THE WAILERS – The Wailing Wailers (Studio One)  

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L’unico disco ska dei Wailers.

L’unico in cui le pulsioni pacifiste che Marley sentirà vibrare sempre più forte fanno ancora i conti con gli atteggiamenti non esattamente miti e bonari dei rude boys e la fiera indipendenza giamaicana finalmente conquistata fa invece i conti con la musica che arriva dalle stazioni radio americane, quando di notte le radio locali spengono i loro ripetitori e lasciano campo libero al jazz, al soul e alle ballate di gente come Bacharach e Gershwin.

E i giamaicani anziché il loro Sole nascente, guardano la stessa luna degli odiati yankees.

Siamo nel 1965, nell’ultima estate infuocata dallo ska, rimpiazzato l’anno successivo dai ritmi più morbidi del rocksteady. E Bob Marley sta piano piano diventando il leader naturale dei Wailers, mettendo fuorigioco Junior Braithwaite.

Marley, Tosh e Livingstone (i tre superstiti della band originale) sono ancora, fondamentalmente, un gruppo vocale. Il loro approccio agli strumenti è rude, essenziale, modesto. Per questo, ma non solo per questo, Clement Dodd affianca loro i Soul Brothers, la resident-band del suo Studio One appena tirata su.

Sir Coxsone è a casa sua e può far quello che gli pare. E anche se fosse a casa di altri, chi lo sa, probabilmente farebbe quel cazzo che gli pare lo stesso. Del resto maneggiare armi e microfoni per lui e per gli altri artisti giamaicani è la regola.

Non si va tanto per il sottile, in Giamaica. Neppure la musica ska è gentile, del resto.

Ha un suono di chitarre che ricorda quello di un arrugginito letto in ferro quando i loro occupanti non sono esattamente intenti a dormire. E il rullante di batteria tirato al massimo in modo che quando ci picchi nel modo corretto, somigli allo scoppio di un’arma da fuoco. Dietro l’eleganza ostentata dai suoi musicisti (compresi i Wailers, tanto che la silhouette di Tosh verrà “adottata” dalla 2Tone prima e da tutto il movimento poi come icona definitiva dello ska) si cela in realtà una raffinatezza da malaffare del tutto simile a quella dei gangster mafiosi, eletti ad idoli di una rivendicazione sociale ottenuta ad un prezzo altissimo.

Il debutto dei Wailers è il prodotto di tre ragazzini che guardano a questo immaginario e che producono musica per ballare e per rimorchiare ragazze, cantando d’amore o cercando di far da pacieri tra i rissosi amici del ghetto (come succede su Simmer Down, inaspettato numero uno nelle classifiche locali di quell’anno).

Per parlare di rivoluzione occorrerà aspettare un lustro buono.

E nel frattempo, quel ritmo scalcagnato da bettola si sarà trasformato, lentamente, nella sinuosa onda melliflua del reggae.

E i Wailers, nel gruppo spalla di Bob Marley.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Can’t Touch Us Now (Lucky 7)  

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Un nuovo album di trucchi. Sempre uguali eppure sempre affascinanti.

La più conservatrice tra le band inglesi (londinesi, Mr. Suggs, mi perdoni) ci chiama ancora una volta al suo spettacolo.

Tutti davanti al banchetto prestigioso/prodigioso dei Madness dunque, piazzato ancora una volta strategicamente al centro di Londra, la città di cui rappresentano praticamente una istituzione, tanto da venire recensiti pure sulle colonne del Financial Times, nonostante le recenti dichiarazioni anti-Brexit che hanno loro riservato non poche critiche ma che non impediranno tuttavia al disco di fare la sua dignitosa scalata in classifica.   

Tutti assieme a farci incantare dai soliti assi tirati fuori dalla “Manica” (quattro, uno per seme: Can’t Touch Us Now, Herbert, Don’t Leave the Past Behind You, Mr. Apples), dal solito lesto gioco dei tre bussolotti che nascondono l’inossidabile segreto dello ska e del bluebeat twotonico (la banale macchietta di Mumbo Jumbo, il zighidà western di Grandslam) o da qualche movimento meno rapido del previsto, intorpidito dalla nostalgia (Good Times, Another Version of Me) o infiacchito da qualche bicchiere di troppo (Whistle in the Dark).

