Exodus 77 di Anthony Wall quelli che vi consiglio, NdLYS) ed eletto allo scadere del secolo scorso miglior disco del XX Secolo dalla rivista Time (Rolling Stone gli riserverà invece solo un 168° posto preferendogli Catch a Fire, NdLYS), Exodus è un disco cardine della vicenda artistica di Marley, seppure non raggiunga la forza e la coesione del Survival che lo seguirà due anni dopo e che inasprisce il clima di tensione politica che Marley sente sempre più pressante.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE POLICE – Outlandos D’amour (A&M)

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Quando i Police nell’immediato dopo-punk esordiscono nella scena rock inglese non sono lupi di primo pelo. Stewart Copeland è un ventisettenne spilungone che ha suonato le pelli dei tamburi e la carne della cantante dei Curved Air, Sting è un biondo ventottenne che si è fatto le ossa nel circuito jazz di Newcastle e Andy Somers, che dapprima affianca e poi rileva il primo chitarrista Henry Padovani, è un trentaseienne reduce dell’epoca freakbeat che ha partecipato allo storico singolo The Madman Running Through the Fields/Sun Come Bursting Through My Cloud dei Dantalian‘s Chariot e condiviso i sogni lisergici di Robert Wyatt e Eric Burdon, prima di bucare il provino per diventare il sostituto di Mick Taylor negli Stones. Tre biondissimi che col punk hanno poco a che spartire, per attitudine, capacità strumentali ed immagine pubblica.

È Miles, il fratello più grande di Stewart, ad obbligarli a salire forzatamente sul carrozzone già mezzo sfasciato del punk, storcendo il naso quando si tratta di caricarsi sul groppone un vecchio hippie come Andy. È ancora lui a finanziare la registrazione del loro album di debutto, nonostante quello che viene fuori da quelle sessions sia mille miglia distante dalle sue prospettive tanto da costringerlo ad abiurare all’iniziale idea di intitolare il disco Brutality ed optare per un più adeguato Outlandos D’amour (il “commando fuorilegge dell’amore”).

Le iniziali scorie punk, quelle vomitate sul palco del Festival Punk di Mont de Marsan a fianco di Eddie and The Hot Rods, Boys, Damned, Clash e Dr. Feelgood l’anno precedente e sui quattro minuti del loro primo 45 giri, sono state già quasi del tutto smaltite. Ne resta giusto un timido accenno nell’iniziale, velocissima, Next to You. È il “dove eravamo rimasti” di un debutto che invece si sposta subito su altri territori, già frequentati dalle compagini punk del Regno Unito, come quelli del pub-rock, del reggae e del power-pop. Nessuno aveva però trovato l’equilibrio ritmico, compositivo, esecutivo che potesse farne una formula accattivante come succede nei Police. Quella ritmica asciutta e decisa, quel basso avvolgente e fasciante,  quegli accordi di chitarra che splendono come se venissero davvero colpiti dai raggi del sole giamaicano, quella sovrapposizione di voci così funzionale all’innegabile appeal radiofonico di quelle canzoni. Quello che viene mutuato dal punk è l’essenzialità delle canzoni che, nonostante le enormi capacità tecniche dei tre sbirri, vengono private da ogni sbrodolatura, circoscritte in un’asciuttezza espressiva che le rendono affini, concettualmente, ai vecchi inni mod dei Who.

Il trittico in levare So Lonely/Roxanne/Hole in My Life rivela al mondo la ricetta fortunata del terzetto inglese. Peanuts, in chiusura di facciata, torna a pestare la merda punk (e qui, le affinità nascoste con i Who diventano invece evidenti, con uno strumming chitarristico di chiara discendenza Townshendiana, il pirotecnico assolo dello stesso Summers, l’innesto del sax di Sting che ricorda tanto l’amato corno di John Entwistle, NdLYS) e a lanciare invettive più o meno palesi contro Rod Stewart. Dal vivo il pezzo raggiunge velocità vertiginose con i roadies costretti a rimontare la batteria di Copeland durante o appena dopo l’esecuzione.

Una presa per i fondelli (Peanuts, più che un omaggio ai cartoon, è una allegoria verbale di Penis) che vale quanto un intero album dei Green Day.

La side-B si apre con un altro trittico fenomenale come Can‘t Stand Losing You/Truth Hits Everybody/Born in the 50’s prima di annegare nell’inconcludente poesia di Be My Girl-Sally e di lasciare esplodere, dopo mezz’ora di costrizione, la voglia di sperimentare, con i cinque minuti e mezzo di Masoko Tanga, dissertazione divertita sull’amata musica giamaicana.

Sting imparerà anni dopo ad esplodere dopo molto più esercizio, diventando il profeta occidentale dell’amore tantrico. Sotto di lui, la sua donna si era addormentata molto tempo prima, senza che lui se ne accorgesse.  

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE POLICE – Zenyatta Mondatta (A&M)

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Nel 1980 i Police sembrano aver poca voglia di parlare.

E, quando succede, sembra abbiano nulla da dire.

Zenyatta Mondatta arriva per arraffare il successo che aspetta la band fuori dalle vetrine dei negozi e dietro gli schermi tivù. Perché i Police, oltre che bravi, sono pure belli. Gli dei del pop sono dalla loro. E il pubblico pure.

Quando il loro terzo album prende il posto nelle vetrine dei negozi di dischi, con quell’immagine statuaria, scultorea e vanitosa in copertina, il mondo è pronto alla genuflessione. Quello che la gente si porta a casa è però un disco senza energia.

Due testicoli dopo una sborrata.

Anzi, tre.

Quattro settimane di sedute di registrazione per registrare il nulla, o poco più. Strumentali a iosa (The Other Way of Stopping, Behind My Camel, in parte Voices Inside My Head), filastrocche ebeti (Don‘t Stand So Close to Me, De Do Do Do, De Da Da Da), saponette ska (Canary in a Coalmine, Man in a Suitcase). Tanta stanchezza e la presunzione da rockstar che noi si possa sopportare in silenzio le ripicche da primadonna (Sting che si rifiuta di suonare sul pezzo scritto da Andy Summers) pur di gustarci altri quaranta minuti di musica pop virata reggae.

Un sacrificio possibile solo se si vuole leggere Zenyatta Mondata da una prospettiva analitica dove ad essere valutata è la volontà della band di mettere finalmente in mostra la propria abilità tecnica che diventa come mai prima d’ora persuasiva e ammiccante, raffinata esibizione di un gusto tecnico infallibile (il groove di Driven to Tears illuminato da un assolo Frippiano e rapido come l’uncino di un falco di Summers, la fusion suadente ma laccata di When the World Is Running Down, You Make the Best of What‘s Still Around, il dub umanoide esibito su Shadows in the Rain) e di una capacità di struttura davvero eclettica e virtuosa.

Se per voi i Police sono un gruppo prescindibile, questo è il momento di avvalorare la vostra tesi.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

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Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’ attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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