DEXYS MIDNIGHT RUNNERS – Searching for the Young Soul Rebels (Parlophone) 

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Qualcuno, me compreso, lo ricorda coperto da un’orribile salopette in jeans e unto d’olio motore ma Kevin Rowland aveva una vera ossessione per gli abiti sartoriali e le scarpe eleganti. Kevin era un mod già alla fine degli anni Sessanta, ovvero molto prima che mettesse in piedi la sua prima band. Che non erano i Dexys Midnight Runners. Prima c’erano state altre band, improbabili formazioni country&western, marginali gruppi glam e proto-punk e dozzinali ensemble punk. E nel frattempo arresti a iosa, quasi sempre per rissa, fino all’improbabile sogno di mettere su una soul band e quell’annuncio pubblicato sul Melody Maker con cui lui e il suo amico aprono la caccia ad “un trombonista e un trombettista per un gruppo soul/new wave” con cui nell’Ottobre del 1978 nascono ufficialmente i Dexys Midnight Runners così come avremmo imparato ad amarli: una soul-band bianca e proletaria con un repertorio pieno zeppo di classici Stax, Atlantic e Motown e che quando è davvero su di giri, cosa che capita spesso, si diverte a suonare qualche recente tormentone disco-funk.

Rispetto a tutte le prelibatezze degli innovativi e avanguardistici gruppi new-wave del periodo cui qualcuno li volle associare in qualche modo, i Runners erano qualcosa di completamente old-fashion e retrò: Geno, il loro primo successo, è una sorta di Vorrei la pelle nera tornata a fiorire in qualche impronta lasciata dalle suole degli anfibi indossate dai punk e tutto il loro album di debutto sembra la scaletta di una serata qualsiasi al Wigan Casino. E in effetti da quella scaletta proviene direttamente Seven Days Too Long, successo Northern Soul di Chuck Wood che i Runners riprendono con il medesimo groove d’assalto, come fossero venuti per conquistare quei giovani ribelli del soul che sono venuti a stanare con un’arsenale che prevede marce R&B (Burn It Down, There There My Dear), ballate da lacrimoni soul (I’m Just Looking, I Couldn’t Help If I Tried), strumentali caldi come i corpi sudati di Soul Train (The Teams That Meets in Caffs) e siparietti cantati in falsetto come se si trattasse dell’ultimo successo disco (Thankfully Not Living in Yorkshire It Doesn’t Apply). Piuttosto che in un autoscontro post-punk o new wave siamo dunque dentro un vagone metropolitano che condivide le stesse rotaie di quello degli Specials, quantunque le stazioni di destinazione siano distanti.

Nel cuore della Gran Bretagna i Dexys Midnight Runners vigilavano sulla musica nera armati fino ai denti.

                       

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV – Jon Savage’s 1968 – The Year the World Burned (Ace)  

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Il 1968, ci dice Jon Savage, è l’anno in cui il mondo bruciò.

E molte di quelle fiamme lo avvolgono ancora oggi, quarant’anni dopo.

Il quarto volume curato dal giornalista e scrittore inglese per la Ace Records è pieno zeppo di musiche urticanti ancora oggi. Moderne, rivoluzionarie, eccessive.

Una scelta di canzoni (quarantotto in tutto) che esprimono al meglio il torrido clima di quell’anno, tra pezzi “obbligatori” (Fire di Arthur Brown, Kick Out the Jams degli MC5, Cloud Nine dei Temptations, Everyday People di Sly Stone, I Say a Little Prayer della Franklin, Piece of My Heart della Big Brother &The Holding Co., How Does It Feels to Feel dei Creation, Say It Loud! di James Brown) e una “seconda scelta” per nulla banale, anzi: pezzi poco conosciuti di Pretty Things, Beau Brummels, Canned Heat, Love, Kinks, Buffalo Springfield impreziosiscono tutto il primo dei due dischi mentre sul secondo canzoni come Omnibus dei Move, Machines di Lothar and The Hand People, Lincoln Country di Dave Davies, Eastern Organ della Brother Dan All Stars e Rain dei KAK risplendono come autentiche perle. Innovative e sfolgoranti ancora oggi. Una selezione favolosa, plurivalente dove soul music, reggae, freakbeat, pop music convivono senza umiliarsi l’un l’altro in un carosello infinito di suggestioni e il 45 giri vive il suo ultimo anno di gloria.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BLACK MERDA – Black Merda (Chess)  

