DANNY & DUSTY – The Lost Weekend (Zippo)  

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Visti i presupposti, non era difficile presagire che le derive restauratrici del Paisley Underground potessero trovare un terreno comune costituendo una sorta di cooperativa sociale. Quel terreno, nonostante molti protagonisti si siano già annusati il culo un paio di anni prima nel progetto estemporaneo Rainy Day, dà i suoi frutti migliori in un weekend del Febbraio dell’85, quando i musicisti di Long Ryders, Green on Red e Dream Syndicate si riuniscono, carichi di birre e belle canzoni, al Control Centre Studios di Los Angeles per suonare come una vecchia band da birreria americana.

Registrato senza sovraincisioni ne’ maquillage da sala-trucco, The Lost Weekend è un disco perfettamente integrabile nella discografia dei Green on Red, che proprio nello stesso periodo stanno con decisione virando dall’acid-rock delle prime produzioni verso territori più roots. Piano honky-tonk, lap-steel, dobro, chitarre evocative e richiami alla musica più bianca che si possa immaginare (come quello alla celebre Heart and Soul di Hoagy Carmichael accennata in chiusura di Song for the Dreamers), cartoline virate seppia della terra americana che in quegli anni tornano a far sognare moltitudini di adolescenti, come era successo ai loro padri coi dischi di Neil Young, Eagles e CS&N, tornati nuovamente attuali.

In questo contesto di nostalgia e pathos da pionieri in cui la polvere e il bourbon si aggiungono ai quattro elementi fondamentali della materia, The Lost Weekend risulta uno dei dischi esemplari del movimento retroguardista di quel periodo. La scrittura di Danny (Stuart) e Dusty (Wynn) è vivace, credibile, funzionale. Sembrerebbe la nuova età dell’oro. E invece si era già all’era del silicio.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THIN WHITE ROPE – I crotali del deserto interiore

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Nella gran confusione di ombre lunghe e polvere da sparo che la restaurazione del Paisley Underground portò nel mondo del rock americano degli anni Ottanta, qualcuno pensò che la Sottile Corda Bianca potesse essere assimilata a una di quelle che pendevano spesso da qualche trave per portare al Sommo Giudice un’anima già giudicata, alleggerendogli il lavoro, dimenticando che nel fantasioso universo parallelo di William Burroughs questa metafora servisse a descrivere una striscia di sperma. Fu questo il nome scelto da Roger Kundel e Guy Kyser all’indomani dello scioglimento degli effimeri Lazy Boys per dare un senso di fertilità straripante al nuovo progetto musicale.

Quando nel 1984 registrano Down in the Desert, il pezzo che l’anno successivo aprirà il loro disco di debutto, non sanno neppure loro che stanno costruendo un archetipo sonoro che li imprigionerà loro malgrado per tutta la loro esistenza. Il desert-rock che viene coniato per definire da subito la loro musica nasce in fondo da questo malinteso. Il deserto evocato dai deliri fantastici di Kyser è in realtà geograficamente situato molte molte miglia più a sud della loro soleggiata e pacifica Davis, nella zona del Mojave. Eppure nelle allegorie usate da Guy per descrivere un’adolescenza che, nonostante gli agi che la sua benestante famiglia gli concede, rimane inquieta, il deserto resta paradossalmente l’habitat prediletto per parlare dei suoi animali domestici che diventano mostri preistorici e di ragazze che evaporano come miraggi sotto la canicola. Musicalmente, nella sua opera di reinterpretazione della tradizione del rock americano di due decenni prima (i Quicksilver Messenger Service, i Velvet Underground, Johnny Cash, Neil Young, la country music) Exploring the Axis è più vicino ad Up on the Sun dei Meat Puppets che a Medicine Show.

È un rock che conosce le smorfie del disappunto e del dolore.

Che si stende al sole californiano ma spesso proietta ombre che hanno la sagoma degli spolverini della wave inglese (l’uso del basso in pezzi come SoundtrackLithiumDisney Girl o Atomic Imagery, il cantato “contratto” di Kyser che ha ben poco a che spartire con il tranquillizzante e passionale canto del cerimoniale rock a stelle e strisce, NdLYS). Il geologo Kyser ci trascina per i capelli nel suo deserto. Che è in tutto e per tutto simile al nostro. C’è dentro tutto lo stesso chiasso e tutto lo stesso silenzio di cui ci circondiamo nostro malgrado.    

 

                                                                                 

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.

A ridosso di Moonhead esce Bottom Feeders, un mini-lp che, come sarà vezzo della band per tutta la carriera, ha il doppio compito di presentare ai fan i risultati delle varie campagne acquisti (in questo caso è John Von Feldt a sostituire il quattro corde di Stephen Tesluk inaugurando una giostra di avvicendamenti alla sezione ritmica che non avrà mai fine) ma soprattutto di promuovere la band con agilità in Europa, terra di conquista e ultima frontiera del sogno di Kyser.  E’ un piccolo campo da allenamento dove la band mette alla prova i nuovi ingaggi, cimentandosi in qualche cover (in questo caso Ain’t That Loving You Baby e Rocket U.S.A), rimodulando qualche vecchio pezzo e provandone di nuovi.

Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophane la musica della band californiana esibita su In the Spanish Cavenonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola.

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

È ancora Red Sun a dare forgia al nuovo miniLP  pubblicato per presentare un nuovo avvicendamento, stavolta ai danni di Josef Baker. Dietro le pelli, sul disco, lui c’è ancora, ma su quattro dei sei brani a prendere posto siede Frank French dei True West. Il pezzo chiave del precedente album viene spogliato e presentato in una versione unplugged, con un contorno di cover da brivido fra cui spicca una splendida Some Velvet Morning che da lì in avanti finirà in tutte le scalette live del gruppo e in tutte le raccolte postume che li riguardano.

 

Il nuovo decennio porta una piccola/grande novità per i Thin White Rope: il piccolo marchio della RCA che si affianca a quello della Frontier indica, forse, che la band ce l’ha fatta. O che ce la potrebbe fare.

Non solo. Sack Full of Silver allarga la formazione ad un secondo bassista. Si tratta di Stephen Siegrist dei Sin Eaters (la roots band di San Francisco in cui militò anche Ted Leo dei Pharmacists, NdLYS) che ha il compito di affiancare Von Feldt per dare una spinta ritmica che tuttavia resta piacevolmente impigliata nelle maglie chitarristiche del tipico suono della formazione o si piega, assecondandone le voglie, alle derive country e folk che Kyser sembra voler stavolta toccare con decisione su canzoni come On the FloeTriangleThe Ghost (quasi una variazione neppure troppo originale di In the Pines). I capolavori si chiamano invece Sack Full of Silver (zoppa ballata condotta da un malinconico accordion), Diesel Man (i R.E.M. di Monster prima dei R.E.M. di Monster), le sacche Television che galleggiano su Americana e i cambi di passo di Whirling Dervish, messe lì a ricordarci che il sole, in California come altrove, è un gioco d’ombre e non solo di luci.

