ELVIS PRESLEY – Elvis Presley (RCA Victor)  

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Trentacinquemila dollari. A tanto corrispondevano i trenta sicli d’argento d’Iscariota memoria nel 1955. Questo fu il compenso pattuito da Sam Phillips con H. Coleman Tily III, rappresentante legale della RCA Victor per “cedere” alla casa discografica il “bianco con la voce da nero”. Il contratto venne firmato il 21 Novembre del 1955 negli studi della Sun Records. Quel patto d’oro non era solo il più ricco contratto discografico mai stipulato fino a quel momento ma la nascita ufficiale della musica giovane come fenomeno di massa, come evento popolare e sociale. Quello che la RCA sta “comprando” non è un bravo musicista e neppure un autore di canzoni (ne scriverà davvero pochissime e mai in autonomia) ma un interprete da dare in pasto a quella folla che sta mostrando un preoccupante interesse per la musica nera, destabilizzando il mercato e, attraverso quello, il potere bianco.  

In effetti, mutatis mutandis, comprano davvero un Cristo. Un Cristo nuovo di zecca, pronto a rappresentare il Grande Sogno Americano e che riporti l’egemonia razziale al suo equilibrio di regime. Il mercato è pronto a subire, piegandolo a suo vantaggio, gli “effetti collaterali” di quell’Avvento pur di riacquistare potere persuasivo, di riconsolidare la sua posizione economica (soldi=potere) in quella fetta di torta che è il rock ‘n roll. Che per Elvis, incoronato Re, è più un incidente di percorso che una vera e incrollabile manifestazione di fede. E questo andrebbe ricordato sempre. Elvis avrebbe “cantato” il rock ‘n roll usandolo come una testa di ariete per penetrare nel tessuto connettivo della società americana, scandalizzando i “matusa” per circuire e corteggiare i teenagers. Perché se il sogno americano degli adulti si cortocircuitava nell’acquisto di una macchina, di un nuovo elettrodomestico, di una villetta a schiera, quello dei giovani necessitava di essere veicolato verso la conquista di libertà meno perbeniste. Indipendenza economica, fame di esperienza, emancipazione sessuale erano quello che i giovani bramavano. Ed era quello che Elvis e la RCA si affrettarono a dar loro, salvo poi tentare l’assalto all’intera diligenza, incidendo dischi di musica buona per ogni palato, per ogni fascia d’età, dai neonati seduti sul passeggino ai settuagenari chiusi nelle case di riposo.

Quando nel Gennaio del 1956 la RCA pubblica il primo album di Elvis Presley, ha già costruito l’immagine perfetta per fare di lui il personaggio necessario per il progetto che ha in mente. Un archetipo di ribelle che ha la prestanza di un divo del cinema. Vestito da teddy boy ma con la faccia da bambinone. Perché tutti i giovani si identifichino con quell’immagine da teppista ma, allo stesso tempo, ogni mamma incroci in quello sguardo incosciente e sensuale lo stesso sguardo del proprio ragazzo al rientro da una notte brava fuori dalla porta di casa. O quella del proprio marito ormai incartapecorito quando la corteggiava intonando una vecchia ballata country sotto la finestra dei genitori. Un reazionario che ha un suo rispetto per la tradizione, una sua galanteria, un suo fascino da baciamano nascosta sotto il giubbotto di pelle al posto di un revolver.

Il disco, ovviamente, raggiunge la vetta delle classifiche, ripristinando l’ordine in quel mercato in cui la musica nera è ancora etichettata come “race music”. Un bianco che non sa scrivere canzoni ma che sa muovere il bacino come i neri fanno da oltre un secolo nelle loro chiese battiste, quando sono posseduti dalla febbre del gospel, solo che lo sanno soltanto i neri e i neri, come razza inferiore, non creano scandalo ma solo disgusto osceno. Elvis invece, muovendo quel pezzo di corpo che sta tra l’addome e le ginocchia, incanta il pubblico e crea un imbarazzo necessario, vantaggioso, adeguato.

Un “effetto collaterale” come ho detto prima, che è del tutto funzionale al compromesso che il suo Avvento impone per venire celebrato come atto liberatorio. Il resto, la musica, è il mezzo per veicolare il messaggio, non il messaggio stesso. Lui stesso ne avrebbe fatto scempio da lì a poco celebrando i suoi obblighi di leva come il plateale atto di riconoscenza servile verso quell’America che aveva fatto del “suo” sogno un sogno irraggiungibile ma condiviso, troncando di fatto quel legame sottile di condivisione che legava i bluesmen al loro pubblico e rendendo la figura dell’artista un modello inarrivabile di perfezione quasi divina. Elvis era stato scelto dall’America per vestire la sua bandiera. E gli americani che pensavano di venire liberati dal suo arrivo, erano stati resi servi un po’ irrequieti nella fattoria dello zio Sam.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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JOHNNY BURNETTE AND THE ROCK ‘N ROLL TRIO – Johnny Burnette and The Rock ‘n Roll Trio (Coral)  

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Nonostante abbia inciso un solo album, nonostante venga spesso trascurato nei bignami enciclopedici e superficiali sul rock, nonostante sia considerato come una copia dei Blue Moon Boys di Presley e nonostante abbia aspettato per più di trentacinque anni di essere inserito, come meriterebbe, nella Rock & Roll Hall of Fame mentre i suoi componenti morivano uno ad uno, il lascito del Johnny Burnette Trio nella storia del rock ‘n roll è di un valore enorme. Il suo assetto chitarra elettrica/chitarra acustica/contrabbasso (più un essenziale drum-kit in aggiunta) avrebbe creato il modello definitivo di tutte le rockabilly-band che sarebbero venute dopo. Con esso nasce, per caso del tutto fortuito, quella distorsione “lacerante” che sarebbe poi stata replicata (con tecniche artigianali diverse e quindi commercializzata con la nascita, ad opera della Gibson, della pedaliera fuzz) da tantissimi altri “pionieri” (Link Wray, Kinks, Rolling Stones, Missing Links, Duane Eddy, Ventures, Yardbirds, ecc.). Su canzoni come Honey Hush e The Train Kept A-Rollin’ al canto singhiozzante e al basso sincopato che sarà l’archetipo di tutto il rockabilly si affianca difatti un ronzio invasivo e crepitante che farà scuola, non solo in ambito “puramente” rock ‘n roll. Quell’unico e omonimo album di cui parlavo all’inizio viene registrato in soli cinque giorni tra New York e Memphis ed è la quintessenza del rock ‘n roll “corazzato” che tornerà con prepotenza, venti anni più tardi, a perpetrare il sogno dell’American Graffiti in tutto il mondo.

Johnny ne avrebbe sentito l’eco dall’oltretomba.

Suo fratello Dorsey gliene avrebbe parlato passeggiando fra i Campi Elisi nel 1979.   

Paul Burlison li avrebbe raggiunti nel Settembre del 2003, per rifondare il Trio dove gli occhi e le gambe non conoscono il peso della stanchezza.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

REBELS WITHOUT A CAUSE – Naked Lunch (Electric Eye)  

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Uno dei dischi più “trasversali” del pregiato catalogo Electric Eye fu opera di una band di Cervia che sembrava essere spuntata dal nulla delle nebbie emiliane, non fosse che già prima del suo debutto discografico avesse suonato nel Nord Italia come spalla di gente come Tav Falco, Green on Red e Dream Syndicate anche se spesso in formazione “amputata”, ridotta ad un paio di chitarre supportate da una ingombrante batteria elettronica. Il disco invece, uscito nell’estate del 1987, vede un quartetto in gran spolvero, autore di un suono che sbatte le ali come una falena andando a scottarsi vicino al fuoco del rockabilly, dell’R & B e del classico suono roots americano. Una tecnica, chitarristica soprattutto (Davide Piatto, per dieci anni il 50% dei N.O.I.A. – sua la chitarra funky di Dirty Talk, una delle prime produzioni house mondiali, pubblicata da Klein &MBO – e diventato ora uno dei più abili e meno scontati chitarristi sulla piazza, NdLYS), magistrale che in un contesto completamente diverso rispolvera il guizzo brillante delle chitarre dei Redskins. Ma l’aria, il paesaggio che si respirano dentro Naked Lunch sono tipicamente americani, come nel sogno di tantissime band dell’epoca. Un’America metafisica. Romantica e dannata, che i Rebels avrebbero continuato a cantare anche quando nessuno sembrava più volerla sognare così, dentro altri due album di cui forse più nessuno ricorda nulla e che fareste bene ad andare a recuperare, colmando la voragine che si è creata nel vostro sedimento di fosforo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

STRAY CATS – Rumble In Brixton (Surfdog)  

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Ad Agosto, mentre starete con le panze arrugginite a sucarvi le esibizioni di tanga e perizomi su qualche spiaggia italiana, gli Stray Cats toccheranno col loro Farewell Tour tutta l’Europa, Italia compresa, quasi trent’anni dopo il loro debutto tra i vicoli di New York. Più di quelli che li separava, alla loro nascita, dall’avvento del rock ‘n roll. Un’era geologica. Ma i gatti hanno sette vite, e Brian Setzer, Slim Phantom e Lee Rocker non fanno eccezione. Lo dimostra questo doppio registrato alla Brixton Academy: 22 tracce che gocciolano di broda rock ‘n roll come le culotte di Betty Page, con la sei corde di Brian Setzer ormai ai vertici del genere: precisa, sporca ed implacabile e la ritmica degli altri randagi che è una locomotiva capace di trasportare, integra, la salma di Elvis da Memphis fino a Londra. Ancora oggi, musica per teppisti indomabili.

