BOB MARLEY AND THE WAILERS – Survival (Island)  

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Forse il meno celebrato fra i dischi di Marley. Fra tutti, quello dall’approccio più militante. Quello senza donne che piangono, senza ganja in copertina, orfano dell’”everything’s gonna be alright”. Survival è, più ancora di Exodus, il definitivo canto di riconciliazione del popolo nero e dell’auspicata caduta di Babilonia proprio dopo averla fotografata dai finestrini di un pullman stracarico di gente.

Dentro Marley ci ha messo molte delle vibrazioni tirate fuori disfacendo i bagagli del suo viaggio nel grande continente africano.

Survival è il grande abbraccio alla culla del mondo, un’esortazione all’emancipazione delle popolazioni africane dalla schiavitù politica e culturale del mondo occidentale, in parte coronata dalla proclamazione di indipendenza dello Zimbabwe proclamata proprio a pochi mesi dalla bellissima omonima canzone che farà da colonna sonora all’evento.

Forse è dunque una scelta quella di dare alle stampe un disco dinamicamente “piatto” a livello musicale. Un ondeggiante tappeto reggae che sembra voler accompagnare il ritorno in patria dei battelli carichi di carne nera, offrendo loro un viaggio senza scossoni.

Ecco perché ancora oggi Survival è il disco di Marley meglio ricordato dai fratelli neri mentre noi non ne abbiamo mai imparato a memoria una sola canzone.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ALMAMEGRETTA – EnnEnne (Good Fellas)  

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Quella degli Almamegretta è stata, in ambito artistico, una delle più grosse sconfitte nazionali che l’Italia ricordi. Destinata a scavalcare le frontiere, la musica del combo napoletano non è riuscita ad imporsi in maniera decisa fuori dai confini nazionali, un po’ per vincoli contrattuali, un po’ a causa del destino beffardo, un po’ per pericolosi seppure non definitivi vuoti d’aria ispirativi, un po’ per una serie di scelte artistiche che hanno finito per sciupare la forza di quella testa d’ariete che la loro musica bastarda aveva in corpo e che hanno alla fine smorzato gli entusiasmi anche al popolo italiano che ha in parte voltato le spalle agli Alma. Le loro produzioni, da ormai più di un decennio, sono diventati prodotti di nicchia e l’ostrica perlifera ha richiuso la bocca continuando a secernere in mari sempre più affollati da gente distratta. La loro apparizione Sanremese che ufficializzava pubblicamente il rientro nei ranghi del Rais è rimasta nella memoria collettiva più per la scelta di non partecipare alla serata del venerdì e giustificata, al di là delle strumentalizzazioni, dalla fede ebraica cui il cantante si è convertito ufficialmente. La loro discografia, anche su un sito maniacale come Discogs, ha delle lacune nozionistiche paurose. Insomma, come dicevo in apertura, una sconfitta.

EnnEnne esce adesso in autoproduzione ed è il secondo album in studio dopo la reunion di quel che resta del nocciolo storico degli Almamegretta. Non so che risonanza avrà e quando verrà inserito nel sito ufficiale della band che non viene aggiornato da due anni buoni.

Il titolo è un ovvio riferimento a quella natura meticcia che ha sempre contraddistinto l’anima della band, un acronimo che i meno giovani ricorderanno probabilmente di aver visto sulla carta d’identità di qualche parente.

Molto di quel suono meticcio in realtà è sfumato via con la tragica morte di D.RaD e quella che si respira qui dentro è aria napoletana mista a ritmi giamaicani, tenuti assieme dalla mano sapiente di Adrian Sherwood. Una versione meno sanguigna o forse solo un po’ più malinconica dei vecchi Almamegretta, con Scatulune a prendere il posto di Sanghe e Anema, la cover di Ciucculatina d’a ferrovia a prendere quello di Nun te scurdà, Musica Popolare a tentare quelle sfumature nella musiche tradizionali che furono la formula vincente di Sanacore e il ritornello di Karmacoma che torna come un fantasma su Curre Core, all’epoca regalata proprio ai Massive Attack per quel remix epocale. L’impressione che se ne trae è di una band che ha ormai finito di rivoluzionare il proprio suono (come era invece accaduto nella successione storica dei primi anni) e che ha scelto di adagiarsi con grandissima dignità su se stessa. Di schiena. Guardando le stelle che si specchiano sul mare di Margellina e sognando di stare con le spalle appoggiate sulla sabbia di Negril.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CLASH – Black Market Clash (Epic)  

