THE LONG RYDERS – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)  

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Di nuovo tutti assieme, come era già successo più di dieci anni fa, in quella “ReUnion” che però non aveva dato alcun frutto dal punto di vista creativo. Questa nuova rimpatriata, a coda dell’operazione di recupero avviata dalla medesima label che tiene a battesimo questo lavoro, ha invece tutta l’aria di un rientro “operativo” a tutti gli effetti. Psychedelic Country Soul arriva ad aggiornare un repertorio fermo musicalmente al 1987, saltando a piè pari un’intera generazione cui il nome dei Long Ryders dirà dunque poco o nulla. Avendovene già parlato ripetutamente non mi dilungherò ancora una volta e lascio la cattedra volentieri a qualcun altro, che a me le classi distratte piacciono poco.

Dunque ripartiamo da qui, da questo Psychedelic Country Soul sulla cui copertina le quattro sagome truci di State of Our Union non fanno più paura e cui affideresti volentieri la cura della tua mandria invece di nasconderla come succedeva all’epoca in cui arrivarono in città attraversando al galoppo le praterie degli anni Ottanta.    

Finito da anni il tempo di fare razzie nelle fattorie è dunque il tempo di ricordare i tempi andati. Di quella volta lungo la strada ferrata. E poi di quell’altra dentro il saloon di MacBride. E di quella in cui attraversarono la frontiera senza documenti, nascosti in un carro di sterco e fieno. E quella volta che la fecero franca sfuggendo allo sceriffo e alla legge. Lo fanno talvolta con la giusta carica emotiva (Molly Somebody, The Sound, Greenville, What the Eagle Sees), tanto che l’aria sembra ancora vibrare di quel ricordo. E nella traccia conclusiva lo fanno in maniera davvero persuasiva e avvincente, deformando il loro country-rock in visioni psichedeliche che sono l’omaggio tardivo al Paisley Underground che mancò nei loro giorni gloriosi.  

Altre volte le loro memorie si confondono con quelle di altri. Mancano i particolari che in qualche modo ne certifichino la storia e la rendano unica ed autentica. Ma è solo un “difetto” marginale in un’opera che è un ottimo compendio adulto alla storia dei “giovani” Long Ryders e che può dignitosamente affiancare la discografia ormai storica della band californiana.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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THE BLACK CROWES – Milk Crow Blues

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Sudista e sudato. 

Shake Your Money Maker è un’Operazione Nostalgia assolutamente ben fatta.

Roba da lacrimoni blues e fiotti di sperma rock ‘n roll.

Jeans sdruciti e capelli sozzi. Come nella tradizione locale di Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd e quella importata dal Vecchio Continente di Rolling Stones, Faces, Free. Gentaglia che si divertiva a misurare la lunghezza del pene e bere Southern Comfort, con i letti pieni di sorca e l’alito cattivo e un canzoniere in cui le macchine corrono sempre troppo veloci e le donne hanno il cuore a forma di portagioielli, come nella vita vera.

Come dentro le prime canzoni dei Black Crowes.

Che sono giovani e adulte al tempo stesso.

Non hanno la stessa urgenza teppista dei Guns ‘n Roses.

Non hanno fretta di morire. 

Sono cariche di soul.

Quella roba che ti fa ridere di dolore.

Come l’amore non corrisposto. 

Come l’amico del cuore che ti vende per trenta danari.

Quanto costava una birra ai tempi di Cristo?

Quanto costava ai tempi dei Black Crowes?

Quanto costa, adesso, una birra?

Più di un amico.

Meno di un disco dei Crowes.

 

Il southern rock che sconfina nel soul.

Un fiume straordinario di chitarre, spruzzi di pianoforte (opera di Eddie Harsch, più tardi bassista e organista nei Detroit Cobras, NdLYS), una voce calda come quella del miglior Rod Stewart contrappuntata da un coro di voci femminili. Proprio mentre fuori si registra l’ultima rivoluzione di costume giovanile del millennio, The Southern Harmony and Musical Companion porta a compimento le ottime intuizioni del debutto scendendo a patti con la tradizione americana sin dalla scelta del titolo rubato a un vecchio libro del secolo precedente che metteva insieme 335 brani della storia musicale sacra del Sud. Il dialogo empatico tra le chitarre di Rich Robinson e del neo acquisto Marc Ford è spettacolare, reso ancora più caldo dall’uso delle classiche accordature aperte memori della lezione stonesiana degli anni Settanta e così fluido da permettersi di indugiare senza nessuna concessione alla noia anche per oltre sei minuti, come succede sulla dolcissima Thorn in My Pride, nella rancorosa Bad Luck Blue Eyes, Goodbye e nei ruggiti slide di My Morning SongThe Southern Harmony and Musical Companion è un disco che, pur rimestando nella cornucopia di suoni “old-oriented”, riesce a sorprendere per una capacità di scrittura straordinariamente sopra la media, sorprendentemente coerente eppure sempre in grado di trovare una soluzione di classe, un gancio melodico efficace, un riff conciliante, una lordura inaspettata, una sottigliezza tecnica, una coloritura esclusiva capace di fare di ogni singola canzone un piccolo capolavoro nel capolavoro. The Southern Harmony alza il fantoccio del guitar rock degli anni Settanta e gli alita in bocca il soffio della vita, anche se tanti continueranno a guardarlo come fosse uno spaventapasseri.

Con sopra dei corvi neri.

 

La copertina mette subito voglia, come dire… di “scoprirlo”, il terzo album in studio dei Black Crowes.

Amorica. è disco destinato a scontentare i fans.

A dimostrazione che se i Black Crowes sono dei conservatori, il loro pubblico lo è ancora di più. Nonostante la rapidità con cui viene registrato, Amorica. sfoggia infatti il tentativo di emanciparsi dalla formula dei due dischi precedenti cercando formule più elaborate e concettuali messe in mostra sin dall’iniziale Gone, dove il riff di chitarra (elemento portante dello stile della band) viene di fatto sbriciolato e ridotto ad una presenza virtuale. E se A Conspiracy riporta apparentemente il bilico sul classico assetto del gruppo grazie alla voce sempre carica di umori soul di Rich Robinson (ma anche qui si evidenzia un lavoro di chitarre che tende a sfuggire, senza rinnegarli, dai modelli stilistici abituali), il taglio cubano (spezzato dal riff granitico dell’inciso) di High Head Blues torna a ravvivare il gusto per nuove contaminazioni (Santana?) che verranno sviluppate anni dopo nei dischi solisti del leader. Al quarto pezzo i Black Crowes infilano la solita ballatona piena di umori Skynyrd+Cocker+Burrito+Faces+Stones cui ci hanno ri-educati sin da Shake Your Money Maker e che non cesseranno mai di esibire lungo la loro lunghissima carriera. Sei minuti di dolcezza e livore chitarristico che inumidiscono di umori vaginali il pelo pubico mostrato in copertina. Il lato più rurale del suono dei Crowes trabocca invece da pezzi come Nonfiction e Downtown Money Waster, briciole cadute dalla tavola di Beggars Banquet, polveri blues scivolate nella fogna assieme alle bustine di coca buttate nei gabinetti di Main Street.

Più ordinariamente “easy” sono invece Ballad In UrgencyWiser Time e Descending, dove tornano ad emergere i clichè del suono Crowes nella loro veste più ammiccante e puttana. Quella che rassicura tutti, detrattori compresi.

 

Nel 1996, all’apice produttivo del concettualismo post-rock, i Black Crowes licenziano il loro quarto album. In quell’apoteosi di suoni che prendono forma dalla decomposizione del rock, il suono della band di Atlanta appare ancora più vetusto che in passato, inadatto ad affrontare la nuova sfida che si para loro dinanzi, ovvero quella di far breccia in un pubblico che, fatte salve le schiere di affezionati, pare lasciarsi affascinare da musiche più complesse e cerebrali.

Seppure Three Snakes and One Charm si allontani parzialmente dal clichè dei primi album mediando la prepotenza del riff in favore di un suono più “paludoso”, i Black Crowes diventano del tutto marginali al mercato musicale finendo per somigliare ai vecchi dinosauri che erano stati esiliati dal punk in una riserva dove sarebbero dovuti morire a poco a poco, dimenticati dal resto del mondo.

Con le scarpe sporche di fango e concime, i fratelli Robinson si fanno testimoni e custodi di un rock inzuppato nei badili della musica nera, con l’ostinazione fiera dei rednecks ma con uno spirito stavolta più bastardo che si muove errabondo nella mitologia spicciola della musica del Sud, stavolta con un senso di bivacco maggiore, in quella circolarità voodoo evocata dal titolo e dal disegno che lo rappresenta.   

Canzoni per lo più inafferrabili, malgrado i contorni ben definiti, come ancora una volta suggerisce la copertina.

Un cerchio dove vengono chiusi Otis Redding (Halfway to Everywhere e Let Me Share the Ride illuminate dai fiati della Dirty Dozen Brass Band), le libagioni stonesiane di Beggars Banquet (How Much for Your Wings?Good FridayEvil Eye, la cover di Mellow Down Easy destinata a fare da retro al singolo One Mirror Too Many) e tanto, tanto rock confederato.

Bentornati fratelli Allman.

Ops…Robinson.

Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

Live at The Greek, pubblicato nel Febbraio del 2000 e cointestato nientepocodimenoche con Jimmy Page, è il frutto discografico, disponibile preventivamente e parzialmente anche in Rete, di una delle tourneè più inseguite e coinvolgenti del 1999 e che ha visto, spalla a spalla, il passato più idolatrato e il presente più sanguigno di quell’etica/estetica di cui il nuovo intellettualismo regnante ci vorrebbe derubare. È il rock-blues scelto come via di fede. E non è un caso che le immagini sacre che si celebrano nelle stazioni di questa Via Crucis siano più che sovente quelle degli Zeppelin. Ma non è qui la plateale anima pindarica degli Zep a prendere il volo (niente “scale per il paradiso” ne’ celebrazioni tronfie da Songs Remains the Same qui dentro, NdLYS) quanto piuttosto il suo mai sopito feeling blues a essere sviscerato con forza invidiabile e confrontato con le anime nere dei vari BB King o Elmore James, rimesso a nudo dalle sei corde di Jimmy Page (sempre “offensive”, le stesse che ci hanno rigato il cuore e che hanno patteggiato col Diavolo per carpire il segreto del blues) e dalla carica dei Black Crowes, la più credibile e cazzuta rock ‘n roll band in giro da dieci anni a questa parte, guidata da una voce che, unica al mondo, non teme di confrontarsi con l’ugola feroce di Robert Plant senza finire tra le macchiette dei pomeriggi di MTV.

Uno di quei dischi che il presente ci vorrebbe fare dimenticare tra mille sofismi post rock e il battage sensazional-popolare della club culture: una celebrazione del rock ‘n roll.

Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

L’incontro con Jimmy Page rinvigorisce la criniera dei Black Crowes.

Il ritorno in studio dopo il lungo tour con il chitarrista inglese è foriero di belle vibrazioni e Lions saluta dei corvi in grandissima forma, nuovamente carichi di stimoli di cui le ultime prove in sala di registrazione sembravano orfane.

Se da un lato la produzione di Don Was conferisce una dinamica senza precedenti nella storia della band di Atlanta, dall’altra le chitarre di Rich Robinson ruggiscono come non mai mentre la voce di Chris si impenna in interpretazioni credibili di quel soul che ha già bruciato le ugole di Peter Green e Joe Cocker.

Archetipo della nuova formula è Come On, messa in scaletta dopo la mirabolante doppietta iniziale di Midnight From the Inside Out e Lickin’ piene di chitarre imbizzarrite che sembra difficile da tenere a bada. Oppure, sulla seconda parte dell’album, la Young Man Old Man che traccia un ideale ponte tra gli Stones di Beggars Banquet, il Santana di Abraxas e lo Stevie Wonder di Innervisions.

Cosmic Friend è invece uno dei pezzi più bizzarri e capricciosi dell’intero catalogo Black Crowes con la sua intro quasi freakbeat, il botta e risposta messo tra l’ugola di Chris e la chitarra del fratello Rich e il pianto di neonato che la conclude.

La sezione ballate, da sempre una delle più rigogliose dell’albero dove i corvi vanno a poggiare le zampe, si arricchisce delle fronde morbide di Miracle To MeLay It All On MeLosing My Mind mentre la Soul Singing suonata da Rich su una delle fantastiche creature metalliche di James Trussart, regnerà sovrana e imperitura su tutto il catalogo Black Crowes degli anni Zero.

Benvenuti nella giungla, uccellacci della malora.

 

Nel Marzo del 2008, dopo un silenzio discografico durato sette anni, i Black Crowes tendono un tranello alla stampa musicale.

E la stampa ci cade, rivelando suo malgrado ed inconsapevolmente quella che è sovente una loro abitudine.

Sul numero di Marzo di Maxim infatti viene pubblicata una recensione del nuovo disco della band di Atlanta, a firma di David Peisner. Il quale assegna due stelle e mezze su cinque, giudicandolo “mediocre”.

Il giudizio non è discutibile, come sempre. In quanto soggettivo.

Peccato che stavolta si tratti di un pregiudizio, però.

Non è una cosa eccezionale in sé, perché i giornalisti non hanno tempo per ascoltare tutto e capita che il pezzo debba andare in stampa lo stesso. L’ho imparato quando scrivevo sulla carta stampata, prima di fuggirne inorridito.

Solo che stavolta, tutto è stato architettato a dovere dai fratelli Robinson. I quali, avendo adesso il pieno controllo sul proprio materiale artistico, hanno deciso che nessuna copia promozionale verrà distribuita alla stampa e che, ad eccezione del singolo che lo anticipa, l’album sarà blindatissimo fin quando non verrà distribuito nei negozi, allietando la festa delle donne di quel 2008.

Ne viene fuori uno sputtanamento plateale che costringerà Maxim a porgere le sue scuse.

Ma com’è, ad ascolto avvenuto, questo nuovo disco dei Black Crowes? Molto diverso da quel Lions che ruggiva sette anni prima. Warpaint è un album volutamente rurale, fatto di suoni perlopiù acustici ed introversi che ben si amalgamano con l’eco ambientalista delle produzioni soliste dei due fratelli.

Ecco dunque dipanarsi ballate e canzoni dal passo lento come Oh JosephineLocust StreetThere’s Gold in Them HillsMovin’ On Down the RoadEvergreenWee Who See the DeepGod’s Got It e il canto pellirossa di Whoa Mule che costituiscono il cuore di un disco di una band autentica che il mercato ha relegato negli scaffali dove solo pochissimi avventori vanno a frugare.

E pochissimi giornalisti vanno a sentire.

 

Per l’atto conclusivo della propria storia i Black Crowes radunano attraverso il loro sito una folla di pochi intimi ai Levon Helm’s Studios di New York, accendono microfoni e videocamere e registrano tutto.

Se non è buona la prima, non ci sarà una seconda.

Ma non serve ci sia.

Le venti canzoni che annunciano l’imminente glaciazione dei Black Crowes finiscono tutte su disco, a fare di Before the Frost…Until the Freeze l’ultimo orgoglioso viaggio dentro un suono dinamico come noi mai, a volte quasi  funkeggiante, ormai in grado di parlare con grandissima maestria e stile ogni dialetto della musica tradizionale americana. Forse, se un difetto lo si deve trovare in questo commiato dei corvacci neri, è proprio questo eccesso di padronanza dei propri mezzi espressivi (ascoltare la perfezione “formale” di pezzi come I Ain’t Hiding o What Is Home? su cui altri, ben più blasonati, avrebbero speso decine e decine di ore di registrazione) che va a discapito dell’anima sanguigna che ha sempre contraddistinto la band.

L’ultimo volo dei Black Crowes ha l’eleganza rapace e la possente maestosità di un volo d’aquile.

Come nella fiaba di Andersen, gli uccellacci abbandonano il nido lasciando un tappeto di piume nere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOJO NIXON AND SKID ROPER – Mojo Nixon and Skid Roper (IRS)  

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– Entrammo in un negozio di dischi chiedendo di Mojo Nixon.

“Non lavora qui” ci risposero.

“Be’..” rispondiamo “se non avete Mojo Nixon allora il vostro negozio avrà dei seri problemi”.

Così cantavano i Dead Milkmen mentre per ripicca spaccavano un disco dei Poison nella loro minor-hit Punk Rock Girl.

Già, Mojo Nixon. Chi era Mojo Nixon?

Mojo Nixon, ovvero Neill McMillan era uno che agli inizi degli anni Ottanta gira una buona fetta d’America armato di chitarra, umorismo e una conoscenza di base del blues e del rock ‘n roll. Finchè, nel suo girovagare, non si imbatte in Skid Roper che lo sente suonare e si entusiasma così tanto che decide di diventare il suo compagno di viaggio. Ma all’epoca Richard è un inetto e l’unica cosa che conosce è un vago senso del ritmo. L’unica cosa che possiede è la fantasia e una discreta manualità. Il che gli permette di rubare un asse da lavare e costruirci un attrezzo ritmico.

L’esordio su Enigma tenta di mettere su disco quello spettacolo da busker e riesce a catturarne l’energia solo in parte. Ma è una parte alquanto divertente. Fra macchiette psychobilly e rivisitazioni sboccate del blues e del country da palude, l’album d’esordio del duo è una boccata d’aria di spensierata freschezza ai margini di una scena, quella cow-punk cui il disco è in qualche modo assimilabile, che fra cappelli da cowboy e stivali con gli speroni rischiava già di diventare patetica.

Il meglio Nixon e Roper lo realizzeranno successivamente ma questo disco ha il pregio di averceli fatti scoprire e di averci domato al loro passo bluegrass.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALEJANDRO ESCOVEDO with DON ANTONIO – The Crossing (Yep Roc)  

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Alejandro Escovedo è Alejandro Escovedo. Quello dei Nuns, dei Rank & File, quello dei True Believers. Quello che se, lo conoscete, siete già prossimi ai cinquanta ma avete a casa una bella collezione di dischi.  

Don Antonio è invece Antonio Gramentieri, il chitarrista dei Sacri Cuori che ha lavorato con David Hidalgo, Hugo Race, Marc Ribot, Evan Lurie, Howe Gelb, James Chance, John Convertino, Dan Stuart, Robyn Hitchcock, M Ward, Stephen McCarthy e tanta di quella gente che forse non sta neppure sopra uno dei vostri scaffali di dischi. L’Italia che lavora, che fa belle cose artigianali e che fa fatica ad essere ascoltata, anche quando passa in tv strombazzando il clacson di una Volkswagen.

Javier e Don Antonio hanno realizzato adesso, registrandolo in Italia, questo concept sul grande sogno americano che si infrange prima sulle onde e poi sui pregiudizi prima di realizzarsi, sotto la forma del bancone di un ristorante texano.

The Crossing è risultato apprezzabilissimo di questo incontro. Uno dei più bei dischi di roots rock che mi sia capitato sotto le unghie da alcuni anni a questa parte, fosse anche per quell’inquadratura che passa dal piano americano alla mezza figura di Waiting for Me in cui la porta del saloon si apre ed esce la sagoma di Peter Perrett (con a fianco quella di John Perry, compagno bandito dei tempi migliori) o quella bruciante ripresa di Sonica USA in cui Wayne Kramer cavalca come un fuorilegge su un puledro rubato a chissà quale fattoria, lanciandosi alla rincorsa di James Williamson appena passato sul treno di Teenage Luggage.  

Ma anche senza questi cameo e colpi di scena, The Crossing sarebbe un disco avventuroso, ricco negli arrangiamenti, mutevole nelle atmosfere e negli scenari che si accavallano uno all’altro in improbabili accostamenti (Outlaw for You/Amor Puro, MC Overload/The Crossing) con qualche momento di stanca subito ravvivato da una trovata più riuscita, da un passaggio più azzeccato. L’attenzione è altalenante al pari della sceneggiatura, ma Escovedo riesce ancora custode di una storia credibile.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE LONG RYDERS – State of Our Union (Cherry Red) / THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Cherry Red)

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In attesa di dare alle stampe Psychedelic Country Soul, l’atteso (non da me, che delle reunion mi sono rotto le scatole da un pezzo, NdLYS) nuovo album dei Long Ryders previsto per Febbraio, la Cherry Red dà una rispolverata al vecchio catalogo della band di Sid Griffin ristampandone in versione deluxe l’intero catalogo con la complicità attiva e fattiva dei componenti che hanno messo a disposizione il proprio archivio e affidato le loro memorie (ognuno di loro per un disco, suppongo) ad analogo trattamento, curando le note di ogni edizione. Ogni album viene dunque pubblicato adesso in versione triplo CD secondo l’ormai classico prototipo: scaletta originale, B-sides, demo, concerto del periodo.

L’intero primo supporto dei tre occupati da State of Our Union è nei fatti identico a quello pubblicato sul box Final Wild Songs mentre inedito è il contenuto dei restanti due: il secondo è occupato dalle session registrate al Control Center di Los Angeles ancora caldo delle registrazioni del disco di Danny & Dusty e il terzo da un intero gig al Mean Fiddler di Londra dove, in mezzo alla scaletta i Ryders infilano a sorpresa anche qualche brano proprio da The Lost Weekend.  

Il risultato finale non muta di una virgola il mio giudizio sul disco cui vi rimando: https://reverendolys.wordpress.com/2016/01/06/the-long-ryders-state-of-our-union-island/. Solo, stavolta, vi costerà un po’ di più garantirvene una copia a casa. Se siete fra i criminali che si ostinano a non comprarlo aspettando una versione mastodontica spalmata su cinque o sei dischi però non posso dire che non siate lungimiranti. Perché, vedrete, arriverà anche quella.

Assieme a State of Our Union ma su supporto separato viene ristampato Two Fisted Tales, affidato alle “cure” di Sid Griffin in persona. Ad essere addizionate sono tutte le demo del caso (dieci già pubblicate sul cofanetto già menzionato, altrettante del tutto inedite) e un concerto del 1987 registrato all’Oasis Water Park di Palm Springs. Nelle note di copertina Griffin calca la mano sulla disillusione di quel periodo e sul rimpianto per non essere diventati quello che presto altri sarebbero diventati seguendo le loro orme (i Son Volt e i Gin Blossoms ad esempio) quando sarebbe esploso il fenomeno “americana”. Ma di questo Sid ci parlerà presto e molto più dettagliatamente nella sua autobiografia, il volume cartaceo che arriva a suggellare il momento di rinnovato interesse e (sentiremo…) di probabile rinnovata ispirazione per i cowboy che ci accompagnarono per tutti gli anni Ottanta lungo un’America che sembrava uscita da un film western. È (di nuovo) il momento di lanciare in alto i cappelli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: per un’analisi di Two Fisted Tales vi rimando a https://reverendolys.wordpress.com/2016/05/19/the-long-ryders-two-fisted-tales-island/

 

LONG-RYDERS-Two-Fisted-Tales

LONG-RYDERS-State-Of-The-Union

 

 

 

GRANT-LEE PHILLIPS – Widdershins (Yep Roc)  

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Ho perso le tracce di Grant-Lee Phillips una decina di anni fa. Per mia disattenzione, non per suo dolo. Ma qualche giorno fa ho fatto capolino sul sito della Yep Roc, per vedere come sta una fetta di mondo, quella che sta con un piede ben saldo nella tradizione musicale americana e cerca di trascinarla sulle moderne autostrade del nuovo continente. E così mi è venuta la curiosità di sapere cosa combina l’ex leader dei Grant Lee Buffalo. E nel volgere di qualche giorno mi sono ritrovato fra le mani il suo nuovo disco. Che è il disco di un uomo vivo che tuttavia verrà per sempre ricordato come l’uomo che visse solo due anni, dal 1993 al 1994. E ascoltando Widdershins me ne rammarico un po’, ché anche io faccio parte dei farisei.

Il suo nuovo lavoro, anche prescindendo da quanto di buono o di cattivo abbia fatto in tutta la sua lunga carriera inaugurata ormai più di trenta anni fa, è appunto un disco vivo. Un disco con canzoni tutt’altro che banali come Great Acceleration, Scared Stiffs, Walk in Circles, Liberation, Totally You Gunslinger, The Wilderness, Unruly Mobs che entrano ed escono dalla grande tazza del romanzo americano, qualunque sia la tazza cui stiate pensando. Un paese in cui la caccia alle streghe non è mai finita e che è sempre pronto a spianare i fucili per imporre o difendere una qualche forma di libertà, un paese che ha avuto il coraggio di eleggere un personaggio dei cartoon come Presidente, cortocircuitando la sua storia con quelle di Mickey Mouse e i Simpson, un paese in cui le grandi rivoluzioni tecnologiche si impaludano in grandissimi bacini di acque stagnanti dove il tempo pare essersi fermato in una cartolina di un secolo mai sepolto del tutto, come la Nashville dove Phillips ha cercato rifugio.

Widdershins ci parla di tutto ciò e lo fa senza piangersi addosso, offrendoci un catalogo di canzoni buone anche per le nostre domeniche europee, planando su un folk-rock spazioso come le praterie di Mamma America con un garbo misurato ma non lezioso e una rabbia sempre ben gestita da una pennata appena più vigorosa.   

Grant-Lee Phillips ci dimostra di non essersi ancora trasformato in un mezzo-busto di marmo. Non molti sono riusciti a dissimulare questa pretesa. Non moltissimi si sono salvati da questo destino.

Neppure il Mickey Rourke cui Grant-Lee somiglia tanto sulla copertina.

Neppure molti di noi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BILLY BRAGG & WILCO – Mermaid Avenue (Elektra)  

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La casa di Woody Guthrie sulla Mermaid Avenue di Coney Island era una casa senza porte. Nora, una dei quattro figli avuti dal matrimonio di Woody con Marjorie Greenblatt, lo ricorda bene. Gente che entrava ed usciva senza soluzione di continuità, artisti come Odetta, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Leadbelly, Pete Seeger, Sonny Terry stavano lì per giorni, settimane, mesi. Non erano elemento di disturbo al ménage familiare ma erano essi stessi parte di quella famiglia allargata. Nora Guthrie non ha mai tradito quello spirito e, dalla morte del padre, si è sempre prodigata per “aprire le porte di casa”, distribuendo testi inediti dell’enorme repertorio di papà Woody custodendone la memoria senza esporla in una teca di vetro ma facendone cosa viva grazie alle mani di spiriti affini cui è stato affidato il compito di dare una forma musicale a quei testi.

Billy Bragg, uno che suona la stessa macchina ammazzafascisti del buon Guthrie, è stato convocato direttamente da Nora per dare un vestito a quelle parole, proprio come sua mamma faceva quando, negli ultimi anni della vita di Guthrie, si trovò a modificare i vestiti del marito per difendere quel po’ di dignità che il morbo di Huntington non aveva ancora distrutto. Un compito che Bragg ha accettato di buon grado ma che ha voluto condividere con altre anime elette.

Esce così fuori Mermaid Avenue, lavoro a più mani che vede Billy Bragg, i Wilco e Natalie Merchant pasturare in un pascolo comune regalandoci un piccolo miracolo di musica roots (seppur forse fin troppo levigata proprio nel tentativo di sfuggire alla trappola di realizzare un disco Guthriano fino al midollo, NdLYS) in cui i testi di Guthrie vengono imbastiti su strutture musicali che sono debitrici al folk del musicista newyorkese ma non ne sono affatto schiave. Dunque in canzoni come Ingrid Bergman, Way Over Yonder in the Minor Key o Eisler on the Go troverete più Billy Bragg di quanto possiate mai sognare di trovare, così come nella sublime One by One ritroverete l’essenza dei Wilco e più ancora quella degli Uncle Tupelo, avvolta in una malinconica patina di nostalgia che ben si adatta alla lirica dell’autore.

Nora Guthrie può continuare a tenere aperta la porta della casa di Mermaid Avenue, lasciando che il vento faccia dei fogli del padre delle piccole vele per volare sopra tutta l’America.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THIN WHITE ROPE – The Ruby Sea (Frontier/RCA)  

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Il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea è un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s Dog, The Clown Song, Up to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas Skies, The Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

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L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

ELEVENTH DREAM DAY – Prairie School Freakout (Amoeba)  

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Pare, e non posso confermarlo, che i sogni elaborati l’undicesimo giorno dalla luna nuova abbiano a realizzarsi. Io devo aver sognato sempre nei giorni precedenti o in quelli successivi. Rick Rizzo, Janet Bean, Baird Figi e Doug McCombs invece sognano nel giorno perfetto. E sognano spesso che loro sono su un palco e non portano più i loro nomi ma quello di Neil Young. E hanno i capelli lunghi e oleosi. Annodati talmente stretti alle chitarre che le corde finiscono per suonare nodose esse stesse. Catramose e spurie, come buona parte del grunge avrebbe insegnato. Ma loro lo sognano nel 1988, durante una notte in cui la luna paisley si è appena eclissata, dissipando tutt’intorno un chiarore elettrico.

Prairie School Freakout è immerso in questa palude elettrica che è la stessa delle tempeste di Rust Never Sleeps e del reticolato di filo spinato che i Television hanno alzato sotto il tendone della stessa Luna dieci anni prima.

Il branco guidato da Rizzo ci corre attraverso, zuppo e mai pago. Sbava e urina sulle felci. Di sbavature e urine è piena pure la loro musica, che sembra seguire le orme già lasciate sull’erba da band come Gun Club e Dream Syndicate, come se sentissero urgente il bisogno di un rifugio, che sia prossimo o distante mille miglia.

Nella corsa lasciano tracce memorabili che invece in pochi ricorderanno, come quelle che rappresentano il cuore del disco: Driving Song, Tarantula, Among the Pines e quella Through My Mouth che altri animali dotati invece di raziocinio (Depeche Mode) avrebbero trasformato in I Feel You. Oppure quella meravigliosa pioggia acida che cade giù per undici minuti nella tardiva ristampa in cd, come a voler cancellare le impronte, a rassicurare il passo del viandante che si trovi a percorrere quella terra piena di carcasse, alberi spinosi e uccelli che hanno imparato a volteggiare in un girotondo di attesa predatoria sin dai tempi del Little Bighorn, da quel giorno in cui il sogno del Generale Custer non si avverò, sognando come me in un giorno sbagliato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro