AA. VV. – Jon Savage’s 1967 – The Year Pop Divided (Ace)

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Sequel della bella raccolta dello scorso anno dedicata al 1966, ecco il secondo volume curato da Mr. Jon Savage che, differentemente rispetto alla volta precedente, limita adesso il suo contributo alla scelta delle canzoni e alla stesura delle liner notes di questa straordinaria doppia raccolta. Stavolta dunque niente libro di “supporto” alle quarantotto canzoni scelte tra le tante che segnarono un anno di profonda trasformazione musicale e sociale. L’anno in cui il beat diventa freak, il rock si inacidisce, il soul tramuta in funk e tutta la musica giovane diventa visionaria e multiforme. L’anno in cui il pop si divide, come sottolinea giustamente Savage. La creatività, spesso amplificata dalle droghe, è a livelli stratosferici. Su entrambe le coste dell’Atlantico. E le canzoni scelte dai repertori di 13th Floor Elevators, James Brown, Move, Attack, Byrds, Marmalade, Buffalo Springfield, Rex Garvin, Mickey Finn, Supremes, Third Barbo, Young Rascals, Blossom Toes, Captain Beefheart e le decine di altre lo dimostrano in maniera esemplare ed incontrovertibile.

Non c’è una sola canzone meno che splendida qui dentro.

Ognuna con una sua peculiarità, una sua personalità, un suo peso specifico che la rendono unica eppure universale.

Soldi e tempo spesi benissimo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

BOBBY WOMACK – Check It Out – The Very Best of Bobby Womack (Charly)  

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Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che a venti anni scrive assieme alla sorella Shirley una canzone come It’s All Over Now. La porterà in giro con i suoi fratelli, stregando i Rolling Stones che ne incideranno la loro versione una settimana dopo averla sentita in radio, senza neppure aspettare di tornare in Inghilterra.  

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel Marzo del 1965, con il cadavere di Sam Cooke ancora tiepido, ne sposa la vedova e mette le mani e, pare, qualcos’altro addosso alla loro figlia.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1971 divide coi fratelli Sly e Freddie Stone chili e chili di cocaina e qualche bella schitarrata dentro un album epocale come There’s a Riot Goin’ On della Family Stone.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1972 “regala” a Barry Shear il tema per il suo film, uno tra i tanti del filone d’oro ed ebano della blaxploitation. Quella canzone porta lo stesso titolo della pellicola, Across 110th Street, e l’avrete sentita sicuramente sottolineare l’entrata in scena sul tappeto mobile del Los Angeles International Airport di Miss Jackie Brown, nell’omonimo film di Tarantino.

Non è una canzone qualsiasi. E’ una delle più belle, intense, sensuali, erotiche canzoni di soul orchestrale mai piovute sul pianeta Terra. Lui, l’uomo, il ragazzo, il cocainomane Womack uno dei più talentuosi cantanti e autori di musica nera degli anni Settanta. Uno capace di metterci davvero l’anima nelle cose che canta. Che siano sue o scritte da altri (All Along the Watchover di Dylan ad esempio. Oppure Sweet Caroline di Neil Diamond) poco importa.

Bobby Womack è l’uomo raccontato qui dentro, in ventidue tracce che vanno dal 1969 al 1984. L’uomo che dal 2014 è andato ad accendere un’altra stella nel firmamento del soul, lasciando per sempre la 110ma Strada.

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CURTIS MAYFIELD – Superfly (Curtom)  

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Agli inizi degli anni Settanta, sulle “città di cioccolata”, cade la neve.

L’assassinio di Martin Luther King aveva spento, oltre all’uomo, anche il suo sogno.

E la comunità nera pensò che l’emancipazione sociale poteva essere conquistata attraverso la conquista del rispetto. E che questo rispetto doveva a sua volta passare attraverso la conquista della ricchezza. A qualunque costo.

L’arricchimento più rapido e prodigioso si rivelò essere quello del narcotraffico e dello spaccio, anche a scapito della stessa comunità nera.

