CASINO ROYALE – Dieci piccoli indiani

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Non furono i primi. Il primato dello ska, in Italia, spetta agli Statuto di Torino.

Ma furono i migliori, anche dopo che le ombre lunghe degli Specials avrebbero disertato le loro anime e lasciato il posto ad altri spettri che ne avrebbero decretato lo status di band poliedrica e dalla caratura internazionale. Nella seconda metà degli anni Ottanta i Casino Royale sono una gang di dieci rude boys che raccoglie cocci da esperienze molteplici, implose in pochissimo tempo. C’è chi viene dal punk, chi dal garage-rock, chi dall’hardcore, chi dalla new-wave. Ci sono schegge di Shockin’ TV, Pression X, Rappresaglia.

Una miscela che trova nella musica in levare giamaicana il proprio punto di fusione.

E in quegli anni in cui molte scene musicali metropolitane stanno implodendo l’energia dello ska prende piede con rinnovato vigore. In fondo ci si accorge che, a parte i nomi grossi che ci suonano familiari, c’è tutto un mondo da scoprire e una giungla di piccole leggende giamaicane intricata come dei dreadlocks. Dal vivo i Casino Royale accendono le sale. Fiati e ritmi skankin’, aria di festa, atteggiamenti da rude boys gentili, occhialini neri e due MC che si spartiscono il ruolo di leader, finchè scopriranno che l’ego di uno mal sopporta quello altrettanto invasivo dell’altro.

Rimestano nel vecchio, i Casino Royale degli esordi. Ma suonano come una cosa nuova. L’approdo alla lingua italiana è ancora lontana, così come la voglia di meticciato e di musica globale che inghiottirà la band già con Jungle Jubilee e in via definitiva da Dainamaita in poi. Proprio per questo Soul of Ska fa un po’ storia a sé nella discografia della band milanese. Ci sono dentro un paio di cover dei giamaicani Blues Busters (I Won‘t Let You Go e Soon You‘ll Be Gone) e una deliziosa versione in levare di Under the Boardwalk dei Drifters. Il resto è farina del sacco di Aliosha Bisceglia, Giuliano Palma, Michelino Pauli e Ferdi ed è il grano migliore della raccolta, dalla divertente Stand Up, Terry! che fa il verso allo ska idiota dei Bad Manners alla memorabile Casino Royale che diventa il pezzo “inevitabile”, quello che chiude la scaletta dei concerti, quello che tutti cantano saltando come dei matti, quello che addirittura finisce come traccia nello spot dello shampoo antiforfora più famoso d’Italia (non so quante bottigliette ne abbiano potute vendere tra gli skinhead che affollano i loro concerti dell’epoca, NdLYS), dal trascinante non-sense di Mr. Spock & Mr. Space al morbido blue beat di Housebreaker al boogaloo anni sessanta di Bad Times alle arie western della strumentale Ten Golden Guns. I Casino Royale non fanno ancora tendenza e ti costringono ad agganciare le bretelle per aver salvi i pantaloni durante i loro concerti.

I loro gig all’epoca sono ancora il ritrovo per skin e punkabbestia che si ritrovano in quelle piccole storie ordinarie di sveglie che suonano sempre troppo presto e di giovani che sbarcano il lunario facendo i topi d’appartamento nei quartieri bene della città e sono disertati dai modaioli. Troppo difficile immaginarsi quello che i Casino diventeranno negli anni Novanta. Troppo difficile dimenticare quanto ci fecero sudare.

 

Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

Non deve essere stato semplice mettere su un disco come Dainamaita. Coordinare gli umori e i gusti di dieci persone inclini al muso facile, riordinare le idee e tentare di ripartire, rimettersi in gioco scommettendo sul proprio nome e cercando di tirarlo fuori dalla nicchia ska, stipulare un contratto con una grossa distribuzione come quella PolyGram senza deluderne le aspettative di vendita e preservare la propria identità pur puntando su un lavoro che è un azzardo stilistico che può bruciare tutta la fatica che ci sta dietro in un attimo.

Dainamaita è un po’ il lancio nel vuoto per i Casino Royale, artefici loro malgrado di quella gran babele di stili, dialetti, generi e tecniche che si imPOSSEsseranno dell’Italia negli anni Novanta.

Ma se Jungle Jubilee permetteva al gruppo milanese di rischiare pur muovendosi in un porto sicuro, Dainamaita rade al suolo ogni certezza. Col rischio che al prossimo concerto verranno a vederti solo per prenderti le generalità.

Dainamaita si apre con un piccolo frammento di trenta secondi. Uno swing suonato al pianoforte da Michele “De Maestro” Ranauro che richiama Caravan Petrol e il refrain di Casino Royale.

Una intro che è messa lì come rito propiziatorio. Ma che è anche un gesto domestico simbolico. Come quando entri a casa di qualcuno, togli il cappello e lo appendi all’ingresso. E quel posto diventa un po’ tuo, marcando il territorio.

Un disco coraggioso, il terzo Casino Royale. Che ascoltato oggi non è invecchiato benissimo, che adesso riesci a fare roba simile schiacciando per errore un’app del cazzo sul tuo telefonino e se sbagli magari mamma te ne compra un altro.

Ma allora, nel 1993, era tutto sudore e scazzi vari.

Era bestemmiare cento volte dietro una puntina che era saltata per uno scratch più nervoso dell’altro, anche se a farlo era un fuoriclasse come DJ Gruff.

Era dire delle cose. E dire cose che avessero un valore non solo a Niguarda, a Quarto Oggiaro o a Ticinese. E non solo “qui ed ora”. Ma in tutto il pianeta. E sempre.

Come quelle dette in Justice e Metallo giallo.

Era dirle col cuore di Giuliano Palma.

E dirlo con le budella di Alioscia.

E dirlo suonando. E suonarlo su un cavallo che non si è ancora ammaestrato. O che magari non si voleva ammaestrare. Magari dirle e cantarle con una gran confusione in testa. Grattandosi il mento e la fronte. Come i pionieri e come i barboni.

Casino Royale in missione speciale. Facendo della periferia il centro del nuovo mondo.

Passeggiando per Milano, camminando piano piano…quante cose puoi vedere, quante cose puoi sapere.

 

Nel 1995 i Casino Royale vengono a raccogliere quanto seminato con Dainamaita.

E lo fanno con un album strabiliante che rimette ordine nella confusione, in parte voluta e in parte obbligata, che dominava il disco precedente.

Per smerigliare il suono ispido di quello vengono chiamati Ben Young e Roberto Vernetti. Le chitarre scompaiono quasi del tutto, alleggerite e “sospese” su un sound pastoso, densissimo, moderno, edificato sulla sovrapposizione di suoni naturali e “disturbi” elettronici e allo stesso tempo capace di creare dei perfetti vuoti d’aria dove le voci di The King e BBDai sembrano precipitare, come dentro un imbuto soul.

Sempre più vicini mostra una band lucidissima, pienamente consapevole dei propri mezzi e in grado di veicolarli con il massimo dell’espressività, con l’orgoglio e la superbia che sono indispensabili per fare le cose in grande.

