KARATE – The Bed Is in the Ocean (Southern)

0

Sapete chi sono i “sordi” più famosi del rock?

Pete Townshend. Certo.

E Lemmy. Ovvio. Aveva pure scritto una canzone intitolata Deaf Forever….

E, credeteci o meno, Geoff Farina. Ahahah. Ma come avrà fatto?

Cioè, diventare sordi con la musica dei Karate è un po’ come diventare ciechi leggendo le insegne dell’Autogrill.

Per carità, non c’è nulla da ridere.

Però è difficile pensare ai Karate come a una delle band più rumorose del mondo, perché in effetti non lo sono stati. Anzi, piuttosto una silenziosa via al rock degli anni Novanta. Quello di fine decennio, quando tutti cominciarono a spegnere gli amplificatori, a rimodulare i gain, a ridisegnare il rock partendo dalla strada opposta a quella del grunge e del rumorosissimo crossover del primo giro di boa. 

Finiranno a flirtare con il jazz da camera, giocando con le ombre.

Ma i Karate di The Bed Is in the Ocean sono ancora una band che vale la pena buttarsi addosso, lasciare dilagare nei silenzi della nostra camera. Silenzi talmente assordanti che, come dicono loro “possiamo sentire che il frigo è acceso”.

In assoluto, assieme ai “cimiteri di appendini” di Capossela la definitiva dichiarazione di una solitudine estrema, asfissiante.

Il rumore delle cose quotidiane che fanno eco al battito solitario del nostro cuore: esiste un dolore più devastante? The Bed Is in the Ocean è uno dei dischi-chiave della breve stagione emo-core, quella in cui il suono di derivazione punk e indie-rock si infilava nelle viscere dell’ accidia indolente e pigra del proprio dolore, senza cercare una via di fuga ma trovandone una compiacenza complice e ignava.

Una apatia che si srotola lenta dalla stanza di Geoff Farina e tracima avvolgendo anche noi. I movimenti sono lenti, annoiati, appesantiti da un tedio che non è più personale ma generazionale, universale. Sembra di poterci sprofondare.

Ed è questo che lo rende indisponente, ben oltre la soglia di tolleranza.

Da questo momento in poi la musica dei Karate comincia a perdersi in cerebrali, smisurate cadute di gusto che ne appesantiscono la forma e la rendono sempre più simile a quel cliché che degenererà presto sui dischi successivi.

Succede già qui dentro, a partire da The Same Stars con quell’interminabile serpente di assoli che Geoff vorrebbe funzionali alla rassegnazione inerte tratteggiata dalle liriche e che invece diventano fastidiosi come cappelli di feltro sotto il sole di Agosto. Più avanti è Up Nights a farci temere che i Karate si stiano trasformando nella band di Eric Clapton, e le paure non si dimostreranno infondate.

Poi però succede pure che un pezzo come Diazapam ha quegli scatti nervosi e quell’impeto da piccola città in fiamme che torna a farceli amare davvero, per essere riusciti a far suonare i Police come fossero i Fugazi o viceversa, oppure che gli elastici lenti di Bass Sounds siano esattamente familiari come quelli del nostro pigiamone preferito e che sia confortevole lasciarseli scivolare addosso.

Succede che The Bed Is in the Ocean, pur nella sua palese caduta di stile, rimane una piccola ancora arrugginita nei fondali marini dell’indie-rock degli anni ’90.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

karate

 

Annunci

SPAIN – The Blue Moods of Spain (Restless)

0

Cantare dell’amore in un unico, lungo, interminabile blues.

La musica di The Blue Moods of Spain è una sequenza di lentissime e pigre canzoni di una staticità sfiancante e sconcertante quanto il dolore.

L’obiettivo, raggiunto alla perfezione su Ray of Light, è quello di creare un vuoto d’aria che evochi per analogia il languore affettivo dell’anima trascurata. La voce distaccata ed impassibile di Josh Haden accentua l’aria di rassegnata soggezione al dramma della propria vita che è peculiarità di chi ha ceduto le armi davanti al male oscuro sottolineata dalle sparute, macilente note che avanzano con una lentezza quasi disarticolata in un ralenti psicomotorio che rasenta l’astenia.

La musica degli Spain è un tuffo nel blu profondo della solitudine e dell’abbandono.

Un mare che ha smesso di agitarsi (World of Blue) e che sta lì solo per inghiottirci.

Senza neppure uno sciabordio d’onda che possa indicare la nostra presenza ad altre anime in pena su quello stesso mare. Haden non ci dà la possibilità di lanciare nessun SOS. Si limita ad ammirare il nostro e il suo naufragio e a imitare la nostra muta deriva con le note delle sue quattro corde fino ad intonare una elegia funebre che genera raccapriccio e scuote per la glaciale apatia con cui viene invocata: la letargica supplica di Spiritual è l’equivalente funebre della ninna nanna smithsiana di Asleep. E’ una implorazione priva di ogni intensità emotiva, schiacciata dalla percezione drammatica che nessuno verrà in nostro soccorso.

La certezza di una richiesta definitiva e della sua definitiva elisione.

Una richiesta d’aiuto accartocciata dentro una bottiglia destinata ad affondare nel nostro stesso mare di solitudine assoluta e risolutiva.

Una disperazione arida avvolge ogni parola trasformando l’eco di ogni nota nel rimbombo sordo della stanza deserta dove ha trovato alloggio il nostro cuore.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Spain - The Blue Moods Of Spain -