Von Feldt lascia la band già durante le registrazioni dell’album, tanto che per il mini Squatter’s Rights uscito a soli due mesi il suo ruolo è già stato preso da Stooert Odom. Ancora tutte cover, qui dentro. Ad eccezione di un curioso brano cantato in origine da Kyser con gli italianissimi Avion Travel e commissionato da Lina Wertmuller per la colonna sonora di In una notte di chiaro di luna (ma qui suonato per intero dai Thin White Rope), a tradire il suo bisogno di fuggire dai luoghi comuni in cui i TWR si sono, un po’ colpevolmente, adagiati. Stanco, come lui stesso dichiarerà, di essere associato al deserto e ai cadaveri delle vacche.

 

Analogo bisogno esprime il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea che è però un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s DogThe Clown SongUp to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas SkiesThe Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL – Creedence Clearwater Revival (Fantasy)  

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Ciò che il resto del mondo importa dalla rivoluzione californiana degli anni Sessanta è qualcosa che con quella rivoluzione non ha nulla a che spartire, ne’ a livello filosofico ne’ in ambito strettamente musicale. Fatte salve le vendite mainstream occasionali dei Doors di Light My Fire e dei Byrds di Turn! Turn! Turn! la vera dominatrice delle charts, fra tutte le formazioni che hanno infiammato i palchi dei grandi festival, è una band “volgarmente” restauratrice. Una formazione che piuttosto che volare in alto come molte delle formazioni della Summer of Love, preferisce viaggiare verso sud su scomodi e inquinanti trabiccoli diesel. L’originale suono della band, ovvero un validissimo garage-rock portato su disco e sul palco sotto il nome di Golliwogs, si è via via sempre più sporcato con la musica nera, quella della Louisiana, quella di New Orleans, quella del Delta, quella di Porterville che guarda caso è la stessa città a dare il titolo all’ultima canzone incisa come Golliwogs e la prima ad essere ripubblicata dalla Fantasy sotto il nuovo nome di Creedence Clearwater Revival. Tom Fogerty ha intanto lasciato il posto di cantante al fratello John il cui timbro rauco e verace si combina alla perfezione con i timbri paludosi della musica che stanno elaborando. Un suono che del misticismo lisergico degli altri compagni californiani non sa che farne. Il suono dei Creedence è un ritorno agli elementi base non solo del rock ‘n roll ma anche a quelli classici della materia.

Aria, fuoco ma soprattutto terra e acqua.

Terra da affondarci i piedi, acqua da inzupparsi come in un rito battesimale.  

Terra e acqua come quelle che segnano il lungo viaggio del Mississippi.

E ad avvolgere questa distesa di paludi, acquitrini, campi da coltivare, fattorie, boschi e piogge rigeneranti il turbante color sabbia di Marie Laveau e il macabro mantello di Bayou John, il grande evocatore di spiriti della Louisiana.

La musica dei Creedence Clearwater Revival esercita sin da subito un appeal grandissimo, ma non è musica “per giovani”. Anzi, mi correggo: la musica dei Creedence esercita un appeal grandissimo perché non è musica “per giovani”.

È il corpo (che si credeva) morto del passato che riemerge dalle acque dopo che il sogno d’amore delle comunità hippie è evaporato, dimostrando che, svanito l’inganno, quello che resta è un mondo immutabile e forse proprio per questo, rassicurante. Una tecnica che la band californiana affinerà l’anno successivo in un trittico mozzafiato di grandissimo successo e che in questo disco d’esordio emerge ancora in sordina sul materiale autoctono mostrando invece un’ottima carburazione sui pezzi altrui (Susie Q, I Put a Spell On You, Ninety-Nine and a Half), quelli dove il gruppo inizia a sfoderare il suo mood e a liberarsi dalle ultime (e uniche) esfoliazioni acide del suo repertorio.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE GUN CLUB – In My Room (Bang!)  

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Diciamo subito che l’annuncio della Bang! Records pur se non apertamente menzognero, poteva facilmente trarre in inganno. Si tratta si, in effetti, delle ultime registrazioni di Jeffrey Lee Pierce assieme agli ormai quasi sfiniti Gun Club ma si tratta di materiale già interamente pubblicato come supplemento alle riedizioni della bellissima e mai conclusa collana 9 Lives della Flow Records già dieci anni fa buoni. Motivo per cui, se possedete quelle fondamentali reissues, di In My Room non avrete davvero cosa farne a meno che non siate degli inguaribili necrofili. A tutti gli altri consumatori abituali ma non fanatici delle portate servite ai tavoli del Gun Club diremo invece che si tratta di due differenti sedute di registrazione con due diverse line-up. Tre di esse (quelle da cui sono tratte Not Supposed to Be That Way di Willie Nelson, Ruby Doesn’t Take Your Love to Town di Mel Tillis e una nuova versione della splendida Mother of Earth) sono registrate assieme a Très Manos degli allora già lanciatissimi Urban Dance Squad, Cypress Grove e Romi Mori mentre per quanto riguarda gli “scarti” di Lucky Jim, la formazione è identica a quella dell’album fatto salvo l’intervento di dobro di Très Manos che accompagna la voce spoglia di Pierce su Be My Kid. Si tratta in questo caso di registrazioni effettuate in studio quattro mesi dopo quelle dell’album e dunque storicamente le ultime della band, parte delle quali già utilizzate per tirare su i tre volumi (prestissimo quattro, NdLYS) della Jeffrey Lee Pierce Sessions Project e affidate alle cure di Nick Cave, Mark Stewart, Thalia Zedek in versioni non troppo dissimili da quelle originali. Canzoni che spesso divagano verso un rock ‘n roll vagamente funky (In My Room, Shame and Pain, la jam senza titolo che chiude la prima side del disco), che si fermano a guardare qualche classico in cerca di un’ispirazione non sempre brillante o che si stendono sul pagliaio di qualche vecchia fattoria (Not Supposed to Be That Way, Be My Kid) in attesa che arrivi una nuova malinconia di cui cantare.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

REBELS WITHOUT A CAUSE – Naked Lunch (Electric Eye)  

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Uno dei dischi più “trasversali” del pregiato catalogo Electric Eye fu opera di una band di Cervia che sembrava essere spuntata dal nulla delle nebbie emiliane, non fosse che già prima del suo debutto discografico avesse suonato nel Nord Italia come spalla di gente come Tav Falco, Green on Red e Dream Syndicate anche se spesso in formazione “amputata”, ridotta ad un paio di chitarre supportate da una ingombrante batteria elettronica. Il disco invece, uscito nell’estate del 1987, vede un quartetto in gran spolvero, autore di un suono che sbatte le ali come una falena andando a scottarsi vicino al fuoco del rockabilly, dell’R & B e del classico suono roots americano. Una tecnica, chitarristica soprattutto (Davide Piatto, per dieci anni il 50% dei N.O.I.A. – sua la chitarra funky di Dirty Talk, una delle prime produzioni house mondiali, pubblicata da Klein &MBO – e diventato ora uno dei più abili e meno scontati chitarristi sulla piazza, NdLYS), magistrale che in un contesto completamente diverso rispolvera il guizzo brillante delle chitarre dei Redskins. Ma l’aria, il paesaggio che si respirano dentro Naked Lunch sono tipicamente americani, come nel sogno di tantissime band dell’epoca. Un’America metafisica. Romantica e dannata, che i Rebels avrebbero continuato a cantare anche quando nessuno sembrava più volerla sognare così, dentro altri due album di cui forse più nessuno ricorda nulla e che fareste bene ad andare a recuperare, colmando la voragine che si è creata nel vostro sedimento di fosforo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE GUN CLUB – Pastoral Hide and Seek (New Rose)  

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Quando i Gun Club si riaffacciano sul mercato discografico sul fare degli anni Novanta, del voodoo punk dei primi dischi non è rimasto che un soffio e del loro passaggio in molti hanno già perso il ricordo, sopraffatti da tutto il nuovo che discograficamente sta invadendo il mercato.

Pastoral Hide and Seek non viene neppure stampato in America, bocciato da ogni etichetta indipendente contattata personalmente da Lee Pierce e anche dalla Island che chiede una “svolta” in direzione Fabolous Thunderbirds, aumentando la disaffezione di Jeffrey verso la sua terra.

Dal canto suo, Jeffrey vive in una sorta di isolamento forzato, devastato fisicamente ed economicamente, circondato da pochissimi amici (Mark Lanegan, Cypress Grove, la sorella Jacqui, la nuova compagna Romi, scrivendo canzoni dalle forme incerte e ascoltando i dischi di Coltrane, Eric Dolphy ed Elvis Presley.

È questo il nascondino pastorale cui allude il titolo del disco cui sta lavorando, titolo ispirato da un film (https://www.youtube.com/watch?v=vPeztp2LEg4) realizzato nel 1974 in quel Giappone che continua ad affascinare il musicista californiano.

La cirrosi che gli è stata diagnosticata lo costringe ad evitare le tentazioni e a tenere la mente e le mani occupate. Ne trae beneficio il suo stile chitarristico che si affina nella tecnica blues così come in quella più vicina al folk e al southern rock. Un po’ meno il suo stile vocale che qui spesso sembra giocare con l’azzardo di urla mal appaiate con brani che hanno poco mordente, nel tentativo di far decollare ciò che invece non decolla. Epitome di questo sfascio è The Straits of Love and Hate, caricatura di ciò che i Gun Club erano fino a qualche anno prima e che adesso faticano anche soltanto ad imitare. Non va molto meglio quando il gruppo mette mano a vecchio materiale proprio (I Hear Your Heart Singin’) o altrui (Eskimo Blue Day). Il buono che pure vi si riesce a trovare viene stranamente escluso dal disco (la bella title track che comparirà qualche anno dopo sulla raccolta In Exile della Triple X) o usato come pretesto per la pubblicazione di un disco complementare intitolato Divinity.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FLAMIN’ GROOVIES – Morte Lenta

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Avete un nome per la top ten delle bands più sottovalutate del mondo? Io ne avrei parecchi. Ma soprattutto avrei il nome da mettere in cima alla lista: benvenuti quindi nel circo della più grande incognita del mondo del rock, nel più raccapricciante interrogativo sulle fortune avverse cui ci si possa trovare davanti quando si fa un po’ di agiografia del rock, e neanche delle più approfondite. Signore e signori: i Flamin’ Groovies! Gente che si lordava le mani col rock ‘n roll mentre gli amichetti delle elementari inseguivano conigli bianchi nel paese di Alice e che ha continuato a fare la propria cosa senza seguire le mode ma aspettando comodamente che fossero le mode a tornare da loro. Geniale, in qualche modo.

Così in piena “restaurazione” rock (siamo in epoca Paisley e neo-psych, metà anni ‘80, NdLYS) qualcuno si risporca le mani con i loro pezzi.

Ma dura giusto un paio di anni, poi la merda torna a dilagare. Sempre con forma circolare, anche se di dimensioni sempre più ridotte.

 

Siamo nel 1969 e a pochi mesi da Sneakers, un dieci pollici da un quarto d’ora prodotto e stampato in proprio, i Flamin’ Groovies vengono ingaggiati da una major per essere prontamente risputati. Supersnazz, il loro unico titolo a fregiarsi del logo della Epic, arriva nei negozi nel 1969 ed è già un disco demodè in cui le vere potenzialità dei Groovies restano inespresse o, meglio, canalizzate nella riproposizione di uno stile (il rock ‘n roll basico degli anni Cinquanta, la musica tradizionale da avanspettacolo, certo R&B alla Fats Domino) che è stato già a lungo sviscerato durante la restaurazione beat ormai spenta di qualche anno prima.

Riprodotto con classe e stile impeccabili.

Che però è proprio quello che, in quel 1969 invaso da album come gli esordi di Stooges, Led Zeppelin, MC5, King Crimson, Abbey Road dei Beatles, Let It Bleed degli Stones, Hot Rats di Zappa, Trout Mask Replica di Captain Beefheart, Stand! di Sly e la sua Family, Ummagumma dei Pink Floyd o Tommy degli Who, non serve a nessuno. Il mercato, le etichette e il pubblico cercano potenza ed innovazione e rifiutano lo schematismo rispettoso ma per nulla eversivo alle cui regole Supersnazz è invece piegato. Tra i brani in scaletta solo Love Have Mercy, un trascinante boogie che sembra voler fare il verso al rockabilly acustico di Eddie Cochran e ai sermoni in salsa soul di Salomon Burke, rimarrà tra i classicissimi del gruppo californiano mentre il resto, dal grazioso scioglilingua vaudeville di Bam Balam alla morbida e stucchevole ballata A Part From That cadono subito nel pozzo oscuro della memoria. Da cui tuttavia è a volte piacevole ritirarle fuori, ora che la smania per il nuovo a tutti i costi è spesso piacevolemente sostituita dal rassicurante desiderio di concedersi una mezz’oretta di musica senza altra pretesa se non quella di accompagnarti con docilità ed eleganza, come le amicizie discrete.

Abbandonata San Francisco e le sue utopie di pace, i Flamin’ Groovies si muovono verso New York dopo una breve sosta nel Michigan, per sporcare il loro suono di asfalto. Il contratto con la Epic è andato in fumo e il cartone animato di Supersnazz è terminato in malo modo. A trovar loro un nuovo contratto ci pensa Richard Robinson, uomo di fiducia della Kama Sutra e della Buddah Records, che per l’occasione si mette anche al banco produzione.

Per l’etichetta delle Shangri-Las i Groovies licenziano i loro due lavori migliori.

Flamingo è il primo di questi.

Dei due, quello con minor carattere, ancora vincolato ad una forma canonica di rock ‘n roll, seppur indurito dalla loro breve permanenza a Detroit e dal contatto con band come Frost, MC5 e Alice Cooper Band. Ne escono fuori pezzi potenti come Comin’ After MeHeadin’ for the Texas BorderSecond Cousin’ e Jailbait, vicinissimi a quanto registrato pochissimi mesi prima dai Motor City Five per Back in the USA, ovvero un suono che segue il solco classico del rockabilly e del rock ‘n roll boogie basico di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e dall’altro cerca in qualche modo di tracciare un parallelo solco più personale, riuscendo però a centrare l’obiettivo soltanto sul disco successivo.  

Dopo due dischi tutto sommato ordinari come Supersnazz e Flamingo, nel 1971 Flamin’ Groovies si apprestano a sputare fuori il loro capolavoro.

Come dichiarerà lo stesso Cyril Jordan al magazine ZigZag, Teenage Head è l’album in cui per la prima volta viene fuori la personalità della band californiana.

Pensato ed inciso nell’immenso caos newyorkese con uno stuolo di amici e ammiratori ad assistere alle sessions di registrazione (tra cui Richard Meltzer di Crawdaddy e Lester Bangs), Teenage Head è uno dei dieci dischi fondamentali del rock’ n roll pre-punk, carico di sporcizia fin dentro le mutande oltre che disco imprescindibile dei Groovies, rollingstoniano fino a soverchiare gli stessi Stones e pieno di chitarre slide. Dentro, alcuni numeri da antologia come la ballatona Yesterday‘s Numbers e la title-track che resta uno dei pezzi-chiave della storia del rock ‘n roll per la perfetta combinazione tra liriche e riff e chiude il quadrilatero perfetto che ha per lati My GenerationSatisfaction Search and Destroy.

Non serve nessun trattato sull’orgoglio spavaldo dell’essere giovani, tutto quello che volete sapere è scritto, a fuoco, in questi quattro pezzi.

L’attacco sudicio di High Flyin’ Baby con quelle chitarre che sembrano lingue di schiave pronte a pulirti l’uccello e la voce di Roy Loney filtrata attraverso gli effetti da studio pensati da Richard Robinson per rendere l’atmosfera del disco ancora più torbida sbriciola le pareti. È un’orda di lingue fameliche che scavano il ventre di una donna. Un amplesso filtrato da un mesaboogie valvolare.

È ad una cosa così che gli Stooges penseranno quando si tratterà di aprire il disco del loro rientro in scena, un paio di anni dopo.

City Lights si infila, musicalmente e liricamente, dentro gli Stones acustici di No Expectations, ravvivando il ricordo della chitarra slide di Brian Jones che di quel pezzo era protagonista assoluto. Il boogie di Have You Seen My Baby? di Randy Newman è una delle due cover presenti sul disco (l’altra è una versione del classico 32-20 Blues di Robert Johnson, erroneamente riportata come 32-02 sull’originale copertina Kama Sutra che stringo tra le mani, NdLYS).

La prima facciata si chiude con un altro omaggio al suono di Beggars BanquetYesterday‘s Numbers si muove in perfetto equilibrio tra chitarre acustiche e la slide di Cyril Jordan più in forma che mai.

La B-side si apre con un altro pezzo-mostro: Teenage Head ha dentro di sé tutti i Miracle Workers e i Morlocks che verranno e che infatti la infileranno nella loro saccoccia di cover, cisposa di maracas e infettata dall’armonica a bocca.

Evil Hearted Ada scritta dal solo Roy Loney si immerge nel suono Sun del sempre amato Presley anticipando i Cramps e i boccheggi ansimanti di Lux Interior di una mezza dozzina di anni. Doctor Boogie è un altro furto dagli archivi Sun, stavolta ai danni di Doctor Ross e della sua Boogie Disease. Cyril e Roy la scrivono di getto, la stessa notte che scrivono Teenage Head, per completare in fretta una scaletta che non ha ancora raggiunto la consistenza di un album. Whiskey Woman in chiusura riporta il tono del disco sui consueti binari stonesiani, stavolta lambendo la  stazione di Sticky Fingers, pubblicato proprio lo stesso mese (e con al piano Jim Dickinson, lo stesso pianista che accompagna i Flamin’ Groovies su Have You Seen My Baby?City Lights e High Flyin’ Baby, NdLYS) dai “fratelli” inglesi.

Appena un anno dopo Roy Loney si chiamerà fuori dal gruppo deluso dalle vendite umilianti di quello che è invece ritenuto a ragione uno dei dischi fondamentali del rock ‘n roll del decennio, finendo per fare l’A&R per la ABC Records e tirando fuori dal buio band come Ramones, Tom Petty and The Heartbreakers e la band di Dwight Twilley. Prima di andarsene regala al vecchio amico un’ultima canzone, scritta in un hotel di Detroit. “È una canzone sulle droghe, caro Cyril”, gli dice. “Una canzone sulle droghe e su come si può morire lentamente, mentre si crede di stare scalando i gradini per la vetta del mondo, una canzone sulla separazione da sé stessi e dagli altri, una canzone su me e te”.

Poi, le parole di Slow Death riempiono la stanza.

Slow death eats my mind away. Slow death turns my flesh to clay. Slow death, slow death, slow death, slow death.

Quella notte a Detroit cadono le stelle.  

Nel 1976, proprio mentre l’esplosione del punk dovrebbe dar loro ragione e la loro Slow Death è una delle canzoni più trasmesse dalla bocca del juke box della boutique di Malcolm McLaren, i Flamin’ Groovies si siedono dalla parte sbagliata del marciapiede. Se Teenage Head era stata l’apoteosi del suono stonesiano e il trionfo di Roy Loney, Shake Some Action sceglie i Beatles e Chuck Berry come nomi tutelari mentre il nuovo acquisto Chris Wilson sollecita la svolta in direzione power-pop, spinti dalla mano sapiente di Dave Edmunds con cui la band inizia a lavorare sin dal lontano 1972 con l’idea di registrare un paio di singoli e un intero album.

Il risultato è un disco che spiazza il nocciolo duro dei vecchi fan con un suono assolutamente meno virile. Dalle finestre dei Rockfield Studios  bussano echi di Merseybeat e di jingle-jangle byrdsiano e i nuovi Groovies che sono andati ad ossigenarsi nel Galles dopo la risoluzione del vecchio contratto e l’allontanamento di Loney e Tim Lynch, li lasciano entrare. Qui i Flamin’ Groovies reinventano se stessi, look (taglio di capello in perfetto stile beat ed elegantissimi abiti mod al posto dei capelli incolti e dei pantaloni di pelle che campeggiavano sulle prime copertine) e strumentazione (l’Ampeg di Cyril Jordan viene sostituita da una Rickenbacker 12 corde mentre George Alexander abbandona il suo vecchio basso in favore di un Hofner a violino in un ennesimo omaggio a Paul McCartney, NdLYS) compresi.

I pezzi chiave dell’album sono ovviamente i due singoli Shake Some Action e You Tore Me Down, risalenti alle prime sessions con Edmunds del 1972 (gli altri pezzi erano Get a Shot of R ‘n B, Little QueenieMarried WomanTallahassie Lassie e il fantastico inno anti-droga di Slow Death di cui abbiamo detto, registrati per l’abortito Bucket of Brains, NdLYS). Entrambe scritte dal team Jordan/Wilson mostrano un suono fortemente melodico e ricco di arpeggi folk-rock nella miglior tradizione californiana e costituiscono la chiave di lettura dei nuovi Groovies che abbandonano definitivamente il cazzuto suono dei primi anni Settanta per dedicarsi, nella trilogia che chiude il decennio, ad una innocua e tutto sommato abbastanza inutile parodia beatlesiana d’autore.

Chi vi dice che questi sono i Flamin’ Groovies migliori, o mente o è un fan dei Beatles.

Siate scaltri.  

Now esce nel 1978. A due anni da Shake Some Action.

In mezzo c’è stato il punk. Ma ascoltandoli uno dopo l’altro, viene difficile crederci.

Nonostante fossero stati in qualche modo artefici forse inconsapevoli di tutto quel gran casino che è scoppiato lì fuori, i Flamin’ Groovies perseverano nel loro anacronistico mondo illuminato da chitarre sgargianti e prelibatezze vocali copiate o rubate a Beatles, Raiders, Big Star, Byrds, Buddy Holly, Rolling Stones con un disco che, complice il meticoloso lavoro in regia di Dave Edmunds (microfoni piazzati direttamente sugli ampli e altri disseminati in studio a captare i naturali eco e riverbero dell’ambiente e diverse take di ogni pezzo, per poi poter operare sul cutting e l’editing), è l’esatta riproduzione del disco precedente, seppur registrato con vita meno travagliata.

Mike Wilhelm dei Charlatans si avvicenda alla terza chitarra al posto di James Ferrell che finirà a dar man forte all’ex-compagno Roy Loney per il bellissimo Out After Dark dei suoi Phantom Movers.

A supportarli ci sono, come sempre, Greg Shaw dalle pagine di Bomp! e Kris Needs da quelle di Zig Zag. Il pubblico molto meno. Now vende pochissimo, complice la scarsissima promozione della Sire, interessata soprattutto a spingere Ramones e Talking Heads, assoluti alfieri del “nuovo” da contrapporre nella scacchiera ai pezzi troppo disciplinati dei Groovies. I pezzi forti del disco sono Good Lough Mun e All I Wanted che però stanno un passo indietro rispetto a You Tore Me Down e Shake Some Action e cento passi distanti da Slow Death, il pezzo che aveva in qualche modo reinquadrato il suono della band californiana nel lontano 1972.

Il meglio vive stavolta della luce riflessa del sole byrdsiano di Feel a Whole Lot Better e di quello eclissato e torbido degli Stones di Paint It Black. Piegandosi ai maestri non potendo più salire in cattedra.

 

A dispetto di un suono fresco che sa di ortaggi appena raccolti Jumpin’ in the Night, il disco che chiude la trilogia dei Groovies per la Sire e conclude, di fatto, la fase creativa della band di San Francisco, una volta messo sul piatto dà una poco piacevole impressione di una cesta di cibi in scatola.

Scatolette di latta messe una accanto all’altra e da cui escono fuori i Beatles, Bob Dylan, i Byrds, James Burton e Warren Zevon cui Cyril Jordan e Chris Wilson affiancano qualche piccolo sapore di casa dal gusto sempre meno incisivo, sempre meno capace di rendersi distinguibile al palato (Next One Crying fa il verso al Lennon solista, First Plane Home a quello del periodo Merseybeat, In the U.S.A. è quasi un Lovin’ Spoonful in libera uscita). Forse è solo il tirato boogie della title-track col suo duello di chitarre che resta un po’ schiacciato sul missaggio finale e le altrettanto belle pennellate di Rickenbacker di Yes I Am a rendere prezioso questo ultimo lavoro dei Groovies che soffre già della crisi che sta dilaniando un’altra volta la formazione californiana e che le impedirà di godere se non trasversalmente (Wilson con i Barracudas, Jordan e Alexander con una esangue reunion del 1986) del successo del revival neo-sixties di cui erano stati pionieri.

 

Nel 1986 i Flamin’ Groovies, grazie al lavoro sotterraneo di band come i Miracle Workers e gli Hoodoo Gurus, si rendono conto che possono ancora piacere.

Come quelle tardone che ricevono qualche attenzione tardiva e provano a rimettersi in tiro spendendo in estetisti e parrucchieri senza scrupoli Jordan e Alexander, unici superstiti della formazione (Chris Wilson è andato a nuotare nell’oceano dei Barracudas), allestiscono One Night Stand, una passerella dei vecchi “successi” (Teenage HeadSlow DeathShake Some Action, I Can’t Hide) e qualche cover di ordinanza (Kicks dei Raiders, Call Me Lightning degli Who, Bittersweet dei cuginetti australiani Hoodoo Gurus). Ma a livello di fertilità artistica siamo al nulla cromosomico, così come è tremendamente agghiacciante il drenaggio di ogni piccola goccia di un qualsiasi umore rock ‘n roll. I Flamin’ Groovies si soffocano nella fossa biologica dei loro liquami, coi detergenti e le creme antirughe dentro i beauty case. E un devastante senso di perenne ritardo nel cuore.

Analogamente trascurabile è il Rock Juice del 1993 accreditato ai Flamin’ Groovier, con ancora Jordan e Alexander a tirare le redini (e le cuoia) di una band perennemente seduta sul lato sbagliato del tavolo da gioco.

Un po’ in anticipo, un po’ in ritardo.

Un po’ Beatles, un po’ Rolling Stones.

A proposito! Voi eravate per gli uni o per gli altri?

Beh….io ero per i Flamin’ Groovies!

Da restaurazione in restaurazione, da revival in revival, negli anni in cui il rock è diventato poco più che un lumacone che sbava su se stesso, i Flamin’ Groovies restaurano se stessi.

Chris Wilson riabbraccia infatti i vecchi amici un po’ per caso nel Luglio del 2013, su un palco di Londra, dando il via ad una lunga serie di date amarcord in giro per il mondo fino a che, esattamente quattro anni dopo, viene dato l’annuncio dell’arrivo di un nuovo lavoro in studio. Fantastic Plastic, registrato un po’ per volta alla fine di ogni tour, esce il 22 Settembre del 2017 e vede fianco a fianco Wilson, Jordan e Alexander, come ai tempi di Shake Some Action. Sin dall’attacco di What the Hell’s Goin’ On l’effetto deja-vu è immediato, implacabile e la sensazione che i Groovies possano aver tirato fuori un disco dignitoso viene confermata man mano che ci si inoltra nell’ascolto delle restanti undici tracce, vestite di quelle chitarre luminose che furono il tratto distintivo della loro produzione degli anni Settanta e che tornano a splendere su End of the World e sulla cover di I Want You Bad degli NRBQ e a concedersi addirittura un bagno nel boogie dell’era Supersnazz su Crazy Macy. E se la nuova versione di Let Me Rock (il primo pezzo in assoluto scritto dalla coppia Wilson/Jordan e pubblicato nel lontano 1973 dalla Skydog sull’EP Grease) tradisce l’esigenza senile di ripulire la grezza irruenza degli anni giovanili e qualche brano sembra buttato lì tanto per raggiungere il minutaggio previsto (lo strumentale I’d Rather Spend My Time With You con una comparsata di Alec Palao al basso o la cover di Don’t Talk to Strangers dei Beau Brummels), complessivamente Fantastic Plastic, complice anche la bella copertina disegnata da Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis, è un ritorno in scena finalmente degno di venire illuminato da qualche riflettore.         

                                                                                    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

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GIANT SAND – Ballad of a Thin Line Man (Zippo)

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La loro longevità e lo status di cult-band che li circonda da sempre, anche dopo che tutto il restante apparato “restauratore” dentro cui avevano mosso i primi passi (quello dei vari Dream Syndicate, Thin White Rope, Long Ryders ecc. ecc.) era crollato giù, restano per me uno dei più grandi misteri del rock. I Giant Sand rimangono una di quelle band che, ciclicamente, torno a volermi far piacere. Rimetto sul piatto, nel lettore o nel riproduttore a nastro i loro dischi (chè ce li ho in tutti i formati, a riprova che i tentativi ci sono stati) armato di buoni propositi e affascinato dall’immaginario evocato dalle loro prime copertine ma, una volta superato lo scoglio dei primi due pezzi (il primo mi serve per ambientarmi, in genere, il secondo per capire se quell’ambiente mi piace o meno), li trovo così privi di fascino che torno a tormentarmi su quale sia il nodo che non riesco a sciogliere nell’approcciarmi alla loro musica. Magari riprendo in mano qualche vecchia recensione, apro qualche libro, risucchio un po’ di polvere d’inchiostro cercando di aspirarne l’entusiasmo che ne ha mosso giudizi così guizzanti di entusiasmo, poi tiro a fatica fino a che i solchi non abbiano respinto la puntina del giradischi come un amante che si è saziato senza divertirsi. E scopro che sulla mia pelle non è passato nessun brivido. E non ho sognato neppure di indiani e cowboy, come mi capitava sovente quando ascolt(av)o del buon roots rock.

Uno di quelli su cui torno più spesso ma non meno malvolentieri che altri è il secondo, quello che stiracchia il titolo di una delle mie canzoni preferite di Mr. Dylan e lo fa diventare Ballad of a Thin Line Man. I Giant Sand lo registrano in contemporanea alle session di Heartland, il secondo album della Band of Black Ranchette, ovvero la filiazione più roots-oriented di Howe Gelb, loro leader indiscusso. Nel gruppo e nella vita di Howe è appena arrivata Paula Jean Brown che lo stesso anno si cimenterà come autrice per il singolo di debutto di Belinda Carlisle, la bella bionda con la quale ha condiviso gli ultimi mesi di vita delle sue Go-Go’s. Durante il breve soggiorno californiano di Gelb dunque i Giant Sand danno alle stampe quello che dovrebbe essere il loro capolavoro.

Che per me non lo è, credo si sia capito.

Nonostante il frastuono di una All Along the Watchtower che potrebbe buttare giù il palazzo e il riff di A Hard Man to Get to Know chiaramente plagiato dalla Misty Mountain Hop dei Led Zeppelin, nonostante Gelb provi a fare Dylan su Who Am I e Reed su Desperate Man, nonostante sfidi i Replacements sulla stessa pista da ballo dell’hootenanny su cui Westerberg si è scatenato qualche anno prima.

Le sue copertine sono proprio belle, Mr. Gelb. Forse lo è anche la sua musica. Forse riproverò ancora una volta a farmela piacere. Forse un giorno ci riuscirò.

E camminerò nel deserto senza più avere paura delle iene e neppure della solitudine.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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X – Goodness GraXious, Great Cross of Fire

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Il vostro alfabeto termina per Z. Il mio, per X.

In realtà termina con l’uscita di More Fun in the New World.

Ma termina lì, con quella croce che sigillò come un timbro di ceralacca la storia del punk californiano.

Quella raccontata da Penelope Spheeris e di recente anche da John Doe in prima persona, su quel magnifico libro che proprio ad uno degli album degli X deve il suo titolo.

Disperata e romantica, la musica degli X di Los Angeles. L’unica con la quale poteva capitarvi di uscire da un concerto con le lacrime agli occhi, prima di essere nuovamente inghiottiti dalle interiora della metropoli americana.

 

 

C’è stato un periodo in cui non solo della loro musica mi ero innamorato follemente, ma anche della loro cantante Exene Cervenka.

Era il periodo di The Unheard Music, il documentario diretto da W.T. Morgan e interamente a loro dedicato.

Exene con le braccia serrate ad X.

Exene che regge un canzoniere di canzoni country mentre suo marito intona vecchi standard alla chitarra acustica.

Exene vestita da fantasma come in un vecchio film muto.

Exene che scrive lettere gonfie di amore e di ricordi alla sorella Mary.

Exene senza nessuno scudo, al centro del palco, a dare una voce al rumore della sua città.

Cinque anni di riprese, fra il 1980 e il 1984.

Sono gli X che non hanno ancora sbagliato un disco e che invece di lì a poco sbaglieranno tutto, musicalmente e sentimentalmente.

 

Ma chi erano gli X? Prima di raccontarvelo fatevi un giro sul web e, se non li avete mai visti, guardateli.

Erano o no una delle cose più belle da vedere, oltre che da sentire, che siano passate nelle nostre vite?

 

C’è un romanticismo misto a sconforto che trasuda dalle loro foto, così come dai loro dischi. Perlomeno dai loro primi dischi.

Gli X. Una croce di fuoco appiccata sul camposanto del punk.

Billy Zoom è un appassionato di rock ‘n roll.

Chuck Berry, Eddie Cochran, ciuffi impomatati, blue suede shoes e tutte quelle robe lì. Incontrerà Gene Vincent e suonerà con lui, così come suo padre, anni prima, aveva fatto con Django Reinhardt.

È il Paul Simonon della band, solo con due corde in più.

Imbraccia una Gretsch glitterata che brilla come una sciabola dentro l’inferno del Whisky A Go-Go e quando di tanto in tanto pare di sentir partire il riff strisciato di Johnny B. Goode dentro la furia di quei concerti in cui gli accordi non si sprecano mai, basta lanciare un’occhiata sul palco per averne la certezza: è stato lui.

John Doe occupa sempre la parte sinistra del palco. È arrivato a Los Angeles da Baltimora inseguendo il sogno di una musica proletaria, una musica nata dal basso, fatta per tutti. Disgustosa o piacevole. Ma per tutti.

Sbarca il lunario con qualche lavoro saltuario e il resto del tempo frequenta il centro di arti letterarie del Beyond Baroque.

È qui che conosce Exene, lei viene dalla Florida, ha vent’anni e un’infanzia che le ha portato via la madre ma regalato una sorella che la invoglia a scrivere. Di qualunque cosa. Exene e John si spartiranno vita e arte per qualche anno, ma non lo sanno ancora. Mirielle Cervenka morirà invece la sera del 12 Aprile del 1980. mentre si reca in auto a sentire la sorella cantare al Whisky A-Go-Go.

Donald J. Bronebrake lo incontrano un po’ di tempo dopo al The Masque, appena dopo aver finito di distruggere la batteria degli Eyes durante l’ennesimo gig-massacro. Destinato dall’età di dodici anni alla carriera di musicista classico, era stato deviato dal punk a fare le cose peggiori, e aveva appreso bene.

È giovane, furioso e ha energia da vendere: è abbastanza.

D.J. diventa il quarto uomo, la quarta asticina di quella che sarà la lettera per antonomasia del punk americano tutto: X.

Los Angeles esce nel 1980, ed è un disco perfetto.

Ha una brutalità accesa ma stemperata dall’approccio roots di Billy Zoom e canta di storie disperate, di fughe e di voglia di vomitare.

Di sesso, di abusi, di telefoni occupati e di musica che nessuno ascolta.

E ci sono soprattutto le due voci di John e Exene, incrociate come in un abbraccio.

Sotto di loro scorrono i Ramones e Chuck Berry, Lou Reed e i Dictators, i Doors e i Modern Lovers.

E tutt’intorno, solo bianco e nero.

Solo, una X che prende fuoco. Come se il Ku Klux Klan avesse finito la sua festa in maschera e abbandonato il posto del suo Carnevale. Le fiamme ci metteranno quattro anni per bruciarla, assieme all’amore tra John e Exene. Poi ci saranno solo dischi brutti (Ain’t Love Grand), mediocri (See How We Are) o trascurabili (hey, Zeus!), altri matrimoni falliti, dischi solisti, comparsate e il comunicato del 2 Giugno 2009 con cui Exene annuncia al mondo di essere affetta da sclerosi multipla. The days change at night / change in an instant.

 

 

Nonostante gli sia successivo cronologicamente, il secondo album degli X è in gran parte messo in piedi frugando tra i cassetti di John e Exene quando non erano ancora convolati a nozze. Adult BooksI’m Coming OverWe’re DesperateWhen Our Love Passed Out on the CouchIt’s Who You Know provengono sono canzoni che la band si trascina dietro dalla fine degli anni Settanta e alle quali decide di dare adesso un vestito definitivo infilandole in quello che, per quel che possa valere, viene indicato da Rolling Stone nel 2003 come uno dei migliori 500 album di sempre (salvo poi farlo scomparire una decina d’anni dopo, surclassato da almeno CENTOSETTANTA capolavori usciti nel frattempo, NdLYS).

E invece Wild Gift, pur portando in dono alcune ottime canzoni (la White Girl scritta da Doe pensando a Lorna dei Germs, la Some Other Time scritta viceversa da Exene pensando a Phil dei Blasters, la We’re Desperate cui però viene tolto il detonatore che aveva come accessorio di serie in origine), è un disco notevolmente inferiore al capolavoro dell’anno precedente. Un disco raffazzonato dove la passione per il rockabilly e il punk si intrecciano a fatica, preferendo stare fianco a fianco, come nella sequenza scenograficamente catastrofica tra Beyond and Back (palesemente ispirata al suono da rotaia del rock ‘n roll degli anni Cinquanta) e il breve sketch ramonesiano di Back 2 the Base che assieme a I’m Coming Over e Year 1 costituisce il trittico più banalmente punk del lotto, un lavoro che mostra una fenditura più che una sutura tra la coesione del primo formidabile disco e il romanticismo noir del successivo, emozionalmente più prosciugato anche rispetto all’ancora acceso quarto album. Appiccicato come una rivendicazione terroristica con lettere tagliate storte dalle pagine dei giornali.

 

…so the next time you see a statue of Mary remember my sister was in a car“.

Così si chiude Riding With Mary, uno dei pezzi dedicati alla sorella di Exene Cervenka il cui schianto mortale incombe su grandissima parte di questo terzo album della più bella punk band americana.

Gli X hanno sempre portato su disco e sul palco il proprio dolore e il proprio affanno. Un po’ delle loro vite, quel tanto che bastava per renderle meno feroci, meno amare. Stillandone il veleno e sputandolo dai denti come ofidi in cattività. E lo fanno anche stavolta, su questo capolavoro che è Under a Big Black Sun. Lo fanno forse con meno lucidità del solito. Perché il dolore ha tracciato un solco troppo profondo da poter essere colmato solo col rumore di una chitarra. Ecco allora la sorniona elegia funebre di Come Back to Me venire fuori come una ballata cheek-to-cheek, totalmente fuori dai loro canoni punk. Oppure Dancing with the Tears in My Eyes scivolare su languide chitarre hawaiane.

Ma John e Exene hanno vissuto sulla strada. E hanno sempre la pistola pronta a sparare. Non la tengono sempre carica ma quando lo fanno (The Hungry Wolf, quella copia riveduta e neppure troppo corretta di We’re Desperate che è Because I DoBlue SparkReal Child of HellHow I Learned My Lesson) è sempre meglio cambiare marciapiede.

Un sole nero, quello degli X. Un abbagliante, grande sole nero.

Lo stesso sotto il quale, quando i loro nomi faranno capolino più su Gofundme che su Itunes, John Doe sceglierà di aprire l’ombrellone per scrivere la sua bella storia del “good time boys del punk” californiano.

Così, come diceva Anthony Kiedis, “ se non credete a me, chiedete pure a John Doe, perché il suo cuore è carico di gloria e la sua ugola costruita con l’oro”.

 

                                                                                          

                                                                                             

More Fun in the New World segna la fine di un ciclo, professionale e privato, per gli X e il Nuovo Mondo cui si allude nel titolo non riserva niente di buono. Da lì a breve si spezzerà il sodalizio artistico con Ray Manzarek, il matrimonio tra Exene Cervenka e John Doe e l’equilibrio in seno alla band che culminerà con la dipartita di Billy Zoom, orecchio critico e anima rockabilly della band, e la pubblicazione del peggior disco della loro carriera.

More Fun è però ancora il disco di una band in piena salute, completamente immersa nel tessuto urbano della loro città, elemento vitale per la scrittura del gruppo e in grado di confrontarsi con la tradizione faccia a faccia, fino a mettere su un side-project come quello dei Knitters, totalmente devota al suono dell’America rurale e che tornerà, dopo aver fatto capolino nel 1985, a far parlare di se anche dopo che la storia discografica degli X si è chiusa da più di un decennio.  

Una band che, dopo il buio del Grande Sole Nero, vuole tornare a divertirsi, fino al delirio di I See Red (che si conclude con il lancio di oggetti per lo studio e D. J. Bonebrake che si alza dal suo sgabello e tira il cerchione di una vecchia Ford al centro della stanza, NdLYS) e al divertissement funky di True Love pt. 2 pensata come omaggio alla musica di Curtis Mayfield e Marvin Gaye. E se la cover di Breathless commissionata dapprima ai Blasters per il remake dell’omonimo film di Jim McBride e infine eseguita dagli X, Hot House e True Love risultano poco incisive, canzoni come We‘re Having Much More FunMake the Music Go BangPainting the Town BlueDrunk in My Past, la marcia trionfale di The New World e soprattutto la ninnananna di I Must Not Think Bad Thoughts vanno ad infilarsi nel canzoniere d’oro del gruppo di Los Angeles.

Il mondo nuovo sembra sorridere.

Però, come cantano John e Exene, “era meglio prima, prima che votassero per come-si-chiama, questo avrebbe dovuto essere il Nuovo Mondo”.

 

Dopo aver letteralmente divorato le due C90 che custodivano la memoria magnetica dei primi quattro album degli X, le mie finanze mi consentirono di poter comprare il loro quinto disco. Così, andai dal mio negoziante di fiducia, tirai fuori dall’espositore “rock americano” Ain’t Love Grand, pagai, salutai e uscì con un cartone con una cornice di dubbio gusto sotto il braccio.

Arrivato a casa, aprì con precisione chirurgica quel lembo di cellophane che ne avvolgeva la chiusura e dentro non ci trovai gli X.

Gli X erano solo in copertina, infilati dentro altre quattro cornici. Ma dentro quei solchi, degli X non c’era neppure l’ombra. Ain’t Love Grand fu una delle più grandi fregature della mia vita di acquirente di dischi.

Un lavoro dalla statura imbarazzante. Che non mostrava neppure quella dote della quale si fantastica sui nani.

Ain’t Love Grand è un atto di umiliazione cosciente e volontaria.

Gli X appendono la loro creatura al soffitto e ne mostrano il cadavere esanime, raccontando del loro fallimento sotto la sua carcassa, abbellita con i fiori più belli del loro giardino, ormai anch’essi privi di vita. Portandone la salma in trionfo, suonando una samba brasiliana o una fanfara di trombe in una parata mortificante che ne devasti il ricordo ed uccida la pietà.  

                                     

See How We Are è il disco-fenice della formazione di Los Angeles (la città e l’album). Il disco che compensa una brutta sorpresa (l’abbandono di Billy Zoom) con un menù di belle canzoni. Di quelle che, dopo Ain’t Love Grand, non speravamo più di poter ascoltare. E che, dopo la frattura sentimentale fra John e Exene, non speravamo più di ascoltare cantate così, con le loro voci che ci volteggiano sulle teste come dei condor maschio e femmina. Che sembra facciano l’amore. E invece fanno la guerra.

L’ascia del punk è stata seppellita. E gli X sono adesso fondamentalmente una band che lavora su pezzi distesi, power-ballads un po’ amare e un po’ romantiche.

Con il verde saturo dei campi che ha sostituito il nero catrame dell’asfalto e la canicola del sole californiano le fiamme portate in dono dal tedoforo del punk che ardevano sulle loro vite avide d’amore e di rabbia.

Exene e John provano ad adattarsi al nuovo mondo. Quello con “sette tipi di Coca-Cola e 500 marche di sigarette”.

Indossando i giubbotti imbottiti sotto quel sole che dovrebbe essere difficile sopportare anche da nudi. Gli anni Novanta vedono la macchina degli X accostarsi all’affollata corsia del trend di quegli anni, con un disco carico di chitarre e bassi pesanti come hey Zeus! e l’inevitabile, per i tempi, disco unplugged con il vassoio pieno dei resti tiepidi del vecchio repertorio. Riti di passaggio obbligatori per farsi accettare da un pubblico che non ha più alcun ricordo delle notti al Whisky a Go Go, che ha eretto nuovi templi in nuove capitali, che ha scelto di inginocchiarsi verso Nord piuttosto che verso ovest.  

 

Dischi dove l’urgenza di fuggire è del tutto domata, addomesticata dalla vita adulta e dai dolori che come piccoli mattoni hanno avvicinato gli X davanti il trono di Zeus. E ora lo possono chiamare per nome. E sentirsi rispondere che forse non hanno ancora scontato i loro peccati. E che arriverà altro dolore, altri ricordi, altri pizzicotti ad annerire la pelle, fino a renderla inabitabile.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BYRDS – Sweetheart of the Rodeo (Columbia)  

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Dall’alto del loro tappeto magico i Byrds vedono le praterie americane. E se ne innamorano. Accanto alle mandrie bovine corre un abilissimo cowboy. Cappello a falde larghe e camperos, tira il laccio e ad ogni lancio centra un toro. Si chiama Gram Parsons e McGuinn ora ribattezzatosi Jim lo vuole nella sua banda, accanto a lui. Vicino a lui quelle che sul disco precedente erano solo percezioni, diventano un fatto concreto. Con lui, può iniziare a dare caccia alla mandria e tornare a sognare di incassare i dollari per la cattura di Bob Dylan che insegue da anni. Le sagome di cartone approntate come trappola si intitolano stavolta You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, abilmente sistemate agli estremi del percorso dove si svolge questo grandissimo rodeo, sperando che la polvere alzata dai manzi giochi a loro favore.

Non riusciranno a catturarlo. E la caccia proseguirà negli anni successivi.

Ma i Byrds ci offrono un grande spettacolo popolare, con tanto di pedal steel, mandolini, banjo e fischietti.

I puristi non ci cascano.

Sanno che in qualche modo si tratta di una farsa.

Al Grand Ole Opry, nel cuore di Nashville, hanno salva la pelle per un soffio.   

Non andrà meglio quando si tratterà di promuovere il disco in radio, dove vengono derisi a microfoni aperti e accusati di aver profanato la più sacra tra le musiche popolari americane.

I Byrds si rialzano in volo mentre i fucili dei rednecks di mezza America li tengono sotto tiro. Scampando miracolosamente ai proiettili.

Non andrà meglio nella nobile Inghilterra, dove la country music è ritenuta da sempre un affare volgare. Gli inglesi snobberanno il disco, senza alcun rimorso o senso di colpa.

A monetizzare le intuizioni di quel disco ci penseranno altri uccelli, qualche anno dopo. Altri rapaci partiti dai medesimi nidi dei Byrds e capace di volare ben oltre la gittata di quei proiettili che avevano preso i Byrds di striscio disperdendone il volo.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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