Cacceremo fuori una lacrima anche noi? O applaudiremo forte, per non sentire il peso degli anni che passano su noi e su questo circo che ci accompagna da quarant’anni?

Rimprovereremo loro di essere sempre uguali a se stessi, nel disperato tentativo di professarci moderni?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CASINO ROYALE – Jungle Jubilee (Kono)  

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Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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SPECIALS – Specials (2 Tone)  

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Cinque pedine bianche, due pedine nere.

È questa la formazione con cui gli Specials di sistemano sulla skacchiera della musica inglese del dopo punk, vestiti come dei gangsters giamaicani.          

Sono loro ad inaugurare il catalogo in piccolo e in grande formato per l’etichetta simbolo di tutto il movimento ska inglese, fondata all’uopo da Jerry Dammers nel 1978 e rappresentata da uno stilizzato Peter Tosh che viene ribattezzato Walt Jabsco.

Il primo singolo, condiviso coi Selecter, esce il 4 Maggio del 1979, ovvero lo stesso giorno in cui Margaret Thatcher viene eletta Primo Ministro del Regno Unito.

Ma la data ufficiale di nascita dello ska-revival britannico è il 19 Ottobre, ovvero il giorno in cui, in perfetta simultaneità, arrivano nei negozi di dischi inglesi One Step Beyond… dei Madness e l’omonimo album degli Specials. E le vetrine, tutte le vetrine dei record stores di Londra, Coventry, Birmingham, Leicester si tingono di due soli colori: bianco e nero.

Due chitarristi che suonano all’unisono frustando lo strumento con pennate decise e ascendenti, due voci che si spartiscono il lavoro, una bianca e melodica e una nera e odorante di selvaggina, un rullante con la cordiera tesa al massimo della capacità consentita, novantotto tasti bianchi e neri e una sezione fiati che danno ulteriore colore caraibico ai pezzi del gruppo e alle cover “in stile” che gli Specials scelgono per arricchire il proprio repertorio, tra cui quel saltellante inno A Message to You, Rudy che diventa la chiamata alle armi dell’intera base ultrà del movimento e che viene dunque posta in apertura, prediligendola anche alle più trascinanti Nite Klub (con una debuttante Chrissie Hynde ai cori) e Little Bitch o alla guerrigliera Concrete Jungle, piccola diapositiva urbana scattata a Coventry e bagnata con molotov e benzina dove la ribellione punk ormai ammansita mostrava tutto il suo orgoglio proletario e si preparava ad affrontare la prima stagione del governo Thatcher.

Vestita con l’eleganza raffinata dei mod, muovendosi con passo skank su un tappeto infinito di quadrati bianchi e neri. Tornando a ballare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Madstock! (Salvo)  

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Sulla pagina Wikipedia dedicata ai Madness c’è una timeline che ha questo profilo:

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Un grafico con un enorme imbuto vuoto quasi in centro.

A vederlo mette quasi paura. Trasmette un senso di catastrofe. 

Eppure, la storia dei Madness ha proprio quella forma rovinosamente discontinua.

All’indomani del successo commerciale di Mad Not Mad e forti di un contratto con la Virgin (che si vedrà costretta, avendo in mano una grande band già morta, a pubblicare raccolte su raccolte pur di far fruttare quell’accordo), la storia si interrompe bruscamente per riprendere il suo viaggio orizzontale esattamente l’ottavo mese del 1992. Esattamente da Finsbury Park. Esattamente nella zona Nord di Londra. Esattamente dove tutto era cominciato sedici anni prima.

A rimettere insieme i Madness ci pensa Vincent Power, il proprietario del Mean Fiddler che da qualche anno organizza alcuni dei più importanti festival dentro e fuori Londra. Vuole organizzare un evento che abbia l’odore di libertà di Woodstock e il gusto di liquirizia e panna dei Madness. Suggs e Chas Smith ci pensano un po’, si sentono come Dan Aykroyd e John Belushi dentro la sceneggiatura dei Blues Brothers. Si tratta di rimettere insieme la band. Per qualche Dio di cui non si conosce ancora il nome ma che patrocinerà di certo l’evento che nella mente di Power, oltre alla location, ha già un nome: Madstock!