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Don Letts fu un personaggio chiave per l’innesto della musica reggae e della cultura punk. Il suo piglio guerrigliero e teppista e la sua incrollabile fede nel sostegno delle cause della minorità giamaicana nella periferia londinese diventano simbolicamente l’icona di un legame ribelle che unisce le istanze punk e quelle dei diritti civili di cui molta musica giamaicana si fa portavoce. I dreadlocks di Letts sono le funi che legano Bob Marley ai Clash insomma. Le sue liane rasta sono immortalate sulla copertina di Black Market Clash (e della successiva versione ampliata di Super Black Market Clash), il dieci pollici pubblicato dalla Epic tra i due monumentali dischi dei Clash della fine degli anni Settanta. Dentro ci sono i Clash guerrieri degli esordi e i Clash liquefatti nel dub di fine decennio. Sono identici a quelli dei loro album, ma catturati negli episodi “minori” (le B-sides di White Man, English Civil War, Complete Control e London Calling, la Capitol Radio che era arrivata solo ai lettori del New Musical Express), attraverso un inedito assoluto (la cover di Time Is Tight di Booker T & The M.G.’s che i Clash usavano spesso per testare gli impianti dei loro concerti) e quel grandissimo capolavoro di reggae barricadero che è Bankrobber (per cui i Clash realizzarono anche un video durante la session di registrazione convincendo i loro roadies ad aggirarsi con le bandane al volto nei pressi di un’agenzia dell’Allied Irish Bank della città, tanto da provocarne l’arresto-lampo con l’imputazione di tentata rapina) e la sua versione vista attraverso gli specchi deformanti del dub che è Robber Dub. La sua versione “Super”, a parte qualche imperdonabile imprecisione nella scaletta, aggiungerà altra merce rara al già prezioso banco merci del bazar dei Clash che a quel punto era già chiuso da sette anni.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BOB MARLEY & THE WAILERS – Exodus (Tuff Gong)

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Il 1977 non era un anno qualunque.

Non per i rastafari, perlomeno.

Avevano appuntamento per le ore sette del 7 Luglio di quell’anno. Il giorno in cui, secondo la profezia di Marcus Garvey, sarebbe arrivata l’Apocalisse e la caduta di Babilonia.

Alle otto di sera sarebbero rientrati a casa, un po’ delusi.

Non si accorsero che il 7 Luglio del ’77 la sua Apocalisse l’aveva portata eccome, anche se non era quella tutta fulmini e distruzione che loro si aspettavano.

Bob Marley rientra un po’ più tardi, quella sera.

Torna dall’ambulatorio del suo medico di fiducia a Londra.

Gli è stato appena diagnosticato il melanoma all’alluce che lo condurrà lentamente alla morte.

In quel momento non ci fa caso nessun altro, se non lui.

Sa che l’Apocalisse è arrivata davvero, ma che sarà un affare tutto suo.

La sua fede religiosa gli impone di non sottoporsi all’amputazione che gli salverebbe la vita.

E Marley si affida alle onde del destino che se lo porteranno via quattro anni dopo.

Il resto del mondo è invece distratto da un’altra Apocalisse.

Culturale, musicale, estetica: quella del punk.

Una “scossa” avvertita ovunque, anche in Giamaica.

I Culture l’avrebbero celebrata in Two Sevens Clash e Marley su Punk Reggae Party, proprio in quel Luglio del 1977. Facendo nomi e cognomi: Damned, Clash, Jam, Dr. Feelgood, Maytals. E, come in una profezia di morte, i Wailers. Ma non lui. The Wailers will be there, canta…

Per i primi quattro mesi di quello stesso anno invece Marley era stato impegnato a registrare Exodus.

Exodus: Esodo. Quello del suo popolo e quello personale che lo vede emigrare in Inghilterra dopo essere scampato all’attentato del Dicembre dell’anno precedente.

Un disco dalla struttura bizzarra, Exodus.

