THE BLUE NILE – A Walk Across the Rooftops (Linn)  

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Linn????

Già, Linn.

Che non solo dell’altra faccia della luna si nutriva il mercato dell’alta fedeltà.

Non nella Scozia, perlomeno.

Fondata a Glasgow nel 1973 da Ivor Tiefenbrun, la Linn era una delle tante imprese che negli anni Settanta cercavano di progettare il giradischi definitivo. Per riuscire in qualche modo nell’impresa era necessario avere dei supporti in grado di esaltare le qualità delle sue invenzioni.

Insoddisfatto dalla dinamica dei vinili del periodo e giudicando i Pink Floyd un po’ troppo lontani dal clima umido delle highlands, Ivor pensò di stamparseli da sé, i dischi.

C’era questa nuova band che girava in città, con quel suono moderno e antico allo stesso tempo, così elegante ed intimo che sembrava di sentire il tintinnio di un brindisi su uno chalet battuto dai venti e dalle acque delle Ebridi.

Con quel nome che, come la loro musica, suona un po’ romantico e un po’ triste.

Cantano di città portate via dalla pioggia, affogate dai temporali. E ne cantano come se parlassero di donne strette nei loro soprabiti fradici di acqua, consumati nell’attesa.

Saranno loro ad inaugurare l’avventura discografica della Linn.

Senza svendere la loro musica.

Nessun concerto e un secondo disco sei anni dopo, con addosso i cappelli.

Perché quando piove e corri, puoi prenderti pure la pioggia degli altri.

A Walk Across the Rooftops è un disco che puoi vestire in ogni mese dell’anno. Ma è in autunno, quando il rumore dei tuoni ti costringe ad alzare il volume mentre scorre il mesto corteo di Easter Parade, che sprigiona il meglio di se.

E’ un disco che sa di velluto, di vento che bussa sui vetri, di tassisti troppo distratti, di piccole sorprese gioiose talmente ben studiate (gli inserti funky alla Nile Rodgers che arrivano esattamente allo scoccare dei due minuti e mezzo di Stay e di Tinseltown in the Rain) da risultare poco credibili, trascurabili, effimere.  

E di bicchieri, come dicevo. Verosimilmente mezzi vuoti.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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MATT BIANCO – Whose Side Are You On (Cherry Pop)

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Jazz da aperitivo. Verde come le olive da intingere nel Martini Dry. Nulla di più.

Eppure quella che sembrava essere la più effimera fra le band inglesi ispirate in qualche modo alle fusa del jazz americano è stata, nei fatti, quella sopravvissuta più a lungo, tanto da essere ancora in piena attività, con buona pace dei vari Working Week, Style Council o Everything But the Girl. Tenuti a galla in qualche modo dalle risacche dell’acid jazz e della lounge music, i Matt Bianco continuano ad imperversare nei locali dove si simula un evanescente elogio al pre e al dopo cena tra tintinni di flute e coppette da cocktail in un rituale mondano di fancazzismo di classe per gente che non sa distinguere un lounge bar da un american bar.

E alla quale, dunque, i Matt Bianco col loro spensierato latin-gezz vanno più che bene. Così come andavano bene all’epoca di questo disco di debutto appena ristampato a quanti si accontentavano di vederli rincorrere il sincrono con la traccia audio durante le esibizioni in playback al Festivalbar o negli altri ritrovi per gli iscritti al club del cuore di panna. Perché un tour vero, un concerto vero all’epoca i Matt Bianco non sapevano neppure cosa fosse. Quasi un paradosso, per una band che decide di uscire fuori dal calderone synth-pop di quegli anni per riscoprire il calore del suono acustico e di strumenti veri come contrabbasso, tromba, pianoforte, flauto, organo elettrico e riportali tra la gente. Riuscendoci, in qualche modo e con grande successo, con questo disco d’esordio che mette insieme, anche un po’ a casaccio, improbabili cha cha cha, filigrane bossanova, arredamenti alla Henry Mancini, smooth jazz da salotto, jive saltellanti e i colori carioca che l’amico bassista Kito Poncioni insegna a Mark Reilly ad usare con una buona disinvoltura.

