PEARL JAM – Binaural (Epic)  

0

Binaural è il prodotto griffato che arriva in vetrina per la collezione primavera/estate 2000. Chissà come, avverti in qualche modo che non è necessario. È una suppellettile prestigiosa. Ma è una suppellettile. Non ha più in se il prodigio dell’irriverenza e ha una copertina che non gli appartiene, come non appartiene a te.

In quella nebulosa dal nome Clessidra ti sembra davvero di poter vedere le stelle scendere come granelli di sabbia, senza possibilità di poter essere capovolta.

E ha un po’ il gusto della disfatta del tempo che avanza, su te e sugli altri. E di questa percezione comune, ne avverti il passo greve.    

Binaural è il momento in cui capisci che i Pearl Jam non ti stupiranno più. Che in qualche luogo si sta macchinando un’imperfetta messa in scena con i figuranti messi lì a fingere che tutto vada bene, a battere su una macchina da scrivere che martella su un rullo senza fogli. Tic tic tic tic tic.

È una liturgia senza più ostie da consacrare, un incontro in abiti apprettati per stringere altre mani. 

Ritrovarsi lì, seduti-in piedi-inginocchiati sulle panche.

Che son suonate le campane, e forse è un dì festivo.

O forse no.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

120704

RC5 – American Rock ‘n’ Roll (Twenty Stone Blatt)  

0

L’altra Seattle. Quella di cui alla fine non parla mai nessuno. Canzoni che raramente superano i due minuti di durata. Come i ragazzini carichi di estrogeni che ascoltano i Fall Out Boy. Cosa ci sia dentro questo loro disco dovreste capirlo da voi anche se vi siete lasciati tutto quello che avevano disseminato e che ora la 20 Stone Blatt raccoglie, se avete una qualche dimestichezza con l’immaginario e gli acronimi del rock ‘n’ roll. In caso contrario, è meglio lasciate perdere e che per voi Seattle rimanga la patria di quel che già conoscete.

Ma se vi può venir d’aiuto, i Robb Clarke 5 si chiamavano Five anche quando erano in quattro. E il Robb che si è intestato il tutto era il leader degli Zipgun, quelli che incidevano su Empty all’inizio degli anni Novanta. Anche quella, una Seattle dimenticata.

Comunque sia, che abbiate dimenticato o meno, che c’eravate o meno, che vi piaccia o meno, American Rock ‘n’ Roll è uno di quei dischi che rimangono lì ad ossidarti il lettore cd scorrendo avanti e indietro in una palude di Motor-City sound e punk che ne basterebbe la metà per tirarvi giù casa.

Riff dopo riff, gli RC5 abbattono lo Space Needle e lo ricostruiscono coi mattoni di MC5, New Christs, Streetwalkin’ Cheetahs, New Bomb Turks, Hot Snakes.

Aspettando la prossima rivoluzione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download (3)

FOO FIGHTERS – Foo Fighters (Capitol/Roswell)  

0

Nel 1994 la storia dei Nirvana si chiude tragicamente con una pistola.

Solo pochi mesi dopo, la storia discografica dei Foo Fighters di Dave Grohl si inaugura con un’altra pistola. Un disintegratore molecolare come quello usato da Buck Rogers e prodotto su scala industriale esattamente sessanta anni prima.

La scelta appare indelicata e offensiva, in un mondo che vuole trovare a tutti i costi il colpevole della morte di Kurt Cobain, crocifiggendo a turno tutti coloro che gli sono stati vicini, senza accettare il fatto che Kurt volesse fuggire in primo luogo da se stesso. Sperando che tutti quanti, Courtney Love, Novoselic e Grohl in primis avessero il buongusto di starsene zitti, a scorrere il proprio rosario di sensi di colpa.

E invece, eccolo lì, l’irrispettoso Dave Grohl pronto a pubblicare, tutto da solo, il disco che dissotterra la salma di Nevermind, la disinfesta dai parassiti Cobainiani e rimette in esposizione in una posa più rassicurante. Come se niente fosse accaduto. Come se il rock avesse davvero deciso di andare avanti nonostante tutto. Come se tutto potesse essere bello, e non solo disperato.  E così sarà, nei fatti. Dave avrà salva la vita, grazie ai Foo Fighters. E si continuerà a cantare le canzoni di sempre senza avere davanti agli occhi l’immagine ingombrante di quel biondino che non riusciva proprio ad essere felice.

Foo Fighters è il disco necessario per sopravvivere. Anche a se stessi.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

THE BRIEFS – Steal Yer Heart (BYO)

1

Mi piacciono i Briefs. Hanno le facce da imbecilli, capelli decolorati, un look grandioso e fanno chiasso, tanto. Canzonette strombazzanti e irriverenti come pernacchie. Energia pura, come quella dei giovani Buzzcocks, Undertones, Weirdos. Per certi versi, la miglior teen band in giro per questa palla di terra, acqua e petrolio. Perchè come per centinaia di dischi simili le canzoni ti si appiccicano addosso ma a differenza di molti altri non scivolano via appena finita la scaletta. Provateci un po’ voi a liberarvi di pezzi come Lint Fabrik, Can’t Get Through (con quel suono meccanico da perfetta macchinetta new-wave) o Razorblade Heart solo per citare le canzoni meno imprigionate nell’ormai classico canone-Briefs fatto di rimandi, citazioni ed evocazioni come in un classico cartoon ramonesiano.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


610567

AA. VV. – Sleepless in Seattle – The Birth of Grunge (Livewire)

0

Il morbo del grunge non fa più paura. Filtrato dai canali mediatici che hanno lasciato passare solo il “commerciabile” dopo il fenomeno Nirvana, il grunge venne istituzionalizzato e canonizzato come musica di tendenza buona per gli spot, reso inoffensivo, banalizzato.
Ecco perché è importante rivalutare il ruolo destabilizzante dei suoi primissimi passi e perché dovete ficcarvi in casa questo disco. Una vera orgia di primitivo grunge-sound, una matassa di punk squamoso, hard rock fuzzato, nuclei di sleazy rock bombardati di stricnina rubati dai dischi ormai introvabili dei vari Malfunkshun, Gruntruck, Tad, Coffin’ Break, Skin Yard, Love Battery, Calculators (la prima band di Mark Arm, NdLYS), 7 year Bitch, ecc. il cui morso non uccide più ma stordisce ancora. Provate a sparare In ‘n Out of Grace dei Mudhoney nelle orecchie moribonde dei vostri amici supertrendy e bruciategli i timpani.

 


Franco “Lys” Dimauro

dt.common.streams.StreamServer

SCREAMING TREES – Sweet Oblivion (Epic)  

0

L’occasione mancata della Sub Pop.

Che pure qualcosa, una piccola cosa in formato sette pollici, aveva stampato tre anni prima con gli alberi urlanti in copertina.

Alla fine, persa la battaglia con la Epic, Bruce Pavitt si limiterà ad accogliere il Mark Lanegan solista che ai tempi non convince ancora gli A&R delle major. Ma questa è un’altra storia (che però, all’epoca dell’uscita di Sweet Oblivion, ha già preso il via). Quella degli Screaming Trees è iniziata un po’ di anni prima proprio dalle parti di Seattle, quando l’attenzione della stampa e del pubblico è rivolta verso la California, Minneapolis e Athens.

Del loro rock psichedelico ed obliquo durante gli anni Ottanta non interessa quasi a nessuno. Finchè il vortice del grunge non risucchia dentro anche loro forse più per questioni geografiche che di stile. La scelta della Epic di inserire Nearly Lost You dentro la colonna sonora del filmettino Singles si rivela però un trionfo. Quando Sweet Oblivion arriva sui tavoli dei giornalisti, nel Maggio del 1992, l’album non ha ancora un titolo ne’ una scaletta definitiva (verrà poi spurgata di tre brani) ma rivela da subito un carattere vincente.

Il suono è denso, vischioso, uterino. La voce di Lanegan pastosa e calda è permeata di quell’indole confidenziale che verrà poi esaltata nella sua discografia solista.

E le canzoni, tutte, sembrano davvero possedere quella dose di incanto e suggestione che era mancata al vecchio canzoniere del gruppo.

La diga sonora costruita dei fratelli Conner (che hanno elaborato, riadattandola, la formula di Crazy Horse, Creedence Clearwater Revival, MC5, Lynyrd Skynyrd) sembra contenere a fatica una creatività straripante e donare quel senso di meraviglia inquieta che trasuda da canzoni come Butterfly, Secret Kind, Shadow of the Sun, Troubled Times, For Celebration Past, Nearly Lost You, cariche di un pathos solenne e minaccioso. Salici piangenti mossi dal vento dell’Hurricane Ridge.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

 

Screaming-Trees.jpg

PEARL JAM – No Code (Epic)

0

Tra Vitalogy No Code, i Pearl Jam mettono mano a due collaborazioni artistiche importanti con Neil Young e Nusrat Fateh Ali Khan. Due progetti apparentemente collaterali, quelli di Mirror Ball e della colonna sonora di Dead Man Walking, e che incideranno invece in maniera sostanziale per la realizzazione del quarto album. Due esperienze che si riveleranno necessarie ora che i Pearl Jam decidono di mettere in piedi una nuova strategia che li allontani definitivamente dal cliché dei primi tre album e di costruire una nuova identità, più contorta e accigliata.

No Code è piegato da questa necessità. Elaborato con il preciso intento di deludere le aspettative dei vecchi fan, chiedendo loro lo sforzo necessario per buttare giù la statua dei vecchi Pearl Jam.

Uno sforzo reso manifesto già dal singolo che si fa carico di presentare l’album, nel Luglio del 1996, un brano che unisce le arie bucoliche dei Led Zeppelin del terzo album al misticismo qawwali appreso da Fateh Ali Khan e che rifiuta la logica commerciale della sequenza strofa-ritornello ed evita il facile trucco del gancio melodico vincente e dell’impatto sonoro devastante.

È questa la logica che sta dietro a tutto No Code.

La necessità di smorzare i toni, di rendere i Pearl Jam una band dal volto umano, lontana anni luce da quella immagine di muscolosi supereroi che sembrava saltare fuori prepotente dalla copertina e dalla musica di Ten.

La voce di Vedder si ridimensiona.

Cede all’emozione invece di cavalcarla, fino a farsi spezzare come succede quando su Sometimes intona sfilacciandosi come un collant “devote myse-e-e-lf” oppure  scegliendo volutamente il sussurro  confidenziale all’enfasi carismatica  di cui tutto il mondo lo sa capace.

O addirittura facendosi da parte, come succede su Mankind.

La musica si fa inafferrabile e sfuggente. I Pearl Jam ci lasciano stavolta senza ritornelli da cantare e 156 Polaroid e 13 canzoni tutte da decifrare, strappandoci di mano anche l’invisibile air-guitar che per qualche anno ci aveva fatto sentire degli eroi inutili.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

    PearlJam-NoCode

SCREAMING TREES – Clairvoyance (Hall of Records)    

0

Ascoltato oggi, coi timpani adusi al timbro scuro del Lanegan solista, Clarvoyance suona strano. C’era un’eco sottile, latente e trasversale di quella sorta di psichedelia metallica e acerba di bands come Wipers o Plan 9, con la voce di Mark ancora flebile, incerta e le chitarre di Lee Conner ancora prive degli slanci visionari che prenderanno quota nei dischi seguenti. Nessun presagio di futuri capolavori come Grey Diamond Desert o Nearly Lost You pure se brani come Standing on the Edge, I See Stars o Orange Airplane mostrano la via che la band di Seattle percorrerà fino al ‘96. Peccato non si sia scavato alla ricerca di inediti del periodo o convinto il gruppo a commentare quel disco col senno del poi. Un po’ triste, infine, affidare il “lancio” a uno sticker che strilla “feat. Mark Lanegan from QOTSA” e che mi pare lesivo della portata storica ed artistica degli Screaming Trees.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

cla.jpg