Una prima facciata lenta, cadenzata, uniforme, impegnata e mistica, fino all’apoteosi della title track dove una guizzante chitarra ska ferma su un unico accordo in La minore guida le trombe che conducono il popolo di Jah nella sua fuga da Babilonia.

Il secondo lato smorza invece i toni drammatici e li stempera in un clima più disteso dove è l’amore, privato ed universale, a diventare il vero protagonista.

Jamming, Waiting In Vain, Three Little Birds, One Love vengono sputate fuori dalla Island come singoli, assieme ad Exodus e Marley viene ufficialmente decorato come rockstar universale, nello stesso anno in cui Presley lascia vacante il posto di Re del rock ‘n roll e il punk colora di violenza esasperata il mondo occidentale.

Blackwell, che appositamente per Bob aveva fondato la Tuff Gong usando lo stesso nomignolo che gli era stato affibbiato a Kingston, intuisce che Marley può diventare il volto mistico da contrapporre agli eccessi del rock ‘n roll.

L’eroe buono che guida una rivolta civile e sociale contrapposta a quella nichilista del punk bianco. Ed è quello che Marley diventa, a partire proprio da questo disco.

Sviscerato e studiato negli anni successivi su pellicole, libri, saggi, book fotografici (Exodus: Exile 77 di Richard Williams, The Book of Exodus di Vivien Goldman e Bob Marley – Exodus 77 di Anthony Wall quelli che vi consiglio, NdLYS) ed eletto allo scadere del secolo scorso miglior disco del XX Secolo dalla rivista Time (Rolling Stone gli riserverà invece solo un 168° posto preferendogli Catch a Fire, NdLYS), Exodus è un disco cardine della vicenda artistica di Marley, seppure non raggiunga la forza e la coesione del Survival che lo seguirà due anni dopo e che inasprisce il clima di tensione politica che Marley sente sempre più pressante.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE POLICE – Outlandos D’amour (A&M)

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Quando i Police nell’immediato dopo-punk esordiscono nella scena rock inglese non sono lupi di primo pelo. Stewart Copeland è un ventisettenne spilungone che ha suonato le pelli dei tamburi e la carne della cantante dei Curved Air, Sting è un biondo ventottenne che si è fatto le ossa nel circuito jazz di Newcastle e Andy Somers, che dapprima affianca e poi rileva il primo chitarrista Henry Padovani, è un trentaseienne reduce dell’epoca freakbeat che ha partecipato allo storico singolo The Madman Running Through the Fields/Sun Come Bursting Through My Cloud dei Dantalian‘s Chariot e condiviso i sogni lisergici di Robert Wyatt e Eric Burdon, prima di bucare il provino per diventare il sostituto di Mick Taylor negli Stones. Tre biondissimi che col punk hanno poco a che spartire, per attitudine, capacità strumentali ed immagine pubblica.

È Miles, il fratello più grande di Stewart, ad obbligarli a salire forzatamente sul carrozzone già mezzo sfasciato del punk, storcendo il naso quando si tratta di caricarsi sul groppone un vecchio hippie come Andy. E’ ancora lui a finanziare la registrazione del loro album di debutto, nonostante quello che viene fuori da quelle sessions sia mille miglia distante dalle sue prospettive tanto da costringerlo ad abiurare all’iniziale idea di intitolare il disco Brutality ed optare per un più adeguato  Outlandos D’amour (il “commando fuorilegge dell’amore”).

Le iniziali scorie punk, quelle vomitate sul palco del Festival Punk di Mont de Marsan a fianco di Eddie and The Hot Rods, Boys, Damned, Clash e Dr. Feelgood l’anno precedente e sui quattro minuti del loro primo 45 giri, sono state già quasi del tutto smaltite. Ne resta giusto un timido accenno nell’iniziale, velocissima, Next to You. E’ il “dove eravamo rimasti” di un debutto che invece si sposta subito su altri territori, già frequentati dalle compagini punk del Regno Unito, come quelli del pub-rock, del reggae e del power-pop. Nessuno aveva però trovato l’equilibrio ritmico, compositivo, esecutivo che potesse farne una formula accattivante come succede nei Police. Quella ritmica asciutta e decisa, quel basso avvolgente e fasciante,  quegli accordi di chitarra che splendono come se venissero davvero colpiti dai raggi del sole giamaicano, quella sovrapposizione di voci così funzionale all’innegabile appeal radiofonico di quelle canzoni. Quello che viene mutuato dal punk è l’essenzialità delle canzoni che, nonostante le enormi capacità tecniche dei tre sbirri, vengono private da ogni sbrodolatura, circoscritte in un’asciuttezza espressiva che le rendono affini, concettualmente, ai vecchi inni mod dei Who.