Un deciso scarto in avanti non solo rispetto alla produzione precedente del gruppo milanese ma dell’intera musica prodotta in Italia. Uno di quei goal che costringono gli avversari a riorganizzarsi, a cingersi a coorte, a improvvisare un cavallo di Troia pur di penetrare le altissime difese che gli si sono parate dinanzi, dopo aver macinato chilometri nella nebbia. I Clash, gli Specials, Alton Ellis si muovono come corpi evanescenti, evocati ora da un rullante bello teso, ora da un giro di basso, ora da una pennata di chitarra più decisa delle altre, intrappolati dentro una giungla plastica e metropolitana.

Bizzarri, gli specchi. Subdoli. Ogni tanto ti ci guardi e ti piaci. Ogni tanto, spesso, no.

I Casino Royale, per celebrare i primi dieci anni, decidono di guardarsi allo specchio. Sono in tanti: il King, BB-Dai, Pardo, Ferdi, Patrick, Manna, Rata e Gatto. E non tutti si piacciono.

Quella macchina onnivora in cui si è trasformata la band meneghina sta per incepparsi e spaccarsi in due. Non prima di aver regalato al mondo il disco che perfeziona ulteriormente quanto già espresso su Sempre più vicini. Arrivando alla meta cui quello annunciava di avvicinarsi. CRX è un album che suona come nessun altro in Italia, in quel 1997 e per molti degli anni che verranno, che riesce a dare una tridimensionalità anche al vuoto, come dimostra una cosa pazzesca come Ora solo io ora, costruita fondamentalmente sopra il nulla, dentro le intercapedini di un beat e di qualche sparuto rumore, con le voci di Alioscia e Giuliano Palma totalmente sovrane. Molto di quello che sta qui dentro è in qualche modo una evoluzione del concetto ritmico che stava dentro un lavoro seminale come Rapadopa di DJ Gruff che infatti qui dentro continua a mettere qualche sua bella unghiata. OltreLà dov’è la fineHomeboyIn picchiataCRXThe Future sono costruite fondamentalmente su un beat. Il resto è un ennesimo lavoro di rasatura eseguita col rasoio di Occam, come era stato per il disco precedente.

Casino Royale diventano l’equipaggio dell’enterprise in orbita lungo una traiettoria spersa e solitaria. Poi i portelli si aprono, qualcuno si lancia nello spazio dentro una capsula che gli permetta di rientrare alla base. I più audaci però, perseverano nel loro viaggio fra le stelle.

 

Le due X in copertina ci ricordano che sono passati venti anni di Casino Royale. Approssimati leggermente per eccesso ma descritti con precisione algebrica nell’intro di Royale Sound: 7000 giorni. Ovvero, con una semplice divisione: diciannove anni virgola diciotto.

Diciannove anni e tre mesi scarsi durante i quali i Casino Royale si sono trasformati più e più volte rimanendo fedeli a nient’altro se non a loro stessi.

Dopo i dischi alchemici degli anni Novanta e l’abbuffata drum ‘n bass dello spin-off realizzato sotto la sigla RYLZ, Reale torna alla musica interamente suonata e delega ad Howie B il compito di rielaborare tutto in chiave elettronica per lo speculare Not in the Face, pubblicato sull’etichetta personale della formazione milanese un paio di anni dopo.

Reale è il disco della riscossa di Alioscia, rimasto unico capitano dopo l’ammutinamento di parte dell’equipaggio. Una orgogliosa, incrollabile fede nella scommessa Casino Royale ostentata nella Royale Sound citata in apertura e dentro la quale BB-Dai non si esime dal togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con classe da poeta urbano e schiettezza da teppista hardcore. Un lavoro che non ha forse la statura “popolare” di Sempre più vicini e CRX, dischi davvero in grado di parlare A TUTTI, animato da una consapevolezza nuova, più adulta, orgogliosa di usare un lessico (musicale e verbale) che può essere compreso da pochi pur avendo una capacità di confrontarsi con le migliori produzioni di settore europee, sfaccettato e labirintico, in grado di reggere ed affrontare le turbolenze che sono vuoti d’ossigeno di chi ancora riesce a volare, nonostante tutto.

 

Choo-chooooo.

Sfatando ancora una volta il mito dei treni che passano una volta sola, quello diretto a Babylon ripassa dalla stazione di Milano ancora una volta nel 2008, stavolta con gli stantuffi che marciano a tempo rocksteady. La tratta però è quella di ritorno: Royale Rockers infatti è il disco che riporta i Casino Royale nella stazione da dove erano partiti venti anni prima. E stavolta è evidente anche ai sordi come sottotraccia le pulsioni del reggae, dello ska, del dub, della musica reggae non siano mai scomparse ma solo scomposte, elaborate in mille sfumature differenti fino a renderle irriconoscibili, un po’ come era stato per i Massive Attack in Inghilterra. Ricordate lo specchio di CRX? Ecco, Royale Rockers elimina quel gioco di specchi costringendo la band a giocare senza trucchi, a carte scoperte, a riconoscersi nella memoria più che nella fisionomia alterata dagli anni, senza fingersi giovani, con le impronte digitali che identificano il marchio Casino Royale ma mostrano anche qualche callo, qualche bruciatura.

Le sovrastrutture sono ridotte al minimo e gli interventi elettronici non sono più quelli invasivi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo del decennio ma si limitano a piccole iniezioni dub piazzate sul suono in bianco-nero degli Specials.

Il Pianeta Royale fa dunque un giro completo sul suo asse, tornando alle origini. Ma la spensieratezza di Soul of Ska, che era la spensieratezza dei vent’anni, quella non c’è. Ed è evaporato quell’immaginario carico di richiami allo spionaggio e al cinema degli anni Settanta di perle come Unemployed Investigator, Ten Golden Guns, Bonnie & Clyde, Casino Royale, Mr. Spock & Mr. Space.

E manca il sorriso.

Rimane inalterata la classe, l’aria da rude-boys, lo stile.

Ma se cercate un disco per far festa, non è questo qui.

 

Che i Casino Royale siano stati vittima loro malgrado di un’opera di rimozione inspiegabile credo non sia convinzione di unica mia pertinenza. Un golpe silenzioso li ha voluti far abdicare da un trono che gli spetta(va) di diritto, per essersi assunti dei rischi che in pochi avrebbero pensato mai di prendersi.

Ecco perché il titolo del nuovo album si presta per me a diversi livelli di lettura e di interpretazione. Ma sono perversioni personali che prescindono dal contenuto musicale di Io e la mia ombra che è, ancora una volta, un disco lucidissimo, che si porta addosso tutte le luci della metropoli e le ombre dei suoi abitanti, che fa i conti col tempo, col fiato sempre più corto degli anni che passano.

