DROPKICK MURPHYS – 11 Short Stories of Pain & Glory (Born & Bred)  

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La coerenza non difetta di certo ai Dropkick Murphys, band del Massachusetts che continua da venti anni, come i vecchi maestri birrai, a registrare dischi con la stessa identica ricetta. Cori da stadio o da birreria, cornamuse, chitarroni. Senza mai tradire la sua fede ne’ tantomeno il suo pubblico.

Ad un margine di rinnovamento pari allo zero e ad un immaginario col quale risulta difficile identificarsi (marinai, emarginati sociali, emigranti) corrisponde un’adesione totale ad un modello, quello dello street-punk in salsa celtica, inoppugnabile.

Dunque ancora una volta, se avete comprato un disco dei Dropkick Murphys tornerete a casa con un bel lotto di canzoni da cantare a squarciagola (Blood, I Had a Hat, First Class Loser, Kicked to the Curb ma anche l’inaspettato finale di Until the Next Time che sposta l’ago verso il british-pop dei Madness quelle più adatte all’uopo). Perché era l’unica cosa di cui avevate bisogno, dopo una giornata di lavoro e una serata con amici che non hanno più nulla da raccontarvi.   

Siatene fieri.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FILTHY THIEVING BASTARDS  – Our Fathers Sent Us (TKO)  

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Non l’avrebbero più fatto un disco così, Koski e Bonnel. Neppure con gli Swingin’ Utters, che di questa accolita di bastardi erano il gruppo madre. I padri invece erano quelli mostrati in copertina su questo mini album: Shane McGowan, Elvis Costello, Billy Bragg, John Lydon, Chuck Berry, Joe Strummer e tutti gli altri.

Un piccolo campionario di bottiglie vuote frugate dalla cantina dei Pogues dentro cui, soffiando, puoi sentirti in Irlanda anche se vivi a Boston.

Canzoni che a cantarle ti viene fuori una smorfia, un ghigno da mascalzone. E non te ne accorgi neppure. E pensi che la tua chitarra ammazzi i fascisti, quando invece i fascisti sono tutti fuori tiro, a fare i cattivi al concerto degli Impaled Nazarene.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DROPKICK MURPHYS – The Meanest of Times (Cooking Vinyl)    

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I Murphys hanno ancora la forza di un uragano, e al sesto album non credo ci sia lode migliore da poter fare. Fiera, orgogliosa e compatta la musica della crew Bostoniana non perde una briciola del suo impatto e arriva con The Meanest of Times a siglare uno dei vertici della propria carriera e uno dei più accesi dischi di punk-rock del decennio.

Nessun compromesso, nessuna sbandata.

Neanche ora che hanno abbandonato il rassicurante abbraccio della Hellcat, etichetta che li ha visti crescere e diventare quasi delle star, dopo la loro partecipazione alla OST di The Departed (non so se avete visto il film, ma quando parte Shipping Up to Boston ti senti acchiappare il culo dalla sedia e sbattere sul tetto della sala: una bomba al napalm. NdLYS). The Meanest of Times è uno schiaffone in faccia. Un autentico canto di battaglia, aperto al grido di Famous For Nothing: la batteria che corre come un treno mentre tutt’intorno le chitarre e le cornamuse spaccano i vetri delle carrozze.

Tutto è urlato con disperazione e rabbia, come davanti alla prospettiva di un’imminente fine del mondo e bisogna aspettare che si faccia avanti la mandola ubriaca di Fairmount Hill costruita sul giro del traditional Spancil Hill perché il ruggito si plachi. Echoes on “A” Street è uno dei vertici del disco e in assoluto uno dei più bei pezzi scritti dai Murphys: marziale ed implacabile, con voce e cori da pelle d’oca. Una VERA, autentica, gloriosa canzone d’amore. Le cornamuse tornano a bruciare su Flannigan’s Ball con i cameo di Ronnie Drew dei Dubliners e Spider Stacy dei Pogues, nella giga Rude Awakenings e l’anthemica Never Forget dove a cantare non è più uno, due o dieci cantanti ma l’intera comunità irish. Quasi in chiusura spunta la rendition di Johnny, I Hardly Knew You e la mente vola ai Clash di English Civil War e alla stagione d’oro e fuoco degli Easterhouse. Ma sentire Al Barr marciare al grido di “With your guns and drums and drums and guns, hurroo, hurroo” brucia la pelle come diossina. The Meanest of Times è definitivamente uno dei dischi di combat-rock più belli e roventi di tutti i tempi.