Il trittico in levare So Lonely/Roxanne/Hole In My Life rivela al mondo la ricetta fortunata del terzetto inglese. Peanuts, in chiusura di facciata, torna a pestare la merda punk (e qui, le affinità nascoste con i Who diventano invece evidenti, con uno strumming chitarristico di chiara discendenza Townshendiana, il pirotecnico assolo dello stesso Summers, l’innesto del sax di Sting che ricorda tanto l’amato corno di John Entwistle, NdLYS) e a lanciare invettive più o meno palesi contro Rod Stewart. Dal vivo il pezzo raggiunge velocità vertiginose con i roadies costretti a rimontare la batteria di Copeland durante o appena dopo l’esecuzione.

Una presa per i fondelli (Peanuts, più che un omaggio ai cartoon, è una allegoria verbale di Penis) che vale quanto un intero album dei Green Day.

La side-B si apre con un altro trittico fenomenale come Can‘t Stand Losing You/Truth Hits Everybody/Born In the 50’s prima di annegare nell’inconcludente poesia di Be My Girl-Sally e di lasciare esplodere, dopo mezz’ora di costrizione, la voglia di sperimentare, con i cinque minuti e mezzo di Masoko Tanga, dissertazione divertita sull’amata musica giamaicana.

Sting imparerà anni dopo ad esplodere dopo molto più esercizio, diventando il profeta occidentale dell’amore tantrico. Sotto di lui, la sua donna si era addormentata molto tempo prima, senza che lui se ne accorgesse.  

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE POLICE – Zenyatta Mondatta (A&M)

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Nel 1980 i Police sembrano aver poca voglia di parlare.

E, quando succede, sembra abbiano nulla da dire.

Zenyatta Mondatta arriva per arraffare il successo che aspetta la band fuori dalle vetrine dei negozi e dietro gli schermi tivù. Perché i Police, oltre che bravi, sono pure belli. Gli dei del pop sono dalla loro. E il pubblico pure.

Quando il loro terzo album prende il posto nelle vetrine dei negozi di dischi, con quell’immagine statuaria, scultorea e vanitosa in copertina, il mondo è pronto alla genuflessione. Quello che la gente si porta a casa è però un disco senza energia.

Due testicoli dopo una sborrata.

Anzi, tre.

Quattro settimane di sedute di registrazione per registrare il nulla, o poco più. Strumentali a iosa (The Other Way of Stopping, Behind My Camel, in parte Voices Inside My Head), filastrocche ebeti (Don‘t Stand So Close to Me, De Do Do Do, De Da Da Da), saponette ska (Canary in a Coalmine, Man in a Suitcase). Tanta stanchezza e la presunzione da rockstar che noi si possa sopportare in silenzio le ripicche da primadonna (Sting che si rifiuta di suonare sul pezzo scritto da Andy Summers) pur di gustarci altri quaranta minuti di musica pop virata reggae.

Un sacrificio possibile solo se si vuole leggere Zenyatta Mondata da una prospettiva analitica dove ad essere valutata è la volontà della band di mettere finalmente in mostra la propria abilità tecnica che diventa come mai prima d’ora persuasiva e ammiccante, raffinata esibizione di un gusto tecnico infallibile (il groove di Driven to Tears illuminato da un assolo Frippiano e rapido come l’uncino di un falco di Summers, la fusion suadente ma laccata di When the World Is Running Down, You Make the Best of What‘s Still Around, il dub umanoide esibito su Shadows in the Rain) e di una capacità di struttura davvero eclettica e virtuosa.

Se per voi i Police sono un gruppo prescindibile, questo è il momento di avvalorare la vostra tesi.

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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THE CLASH – Sandinista! (Columbia)

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Tre dischi, sei facciate.