L’8 Agosto, ad assistere alla reunion dei Madness e ai live show di Morrissey (è la sera infausta in cui Moz si copre con la Union Jack durante Glamorous Glue dando adito alle voci che lo vogliono simpatizzante dell’estrema destra, NdLYS) e Ian Dury al Finsbury Park si radunano 35000 persone. Trentacinquemila persone che cantano all’unisono tutte le canzoni dei Madness, compresa la storica introduzione di One Step Beyond che apre le danze. L’evento si ripeterà ancora altre volte e servirà da volano per riaccendere la discografia della band. Ma ovviamente la magia di quella prima edizione non sarà più eguagliata. I Madness sembrano tornati a mettere un sorriso in faccia alle migliaia di persone cui lo avevano tolto otto anni prima, in due ore di spettacolo in cui tornano a spolverare il repertorio precedente al disco della “rottura”, forse per un eccesso di scaramanzia.

La Union Square, nel suo perenne riciclaggio di materiale della band inglese, mette adesso assieme il disco pubblicato allora dalla Go!Discs (la label per cui Chas Smith aveva preso a lavorare all’indomani dello scioglimento dei Madness) e il DVD con l’esibizione (quasi) integrale del concerto già integrata quattro anni fa nel box video A Guided Tour of Madness. L’ennesimo tuffo in un’Inghilterra spensierata che celebra se stessa ballando. All’imbrunire. Sotto il cielo di Londra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Punk in London / Punk in England (MVD Visual)

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Wolfgang Buld fu una delle tante anime creative che alimentarono la scena punk inglese. Attratto dal fuoco che bruciava per le strade di Londra e di tutta l’Inghilterra alla fine degli anni Settanta, decise di documentare il “decline of british civilization” con i suoi scatti e le sue riprese.

Questi due titoli fanno parte della trilogia (il terzo DVD apre lo zoom la cocente scena reggae della capitale che avrebbe avuto un’influenza seminale sull’evoluzione del concetto di punk rock, basti pensare ai Clash sandinisti, al Pop Group, alle Slits, ecc. ecc.) che Wolfgang realizzò per la BBC e dentro la quale si respira tutta l’urgenza di una scena che stava ridefinendo i canoni estetici e musicali della giovane Inghilterra.

Dentro il suo primo documentario ci sono stralci di concerti (Jam, Chelsea, Clash, Lurkers, X-Ray Spex…), interviste (Miles Copeland della Illegal, il team della Rough Trade, Jimmy Pursey, Kevin Rowland, ecc.) e aria da fogna metropolitana.

Bianco, nero, rosso e pochi altri colori sbiaditi nonostante la rielaborazione digitale.

Come un vecchio numero di Sniffin’ Glue che prenda forma dentro un tubo catodico. In aggiunta l’ intero set suonato dai Clash a Monaco nel tour del 1977.

Il secondo DVD allarga l’obiettivo su una scena che si sta già ridefinendo, macchiandosi col nero della musica giamaicana e della Motown e col grigio delle intemperie dark-wave. Slits, Siouxsie and The Banshees, Specials, Secret Affair, Ian Dury, Madness, Pretenders diventano le nuove icone del dopo-punk.

Rude boys, regine dark, cravattini di pelle, dreadlocks cominciano ad insinuarsi nella scena punk e ne creano gli sbocchi creativi che le permetteranno di sopravvivere a se stessa. Da quel momento solo gli idioti continueranno a credere che il punk fosse morto senza comprendere che, semplicemente, era altrove.

Ottimo il lavoro di rifinitura audio che rende facilmente ascoltabile anche ciò che, molto spesso per limitazioni imposte dalle tecniche dell’ epoca, ascoltabile non era.

 

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Absolutely (Stiff)  

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Il miglior antidoto alle ansie depressive della new-wave più cadaverica ed esistenzialista dell’Inghilterra del dopo punk. Roba che ti illude di poter uscire sotto la pioggia senza bagnarti. Passando attraverso le gocce, muovendosi goffamente a passo d’oca. Facendo dell’ombrello un accessorio esclusivamente estetico, come quello esibito da Mike Barson a mo’ di bastone proprio sulla copertina di Absolutely. Una bacchetta magica anziché uno scudo.

Absolutely arriva a pochi mesi dal debutto e, seppur mostrando il medesimo lato sbruffone della favolosa band londinese, mostra la prima dilatazione del mantice ska verso le direzioni più pop che verranno intraprese in maniera più marcata con i successivi album della “maturità” dove lo scollamento dalle scelte iniziali si farà più deciso e la ricerca melodica avrà la meglio sulle esigenze ritmiche di “genere”. Un equilibrio che invece Absolutely riesce a sostenere senza alcuna fatica inanellando una trascinante serie di sketch dove le due facce, quella allegra e spensierata e quella che pare scegliere un profilo meno esuberante, convivono in totale simbiosi.

Quella lacrima leggera che via via scivolerà lungo le guance di questi piccoli artificieri del pop inglese non ha ancora scavato il suo solco leggero.

I clown hanno facce buffe, pantaloni capienti e, davanti, tutto il tempo del mondo.

Sono ancora tracotanti di adolescenza e vogliosi di farsi beffa di se stessi e degli altri (Solid Gold è un omaggio/sberleffo alla scena rockabilly che sta nascendo sull’onda dell’onda emotiva per la scomparsa di Elvis) allestendo un tendone da circo affollato di personaggi carichi di nostalgia, rimpianti, vizi e contraddizioni e una sequenza di canzoni-proiettile (Baggy Trousers, E.R.N.I.E., Close Escape, On the Beat Pete, Disappear, You Said) cui è quasi impossibile sfuggire.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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THE BLUEBEATERS – “Everybody Knows” (Record Kicks)  

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Stavolta metto il mi piace. Che, per un post dei BlueBeaters non era mai successo.

E non credo sia dovuto esclusivamente alla nostalgia d’estate che quest’umido inverno ha portato nel mio cuore e al confortevole senso di calore caraibico che il bluebeat riesce ad infondere.

Usciti fuori dal cono d’ombra della “Palma”, i BlueBeaters ridanno verve ad un’avventura musicale che dagli entusiasmi iniziali si era via via adagiata sul fin troppo facile e scontato trucco della cover stucchevole in salsa caraibica (Messico e NuvoleTestarda ioTutta mia la cittàPer una liraIl cuore è uno zingaro e via banalizzando). Un’operazione nostalgia del tutto superflua dal punto di vista artistico ma molto funzionale per modulare il gusto del pubblico, notoriamente permeabile all’effetto deja vu.

“Everybody Knows”  riporta indietro la storia dei BlueBeaters a quell’energico e furbetto bluebeat del disco d’esordio, tornando a cimentarsi con un repertorio meno banale e fabbricando sul bagnasciuga delle spiagge giamaicane piccoli castelli di sabbia che hanno le sagome familiari di Teenage KicksHungry HeartGirlfriend in a ComaGladThe ModelRoll with It.

Portandoci in dono il buonumore e qualche raggio di sole.

E una faccia a skacchièra.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – One Step Beyond… (Salvo)

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Suppongo una sciocca questione di diritti abbia costretto la Salvo ad escludere Mad Not Mad dalla collana di ristampe dedicata ai Madness. Per il resto, c’è tutto quanto fatto fino al 1999, compresa la bella doppia raccolta in CD/DVD Total Madness che ha dato il via al progetto. La prima reissue ufficiale (e deluxe, con corredo di video, John Peel Sessions, singoli e live) riguarda il loro storico debutto, quell’One Step Beyond… che portò una ventata d’aria fresca nell’Inghilterra del dopo-punk, come ben spiegato nelle note al disco affidate ad Irvine Welsh. Parole di ordinanza quelle di Welsh che forse contribuiranno a riscattare parzialmente i Madness dallo snobismo di cui sono stati vittima nel corso della loro carriera. I puristi non hanno mai perdonato alla band di Camden Town i flirt con le classifiche (dove avrebbero sempre battuto gli amici/rivali Specials, NdLYS) e nemmeno quell’aria disinvolta e un po’ bizzarra di chi fa le cose più per diletto che per fede. Invece, nonostante in questi trentanni di cose ne siano passate tante sui nostri piatti diventando coriacei a tutto e malgrado io continui a preferirgli il successivo Absolutely, il nutty sound di One Step Beyond… continua a masticare insolente le suole delle nostre scarpe. Ora esco a fare due passi. Anzi, uno.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Madness