Ora prendete i vostri fottuti dischi dei Modena City Ramblers e sputateci sopra.

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – The Big Stiff Box Set (Salvo)      

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Con il Natale ormai dappresso spero abbiate la voglia di farvi un regalo. Parlo di un regalo vero, ovviamente. Non un lettore Ipod per comprimere in 4 cm² tutta la discografia di Frank Zappa magari abbinandola alle arie sacre di Bocelli, giusto per rendere tutto un po’ più Xmas-oriented. E neppure uno di quei megaschermi che vi costringeranno ad abbattere le pareti divisorie del salone per poter godere appieno di centinaia di pixel che divorano ogni centimetro delle cosce di Adriana Volpe portandovi presto dall’oculista nonché dall’urologo.

No, no. Parlo di un regalo vero. Qualcosa che, come Adriana Volpe, sia bello possedere, aprire, accarezzare e scoprire ma che, a differenza di lei, sia soprattutto bello da ascoltare. E che, se avete 25 anni e il cuore perso per gruppi come Enemy o Pigeon Dectectives, possa riaccendere luce su una delle icone imprescindibili del rock inglese di trenta anni fa, da poco tornata nuovamente sugli scudi, agguerrita oggi come allora. Parliamo della Stiff Records, o gioventù beata. Anni in cui un’ etichetta diventava uno stile di vita, e non solo un marchio registrato per fare la guerra al peer-to-peer e all’upload su rapidshare. Nel 78, chiunque sia nato nel 45 avrà 33 anni e ⅓. Uno slogan indecifrabile per chi è cresciuto nell’era dell’mp3 ma che allora era un messaggio in codice fin troppo chiaro. Impossibile da contraddire, impossibile non rimanerne attratti. Ineffabile e maledettamente British, come gran parte del proprio catalogo. Questo cofanetto ne raccoglie la storia riassumendola in 98 canzoni e un imperdibile libretto di 68 pagine. Dentro ci sono, ovvio, anche delle cose trascurabili, ma per Dio anche delle canzoni che per niente al mondo dovreste farvi sfuggire e altre che, sono certo, fanno già parte del vostro Ipod, magari nella cartella “oldies” o qualcosa di simile. Non so, New Rose dei Damned o Sex & Drugs & Rock and Roll di Ian Dury. O, parlando di covers, la Satisfation decervellata dei Devo o quella One Step Beyond resa miracolosa dal tocco dei Madness.

Bene, se avete già familiarità con simili delizie potete ora scavare più in fondo, per vedere schiudersi gemme come Styrofoam della Tyla Gang, Lie to Me dei Dirty Looks (recuperate anche la retrospettiva curata dalla catanese Stereoblige cinque anni fa, se non siete pigri, ne vale la pena NdLYS), I Spy degli Untouchables, Police Car di Larry Wallis, Here Is My Number dei Makin’ Time che pare uscita domani e invece ha venti anni sul groppone o Whenever I‘m Gone dei leggendari Prisoners, pubblicate entrambe per la frangia “mod” della label, ovvero la Countdown.

Oppure uno qualsiasi dei quattro sputi di catrame dei Pogues finiti qui dentro. Il box affonda i denti nella storia della label, dal primo singolo firmato Nick Lowe uscito la vigilia di Ferragosto del ’76 fino alle nuove leve con cui la Stiff è tornata a pubblicare dopo venti anni di silenzio. E non parlo di nuove leve qualsiasi ma di bands come Enemy (che qui presenziano con la B-side del loro primo e già introvabile singolo), Eskimo Disco (la versione “umana” dei Daft Punk) e degli anfetaminici Tranzmitors, appena usciti con un ottimo album su Deranged.