Sandinista! si annuncia subito, sin dal formato, un gigante.

Prima di riuscire a guardarlo negli occhi dovrai faticare come Ercole.

E non è detto ci riuscirai.

Scommetto che c’è ancora chi non ce l’ha fatta dopo trenta anni.

E sono sicuro di vincere.

Nessun grande gruppo si era ancora spinto a tanto.

Non i Beatles e nemmeno i Rolling Stones.

Non i Led Zeppelin e neppure i Pink Floyd.

Una torre di Babele di vinile nero dentro cui scorrono tutte le lingue del mondo.

Un triplo imperfetto che sarebbe stato un doppio perfetto.

Si sa, lo si è già detto.

Mick Jones ha l’elmetto in copertina ma chi si aspetta un disco di mitragliate è la prima vittima. Chi odia Sandinista!, e saranno in tanti, lo fa da subito, dall’ attacco disco-funky di basso e batteria di The Magnificent Seven: i Clash hanno lasciato questo pianeta.

Sandinista! è un disco di musica nera suonata da bianchi.

Anzi, un disco di musica nera arrabbiata suonata da bianchi arrabbiati.

Non è nato per piacere ma per creare disgusto, per essere maltrattato.

Perché va bene sporcarsi con la musica dei rude boys, ma con la disco music, il soul di Phil Spector o la musica sudamericana è qualcosa che allora, nel 1980, nessun punk avrebbe loro perdonato.

E i punk sono ancora, in quel periodo, il loro pubblico.
Ma chi cazzo si credono di essere?”

E invece la domanda sarebbe dovuta essere “Dove vogliono portarci?”.

Nel quarto mondo che sarebbe arrivato e che allora veniva ancora nascosto e taciuto dal capitalismo occidentale. Ecco dove voleva portarci, e ci portò Sandinista!. Ecco perché ne proviamo ancora fastidio, come quando ci fanno vedere i bambini affamati all’ora di pranzo, nella pausa tra il nostro secondo di carne grassa e il dessert alla frutta tropicale.

Musicalmente qui dentro nascono e convivono gomito a gomito, ma questo nessuno poteva saperlo, sia i Big Audio Dynamite (The Leader, The Call Up) che i Mescaleros (Let’s Go Crazy, Version City). Del rock barricadero dei Clash resta poco se non l’urgenza di tracce come Up In Heaven, Somebody Get Murdered o della cover di Police on My Back.

I Clash giocano e si prendono in giro, divertendosi a far cantare la loro Career Opportunities a due bambini, affidando simbolicamente alla nuova generazione il messaggio lanciato dal loro primo album.

Sandinista! è questo e moltissimo altro ancora, per chi vuole ascoltare.

Vi obbliga a perdere parte del vostro tempo prezioso, a prendere posizione, anche nei suoi confronti.

O sei dentro, o stai fuori.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE POLICE – Reggatta De Blanc (A&M)

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Quando esce Reggatta De Blanc, nell’Ottobre del 1979, il reggae è già diventato un affare da bianchi, e non solo per merito dei Police.

Ci sono già stati i Clash, i Ruts e la prima serie di singoli della 2-Tone in quello stesso autunno sta inondando la terra di Albione.

Ma nessuno suona come i Police.  

Nessuno è in grado di armeggiare gli strumenti con l’abilità di Sting, Andy Summers e Stewart Copeland. Lo si era già capito ai tempi dei primi concerti nel circuito punk, che i Police erano degli “infiltrati”.

Le facce un po’ da sbirri le avevano già allora.

Sembravano tre Chippies appena scesi dalle loro Kawasaki.

Reggatta De Blanc ora confermava il sospetto che i tre biondi col punk non avessero proprio nulla a che spartire e, soprattutto, che a loro non gliene potesse fregar di meno.

