MAU MAU – Acustica tribù

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Poi sarebbero venuti la To.Sse e i Mau Mau.

Poi.

Ma prima erano i Loschi Dezi, ragazzi delle langhe innamorati del Maghreb e del meticciato musicale.

Siamo nel 1991 e Torino, come gran parte dello stivale, si sta scrollando di dosso la malinconia esistenzialista della stagione dark e soffocando i rigurgiti psichedelici che l’avevano caratterizzata. Lo fa ripudiando in toto le musiche anglosassoni che hanno dominato il vecchio decennio e prendendo dalla Giamaica, dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle banlieue parigine, dal Montenegro, dalla Spagna, dalla Bolivia, dall’Irlanda.  

Le nuove tribù avanzano portando in dote un concetto di musica multietnica e un rinnovamento linguistico che abbandona gradualmente la lingua inglese e approda alla lingua e ai dialetti autoctoni. Detto così e soprattutto detto adesso suona un po’ banale ma non lo fu per niente, anche perché fu questo riannodo alle radici lessicali nostrane a permettere successivamente a far filtrare il patrimonio cantautorale nella musica indipendente, generando un vero e proprio cataclisma inarrestabile ed epocale.  

I Loschi Dezi questo arrembaggio lo tentarono fra i primi, con risultati strepitosi.

Quello di Cabala è un suono da piccola tribù, che paga pegno a certe idee di Paolo Conte ed evoca certe arie da festa gitana tanto care a Pogues, Mano Negra e Negresses Vertes così come pare a tratti una versione amatoriale, artigianale dei Beastie Boys (Megafonico ad esempio) ma che mostra già i tratti “caratteriali” del suono dei Mau Mau. E non solo quelli che debutteranno da lì a breve.

Ai bordi di Via Mirafiori i Loschi Dezi raccattano incrociano gli sguardi e i bisogni degli emigrati abbagliati dal sogno industriale italiano. Raccolgono i cocci di quel sogno. E poi li portano a ballare.

 

Fabio Barovero e Luca Morino incrociano il loro destino in quella che più che una meteora si rivela essere la stella cometa che annuncia la nascita dei Mau Mau. Siamo proprio all’alba degli anni Novanta e i Loschi Dezi, senza saperlo, hanno innescato una piccola rivoluzione. La rivendicazione fiera delle proprie radici lessicali e culturali, che è la stessa propugnata in meridione dal Sud Sound System, è una scelta di identità che il grande mercato del disco non si sente ancora di propugnare, tanto che la EMI si rifiuterà di mettere il proprio marchio sul primo singolo dei Mau Mau, cercando di convincere il gruppo ad esordire in lingua italiana. La forza dei Mau Mau è però impetuosa e pandemica. Non tanto su disco, che i tre pezzi di Soma la macia sono ancora divagazioni folk dalle forme incerte, ma in virtù di un esplosivo impatto quando l’”acustica tribù”, armata di chitarre acustiche, djambè, fisarmonica e violino, prende d’assalto il pubblico e lo costringe alla resa in maniera talmente naturale e persuasiva da contagiare l’intero stivale piegando anche i “problemi tecnici” dovuti all’amplificazione in un cavallo di troia che permette loro di sfondare ogni porta con un set acustico che, anche con pochi watt a disposizione, riesce ad accendere il pubblico.

Quando nel 1992 i Mau Mau presentano alla casa discografica Sauta rabel, la EMI il marchio decide di mettercelo eccome. Il supporto degli amici Africa Unite (Madaski, Paolo Parpaglione, Papa Nico e Max Casacci sono coinvolti a vario titolo nella realizzazione del disco) è fondamentale ancora una volta nella definizione dello stile del gruppo piegandolo a volte alle proprie influenze (la forte impronta di Madaski su Singh sent ani, ad esempio, con l’uso di echi dub e di campionamenti, come quello dei Funkadelic in seguito usato dai Sangue Misto, NdLYS) ma è soprattutto quando l’affinata consapevolezza nelle proprie capacità riesce ad emergere che i Mau Mau danno il meglio di sé, come nei vortici gitani di Mostafaj, Traversado e di Ël mat che saranno proprio le matrici stilistiche utilizzate per mettere in piedi quel capolavoro che sarà il secondo disco.