Una storia carica di follia, intraprendenza e fantasia quella della label di Dave Robinson e Jake Riviera, costellata di idee beffarde come quella di pubblicare una foto di Eddie and The Hot Rods sul retro della prima tiratura di Damned Damned Damned per comprare la quale dovreste adesso mettere in vendita vostra moglie, o organizzando il celebre concerto di protesta improvvisato da Elvis Costello davanti alla sede della convention londinese della CBS che portò all’arresto di Riviera e dello stesso Costello ma che fruttò nel giro di pochi mesi un accordo per la distribuzione del catalogo in U.S.A.. O pubblicando un disco completamente muto intestato addirittura a Ronald Reagan. O ancora dando una data e un’ora precisa alla nascita discografica del punk: le 9 del mattino del 22 Ottobre 1976, quando i negozi di Londra aprirono le saracinesche e si ritrovarono con un 7 pollici fresco di stampa infilato sotto la porta: New Rose era il titolo del pezzo, quel vampiro di Dave Vanian e la sua dannata ballotta gli autori del misfatto.

I Sex Pistols erano fottuti.

Ancora una volta, come tanti anni fa: if it ain‘t Stiff it ain‘t worth a fuck!

  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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DROPKICK MURPHYS – Going Out In Style (Cooking Vinyl)

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In Italia sbarca con la consueta promozione da Paese dei Cachi e me ne dolgo perché il settimo album dei Dropkick Murphys è l’ennesima chiamata alle armi per quanti amano il punk vestito col tartan.

E stavolta c’è un soldato in carne ed ossa a presenziare alla nuova uscita del gruppo di Boston: si tratta di Cornelius Larkin, sangue irlandese che gira da 78 anni dentro il corpo di un veterano della guerra di Corea.

Going Out In Style è dedicato interamente a lui: una marcia fiera e solenne di cornamuse, fisarmoniche, banjos e chitarre sporche come fusti arrugginiti di Guinness al triplo malto.

Tredici mitragliate di combat rock sparate da sotto il kilt.

Dove le aquile non osano ma le ragazze invece sì.

Take ‘em Down sfoggia, senza strillarlo sulla copertina, uno Springsteen col pugno alzato. E sembra di rivedere Joe Strummer davanti ai Pogues che stramazzano sul palco dietro di lui. E davvero ci crediamo ancora una volta che il punk possa essere la musica proletaria per eccellenza e che si possa ancora bere senza doversi ficcare un clistere in bocca prima di mettersi in macchina.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE POGUES – If I Should Fall from Grace with God (Island)

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Alla fine il culo riuscirono a farselo baciare davvero, i Pogues.  

Nel 1988, quando esce il loro terzo album, tutti stravedono per loro.  

Vecchi puristi, anime ribelli, ubriaconi, stelle del rock, giovani appassionati di musica indipendente, glorie del punk, giornalisti, gestori di pub, registi, dentisti.

Una folla che acclama i Pogues come la più importante band londinese del dopo-Clash. Sembrano scesi dalla terza classe di un transatlantico, stipati tra casse di alcol e brande di legno marcio eppure sono riusciti a conquistare il mondo.

Il rogue-folk, quell’alcolico blend tra musica zigana, tradizione popolare e impudenza punk è al suo apice artistico e commerciale e If I Should Fall From Grace with God è arrivato per raccogliere quello che Red Roses For Me e Rum, Sodomy and the Lash avevano seminato, al passo indemoniato di gighe e polkas o a quello più mesto e doloroso di ballate come Fairytale of New York o Lullaby of London, cartoline grigie piovute tra il Natale e l’Epifania più tristi del decennio.  

Il dolore che resta lì, come se nessuno fosse venuto a ritirare le pattumiere dell’umido. Il dolore rappreso in gola, mischiato con il whisky e la birra a triplo malto. Il dolore che ha corroso lo smalto dei denti di McGowan e ora gli sta portando via anche l’anima.

Musica carica di un paganesimo così intenso e fiero da diventare sacro.

Un disco pieno di nostalgia e furore, di necessità di riscatto e di politica, di voglia di ballare attorno al falò delle proprie disgrazie, If I Should Fall from Grace with God.

Un album ancora indisciplinato e velenoso, nonostante gli sforzi di Steve Lillywhite per mettere un po’ di ordine nel muro di suono della band.   

Quindici canzoni che ci fecero diventare, per qualche ora, tutti irlandesi. Senza conoscere l’Irlanda.

Tra i dieci dischi da portare all’Inferno, per far ballare Belzebù.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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