Fu così, come dicevo, che la neve cominciò a fioccare sulla cioccolata. Assieme a tantissimo sciroppo di mirtillo. Che credo sia la melassa cromaticamente più vicina al colore del sangue. I fatti di cronaca trovarono una loro collocazione in una sacca hollywoodiana chiamata blaxploitation, dove la violenza, le armi, le pose mafiose, il lusso venivano esibiti con fierezza ed orgoglio, dando il via all’universo scenografico che avrebbe dilagato nei testi e nei video di black music che ancora oggi riempiono i palinsesti di radio e tv. Una delle prime pellicole ad infilarsi in questo filone fu Superfly di Gordon Parks Jr. la cui colonna sonora, nel tentativo di replicare il successo di Shaft (il film diretto dal padre e che di fatto aveva lanciato il fenomeno e ne aveva fatto un successo di botteghino) e di sposare la celluloide ad un adeguato supporto di plastica vinilica, venne affidata a un altro genio della musica nera. Uno che all’emancipazione sana ha sempre creduto e che storce un po’ il naso quando Parks gli mette sotto il naso la sceneggiatura del suo film. Lui che a quel cognome aveva sempre associato l’abnegazione e il gesto di orgoglio di Rosa Parks giù nell’Alabama. E che tuttavia pensa di sfruttare quell’occasione per mettere in guardia sui pericoli delle droghe e del mortale cappio sociale che può stringersi al collo di chi finisce nel giro. Inoltre, assecondando una specifica richiesta del regista, può sperimentare quelle languide strutture easy-funk che il collega Isaac Hayes ha usato per musicare Shaft.

Il risultato è un disco erotico come pochi. Tutto poggiato lascivamente su chitarre morbidissime e funky, bassi sinuosi, fiati erotici e quei tappeti orchestrali che faranno la fortuna di Barry White qualche anno dopo. E, quasi in ogni anfratto, il falsetto di Mayfield. Seducente ed accattivante.

Transgender.

Androgino.

Perché, come dice lui,

I’m your mama, I’m your daddy, I’m the nigga in the alley.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

                                                                       

OTIS REDDING – Otis Blue/Otis Redding Sings Soul (Volt)  

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Per tutta la sua breve carriera, Otis Redding sognò di sedersi sul trono occupato da Sam Cooke. Il trono del Re del soul.

Senza mai mancargli di rispetto. In maniera onesta. Senza sgambettare o barare. Usando le sue stesse carte: quelle che scoprirà su King & Queen, il bell’album del 1967 condiviso con Carla Thomas.

Gli sta alle calcagna, sognando quel momento.

E quel momento arriva. E’ un momento triste ma arriva.

Quando nelle due afosissime giornate del Giugno ’65 in cui Redding è chiuso in studio con il Memphis Group e Isaac Hayes per registrare il suo terzo album, il vecchio Re aveva lasciato il suo trono e il suo regno terreno da sei mesi. Beffardamente, lo stesso giorno in cui Redding dovrà lasciare il suo, tre anni dopo.

L’omaggio a Cooke che non era mai mancato sui dischi precedenti di Otis, si triplica per quello che ha tutte le carte in regola per diventare l’album soul per eccellenza. Quello con gli ingredienti tutti al posto giusto. Quello con Otis ora inginocchiato a supplicare canzoni d’amore e struggimento ora in piedi, dall’alto del suo metro e novanta, a cerimoniare un tripudio di fiati che splendono nel cielo della musica nera come dei fuochi pirotecnici.

Come quelli di (I Can’t Get No) Satisfaction. Quelli che, confesserà il suo stesso autore, Keith Richards aveva sognato come contorno festoso a quella canzone ma che non era previsto nel rigoroso assetto rock ‘n roll degli Stones.

Dopo essere stato incoronato dalla sua gente, penetrare il mercato dei bianchi era del resto uno degli obiettivi di Mr. Otis Redding. Tanto che per la copertina venne scelta una modella di origini ariane che negli anni è stata identificata con Nico e Dagmar Dreger, senza in realtà venirne mai a capo. E’ un passo in avanti verso quel “cambiamento” culturale caldeggiato da Cooke con la sua A Change Is Gonna Come che è una delle tre canzoni prescelte da Redding per la scaletta di Otis Blue.

Un passo verso l’integrazione e il rispetto, quell’altra cosa di cui parla Mr. Big O su questo album, di cui nessuno dei due mostri del soul potranno trarre alcun vantaggio. Volati entrambi via troppo presto, lasciando incustoditi i loro tesori su questa terra.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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JAMES BROWN – Sex Machine (King)  

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Sei concerti al giorno, altrettanti album all’anno, per dieci anni.

Quello che anche la più grande band produce oggi in una intera carriera, James Brown lo realizzava in soli tre mesi.  

Una vera macchina da offensiva militare. Solo che James Brown non sparava altro se non capsule di testosterone e granate funky.

Non per niente lo chiamano Mister Dinamite. Ed è un titolo a cui lui tiene tantissimo. Negli anni Sessanta, non puoi rivolgerti a James Brown senza chiamarlo Mister. O sei spacciato.