 

L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

 

Se Bàss paradis era un cuore a forma di Mar Mediterraneo, per Viva Mamanera il binocolo dei Mau Mau si sforza di guardare oltre lo stretto di Gibilterra, allungando lo sguardo sull’Oceano Atlantico. Terre in verità già “esplorate” con occhio critico nei primi dischi, attaccando con opportuno taglio revisionista la sanguinosa conquista del continente americano da parte di Colombo.

Ma stavolta l’impeto critico è sopraffatto da tutta l’amarezza, la solitudine ma anche la cocciuta tenacia degli italiani abbagliati, a cavallo dei due secoli, dal grande sogno americano che tracimano dai testi di canzoni come Ellis Island e Union Pacific, mitigata dalla volontà di lasciarsi trafiggere dal sole tropicale, di adeguare il proprio orologio biologico e geografico a quello delle latitudini sudamericane, dai colori del carnevale brasiliano, dalla travolgente febbre calcistica che con Pelè e Maradona ha dominato per decenni l’immaginario degli emigranti ma anche di chi era rimasto ad attenderli al di là del mare. È un disco di profonda transizione, il terzo Mau Mau, che subisce la necessità di tirarsi fuori dal “luogo comune” della loro musica sperimentando strumentazioni ed ambientazioni alternative (l’utilizzo della chitarra elettrica ma anche le sperimentazioni con l’elettronica, l’uso di neologismi esasperati e divaganti, l’abbandono discutibile nelle ragioni e prevedibile nei risultati al corteggiamento e alle lusinghe  delle musiche caraibiche) e riscuotendo successo più per luce riflessa (la propulsione ritmica de La ola, profondamente debitrice all’impetuoso uragano di tamburi de L’ombelico del mondo di Jovanotti) che per le qualità intrinseche di un’opera per la prima volta troppo lunga e dispersiva.   

 

L’andatura a stantuffo di Eldorado ci introduce al nuovo viaggio dei Mau Mau, nomadi stanziali di Piemonte. Il quarto album del gruppo torinese fa “tesoro” di quanto già sperimentato nei tre dischi che l’hanno preceduto, innestando la tenera marza folk degli esordi con le ricerche più elaborate della produzione recente. Come per Viva Mamanera siamo pertanto davanti ad un disco frammentario, dove le emozioni si accumulano e si sommano le une sulle altre e gli scenari geografici e musicali mutano di canzone in canzone, toccando le coste sudamericane, le erranti tribù d’Africa, l’occhio oceanico della Galizia e, come sempre, le langhe subalpine che sono dimora loro e dei loro padri. Tra le cose migliori si registrano stavolta Griot, Pueblos de langa, Nozze mentre stentano a decollare le derive “Caposseliane” (Fabio Barovero e Roy Paci, adesso in pianta stabile nella formazione, hanno registrato assieme a Capossela un disco di marce funebri ed inni religiosi sotto il nome di Banda Ionica appena prima di mettere mano al nuovo disco) in cui sembrano a volte precipitare alcuni passaggi di Vagamundo, l’intera baraonda di Per amor e la terribile Solo sfiorando affidata alla voce austera di Mauro Ermanno Giovanardi, già impostata sui canoni da crooner alla Massimo Ranieri dell’età adulta.

Eldorado conferma dunque i Mau Mau come una delle migliori realtà nazionali in ambito di musica “meticcia” anche se per la seconda volta quei quattro/cinque minuti delle loro canzoni che prima ci sembravano durare un battito d’ali adesso rivelano davvero un gran senso di fatica, più che di allegria.

Come se alla fine, arrivati ad Eldorado, i Mau Mau avessero trovato che l’antico oro fosse già stato rubato.

                                                                               

Safari Beach (micasa tucasa) consuma l’ultimo saluto di Roy Paci alla ciurma Mau Mau, ormai pronto per lanciare sul mercato la sua nuova creatura siculo-caraibica Aretuska.