L’approccio cinico e disinvolto dei Police al suono reggae produce un nuovo cortocircuito tra il linguaggio musicale occidentale e la dinamica ritmica giamaicana creando un modello che registrerà diversi tentativi di replica anche qui in Italia (nel biennio immediatamente successivo gente come Vasco Rossi, Ivano Fossati e Loredana Bertè si cimenteranno coi ritmi sincopati del reggae riscrivendo, di fatto, The Bed‘s Too Big Without You, senza che nessuno se ne accorgesse, NdLYS) ma getta pure i ponti per certo rock da trincea che esploderà da lì a breve proprio in Gran Bretagna (il frammento strumentale che intitola l’album, nato dal vivo come lunga coda alla vecchia Can‘t Stand Losing You è un canovaccio tipico del suono d’artiglieria degli U2 di Boy e dei Big Country di The Crossing, NdLYS).

Ciò che li rende diversi da tutti gli altri è l’impermeabilità al fascino sinistro del rude-boy che invece le altre band, Specials e Clash in primis, importeranno in toto dalla cultura giamaicana assieme all’arte del ritmo in levare. La fascinazione dei Police per la musica caraibica è invece puramente finalizzata alla costruzione di un suono ricercato da contrapporre alla rozza attitudine punk che dilaga nella giovane Inghilterra e da cui i tre londinesi prendono le distanze sin da subito: “non siamo dei punk, non suoniamo punk music” dichiarerà Andy Summers in ogni intervista rilasciata a promozione dell’ album.

Sofisticate e diverse del resto erano le origini musicali di ognuno dei tre: fusion e blues per Sting, prog-folk per Stewart Copeland, Canterbury sound e R&B per Andy Summers.

Tutto quello che il punk aveva spazzato via e che i Police non chiederanno più indietro. Avrebbero comunque dimostrato di aver vinto loro, un giorno o l’altro.

Ora, quel giorno era arrivato.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE POLICE – Ghost in the Machine (A&M)

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L’opportunità di rientrare nella storia della musica contemporanea dalla porta di ingresso, dopo essere usciti dalla finestra con l’appannato Zenyatta Mondatta è quella che i Police si giocano con l’uscita di Ghost in the Machine, il 2 Ottobre del 1981. Un’occasione che i tre biondi più famosi della storia della pop music non si sentono di sprecare e che infatti non sprecano. Ghost in the Machine è un disco stilisticamente esuberante ed ispirato. La formula reggae-pop innovativa degli esordi che aveva cominciato a mostrare la corda ha bisogno di nuovi stimoli ispirativi e di nuove formule espressive. Per sopperire ai primi, Sting si tuffa nell’analisi della società moderna assecondando la visione Koestleriana della tendenza all’autodistruzione propria dell’uomo moderno, sviluppando con maggiore consapevolezza i temi politici in parte toccati dalla band su alcune tracce del disco precedente (Bombs Away di Copeland, Driven to Tears). Ecco così salire il disgusto per le ideologie naziste di Rehumanize Yourself, ecco avanzare le cupe visioni di Invisibile Sun ispirate dal conflitto Nord-Irlandese, ecco sviscerate le patologie distruttive descritte su Hungry For You e Demolition Man, ecco la disillusione che emerge da Spirits in the Material World. Il tentativo di superare la formula asciutta dei primi dischi trova invece una via d’accesso nell’uso dell’elettronica e degli strumenti a fiato. La prima conferisce un tono sinistro, i secondi una gioviale essenza funky al nuovo materiale, costruendo una delle scalette migliori della carriera del terzetto inglese.

L’ologramma scelto per rappresentare i tre musicisti e la severa copertina nera costituiscono un ulteriore elemento di rottura col narcisismo da star esibito sui dischi precedenti. Lo sconfinamento col prog-rock di matrice Genesis e Yes, soprattutto in virtù dell’uso di tastiere e chitarre sintetiche, è ad un passo (Omegaman, l’intro di Secret Journey, la placida deriva di Darkness, il synth che spinge dal basso Every Little Thing She Does Is Magic, il Philip Glass al rallentatore di Invisibile Sun) ed infatti l’album finirà per essere il preferito dagli orfani delle sinfonie rock dei primi anni Settanta, andando ad allargare ulteriormente il pubblico dei Police, tanto da confermare per il terzo anno consecutivo il primo posto nella classifica britannica e di approdare per la prima volta al secondo posto in quella americana.

Roxanne è rimasta a fare pompini per strada, mentre i Police sono diventati i padroni del mondo.       

 

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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AFRICA UNITE – Rootz (Universal)

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Roots: radici.

Una delle parole-chiave della musica reggae, da sempre legata alle radici religiose, sociali, geografiche, culturali della propria terra.   

La sfida degli Africa Unite fu, trenta anni fa, quella di trapiantare quelle radici all’interno di un contesto metropolitano europeo come quello torinese.

Prima, limitandosi a usare la stessa tecnica appresa dai coltivatori giamaicani, Bob Marley in primis. Poi, producendo una sensimilla che innestasse la propria peculiarità di appartenenza al territorio con la forza di quelle radici.

Arborescenze che avrebbero, di fatto, aperto una via italiana al reggae.

Una contestualizzazione all’epoca resa possibile grazie all’abbattimento delle barriere di espressione favorite dalla necessità di eloquenza del rap.

Il primo esperimento in tal senso venne infatti mascherato sotto l’egida della stagione delle posse italiane, sotto lo pseudonimo di To.sse., quindi rivendicato in quel piccolo manifesto che divenne Babilonia e Poesia.

Da allora gli Africa Unite non hanno mai smesso di sperimentare, con ogni mezzo possibile. Da quello elettronico del dub e delle sue derive ritmiche della jungle a quello di scuola classica della musica per archi. Rielaborando i classici di Marley in lingua originale ma pure mischiandosi con i dialetti, lavorando su dischi strumentali o chiedendo ad altri di dare una visione inedita del proprio lavoro.

Facendo dischi solari, scuri, brillanti o appannati.

Permeabili al clima interiore di chi li ha creati e a quello globale che ci avvolge tutti.

Rootz riporta la band di Pinerolo in grande forma, tornando alle sue “radici” che sono quelle di un suono reggae compatto e rotondo, di tanto in tanto avvelenato dalle profondità scure del vortice dub, secondo lo schema di Un sole che brucia.

Si avverte una forte inclinazione al poetry-dub di Linton Kwesi Johnson e Mutabaruka, un’esigenza a far affiorare le parole restituendo loro il compito di veicolo di comunicazione, di denuncia, di confessione. Si percepisce in maniera chiara su Music ‘n Blood affidata alla voce cavernicola di Madaski, su Cosa Resta commissionata a Bunna e su Mr. Time, dove se la giocano entrambi.

Ma è una necessità che si avverte chiara su tutto il disco. Ed è un’urgenza spinta dal bisogno di allontanarsi dalle ideologie radicali e dai fanatismi che affliggono il pianeta, anche quello a loro caro della cultura giamaicana, anche facendo nomi e cognomi su un pezzo che farà discutere come Così sia e con cui gli Africa prendono le distanze dalle istanze maschiliste e sessiste di alcuni rastaman e schierandosi contro il cameratismo complice che fomenta ogni ideologia, anche la più ignobile rivestendola di una dottrina comune che ne alimenta la diffusione, raccogliendo proseliti. Il fanatismo religioso è invece preso di mira su Mr. Time dove, sapientemente, la band tratta con distacco e sfiducia ogni forma di delirio spirituale, anche quello del rastafarianesimo esaltato da figure come Bob Marley o Burning Spear dimostrando un punto di vista critico e adulto, affrancato dalle febbri d’emulazione incosciente che caratterizzano le sottoculture popolari.

Gli altri attacchi sono quelli contro le nefandezze delle istituzioni o da esse taciute, condonate, esonerate dall’infamia e organizzate come regola, come precetto non ammonibile e idoneo all’indulto. Il malcostume politico denunciato sull’anti-singolo che chiude il disco e reso disponibile in download gratuito sul sito del gruppo e i misfatti contro l’ambiente raccontate lungo Il movimento immobile.

Ma ci sono anche i momenti di puro svago in levare, da quelli più morbidi come Si e Here And Now fino al rocksteady acceso di The Lady in compagnia del prodigio pugliese Mama Marjas. La Lady, appunto.

Soli o in ballotta (oltre alla Marjas ci sono l’asso Alborosie e i cameo di Jacob dei Yellow Mood e Piero e Roddy dei Franziska, NdLYS) gli Africa continuano a maneggiare la musica giamaicana con l’assodata padronanza di linguaggio lirico e musicale che ne fa la cosa più preziosa dell’ormai affollata scena reggae italiana.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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