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Forse il gruppo-culto per antonomasia del catalogo Chess (che, diciamolo francamente, abbinato al nome della band crea in noi italiani una bizzarra e pecoreccia assonanza, NdLYS), i Black Merda erano una sorta di versione soul dell’Experience, band della quale si erano innamorati sin da subito, già quando si chiamavano ancora Soul Agents realizzando una versione funk di Foxy Lady che anni dopo qui da noi i b-boys scopriranno quando sarà usata come base per Italia di Lou X e dimostrando di essere già dei precursori di quel soul psichedelico che si farà strada con i Temptations, i Bar-Keys, i Parliament e Sly Stone. Il passaggio al nuovo nome, storpiatura color marrone di Black Murder, coincide con la registrazione come back-band dei singoli dell’eccentrico Fugi (colui che aveva cantato I’d Rather Go Blind ad Etta James quando questa era andato a trovarlo a San Quentin dove stava scontando una condanna per rapina a mano armata, NdLYS) per la Cadet, sussidiaria della Chess dentro la cui scuderia finiscono per calpestare ben altra merda, finendo per pubblicare un bellissimo album di debutto dove il loro curioso nome campeggia in tutta autonomia. Il loro amore per il soul sfigurato dal rock di Hendrix è un amore dichiarato da subito, già dall’introduttiva Prophet e poi via via ribadita sui voodoo psichedelici di Cinthy-Ruth, Ashamed o Good Luck.

Black Merda è una delizia mai più replicata dalla band, il cui secondo album vedrà storpiato non solo il loro nome ma anche la loro musica con l’innesto di arrangiamenti orchestrali che proveranno a vendere la loro “merda” anche alla gente ben vestita, senza peraltro riuscirci.

Voi provate a calpestare questa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dai libri di storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ARETHA FRANKLIN – Aretha Now (Atlantic)  

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Quando arriva nei negozi Aretha Now, Aretha Franklin ha da pochissimo compiuto 26 anni ed è già al quindicesimo album. Sono gli anni in cui i contratti con le case discografiche non prevedono un disco ogni due anni, come la norma attuale, ma bensì una spremitura stagionale che può portare a tre, quattro, cinque raccolti annuali. Fuori c’è un pubblico giovane e affamato da saziare e Aretha è una che può sa scatenare e domare le folle. Che abbia abbandonato la musica sacra per dedicarsi al repertorio godereccio del soul, conta poco. La consacrazione era arrivata l’anno precedente, quando sfila dalla tasca di Otis Redding la sua Respect e mette in atto uno dei furti più clamorosi della storia della musica popolare e sulla cui destrezza lo stesso proprietario spenderà parole di elogio ed ammirazione.

Aretha Now è però il disco che le fa conquistare la copertina del Time, un privilegio che l’anno prima era stato appannaggio dei Beatles. E, assieme alla copertina, conquista tutto il popolo americano, anche quello che Time non lo legge e non può comprarselo. Raggiungerà abbondantemente le 40 milioni di copie, man mano che i protagonisti della vita reale si alternano sulla giostra delle copertine del Time.

Un disco che tocca i cieli della perfezione, che è soul elevato a potenza, contagioso di vitalità sfrenata. E questo a dispetto delle “varianti” escogitate dal produttore Jerry Wexler in sede di registrazione, spostando alla chitarra un virtuoso del basso soul come Tommy Cogbill e costringendo la sezione fiati a spingere come dei zampognari per coprire qualche difetto e nonostante le stringate sessions di incisione (cinque giorni, ovvero il tempo impiegato mediamente dai cantanti contemporanei per buttare giù una strofa). Think, See Saw, Night Time Is The Right Time, I Say a Little Prayer, A Change, I Can’t See Myself Loving You sono tutte le bugie peccaminose di cui uomini e donne hanno bisogno per sentirsi amati.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BARRENCE WHITFIELD & THE SAVAGES – Dig Everything! (Ace)  

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Praticamente in concomitanza col suo nuovo eccezionale (ripeto, eccezionale) album, arriva dalle presse della Ace Records la ristampa dei primi due dischi di Barrence Whitfield pubblicati per la Rounder, stipati in CD per la prima volta, in modo che voi possiate prendere la sua ostia consacrata non una, ma due volte. Impregnata di soul e rock ‘n roll della peggior fattura, la musica dei Savages approda alla Rounder nella metà degli anni Ottanta per devastare il suo catalogo di musica roots con Dig Yourself, numero di catalogo 9007. La band ha alle spalle un disco di debutto rovente come un dardo che però, a causa di una produzione casalinga e di una distribuzione carbonara, non ha varcato i patri confini. Stavolta, grazie all’apporto della Rounder, va molto meglio, tanto che la loro musica finisce per varcare non solo i confini del Massachusetts ma quelli dell’intero continente, portando per la prima volta i Savages in Europa, a pisciare tra uno spostamento e l’altro sotto l’ombra dei platani.