Un abbraccio caloroso, sotto il sole tropicale che infiamma le nuove canzoni della formazione torinese. Piccole spezie elettroniche farciscono una musica pluralista che è tuttavia sempre fatta di carne e sudore, di suggestioni esotiche e di miraggi da fata morgana che qui esplodono in tutta la loro vivacità nell’aria da carnevale brasiliano di Micasa Tucasa, nel calypso di Venus Nabalera, nella batucada di Una lunga estate calda, farcita di ronzii di fastidiosi insetti, il cocktail di Latte Più, tequila e Batida de Coco di Gwami Moloko. L’idea di viaggio, di esplorazione, di meticciato resta ben salda nell’immaginario del gruppo. Si aggiunge semmai una critica sottesa, pungente, al turismo “vampiresco” che con superficialità affonda i denti nella carne viva di paesi, spiagge e città e ne succhia sangue scambiandolo con una dose avvelenata di denaro.

I Mau Mau si confermano i tuareg della musica italiana. Una carovana nomade dalla pelle che odora di salsedine e di sabbia in cammino perenne.

 

L’inizio degli anni zero è tempo di festeggiamenti e celebrazioni per molte formazioni storiche italiane. Anni spesi a tirarsi fuori dalle cantine, passando per gli angusti sotterranei delle produzioni underground e poi, di colpo, la luce. Non popolano ancora le classifiche, forse mai lo faranno e del resto poco importa ma i loro nomi ormai li conosce anche mia mamma. E così dopo il doppio live degli Afterhours, le celebrazioni Marleyane degli Africa Unite, il tronfio epilogo dei CSI, ecco i Mau Mau davanti alle loro dieci candeline che diventano ben 25 sul doppio live pubblicato per l’occasione. Un disco che pesca in tutta l’ampia storia del più credibile gruppo meticcio italiano e che è un egregio compendio all’ottima discografia in studio che Luca Morino e Fabio Barovero ci hanno regalato in questi anni. Marasma general non traballa, è un’orgia di colori e sapori, è la festa paesana di tutti i paesi del mondo, è la musica per ogni festa del Santo Patrono, da Bahia a Cipro. Chi ha assistito ai concerti del gruppo piemontese sa a quale livello di coinvolgimento si può arrivare, e questo sin dai tempi della gloriosa acustica tribù che ricordo ciondolante e baraccona tra il pubblico dell’ormai sepolto Magna Grecia Festival, tanti anni fa. Tutto viene qui documentato, con queste istantanee scattate lungo il loro peregrinare da griot piemuntesi, che aggiunge tra l’altro un paio di nuove, ottime foto al già voluminoso album di famiglia. Anzi, della tribù. 

 

La coloratissima ara macao della copertina e le divise da ufficiali mercantili sfoggiate da Luca Morino, Fabio Barovero e Bienvenu Tatè Nsongan ci rivelano che la nuova rotta dei Mau Mau è quella dei mari tropicali del Sud America. Un approdo cui in realtà il ridotto equipaggio (ma in realtà al disco collaborano almeno una trentina fra musicisti e coristi) a bordo della Dea non giunge mai, smarrendo la rotta durante la navigazione, naufragando non si sa bene dove. Ideale proseguimento del discorso intrapreso con Safari Beach in realtà Dea non ne replica la vitalità e mostra un’impasse creativa mai così nitida e preoccupante. Per la prima volta alla festa organizzata dai Mau Mau sembra non divertirsi nessuno, neppure loro.

Il carnevale brasiliano allestito dalla coppia Barovero/Morino somiglia ad una qualunque pagliacciata allegorica nostrana. Sono tutti brani riusciti solo a metà, anche quando ad accendere i toni viene chiamato il Sud Sound System e l’innesto tra piccoli arnesi etnici e marchingegni elettronici in realtà sembra una delle tante incompiute per cui la nostra Italia è tristemente celebre.

 

I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e l’8000 Km appena caldo di tostatura passano dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

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Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DROPKICK MURPHYS – 11 Short Stories of Pain & Glory (Born & Bred)  

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La coerenza non difetta di certo ai Dropkick Murphys, band del Massachusetts che continua da venti anni, come i vecchi maestri birrai, a registrare dischi con la stessa identica ricetta. Cori da stadio o da birreria, cornamuse, chitarroni. Senza mai tradire la sua fede ne’ tantomeno il suo pubblico.