Ma la star del disco è ovviamente Basia Trzetrzelewska, cantante polacca che senza eccedere nei virtuosismi riesce a dare un ulteriore tocco di classe al già ammiccante suono della band e il cui volontario allontanamento lascerà i Matt Bianco privi dai guanti di seta che emergono su pezzi come More Than I Can Bear o la title track.

La riedizione deluxe propone oltre al disco originale la sterminata (ma all’epoca obbligatoria) pletora di remix e versioni estese, le inedite e grezze versioni demo dei classicissimi e una perfetta replica di Half a Minute targata 2016.

Se siete fra gli operosi sportivi del cin-cin e delle serate sugli chalet, qui avrete di che leccarvi le dita. Dopo aver pescato l’oliva dal Martini Dry, ovviamente. E aver sputato l’osso con la classe che vi contraddistingue.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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LEANAN SIDHE – Blue and Gold (and Magic Yellow) (Spittle)

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La politica promozionale di Good Fellas da qualche anno non è delle migliori, scegliendo la complicità di firme “amiche” piuttosto che il rischio della recensione mancina, ma l’idea di togliere polvere dal catalogo Spittle tornando sullo storico passato del “rock italiano” non è davvero da buttare. È così con somma gioia che mi ritrovo ad ascoltare 20 anni dopo (!!!) i Leanan Sidhe. Cazzo, mi dico, allora non è vero che tutti se ne sono scordati, nonostante il libro Anni di Musica dedicato alla scena toscana non li abbia sfiorati nemmeno di striscio!
Io i Leanan Sidhe li conobbi per caso, grazie a Giulio Tedeschi e ai suoi “pacchi regalo” firmati Toast. Ash Grove Primroses, questo il titolo di quel mini qui infilato assieme al secondo e ad un paio di inediti, non poteva non rapirmi, visto che proprio due settimane prima ero rimasto incantato dalla psichedelia increspata e liquida dei Breathless. Qualcosa di sciamanico aleggiava in quello sgranarsi di arpeggi folk intinti nel delay, in quel torbido bucolismo post-punk che lasciava riposare la testa di Ian Curtis sul guanciale morbido e deforme di Syd Barrett. I Leanan Sidhe toglievano l’àncora dalla carcassa della new-wave e facevano andare in alto quel vascello carico di muffe dark. Onore al loro tragitto verticale.

Franco “Lys” Dimauro

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AZTEC CAMERA – High Land, Hard Rain (Rough Trade)

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Nel Gennaio del 1981 New Musical Express stampa la prima di una lunga e gloriosa serie di cassette. Si intitola C81. L’intento è quello di documentare la scena indipendente britannica con un supporto acustico che possa rendere tangibile quello di cui la rivista profetizza sulle sue colonne. Alcuni protagonisti sono già delle stelle. I reduci della stagione ska britannica come Specials o Beat ad esempio. O il santone Robert Wyatt. Oppure i Buzzcocks, le Raincoats, Ian Dury, i Pere Ubu.

Altri sono emergenti. Timidi ma risoluti, come tutti gli emergenti. Tre di loro vengono dal piccolo salvadanaio della Postcard Records. Come dire, cartoline dalla Scozia. Una di queste è scritta con calligrafia incerta ed adolescenziale da un tale Roddy Frame. Sedici anni, all’epoca. We Could Send Letters dice. Appunto.

È la nascita artistica degli Aztec Camera, in breve tempo messi sotto torchio dalla Rough Trade per cagare canzoni sospese tra la gracilità del giovane guitar-pop scozzese e l’appeal “adulto” del cantautorato americano di gente come Paul Simon, Jackson Brown, David Crosby. Perché Roddy, a dispetto della giovane età, è uno che ha la capacità di scrivere canzoni immediate e leggere senza cadere nella mediocrità del pop da boyband. Ha un linguaggio per nulla banale di chi ha letto Keats ed ha provato a tagliarsi con la lametta dell’amore. E delle dita che sanno pizzicare le corde della chitarra con ricercatezza sopraffina, alternando la luminosa letizia degli scatti funky (Walk Out to Winter) alla discrezione sofisticata del jazz (Release), brillanti trame jingle-jangle (The Bugle Sounds Again), il tocco fiero delle vecchie macchine antifasciste di Woody Guthrie e Pete Seeger (Down the Dip) e arpeggi rockabilly (Queen Tattoos, pubblicata come retro per Pillar to Post). Un gruppo capace di fare ingelosire Marr, sin dagli inizi della storia (il chitarrista ammetterà in seguito di aver scritto This Charming Man in un impeto di competizione con la band scozzese dopo aver sentito lo scintillìo della chitarra di Frame su Walk Out to Winter. Personalmente credo fosse poi arrivato ad odiarlo dopo aver ascoltato il tappeto di chitarre che si stende sotto The Boy Wonders, NdLYS). Un talento, quello del giovane Roddy, che anni dopo gli assicurerà una richiesta di “soccorso” da parte di Morrissey per assicurare un futuro agli Smiths dopo gli scazzottamenti verbali col vecchio compare Johnny Marr. Una fucina, quella degli Aztec Camera, da cui gli Smiths avevano già attinto un altro fuoriclasse come Craig Gannon. High Land, Hard Rain è il balcone che accoglie l’apertura delle imposte che danno sulla camera azteca e su Roddy Frame, il ragazzino che tradì David Bowie per Stevie Wonder, senza pentirsene mai.   

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

 

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EVERYTHING BUT THE GIRL – Eden (Blanco Y Negro)

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Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il il disco dell’Autunno.

È il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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AZTEC CAMERA – Knife (Rough Trade)

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Quando arriva l’autunno del 1984, la pesante pioggia annunciata sul disco precedente arriva copiosa sulla copertina di Knife.

Orgoglioso e compiaciuto del suo inequivocabile gusto chitarristico, Roddy Frame vuole stavolta un produttore che esalti queste qualità. La scelta ricade addirittura su Mark Knopfler, ovvero quanto di più lontano dall’estetica neo-esistenzialista dell’epoca Postcard che li aveva allevati quando erano dei pulcini.

Strano quindi che alla fine Knife non sia il disco guitar-oriented che, un po’ timorosi, ci si aspetta. In fin dei conti la presenza di Knopfler diventa invasiva solo in una delle otto tracce, la prolissa e irritante (per chi non sopporta il suono dei Dire Straits come me, NdLYS) Backwards and Forwards. Per il resto l’azione di Mark Knopfler non riesce a penetrare all’interno di una formula espressiva che lui disconosce. Si diverte a prendere in giro la band chiamando Malcolm Ross “Eric” (con riferimento a Clapton) e Campbell Owens “Clarke” (con riferimento altrettanto irritante a Stanley Clarke) e alla fine cerca di coprire tutto con qualche tastiera (affiancando il suo tastierista di fiducia Guy Fletcher alla band) e qualche inserto di fiati cercando di far leva sull’amore dichiarato di Roddy Frame per il suono nero di Stevie Wonder, Prince, Michael Jackson come dimostrano i riff funky di Still On Fire, Just Like the USA e All I Need Is Everything, gli assi pigliatutto dell’album, ridondanti, pletorici e sovrabbondanti dal punto di vista strutturale (il terribile synth e i fiati trionfali che innaffiano la prima, lo smalto sintetico che soffoca la seconda, la lunga coda in cui si spegne la terza quasi a voler dimostrare che se il mercato reclama un hit – e All I Need Is Everything ha tutte le carte in regola per esserlo – il cuore di Frame non ha ancora abdicato da una certa afflizione adolescenziale) ma efficacissimi da quello melodico. E’ grazie a questi, tuttavia, che Knife entra nella storia e nella memoria collettiva. Gli Aztec Camera così come li avremmo voluti (anche per trovare un’alternativa diurna al nostro peluche preferito) finiscono qui.  Quello che verrà dopo è un affare personale di Roddy Frame. Ma pure, ahinoi, un brutto affare.

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

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LLOYD COLE AND THE COMMOTIONS – Easy Pieces (Polydor)

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Un gradino sotto il disco d’esordio, Easy Pieces cerca di rielaborare, arricchendola grazie alla produzione di  Clive Langer e Alan Winstanley (i produttori storici dei Madness e del Costello contemporaneo, NdLYS) la formula di Rattlesnakes senza tuttavia riuscire ad eguagliarne la poesia. La tecnica invasiva del duo Langer/Winstanley compromette in parte l’essenza della musica dei Commotions. La trionfale parata di trombe su Rich, i violini che precipitano su Why I Love Country Music o Minor Character, il basso funky della conclusiva Perfect Blue, i cori soul sul primo estratto Brand New Friend e in generale i nuovi colori con cui si cerca di pennellare il giardino su cui si affacciano i vetri appannati delle finestre dei Commotions rubano un po’ di poesia alla fronte corrucciata di Lloyd Cole e rischiano di farla diventare una versione intellettuale del blue-eyed soul che proprio in quel momento sta venendo fuori dalle sale prova di Fine Young Cannibals e Simply Red e con cui gli stessi Madness stanno in quel momento facendo i conti. Rischio scongiurato dalla penna ancora sagace di Cole e dal plettro di Neil Clark capace di pennellare piccoli capolavori come Grace e Lost Weekend.

È tuttavia il preludio alla imminente catastrofe soft-pop di Mainstream che metterà la parola fine alla breve parabola artistica dei Commotions. Ecco, Easy Pieces nella banalità infame di una Cut Me Down o di una Pretty Gone ci mostrava un Lloyd Cole che si stava trasformando nel barracuda di se stesso.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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PREFAB SPROUT – Steve McQueen (Kitchenware)

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Da ragazzo amavo alla follia l’autunno.

Quell’odore di ozono che si libera l’aria, quella nebbia che ti avvolge come un mantello umido, quel crepitare di foglie gialle sotto le scarpe, quella malinconia di nuvole basse che ti ingolfa l’anima e ti nasconde l’ orizzonte, quello pioggia che si arrende alla terra.

Tutta quella natura che sembra prepararsi a morire e invece si prepara a rinascere più bella di prima.

Insospettabilmente prodotto da Thomas Dolby (principe del synth pop e occasionale produttore di dischi di hip-hop e P-funk, NdLYS) Steve McQueen si sposa alla perfezione con i pomeriggi uggiosi dell’autunno più che con le solari e lunghe giornate estive di quel Giugno dell’85 in cui venne pubblicato toccando il picco creativo nella carriera di songwriter di Paddy McAloon, pallido ventottenne inglese alla ricerca della pop-song perfetta, come quelle di George Gershwin che il protagonista di Hallelujah si ostina ad ascoltare.  

Ostacolato in America proprio dai miti cui si era ispirato (Faron Young e Steve McQueen), il secondo album della formazione di Durham si avvicina a quel sogno fino quasi a raggiungerlo.

C’è una fragilità emotiva pronta a cadere giù come quella pioggia di cui vi parlavo in apertura o come quelle foglie che si spaccano sotto i vostri piedi nelle mattine di Ottobre. Avvolte in un romanticismo malinconico e una mestizia tutta autunnale, When Love Breaks Down, Goodbye Lucille # 1, Desire As, Hallelujah piovono sui vetri gonfie di amori trasformati troppo presto in un album fotografico in una casa troppo piena anche per accogliere i ricordi (Ho sei cose in mente, e tu non sei più tra queste recita Desire As).

Steve McQueen non è mai invadente, nonostante le mille piccole delizie nascoste. Non ostenta e si muove con garbo, sia quando ci porta nell’America del rodeo con Faron Young che quando si abbandona alla bossanova di Horsin’ Around, nella stucchevole e vanitosa When the Angels (vicina alla verve di Joe Jackson), nell’approdo Porteriano di Blueberry Pies o nell’esuberanza pop di Appetite. Vive di una schiva eleganza tipicamente britannica che lo rende un portento di dolore calibrato per ogni adolescente prigioniero di una “timidezza colpevolmente volgare”.

Sareste riusciti a immaginare qualcosa di più lontano da Steve McQueen?

O a pensare ad un Paddy McAloon barbuto e solitario come un Robert Wyatt?

Tutte le stagioni passano.

E dopo l’autunno viene sempre l’inverno.

E ogni tanto l’inverno pare non finire più.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE GO-BETWEENS – Spring Hill Fair (Sire)

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Essere una pop band perfetta e non riuscire a dimostrarlo al mondo.

Chissà.

Se anziché a Brisbane fossero nati a Glasgow. O a Manchester.

Chissà.

E invece no, il destino aveva scelto per loro il Queensland ed i Go-Betweens erano sprofondati in quell’abisso australiano.

La terra della regina. Lontane dalla Regina.

Lontani dagli Smiths, dagli Aztec Camera, da Lloyd Cole and The Commotions, da Jazz Butcher, dagli Orange Juice.

Però il loro cuore batteva lì, sotto le umide primavere inglesi.

Li immaginavo così, i Go-Betweens, nei miei sogni di ragazzino, quando le canzoni come per magia piovevano nella mia stanza prima delle riviste, prima delle fotografie, prima dei video in tv: quattro gentlemen sotto degli ombrelli issati come scudi sotto la pioggia inglese. Poi scoprì che invece i gentlemen erano tre e una era una donzella biondissima. E che la pioggia inglese ce l’avevano dentro l’anima e l’unico ombrello che poteva ripararla era la loro musica.

Persero un po’ di fascino, come succede sempre quando scopri troppo quello che nei tuoi sogni hai solo immaginato. Ma la bellezza della loro musica non ne venne intaccata. Soprattutto perché nel 1984 uscirono fuori con un disco come Spring Hill Fair dove tutto sembrava perfetto. Malinconico e perfetto. Strambo e perfetto.

Come quel vezzo grammaticale delle doppie elle che la band abbandonerà solo nel 2000, portandosi via un altro po’ di magia.

Spring Hill Fair fu la mia coperta di Charlie Brown.

Un disco che ti apre le braccia per accoglierti con una cosa romantica come Bachelor Kisses. Piedi, gambe, cuori, labbra, capelli che si corrono incontro su una spiaggia deserta per uccidersi d’amore vicendevolmente.

Un album che ti avvolge in un abbraccio di lana infeltrita come quello di Five Words, tutta fradicia di spazzole jazz. O che si diverte a farti delle boccacce da spastico come nella Slow Slow Music. Che ti mette seduto su uno sgabello di legno e ti obbliga ad ascoltare le promesse da marinaio di River of Money.

Ti porterò ad Hollywood, ti porterò in Messico.

Sotto, sembra di sentire i Dream Syndicate avanzare nel deserto australiano.

Ma i deserti provocano miraggi, come la calentura oceanica.

Come quando su Part Company ci era sembrato di sentire Johnny Marr, su Unkind and Unwise Lou Reed o su The Old Way Out Tom Verlaine.

Invece erano solo i Go-Betweens.

Qualcuno tiri fuori gli ombrelli. A forma di cuore. Con un buco al centro.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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EVERYTHING BUT THE GIRL – Eden / Love Not Money / Baby, the Stars Shine Bright / Idlewild (Demon)

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Tutto tranne la ragazza.

 

Con questa singolare sigla esordisce il duo formato da Ben Watt e Tracey Thorn nel 1982. Una storia d’amore lunghissima e una artistica durata poco meno di vent’ anni, coronata la prima da un matrimonio e dalla nascita di tre bambini, la seconda da dieci album e da un buon successo commerciale, soprattutto a metà carriera.

La Demon ripubblica adesso in edizione deluxe i primi quattro album della band di Hull, ovvero quelli antecedenti il contratto con Atlantic prima e con Virgin poi. Su ogni doppio cd, oltre alla scaletta storica, un secondo dischetto (unica grossa lacuna l’assenza del primissimo singolo con la cover di Night and Day, NdLYS) con B-sides, sessions radiofoniche e le demo domestiche dove Ben e Tracey lavorano fianco a fianco, muso a muso, occhi negli occhi, costruendo i loro piccoli capolavori di artigianato pop che finiranno su Eden, Love Not Money, Baby, the Stars Shine Bright e Idlewild.

Urge un ripasso? Eccovelo:

Eden: Ogni stagione ha i suoi dischi, legati ad esse come quei rituali quotidiani che ne caratterizzano l’arrivo o il loro lento o frenetico srotolarsi.

Eden è il disco dell’Autunno.

E’ il disco dei cappotti che ridiventano protagonisti degli armadi,

Delle sciarpe che tornano a proiettare le loro curve grigie sulle grucce.

Delle prime piogge che odorano di ozono e di appuntamenti traditi.

Dello spleen appassionato che si appiccica ai vetri e li imbianca di vapore pesante. Delle foglie che corrono impaurite e in fuga sotto i marciapiedi come croccanti larve di clorofilla riuscite a diventare farfalle per un solo giorno.

Eden ha un torpore tutto autunnale, quel bisogno di rifugio dopo le esposizioni solari dell’estate appena passata, quella necessità di sostituire con l’ovatta l’odore di poliestere dei costumi appena sfilati e di trovare riparo tra le coperte lasciando sedimentare i ricordi della bella stagione.

Ben Watt sceglie di raffigurare l’estate che scolora con un batida chitarristico rubato ai maestri della bossanova Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim che caratterizza buona parte dei brani (Each and Everyone, Bittersweet, Even So, Fascination, I Must Confess) ma allo stesso tempo aggiungendo a questa saudade l’amore per il jazz ammiccante ed elegante di Cole Porter (una cover di Night and Day era stato il loro debutto su 45giri solo un anno prima, NdLYS).

Lo dimostrano l’incedere “spazzolato” di Tender Blue, le trombe Bakeriane di Crabwalk o l’organo sincopato della bella Frost and Fire che diventano gli avamposti per il recupero del cool jazz che in quello stesso momento stanno operando personaggi come Style Council, Joe Jackson, Working Week, Sade Adu, Carmel, Matt Bianco.

La voce di Tracey Thorn è l’altro strumento determinante per tratteggiare con misurato distacco questo diagramma di linee semitonali discendenti e di ance discrete. Mai disperatamente accorata, mai del tutto lieta anche quando tutte le altre condizioni sembrerebbero volgerle a favore (il solare riscatto morale cantato su Another Bridge tutta scintillante di chitarre semiacustiche e organo Hammond o nei sapori vagamente spagnoleggianti della poesia d’amore di Even So punteggiata da un sottile gioco di nacchere o nella rilassata e morbida dolcezza sprigionata da The Spice of Life).

Languori pop/jazz che il duo di Hull abbandonerà presto scivolando verso il guitar-pop, il country, il pop orchestrale, fino a rigenerarsi totalmente (e riscattarsi ecomonicamente, NdLYS) nell’elettronica figlia della jungle e del trip-hop dei mid-Nineties ma che qui rappresentano la raffigurazione musicale perfetta dei molli ed esangui pomeriggi autunnali che tornano ad ammuffirci il cuore ogni anno.

 

Love Not Money: Fino all’arrivo dell’Alain Delon sdraiato sulla cover di The Queen Is Dead fu questa la copertina “chiave” della mia adolescenza. Due bambini qualunque che pisciano davanti al relitto dell’età industriale, in un posto qualsiasi dell’Inghilterra del Nord.

Dal paradiso alla Terra, in caduta libera.

Love Not Money abbandona l’introspezione e i toni jazz del disco d’esordio sfoderando una coscienza politica accesa e anti-Tatcheriana che appare già chiara da quello scatto di copertina e tuffandosi in un vaporoso jingle-jangle chitarristico che ha poco da invidiare a quello che nello stesso periodo sta illuminando gran parte dell’anorak-scene di terra d’Albione.

Roba da eskimo e pastrani bagnati dalla pioggerella inglese insomma.

Ma suonata con classe da vendere, tanto da anticipare alcune intuizioni che gli stessi Smiths elaboreranno da lì a breve (Are You Trying to Be Funny? è già Ask, Ballad of the Times è una premonizione di Well I Wonder tra le brume di Suffer Little Children, Anytown si muove sul classico groove ferroviario C&W di Rusholme Ruffians, London, Vicar in a Tutu e altri classici del repertorio di Johnny Marr, così come Trouble and Strife e l’irraggiungibile vetta di When All‘s Well affine all’immaginario Smithsiano anche per l’immagine scelta come copertina del singolo, sciorinano altre delizie semiacustiche assortite).

Ovvio che a me, all’epoca, piacesse da morire. E che, a dispetto dei flirt col jazz, con la musica orchestrale, con il blue eyed soul, con la tropicalia, col funky e con la drum ‘n bass che verranno, restasse nei decenni il miglior album del duo britannico.

Resta, come gocce di pioggia sospese nell’aria, quell’aria un po’ malinconica che aveva reso magico Eden ma stavolta tra le brumose campagne inglesi sembra di scorgere più di uno scintillio.

E se non è ancora tempo di veder tornare le rondini, stormi di gazze volteggiano in attesa di portare via chissà quale tesoro.

Peccato, per l’ingordigia di qualcuno, che qui si parli d’amore e non di monete.  

 

Baby, the Stars Shine Bright: Sfarzi orchestrali, leziosità in stile Tin Pan Alley, stucchi griffati Burt Bacharach. Così si presenta al mondo il terzo album di Tracey Thorn e Ben Watt, annunciato da una copertina che ai pastelli del debutto e al grigio urbano dell’album precedente ha sostituito il disimpegno pop di una grafica ispirata ai musical di Broadway e che sfoggia l’immagine retrò dei suoi primi attori: vestito sartoriale in stile anni ’50 per Ben e abitino stile marinaretto per una Tracey Thorn meno sensuale del solito.

Attorno a loro due la formazione è totalmente cambiata: Micky Harris e Rob Peters sono stati assoldati tramite annuncio per coprire il ruolo di bassista e batterista mentre al piano siede la Cara Tivey che sarebbe diventata la pianista di fiducia di Billy Bragg e, per qualche anno, dei Blur.  

Dentro gli Abbey Road Studios però ad attenderli c’è un’intera orchestra di quarantotto elementi con il compito di dare fiato agli arrangiamenti sintetici che Ben Watt ha studiato per i nuovi pezzi lavorando sui preset orchestrali impostati da casa  Yamaha sul suo nuovo sintetizzatore DX21.

Ampolloso e liricamente schiacciato sul tema abusato della separazione affettiva, del tradimento, dell’abbandono Baby, the Stars Shine Bright sembra messo a puntino per sdoganare la musica degli EBTG presso il grosso pubblico, anche a costo di seppellire la soffice grazia dei primi album sotto una coltre di greve pesantezza pop (Come Hell Or High Water, Careless, Don‘t Let the Teardrops Rust Your Shining Heart, Little Hitler) che ne zavorrano l’ispirazione fino a vederla affondare e scomparire tra gli zuccheri.

Come una raccolta di successi di Cilla Black o una di canzoni d’amore di Glen Campbell e una Tracey Thorn che sembra essersi trasformata in una Caterina Caselli magra ed efebica.

E le stelle che brillano luminose sono solo quelle dell’abete di Natale. 

Idlewild: Dopo il bagno di pailettes di Baby, the Stars Shine Bright Idlewild cerca di recuperare l’essenzialità dei primi album tornando a masticare soffici batuffoli di folk e di neo-soul. L’ispirazione è però ai minimi storici cosicchè l’album è orfano di momenti veramente illuminati e a poco servirà la ristampa immediata del disco con l’aggiunta del singolo estivo I Don‘t Want to Talk About It rubato alla penna di Danny Whitten e che replicherà il successo della versione di Rod Stewart andando a piazzarsi inaspettatamente al numero tre nella classifica dei singoli britannici, vertice fino a quel momento mai raggiunto dal duo inglese. 

Gli arrangiamenti sono molto sobri ed essenziali con un uso moderato dei fiati e un ottimo lavoro alle tastiere ad opera di Damon Butcher. Unica concessione alla “modernità” l’uso (evitabile) della drum machine preferita alle bacchette di Neil Wilkinson che in quel periodo accompagna la band in tour.

Idlewild però scivola via senza lasciare traccia, come un anonimo disco da salotto, con la sua compostezza quasi indisponente e la sua morbidezza confortevole.

Tiri la leva ed ecco un bel divano letto. Giusto per dormire.   

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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