L’elettronica riappare prepotente e dopo il bagno inaspettato nell’ḥammām giamaicano di Royale Rockers, si riattualizza reinterpretando a suo modo un certo spirito electro/new-wave tornato di tendenza che in alcuni casi può risultare spiazzante (Il rumore della luce, Ora chi ha paura, Io vs te) e disattendendo un po’ il mood notturno della introduttiva Solitudine di massa: Io e la mia ombra, non sembri un paradosso, è un disco invece molto luminoso, quasi polarizzato in ottica radiofonica (pezzi come Ogni uomo una radio, Io e la mia ombra, Io vs te, Cade al posto giusto potrebbero ambire, se vivessimo nel “Pianeta Royale” a spaccare in due le onde radio, NdLYS), nel senso “subsonico” del termine.

Io e la mia ombra è un nuovo disco-scommessa.

Relegati nella periferia dell’Impero che hanno loro stessi ispirato, i Casino Royale guardano il mondo dai grattacieli di Milano.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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BAD MANNERS – Loonee Tunes! (Magnet)  

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Ritenuti sempre un fenomeno da circo più che una “seria” formazione musicale, i Bad Manners rappresentarono l’ala meno “politically correct” del revival ska inglese. Un’accozzaglia di uomini da pub il cui leader si vantava di bere dieci pinte di birra al giorno e di ingozzarsi di kebab fino a venir cacciato da ogni All You Can Eat della città, fin dove c’era spazio. E di spazio ce n’era. Uno che mostrava la lingua e il culo al pubblico. Magari dipingendoci sopra il simbolo della pace. Magari anche in trasferta, in diretta tv, dal palco del Festival di Sanremo dove arrivano per primi a portare la musica ska, anche se sono vestiti come degli operai metalmeccanici appena messi in cassa integrazione.

Adottando i colori nero e giallo del tipico giubbino in dotazione dagli agenti del traffico della capitale inglese, i Bad Manners si pongono da subito come la versione proletaria, sempliciotta e volgare del fenomeno 2-Tone (non incideranno mai per la label ma prenderanno parte al progetto Dance Craze assieme alla crema della scena ska inglese). Una versione da periferia dove ogni minoranza inglese viene rappresentata. Britannici, scozzesi, irlandesi, gallesi, immigrati africani. Nella line-up dei Bad Manners c’è un rappresentante per ognuno di loro, ad affondare le dita in un repertorio di musiche grasse: ska certamente, ma anche il suono delle big band, delle novelty song e dell’avanspettacolo sono il nutrimento base della band londinese. Ovviamente tutto “bagnato” da fiumi di luppolo.  

Se il disco di esordio è ancora troppo sbilanciato sul piatto delle canzoni-macchietta e degli scioglilingua demenziali (Ne-Ne Na-Na Na-Na Nu-Nu, Scruffy the Huffy Chuffy Tug Boat, Woolly Bully, Lip Up Fatty, King Ska-Fa) e quelli successivi scivolano gradualmente dentro un silos di merda caramellata, il secondo lavoro pubblicato a pochissimi mesi dal primo è invece un ottimo compromesso in grado di regalare momenti di spensierato delirio ska, R ‘n B, rocksteady come Suicide, Lorraine, Doris, The Undersea Adventures of Ivor the Engine, Spy I, El Pussycat, Just a Feeling.

Un dispenser di grassa salsa giamaicana da stendere sul kebab e da innaffiare di birra. Davanti alla faccia sgomenta dei naziskin, dei borghesi, dei comunisti e pure della vostra. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MADNESS – Orgoglio cockney

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Ascoltare la musica dei Madness è come infilarsi in biblioteca e imbottirsi di letteratura inglese. C’è qualcosa di così visceralmente patriottico nella musica del gruppo londinese da risultare epico. Come per i Kinks prima di loro e come per i Blur negli anni Novanta, la musica dei Madness è totalmente impregnata di gusto sassone. La metti su e il tuo merdoso appartamento si trasforma magicamente in una casa in stile georgiano con tanto di comignoli, mattoni rossi e finestre a nove lastre. Dalla cucina arriva un dolce odore di tè indiano e biscotti al burro mentre dalla strada salgono rumori di double decker bus che si spartiscono i turisti e lo strombazzare di vecchi black cabs che si fanno largo tra le auto.

Provateci da voi. Magari scorrendo i titoli e i testi delle canzoni dove vengono elencati posti (Victoria Gardens, Primrose Hill) e personaggi veri (Michael Caine) o presunti (Mrs. Hutchinson, Benny Bullfrog, Reverend Green) come dentro un Cluedo ambientato nella capitale inglese.  

Un viaggio organizzato cui è difficile rinunciare, soprattutto se sei cresciuto negli anni Ottanta.

Se eri adolescente in quegli anni non potevi sottrarti alla follia idiota dei Madness.

Cominciata con la demenza di un ballo a passo d’anatra e finita con alcune pagine classiche del pop britannico.

I primi due dischi sono quelli legati al periodo ska, e questo lo sapete.

Meglio il secondo (Absolutely) del primo, aggiungo io. Più convincente e meno didascalico.

E poi, va be’, One Step Beyond (il pezzo) io non l’ho mai sopportato.

Ma credo che ognuno abbia la sua canzone dei Madness da odiare.

Eppure è storicamente scorretto tacere di come il loro storico debutto, One Step Beyond…, portò una ventata d’aria fresca nell’Inghilterra del dopo-punk, come ben spiegato nelle note alla sua ristampa messa su dalla Salvo Records per il suo trentennale e affidate ad Irvine Welsh. Parole di ordinanza quelle di Welsh che forse contribuiranno a riscattare parzialmente i Madness dallo snobismo di cui sono stati vittima nel corso della loro carriera. I puristi non hanno mai perdonato alla band di Camden Town i flirt con le classifiche (dove avrebbero sempre battuto gli amici/rivali Specials, NdLYS) e nemmeno quell’aria disinvolta e un po’ bizzarra di chi fa le cose più per diletto che per fede. Invece, nonostante da quel 1979 di cose ne siano passate tante sui nostri piatti diventando coriacei a tutto e malgrado io continui a preferirgli il successivo Absolutely, il nutty sound di One Step Beyond… continua a masticare insolente le suole delle nostre scarpe. Ora esco a fare due passi. Anzi, uno.

One Step Beyond…, con tutto il suo carico di pennate in levare, di fiati rigogliosi, di ritmi che sembrano strappate ad una versione a cartoni della saga di Tarzan e di buffi passi di danza rivela da subito i Madness come il miglior antidoto alle ansie depressive della new-wave più cadaverica ed esistenzialista dell’Inghilterra del dopo punk. Roba che ti illude di poter uscire sotto la pioggia senza bagnarti. Passando attraverso le gocce, muovendosi goffamente a passo d’oca. Facendo dell’ombrello un accessorio esclusivamente estetico, come quello esibito da Mike Barson a mo’ di bastone proprio sulla copertina di Absolutely. Una bacchetta magica anziché uno scudo.

 

Absolutely arriva a pochi mesi dal debutto e, seppur mostrando il medesimo lato sbruffone della favolosa band londinese, mostra la prima dilatazione del mantice ska verso le direzioni più pop che verranno intraprese in maniera più marcata con i successivi album della “maturità” dove lo scollamento dalle scelte iniziali si farà più deciso e la ricerca melodica avrà la meglio sulle esigenze ritmiche di “genere”. Un equilibrio che invece Absolutely riesce a sostenere senza alcuna fatica inanellando una trascinante serie di sketch dove le due facce, quella allegra e spensierata e quella che pare scegliere un profilo meno esuberante, convivono in totale simbiosi.

