ULTIMATE SPINACH® – Ultimate Spinach® / Behold and See / III (Akarma)

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Non ebbero vita lunga i bostoniani Ultimate Spinach®: i tre album incisi tra il ’68 e il ’69 e adesso ristampati da Akarma ne tracciarono la parabola discendente prima che la “verdura” sfiorisse tornando alla terra.

Formati dal polistrumentista Ina Bruce-Douglas, gli Ultimate Spinach® esordirono con un omonimo album di classica impronta flower-power. L’armamentario è quello tipico dell’epoca con sfoggio di theremin, harpsichord, tablas, flauti e sitar ma usati in modo funzionale ai brani e mai, a dispetto di quegli anni facili al fascino della ricerca strabordante e fine a se stessa, viceversa.

Malgrado il cuore del disco, Hip Death Goddess, si attacchi alla coda del velivolo Jefferson con maestria non certo impari, il debutto di questi vegetali per il cervello si lascia ricordare soprattutto per i brevi quadretti che le fanno da cornice: uno specchio deformante in cui la tradizione si trasfigurava in ritratti buffi, visionari, divertenti o poeticamente bucolici dilatando i propri contorni fino all’alterazione cromatica del proprio corpo.

Intuizioni confermate e sviluppate su Behold and See dello stesso anno, altro albo dal valore indiscutibile.

L’enfasi si smarrisce ma la quota rimane altissima.

Al confronto gli Ultimate Spinach® di III sembrano un’altra band. Oh, pardon…gli Ultimate Spinach®  di III SONO un’altra band.

Rimasta la sola Barbara Hudson a sfogliare l’album di famiglia, l’ultimo atto della band brucia, nell’inutilità dannosa di riutilizzare la vecchia sigla, quanto di buono era stato creato, con un disco stanco ed incapace di spiccare non il volo ma un semplice salto, perdendosi in pallosissimi esercizi di stile e musica da FM eccezion fatta forse solo per l’inaugurale Romeo and Juliette, trafugata dagli archivi delle nuggets americane. Roba pericolosa da cui è meglio stare alla larga.

 

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

 

 

DEODATO – Night Cruiser / Happy Hour (Robinsongs)  

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Con i dovuti distinguo, Eumir Deodato de Almeida è stato il Keith Emerson brasiliano.

Seppur “navigando” su mari completamente diversi, Deodato è riuscito al pari del “collega” inglese nell’impresa di “scavalcare” file e file di chitarristi e rubare loro il proscenio della musica giovane. Se era stato il passaggio dalla bossanova dei primi dischi ai rifacimenti di standard della musica classica a regalargli un successo colossale e travolgente la mossa consecutiva, ovvero quella di convertirsi alla disco-music e al funky (un po’ come faranno all’epoca anche Herbie Hancock o il Davis di On the Corner) gli darà gloria più come produttore (i fenomenali dischi di Kool & The Gang) che come autore e strumentista, sicchè i suoi album del periodo finiranno per confondersi con le vagonate di produzioni funky-disco dell’epoca. Cosa che in effetti erano. Privi di quel guizzo geniale che avrebbe potuto fare la differenza sia Night Cruiser che, ancora di più, Happy Hour  sono lavori di disco-music domestica. Ben costruita, ben arredata, buona-anzi-buonissima per le rotazioni serali e notturne delle radio, un po’ impacciata sulla pista ma dal gusto  stilosissimo, tanto da essere più volte campionata un ventennio dopo dai nuovi eroi dell’hip-hop, dell’elettro-funk e del nu-soul (da Mark E ai Breakbot, da Notorius B.I.G. ad Angie Stone).    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

BIG STAR – Complete Third (Omnivore)  

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Riedizione mastodontica per il terzo album dei Big Star di Alex Chilton, quello destinato a raccogliere la polvere di stelle di una delle band più sfortunate ma allo stesso tempo influenti del rock americano degli anni Settanta.

Dalle versioni demo a quelle conclusive passando per le varie fasi di registrazione e missaggio. Insomma, come essere amici di uno che di amici non voleva averne alcuno, in quel 1974. Ed essere al suo fianco in ogni sua giornata, dalla più buia alla più luminosa, durante una delle sue gravidanze più complicate.

Un disco che fa tesoro delle assenze fino a far brillare la Grande Stella di una luce inquietante, schizofrenica, misantropa e a tratti addirittura angosciosa. Un disco che è il risultato di un cannibalismo atroce, di un’operazione di auto-sabotaggio quasi senza eguali, di imbalsamazione salvifica e definitiva.

Chilton e Jim Dickinson, resisi conto di avere tra le mani poco più che un cadavere, ne svuotano le viscere e le riempiono di cristalli di sale. 

Un lavoro dall’approccio totalmente disinibito. Un album invendibile, tanto che occorrerà aspettare quattro anni perché qualcuno (la PVC in America, la Aura in Gran Bretagna) si decidesse a stamparlo mostrando la Memphis dei vampiri. L’ultima lacrima di stucco era stata  detersa, l’ultima goccia di sudore era stata asciugata, l’ultimo grammo di grasso prosciugato. Quello che restava era il suono di una casa di spettri.

Una casa di spettri dove prima c’era stata la vita gloriosa della Stax.

Una casa di spettri proprio lì dove era stata scritta Whola Lotta Shakin’ Goin’ On. Che infatti era rimasta in qualche modo intrappolata là dentro. E la sua eco risuonava tra quelle mura fatiscenti e marce. Fantasmi che puoi sentire digrignare i denti, come su quel vortice di angoscia che è Holocaust, che ne puoi sentire le dita azzardare un giro di piano colato via dal pentagramma armonico, come nell’intro di Jesus Christ o durante gli skizzi di Kizza Me!, trascinare ferraglia sul “velluto” di Kanga Roo, sbattere a terra le loro grucce allo schioccare del secondo minuto esatto di Nature Boy (in realtà si tratta della stampella di William Eggleston, ma a me piace immaginarla in quel modo, NdLYS), palleggiare impertinenti una palla da basket mentre avanzano sghembi su Downs (la suoneranno per sempre così, i Big Star, anche nelle tarde reunion di quarant’anni dopo, per non fare indispettire i fantasmi: con un amico invitato sul palco a palleggiare all’infinito quel pallone. Nella maggior parte dei casi, Mike Mills dei R.E.M.).

Third è il disco che, al pari del terzo Velvet Underground, forgia l’assetto umorale di vagonate  di indie-band dei decenni seguenti, alcune delle quali partecipano alle ricche note di corredo a questa nuova e stavolta pare definitiva versione del capolavoro dei Big Star. Ora potete divertirvi a confrontare ogni versione disponibile di quei bozzoli di dolore, magari scioglierli ed attorcigliarvi nella seta che ne viene.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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OFFICINE SCHWARTZ – Colonna Sonora di Remanium Dentaurum Cr Co Mo (estesa, rimasterizzata e videodocumentata) (Again Records/Luce Sia)  

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A Dalmine, a mezzo miglio di distanza dall’autostrada Bergamo-Milano, una delle più grandi acciaierie italiane venne convertita, durante l’epoca fascista, nel più grosso stabilimento di munizioni per l’esercito tedesco. Novemila tonnellate di teste di siluri e tubi per missili V1 e V2 uscivano fuori, ogni mese, da quei capannoni messi su con i goldmark della Mannesmann.

Alle ore 11 del 6 Luglio del 1944, con la fabbrica in piena attività, 78 tonnellate di bombe da 500 libbre ciascuna oscurarono il cielo di Dalmine come un’enorme pioggia di metallo e di morte uccidendo quasi trecento persone e mutilandone quasi il triplo.

E’ il rumore dei bombardieri di quella che è passata alla storia come Operazione 614 e la cronistoria di quella giornata ad aprire l’album di debutto delle Officine Schwartz.

Ancora Bergamo. Ancora opifici. Anche se adesso siamo nel 1988.

Le Officine Schwartz hanno aperto i loro cancelli cinque anni prima ma è solo adesso, con questo prodotto fonografico associato ad uno spettacolo multimediale che nelle intenzioni sarebbe dovuto durare quanto un’intera giornata lavorativa (le famose “otto ore” che, andrebbe ricordato, furono rivendicate per la prima volta proprio dai lavoratori della Dalmine, NdLYS) e poi “ridotte” alle quattro ore presentate per la prima volta il 13 Febbraio del 1988 a Pantigliate di Milano che le Officine di Osvaldo Arioldi diventano l’avamposto più occidentale delle compagini industrial dell’Europa dell’Est. Di quello spettacolo non troverete traccia nel DVD pubblicato in allegato a questa preziosa ristampa se non nei ricordi trasversali dei loro protagonisti e che pure ne rappresenta uno dei punti di forza (l’altro è la canonizzazione dei trenta minuti di concerto registrati all’El Paso e circolati da sempre come cassetta tra le solite sette carbonare).

Da qui alla ruggine è infatti, più ancora che Remanium Dentaurum, un vero e proprio bagno nell’acciaio. Officine Schwartz rappresentano, su disco e tra i bidoni delle loro rappresentazioni multimediali, l’unica musica concessa a chi lavora nelle catene di montaggio.

La meccanica della fatica si trasforma dunque in fucina ritmica potente e disarmonica.

L’identità pluralista (il sindacato, i compagni di turno, la “classe operaia”) venuta a rimpiazzare l’annientamento della propria individualità si adatta al canto corale, polifonico di canzoni come Inno  dei lavoratori e delle officine o Ciao Bella!.

Barili, taniche e bidoni si trasformano nel nuovo grembo pronto ad accogliere i feti della civiltà industriale.

Il braccio operaio diventa il braccio di Dio.

   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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OASIS – Be Here Now (Big Brother)  

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Il trucco era far suonare i dischi degli Oasis non solo più spesso degli altri, ma più “forte” degli altri in modo che scorrendo con aria svagata la pista della modulazione di frequenza l’ascoltatore cadesse nella trappola. In pochi se ne accorsero. Ma noi che facevamo radio e non solo la subivamo ce ne accorgemmo eccome.

I dischi degli Oasis erano “costruiti” per sbaragliare la concorrenza.

Per annientare qualsiasi rivalità.

Non solo quella dei Blur che era stata costruita per fare gossip, ma tutto ciò che passava per l’FM occidentale.

Lo stesso “trucco” di iper-equalizzazione fu usato per Be Here Now, il terzo album della band di Manchester. Quello destinato ad imporli definitivamente come la band più importante del mondo. Oltre a questo, l’uscita venne “blindata” limitandone in tutti i modi la pre-diffusione in rete (i promozionali vennero inviati in pochissimi esemplari “tracciati”). Insomma, era il 1997 e il mondo era prigioniero degli Oasis.

I fratelli Gallagher hanno percorso velocemente il primo tratto di binario della montagna russa del pop. Adesso, si trovano in cima. Forse non sanno ancora che dopo ci sarà una discesa sempre più rovinosa. O forse si. Ma per adesso, cosa importa? A voi importerebbe?

Be Here Now suona presuntuoso da subito. Anzi, più che presuntuoso, invasivo. Costruito, e costruito bene, per catalizzarsi sul nervo vestibolococleare dell’ascoltatore. Costruito a mo’ di spot pubblicitario: lo ascolti un paio di volte e ti sembra che quelle canzoni siano state lì da sempre. Tu, devi solo raccoglierle.

Il suono delle chitarre è pastoso e vagamente onirico, le vocali dei ritornelli tirate perché ti abbraccino, le consonanti viceversa pesanti, austere, orgogliosamente mancuniane e figlie del lessico proletario e volgare della working-class, gli arrangiamenti sontuosi, talvolta al limite del kitsch beatlesiano (All Around the World), le ballate avvolgenti con cambi di accordo prevedibili ma efficaci, la durata media delle canzoni insopportabilmente lunga. Ovunque, una sensazione spiacevole ma concreta che tutto sia stato fatto con lo stampino ed impastato col Bimby®.

Una bella cartolina dall’Inghilterra.

Ma pur sempre una cartolina.  

Nella sua nuova edizione deluxe, Noel Gallagher che ne ha curato la riedizione e la scelta delle bonus (una ghiotta per quanto ovvia lista di B-sides, tracce dal vivo e una versione inedita e carica di archi di D’You Know What I Mean come unico risultato di un progetto di rimaneggiamento dell’intero disco lasciato di fatto incomputo), gli Oasis ne mandano una pure dalle Antille. Si tratta degli apocrifi provini registrati da Noel e da Owen Morris (e il cameo di Johnny Depp che poi gli Oasis avrebbero tenuto per la versione definitiva) nella residenza caraibica di Mick Jagger sull’isola di Mustique e ora diventati di pubblico dominio.

Il confronto tra le voci di Liam e Noel diventa schiacciante. A discapito di quest’ultimo. Però per noi che siamo tutti, ora che la rete ci permette di farlo in maniera sistematica, un po’ voyeur, il piacere un po’ perverso di spiare la più chiacchierata coppia di fratelli del pop inglese dallo spioncino, rimane. E, tra un gossip e l’altro, un disco in proprio e la ristampa di uno fatto insieme, viene soddisfatta.       

 

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

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THE 101’ers – Elgin Avenue Breakdown Revisited (EMI)  

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Il progetto cui Joe Strummer stava lavorando prima della sua morte, ovvero quello di rimettere in piedi la sua prima band e rieditarne il materiale con l’aggiunta di materiale inedito viene alla fine concluso grazie all’aiuto della sua compagna Lucinda Tait e pubblicato dalla EMI. E, nonostante la propagazione virale della rete stia rendendo quasi superflue operazioni simili, non possiamo che gioire nell’aggiungere un altro pezzo di plastica sullo scaffale di dischi occupati dal musicista inglese, questa volta pieno delle sue prime canzoni.

Siamo nel 1974 ed il primo ingaggio per portare al pubblico di Londra la propria musica, dopo aver girovagato mezza Europa con in braccio un ukulele cercando di suonare, su quello, le canzoni di Chuck Berry Joe Strummer lo ottiene dall’Elgin, per cinque sterline a serata. Per ottenerlo, Joe ritaglia un trafiletto del Melody Maker dove un giovane Allan Jones fa un bel complimento alla sua band dopo averla sentita suonare al Charlie Pig Dog, la casa occupata che gli 101’ers usano come quartier generale.

La band porta sul palco del club londinese e quindi in giro per gli altri locali della città il suo onesto pub-rock finchè sulla scena non irrompono i Sex Pistols, chiamati a far loro da spalla in una serata alla Nashville Room. Quella sarà la sera in cui il pub-rock passa il testimone al nuovo punk e che di fatto segna la fine degli 101’ers. Due mesi dopo, con una breve audizione muta al Shepherd’s Bush, nasceranno i Clash e Strummer coronerà in qualche modo il suo sogno di diventare uno “strimpellatore” di protesta come Woody Guthrie. Infatti è proprio così che lo chiamano i suoi compagni, a quel tempo: Woody. Anche se è più col rock ‘n roll di Chuck Berry e Diddley che sembra avere confidenza. E anche se ha già cominciato a scrivere canzoni convincenti come Lonely Mother’s Son (poi ceduta al repertorio dei Clash), Keys to Your Heart, 5 Star Rock ‘n Roll, Sweet Revenge (dove lo “stile” Strummer è già molto vicino a quello dei dischi dell’età adulta) cui manca solo la chitarra tagliente di Jones per diventare ciò di cui il mondo, pur senza saperlo ancora, ha di bisogno.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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BUFFALO – Dead Forever… (Repertoire)

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Un bufalo nella terra dei canguri.

Già: un enorme, smisurato bufalo cresciuto fuori da ogni mandria, dentro le comunità urbane circondate dal deserto australiano.

Quando nel ‘91 uscì Badmotorfinger dei Soundgarden ricordo come la voce di Chris Cornell che tutti si sforzavano di paragonare a Robert Plant mi ricordasse invece quella di Dave Tice che avevo conosciuto quando, alla fine degli anni ‘70, era andato a rimpiazzare Mike Spenser tra le fila dei Count Bishops, una delle mie ossessioni di allora. Un’ossessione che mi portò ad indagare sulla vita di Dave e che mi fece conoscere i Buffalo.

Incredibili Buffalo.

Eroi dell’hard rock australiano prima ancora che AC/DC e Rose Tattoo venissero allo scoperto e tuttavia da loro diversi. Musicalmente siamo dinanzi a un hard blues iperamplificato e rotondo, affine a quello dei Ten Year After di Shhh e Watt (da cui i Buffalo riprenderanno egregiamente I‘m Comin’ On sul loro terzo LP, NdLYS), modulato su un uso massivo della distorsione e la reiterazione circolare e psichedelica del basso. Non a torto vennero poi sbandierati come tra i precursori dello stoner rock, per quell’uso di riff pesanti e circolari. Ma allora, nonostante le 15.000 copie vendute di Dead Forever…, furono costretti allo scioglimento da qualche promoter che li vide come un fiasco commerciale. Fu la Vertigo, la stessa label dei Black Sabbath, a chiedere al gruppo di serrare le fila per supportare il tour australiano della band di Osbourne. E Dio gliene renda merito, perché Volcanic Rock più che questo Dead Forever… sarebbe stato il disco migliore dei Buffalo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MATT BIANCO – Whose Side Are You On (Cherry Pop)

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Jazz da aperitivo. Verde come le olive da intingere nel Martini Dry. Nulla di più.

Eppure quella che sembrava essere la più effimera fra le band inglesi ispirate in qualche modo alle fusa del jazz americano è stata, nei fatti, quella sopravvissuta più a lungo, tanto da essere ancora in piena attività, con buona pace dei vari Working Week, Style Council o Everything But the Girl. Tenuti a galla in qualche modo dalle risacche dell’acid jazz e della lounge music, i Matt Bianco continuano ad imperversare nei locali dove si simula un evanescente elogio al pre e al dopo cena tra tintinni di flute e coppette da cocktail in un rituale mondano di fancazzismo di classe per gente che non sa distinguere un lounge bar da un american bar.

E alla quale, dunque, i Matt Bianco col loro spensierato latin-gezz vanno più che bene. Così come andavano bene all’epoca di questo disco di debutto appena ristampato a quanti si accontentavano di vederli rincorrere il sincrono con la traccia audio durante le esibizioni in playback al Festivalbar o negli altri ritrovi per gli iscritti al club del cuore di panna. Perché un tour vero, un concerto vero all’epoca i Matt Bianco non sapevano neppure cosa fosse. Quasi un paradosso, per una band che decide di uscire fuori dal calderone synth-pop di quegli anni per riscoprire il calore del suono acustico e di strumenti veri come contrabbasso, tromba, pianoforte, flauto, organo elettrico e riportali tra la gente. Riuscendoci, in qualche modo e con grande successo, con questo disco d’esordio che mette insieme, anche un po’ a casaccio, improbabili cha cha cha, filigrane bossanova, arredamenti alla Henry Mancini, smooth jazz da salotto, jive saltellanti e i colori carioca che l’amico bassista Kito Poncioni insegna a Mark Reilly ad usare con una buona disinvoltura.

Ma la star del disco è ovviamente Basia Trzetrzelewska, cantante polacca che senza eccedere nei virtuosismi riesce a dare un ulteriore tocco di classe al già ammiccante suono della band e il cui volontario allontanamento lascerà i Matt Bianco privi dai guanti di seta che emergono su pezzi come More Than I Can Bear o la title track.

La riedizione deluxe propone oltre al disco originale la sterminata (ma all’epoca obbligatoria) pletora di remix e versioni estese, le inedite e grezze versioni demo dei classicissimi e una perfetta replica di Half a Minute targata 2016.

Se siete fra gli operosi sportivi del cin-cin e delle serate sugli chalet, qui avrete di che leccarvi le dita. Dopo aver pescato l’oliva dal Martini Dry, ovviamente. E aver sputato l’osso con la classe che vi contraddistingue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BLACKBOARD JUNGLE – Silver Drops On Jesus’ Skull (and more) 1986-1989 (Area Pirata)  

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La recensione Area Pirata se la scrive da sé, nell’esauriente libretto che correda la nuova edizione del disco dei Blackboard Jungle e che porta la firma di Federico Guglielmi, uno dei primi a credere nelle capacità della band di Brindisi, tanto da aprir loro le porte della High Rise Records e concedere la sua direzione artistica ed esecutiva sul disco che adesso viene ristampato in versione deluxe fino a triplicarne la durata. 

Un suono che rivela radici ben salde nella classica canzone americana (Tom Petty, John Mellencamp, Jason and The Scorchers, Unforgiven, John Fogerty sono tutti nomi in qualche modo accostabili) quello del quartetto pugliese, in qualche modo vicino per attitudine a quello di un’altra dimenticata formazione del periodo come i Rebels Without a Cause di Cervia.

Come è intuibile dalla timeline del titolo, il lavoro di ristampa si occupa di documentare tutta la prima fase della storia del gruppo che proseguirà con cambi di formazione per almeno un’altra mezza dozzina di anni, fino a spegnersi proprio nell’imminenza di una nuova uscita discografica. Ovviamente, come accade spesso in questi casi, la necessità storica non sempre si sposa con i bisogni emozionali e francamente alcune cose sarebbero potute tranquillamente restare fuori (valga per tutte la brutta cover di I’m a Believer ma anche altre cose incerte nel cantato o nell’esecuzione come Silver, I’m Boogying This Pogo o You Run Me Out) mentre altre valeva la pena recuperarle, così come valeva la pena ritrovare quel file di memoria dove avevamo lasciato a riposare i Blackboard Jungle, piccolo orgoglio del rock “sudista” italiano.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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