Ad un margine di rinnovamento pari allo zero e ad un immaginario col quale risulta difficile identificarsi (marinai, emarginati sociali, emigranti) corrisponde un’adesione totale ad un modello, quello dello street-punk in salsa celtica, inoppugnabile.

Dunque ancora una volta, se avete comprato un disco dei Dropkick Murphys tornerete a casa con un bel lotto di canzoni da cantare a squarciagola (Blood, I Had a Hat, First Class Loser, Kicked to the Curb ma anche l’inaspettato finale di Until the Next Time che sposta l’ago verso il british-pop dei Madness quelle più adatte all’uopo). Perché era l’unica cosa di cui avevate bisogno, dopo una giornata di lavoro e una serata con amici che non hanno più nulla da raccontarvi.   

Siatene fieri.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FILTHY THIEVING BASTARDS – Our Fathers Sent Us (TKO)  

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Non l’avrebbero più fatto un disco così, Koski e Bonnel. Neppure con gli Swingin’ Utters, che di questa accolita di bastardi erano il gruppo madre. I padri invece erano quelli mostrati in copertina su questo mini album: Shane McGowan, Elvis Costello, Billy Bragg, John Lydon, Chuck Berry, Joe Strummer e tutti gli altri.

Un piccolo campionario di bottiglie vuote frugate dalla cantina dei Pogues dentro cui, soffiando, puoi sentirti in Irlanda anche se vivi a Boston.

Canzoni che a cantarle ti viene fuori una smorfia, un ghigno da mascalzone. E non te ne accorgi neppure. E pensi che la tua chitarra ammazzi i fascisti, quando invece i fascisti sono tutti fuori tiro, a fare i cattivi al concerto degli Impaled Nazarene.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DROPKICK MURPHYS – The Meanest of Times (Cooking Vinyl)    

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I Murphys hanno ancora la forza di un uragano, e al sesto album non credo ci sia lode migliore da poter fare. Fiera, orgogliosa e compatta la musica della crew Bostoniana non perde una briciola del suo impatto e arriva con The Meanest of Times a siglare uno dei vertici della propria carriera e uno dei più accesi dischi di punk-rock del decennio.

Nessun compromesso, nessuna sbandata.

Neanche ora che hanno abbandonato il rassicurante abbraccio della Hellcat, etichetta che li ha visti crescere e diventare quasi delle star, dopo la loro partecipazione alla OST di The Departed (non so se avete visto il film, ma quando parte Shipping Up to Boston ti senti acchiappare il culo dalla sedia e sbattere sul tetto della sala: una bomba al napalm. NdLYS). The Meanest of Times è uno schiaffone in faccia. Un autentico canto di battaglia, aperto al grido di Famous for Nothing: la batteria che corre come un treno mentre tutt’intorno le chitarre e le cornamuse spaccano i vetri delle carrozze.

Tutto è urlato con disperazione e rabbia, come davanti alla prospettiva di un’imminente fine del mondo e bisogna aspettare che si faccia avanti la mandola ubriaca di Fairmount Hill costruita sul giro del traditional Spancil Hill perché il ruggito si plachi. Echoes on “A” Street è uno dei vertici del disco e in assoluto uno dei più bei pezzi scritti dai Murphys: marziale ed implacabile, con voce e cori da pelle d’oca. Una VERA, autentica, gloriosa canzone d’amore. Le cornamuse tornano a bruciare su Flannigan’s Ball con i cameo di Ronnie Drew dei Dubliners e Spider Stacy dei Pogues, nella giga Rude Awakenings e l’anthemica Never Forget dove a cantare non è più uno, due o dieci cantanti ma l’intera comunità irish. Quasi in chiusura spunta la rendition di Johnny, I Hardly Knew You e la mente vola ai Clash di English Civil War e alla stagione d’oro e fuoco degli Easterhouse. Ma sentire Al Barr marciare al grido di “With your guns and drums and drums and guns, hurroo, hurroo” brucia la pelle come diossina. The Meanest of Times è definitivamente uno dei dischi di combat-rock più belli e roventi di tutti i tempi.

Ora prendete i vostri fottuti dischi dei Modena City Ramblers e sputateci sopra.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – The Big Stiff Box Set (Salvo)      

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Con il Natale ormai dappresso spero abbiate la voglia di farvi un regalo. Parlo di un regalo vero, ovviamente. Non un lettore Ipod per comprimere in 4 cm² tutta la discografia di Frank Zappa magari abbinandola alle arie sacre di Bocelli, giusto per rendere tutto un po’ più Xmas-oriented. E neppure uno di quei megaschermi che vi costringeranno ad abbattere le pareti divisorie del salone per poter godere appieno di centinaia di pixel che divorano ogni centimetro delle cosce di Adriana Volpe portandovi presto dall’oculista nonché dall’urologo.

No, no. Parlo di un regalo vero. Qualcosa che, come Adriana Volpe, sia bello possedere, aprire, accarezzare e scoprire ma che, a differenza di lei, sia soprattutto bello da ascoltare. E che, se avete 25 anni e il cuore perso per gruppi come Enemy o Pigeon Dectectives, possa riaccendere luce su una delle icone imprescindibili del rock inglese di trenta anni fa, da poco tornata nuovamente sugli scudi, agguerrita oggi come allora. Parliamo della Stiff Records, o gioventù beata. Anni in cui un’etichetta diventava uno stile di vita, e non solo un marchio registrato per fare la guerra al peer-to-peer e all’upload su rapidshare. Nel 78, chiunque sia nato nel 45 avrà 33 anni e ⅓. Uno slogan indecifrabile per chi è cresciuto nell’era dell’mp3 ma che allora era un messaggio in codice fin troppo chiaro. Impossibile da contraddire, impossibile non rimanerne attratti. Ineffabile e maledettamente British, come gran parte del proprio catalogo. Questo cofanetto ne raccoglie la storia riassumendola in 98 canzoni e un imperdibile libretto di 68 pagine. Dentro ci sono, ovvio, anche delle cose trascurabili, ma per Dio anche delle canzoni che per niente al mondo dovreste farvi sfuggire e altre che, sono certo, fanno già parte del vostro Ipod, magari nella cartella “oldies” o qualcosa di simile. Non so, New Rose dei Damned o Sex & Drugs & Rock and Roll di Ian Dury. O, parlando di covers, la Satisfation decervellata dei Devo o quella One Step Beyond resa miracolosa dal tocco dei Madness.

Bene, se avete già familiarità con simili delizie potete ora scavare più in fondo, per vedere schiudersi gemme come Styrofoam della Tyla Gang, Lie to Me dei Dirty Looks (recuperate anche la retrospettiva curata dalla catanese Stereoblige cinque anni fa, se non siete pigri, ne vale la pena NdLYS), I Spy degli Untouchables, Police Car di Larry Wallis, Here Is My Number dei Makin’ Time che pare uscita domani e invece ha venti anni sul groppone o Whenever I‘m Gone dei leggendari Prisoners, pubblicate entrambe per la frangia “mod” della label, ovvero la Countdown.

Oppure uno qualsiasi dei quattro sputi di catrame dei Pogues finiti qui dentro. Il box affonda i denti nella storia della label, dal primo singolo firmato Nick Lowe uscito la vigilia di Ferragosto del ’76 fino alle nuove leve con cui la Stiff è tornata a pubblicare dopo venti anni di silenzio. E non parlo di nuove leve qualsiasi ma di bands come Enemy (che qui presenziano con la B-side del loro primo e già introvabile singolo), Eskimo Disco (la versione “umana” dei Daft Punk) e degli anfetaminici Tranzmitors, appena usciti con un ottimo album su Deranged.

Una storia carica di follia, intraprendenza e fantasia quella della label di Dave Robinson e Jake Riviera, costellata di idee beffarde come quella di pubblicare una foto di Eddie and The Hot Rods sul retro della prima tiratura di Damned Damned Damned per comprare la quale dovreste adesso mettere in vendita vostra moglie, o organizzando il celebre concerto di protesta improvvisato da Elvis Costello davanti alla sede della convention londinese della CBS che portò all’arresto di Riviera e dello stesso Costello ma che fruttò nel giro di pochi mesi un accordo per la distribuzione del catalogo in U.S.A.. O pubblicando un disco completamente muto intestato addirittura a Ronald Reagan. O ancora dando una data e un’ora precisa alla nascita discografica del punk: le 9 del mattino del 22 Ottobre 1976, quando i negozi di Londra aprirono le saracinesche e si ritrovarono con un 7 pollici fresco di stampa infilato sotto la porta: New Rose era il titolo del pezzo, quel vampiro di Dave Vanian e la sua dannata ballotta gli autori del misfatto.

I Sex Pistols erano fottuti.

Ancora una volta, come tanti anni fa: if it ain‘t Stiff it ain‘t worth a fuck!

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DROPKICK MURPHYS – Going Out in Style (Cooking Vinyl)

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In Italia sbarca con la consueta promozione da Paese dei Cachi e me ne dolgo perché il settimo album dei Dropkick Murphys è l’ennesima chiamata alle armi per quanti amano il punk vestito col tartan.

E stavolta c’è un soldato in carne ed ossa a presenziare alla nuova uscita del gruppo di Boston: si tratta di Cornelius Larkin, sangue irlandese che gira da 78 anni dentro il corpo di un veterano della guerra di Corea.

Going Out in Style è dedicato interamente a lui: una marcia fiera e solenne di cornamuse, fisarmoniche, banjos e chitarre sporche come fusti arrugginiti di Guinness al triplo malto.

Tredici mitragliate di combat rock sparate da sotto il kilt.

Dove le aquile non osano ma le ragazze invece sì.

Take ‘em Down sfoggia, senza strillarlo sulla copertina, uno Springsteen col pugno alzato. E sembra di rivedere Joe Strummer davanti ai Pogues che stramazzano sul palco dietro di lui. E davvero ci crediamo ancora una volta che il punk possa essere la musica proletaria per eccellenza e che si possa ancora bere senza doversi ficcare un clistere in bocca prima di mettersi in macchina.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE POGUES – If I Should Fall from Grace with God (Island)

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Alla fine il culo riuscirono a farselo baciare davvero, i Pogues.  

Nel 1988, quando esce il loro terzo album, tutti stravedono per loro.  

Vecchi puristi, anime ribelli, ubriaconi, stelle del rock, giovani appassionati di musica indipendente, glorie del punk, giornalisti, gestori di pub, registi, dentisti.

Una folla che acclama i Pogues come la più importante band londinese del dopo-Clash. Sembrano scesi dalla terza classe di un transatlantico, stipati tra casse di alcol e brande di legno marcio eppure sono riusciti a conquistare il mondo.

Il rogue-folk, quell’alcolico blend tra musica zigana, tradizione popolare e impudenza punk è al suo apice artistico e commerciale e If I Should Fall From Grace with God è arrivato per raccogliere quello che Red Roses For Me e Rum, Sodomy and the Lash avevano seminato, al passo indemoniato di gighe e polkas o a quello più mesto e doloroso di ballate come Fairytale of New York o Lullaby of London, cartoline grigie piovute tra il Natale e l’Epifania più tristi del decennio.  

Il dolore che resta lì, come se nessuno fosse venuto a ritirare le pattumiere dell’umido. Il dolore rappreso in gola, mischiato con il whisky e la birra a triplo malto. Il dolore che ha corroso lo smalto dei denti di McGowan e ora gli sta portando via anche l’anima.

Musica carica di un paganesimo così intenso e fiero da diventare sacro.

Un disco pieno di nostalgia e furore, di necessità di riscatto e di politica, di voglia di ballare attorno al falò delle proprie disgrazie, If I Should Fall from Grace with God.

Un album ancora indisciplinato e velenoso, nonostante gli sforzi di Steve Lillywhite per mettere un po’ di ordine nel muro di suono della band.   

Quindici canzoni che ci fecero diventare, per qualche ora, tutti irlandesi. Senza conoscere l’Irlanda.

Tra i dieci dischi da portare all’Inferno, per far ballare Belzebù.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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