Quella lacrima leggera che via via scivolerà lungo le guance di questi piccoli artificieri del pop inglese non ha ancora scavato il suo solco leggero.

I clown hanno facce buffe, pantaloni capienti e, davanti, tutto il tempo del mondo.

Sono ancora tracotanti di adolescenza e vogliosi di farsi beffa di se stessi e degli altri (Solid Gold è un omaggio/sberleffo alla scena rockabilly che sta nascendo sull’onda dell’onda emotiva per la scomparsa di Elvis) allestendo un tendone da circo affollato di personaggi carichi di nostalgia, rimpianti, vizi e contraddizioni e una sequenza di canzoni-proiettile (Baggy TrousersE.R.N.I.E.Close EscapeOn the Beat PeteDisappearYou Said) cui è quasi impossibile sfuggire.  

 

Una delle capacità migliori dei Madness è stata quella di riuscire a crescere, invecchiare assieme al proprio pubblico, rifiutando l’immagine di eterni adolescenti che molte popstar sembrano prediligere. 7 è il disco che arriva dopo l’abbuffata in levare di One Step Beyond… e Absolutely, omaggi al mondo esuberante dello ska e alla giovinezza. Dopo, con l’età adulta, arriva pure la consapevolezza della propria fragilità emotiva e della personale cagionevolezza fisica. E si cominciano a contare le assenze (Missing YouMemoriesShadows on the Sun) e le promesse fallite (Promises Promises). Ed è quello che succede anche ai Madness di 7.

Il “passo” si fa più cadenzato e malinconico, di quel frizzante che sa di bottiglia già aperta. Il “nutty sound” lascia posto a qualche svagata aria latina, a qualche rilassato ritmo reggae, a qualche trovata da balordaggine fra vecchi amici (Pac-A-MacBenny Bullfrog). I clown si ritirano nei camerini a fare una baldoria dai toni più dimessi, il carnevale si trasforma lentamente in un giorno più grigio (“mi sveglio al mattino, braccia e gambe mi fanno già male. Fuori il cielo è grigio e umido, così inizia un’altra stanca giornata”). E la parata di personaggi del libro dei Madness si carica di gente afflitta e ammalata, come il protagonista di Cardiac Arrest o la povera Mrs. Hutchinson che “non passerà la settimana” a causa del suo cancro.

7 fotografa i Madness in un momento di passaggio cruciale, “un passo avanti” rispetto alla filiazione allo ska dei primi due dischi e pronti al grande arrembaggio alle classifiche che avverrà di lì a breve. Il punto esatto da cui non si può più tornare indietro. E da cui infatti i Madness decideranno di lanciarsi sulla grande rete a molla del pop, senza mai cadere fuori dal suo margine in maniera scomposta. Diventando da grandi burloni, perfetti gentlemen. 

                                                                                 

Al rientro dalle Bahamas, dopo la registrazione di 7, la nostalgia che già si affacciava amara in quel disco scoppia nella consapevolezza piena dell’età adulta.

I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso The Rise & Fall che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck.

Quello che forse a ragione può essere considerato l’album-capolavoro della band inglese è un disco pieno di immagini domestiche, fino all’apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.

Father‘s wears his Sunday best,

Mother‘s tired, she needs a rest.

The kids are playing up downstairs.

Sister‘s sighing in her sleep (ahhhh).

Brother‘s got a date to keep.

He can‘t hang around.

Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.

Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.

La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of Fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band. The Rise & Fall è intriso di amarezza e disillusione. E di un umorismo pungente e cinico degno dei Monty Python. Gli arrangiamenti si fanno sofisticati, spesso centrati sul suono di pianoforte e fiati, come una moderna orchestra vaudeville mentre la satira pungente della band si isinua non solo fra l’apparente perbenismo della società inglese ma guarda in modo torvo alla politica Tatcheriana.

Lo spioncino che serviva per guardare la Giamaica dai sobborghi londinesi diventa un Grande Fratello sulle miserie della società britannica.

 

Keep Moving torna all’idea dinamica che è cara all’iconografia della band.

Ma è soprattutto il disco che conferma i Madness come la migliore compagnia di caratteristi del microcosmo londinese.

Ogni frammento di canzone, uno scorcio di Londra.

Ad ogni passaggio, un salottino allestito per l’ora del tè, una corsa ordinata ed elegante al parco, un odore di brodo a buon mercato che si diffonde dalle imposte di un ostello per barboni, un lampeggiare di semafori, una combriccola di mendicanti che improvvisa un ballo sotto il Tower Bridge, un Bobby che ammonisce un borseggiatore, un hooligan che aiuta una vecchietta ad attraversare, prima di andare a naufragare in una rissa da pub.    

Un album ancora una volta ricco di intuizioni, genio e sregolatezza.

Come Victoria Gardens o Samantha che sembrano un provino dei Blur, dei Suede o dei Kaiser Chiefs. Con molti anni di anticipo. E con molto, molto più ritmo.

O come quelle piccole gocce di vapore inglese che colano giù da ogni singola nota di One Better Day.

Poi le tende si spostano con fare gentile, per spiare la corsa di questi sette giullari che sfilano sotto i tetti rossi della città.

Non più uno un passo dietro l’altro ma uno a fianco all’altro.

Ancora una volta a piedi, come Oliver Twist.

 

Le vetrine dei Madness, anche se sempre più piene di caramelle mou che sai già che ti si appiccicheranno al palato e di confetti colorati che sai bene ti porteranno ad una lenta discesa verso la diarrea, sono sempre irresistibili. Lo è anche quella allestita in tutta fretta prima di chiudere per un po’ l’attività. Lo è, forse, più di tutte le altre. In copertina stavolta c’è un Madness in meno. E anche su disco, di Mike Barson non c’è più traccia. Si respira un’aria nostalgica, un’euforia smorzata fra i solchi di Mad Not Mad. Un’allegria amara e “Tatcheriana” ma, ancora una volta, contagiosa. Anche un po’ impacciata, come di chi entrando ad una festa vuole fare il fenomeno per mascherare la sua timidezza, il suo voler essere altrove. Esattamente come succede qui nella caciara iniziale di I’ll Complete.

Sopra le righe, come i coloratissimi anni richiedono.

Caraibica ma di plastica, come i villaggi Valtur che stanno dilagando in tutte le coste del mondo. Come quella di Mad Not Mad o Uncle Sam.   

Carica di una dolcezza saggia e rugosa come quella delle tartarughe.

Come quella di Yesterday’s Men o della cover di Sweetest Girl strappata a forza dalle mani degli Scritti Politti. Con tutti quei cori che sono un doo-wop di malinconia tutta pomeridiana, tutta londinese, tutta da clochard, tutta bagnata e appiccicosa di nebbia e fumo che invece di salire, entra fin dentro i pertugi del cuore, ingrigendolo.

 

Quasi ogni grande rock band ha un disco di cui vergognarsi.