In Inghilterra, dove l’eco del revival rockabilly non si è ancora spenta, il fuoco rock ‘n roll dei Savages viene accolto meglio che in patria. Il disco è snello (25 minuti in totale) ed energico. È nero fin dentro le viscere ed allinea oscurissime cover che nessuno riesce a distinguere dai quattro originali scritti da gruppo. Piano honky-tonk, sassofono sguaiato, una voce in falsetto come quella di Little Richard e chitarre che brucano tra i pascoli di Memphis e quelli di Tacoma: roba buona per tirarci su una festa stile Animal House.  

Il rientro a Boston disperde però la band, e per il secondo lavoro su Rounder Whitfield si vede costretto a ricorrere a personale del tutto nuovo. Il risultato delle registrazioni con la nuova line-up è un mini-LP intitolato Call of the Wild. Il suono si è parecchio ma parecchio ammansito, tanto che quando passa Livin’ Proof sembra quasi di intravedere le sagome di Huey Lewis and the News e tutto il disco sembra avvicinarsi più al revival dei Blues Brothers che all’urticante soul dei due dischi precedenti. Che però è una formula vincente, in America, tanto da portare i Savages ad un successo mai raggiunto prima quando, l’anno successivo, la loro Stop Twistin’ My Arm viene scelta accanto alle canzoni di Eurythmics e Graham Parker per accompagnare le scene di True Love.

Ma sono storie che forse la Ace racconterà prossimamente, per adesso fatevi bastare quel che ci è stato concesso. E siate felici, come me. Almeno per lo spazio di un disco.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Jon Savage’s 1965 – The Year the Sixties Ignited (Ace)  

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È il 1965 l’anno al centro del nuovo viaggio di Jon Savage nel cuore dei “magnifici anni Sessanta”, anche se in almeno un paio di episodi, stando alle mie stime, il repertorio scavalla inspiegabilmente all’anno precedente. Siamo all’alba del periodo d’oro della produzione pop che ha impresso indelebilmente quegli anni nella nostra memoria. Le presse Motown, Stax, Atlantic, Decca, Parlophone, Columbia, Pye, King lavorano a pieno regime sfornando dischi di Kinks, James Brown, Marvin Gaye, Marianne Faithfull, Booker T and the MG’s, Martha and The Vandellas, Byrds, Hollies, Yardbirds, Wilson Pickett, Bob Dylan, Supremes, Small Faces, Donovan (e ovviamente Beatles e Rolling Stones che, per ovvi motivi, non possono finire qui dentro senza dover pignorare l’intero edificio in Steele Road sede della gloriosa etichetta londinese, NdLYS). Qui dentro ci sono dei brani semplicemente bellissimi, molti dei quali assolutamente fondamentali per “costruire” il suono del biennio successivo (vedi il caso di Boss Hoss dei Sonics piuttosto che We Sell Soul degli Spades, Can’t Seem to Make You Mine dei Seeds, I’ll Feel a Whole Lot Better dei Byrds, Leavin’ Here degli “altri” Birds, From a Buick 6 di Dylan, Papa’s Got a Brand New Bag di James Brown. E mi fermo, altrimenti sembro il coglionetto qualsiasi che legge la copertina e si fa bello col pisello degli altri).

Un disco, due, rigogliosi.

Come lo erano quegli anni.

Carichi, gli anni e i due dischetti, di musica piena di belle speranze, di fiducia, di ottimismo, di desiderio di esplorare la giovinezza in lungo e in largo, come fosse ancora un campo vergine e inesplorato.

Se non rivelatore, rigenerante.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE UNDISPUTED TRUTH – Nothing But the Truth (Kent)  

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La scelta di Norman Whitfield, l’autore cui era toccato in sorte di riempire in casa Motown il vuoto creativo lasciato da ben tre autori (i fratelli Eddie e Brian Holland e Lamont Dozier), di spostare la direzione del repertorio dei suoi pupilli Temptations verso le terre (quasi) vergini del soul psichedelico non provocò grande entusiasmo tra le fila della formazione di Detroit, suscitando un malcontento che culminò con la defezione di Eddie Kendricks e Paul Williams, per niente a loro agio nei nuovi vestiti creati dal sarto della Motown.

Eppure su quel repertorio Whitfield crede tantissimo. Tanto da mettere in piedi dal nulla una formazione nuova di zecca cui affidarlo, sovrapponendo per qualche anno il repertorio dei Temptations a quello loro e creando dei duplicati d’autore con l’ausilio dei migliori turnisti della casa (e anche di una primitiva e dozzinale drum machine chiamata Bentley Rhythm Ace sul terzo album, NdLYS).

