SPAIN – Mandala Brush (Glitterhouse)  

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Quando vi siete disinnamorati degli Spain?

Io mai.

La musica di Haden e compagni ha per me da sempre qualcosa di magnetico. Un “rapimento mistico e sensuale” come quello cantato da Battiato anni fa.

Ogni disco degli Spain ha la capacità di ingannarci in qualche modo. Più che una mandala, una tela di ragno.

Anche quando in realtà supera i confini pratici della canzone per tuffarsi in un mare quasi prog-jazz, come succede qui in almeno un paio di episodi. Pure quando “sgarra”, insomma, pure quando ad ogni delizia aggiunge un peccato da doversi far perdonare i dischi degli Spain conservano una loro nobilissima dignità. Elegantissima e per nulla sobria. Un po’ come la Città Proibita dei Ming.

Questo Mandala Brush che io ho perdonato a priori ad esempio indugia sovente nella noia. Di proposito. Finendo per irritare anche gli animi più ben disposti. Suscitando più sbadigli che palpitazioni, un po’ come potrebbe accadere assistendo ad un’opera lirica in cui i violini si alzano in volo senza mai sbattere sugli stucchi delle tribune o sui lampadari di cristallo.

Eppure, ancora una volta gli Spain avranno non solo il mio perdono ma la mia ammirazione. Pur nella consapevolezza che ne stanno approfittando.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

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L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

KARATE – The Bed Is in the Ocean (Southern)

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Sapete chi sono i “sordi” più famosi del rock?

Pete Townshend. Certo.

E Lemmy. Ovvio. Aveva pure scritto una canzone intitolata Deaf Forever….

E, credeteci o meno, Geoff Farina. Ahahah. Ma come avrà fatto?

Cioè, diventare sordi con la musica dei Karate è un po’ come diventare ciechi leggendo le insegne dell’Autogrill.

Per carità, non c’è nulla da ridere.

Però è difficile pensare ai Karate come a una delle band più rumorose del mondo, perché in effetti non lo sono stati. Anzi, piuttosto una silenziosa via al rock degli anni Novanta. Quello di fine decennio, quando tutti cominciarono a spegnere gli amplificatori, a rimodulare i gain, a ridisegnare il rock partendo dalla strada opposta a quella del grunge e del rumorosissimo crossover del primo giro di boa. 

Finiranno a flirtare con il jazz da camera, giocando con le ombre.

Ma i Karate di The Bed Is in the Ocean sono ancora una band che vale la pena buttarsi addosso, lasciare dilagare nei silenzi della nostra camera. Silenzi talmente assordanti che, come dicono loro “possiamo sentire che il frigo è acceso”.

In assoluto, assieme ai “cimiteri di appendini” di Capossela la definitiva dichiarazione di una solitudine estrema, asfissiante.

Il rumore delle cose quotidiane che fanno eco al battito solitario del nostro cuore: esiste un dolore più devastante? The Bed Is in the Ocean è uno dei dischi-chiave della breve stagione emo-core, quella in cui il suono di derivazione punk e indie-rock si infilava nelle viscere dell’ accidia indolente e pigra del proprio dolore, senza cercare una via di fuga ma trovandone una compiacenza complice e ignava.

Una apatia che si srotola lenta dalla stanza di Geoff Farina e tracima avvolgendo anche noi. I movimenti sono lenti, annoiati, appesantiti da un tedio che non è più personale ma generazionale, universale. Sembra di poterci sprofondare.

Ed è questo che lo rende indisponente, ben oltre la soglia di tolleranza.

Da questo momento in poi la musica dei Karate comincia a perdersi in cerebrali, smisurate cadute di gusto che ne appesantiscono la forma e la rendono sempre più simile a quel cliché che degenererà presto sui dischi successivi.

Succede già qui dentro, a partire da The Same Stars con quell’interminabile serpente di assoli che Geoff vorrebbe funzionali alla rassegnazione inerte tratteggiata dalle liriche e che invece diventano fastidiosi come cappelli di feltro sotto il sole di Agosto. Più avanti è Up Nights a farci temere che i Karate si stiano trasformando nella band di Eric Clapton, e le paure non si dimostreranno infondate.

Poi però succede pure che un pezzo come Diazapam ha quegli scatti nervosi e quell’impeto da piccola città in fiamme che torna a farceli amare davvero, per essere riusciti a far suonare i Police come fossero i Fugazi o viceversa, oppure che gli elastici lenti di Bass Sounds siano esattamente familiari come quelli del nostro pigiamone preferito e che sia confortevole lasciarseli scivolare addosso.

Succede che The Bed Is in the Ocean, pur nella sua palese caduta di stile, rimane una piccola ancora arrugginita nei fondali marini dell’indie-rock degli anni ’90.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

karate

 

SPAIN – The Blue Moods of Spain (Restless)

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Cantare dell’amore in un unico, lungo, interminabile blues.

La musica di The Blue Moods of Spain è una sequenza di lentissime e pigre canzoni di una staticità sfiancante e sconcertante quanto il dolore.

L’obiettivo, raggiunto alla perfezione su Ray of Light, è quello di creare un vuoto d’aria che evochi per analogia il languore affettivo dell’anima trascurata. La voce distaccata ed impassibile di Josh Haden accentua l’aria di rassegnata soggezione al dramma della propria vita che è peculiarità di chi ha ceduto le armi davanti al male oscuro sottolineata dalle sparute, macilente note che avanzano con una lentezza quasi disarticolata in un ralenti psicomotorio che rasenta l’astenia.

La musica degli Spain è un tuffo nel blu profondo della solitudine e dell’abbandono.

Un mare che ha smesso di agitarsi (World of Blue) e che sta lì solo per inghiottirci.

Senza neppure uno sciabordio d’onda che possa indicare la nostra presenza ad altre anime in pena su quello stesso mare. Haden non ci dà la possibilità di lanciare nessun SOS. Si limita ad ammirare il nostro e il suo naufragio e a imitare la nostra muta deriva con le note delle sue quattro corde fino ad intonare una elegia funebre che genera raccapriccio e scuote per la glaciale apatia con cui viene invocata: la letargica supplica di Spiritual è l’equivalente funebre della ninna nanna smithsiana di Asleep. È una implorazione priva di ogni intensità emotiva, schiacciata dalla percezione drammatica che nessuno verrà in nostro soccorso.

La certezza di una richiesta definitiva e della sua definitiva elisione.

Una richiesta d’aiuto accartocciata dentro una bottiglia destinata ad affondare nel nostro stesso mare di solitudine assoluta e risolutiva.

Una disperazione arida avvolge ogni parola trasformando l’eco di ogni nota nel rimbombo sordo della stanza deserta dove ha trovato alloggio il nostro cuore.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Spain - The Blue Moods Of Spain -