Sex Machine è l’ultimo disco live pubblicato su King, prima della stagione Polydor e arriva a suggello di un decennio che ha visto Brown schiantarsi come un uragano sulla comunità bianca (la storica partecipazione all’Ed Sullivan Show dove impone alla produzione la sostituzione dell’orchestra con la sua band), conquistarsi il rispetto di quella nera (come nel famoso show di Boston dove James riesce a sedare una rivolta facendo a meno degli sbirri. Semplicemente parlando alla sua gente. Come un vero Re.) e diventare il cantante più temuto e stimato dello show-biz.

James è sul palco del Bell Auditorium di Augusta. Non ha più i capelli impomatati. Il nuovo taglio afro è una rivendicazione tangibile, fiera, onesta, di orgoglio nero coerente con quanto dichiarato su Say It Loud e con la targa affissa sul suo tour bus parcheggiato fuori dal locale: B Proud!

Dietro di lui, una band IMMENSA che Brown governa con un solo cenno di mano, imponendo loro di non spostare lo sguardo da lui, pena una riduzione immediata del cachet della serata, mostrando l’ammontare dell’ammenda direttamente sul palco, guardando in faccia il musicista che ha sbagliato e indicando l’importo con un rapido cenno delle dita.

Chi suona nella sua band non è pagato per divertirsi, ma per fare il più grande spettacolo itinerante del mondo.

A divertirsi deve essere la sua gente. Urlando che sono neri ed orgogliosi.  

Sex Machine è uno dei dieci live imprescindibili. Mr. James Brown l’uomo che trasportò il soul dall’anima al corpo, digrignando i denti. Perché, come diceva lui: “se un uomo ha i capelli e i denti, ha tutto”.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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CROWN ROYALS – Funky-Do (Estrus) / METALUNAS – X-Minus One (American Pop Project)

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La corona ha sempre avuto un culto feticista per la soul music. Chi ha visto qualche concerto di James Brown sa certo di cosa sto parlando.
L’incarnazione come sublimazione dell’orgia di sudore e ammiccamenti dei suoi shows al testosterone.
Cosa aspettarsi allora di una band che ha scelto di battezzarsi Crown Royals e che per di più intitola Funky-Do! il suo secondo disco?
Un tributo alla black music da party, appunto.
Funky, soul, R & B, jazz uptempo in chiave rigorosamente strumentale per un disco che farà la gioia degli invitati alla vostra festa di compleanno ma, temo, un po’ fuori dal target della Estrus, vista soprattutto la pulizia di suono e l’abilità indiscussa dei quattro ad armeggiare con i propri strumenti.
Non che sia un torto, per carità, ma spesso (e questo è uno di quei casi) la tecnica va a discapito della grinta. Chi ci fa invece sollevare i piedi dalla pista da ballo per portarci sulla luna sono i Metalunas: l’organo di Mark Brodie allunga ombre sci*fi sulle trame disegnate da corde che scintillano nel pallore lunare. 13 strumentali vibranti e superdinamici, una piccola macchina del tempo per azionare il rewind su questo secolo, quando il 2000 sembrava non dovesse arrivare mai e le astronavi erano angeli che volavano nelle pellicole di films surrealisticamente comici.

Franco “Lys” Dimauro   

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AA. VV. – Jon Savage’s 1966 – The Year The Decade Exploded (Ace)  

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Escono in contemporanea il nuovo libro di Jon Savage e quella che ne è la complementare colonna sonora. Non ho ancora letto il primo ma ascoltandone la sua versione audio, è facile capire come Savage, con la perizia che lo contraddistingue, sia andato a scavare non solo superficialmente in uno degli anni-chiave della pop music. E’ l’anno in cui la musica giovane invade il mondo trascinandosi dietro una rivoluzione di costume che, cavalcando l’onda emotiva del boom economico e l’ottimismo prodotto dal ritrovato benessere della classe media, rivitalizza la cultura europea e nordamericana.

È musica carica di energia. Spavalda, schietta, fiera, positiva, audace, allusiva, giovane.

Se il libro racconta sequenzialmente gli eventi di quell’anno fatidico scegliendo una canzone per ogni mese del calendario, questa doppia raccolta ne mette in fila addirittura il quadruplo, con ben quarantotto canzoni pubblicate tra il Gennaio e il Dicembre dell’”anno in cui il decennio esplose”. Alcune molto famose (I Got You, Substitute, Barefootin’, You’re Gonna Miss Me, Summer in the City, I’ll Be Your Mirror, Land of 1000 Dances, I Can’t Turn You Loose, 96 Tears, Reach Out I’ll Be There, You Keep Me Hangin’ On), altre meno (The Quiet Explosion, One of These Days, Do You Come Here Often?, Come On Back, Love at Psychedelic Velocity, People Let’s Freak Out, In the Past), tutte ugualmente umorali e necessarie per definire gli ampi margini della musica di quell’anno.

In attesa di poterlo riascoltare con cognac e sigaro a portata di mano e libro sulle gambe mentre fuori esplode non più un decennio d’amore ma tutto l’odio del mondo, Jon Savage’s 1966 – The Year The Decade Exploded arriva a deliziarmi con la musica di un’epoca sempre ricca di fascino e carica di quell’aria di libertà cui forzatamente ci stanno costringendo a rinunciare.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Georgie Fame Heard Them Here First (Ace)  

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Georgie Fame rappresentò, all’interno della scena mod inglese dei mid-60’s, l’aspetto meno aggressivo e violento di tutto il fenomeno. Il recupero della musica nera che fu una delle prerogative della scena Londinese di quel periodo sfociò, nella musica del pianista del Lancashire, non solo nella rivisitazione dei classici soul della Motown e della Atlantic ma nella rielaborazione di molto jazz orchestrale e del calypso e bluebeat giamaicani. Rielaborazione che, come dimostra questa bella raccolta di matrici pubblicata nella collana Heard Them Here First della Ace, non si discosta quasi per nulla, musicalmente e a volte persino vocalmente, dalle versioni originali che Fame offrì in pasto al pubblico inglese del Flamingo e degli altri club “in” della Swingin’ London. 

Ecco perché chi ama lo stile elegante del musicista inglese si troverà perfettamente a suo agio dentro queste venticinque canzoni spesso del tutto sovrapponibili alle versioni ascoltate sui suoi dischi. Yeh-Yeh! (Lambert, Hendricks & Bavan) , Get on the Right Track Baby (Ray Charles), Monkeying Around (William Bell), Sweet Thing (Spinners), Pride and Joy (Marvin Gaye), Soul Stomp (Eral Van Dyke), Shop Around (Miracles), I Love the Life I Live (Mose Allison) e tutte le altre fanno bellissimo sfoggio di sè e costituiscono un omogeneo e piacevolissimo tuffo nella musica dei primissimi anni Sessanta e del decennio precedente.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE SOLUTION – Will Not Be Televised (Wild Kingdom)    

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In simultanea alle roventi sessions per il terzo album degli Hydromatics Scott Morgan e Nick Royale hanno pensato di tirare su un nuovo disco della loro creatura soul-oriented: i Solution. E così quella che nel 2004 ci era apparsa come una riuscita ma isolata sortita nelle atmosfere soul che furono il primo amore di Scott, quando i Rationals accendevano il Grande Ballroom di una Detroit già in fiamme con le loro covers di Respect o I Put a Spell On You (in arrivo una bella retrospettiva su Ace, NdLYS), ha adesso questa appendice di grandissimo fascino, candidata a entrare nella rosa dei migliori album del 2008. Fiati che “spingono”, cori soul-fashioned e la splendida voce di Scott fanno di pezzi come You Gotta Come Down, You Got What You Wanted o Hijackin’ Love degli standards irrinunciabili per gli amanti del groove nero e gli orfani di Wilson Pickett.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ANDRE WILLIAMS – Rib Tips & Pig Snoots (Soul-Tay-Shus)

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Tornato alle cronache recenti con le sortite per labels come In the Red e Norton accanto a gentaglia come Matt Verta-Ray, Miriam Linna, Mick Collins, Dan Kroha, Green Hornet, Robert Quine o Jim Diamond Andre Williams è uno dei primi niggaz a rivoluzionare la Detroit degli anni Sessanta. Siamo in territori Chess/Motown tanto per intenderci anche se l’approccio di Andre alla materia soul sarà sempre quello del gran bastardo, un po’ volgare (Sweet Little Pussy Cat recitava uno dei suoi pezzi gloriosi) e molto groovy. Un pappone del funky-soul con una cattiva reputazione in fuga perpetua tra mille etichette. Questa bella raccolta del periodo 65-71 raccoglie un po’ di quella merda funky (il ritmo snodato di Pig Snoots è una visione premonitrice di tutto il Jon Spencer che verrà poi) rendendola disponibile per i nuovi adepti del dirty-soul.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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