CASINO ROYALE – Soul of Ska (Vox Pop)

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Non furono i primi. Il primato dello ska, in Italia, spetta agli Statuto di Torino.

Ma furono i migliori, anche dopo che le ombre lunghe degli Specials avrebbero disertato le loro anime e lasciato il posto ad altri spettri che ne avrebbero decretato lo status di band poliedrica e dalla caratura internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta i Casino Royale sono una band di otto rude boys che raccoglie cocci da esperienze molteplici, implose in pochissimo tempo. C’è chi viene dal punk, chi dal garage-rock, chi dall’hardcore, chi dalla new-wave. Ci sono schegge di Shockin’ TV, Pression X, Rappresaglia.

Una miscela che trova nella musica in levare giamaicana il proprio punto di fusione.

E in quegli anni in cui molte scene musicali metropolitane stanno implodendo l’energia dello ska prende piede con rinnovato vigore. In fondo ci si accorge che, a parte i nomi grossi che ci suonano familiari, c’è tutto un mondo da scoprire e una giungla di piccole leggende giamaicane intricata come dei dreadlocks. Dal vivo i Casino Royale accendono le sale. Fiati e ritmi skankin’, aria di festa, atteggiamenti da rude boys gentili, occhialini neri e due MC che si spartiscono il ruolo di leader, finchè scopriranno che l’ego di uno mal sopporta quello altrettanto invasivo dell’altro.

Rimestano nel vecchio, i Casino Royale degli esordi. Ma suonano come una cosa nuova. L’approdo alla lingua italiana è ancora lontana, così come la voglia di meticciato e di musica globale che inghiottirà la band già con Jungle Jubilee e in via definitiva da Dainamaita in poi. Proprio per questo Soul of Ska fa un po’ storia a sé nella discografia della band milanese. Ci sono dentro un paio di cover dei giamaicani Blues Busters (I Won‘t Let You Go e Soon You‘ll Be Gone) e una deliziosa versione in levare di Under the Boardwalk dei Drifters. Il resto è farina del sacco di Aliosha Bisceglia, Giuliano Palma, Michelino Pauli e Ferdi ed è il grano migliore della raccolta, dalla divertente Stand Up, Terry! che fa il verso allo ska idiota dei Bad Manners alla memorabile Casino Royale che diventa il pezzo “inevitabile”, quello che chiude la scaletta dei concerti, quello che tutti cantano saltando come dei matti, quello che addirittura finisce come traccia nello spot dello shampoo antiforfora più famoso d’Italia (non so quante bottigliette ne abbiano potute vendere tra gli skinhead che affollano i loro concerti dell’epoca, NdLYS), dal trascinante non-sense di Mr. Spock & Mr. Space al morbido blue beat di Housebreaker al boogaloo anni sessanta di Bad Times alle arie western della strumentale Ten Golden Guns. I Casino Royale non fanno ancora tendenza e ti costringono ad agganciare le bretelle per aver salvi i pantaloni durante i loro concerti.

I loro gig all’epoca sono ancora il ritrovo per skin e punkabbestia che si ritrovano in quelle piccole storie ordinarie di sveglie che suonano sempre troppo presto e di giovani che sbarcano il lunario facendo i topi d’appartamento nei quartieri bene della città e sono disertati dai modaioli. Troppo difficile immaginarsi quello che i Casino diventeranno negli anni Novanta. Troppo difficile dimenticare quanto ci fecero sudare. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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