I Madness (The, ma solo per l’occasione) hanno questo.

Uscito sotto l’egida della Virgin Records con la formazione ormai disintegrata e segnata da vendite disastrose, nonostante la sovraesposizione televisiva riservata ai video estratti dal precedente Mad Not MadThe Madness è un disco piatto e impersonale dove la band sembra davvero aver perso ogni ragione di esistere, oltre che qualche vecchio compagno (e anche qualcuno di quelli nuovi, visto che il tastierista Roy Davies muore proprio mentre il disco è in gestazione). In studio chiamano qualche turnista, dal vivo si fanno bastare una drum-machine, per i video telefonano al vecchio compare John Hasler. Era stato il loro primo batterista e poi era diventato il loro primo manager. E a lui avevano dedicato la bellissima Bed & Breakfast Man, dieci anni prima. Ma, come precisano anche loro al Friday Night Live, “for the last time…..we are not nutty!”. Sono stanchi e cominciano a suonare di plastica. E dopo sei mesi di inutile promozione, gettano la spugna (salvo raccoglierla svariate volte negli anni a venire, NdLYS). Che non è nemmeno così piena di sudore come dovrebbe.

Non so se e quanto i Madness si siano pentiti per aver messo in piedi questa festa dove nessuno sorride, ne’ tra i pagliacci chiamati a scambiarsi calci nel sedere, ne’ tra il pubblico chiamato ad applaudire chi nascosto dietro maschere posticce vorrebbe nascondere un’assoluta mancanza di idee.

Noi di certo ci siamo pentiti di essere tra gli invitati. 

Il fenomeno Madness viene sfruttato nel frattempo all’inverosimile: raccolte, antologie, ristampe. Insomma, le solite cose. Finchè la band non decide di rientrare nel mondo dorato dello star-system. E dalla porta principale. 

 

Sulla pagina Wikipedia dedicata ai Madness c’è una timeline che ha questo profilo:

Un grafico con un enorme imbuto vuoto quasi in centro.

A vederlo mette quasi paura. Trasmette un senso di catastrofe. 

Eppure, la storia dei Madness ha proprio quella forma rovinosamente discontinua.

All’indomani del successo commerciale di Mad Not Mad e forti di un contratto con la Virgin (che si vedrà costretta, avendo in mano una grande band già morta, a pubblicare raccolte su raccolte pur di far fruttare quell’accordo), la storia si interrompe bruscamente per riprendere il suo viaggio orizzontale esattamente l’ottavo mese del 1992. Esattamente da Finsbury Park. Esattamente nella zona Nord di Londra. Esattamente dove tutto era cominciato sedici anni prima.

A rimettere insieme i Madness ci pensa Vincent Power, il proprietario del Mean Fiddler che da qualche anno organizza alcuni dei più importanti festival dentro e fuori Londra. Vuole organizzare un evento che abbia l’odore di libertà di Woodstock e il gusto di liquirizia e panna dei Madness. Suggs e Chas Smith ci pensano un po’, si sentono come Dan Aykroyd e John Belushi dentro la sceneggiatura dei Blues Brothers. Si tratta di rimettere insieme la band. Per qualche Dio di cui non si conosce ancora il nome ma che patrocinerà di certo l’evento che nella mente di Power, oltre alla location, ha già un nome: Madstock!

L’8 Agosto 1992, ad assistere alla reunion dei Madness e ai live show di Morrissey (è la sera infausta in cui Moz si copre con la Union Jack durante Glamorous Glue dando adito alle voci che lo vogliono simpatizzante dell’estrema destra, NdLYS) e Ian Dury al Finsbury Park si radunano 35000 persone. Trentacinquemila persone che cantano all’unisono tutte le canzoni dei Madness, compresa la storica introduzione di One Step Beyond che apre le danze. L’evento si ripeterà ancora altre volte e servirà da volano per riaccendere la discografia della band. Ma ovviamente la magia di quella prima edizione non sarà più eguagliata. I Madness sembrano tornati a mettere un sorriso in faccia alle migliaia di persone cui lo avevano tolto otto anni prima, in due ore di spettacolo in cui tornano a spolverare il repertorio precedente al disco della “rottura”, forse per un eccesso di scaramanzia.

All’imbrunire. Sotto il cielo di Londra.

 

Un bel giorno d’inverno del 1999, una ciurma di cinquantenni bussa alla porta del quartier generale della Virgin Records di Londra.

“Salve, siamo i Madness. Avremmo pronto quel disco che dovevamo consegnarvi dieci anni fa”.

Le porte si aprono e si richiudono un’ora più tardi, con i Madness nuovamente insieme, nuovamente in strada. E, dentro gli uffici dell’etichetta inglese, il master del nuovo disco di una delle migliori british-band di ogni epoca, una delle poche capaci non solo di raccontarti l’Inghilterra, ma di portartici dentro, sempre. Anche quando facevano ska, non celebravano mai la Giamaica ma la vita dei quartieri londinesi, con i loro barboni, le loro famiglie benvestite, i loro teppisti, gli ubriaconi, gli impiegati della City, i parchi festosi di un verde umido, le linee stipate della metro, le piste ciclabili affollate di bici in fila silenziosa ed ordinata, i cuori malati che si spengono mentre fuori il grigio resta impassibile a grondare sui tetti incolonnati, la gente che inciampa sui propri guai mentre osserva quelli dei vicini, cercando di correre al passo delle proprie ambizioni.  

Con una malinconia sempre crescente ma sempre vestita con l’ombra di un sorriso, con la gioia posticcia di una musica da parata, di un musical, di un trucco da avanspettacolo. Fantastici clown metropolitani che riescono sempre a curare la tristezza altrui e un po’ meno la loro.     

Wonderful è il disco che segna il ritorno in studio dopo la reunion voluta da Vincent Power e il rodaggio dal vivo delle quattro edizioni del Madstock che ne erano state la conseguenza. E non è un disco di passaggio. Wonderful ci riconsegna una band integra, ricca di tutte le proteine e l’alfabeto vitaminico che i Madness ci hanno per anni insegnato a leggere con destrezza, tornando addirittura per qualche minuto al vecchio ritmo in levare delle origini (l’esperimento roots-ska di The Communicator) ma soprattutto al gusto sopraffino di gioielli come 7 e The Rise & Fall. Le perle del disco (LovestruckJohnny the HorseGoing to the Top, l’ultimo saluto alcolico di Ian Dury regalato su Drip Fed Fred, il pop frizzante di arie sixties di Saturday Night Sunday Morning) sono infatti pregne di quel clima da music-hall di cui la band è diventata custode abile e capace grazie alle abilità narrative di Suggs e soprattutto al pianoforte jazzy di Barson e al sassofono puntuale ma non invadente di Lee Thompson.

Bentornati Madness. Sapevamo sareste tornati, come ladri sulla scena del crimine.

You’re wonderful. So wonderful. It’s good to see you.

You’re wonderful. So wonderful. It’s great to be here.                  

 

Il venticinquesimo anno di attività, seppur interrotta, viene celebrata dai Madness con un ritorno inaspettato e “camuffato” alle loro radici ska. Il comunicato viene lanciato l’11 Maggio del 2004, invitando il pubblico al debutto di un nuovo gruppo ska chiamato Dangermen previsto otto giorni dopo. È un ritorno di basso profilo, senza clamori. Un’adunanza silenziosa accoglie sette individui visibilmente ingrassati al Dublin Castle di Camden Town ed assiste per quattro giorni ad una scaletta di vecchi classici e di nuove cover version di chiara matrice ska o di estrazione soul. Parte di quel repertorio finirà su quello che per paura di non venderne che poche copie viene pubblicato dalla V2 come un nuovo disco dei Madness e col titolo di Dangermen Sessions Volume One, nonostante la band si diverta a raccontare nel booklet una storia fantasiosa sulle origini della band e ogni componente si nasconda dietro degli alter-ego dal passato altrettanto inverosimile.

Nel frattempo, fra le date al Castle e le registrazioni del disco, la band ha perso Chris Foreman costringendo Segs (uno dei produttori del disco assieme a Dennis Bovell) ad occuparsi delle sovraincisioni delle parti di chitarra.

Il risultato tuttavia non è nulla di particolarmente eccezionale, risolvendosi in una serie di canzoni piacevolmente arrangiate con tanto di fiati e contrappunti di organo Farfisa ma senza riuscire a trasmettere quel senso di follia contagiosa che era invece il marchio di fabbrica dei Madness ska-tenati degli esordi.

Venticinque anni sul groppone e sentirli tutti.  

 

Tre anni di preparativi per allestire quello che è il primo “concept” album dei Madness. The Liberty of Norton Folgate è il disco più pretenzioso mai realizzato dalla band: ben 22 brani aperti da tanto di Overture e separati dalla lunghissima title-track che sviluppa il tema del disco senza guardare l’orologio e un gran spolvero di coristi, voci femminili (a Rhoda Dakar viene affidato il compito di voce-guida su On the Town), ottoni, orchestra, percussionisti e strumentisti esotici all’opera per realizzare un grande affresco su Londra. Tutto in pompa magna, come davanti al giubileo della Regina.

Detto questo, The Liberty of Norton Folgate fa volentieri a meno di tormentoni e pezzi da mandare a memoria (tranne, forse, Sugar and Spice), obbligando ad un ascolto completo, ad una immersione spirituale prima che musicale nel labirinto multirazziale che è diventata Londra e nella storia musicale della band, srotolando il gomitolo dei Madness che furono lungo il percorso e chiedendo al pubblico di cedere alla fascinazione per una certa aria da music-hall e un’ombra di decadenza Waitsiana e Brechtiana che fanno capolino in qualche passaggio.

Si china il capo davanti a tanta magniloquenza. Dapprima in segno di ammirazione per l’ostentata prestanza e cura dei dettagli messa in campo ma successivamente anche per la stanchezza che l’attenzione richiesta porta come conseguenza, come quando ci si stanca di vedere troppo a lungo uno di quei film tracotanti di personaggi vestiti di pregiata sartoria inglese.

The Liberty of Norton Folgate è in fin dei conti Il Gattopardo dei Madness.

Saloni addobbati e stanze degli specchi. Mentre fuori la nazione appena unita è già dilaniata da branchi di sciacalli e di pecore che si credono il sale della terra.

 

Aperto da un’assoluta nostalgia Northern Soul come My Girl 2, Oui Oui Si Si Ja Ja Da Da trascina i Madness su percorsi meno ambiziosi rispetto a quelli del disco precedente, tornando addirittura a calpestare qualche deiezione ska e rocksteady (Misery, So Alive, Kitchen Floor, la fumettistica Death of a Rudeboy) e a riconciliarsi con l’esuberante pop degli anni Ottanta (Small World, Leon, How Can I Tell You, Never Knew You Name). Il risultato è dunque uno sciroppo Madness che più Madness non si può. Che, a quasi quarant’anni di carriera, significa soprattutto pop inglese di gran classe, aromatizzato ed allungato con l’aggiunta di qualche succo esotico (i sapori giamaicani che abbiamo già detto ma anche quelli mariachi di La Luna).

Resta salva la sensazione piacevole di girare per Londra a bordo di un double-decker bus con dei ciceroni d’eccezione.  Che è quello per cui dopotutto abbiamo continuato ad amare i Madness ben oltre il loro mito. O no?

 

Can’t Touch Us Now è un nuovo album di trucchi. Sempre uguali eppure sempre affascinanti.

La più conservatrice tra le band inglesi (londinesi, Mr. Suggs, mi perdoni) ci chiama ancora una volta al suo spettacolo.

Tutti davanti al banchetto prestigioso/prodigioso dei Madness dunque, piazzato ancora una volta strategicamente al centro di Londra, la città di cui rappresentano praticamente una istituzione, tanto da venire recensiti pure sulle colonne del Financial Times, nonostante le recenti dichiarazioni anti-Brexit che hanno loro riservato non poche critiche ma che non impediranno tuttavia al disco di fare la sua dignitosa scalata in classifica.   

Tutti assieme a farci incantare dai soliti assi tirati fuori dalla “Manica” (quattro, uno per seme: Can’t Touch Us NowHerbertDon’t Leave the Past Behind YouMr. Apples), dal solito lesto gioco dei tre bussolotti che nascondono l’inossidabile segreto dello ska e del bluebeat twotonico (la banale macchietta di Mumbo Jumbo, il zighidà western di Grandslam) o da qualche movimento meno rapido del previsto, intorpidito dalla nostalgia (Good TimesAnother Version of Me) o infiacchito da qualche bicchiere di troppo (Whistle in the Dark).

Cacceremo fuori una lacrima anche noi? O applaudiremo forte, per non sentire il peso degli anni che passano su noi e su questo circo che ci accompagna da quarant’anni?

Rimprovereremo loro di essere sempre uguali a se stessi, nel disperato tentativo di professarci moderni?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE WAILERS – The Wailing Wailers (Studio One)  

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L’unico disco ska dei Wailers.

L’unico in cui le pulsioni pacifiste che Marley sentirà vibrare sempre più forte fanno ancora i conti con gli atteggiamenti non esattamente miti e bonari dei rude boys e la fiera indipendenza giamaicana finalmente conquistata fa invece i conti con la musica che arriva dalle stazioni radio americane, quando di notte le radio locali spengono i loro ripetitori e lasciano campo libero al jazz, al soul e alle ballate di gente come Bacharach e Gershwin.

E i giamaicani anziché il loro Sole nascente, guardano la stessa luna degli odiati yankees.

Siamo nel 1965, nell’ultima estate infuocata dallo ska, rimpiazzato l’anno successivo dai ritmi più morbidi del rocksteady. E Bob Marley sta piano piano diventando il leader naturale dei Wailers, mettendo fuorigioco Junior Braithwaite.

Marley, Tosh e Livingstone (i tre superstiti della band originale) sono ancora, fondamentalmente, un gruppo vocale. Il loro approccio agli strumenti è rude, essenziale, modesto. Per questo, ma non solo per questo, Clement Dodd affianca loro i Soul Brothers, la resident-band del suo Studio One appena tirata su.

Sir Coxsone è a casa sua e può far quello che gli pare. E anche se fosse a casa di altri, chi lo sa, probabilmente farebbe quel cazzo che gli pare lo stesso. Del resto maneggiare armi e microfoni per lui e per gli altri artisti giamaicani è la regola.

Non si va tanto per il sottile, in Giamaica. Neppure la musica ska è gentile, del resto.

Ha un suono di chitarre che ricorda quello di un arrugginito letto in ferro quando i loro occupanti non sono esattamente intenti a dormire. E il rullante di batteria tirato al massimo in modo che quando ci picchi nel modo corretto, somigli allo scoppio di un’arma da fuoco. Dietro l’eleganza ostentata dai suoi musicisti (compresi i Wailers, tanto che la silhouette di Tosh verrà “adottata” dalla 2Tone prima e da tutto il movimento poi come icona definitiva dello ska) si cela in realtà una raffinatezza da malaffare del tutto simile a quella dei gangster mafiosi, eletti ad idoli di una rivendicazione sociale ottenuta ad un prezzo altissimo.

Il debutto dei Wailers è il prodotto di tre ragazzini che guardano a questo immaginario e che producono musica per ballare e per rimorchiare ragazze, cantando d’amore o cercando di far da pacieri tra i rissosi amici del ghetto (come succede su Simmer Down, inaspettato numero uno nelle classifiche locali di quell’anno).

Per parlare di rivoluzione occorrerà aspettare un lustro buono.

E nel frattempo, quel ritmo scalcagnato da bettola si sarà trasformato, lentamente, nella sinuosa onda melliflua del reggae.

E i Wailers, nel gruppo spalla di Bob Marley.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MADNESS – Can’t Touch Us Now (Lucky Seven)  

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Un nuovo album di trucchi. Sempre uguali eppure sempre affascinanti.

La più conservatrice tra le band inglesi (londinesi, Mr. Suggs, mi perdoni) ci chiama ancora una volta al suo spettacolo.

Tutti davanti al banchetto prestigioso/prodigioso dei Madness dunque, piazzato ancora una volta strategicamente al centro di Londra, la città di cui rappresentano praticamente una istituzione, tanto da venire recensiti pure sulle colonne del Financial Times, nonostante le recenti dichiarazioni anti-Brexit che hanno loro riservato non poche critiche ma che non impediranno tuttavia al disco di fare la sua dignitosa scalata in classifica.   

Tutti assieme a farci incantare dai soliti assi tirati fuori dalla “Manica” (quattro, uno per seme: Can’t Touch Us Now, Herbert, Don’t Leave the Past Behind You, Mr. Apples), dal solito lesto gioco dei tre bussolotti che nascondono l’inossidabile segreto dello ska e del bluebeat twotonico (la banale macchietta di Mumbo Jumbo, il zighidà western di Grandslam) o da qualche movimento meno rapido del previsto, intorpidito dalla nostalgia (Good Times, Another Version of Me) o infiacchito da qualche bicchiere di troppo (Whistle in the Dark).

Cacceremo fuori una lacrima anche noi? O applaudiremo forte, per non sentire il peso degli anni che passano su noi e su questo circo che ci accompagna da quarant’anni?

Rimprovereremo loro di essere sempre uguali a se stessi, nel disperato tentativo di professarci moderni?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CASINO ROYALE – Jungle Jubilee (Kono)  

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Fatte le dovute proporzioni (ehhh..noi maschietti…) i Casino Royale furono per la musica ska, in Italia, quello che erano stati i Clash per il punk inglese.

Un autentico laboratorio in grado di rivoluzionare la formula base facendola precipitare in decine di reagenti diversi.

Ecco dunque che per Jungle Jubilee lo ska prepotente del disco di debutto smette di diventare il centro del mondo e diventa una delle tante periferie possibili.

In questa intuizione, che è stata appresa sicuramente alla scuola dei Clash ma anche di band contemporanee come Mano Negra e Negresses Vertes, si gioca la scommessa di un album che sdogana l’uso del dialetto (la cover di Caravan Petrol), le coloriture etniche (l’uso di strumenti da strada come lo scacciapensieri, il mandolino e la fisarmonica), la contaminazione come elemento indispensabile di tutela (e non “svendita”) della propria identità, creando piccole meraviglie come la saudade caraibica di Love Is the Law, il soul primaverile di Available Swing (vicinissimo a quello che stanno facendo, sponsorizzati da Sanremo e dalla EMI, i Ladri di Biciclette, anche se fa scandalo dirlo, NdLYS) o spostando i tropici dentro le foreste dei Nebrodi su White Sun.

I Casino Royale lanciano un sasso che agita le chete acque della musica di settore, trovando una via di fuga verso gli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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SPECIALS – Specials (2 Tone)  

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Cinque pedine bianche, due pedine nere.

È questa la formazione con cui gli Specials di sistemano sulla skacchiera della musica inglese del dopo punk, vestiti come dei gangsters giamaicani.          

Sono loro ad inaugurare il catalogo in piccolo e in grande formato per l’etichetta simbolo di tutto il movimento ska inglese, fondata all’uopo da Jerry Dammers nel 1978 e rappresentata da uno stilizzato Peter Tosh che viene ribattezzato Walt Jabsco.

Il primo singolo, condiviso coi Selecter, esce il 4 Maggio del 1979, ovvero lo stesso giorno in cui Margaret Thatcher viene eletta Primo Ministro del Regno Unito.

Ma la data ufficiale di nascita dello ska-revival britannico è il 19 Ottobre, ovvero il giorno in cui, in perfetta simultaneità, arrivano nei negozi di dischi inglesi One Step Beyond… dei Madness e l’omonimo album degli Specials. E le vetrine, tutte le vetrine dei record stores di Londra, Coventry, Birmingham, Leicester si tingono di due soli colori: bianco e nero.

Due chitarristi che suonano all’unisono frustando lo strumento con pennate decise e ascendenti, due voci che si spartiscono il lavoro, una bianca e melodica e una nera e odorante di selvaggina, un rullante con la cordiera tesa al massimo della capacità consentita, novantotto tasti bianchi e neri e una sezione fiati che danno ulteriore colore caraibico ai pezzi del gruppo e alle cover “in stile” che gli Specials scelgono per arricchire il proprio repertorio, tra cui quel saltellante inno A Message to You, Rudy che diventa la chiamata alle armi dell’intera base ultrà del movimento e che viene dunque posta in apertura, prediligendola anche alle più trascinanti Nite Klub (con una debuttante Chrissie Hynde ai cori) e Little Bitch o alla guerrigliera Concrete Jungle, piccola diapositiva urbana scattata a Coventry e bagnata con molotov e benzina dove la ribellione punk ormai ammansita mostrava tutto il suo orgoglio proletario e si preparava ad affrontare la prima stagione del governo Thatcher.

Vestita con l’eleganza raffinata dei mod, muovendosi con passo skank su un tappeto infinito di quadrati bianchi e neri. Tornando a ballare.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Madstock! (Salvo)  

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Sulla pagina Wikipedia dedicata ai Madness c’è una timeline che ha questo profilo:

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Un grafico con un enorme imbuto vuoto quasi in centro.

A vederlo mette quasi paura. Trasmette un senso di catastrofe. 

Eppure, la storia dei Madness ha proprio quella forma rovinosamente discontinua.

All’indomani del successo commerciale di Mad Not Mad e forti di un contratto con la Virgin (che si vedrà costretta, avendo in mano una grande band già morta, a pubblicare raccolte su raccolte pur di far fruttare quell’accordo), la storia si interrompe bruscamente per riprendere il suo viaggio orizzontale esattamente l’ottavo mese del 1992. Esattamente da Finsbury Park. Esattamente nella zona Nord di Londra. Esattamente dove tutto era cominciato sedici anni prima.

A rimettere insieme i Madness ci pensa Vincent Power, il proprietario del Mean Fiddler che da qualche anno organizza alcuni dei più importanti festival dentro e fuori Londra. Vuole organizzare un evento che abbia l’odore di libertà di Woodstock e il gusto di liquirizia e panna dei Madness. Suggs e Chas Smith ci pensano un po’, si sentono come Dan Aykroyd e John Belushi dentro la sceneggiatura dei Blues Brothers. Si tratta di rimettere insieme la band. Per qualche Dio di cui non si conosce ancora il nome ma che patrocinerà di certo l’evento che nella mente di Power, oltre alla location, ha già un nome: Madstock!

L’8 Agosto, ad assistere alla reunion dei Madness e ai live show di Morrissey (è la sera infausta in cui Moz si copre con la Union Jack durante Glamorous Glue dando adito alle voci che lo vogliono simpatizzante dell’estrema destra, NdLYS) e Ian Dury al Finsbury Park si radunano 35000 persone. Trentacinquemila persone che cantano all’unisono tutte le canzoni dei Madness, compresa la storica introduzione di One Step Beyond che apre le danze. L’evento si ripeterà ancora altre volte e servirà da volano per riaccendere la discografia della band. Ma ovviamente la magia di quella prima edizione non sarà più eguagliata. I Madness sembrano tornati a mettere un sorriso in faccia alle migliaia di persone cui lo avevano tolto otto anni prima, in due ore di spettacolo in cui tornano a spolverare il repertorio precedente al disco della “rottura”, forse per un eccesso di scaramanzia.

La Union Square, nel suo perenne riciclaggio di materiale della band inglese, mette adesso assieme il disco pubblicato allora dalla Go!Discs (la label per cui Chas Smith aveva preso a lavorare all’indomani dello scioglimento dei Madness) e il DVD con l’esibizione (quasi) integrale del concerto già integrata quattro anni fa nel box video A Guided Tour of Madness. L’ennesimo tuffo in un’Inghilterra spensierata che celebra se stessa ballando. All’imbrunire. Sotto il cielo di Londra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Punk in London / Punk in England (MVD Visual)

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Wolfgang Buld fu una delle tante anime creative che alimentarono la scena punk inglese. Attratto dal fuoco che bruciava per le strade di Londra e di tutta l’Inghilterra alla fine degli anni Settanta, decise di documentare il “decline of british civilization” con i suoi scatti e le sue riprese.

Questi due titoli fanno parte della trilogia (il terzo DVD apre lo zoom la cocente scena reggae della capitale che avrebbe avuto un’influenza seminale sull’evoluzione del concetto di punk rock, basti pensare ai Clash sandinisti, al Pop Group, alle Slits, ecc. ecc.) che Wolfgang realizzò per la BBC e dentro la quale si respira tutta l’urgenza di una scena che stava ridefinendo i canoni estetici e musicali della giovane Inghilterra.

Dentro il suo primo documentario ci sono stralci di concerti (Jam, Chelsea, Clash, Lurkers, X-Ray Spex…), interviste (Miles Copeland della Illegal, il team della Rough Trade, Jimmy Pursey, Kevin Rowland, ecc.) e aria da fogna metropolitana.

Bianco, nero, rosso e pochi altri colori sbiaditi nonostante la rielaborazione digitale.

Come un vecchio numero di Sniffin’ Glue che prenda forma dentro un tubo catodico. In aggiunta l’ intero set suonato dai Clash a Monaco nel tour del 1977.

Il secondo DVD allarga l’obiettivo su una scena che si sta già ridefinendo, macchiandosi col nero della musica giamaicana e della Motown e col grigio delle intemperie dark-wave. Slits, Siouxsie and The Banshees, Specials, Secret Affair, Ian Dury, Madness, Pretenders diventano le nuove icone del dopo-punk.

Rude boys, regine dark, cravattini di pelle, dreadlocks cominciano ad insinuarsi nella scena punk e ne creano gli sbocchi creativi che le permetteranno di sopravvivere a se stessa. Da quel momento solo gli idioti continueranno a credere che il punk fosse morto senza comprendere che, semplicemente, era altrove.

Ottimo il lavoro di rifinitura audio che rende facilmente ascoltabile anche ciò che, molto spesso per limitazioni imposte dalle tecniche dell’epoca, ascoltabile non era.

                        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MADNESS – Absolutely (Stiff)  

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Il miglior antidoto alle ansie depressive della new-wave più cadaverica ed esistenzialista dell’Inghilterra del dopo punk. Roba che ti illude di poter uscire sotto la pioggia senza bagnarti. Passando attraverso le gocce, muovendosi goffamente a passo d’oca. Facendo dell’ombrello un accessorio esclusivamente estetico, come quello esibito da Mike Barson a mo’ di bastone proprio sulla copertina di Absolutely. Una bacchetta magica anziché uno scudo.

Absolutely arriva a pochi mesi dal debutto e, seppur mostrando il medesimo lato sbruffone della favolosa band londinese, mostra la prima dilatazione del mantice ska verso le direzioni più pop che verranno intraprese in maniera più marcata con i successivi album della “maturità” dove lo scollamento dalle scelte iniziali si farà più deciso e la ricerca melodica avrà la meglio sulle esigenze ritmiche di “genere”. Un equilibrio che invece Absolutely riesce a sostenere senza alcuna fatica inanellando una trascinante serie di sketch dove le due facce, quella allegra e spensierata e quella che pare scegliere un profilo meno esuberante, convivono in totale simbiosi.

Quella lacrima leggera che via via scivolerà lungo le guance di questi piccoli artificieri del pop inglese non ha ancora scavato il suo solco leggero.

I clown hanno facce buffe, pantaloni capienti e, davanti, tutto il tempo del mondo.

Sono ancora tracotanti di adolescenza e vogliosi di farsi beffa di se stessi e degli altri (Solid Gold è un omaggio/sberleffo alla scena rockabilly che sta nascendo sull’onda dell’onda emotiva per la scomparsa di Elvis) allestendo un tendone da circo affollato di personaggi carichi di nostalgia, rimpianti, vizi e contraddizioni e una sequenza di canzoni-proiettile (Baggy Trousers, E.R.N.I.E., Close Escape, On the Beat Pete, Disappear, You Said) cui è quasi impossibile sfuggire.  

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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