                                                                   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE UNKNOWNS – The Unknowns (Disc’Az)

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Fra le tante storie che circondano il mito di Bowie e che sono state rispolverate dopo la sua morte e speziate a dovere per alimentare il mito, una di quelle taciute è quella che riguarda Bruce Joyner e il suo incontro con la morte, quando ha appena da poco ottenuto la patente. Dato praticamente per spacciato dopo un pauroso incidente automobilistico, riapre gli occhi ascoltando Diamond Dogs dell’androgino più bello del rock, che di disavventure e danni fisici ne conoscerà molti ma molti meno dell’indistruttibile Bruce. E di occhi, seppur cangianti e diseguali, almeno uno in più.   

È quello il momento in cui Joyner realizza due cose: la prima è che è vivo, nonostante i dolori atroci che sente dappertutto.

La seconda è che vuole diventare una rockstar.

Non ci riuscirà.

Però ci prova.

Ostinatamente ci prova.

Riuscendo a strappare un contratto con la Sire per la quale realizza, con i suoi Unknowns, un extended play di debutto che pare non piacere a nessuno, neppure a Joyner e ai suoi tre scagnozzi.

Ancora meno piace questo disco pubblicato solo qualche mese dopo dal pirata Greg Shaw senza alcun beneplacito da parte della band e che però mostra la strana miscela musicale di cui è capace il gruppo Georgiano, ovvero un originalissimo, folle e psicotico impasto di rockabilly e surf music che unisce ad una incrollabile ed orgogliosa fede alle chitarre Mosrite un curioso, deviante gusto per certe derive new wave e art-rock.

Come spiegarvi? Provate a pensare a dei Wall of Voodoo cresciuti ascoltando i dischi di Surfaris ed Hasil Adkins invece che quelli di Morricone o a dei Fleshtones che fanno caciara con i Panther Burns e sarete molto vicini allo spirito che anima canzoni come She Never Say No, The Streets, White Trash Girl, Crime Wave, Rat Race, Rave On, condotte da Joyner come se stesse interpretando una pellicola trash degli anni Cinquanta.  

Una grandissima band dal nome profetico.

Questo, il monumento funebre al milite ignoto.                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Go Cat Go! – The Essential Rockabilly Collection (Salvo)

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L’unico precedente di pari portata fu Rockin’ Bones, pubblicato dalla Rhino quasi dieci anni fa. Come questo, era un cofanetto di quattro CD che passava in rassegna il fenomeno musicale del rockabilly storico, ovvero quello nato a ridosso dei primi singoli di Elvis Presley e che provocò la prima tempesta ormonale della gioventù americana e la prima vera rivoluzione discografica mondiale. “Cat” era, all’epoca, un appellativo adottato nell’area occidentale del Texas per definire la prima fusione fra country e R&B da cui sarebbe nato l’hillbilly prima e il rockabilly dopo e che era stato preso in prestito dallo slang dei jazzisti neri degli anni venti. A farlo diventare un termine alla moda per descrivere con un appellativo adatto ai nuovi “tempi veloci” qualcuno di veramente cool ci pensò Carl Perkins con la sua Blue Suede Shoes. Il termine diverrà di uso comune nell’ambiente rockabilly e verrà usato in decine e decine di canzoni. Quando, nei primi anni Ottanta, i capelli impomatati torneranno a far bella mostra di sè nelle strade, la band che guiderà l’intero revival si chiamerà, guarda caso, Stray Cats. La Salvo fa suo proprio quel monito lanciato da Perkins per intitolare questo tributo al rockabilly storico dei mid-50’s e ci restituisce, in cento canzoni, l’essenza vibrante di quel suono creato con pochissimi mezzi (una chitarra acustica, una chitarra elettrica, un contrabbasso, un kit essenziale di batteria la formula base) ma in grado di trasmettere un’energia erotica così palpitante da scuotere tutta la giovane comunità bianca americana e creare sgomento fra gli adulti. A differenza del rock ‘n roll che traeva origini dal blues e restò infatti una “faccenda per neri” (Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley, Fats Domino, ecc. ecc. tutti “confinati” nelle classifiche di musica black perché ritenute “inferiori”), il rockabilly faceva tesoro della tradizione musicale bianca del country & western e, nonostante gli scandali e le oscenità che si trascinò dietro, fece breccia nel mercato ufficiale grazie alle facce “bianche” di Elvis, di Carl Perkins, di Bill Haley, di Jerry Lee Lewis, di Eddie Cochran, di Gene Vincent e di tutti gli altri “cool cats” che dominarono la musica di quegli anni e che, per la prima volta, diventava una “scena” che impattava non solo sulle orecchie, entrando con prepotenza nelle case americane grazie al rivoluzionario arrivo del nuovo mostro domestico chiamato tv, facendo dei salotti familiari dei campi da guerra dove le raccomandazioni filiali prima e i divieti subito dopo cominciavano a superare di gran lunga la lista delle concessioni e dei permessi autorizzati dai genitori. Il fatto di non rappresentare più una musica razziale ma una musica popolare cantata e suonata da gente bianca rappresentò dunque la rottura della diga che fece riversare il rockabilly nella vita comune di milioni di famiglie creando per la prima volta la “categoria” sociale degli adolescenti. Che non erano più soltanto “figli” ma avevano un proprio gusto, un proprio carattere, un proprio linguaggio. E che di certo non era per nulla uguale a quello dei “padri”. Furono loro, figli del benessere bianco che permetteva loro di spendere le modeste paghe settimanali in beni di consumo di facile acquisto a creare dal nulla, da consumatori, il nuovo mercato discografico. Mercato che, sull’onda di quei supereroi con la chitarra a tracolla, si trovò corrotto da centinaia e centinaia di cantanti e musicisti che a volte durarono una sola stagione (vedi i casi di Buddy Holly e del Johnny Burnette Trio) ma il cui contributo alla svolta decisiva del rock ‘n roll resta ancora oggi impressa nella storia come un’impronta indelebile. Go Cat Go! racconta tutto questo. Senza nemmeno il bisogno di alzare la voce. E senza nemmeno aggiustare gli errori che i musicisti si portavano dietro una volta varcata la soglia della Sun Records. Proprio come allora.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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(ALLMYFRIENDZARE)DEAD – Black Blood Boom (Overdrive)

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Tutti gli amici dei Turbonegro sono morti.

Quelli di Francesco Villari pure. Tranne quattro.

Tarantiniani quanto basta per non diventare una statua di sabbia di Tito & Tarantula e figli di puttana quanto serve per trasformare la loro terra nel Messico della Repubblica Italiana, gli (Allmyfriendzare)Dead ribadiscono le buone impressioni dello scorso Hellcome con un disco dove affiorano le loro principali fonti di ispirazione. Che sono il rockabilly marcio dei Meteors (Donnie B. Good), le chitarre surf di Duane Eddy e Dick Dale (Funeral Blowjob), certo garage psicotico e doorsiano di marca Fuzztones/Misteriosos (The Man In to the Cave), il rock ‘n roll impomatato dei Blasters (Goodbye Clever) e quello lercio dei primi QOTSA (Arramo Lincoln).

Basso slappato, chitarre twang e, quando serve, una sborrata di Farfisa, una sbuffata di sax o una imprecazione in dialetto calabrese, come quelle urlate su We Kill X.    

Perché dove non arriva la musica, arrivano le sberle.

Gli amici di Francesco Villari sono morti, tranne quattro.

I miei pure. Tutti.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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HEAVY TRASH – Heavy Trash (Yep Roc)

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Quando i Blues Explosion sono diventati ormai una istituzione per la scena rock ‘n roll internazionale, Jon Spencer sente il bisogno di costruirsi una casetta rustica. Una sorta di rifugio ecocompatibile dove coltivare le sue vecchie passioni per il rockabilly, la country music, il soul e la musica rurale con cui è in parte cresciuto e di cui si era innamorato durante la sua adolescenza ascoltando Exile on Main Street degli Stones e i dischi di Presley. Quella casetta in legno, sperduta nelle campagne del New Jersey, si chiama Heavy Trash. Ad abitarla sono lui e Matt Verta-Ray, l’amico degli Speedball Baby con cui Jon ha condiviso gli angusti spazi dei camerini in diverse date della sua Blues Explosion parlando della Sun Records, del suono di Memphis e del timbro delle chitarre prodotte in Giappone negli anni Sessanta come Fujigen e Zim-Gar. Quello che i due registrano dentro quella capanna di legno viene pubblicato adesso dalla Yep Roc con lo stesso nome scelto da Spencer e Verta-Ray. Che sono in due, ma non sono da soli in questo disco in cui ci sono ben diciotto musicisti e vocalisti di supporto, nascosti chissà grazie a quale macumba dietro le musiche rachitiche dei due musicisti di New York. E che realizzano un disco che piacerà più a chi amava Hasil Adkins, i Beasts of Bourbon o i Gallon Drunk che a chi ha visto la luce quando ha messo sul piatto Acme o Orange. E che pure sarà costretto a farselo piacere, per rispetto del cast.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Slick & Rockin’ (Vampirella) / AA. VV. – For the Wild Dancers Only! (Frankie Boy/Wolverine)

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Cazzo. Mi accorgo solo oggi che era da anni che non mi eccitavo all’ascolto di un disco rockabilly, nauseato da centinaia di dischi che divertono per i primi dieci minuti e che fanno storcere la bocca in uno sbadiglio degno di Jim Carrey di per i restanti trenta.

Onore al merito quindi alla tedesca Vampirella, capace di tirar su una raccolta che è una vera miccia al culo. Anzi, ben sedici micce al culo: un autentico fuoco d’artificio piazzato sotto le vostre chiappe pingui.

Slappin’ basses a tavoletta, rullanti scoppiettanti, chitarroni jazz che sembrano aver patteggiato con Geppo per avere un posto in curva di qualche girone infernale.

Canzoni killer come Take 5 degli inossidabili Restless (proprio loro, in giro ormai da vent’anni: rintracciate pure l’antologia unplugged licenziata proprio dalla Vampirella, NdLYS), la Midnite Chase degli Smell of Kat, vicina alle cose dei migliori Boppin’ Kids, gli ululati licantropi che farciscono l’incubo dei Go-Katz, il deragliante rock ‘n roll degli Spellbound.

Un disco da annoverare tra i capolavori del genere, poche storie.

Sceglie invece la strada del gemellaggio su sampler la Frankie Boy per far mostra dei purosangue che affollano le sue stalle. Sterco, veramente poco: piuttosto swing grasso, gonfio di fiati e ritmiche da big band come quelle che colorano le sette tracce di questo sampler tra cui svettano la Two Heads dei Senti-Mentals e il divertente medley firmato Billy Idol ad opera dei New Morty Show.

Molta più cacca invece nelle scuderie della Wolverine, etichetta tristemente celebre per le sue Punk Chartbusters (compilations in cui piccole stelle punk decandenti soprattutto tedesche si cimentano con classici firmati Oasis, Eurythimics, Boney M e altra merda simile…): solita paccottiglia punk che non fa male a nessuno e bene manco a se stessa. Inutile, quindi.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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TWIN GUNS – The Last Picture Show (Hound Gawd!)  

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L’inizio fu chitarra e batteria. E una voce che veniva dall’oltretomba.

Ma l’arrivo di Kristin ha reso ancora più erotica la musica del gruppo italo-newyorkese che vede ai tamburi “Jungle” Jim, il batterista che fu dietro le chiappe di Poison Ivy per il tour di Fiends of Dope Island quando voi facevate ancora merenda detonando il cellophane delle brioscine industriali e, ancora oggi che si sono zittite sia le merendine che loro, nei Makers.

Dei Cramps, ma non solo da loro, i Twin Guns hanno assorbito molta della cultura trash-a-billy che si traduce in un suono riverberato e truculento (un esempio fra tutte la bella The First Time che raccorda la giungla crampsiana ai deliri metropolitani dei Suicide) che fa ovvio riferimento a loro così come a quello di altri maestri del genere come Screaming Jay Hawkins, Raymen e Beasts of Bourbon così come è chiara (perdonate l’ossimoro che sta per piovere giù…NdLYS) l’influenza ci certo surf scuro e sinistro (nelle tante tracce in cui il ritmo rallenta come nella bellissima versione zombie dello standard Harlem Nocturne e poi ancora su Maniac, Temperature Rise, The Last Picture Show, Trigger Jack).

Uscire con un disco così necrofilo e bastardo, intestato a una band che di “gemelli” sfoggia i suoi fucili, su vinile rosso (con la solita card per il download che a me non serve a un cazzo ma magari a voi si), a New York, l’11 Settembre può apparire mossa di cattivo gusto. E lo è. Non più di quanto lo sia certa indignazione selettiva o il business mercenario che si nasconde dietro ogni scontro fra civiltà, in ogni caso. O magari il bisogno di riadattare la nostra realtà di serie Z ad un più rassicurante, sebbene spaventevole, mondo fumettistico di serie B. Scacciando via i fantasmi che hanno la consistenza carnale dei nostri simili per lasciarne solo penzolare le loro lenzuola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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