HOODOO GURUS – Io ballo coi canguri  

0

Shake Some Action,  

Psychotic Reaction, 

(I Can’t Get No) Satisfaction,

Sky Pilot,

Sky Saxon,

Blitzkrieg Bop,

Jailhouse Rock,

Stop at the Hop,

Bluejean Bop.

Get Off of My cloud,

Twist & Shout,

Ride a White Swan,

Get It On,

Born to Lose,

Summertime Blues,

Blue Suede Shoes,

Waiting For My Man,

Can the Can,

I Wanna Hold Your Hand,

Sam the Sham,

When You Walk in the Room,

Sunny Afternoon,

Tutti Frutti,

Sugar, Sugar,

Talk, Talk,

Money Honey,

Under the Boardwalk,

Short Shorts.

Sottocultura pop e trash si mischiano insieme, negli Hoodoo Gurus, la più folle, geniale e irresistibile guitar band australiana degli anni Ottanta. Quando, dopo gli aggiustamenti di nome e formazione, esce fuori Stoneage Romeos, i Gurus conquistano tutti: pubblico, critica e musicisti diventano fan accaniti, cuccioli famelici del tirannosauro della fantastica copertina che sostituisce i colori flower-power delle band Paisley con quelli ancora più accesi dei cartoon giapponesi.

Nessuno dopo Little Richard potrebbe usare un vocabolario come Katoomba, Macumbah, Umgawah!, Leilani – crula-bula-ulladulla-wok-a-tai Aba-laba-laba, Hut! e sperare di farla franca. E nessuno è in grado di scrivere una canzone su un amore finito e farla suonare come la più allegra canzone del mondo (My Girl). Nessuno può parlare di cose improbabili come sacrifici umani, kamikaze che si schiantano su atolli desolati, incubi spectoriani dentro camere d’eco, caverne perdute nell’isola di Zanzibar o navi fantasma che affondano al largo del Pacifico e confidare nella stima di qualcuno che non sia nella lista degli ospiti di una casa di cura per malati mentali.

Nessuno tranne loro.

Recisi i ponti col recente passato punk, James Baker e Dave Faulkner decidono di recuperare i detriti rock ‘n roll, beat e power pop della loro fanciullezza.

Perché è matematico che se a venti anni ti imbatti nei Cramps, nei Ramones e in Johnny Thunders, a dieci anni hai sentito passare in radio gli Stones, i Count Five, i Remains o Paul Revere and The Raiders, a quattordici i T. Rex e a sedici Suzi Quatro e i Knack.

 

Ed è fortemente probabile che, prima di diventare un politico ancora più merdoso di quelli contro cui sputavi da adolescente o uno stimato professionista con i dischi di Enya o Elton John in filodiffusione nel proprio studio, vuoi suonare come loro.

Come TUTTI loro.

Anche Brad Shepherd sogna la stessa cosa, ovviamente.

E ha già provato a scrivere canzoni idiote sulla macumba subtropicale (Bwana Devil) ai tempi degli Hitmen che, guarda tu, avevano in repertorio buona parte della lista di (Let’s All) Turn on.

Stoneage Romeos luccica così di chitarre scintillanti (I Want You Back) e mesce nei criptici riverberi crampsiani (Dig It Up), pompa energia beat (Death Ship) e scoppia in aria mille bolle di bubblegum (I Was a Kamikaze Pilot) sciorinando una lista di perfette canzoni pop dalle ambientazioni più astruse e legate a doppio filo con l’immaginario old-fashioned dei film di culto degli anni ’50 e ’60 (Bird of Paradise influenzerà Leilani, così come Gidget Goes Ape sarà da ispirazione per My Girl, NdLYS) o con l’interesse maniacale di Dave per le vicende della Seconda Guerra Mondiale (Tojo e I Was a Kamikaze Pilot).

Dopo essere diventata la seconda Detroit, Sydney diventa adesso la nuova California.

Benvenuti nel colorato mondo degli Hoodoo Gurus.

Lasciate a casa gli spolverini.

E allora? HooDoo you love?

 

Con l’arrivo di Mark Kingsmill gli Hoodoo Gurus si preparano a trasformarsi da eccezionale band di culto a band eccezionale.

Abbandonata la visionarietà del disco di debutto, la scrittura di Dave Faulkner si fa matura, classica, cristallina e perfetta come quella dei suoi eroi: Byrds, Db‘s, Kinks, Flamin’ Groovies, Plimsouls, Beat.

Dolce/amara come il pezzo che apre la nuova raccolta.