Le due ragazze vengono reclutate tra le coriste più talentuose dell’etichetta madre mentre il cromosoma Y viene garantito da Joe Harris dei Fabolous Peps. Nessuno di loro sa suonare uno strumento, ma la loro miscela di voci è perfetta per quello che Norman ha in mente.  

Con questa formazione a tre gli Undisputed Truth incidono tre dischi fra il ’71 e il ’73, tutti qui raccolti in questa doppia ristampa targata Kent e usciti in origine su etichetta Gordy, una delle quattro divisioni principali in cui è strutturato il grande catalogo Tamla-Motown. Il successo vero sarebbe arrivato solo più tardi, con la band adeguatamente acconciata per fare il “salto” verso la pista da ballo, ma questi tre album di pop-soul con dentro versioni sgargianti di Ball of Confusion, Smiling Faces Sometimes, I Heard It Through the Grapevine, Feelin’ Alright, With a Little Help From My Friends, Papa Was a Rollin’ Stone, If I Die, Big John Is My Name, Law of the Land, Brother Louie e più convenzionali stomper northern-soul come You Got the Love I Need o inni hippie (adesso) un po’ ammuffiti come California Soul e Aquarius rimangono fra le perle del soul che trasmutava dal nero al colore arcobaleno.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Jon Savage’s 1967 – The Year Pop Divided (Ace)

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Sequel della bella raccolta dello scorso anno dedicata al 1966, ecco il secondo volume curato da Mr. Jon Savage che, differentemente rispetto alla volta precedente, limita adesso il suo contributo alla scelta delle canzoni e alla stesura delle liner notes di questa straordinaria doppia raccolta. Stavolta dunque niente libro di “supporto” alle quarantotto canzoni scelte tra le tante che segnarono un anno di profonda trasformazione musicale e sociale. L’anno in cui il beat diventa freak, il rock si inacidisce, il soul tramuta in funk e tutta la musica giovane diventa visionaria e multiforme. L’anno in cui il pop si divide, come sottolinea giustamente Savage. La creatività, spesso amplificata dalle droghe, è a livelli stratosferici. Su entrambe le coste dell’Atlantico. E le canzoni scelte dai repertori di 13th Floor Elevators, James Brown, Move, Attack, Byrds, Marmalade, Buffalo Springfield, Rex Garvin, Mickey Finn, Supremes, Third Bardo, Young Rascals, Blossom Toes, Captain Beefheart e le decine di altre lo dimostrano in maniera esemplare ed incontrovertibile.

Non c’è una sola canzone meno che splendida qui dentro.

Ognuna con una sua peculiarità, una sua personalità, un suo peso specifico che la rendono unica eppure universale.

Soldi e tempo spesi benissimo.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

BOBBY WOMACK – Check It Out – The Very Best of Bobby Womack (Charly)  

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Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che a venti anni scrive assieme alla sorella Shirley una canzone come It’s All Over Now. La porterà in giro con i suoi fratelli, stregando i Rolling Stones che ne incideranno la loro versione una settimana dopo averla sentita in radio, senza neppure aspettare di tornare in Inghilterra.  

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel Marzo del 1965, con il cadavere di Sam Cooke ancora tiepido, ne sposa la vedova e mette le mani e, pare, qualcos’altro addosso alla loro figlia.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1971 divide coi fratelli Sly e Freddie Stone chili e chili di cocaina e qualche bella schitarrata dentro un album epocale come There’s a Riot Goin’ On della Family Stone.

Bobby Womack è l’uomo, il ragazzo, che nel 1972 “regala” a Barry Shear il tema per il suo film, uno tra i tanti del filone d’oro ed ebano della blaxploitation. Quella canzone porta lo stesso titolo della pellicola, Across 110th Street, e l’avrete sentita sicuramente sottolineare l’entrata in scena sul tappeto mobile del Los Angeles International Airport di Miss Jackie Brown, nell’omonimo film di Tarantino.

Non è una canzone qualsiasi. È una delle più belle, intense, sensuali, erotiche canzoni di soul orchestrale mai piovute sul pianeta Terra. Lui, l’uomo, il ragazzo, il cocainomane Womack uno dei più talentuosi cantanti e autori di musica nera degli anni Settanta. Uno capace di metterci davvero l’anima nelle cose che canta. Che siano sue o scritte da altri (All Along the Watchover di Dylan ad esempio. Oppure Sweet Caroline di Neil Diamond) poco importa.

Bobby Womack è l’uomo raccontato qui dentro, in ventidue tracce che vanno dal 1969 al 1984. L’uomo che dal 2014 è andato ad accendere un’altra stella nel firmamento del soul, lasciando per sempre la 110ma Strada.

                                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro