MODERN STUDIES – Swell to Great (Fire)  

0

La ristampa in tempi ravvicinatissimi rispetto alla sua prima uscita su etichetta Song, by Toad è propedeutica al nuovo, secondo album, della band scozzese che uscirà per la Fire nel 2018 ed esce a ridosso dell’inverno, stagione perfetta per le canzoni dei Modern Studies dove pare precipitare una neve carica di fuliggine che si raccoglie un attimo prima di sciogliersi su un feltro non dissimile da quello dei cappelli piovosi di Cohen. Le musiche dei Modern Studies si poggiano placide e sommesse, spinte dal leggerissimo sibilo dell’harmonium di Emily Scott e passeggiano coi piedi avvolti in pesanti calze di lana, spesso in slow-motion come i maratoneti di Momenti di gloria o come negli spiritual dei primi Spain.

Ogni tanto passano vicino a una cassetta delle lettere e sembrano esitare. Poi preferiscono godersi il dubbio di una qualche bramata risposta invece che la conferma di un devastante silenzio. E la sorpassano senza fermarsi.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Annunci

JOHNNY THUNDERS – Born Too Loose (Get Back) / NEW YORK DOLLS – Lipstick Killers (ROIR)

0

Abilmente “stornate” le note di copertina curata da Nina Antonia (autrice di due biografie fondamentali come In Cold Blood Too Much Too Soon, NdLYS) dalla doppia raccolta dallo stesso titolo pubblicata dalla Jungle lo scorso anno, la Get Back stampa per il mercato italiano Born Too Loose, ovvero la definitiva  (o quasi, perlomeno nella versione integrale inglese in doppio cd e 39 canzoni) collezione di Johnny Thunders la Bambola, lo Spezzacuori, la Tempesta, l’ultimo perdente del rock ‘n roll. Diciamo subito che la versione italiana, spurgata e ridotta a sole dodici tracce, risulta molto più fruibile e forse quindi più adatta a focalizzare piuttosto che a studiare il fenomeno Thunders. Certo, qualche classicissimo si perde per strada (You Can’t Put Your Arms Around a Memory Too Much Junkie Business per esempio) ma di quelle canzoni credo che ogni lettore ne abbia almeno tre versioni custodite a casa. Inoltre, a difesa della versione italiana, possiamo dire che appare un brano altrimenti inedito sul suo fratellone maggiore ovvero una bella, grezza e romantica cover di Can’t Seem to Make You Mine di Seedsiana memoria che ancora una volta ci appende il cuore all’uncino e lo lascia ciondolare al soffitto e una versione in studio di Blame It to Mom preferita a quella catturata live in Svizzera che compare nella scaletta del disco Jungle.

Da rubare assolutamente al vostro negoziante invece la versione digitale di Lipstick Killers, vale a dire le vecchie registrazioni delle New York Dolls del 1972 pubblicate quasi vent’anni fa su nastro dalla ROIR.

Roba primitiva.

Versioni scarnissime di Personality Crisis o Looking for a Kiss, le uniche registrazioni con Billy Murcia ai tamburi che di lì a poco volerà in cielo dopo il breve soggiorno londinese in occasione del concerto spalla ai Faces di Rod Stewart.

Certo manca ancora, qui dentro, il tono devastante che Todd Rundgren imprimerà al disco di debutto così come lo sboccato puttanesco attegiamento imposto loro da Malcolm McLaren , ma questa è una foto ricordo che non può mancare nel vostro scaffale dedicato ai/alle New York Dolls.

Finchè ci si chiederà per l’ennesima volta se mettere il maschile o il femminile davanti al loro nome, il rock ‘n roll sarà ancora vivo e puzzerà come ai vecchi tempi.

                         Franco “Lys” Dimauro

313831_10150305525705124_394456822_n

314024_10150305526975124_248063139_n

 

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Io sono nato libero 1973-2017 (Legacy Edition) (Sony Music)  

1

Nella memoria collettiva l’11 Settembre resterà probabilmente per sempre associato all’attentato delle Torri Gemelle di Manhattan che si portò via tremila anime nel 2011. Un colpo inferto al cuore dell’Occidente in maniera troppo clamorosa in grado di cancellare il ricordo dell’11 Settembre più atroce della storia contemporanea. Ovvero quello del 1973 che invece garantì a Dio un numero dieci volte superiore di vittime e al godimento di Satana gli atroci spettacoli di tortura per un numero equivalente al doppio di quello, assicurando un’equa spartizione del bottino. Quel giorno, poco prima di essere ucciso, il presidente Salvador Allende concludeva con queste amare parole il suo ultimo discorso via radio: “andate avanti con la certezza che molto presto si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste e solo queste sono le mie ultime parole, con la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Con la certezza che ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.

Quello stesso giorno Victor Jara, il più importante cantautore cileno, viene condotto nello stadio di Santiago trasformato in un improvvisato ma non meno crudele campo di concentramento e gli vengono maciullate le mani, pestate dalle suole degli scarponi delle truppe fasciste di Pinochet e dai calci dei loro fucili, punite per aver cantato la libertà. Qualche giorno dopo averlo ucciso, il nuovo regime non solo confischerà tutte le copie disponibili o già vendute dei suoi dischi ma porterà al macero le matrici, affinchè scompaiano dalla storia.

In Italia le notizie e le immagini di quel golpe arrivano coi tempi e la qualità che la tecnologia di allora permettevano. Sono immagini sgranate di rastrellamenti, di bombardamenti, di aerei in volo che lanciano dall’alto i corpi agonizzanti di uomini legati col fil di ferro, di prigionieri accatastati come bestie destinate al macello sotto le tribune dell’Estadio Chile. Sarà con quel titolo che Pete Seeger metterà in musica gli ultimi versi scritti da Jara proprio in quel luogo. Lente, sgranate, ma arrivano. E colpiscono l’immaginario delle menti più fertili della nostra penisola. Tra queste, quelle di Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo che decidono di dedicare alla terra cilena martoriata dalla dittatura e dai militari il loro nuovo, terzo disco. Io sono nato libero viene scritto di getto, ispirato dall’orrore di quegli avvenimenti. Appena un mese dopo quell’11 Settembre il Banco è già in sala d’incisione per registrare quei quaranta minuti di musica. Io sono nato libero è un disco politico, lo è al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo è apertamente sin dal titolo della lunghissima traccia inaugurale. Ma, come nella tradizione del gruppo romano, utilizza il pretesto per un viaggio metaforico che si sgancia dai luoghi reali e dalle trappole del tempo per diventare percorso onirico, visionario sospeso tra fiaba e realtà. Non si schiera mai apertamente, se non dalla parte della libertà ideologica che è diritto universale ed imprescindibile su cui fondare un concetto di pacifismo reale, di democrazia liberale.

A ben vedere non siamo molto distanti dal concetto già espresso su Darwin! sul quale l’evoluzione dell’uomo e la sua emancipazione intellettuale era vista come strettamente legata alla propria capacità di liberarsi dai vincoli imposti dal suo Creatore. Musicalmente l’album ribadisce l’idea senza lasciarsi imprigionare da nessuna forma musicale, mutando costantemente atmosfere e suggestioni, rifuggendo anche dalle tirannie del cronometro, creando una tensione drammatica di ritmi dispari, sviluppandosi orizzontalmente e verticalmente in un dilagare di rarefazioni ed accelerazioni, di stratificazione e di esposizione cromatica di ogni strumento. Un disco barbaro, che non conosce la rassegnazione e mal tollera le redini. Questa meritata e meritevole riedizione gli affianca quello che può considerarsi il suo ideale seguito, figlio di quella identica fame di libertà che ancora oggi continua a divorare l’intestino del mondo. La libertà difficile condivide con il suo progenitore ispirazione e tematica e ne rielabora alcuni frammenti e, nell’intervista conclusiva a Vittorio Nocenzi, ne racconta la genesi dell’uno e dell’altro. L’umore ha sfumature diverse, perché diverso è il contesto personale e sociale in cui il Banco di muove adesso e se il risultato può sembrare anacronistico nel suono, con le sue esasperazioni prog che adesso suonano antiche anziché innovative e premiano più la memoria che il coraggio, di certo non lo è la ricontestualizzazione degli argomenti. La libertà resta uno dei traguardi più difficili da conquistare e da preservare, oggi come allora. Io sono nato libero ci aiuta a rifletterci sopra, mentre stiamo comodamente seduti nel nostro bel salotto pieno di belle cose che diamo per scontato nessuno ci porterà via.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHEREENS – A Date with The Smithereens (Floating World)  

0

Nel 1994, in una delle (poche) interviste rilasciate per la promozione di A Date with The Smithereens, un Pat DiNizio palesemente risentito, dichiarò che il rock ‘n roll era finito e che la sua era forse l’unica rock ‘n roll band che continuava ad incidere dischi. Il risentimento era dovuto in larga parte all’attenzione rivolta da critica e pubblico al fenomeno grunge che aveva lasciato fuori dal cono di luce molte band “storiche”, come la sua. Uno scivolone terribile di cui avrebbe parlato ancora, con identico rancore, su Sick of Seattle.

La cosa curiosa è che Kurt Cobain aveva dichiarato che, durante la creazione di quello che del grunge sarebbe diventata l’icona insuperabile e del cui produttore DiNizio aveva inizialmente chiesto i servigi proprio per questo disco, le sue orecchie erano in buona parte occupate dall’ascolto di Especially for You, il disco d’esordio della band di DiNizio. Insomma, non proprio dei simpaticoni DiNizio & Co.

Ovviamente gli Smithereens non erano gli unici reduci rimasti in circolazione durante la sbornia grunge. E non erano neppure tra i migliori. In ogni caso, quando i riflettori sarebbero tornati a far luce su quello che c’era oltre Seattle, gli Smithereens si sarebbero limitati a diventare un gruppo-parodia, senza alcuna idea se non quella folle e megalomane di cimentarsi con le canzoni dei Beatles, con le canzoni di Santa Claus o di riproporre per intero il Tommy degli Who.   

A Date with The Smithereens dal canto suo pensava di fronteggiare la piena del grunge con un set di canzoni non proprio brillanti. Lo smalto power-pop degli anni Ottanta era soffocato dentro il tentativo di irrobustire leggermente il suono, opacizzando la brillantezza degli infissi. Il tentativo fallì miseramente, portando alla rottura con la RCA che pure aveva concesso agli Smithereens l’onore di ospitare per un paio di brani (Point of No Return e Long Way Back Again) la chitarra di Lou Reed. Eppure, a ben vedere, le ambizioni di DiNizio non erano del tutto malriposte, siccome i Lemonheads avrebbero spopolato ovunque e contemporaneamente in pratica con la stessa ricetta: canzoni melodicamente appese alle grucce di Tom Petty, accigliate ma senza mai scavallare nella malinconia o nel pessimismo fine a se stesso.

A Date è un plaid da tirarsi sulle gambe nei pigri pomeriggi di primavera, quando il sole tarda ancora a scaldare i tetti ma promette estati sfavillanti. E noi gli crediamo. Perché ci piace credere sia così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RADIATORS FROM SPACE – TV Tube Heart  – 40th Anniversay Edition (Chiswick)  

0

A me piace immaginarli un passo “accanto”. Ma se è vero che di loro si è persa la memoria e degli altri no, allora i Radiators from Space erano un passo “dietro” gli Undertones, l’altra grande punk band irlandese. Che però a ben vedere non stava ne’ a fianco ne’ davanti i Radiators, ma semplicemente più a Nord. I Radiators invece erano irlandesi di Dublino. Irlandesi orgogliosi di essere sudisti irlandesi. Di stare di fronte all’Inghilterra ma fieri di non farne parte. Dublino e l’Irlanda “dissidente” era vista allora come una terra di conquista da parte del mercato musicale britannico. Una regione che si poteva colonizzare con i propri eroi pop ma che forse mai ne avrebbe prodotto alcuno. La storia avrebbe avuto poi la propria rivincita, se è vero che ancora oggi identifichiamo la più popolare rock band mondiale con la sigla U2. A quei tempi gli U2 sono un quintetto chiamato The Hype e con i RfS dividono più di un palco. Poi, l’ostinazione di Phil Chevron nel rinunciare a qualsiasi promoter esterno e di dedicarsi al DIY più oltranzista (pubblicando anche una fanzine chiamata Raw Power) avrebbe condotto i Radiators dentro una tana da cui sarebbe diventato difficile stanarli, fuori dai patri confini. E se non fosse stato che alla guida della inglesissima Chiswick sedevano due emigranti irlandesi, probabilmente anche questo loro disco di debutto (così come i successivi) di cui ricorre oggi il quarantennale, non avrebbe mai visto la luce. L’apertura è affidata a Television Screen, il manifesto della loro ossessione per la coercizione esercitata dai media e che, pubblicato il 22 Aprile del ’77, rappresentò il primo singolo irlandese della stagione punk, seppure lo skank della chitarra sia ancora più vicino a quello delle pub-band che al chiassoso strumming del punk vero e proprio. Le canzoni di TV Tube Heart del punk avevano però il carattere, oltre ad una innata forza melodica (provate a restare infrangibili davanti ai “refrain” di Prison Bars, Roxy Girl, Sunday World, Contact), mostrando una scorza che malgrado i riferimenti ad MC5 e Stooges (si ascolti l’approccio alle figure soliste dentro ogni canzone) era facile e piacevole da spaccare.    

Questa ristampa celebrativa triplica quasi il suo contenuto originale, con registrazioni inedite dello stesso periodo e le B-side di ordinanza (tra cui una bruciante versione di Psychotic Reaction che i Radiators furono tra i primi a recuperare su tutte le terre emerse).

Celebrate l’anniversario del punk scoprendo questi gioiellini. Il resto potrete recuperarlo in edicola anche più avanti, allegato a Sorrisi e Canzoni.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FABRIZIO DE ANDRÉ – Anime salve (Legacy Edition) (Sony Music)    

1

Non temo smentita nel dichiarare che Anime salve è il miglior disco di musica d’autore mai realizzato in Italia. Non la temo non perché non ce ne saranno, di smentite, ma perché davvero me ne importa poco: Anime salve è il miglior disco disco italiano di musica d’autore per me. E tanto mi basta.

Meritava dunque il trattamento “di riguardo” che questa Legacy Edition gli riserva. E non mi stupirebbe che ne ricevesse di altri, anche quando molte altre anime salve avranno raggiunto quella volata troppo in alto e troppo presto di Faber per poterle ascoltare. E tuttavia aver goduto di un capolavoro simile per venti anni è già un privilegio affatto di poco conto. La Sony ce lo regala adesso in una elegante confezione col suo gemello partorito dal vivo l’anno successivo, sul palco del palasport di Montichiari (per capirci, l’esibizione pubblicata per intero su Il Concerto 1997 quattro anni fa, NdLYS), vestito con abiti ancora più belli, morbidi e sontuosi di quelli già elaborati del suo fratello maggiore con cui tuttavia abbiamo ormai da tempo conosciuto ogni piega, per asciugare su quei lembi di stoffa le lacrime per una dipartita troppo precoce, troppo inattesa, troppo “se mi vuoi bene piangi” per raccontarla col giusto distacco quando, ancora oggi, ci vengono a “chiedere del nostro amore”.   

Più mi lasciano sola, più splendo.

Così scriveva Alda Merini, anima salva tra le anime salve, in un elogio vibrante alla forza terapeutica della solitudine.

A questo senso etico e filosofico della solitudine come guarigione dello spirito (come sosteneva Seneca, paragonandola al cibo per il corpo) è dedicato l’ultimo disco di Fabrizio De André.

Un album che chiama a concilio tutte le anime salve del mondo esortandole con un abbraccio umano e corale a ritrovare il senso di appartenenza a quella dolcissima schiera di eletti che sanno trovare nella solitudine il mistero del proprio passaggio umano su questa terra.

Anime mai paghe che nella fredda coperta di canoni e precetti che regolano la vita del branco non trovano nessuna sazietà.

Anime salve che si riconoscono tra loro da uno scambio di sguardi inquieti.

Un’inquietudine che Faber conosce fin dentro le viscere e di cui ha a lungo cantato  lungo la sua carriera e che qui culmina con una rassegna di solitudini tutte disuguali e tutte similmente cariche di struggente malegria, appesantite ma fiere di quell’ineffabile senso di inadeguatezza che ti lascia mille miglia distante dagli altri, in un eremitaggio che se non può essere fisico, sarà sicuramente spirituale.

La solitudine come condizione attiva o passiva di distacco da un mondo falsamente perbenista, come tetto per trovare riparo dalle lordure del mondo e che qui si snoda attraverso nove brani di una bellezza tormentosa, spesso lusingata dai suoni sudamericani che hanno sempre affascinato Ivano Fossati, l’altra anima salva che lavora con De André per dare al disco il giusto colore. Che dunque non è solo il seppiato di quella che è in assoluto la più bella copertina della discografia del cantautore genovese ma che è, appunto, quello caldo e avvolgente dei tropici sudamericani, quello gitano e carnascialesco delle terre montenegrine e quello mediterraneo “imposto” da Mauro Pagani ai tempi di Creuza de mä” e che ha lasciato un importante solco nel metodo di approccio di Fabrizio al suo materiale più recente.