Fuori, tutto il mondo si inginocchia al suo genio.

Fleshtones, R.E.M., Elvis Costello, Barracudas, Dream Syndicate, Flamin’ Groovies, Bangles, Ramones dichiarano il proprio amore alla band australiana. Nessuno si annoia quando gli Hoodoo Gurus salgono sul palco con le loro camicie paisley e il loro carico di energia positiva.

Il primitivismo dichiarato su Mars Needs Guitars! (l’intero album ma anche il manifesto programmatico che è la title-track) è lontano da quello orgogliosamente esibito dalle band garage-punk che spopolano in quello stesso istante.

Gli Hoodoo Gurus infilano le mani nel baule arrugginito del rock ‘n roll e tirano fuori ogni cosa che gli piace. Come dei bambini nella ludoteca dei loro sogni, non hanno bisogno di ordinare per genere. I cowboys a cavallo (Hayride to Hell) possono benissimo stare accanto agli attrezzi da spiaggia (Like Wow-Wipeout), il fantoccio di Tarzan (In the Wild) fianco a fianco con le astronavi spaziali (Mars Needs Guitars!), i tamburi africani (Poison Pen) accanto alle macchinine decappottabili (Death Defying). Gli echi crampsiani degli esordi hanno ceduto il passo a un power pop condito con le più belle chitarre e le migliori armonie vocali del decennio. Le palme californiane che i Gurus hanno piantato nel deserto australiano non fanno ombra. C’è un sole cocente che arroventa la sabbia e che dipinge miraggi di spiagge e onde solcate dai surf, canyon di roccia rossa e liane ciondolanti da giungle inospitali.

Marte è salva. La Terra pure.        

Bring the Hoodoo down!

 

Esiste una legge non scritta ma molto sfruttata, spesso a sproposito: è quella secondo cui un bel disco lo riconosci ascoltando in sequenza gli incipit di ogni brano. Venti secondi per pezzo e capisci già se quel disco ti resterà sullo stomaco per millenni, se dovrai tornare a spiluccarlo perché ti stuzzica il palato anche se al primo morso ti sa di cartone pressato o se invece te lo porterai dentro per tutta la vita, come quel sapore di surrogato di cioccolato delle Girella o quel gusto di liquirizia molle e appiccicosa delle mou da cinque lire della bottegaia sotto casa. Attenti, perché c’è gente che scrive intere recensioni usando solo questo metodo.

Non perché siano più bravi, ma solamente più pigri.

Ora provate l’esperimento su questo disco per capirne l’efficacia.

Del disco, non dell’esperimento, zucconi!

Blow Your Cool! è un investimento sicuro, fuori dalle logiche del Dow Jones. È un pacchetto di felicità tascabile, da portarsi dietro e tirare fuori quando serve. Come i goldoni ritardanti. È il toccasana per le giornate storte, per i viaggi in auto, per le feste che si stanno alterando in abbiocco.

Musicalmente è  quello che io chiamo l’“approdo americano” dei Gurus.

Un omaggio brillante alla febbre Paisley che aveva rigenerato la roots music americana. Una riscoperta delle radici che i Gurus avevano già abbondantemente collaudato nei due album precedenti ma che qui si compie in maniera definitiva pur senza sacrificare lo smalto e la lucidità del classico Hoodoo-sound e coinvolgendo in prima persona la “manovalanza” del movimento (le Bangles al gran completo e i Dream Syndicate). Le chitarre scintillanti di Brad Shepherd e Dave Faulkner sono al massimo della forma e sembrano luccicare come enormi dobro sotto la caligine del deserto texano. La scrittura è versatile e agile, dalla classica ballata da bivacco di Come On fino al cheerleading-style di Good Times passando per l’impetuoso assalto garage di Where Nowhere Is, le cupe arie western di My Caravan, il cowpunk baluginante di Out That Door, la power ballad perfetta What‘s My Scene che è una miniatura dei Lynyrd Skynyrd seduti sotto le fronde degli eucalipti, l’ariosa I Was the One, il passo implacabile e nevrotico della polverosa Middle of the Land.

Canzoni che ti si piazzano in testa e che ti puoi divertire a cantare e strimpellare sulla chitarra. Roba che crea sudditanza per la semplicità di cui è pregna e per l’efficacia con cui ti avvolge, malgrado cominci a sentirsi una certa puzza di lacca che si farà via via più forte, coi dischi della senilità.

Un disco facile, si. Il difficile semmai è scollarselo da dosso.

 

Un gioco di parole e una stramba copertina che sembra voler parodiare il famoso logo dei Fuzztones inaugura il nuovo contratto con la RCA: Magnum Cum Louder pur con un suono più incattivito non tradisce l’abilità e la classe pop degli Hoodoo Gurus.

Lo rivela subito, in apertura, Come Anytime.

Chitarre scintillanti e melodia a presa rapida che naufragano in un mare di increspature Hammond.

Gli Hoodoo Gurus si presentano agli esami di maturità puntando sul sicuro.

E non sbagliano.

Another World, a ruota, rilancia sulla stessa linea confermando l’incapacità di Faulkner di scrivere una sola canzone men che bella.

Il suono si inasprisce con Axegrinder con un Brad Shepherd incontenibile e i tamburi di Mark Kingsmill che gridano pietà. Glamourpuss è un attacco garage impetuoso e deragliante, sostenuto nell’altra facciata dai suoni più roots dall’altrettanto grintosa I Don‘t Know Anything guidata da un Faulkner che riesce sempre a risolvere tutto con un gusto melodico senza pari.

L’altra perla pop del disco si intitola All the Way e, se fosse esistito un Dio giusto nel mondo delle classifiche, avrebbe dovuto sterminare le folle invece di restare a girare per mesi sul mio piatto.

Baby Can Dance è invece una ballata che si apre e si chiude quasi come un Zeppelin acustico così come Hallucination si copre di chitarre slide che sembrano voler richiamare il blues elettrificato dei Led Zeppelin più giovani.

Una tesi di laurea sulla pop-song perfetta discussa con stile e cognizione di causa.

Promossi con lode. E con bacio in fronte, ora che i capelli cominciano a farsi più radi, Dottor Faulkner.

 

‘Kinky’ conferma il parziale indurimento del suono avviato con l’approdo alla corte della RCA. L’enfasi dei solo di Brad Shepherd e la pressione della batteria di Mark Kingsmill sono adesso il nerbo del suono dei Gurus mentre le liriche di Dave Faulkner perdono la follia da cartoon dei primi dischi in favore di testi sempre più intrisi di amore.

È un processo irreversibile di banalizzazione che aggiunge lacca e vernice al sound della band australiana snaturandone un po’ lo spirito iniziale ma ‘Kinky’ rimane un disco dignitoso, pur non mostrando alcuna idea veramente nuova (anzi, riciclando senza che nessuno se ne accorgesse la Little Girlie Pearl dei nostri Sick Rose per l’introduttiva cavalcata alla MC5 di Head in the Sand, NdLYS) e facendo leva sull’ormai riconosciuta capacità di Faulkner di scrivere canzoni a presa immediata (qui vincono 1000 Miles AwayA Place in the SunI Don’t Mind sulle altre).  

Per la prima volta però i Gurus bucano l’appuntamento col primo posto in classifica nelle charts di musica alternativa, spodestati da un altro disco lambiccato come Out of Time dei R.E.M..

È l’inizio della bassa pressione che porterà ai dischi più appannati della loro carriera e all’ibernazione del cadavere di una delle migliori guitar-band dell’Australia.  

 

La copertina di Crank anticipa di un lustro buono l’iconografia hot-rod di una label come la Gearhead tradendo il desiderio della band australiana di attirare l’attenzione di un pubblico affascinato dal suono roccioso e grasso di certo highway-rock.

La scelta di un sound più muscoloso inaugurata con Magnum Cum Louder e proseguita con ‘Kinky’ è dunque più che uno sfizio temporaneo. Cosa ribadita dalla scelta di affidarsi, per Crank a un personal trainer come Ed Stasium. Roba come Form a Circle, I See You e il singolo Right Time sono in effetti quanto di più duro inciso fino a quel momento dai Gurus. Eppure, nonostante le alterazioni cui la band decide di sottoporre il proprio repertorio, la classe nello scrivere enormi power-songs dalla presa immediata rimane ineffabile così come solo deformati dai volumi risultano i riferimenti a band come Flamin’ Groovies, Fleshtones, Big Star piazzati lungo il disco e dentro piccole, meraviglie bubblegum come Crossed WiresGospel TrainHypocrite Blues (con Steven dei Redd Kross alla voce), The Mountain.   

 

L’apertura affidata al riffone di Big Deal lascia presagire un’ulteriore sterzata verso un suono sempre più deciso. E con le orecchie ancora sature di chitarroni grunge sembra proprio di vederli arrancare da quelle parti. Ma, per quello che nelle intenzioni degli Hoodoo Gurus è destinato a diventare il canto del cigno della band, si tratta come ormai consuetudine di alternare brani dal tipico “sapore” Gurus con altri dal gusto più deciso. Forse, chissà, più “popolare”. In Blue Cave vive (o soffre) dunque di questa alternanza, a volte anche all’interno dello stesso brano (lo zibaldone che si infrange sul riff alla Grand Funk di Mind the Spider, i coriandoli di organo sixties che colorano l’assalto di Mine), tra melodia e furore (come nell’ariosa ballata alla Big Star di All I Know messa a smaltire il furore di una Why? dal tiro quasi Bad Religion). Fatte salve le irruenze che vengono fuori ormai con una certa continuità e dalla familiarità che negli anni abbiamo imparato ad avere con la penna di Faulkner, gli Hoodoo Gurus restano in fondo la stessa band di dieci anni prima. Se qualcuno dovesse sentirsi scontento per un qualche motivo, può sempre guardare in qualche altra caverna. Nessuno lo odierà di certo per questo.

 

L’alba del nuovo millennio trova i canguri intenti a fare surf e a sporcarsi di sabbia sulle coste australiane: l’EP Mr. Tripper e l’album Turkish Delight sono due deliziosi lavori votati al più classico garage, ovviamente in salsa BBGuru (ci sarà uno spin-off qualche anno dopo, sottoforma di 7” targato Screaming Apple, con la collaborazione di Ronald Peno dei Died Pretty in sede di scrittura, NdLYS). Sono lavori da fare invidia agli Stems, gli eroi australiani del genere, bellissimi, intensi, vigorosi, acidi e come sempre con quell’appeal melodico che agli Hoodoo Gurus non è MAI venuto meno ma che la scarsa visibilità di mercato (i dischi sono reperibili solo come import) e la scarsa eco data dalla stampa (non ricevere i promozionali equivale, per molti giornalisti, ad ignorare semplicemente il prodotto, anche quando ha le qualità per ricevere molte di quelle stellette che farebbero bene a spillarsi sulle natiche).

 

I Gurus si riappropriano del loro nome nel 2004 per tirare fuori Mach Schau. Come a dire: facciamo spettacolo!. Uno show che i Gurus fanno da anni. Sempre uguale ma sempre diverso. Con addosso le camice paisley ben prima che diventassero fashion e ancora lì ora che tutti le si è rimesse in armadio. Mach Schau è un disco scostante ma bello che offre il meglio quando si adagia sul cliché Hoodoo Gurus (ma è probabile che il limite sia mio, non loro): l’efficace singolo Nothing‘s Changing My Life con il suo avanzare atipico eppure fulminante, quindi la cristallina When You Get to California che sarebbe stata benissimo su Mars Needs Guitars! e invece andrà sulla mia personale soundtrack estiva, il power rock di The Mighy Have Fallen, la densità soft di Dead Sea. Quello che non piace sono certe “forzature” nel suono e nel cantato di Dave (Isolation in questo senso è quasi un pezzo hardcore e il rifferama di #17 un detrito Morelliano) che suonano inappropriate e inopportune. Gli Hoodoo Gurus non hanno bisogno di reinventarsi uno stile, vanno benissimo così come li abbiamo amati. Bentornati, guru!

 

Anche se le loro uscite discografiche si sono ormai dilatate all’inverosimile, l’appuntamento con ogni loro nuovo disco è uno di quelli cui non si può mancare. Purity of Essence, disco che chiude il terzo decennio di esistenza della band australiana conserva in maniera incredibile l’energia e l’impareggiabile verve melodica che è propria degli Hoodoo Gurus. La capacità di costruire canzoni impattanti ma allo stesso tempo leggere e piacevoli rimane immutata negli anni e il nuovo disco, pensato dopo il meritato ingresso nell’Australian Hall of Fame e interrotto più volte per le condizioni di salute di Brad Shepherd e l’insoddisfacente missaggio iniziale (alla fine commissionato ad Ed Stasium), pur sacrificando un paio di episodi ad un banale ma perdonabilissimo funky/rock buono per la sigla di Rocky, si assesta su standard che in pochi riescono a mantenere dopo tanti anni di carriera e una simile mole di canzoni pressoché perfette.

Crackin’ Up, A Few Home Truths, Burnt Orange, 1968, You’ve Got Another Thing Comin’, What’s in It for Me? e il R ‘n B alla Love Delegation di I Hope You’re Happy sono canzoni generose, di quelle che ti possono raddrizzare una giornata con troppe nuvole grigie.

Gli Hoodoo Gurus continuano a dare un senso ai salti dei canguri.

E in qualche modo, anche ai nostri.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Screen-Shot-2018-03-23-at-9.49.53-am

Annunci

U2 – Songs of Experience (Interscope)  

3

Gli ultimi dinosauri viventi.

Gli unici ad essere rimasti fedeli a quel branco messo insieme quaranta anni fa. Più fedeli di quanto lo siano stati molti dei loro ascoltatori storici, spesso disorientati da produzioni discontinue oppure infastiditi, addirittura offesi da repentine rivoluzioni stilistiche disattese e mal digerite. Più fortunati di tanti altri branchi decimati dal tempo, dagli eccessi, dalla malasorte.

Songs of Experience arriva dopo la dovuta genuflessione ai piedi dell’albero di Giosuè, ennesimo omaggio alla memoria. Lo supera e procede verso il futuro. Che non è più il “futuro futuribile” dei dischi degli anni Novanta. Ma è un futuro tormentato, un futuro che si porta addosso tutto il peso del passato che lo ha preceduto, proprio come nei canti di William Blake cui il nuovo album, come il precedente, si ispira. Un futuro poco ottimista. Un futuro avvelenato. Un futuro da cui non è lecito attendere nulla di buono. Un futuro che se ti ci vuoi tuffare dentro e non restare deluso, devi farlo spogliandoti da ogni aspettativa. Così come devi fare quando ti avvicini ad un disco degli U2 a meno che tu non appartenga alla categoria adesso più diffusa che è quella della grande truppa dei detrattori “per partito preso” (i giornalisti stellati a guidare l’armata e sotto di loro l’uomo comune, quello che ha già dei gusti terribili di suo, però trova un piacere al palato quando vomita parole di odio e disaffezione contro una star a caso, purché non sia sua mamma), quelli che sono scontenti sempre tranne quando fanno la coda al botteghino per sentire l’ennesima scaletta in fin di vita di qualche gruppo ormai morto.

E fin qui sembrerebbe che io abbia sguainato la spada per difendere i lord irlandesi, come se fossi il loro cavaliere. Ma non è così. Perché anche ad aspettative azzerate il contenuto del loro nuovo album scivola via senza lasciare solchi profondi sulla pelle nonostante il tentativo di rispolverare, riaggornandone l’aroma, i tanti cliché e trucchi già adoperati lungo la loro lunghissima storia (Red Flag Day, The Showman, The Little Things That Give You Away, Love Is All We Have Left, You’re the Best Thing About Me, Landlady) pur di far breccia in un muro che in realtà è già dilaniato da anni e che rischia pure di crollargli addosso. Si tratta insomma di un rock ammansito e non più in grado di rigenerarsi se non prendendo a morsi se stesso. Rimettere sul piatto un loro disco è un po’ come il rito dell’albero di Natale. Lo piazzi nel salone, lo addobbi, lo accendi. E poi lo sposti nell’angolo perché in fondo ti interessa di più guardare la tv a schermo intero.   

    

Franco “Lys” Dimauro

 

PETER PERRETT – How the West Was Won (Domino)            

1

Vieni qui Peter, fatti abbracciare.

Dove sei stato? Perché sei andato via senza dire un cazzo di niente a nessuno?

E questi sono i tuoi figli, Peter? Che ragazzoni che si sono fatti!

Ti trovo bene, anzi benissimo.

Sai che mentre non c’eri è passata una tua canzone in tv? Così tante volte che qualcuno ha finalmente comprato quel disco. E lo so che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima, ma lo sai com’è fatta la gente, no?

Sai che invece adesso la tua nuova etichetta ha mandato assieme al disco una bella cartella stampa per spiegare ai giornalisti chi sei, cos’hai fatto, quello che hai scritto? Sai che l’hanno usata per scrivere del tuo nuovo disco un po’ dappertutto? Sai che continuano a paragonarti a Lou Reed, nonostante tutto?

E tu, invece?

Hai ripreso la chitarra?

Hai risolto quei problemi alla voce?

E quegli altri di cui si diceva in giro?

Non importa. Siediti e fammi sentire le tue nuove canzoni.

Sai che mi piacciono? Le trovo eleganti, le trovo confidenziali.  

E sai che sono felice di non averle dovute consumare in fretta, come tutti, di non averle dovute umiliare con una sveltina, solo per scriverne nei tempi previsti, nei modi previsti, in maniera prevedibile?  

Mi hanno fatto compagnia per mesi. Hanno rispettato i miei tempi e io ho rispettato il tempo che loro meritano. Hanno assecondato i miei sbalzi di umore e io ho trovato rifugio nei tuoi, come si dovrebbe da buoni amici.

Sai che sono canzoni che sembrano essere state lì da sempre, che aspettavano solo tu le raccogliessi da qualche cassetto, da qualche pattumiera, da qualche piega di quel letto dove forse sei stato per anni bruciando in polvere quegli spiccioli di diritti d’autore che meritavi?

Sai che sembrano davvero piovute da un altro pianeta?

Quindi ci sei andato alla fine?

Non importa. Vieni qui, fatti abbracciare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AFTERHOURS – Germi (Vox Pop)  

1

La svolta era nell’aria da un po’, e non solo in casa Afterhours. La frettolosa presa di distanze del rock italiano degli anni Ottanta dal patrimonio autorale italiano in favore di un ermetismo e di un simbolismo più facilmente ammaestrabile venne ridimensionata nel decennio successivo, rivalutando la portata storica del cantautorato italiano e riaprendo i giochi.

I primi ad accorgersene furono i Gang. Poi, tutti gli altri. Infine, il pubblico.

Che venne creato dal nulla e rieducato alla riscoperta di quello stesso patrimonio che si era visto sottrarre qualche anno prima. L’esperimento era partito in maniera non troppo impegnativa, con una serie di album collettivi in cui le nuove leve della musica italiana si cimentavano con autori più o meno classici della canzone tricolore. Da Union a Fatti e rifatti, da E cantava le canzoni a I disertori. Fra coloro cui sembra particolarmente riuscito riadattare il proprio stile alla difficile metrica italiana spiccano i Casino Royale e gli Afterhours. Entrambi milanesi ma di provenienza stilistica assai differente, sono quelli che azzardano di più. Raccogliendo un guanto di sfida che altri avrebbero lasciato sul pavimento. Germi, il disco che quel guanto usava per sferrare i primi pugni usciva nel 1995 per Vox Pop, rompendo l’indugio che era seguito alle loro versioni di Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano e La canzone popolare di Fossati. Le chitarre sono quelle poderose che il grunge, già in modalità riflusso, ha lasciato in eredità e che la band si porta addosso già dall’album precedente, assieme ad una tripletta di canzoni che l’uso del nuovo idioma rende adesso immediatamente assimilabili. L’unica vera novità di rilievo dal punto di vista musicale è l’utilizzo rumoroso del violino di Davide Rossi (si, “quel” Davide Rossi cui i Coldplay dovrebbero fare un monumento, NdLYS) che costituirà per un po’ di anni uno degli elementi di disturbo dei loro spettacoli dal vivo. Ma, complessivamente, è l’”espressività” la nuova carta vincente della band milanese, dei “nuovi” Afterhours. L’uso della lingua italiana accentua la morbosità carnale dei testi di Agnelli e conferisce carattere ad un gruppo che in caso contrario sarebbe stato destinato a vivere sotto la pellicola protettiva del mercato underground.        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MOTÖRHEAD – On Parole (United Artists)  

0

Nel Maggio del 1975 Lemmy viene gentilmente “estromesso” dagli Hawkwind che, a differenza degli agenti federali, non gli perdonano di essersi portato in tour una buona dose di solfato di anfetamina per  rendere quei viaggi spaziali un po’ più tangibili, un po’ più credibili. Il devastante oltraggio viene subito curato mettendo in piedi quella che nel progetto di Lemmy è destinata a diventare la band più assordante del pianeta. Appena un paio di mesi dopo, il 20 Luglio, quel progetto è già una realtà. Si chiamano Bastards. Ma i loro nomi veri sono Lemmy Kilmister, Larry Wallis e Lucas Fox. Quando tornano a cavalcare un palcoscenico, tre mesi dopo, davanti alla folla accorsa per ascoltare i Blue Öyster Cult, costringono il tecnico audio ad alzare i cursori ad un volume talmente alto che molti, compresi il loro manager, sono obbligati a lasciare l’Hammersmith Odeon dove sembra essere sceso l’armageddon rock ‘n roll. I Motörhead sono ufficialmente nati, portando nel nome il ricordo di quell’ultimo brano scritto da Lemmy per quella che pensava essere il gruppo della sua vita e che invece era solo la ragione della nascita della più devastante rock ‘n roll band del pianeta. Il primo destinato ad aprire la scaletta dell’album di debutto della sua nuova gang, in qualunque modo. Anche dopo che la United Artists si rifiuterà di pubblicare il risultato delle sessions di On Parole, rinviando di un anno il suo obiettivo.

Le registrazioni effettuate con Fritz Fryer dentro i Rockfield Studios verranno pubblicate solo quattro anni dopo, quando i Motörhead sono già diventati le belve in grado di scagliare il rock ‘n roll oltre il muro del suono. Il suono non ha ancora raggiunto quel livello di depravazione che l’arrivo di Eddie Clark affretterà, ha ancora una viscida corposità blues, un ruggito ferino mutuato dalla tradizione beat in cui Lemmy ha mosso i primi passi e che si diverte a dissotterrare quando è il caso (come nella bellissima rendition di Leavin’ Here, nell’immensa prima versione di Iron Horse o nella catramosa marcia di Lost Johnny).

E poi, ovviamente, ci sono le malsane corse sui destrieri che odorano di petrolio come Motörhead e Vibrator, quelle che annunciano l’arrivo dei cavalieri dell’apocalisse rock ‘n roll del decennio che verrà.

Fuori dalle gabbie del punk, fuori dalle gabbie dell’hard rock, la Bestia è adesso libera, anche se nessuno vuole darne ancora notizia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ROLLING STONES – Dirty Work (Rolling Stones)  

0

Quelle che erano le intenzioni e lo spirito di Keith Richards (in quel momento alla guida solitaria del macchinone degli Stones) per Dirty Work possono essere interpretate, più che dalle musiche messe dentro, dalla scelta dei titoli dei pezzi che lo compongono. Le tensioni all’interno della band, acuite dalle ambizioni soliste di Jagger, dal parziale disinteresse di Wyman (il suo basso è quasi totalmente assente sul disco) e dalle bottiglie di whisky che Charlie Watts si scola durante le sedute, alimentano un vero e proprio clima da rissa.

È l’occasione del gruppo per tornare a essere cattivi. Ma è un’occasione mancata.

Quello che vuole essere nelle intenzioni un album “sporco”, con un ritorno massiccio all’uso del riff (come aveva dichiarato proprio Wyman qualche anno prima “gli Stones sono l’unica band dove a dettare il ritmo e l’umore del pezzo è il chitarrista, non il batterista. È lui che decide cosa fare di una canzone. Noi ci limitiamo ad assecondarlo” e come avrebbe ribadito Tom Waits, ospite non dichiarato dell’album, “Richards è del tutto intuitivo, un animale mosso dall’istinto. Sta in mezzo alla stanza e annusa l’aria. Se non gli garba va via senza neppure salutare. Altrimenti prende la chitarra, accende l’amplificatore e non sai mai quello che potrebbe accadere”) non riesce ad ingranare. È una macchina che si inceppa e che Lillywhite, che più tardi dichiarerà “è stato un onore produrre i Rolling Stones. Peccato solo aver prodotto il loro disco peggiore”, non riesce a salvare dalla corsa verso l’ovvietà.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

download (3)

HOLY BARBARIANS – Cream (Beggars Banquet)  

0

Il primo tentativo di Ian Atsbury di sopravvivere alla morte apparente dei Cult si chiama Holy Barbarians. Con lui c’è Scott Garrett che ha suonato sull’ultimo disco della sua vecchia band e nei Neverland, una delle tante hard-rock band californiane senza successo da cui proviene pure il chitarrista Patrick Sugg. Il progetto si rivela in realtà più provvisorio di quanto il disco che ne viene fuori sembra promettere, concludendo il suo ciclo vitale nell’arco di un unico anno. Eppure Cream non è un disco peggiore di quello rilasciato dai Cult due anni prima.

Scrollandosi di dosso la sindone grunge che appesantiva l’omonimo album dei Cult, Ian Atsbury sembra ritrovare la vivacità appassita prendendo in prestito i riffoni glam gentilmente offerti da Scott (Bodhisattva, Blind, Brother Fights, il singolone radiofonico Space Junkie) e adagiandosi su qualche ballata ruffiana (You Are There, la bella Dolly Bird ridondante di strass, la noiosissima Cream) che annacqua le medesime acque di colonia delle ballate dei Cult post-Electric e che alza le quotazioni commerciali del progetto, senza tuttavia raccogliere in sterline quanto profuso in energia e buone intenzioni.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here? (Anti-)  

0

La reunion dei Dream Syndicate non è quel sogno che volevamo fosse.

In camera d’assemblea non vedrete Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni fa. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet with My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione asciutta di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Questi, sono i giorni di Wynn e delle rose.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PRETTY THINGS – Parachute (Harvest)  

0

Cosa avrebbero potuto fare i Beatles dopo Abbey Road? E chi lo sa.

Però, ad esempio, avrebbero potuto fare qualcosa come Parachute. E nessuno avrebbe avuto da ridire. A farlo invece ci pensarono i Pretty Things, anche loro sull’orlo del collasso fisico ed artistico.

Anche se nel frattempo la band continua a registrare da sola o con improbabili compagni (il playboy Philippe DeBarge, ad esempio), siamo ufficialmente al passo successivo rispetto a S.F. Sorrow, l’album con cui Phil May e compagni si sono presi lo sfizio di spostarsi verso gli album concettuali, battezzando inconsapevolmente gli anni Settanta.

Il nuovo disco ne replica la formula ma non gli ingredienti.

La psichedelia è di fatto sfumata dentro un rock più “ordinario”, un po’ come era stato appunto per i Beatles del dopo Sgt Pepper’s e gli Stones del ’67 con quelli degli anni immediatamente successivi. Piccolissime scorie “etniche” come sitar (su In the Square, che anticipa di cinque lustri uno dei passaggi di Paranoid Android, NdLYS) o tablas (su What’s the Use) restano sullo sfondo, come uno sciame della library music con la quale stanno sperimentando da qualche anno sotto le mentite spoglie degli Electric Banana, lasciando spazio a qualche sparuto accenno di mellotron e a piccole perle melodiche aggredite da chitarre e pianoforte elettrico. Gli anni Sessanta si sono definitivamente eclissati. I Pretties si lanciano nel nuovo decennio affidandosi ad un paracadute che non riuscirà ad attutire lo schianto che invece li travolgerà. Le mirabolanti canzoni di Parachute saranno, di fatto, le uniche cose pregevoli che la band londinese riuscirà a produrre nel lunghissimo avanzo di carriera che le resta. Come detto in apertura, sul disco si respira la stessa astuzia “restauratrice” dei tardi dischi dei Beatles, esprimendo la necessità di riappropriarsi di un linguaggio più asciutto, seppur non più severamente legato alla dottrina blues degli esordi.

Soffici esercizi proto-glam, pastiche vocali degne di un coro di voci bianche e luminose derive folkedeliche faranno innamorare il mondo dei Pretty Things per la prima e l’ultima volta. Poi, nessuno più si ricorderà di loro. Nemmeno loro stessi.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PATTI SMITH GROUP – Wave (Arista)

3

Il punk come fenomeno “di massa” attecchì in Italia con grandissimo ritardo. Se lo considerassimo come atto situazionista, praticamente un millennio dopo. Bloccato a destra dalla censura che dominava i mass-media e a sinistra dalle frange politicizzate che invece dominavano la strada e tiranneggiavano nei grossi eventi musicali cercando di imporre la loro idea assurda di “musica gratis” e ponendo veti altrettanto illogici sugli spettacoli. Parossisticamente il punk esplode da noi a ridosso di un evento e ad un disco che di punk non hanno neppure l’ombra. Sono i concerti di Patti Smith di Bologna e Firenze del 1979 di supporto a Wave, il famoso album con tanto di dedica a Papa Luciani, morto esattamente un anno prima. I punk italiani fanno la conta (e sono tanti, non se ne sono mai visti tanti ad un concerto di Patti Smith, NdLYS) dopo aver letto una citazione da Azione Cattolica appiccicata al disco di una che, un po’ ovunque, viene chiamata “sacerdotessa”. Tutte coincidenze che io cerco forzatamente di veicolare, ovvio. Ma storicamente questo è quello che avviene qui da noi. Il tutto sotto una cappa di piombo. Con la Smith scortata da proletari armati e sotto l’intimidazione di non esibire la bandiera americana come è solita fare, per scongiurare eventuali rappresaglie. Ce n’è abbastanza per spingere la cantante americana a mollare, schifata, il circo del rock. Cosa che infatti avverrà non appena scesa dal palco, per dieci lunghi anni.

Pochi mesi prima aveva dato alle stampe Wave, il disco più restauratore della sua quadrilogia classica, adagiato su un rock ordinario e ordinato e comodamente appoggiato all’asse terrestre che il punk sognava di inclinare e che invece è rimasto fisso sui suoi 23° 27.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro