M83 – Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts (Gooom)  

0

Prima di autoproclamarsi, consapevolmente, il cassonetto di tutta la spazzatura retro-futurista che aveva loro fatto muovere i primi passi, gli M83 erano diventati quasi senza volerlo tra i protagonisti d’eccellenza del ritorno degli sconfinati arcobaleni shoegaze dei primi anni del nuovo secolo. Di quell’effimero revival portato avanti da compagini come Flying Saucer Attack, Sigur Rós, Lali Puna, Broadcast erano divenuti addirittura l’avamposto francese, trovandosi di colpo al centro di un palco su cui non si erano ancora spenti i riflettori che avevano accolto l’ingresso nel circo del pop di band come Air, Phoenix, Daft Punk.

Quella che all’epoca era ancora, convenzionalmente, una “band” sarebbe diventata poco più che un egocentrico luogo di produzione individuale per il solo Anthony Gonzales proprio all’indomani del loro capolavoro Dead Cities, il disco dove le montagne russe della space age bachelor pad music dei maestri (anche loro per metà francesi) Stereolab (0078h la pista più erta e rapida, con giro della morte, avvitamento a cavatappi e tutto il resto che vi piace trovare su una roller coaster) si catapultavano a capofitto dentro la raggelante “morgue” dei Cure più cerei creando asfittici abissi di staticità sintetica come Gone o entrando in collisione con l’asteroide 4422, da anni rinominato dall’astronomo Gareth V. Williams al vero maestro della space-music francese Jean Michel Jarre (Unrecorded, il maestoso iceberg che si staglia su On a White Lake Near a Green Mountain, le algide distese di Be Wild), prima di spegnersi nei quattordici minuti della loro A Day in the Life e intitolata Beauties Can Die: quattordici minuti di lievitante bellezza che avvizzisce fino al suo plateale soffocamento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

a1711bac

Annunci

AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

0

Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I Bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

cover

STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

0

Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

emperor_tomato_ketchup_stereolab

CROWN ROYALS – Funky-Do (Estrus) / METALUNAS – X-Minus One (American Pop Project)

0

La corona ha sempre avuto un culto feticista per la soul music. Chi ha visto qualche concerto di James Brown sa certo di cosa sto parlando.
L’incarnazione come sublimazione dell’orgia di sudore e ammiccamenti dei suoi shows al testosterone.
Cosa aspettarsi allora di una band che ha scelto di battezzarsi Crown Royals e che per di più intitola Funky-Do! il suo secondo disco?
Un tributo alla black music da party, appunto.
Funky, soul, R & B, jazz uptempo in chiave rigorosamente strumentale per un disco che farà la gioia degli invitati alla vostra festa di compleanno ma, temo, un po’ fuori dal target della Estrus, vista soprattutto la pulizia di suono e l’abilità indiscussa dei quattro ad armeggiare con i propri strumenti.
Non che sia un torto, per carità, ma spesso (e questo è uno di quei casi) la tecnica va a discapito della grinta. Chi ci fa invece sollevare i piedi dalla pista da ballo per portarci sulla luna sono i Metalunas: l’organo di Mark Brodie allunga ombre sci*fi sulle trame disegnate da corde che scintillano nel pallore lunare. 13 strumentali vibranti e superdinamici, una piccola macchina del tempo per azionare il rewind su questo secolo, quando il 2000 sembrava non dovesse arrivare mai e le astronavi erano angeli che volavano nelle pellicole di films surrealisticamente comici.

Franco “Lys” Dimauro   

download

TheCrownRoyals_FunkyDo

 

I FANTOMATICI – Giustizia sommaria (Green Cookie)

0

Piombare da Vicenza come se  si piovesse da chissà quale mondo. Un allunaggio sul Pianeta Terra che i quattro Fantomatici attuano con uno dei più bei dischi di instro-rock mai usciti in Italia, zeppo di riferimenti alla cultura cinematografica italiana dei Sollima, dei Caiano, dei “monnezza”, dei Maurizio Merli, dei Merenda, dei Volontè. Siamo in quel settore amatoriale incuneato tra sci-fi music, surf, tentazioni hillbilly che appare quasi come una particella umorale impazzita, trasformata in una pallina da flipper costretta fuori dal tempo, uno stroboscopio di immagini vintage che evocano scenari da spaghetti western o da trucidi poliziotteschi anni ‘60/70 e in cui le formazioni italiane hanno ormai raggiunto uno status di tutto rispetto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 R-813308-1161428693.jpeg

GIÖBIA – Magnifier (Sulatron)

0

Un disco dei Giöbia è sempre un bel viaggio. E come ogni bel viaggio, non importa dove conduca. Anche se quelli dei Giöbia portano sempre molto molto lontano.

Magnifier, impreziosito da una delle più belle copertine viste quest’anno, è la colonna sonora di questo viaggio che non prevede paesaggi metropolitani ne’ distese di pannocchie e grano a sfilare dai finestrini ma una straordinaria successione di polveri stellari, anelli di gas, ammassi rarefatti di detriti spaziali, come fossimo sopra il vascello pirata di Capitan Harlock, immersi dentro uno space-rock che si apre a possibilità infinite, allentando l’elastico della forma-canzone, esortandoci a disertare le gabbie.   

E’ musica che predispone alla fuga, quella del gruppo milanese. Dalla Terra, che vista da lassù sembra ancora bellissima. Da noi stessi, ovvero l’incubo da cui non riusciamo proprio a scappare. Dall’ordinario miserevole. Dal ciclo delle stagioni.

Le sette lunghe tracce di Magnifier sono fasce di suono psichedelico, sequenze di messaggi in codice, vortici di rumori ora incandescenti, ora glaciali, fontane di luce che squarciano le superfici come gayser.

Un bellissimo, estenuante viaggio pagano.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download (1)

ROBERT JOHNSON AND THE PUNCHDRUNKS – Fried on the Altar of Good Taste (Silence)

0

Robert Johnson e i suoi Punchdrunks non sono più un nome nuovo per quanti seguono la scena di estrazione surf/sci-fi. Questo in virtù di due albums che, complice l’interesse che si è creato attorno alla scena rock ‘n roll scandinava, li hanno subito spinti in pista come dei paladini del lato meno contaminato dei restauratori nordeuropei. Dopo il live che ne celebrava le gesta e pubblicato dalla Nilroy Records ecco questo Fried on the Altar of Good Taste su Silence Records a dar lustro alle cromature del suono Punchdrunks. 14 brani, sei provenienti dai propri altiforni, altri otto prodotti manifatturieri forgiati in altre officine pregiatissime (John Barry o Henry Mancini sono l’equivalente della Harley Davidson per i motori da viaggio, NdLYS) e rispolverati dai quattro con devozione e competenza.

Bello il gioco delle chitarre, vibrate e piene di rigurgiti così come le coloriture fornite da Jonas Jonasson al sintetizzatore e da Thomas Oberg ai bongos. Assieme ai Langhorns, quanto di meglio in area neosirf provenga dal mare più freddo del mondo.

 

 

Franco “Lys” Dimauro

 

R-418617-1284796527

35007 – 35007 (Stickman)  

0

L’astronave 35007 riprende il suo viaggio dopo aver fatto approdo su Marte e lasciato lì un membro dell’equipaggio. Da quando la navicella Monster Magnet è rientrata sulla Terra, è rimasta solo lei a circumnavigare le orbite stellari, piroettando follemente dove nessuno osa più fare.

Nei negozi lo troverete di certo sugli scaffali “stoner”.

Fa comodo a tutti ma non rende giustizia alla più GRANDE space band ancora in piena espansione.

Il nuovo EP interamente strumentale è un’orgia di rock stellare, enorme buco nero colmo di magma cosmico.

Van Braun è una cavalcata vorticosa e superelettrica percorsa da algidi sintetizzatori molto Hawkwind e chitarre dilatate, un superstooge maestoso, pachidermico.

Artificial Intelligence tracima dalle parti di Tab, il capolavoro space rock dei Monster Magnet, mantrica e avvolgente, con una bass line satura a fare da propellente per un effluvio di rivoli elettronici ed elettrici. Sea of Tranquillity è l’approdo su Giove, nove minuti di estatiche, espanse, dilatate radiazioni soniche, la superficie planetaria che si deforma sulle pareti vitree della cabina di pilotaggio, le luci di bordo accese di un rosso fuoco lampeggiante, il vuoto d’aria che ci inghiotte come palle da biliardo. Mai nessuno vedrà mai tutto questo…mai nessuno ve…bzz….tto…..zzzz…sto…..mai______bzzzzzzzzzz_______rà_______tu______bzzzz___ma__

 

Franco “Lys” Dimauro

201102092225401491

RAY DAYTONA AND THE GOOGOOBOMBOS – Fasten Seat Belt (Ammonia)

0

Ogni nuovo disco dei Ray Daytona, e in qualsiasi formato, è un pezzo imperdibile fin dalla copertina. Qualcosa di propedeutico all’ascolto, come è giusto che sia e non solo una pacchianata carina per presentare un disco su uno scaffale anonimo di qualche rivenditore.

E ancora una volta, dopo Space Age Traffic Jam, il gruppo toscano si affida alla sapiente mano di Winston Smith per il patchwork sci-fi di questo loro terzo album ufficiale. Il migliore del lotto, anche se ad un ascolto distratto potrebbe sembrare l’ ennesima cartucciera di Daytona-stomps cui siamo avvezzi. Vero, ma solo in parte.

Innanzitutto, e non facciate la faccia schifata solo perché siete dei fans di gente come i Mummies (grandissimi, per carità, ma non è questo il punto), i Ray Daytona suonano EGREGIAMENTE. E non vi sembri un paradosso, anche se migliaia di dischi usciti sulle classiche etichette “di culto” vi hanno ormai desuasi dal desiderio di ascoltare come suoni una vera chitarra, dalla curiosità di sentire come si possa suonare un organo senza stare lì a menarsela obbligatoriamente sul medesimo tasto per un minuto e trenta con l’obiettivo di sembrare cool, dalla capacità di percepire una qualche “profondità” di suono. Gli strumenti, anche se pochi, possono viaggiare su piste parallele ma autonome sul mixer, piuttosto che sullo stesso canale, sapevate? E veniamo qui al secondo aspetto, quello della produzione. Anche qui una conferma, David Lenci e i suoi Red House. Un orecchio finissimo al servizio della miglior surfband italiana. Termine ormai riduttivo, se avete seguito i passi della loro discografia. Anche questo nuovo Fasten Seat Belt infatti si divide la torta tra i classici pezzi strumentali alla ricerca del suono twangy definitivo (obiettivo raggiunto e superato in Detecto!:gli ultimi trenta secondi sono il borbottìo perfetto del suono post-Duane Eddy, NdLYS) e il ritrovato e mai sopito amore per il suono garage punk (schegge impazzite del classico Voxx/Midnight sound come Slim Horny and Tanned, Drinking Toluene, Even the Zombies Cry che è una versione strumentale dei Fuzztones periodo In Heat/Braindrops, (I Got) Sideburns che farebbe inzuppare le mutande a Paula Pierce, fosse ancora viva, Brand New Dino vicinisssssima ai Pikes in Panic di Keep It Cool and Dry). Le capacità immense di Fernando e soci (e il minuzioso lavoro di calibratura di Lenci) vengono fuori in pezzi come An Der Urania, Call Mama e nelle visioni free della title track, una autentica bolla di sapone psichedelica che potrebbe aprire la strada a ulteriori sviluppi del loro suono ma che potrebbe anche rivelarsi pericolosa, se non armeggiata con senso della misura. Dimostrare estro e fantasia in un ambito come quello frequentato dai nostri non è cosa comune a tanti. Ora buonini, e calatevi dentro questa spirale di rock ‘n roll a josa. Anzi, a Goo-Goo.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

album2005-RayDaytona1

MAN OR ASTRO-MAN? – Is It…Man or Astro-Man? (Estrus)

0

The eternal wonders of space and time, the faraway dreams and mysteries of other worlds, other life, the stars, the planets. Man has been face to face with them for centuries, it is barely able to penetrate the unknown secrets. Sometime, someday the barrier will be pierced, why must we wait why not now?

Già, perché aspettare? I Man or Astro-Man? potevano offrirci un viaggio per le stelle e farcelo sembrare una gara di surf sulla spiaggia di Malibu o uno scontro a fuoco davanti al saloon di Pasadena.  

Così nel 1993 salimmo in groppa ad un missile dal profilo fallico, e ci fiondammo nello spazio, intersecammo l’orbita del Mars Observer smarrita dai radar Nasa, facemmo sosta sull’Hubble Space Telescope perché avevamo fame di altre galassie, incrociammo il Po-SAT 1 al largo di Orione, prima di fare rotta verso Alfa Centauri, scansando la bomba atomica di Sadie Hawkins e pulendo i monitor dell’Aisle #9 dopo l’attacco degli uomini-drago. Non capimmo mai se a guidarci fossero uomini o astro-uomini. Ma il mondo, da lassù, ci sembrava ancora abitabile.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Isitmanorastroman