Sarà proprio questo “scollamento” tra la sensibilità tropicalista rincorsa da Fossati e l’anima mediterranea di De André a far ripiegare quest’ultimo su Piero Milesi (in origine chiamato solo alla direzione degli archi) per la scelta del produttore artistico di Anime salve. Uno scollamento che tuttavia Milesi non riuscirà a saldare completamente lasciando evaporare il disco in scelte di arrangiamento disomogenee che tuttavia non ne alterano o forse ne innalzano ulteriormente il valore assoluto. Ciò che Milesi porta come novità assolute sono invece innanzitutto la scelta di usare in pre-produzione esclusivamente suoni campionati ribaltando la prassi comune a tanti, De André compreso, di lavorare con musicisti in carne ed ossa sin dal momento del concepimento del suo lavoro e in secondo luogo un’attenzione quasi maniacale per la ricerca dei timbri giusti, compreso quello vocale (la voce di De André su Anime salve viene fuori come in nessun altro suo disco proprio grazie a Milesi e alla felice intuizione di usare il microfono destinato a catturare il pesante battito della cassa della batteria come microfono vocale, NdLYS).

La compiutezza di Anime salve si risolve invece dal punto di vista lirico, con una ricercatissima capacità di descrivere situazioni più o meno ordinarie con grandissima abilità poetica. Raccontando la cronaca (come la faida narrata sulla bellissima Disamistade) o l’amore (quello taciuto e infantile di Ho visto Nina volare, per esempio) attraverso un’analisi trasversale del dramma interiore che tormenta gli animi dei protagonisti.

De Andrè conduce trans, pescatori, rom, innamorati disillusi e spose infelici davanti a un gioco di specchi che ne mostra la bellezza infinita e deturpata, fino a consegnare le anime di ognuno di questi figli disobbedienti tra le mani di chi dovrà accoglierle al termine del loro passaggio terreno. Una preghiera accorata che è molto probabile, secondo lo scetticismo agnostico di chi l’ha invocata, rimarrà inascoltata.

Una chiusura solenne, quella di Smisurata preghiera, che ha tutto il sapore di un testamento emotivo ed artistico destinato più che all’ombra greve e partigiana di mille papaveri, al saluto imperituro delle corolle di mille girasoli.

Mille anni al mondo.

Mille ancora.

Che bell’inganno sei, anima mia.

E che grande questo tempo.

Che solitudine.

Che bella compagnia… 

                          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

KING KHAN – Murderburgers (Khannibalism)  

0

Non ci sono gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su questo disco del 2014 che torna adesso sul mercato in veste ufficiale.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

    

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

PHILIPPE DEBARGE with THE PRETTY THINGS – Rock St. Trop (Madfish.)  

0

Tra la pubblicazione di S.F. Sorrow e le registrazioni di Parachute, i Pretty Things accettano l’insolito invito di un loro fanatico ammiratore. Non è un ammiratore qualunque. È uno dei personaggi che contano nella dolce vita francese.

È uno che nella sua villa in Costa Azzurra organizza mega-feste in piscina dove donne bellissime e rockers dalle belle speranze possono annegare dopo aver fatto prova di apnea dentro flûte  ricolmi di champagne. Ama la bella vita e ha vezzi e vizi da ricco. Tra cui quello di incidere un disco. Possibilmente accompagnato dalla sua band preferita: i Pretty Things. È un periodo travagliato per il gruppo inglese: Dick Taylor e Twink hanno di fatto abbandonato il progetto in mano a Phil May e Wally Waller e la EMI è insoddisfatta delle vendite esigue del loro ultimo lavoro.

E forse è tempo per una vacanza, anche se non del tutto: i Pretty Things sono in un periodo di grande fermento creativo, anche se gli obblighi contrattuali impongono loro uno stop in attesa che le vendite di S.F. Sorrow subiscano un’impennata.

Il materiale del periodo viene pubblicato sotto il nome Electric Banana, per un’etichetta dedita alle musiche da film e, parte di questo, viene “esportato” in Francia, a Saint-Tropez, nella residenza di Mr. Philippe Debarge per registrare quel disco pirata che il gigolò francese tanto desidera e che circolerà solo in acetato, per i veti di cui vi ho parlato. Quell’acetato, in pessime condizioni, viene acquistato da un ragazzo finlandese di nome Jorma Saarikangas ma a rimettere in moto l’opera di restauro quasi quarant’anni dopo è Mike Stax, che coinvolge Wally Waller in una riedizione che viene pubblicata per la sua etichetta personale. Passano ancora otto anni per vedere quel disco pubblicato allora in edizione limitata per la Ugly Things godere di una ristampa e distribuzione europea, con l’aggiunta di un paio di suppellettili a valle (due demo dei tanti provini al Westbourne Terrace) e una bella copertina dove Debarge strimpella assieme a Johnny Hallyday e la Bardot se la ride beata.           

Tutt’altro che un disco di “serie B”, Rock St. Trop è una buona cornucopia del periodo psichedelico dei Pretty Things, quello carico di aromi e di fragranze freakbeat che si stanno espandendo dal braciere inglese per tutto il vecchio continente, con pezzoni di folk stralunato e capolavori come It’ll Never Be Me, Alexander, You Might Even Say, You’re Running You and Me, Eagle’s Son che ribadiscono ancora una volta chi, nel magico circo beat inglese, può fare l’ammaestratore di belve e chi invece continuerà a spargere segatura sulla merda degli elefanti, beneficiando dell’eco dell’applauso che il pubblico in quegli anni lì dispensa a chiunque vesta una giubba vittoriana e si appresti ad occupare la pista.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

3

Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TIM BUCKLEY – Sefronia (Edsel) / Look at the Fool (Edsel)  

0

I due album eretici di Tim Buckley. Quelli sui quali per anni ci si è arrovellati riguardo cosa abbia spinto un artista di così pregiato valore e di così elevata sensibilità (più presunta che reale, come dimostrerà la gelida accoglienza riservata al figlio Jeff) ad arrugginire così selvaggiamente, così testardamente, così consapevolmente.

Sono i dischi “volgari” del musicista californiano.

Quelli pieni di insipidi blues che sembrano rubati ai Doors anziché ai musicisti neri di Chicago, di pallida soul music ispirata a Stevie Wonder e Al Green buona per i balletti di Soul Train, di musiche che sembrano pensate per qualche telefilm californiano con le macchine dei cops che inseguono un delinquente qualsiasi mentre il sole picchia sull’asfalto ed evapora nella skyline.

Se i dischi precedenti erano stati il trionfo della spiritualità (contemplativa, sofferta, estatica, onirica), negli ultimi dischi e negli ultimi anni della sua vita Buckley riscopre il valore della carnalità, della musica che parte dal corpo e al corpo arriva. È un modo per scrollarsi di dosso il dolore, anche quello fisico, che attanaglia Tim ormai da un po’. Sefronia e Look at the Fool sono due modi per cancellare la sua immagine, per tornare a guardare allo specchio qualcuno che non sia lui, per prostituirsi pur di accrescere la sua autostima ridotta allo spessore friabile di un cracker.

L’effetto, nonostante i dischi non siano inferiori a tanta roba “crossover” pubblicata in quegli anni, è scabroso. Più per i vecchi fan di Buckley che per i pochi nuovi che gli album riescono a raccattare. È come se un vecchio amico con cui amavi parlare di stelle, misticismo e filosofia trascendente ti piombasse a casa per commentare le cosce della nuova cameriera alla panineria all’angolo sotto casa. Sefronia e Look at the Fool lasciano interdetti perché sono dei dischi di Tim Buckley, l’autore di album come Starsailor e Blue Afternoon, l’uomo che cercava le stelle e che adesso si limita a cercare i delfini dell’amico Fred Neil o a raccattare le cartacce dalle strade del rock ‘n roll (la rilettura di Louie Louie e che chiude  in maniera imbarazzante la lista cronologica delle canzoni incise da Buckley durante la sua breve ma folgorante carriera). L’accoglienza riservata a questi ultimi lavori adesso ristampati da Edsel (e tenuti fuori, continuando ad alimentare lo sgradevole senso di lavori “apocrifi”, dal box della Rhino in uscita contenente tutta la restante discografia, NdLYS) con rimasterizzazione dai masters originali e libretto con testi (ai tempi anche quelli tenuti fuori dall’inutile libro pubblicato nel 2000 dalla Papergraf dove Giancarlo Susanna si prendeva pensiero di inserire le traduzioni delle cover presenti in Sefronia ma non il materiale autoctono, facendo scempio su scempio, NdLYS) fu spietata all’epoca e, se avete letto quel che ho scritto fra parentesi, lo continua ad essere a più di quarant’anni dalla loro uscita.

I critici che incensavano Steely Dan e Joe Cocker non gli perdonarono di aver ceduto ai peccati capitali proprio mentre stava ascendendo al cielo.

Io li riascolto oggi e mi sembrano dei dischi bellissimi. Suonati magistralmente. Cantati con voce inossidabile. Funky. Sensuali. Sfrontati.

Voi continuate pure ad ascoltarli come vi hanno insegnato Scaruffi e Bertoncelli.

A Buckley di certo non interesserà più.

E men che meno a me.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro