RC5 – American Rock ‘n’ Roll (Twenty Stone Blatt)  

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L’altra Seattle. Quella di cui alla fine non parla mai nessuno. Canzoni che raramente superano i due minuti di durata. Come i ragazzini carichi di estrogeni che ascoltano i Fall Out Boy. Cosa ci sia dentro questo loro disco dovreste capirlo da voi anche se vi siete lasciati tutto quello che avevano disseminato e che ora la 20 Stone Blatt raccoglie, se avete una qualche dimestichezza con l’immaginario e gli acronimi del rock ‘n roll. In caso contrario, è meglio lasciate perdere e che per voi Seattle rimanga la patria di quel che già conoscete.

Ma se vi può venir d’aiuto, i Robb Clarke 5 si chiamavano Five anche quando erano in quattro. E il Robb che si è intestato il tutto era il leader degli Zipgun, quelli che incidevano su Empty all’inizio degli anni Novanta. Anche quella, una Seattle dimenticata.

Comunque sia, che abbiate dimenticato o meno, che c’eravate o meno, che vi piaccia o meno, American Rock ‘n’ Roll è uno di quei dischi che rimangono lì ad ossidarti il lettore cd scorrendo avanti e indietro in una palude di Motor-City sound e punk che ne basterebbe la metà per tirarvi giù casa.

Riff dopo riff, gli RC5 abbattono lo Space Needle e lo ricostruiscono coi mattoni di MC5, New Christs, Streetwalkin’ Cheetahs, New Bomb Turks, Hot Snakes.

Aspettando la prossima rivoluzione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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FOO FIGHTERS – Foo Fighters (Capitol/Roswell)  

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Nel 1994 la storia dei Nirvana si chiude tragicamente con una pistola.

Solo pochi mesi dopo, la storia discografica dei Foo Fighters di Dave Grohl si inaugura con un’altra pistola. Un disintegratore molecolare come quello usato da Buck Rogers e prodotto su scala industriale esattamente sessanta anni prima.

La scelta appare indelicata e offensiva, in un mondo che vuole trovare a tutti i costi il colpevole della morte di Kurt Cobain, crocifiggendo a turno tutti coloro che gli sono stati vicini, senza accettare il fatto che Kurt volesse fuggire in primo luogo da se stesso. Sperando che tutti quanti, Courtney Love, Novoselic e Grohl in primis avessero il buongusto di starsene zitti, a scorrere il proprio rosario di sensi di colpa.

E invece, eccolo lì, l’irrispettoso Dave Grohl pronto a pubblicare, tutto da solo, il disco che dissotterra la salma di Nevermind, la disinfesta dai parassiti Cobainiani e rimette in esposizione in una posa più rassicurante. Come se niente fosse accaduto. Come se il rock avesse davvero deciso di andare avanti nonostante tutto. Come se tutto potesse essere bello, e non solo disperato.  E così sarà, nei fatti. Dave avrà salva la vita, grazie ai Foo Fighters. E si continuerà a cantare le canzoni di sempre senza avere davanti agli occhi l’immagine ingombrante di quel biondino che non riusciva proprio ad essere felice.

Foo Fighters è il disco necessario per sopravvivere. Anche a se stessi.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

THE BRIEFS – Steal Yer Heart (BYO)

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Mi piacciono i Briefs. Hanno le facce da imbecilli, capelli decolorati, un look grandioso e fanno chiasso, tanto. Canzonette strombazzanti e irriverenti come pernacchie. Energia pura, come quella dei giovani Buzzcocks, Undertones, Weirdos. Per certi versi, la miglior teen band in giro per questa palla di terra, acqua e petrolio. Perchè come per centinaia di dischi simili le canzoni ti si appiccicano addosso ma a differenza di molti altri non scivolano via appena finita la scaletta. Provateci un po’ voi a liberarvi di pezzi come Lint Fabrik, Can’t Get Through (con quel suono meccanico da perfetta macchinetta new-wave) o Razorblade Heart solo per citare le canzoni meno imprigionate nell’ormai classico canone-Briefs fatto di rimandi, citazioni ed evocazioni come in un classico cartoon ramonesiano.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


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AA. VV. – Sleepless in Seattle – The Birth of Grunge (Livewire)

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Il morbo del grunge non fa più paura. Filtrato dai canali mediatici che hanno lasciato passare solo il “commerciabile” dopo il fenomeno Nirvana, il grunge venne istituzionalizzato e canonizzato come musica di tendenza buona per gli spot, reso inoffensivo, banalizzato.
Ecco perché è importante rivalutare il ruolo destabilizzante dei suoi primissimi passi e perché dovete ficcarvi in casa questo disco. Una vera orgia di primitivo grunge-sound, una matassa di punk squamoso, hard rock fuzzato, nuclei di sleazy rock bombardati di stricnina rubati dai dischi ormai introvabili dei vari Malfunkshun, Gruntruck, Tad, Coffin’ Break, Skin Yard, Love Battery, Calculators (la prima band di Mark Arm, NdLYS), 7 year Bitch, ecc. il cui morso non uccide più ma stordisce ancora. Provate a sparare In ‘n Out of Grace dei Mudhoney nelle orecchie moribonde dei vostri amici supertrendy e bruciategli i timpani.

 


Franco “Lys” Dimauro

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SCREAMING TREES – Sweet Oblivion (Epic)  

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L’occasione mancata della Sub Pop.

Che pure qualcosa, una piccola cosa in formato sette pollici, aveva stampato tre anni prima con gli alberi urlanti in copertina.

Alla fine, persa la battaglia con la Epic, Bruce Pavitt si limiterà ad accogliere il Mark Lanegan solista che ai tempi non convince ancora gli A&R delle major. Ma questa è un’altra storia (che però, all’epoca dell’uscita di Sweet Oblivion, ha già preso il via). Quella degli Screaming Trees è iniziata un po’ di anni prima proprio dalle parti di Seattle, quando l’attenzione della stampa e del pubblico è rivolta verso la California, Minneapolis e Athens.

Del loro rock psichedelico ed obliquo durante gli anni Ottanta non interessa quasi a nessuno. Finchè il vortice del grunge non risucchia dentro anche loro forse più per questioni geografiche che di stile. La scelta della Epic di inserire Nearly Lost You dentro la colonna sonora del filmettino Singles si rivela però un trionfo. Quando Sweet Oblivion arriva sui tavoli dei giornalisti, nel Maggio del 1992, l’album non ha ancora un titolo ne’ una scaletta definitiva (verrà poi spurgata di tre brani) ma rivela da subito un carattere vincente.

Il suono è denso, vischioso, uterino. La voce di Lanegan pastosa e calda è permeata di quell’indole confidenziale che verrà poi esaltata nella sua discografia solista.

E le canzoni, tutte, sembrano davvero possedere quella dose di incanto e suggestione che era mancata al vecchio canzoniere del gruppo.

La diga sonora costruita dei fratelli Conner (che hanno elaborato, riadattandola, la formula di Crazy Horse, Creedence Clearwater Revival, MC5, Lynyrd Skynyrd) sembra contenere a fatica una creatività straripante e donare quel senso di meraviglia inquieta che trasuda da canzoni come Butterfly, Secret Kind, Shadow of the Sun, Troubled Times, For Celebration Past, Nearly Lost You, cariche di un pathos solenne e minaccioso. Salici piangenti mossi dal vento dell’Hurricane Ridge.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

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PEARL JAM – No Code (Epic)

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Tra Vitalogy No Code, i Pearl Jam mettono mano a due collaborazioni artistiche importanti con Neil Young e Nusrat Fateh Ali Khan. Due progetti apparentemente collaterali, quelli di Mirror Ball e della colonna sonora di Dead Man Walking, e che incideranno invece in maniera sostanziale per la realizzazione del quarto album. Due esperienze che si riveleranno necessarie ora che i Pearl Jam decidono di mettere in piedi una nuova strategia che li allontani definitivamente dal cliché dei primi tre album e di costruire una nuova identità, più contorta e accigliata.

No Code è piegato da questa necessità. Elaborato con il preciso intento di deludere le aspettative dei vecchi fan, chiedendo loro lo sforzo necessario per buttare giù la statua dei vecchi Pearl Jam.

Uno sforzo reso manifesto già dal singolo che si fa carico di presentare l’album, nel Luglio del 1996, un brano che unisce le arie bucoliche dei Led Zeppelin del terzo album al misticismo qawwali appreso da Fateh Ali Khan e che rifiuta la logica commerciale della sequenza strofa-ritornello ed evita il facile trucco del gancio melodico vincente e dell’impatto sonoro devastante.

È questa la logica che sta dietro a tutto No Code.

La necessità di smorzare i toni, di rendere i Pearl Jam una band dal volto umano, lontana anni luce da quella immagine di muscolosi supereroi che sembrava saltare fuori prepotente dalla copertina e dalla musica di Ten.

La voce di Vedder si ridimensiona.

Cede all’emozione invece di cavalcarla, fino a farsi spezzare come succede quando su Sometimes intona sfilacciandosi come un collant “devote myse-e-e-lf” oppure  scegliendo volutamente il sussurro  confidenziale all’enfasi carismatica  di cui tutto il mondo lo sa capace.

O addirittura facendosi da parte, come succede su Mankind.

La musica si fa inafferrabile e sfuggente. I Pearl Jam ci lasciano stavolta senza ritornelli da cantare e 156 Polaroid e 13 canzoni tutte da decifrare, strappandoci di mano anche l’invisibile air-guitar che per qualche anno ci aveva fatto sentire degli eroi inutili.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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SCREAMING TREES – Clairvoyance (Hall of Records)    

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Ascoltato oggi, coi timpani adusi al timbro scuro del Lanegan solista, Clarvoyance suona strano. C’era un’eco sottile, latente e trasversale di quella sorta di psichedelia metallica e acerba di bands come Wipers o Plan 9, con la voce di Mark ancora flebile, incerta e le chitarre di Lee Conner ancora prive degli slanci visionari che prenderanno quota nei dischi seguenti. Nessun presagio di futuri capolavori come Grey Diamond Desert o Nearly Lost You pure se brani come Standing on the Edge, I See Stars o Orange Airplane mostrano la via che la band di Seattle percorrerà fino al ‘96. Peccato non si sia scavato alla ricerca di inediti del periodo o convinto il gruppo a commentare quel disco col senno del poi. Un po’ triste, infine, affidare il “lancio” a uno sticker che strilla “feat. Mark Lanegan from QOTSA” e che mi pare lesivo della portata storica ed artistica degli Screaming Trees.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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NIRVANA – In Utero (Geffen)

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Il potenziometro dei bassi a livello 2.

Quello degli alti sulla tacca del 5.

Sono i suggerimenti di Steve Albini per la resa perfetta di In Utero.

E io lo ascolto così da quasi due decenni.

In Utero.

I Nirvana.

I vent’anni che non torneranno più, come Kurt Cobain.

Il grunge, la flanella, Courtney Love che suona senza mutande, la generazione X, lo zeppelin del rock alternativo che si schianta sullo Space Needle di Seattle e si infiamma, bruciando tutti.

Il bambino che galleggiava nell’acqua di Nevermind è adesso tornato nell’utero, alla ricerca di una innocenza che ha già perduto.

Kurt è quel bambino.

Assediato dal suo pubblico che ama guardargli le tonsille mentre lui urla e si contorce dentro la sua culla.

Schiacciato da un amore pesante come i monoliti trasportati da Obelix.

Il successo, il matrimonio, Frances Bean, i giudici, il tribunale. 

E tutta quella cazzo di gente attorno che chiede le tue canzoni.

Tutto così forte e tutto così in fretta.

E poi quell’altro fardello di Nevermind da scrollarsi di dosso, le pressioni della Geffen che vuole altre canzoni da vendere e ha già organizzato conferenze stampa, sessions fotografiche, apparizioni televisive, interviste, copertine.

Tutta quella maledetta roba che nel suo diario sta rubando il posto alle sue poesie.

In Utero arriva nei negozi l’unotrenovenovetre, cercando di non scontentare nessuno. Kurt ha affidato a Steve Albini il compito di registrare quella solita sfilza di canzoni avvolte dal rumore che la band mette in scena dentro i Pachyderm Studio appena sgombrati da PJ Harvey e dalla sua band per le registrazioni di Rid of Me.

È il suono di quel disco, oltre a quello di Surfer Rosa dei Pixies, come sempre, a tormentarlo. Ed è per questo che ha deciso di chiamare Albini.

Vuole allontanarsi dal cliché di Nevermind ma non ci riuscirà fino in fondo, nonostante gli sforzi del produttore.

La Geffen giudica il disco inascoltabile. Che nel loro gergo vuol dire invendibile.

E obbliga la band a smussare qualche spigolo con l’aiuto di Scott Litt.

Vogliono un disco che venda. Possono tollerare che Kurt parli del suo dolore, purchè gli metta addosso un abito da vetrina.

Kurt è un fantoccio. Che sa scrivere canzoni bellissime.

Gli chiedono una nuova Smells Like Teen Spirit. E lui scrive Rape Me.

Vogliono una nuova On a Plain e lui la porge loro addomesticata a dovere intitolandola Dumb.

Riscrive Come As You Are intitolandola All Apologies e rispolvera il vecchio tiro grunge di Bleach su Radio Friendly Unit Shifter.

Per il suo dolore vero si riserva pochissimo spazio: quello di Milk It, dell’urlo di Munch seppellito sotto le polveri piriche di Tourette‘s e del panzer metallico di Scentless Apprentice dove la mano di Steve e dei suoi trenta microfoni con cui circonda la batteria di Dave Grohl si sente pesante e decisa.

Ma quando In Utero esce dal ventre che lo ospita, Kurt ha già smesso di ridere da un pezzo.

Ricordate? “Io odio me stesso e voglio morire”.

Sa scrivere canzoni buone per milioni di persone ma non riesce a trarne nessuna gioia, a trovare il suo nirvana. Non si sente più in pace con sé stesso né onesto nei confronti del suo pubblico. Sa che non riuscirà a crescere una figlia se non avrà prima imparato a crescere egli stesso.

Mentre scrive le sue ultime poesie un falegname sta piallando una croce di legno da conficcare in cima al Monte Rainier.

Cobain sale verso il patibolo.

Sotto di lui le radio dello stato di Washington suonano all’unisono Pennyroyal Tea, il suo ultimo singolo. 

 

                                                                            

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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PEARL JAM – Ten (Legacy Edition) (Epic/Legacy)

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Sono passati diciotto anni e Ten mette ancora paura.

Una soggezione reverenziale, come quando ti  trovi davanti alla Pietà del Michelangelo o al David di Donatello.

Il primo capitolo dei Pearl Jam è l’ultimo atto del classic rock.

Qui muore quel concetto di rock che trascende i generi e le sottoculture.

Perché dopo di esso tutti avranno paura del confronto, i Pearl Jam per primi, cercando di affrancarsi da un precedente così ingombrante da far sembrare patetici tutti gli epigoni che salteranno fuori da lì a breve (dagli Stone Temple Pilots ai Brother Cane passando per i nostri Dugjive e finire alle merde nu-grunge come Staind o Nickelback, NdLYS).

Faceva bene Eddie Vedder a prendere le distanze dal grunge. La loro musica non aveva nulla da spartire con nessuna scena. Era autosufficiente, autonoma, fiera, indipendente. Ten è un disco che chiede di fermarti. Reclama concentrazione, totalmente padrone del suo tempo, della sua logica artistica, del suo raziocinio dialettico.

Non lascia scampo e ti fa prigioniero. È una dolorosa lacerazione sulla carne che non smette di bruciare, di localizzare la tua attenzione. Devi fasciarla stretta per farla ammutolire, per concederti un respiro, una tregua, un armistizio con il dolore che ti sale dalle viscere. C’era, nella musica di Ten, questo taglio epico ed eucaristico pieno di nuvole, di masse di vapore scuro, pesante. Era, ed è ancora, come correre lungo una highway americana, ma verso il temporale.

Ha questa maestosità ombrosa, introversa, schiava e vittima delle intemperie.

Schiacciata a terra da una perturbazione meteorologica che è pioggia dell’anima.   

È un sapore di fuga che resta irrisolta, incompiuta. L’amarezza inquieta di chi sa che potrà fuggire da tutto ma non dal proprio passato. Che per Eddie è quello di una famiglia a pezzi, di un padre bastardo, di una infanzia negata. È quella del ragazzo disadattato di Once, delle confessioni familiari di Alive e dell’adolescente killer Jeremy Wade Delle.

I Pearl Jam raccontano l’altra faccia dell’America. Un’America che esce a pezzi dal reaganesimo e dall’edonismo degli anni Ottanta, cresciuta a popcorn e videogiochi,  che si muove all’ombra dei grandi boulevard, che si raccoglie quando le insegne sono spente e le strade di sgombrano di gente alla ricerca di un benessere posticcio, da grande magazzino. È l’America dei figli della workin’ class affranta e disillusa che abita le canzoni di Springsteen di cui i Pearl Jam sembrano essere diventati negli anni i naturali eredi morali.

Salvo poi, in un imbarazzante gioco delle parti, ad essere il Boss a “rubare” loro produttore (Brendan O’Brien per The Rising e Magic) e riff (Radio Nowhere sempre su Magic, 2007). 

Questo per quanto riguarda la parte emozionale.

Veniamo invece ai dettagli “tecnici” che a molti interessano più del contenuto, così come molti comprano le scatole di latta dei biscotti olandesi e non assaggiano manco mezzo canestrello al burro: dubito che ci sia qualche casa senza la sua bella copia in vetrina (be’, magari proprio in vetrina no vista la terribile cover, appena appena migliorata col nuovo taglio di questa reissue, NdLYS) ma se così fosse la Legacy rimette in circolazione il disco in svariati formati non proprio in tema con la crisi economica e il crollo finanziario che sta mettendo in ginocchio il mondo. La versione più “economica” è quella che ho in mano io: doppio cd con l’intero album in versione rimasterizzata sul primo cd e l’album con la versione remissata da Brendan O’Brian e 6 bonus sul secondo. Le mani di Brendan non aggiungono nulla alla statura del disco che quello è e basta: immenso. E però aggiungono una grinta sottotraccia, imprimono pressione sui riff e turbano la quiete più che in quella che fu la versione ufficiale del disco prodotta da Rick Parashar. Sentite come suona Why Go? per avere la prova più macroscopica delle differenze di imprimatur da parte del produttore.

E veniamo alle bonus: ci sono due tracce dei Mookey Blaylock ovvero la prima incarnazione dei Pearl Jam e quattro “scarti” dalle sessions del disco, una delle quali già ascoltata in precedenza come strumentale su Lost Dogs (Brother) e l’altra “concessa” all’epoca per la soundtrack di Singles.

La mia idea rimane sempre la stessa: se sono degli scarti per gli artisti che le hanno create, perchè usare gli ascoltatori come cassonetti dei rifiuti? Personalmente avrei preferito l’aggiunta di qualche perla come la toccante cover di Crazy Mary di Victoria Williams o l’indimenticato duetto con i Cypress Hill per la O.S.T. di Judgement Night. Roba che merita le luci della ribalta più che i grugniti di 200 Mile Blues o di una Evil Little Goat peraltro troncata di brutto a 1 minuto e trenta come il peggiore dei bootleg. Mezzo punto in meno per le lordure che ci vengono ancora propinate.

 

                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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