SLEAFORD MODS – Eton Alive (Extreme Eating) 

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Onestamente i consensi raccolti dagli Sleaford Mods in Italia, dove il livello medio di comprensione delle lingue straniere è di poco inferiore a quello di conoscenza della grammatica italiana (quindi viaggiamo non oltre la soglia di 4/10), mi lascia perplesso.

Ben venga, per carità, ma ho l’impressione (sono in cattiva fede oltre che in cattività) che in molti casi si tratti di un hype di facciata. Teoricamente non ci sono motivazioni che possano giustificarlo: i loro live sono tra le cose più noiose della storia (un tizio che parla, tanto, in una lingua di cui noi afferriamo due parole su dieci e un altro con le mani in tasca che ogni tanto gli passa una birra), musicalmente il loro impatto si auto-estingue al terzo brano e non sono per nulla alla moda ne’ nel look ne’ tantomeno nell’ideologia di cui si fanno portavoce (questo vale per chi riesce magari seguendole sulla copertina che le riporta, e non è questo il caso, ad afferrare le liriche delle loro canzoni).

Sono certo che calorosa e ossequiosa accoglienza verrà riservata anche a questo loro nuovo Eton Alive. E io sono felice per loro perché quella del duo di Nottingham è una delle proposte più sincere degli ultimi anni. Sincere e di confine.

La terra calpestata è sempre quella di un crossover urbano circondato da mura di elettronica tenuti assieme da sincopi funk, bassi dark-wave, pattern figli del motorik e della disco teutonica che assumono una forma scheletrica, atrofica e molto politicizzata dei Prodigy (Kebab Spider) o una altrettanto illogica e allegorica creatura metà Bauhaus e metà Fall (Firewall) oppure metà Gang Starr e metà Cure (Top It Up). Ed è una terra piena di ciottoli ed erbacce, di graffiti e bottiglie di alcolici dove qualcuno ha pisciato dentro.

Eton Alive, che piaccia a tanti oppure no, conferma gli Sleaford Mods come piccolo elemento di disturbo nella catena di montaggio della musica pop inglese.

Forse è il caso impariate l’inglese e che cominciate a fare a meno delle chitarre.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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MASSIMO VOLUME – Il nuotatore (42)  

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Diciamocelo subito e francamente: qualsiasi cosa avessero deciso di raccontarci i Massimo Volume su questo loro nuovo disco, sarebbe andato bene. Lo sappiamo bene tutti, inutile mentire. Il motivo è presto detto: lo stile che si sono imposti sin dalla loro ormai lontanissima nascita è talmente peculiare che li autodefinisce senza bisogno che qualcuno si prenda la briga di farlo. La cifra stilistica del racconto personale ed intimo sostenuto da una rete musicale di pregiata trama o di spesso filo spinato post-rock è di quelle che ti impongono di schierarti o dalla loro parte o da tutt’altra, di amarli “in blocco” o di non amarli affatto.

Le “variazioni climatiche”, unica cosa cui la loro musica si fa permeabile, sono solo mutazioni d’accento, moti ondosi sopra i quali la barca del gruppo bolognese avanza ora in placida traversata, ora scossa come le navi di Enea sotto la maledizione di Didone.

Come nei romanzi che ci appassionano anche quando non sono appassionati, i personaggi raccontati da Emidio Clementi diventano uomini e donne a noi familiari se non per qualche ora almeno per qualche minuto, e in quell’istante  in cui passano ci regalano una frase universale da poter scrivere a margine sui nostri diari.  

Le loro storie diventano nostre, perché sono storie ordinarie.

Sono storie di gente che ci passa accanto, che ama, odia e poi se ne va.

Sono le raccomandazioni di mamma, le confidenze di un amico, i sogni di una generazione porzionati affinchè ogni singola comitiva ne abbia qualcuno da condividere e da trasformare in rimpianto o in rimorso comune quando gli anni concederanno il lusso del ricordo.

Il nuotatore è l’ennesimo viaggio senza artifizi in questa Italia romantica che un po’ affoga e un po’ nuota, che si rinnova rimanendo alla fine sempre uguale a sé stessa, che sogna e legge l’America ma che si porta sempre addosso un po’ degli odori delle lasagne di nonna, che raccoglie scampoli della sua memoria e ci tappezza le pareti, ci piastrella l’angolo cottura, ci tira su qualche film, qualche romanzo, ci copre i solchi di qualche supporto fonografico.

Un giorno, quando saremo adulti veri, metteremo i dischi dei Massimo Volume sullo scaffale dei libri.

In soggiorno.

Li ascolteremo coi nostri figli, con i nostri nipoti.

E con un’impuntura sottile cuciremo i nostri ai loro ricordi, trovandoli simili.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JANNACCI – Quelli che… (Ultima Spiaggia)  

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Dire le cose con ironia, sempre. Per far ridere lacrime amare.

Una prerogativa di Jannacci, da sempre.

Analizzare la società italiana, fotografarne i personaggi e realizzare con loro una inesauribile carrellata di macchiette grottesche vessate da emarginazione, pregiudizi, indifferenza umana e disinteresse divino oppure borghesemente appollaiate a cacare sulle teste degli altri. Jannacci si conferma, a metà anni Settanta, il vero interprete del neo-realismo italiano. Il disco che gliene dà occasione si intitola Quelli che… ed è l’album che, dopo tre anni di vuoto discografico e la fine del contratto con la RCA, inaugura il catalogo della nuova, strampalata etichetta di Nanni Ricordi. Canzoni ed intermezzi recitati si alternano in una delle scalette più belle della musica italiana, toccando temi dal fortissimo impatto sociale (la malasanità, la disoccupazione, la vita nelle galere, nelle strade e nelle fabbriche, la ricerca di evasione a tutti i costi o di conforto religioso, il potere conformista dei mass-media e quello devastante della guerra).

Jannacci ci fa sganasciare dalle risate (la geniale lista di Quelli che…, work in progress aggiornabile ad ogni epoca e a differenti contesti, è ancora oggi una delle trovate più esilaranti del canzoniere italiano, NdLYS) ma ci obbliga sempre ad un pensiero, ad una riflessione, ad una considerazione, ad uno schieramento morale. La band messa su per l’occasione (Tullio De Piscopo, Gigi Cappellotto, Pino Sacchetti, Sergio Farina, Bruno De Filippi) è di quelle che non fa sconti, mettendo al servizio dell’artista meneghino un suono pastoso che si sposta con agilità maestosa dal samba al blues dallo swing al funk al jazz elettrico ma è come sempre il gigante Jannacci a farla da padrona, funambolo equilibrista capace di scivolare lungo le pertiche dei generi. Quelli che…, Il bonzo, El marognero, 9 di sera, Vincenzina e la fabbrica, Il monumento sono canzoni dissacranti che demistificano l’uomo moderno, perso dentro un labirinto senza vie d’uscita. Un incrocio perfetto tra Cochi e Renato e Giorgio Gaber, tutti seduti spesso e volentieri al tavolo di Jannacci.

Morire come dei bonzi nella Milano degli aperitivi, all’ombra dei grattacieli o ai margini dei Navigli. Con un solco lungo il viso.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SKY SAXON AND THE VIBRAVOID – A Psychedelic Testament (Clostridium)

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Registrato pochissimi mesi prima della sua dipartita, A Psychedelic Testament può in effetti considerarsi il testamento musicale di Sky Saxon, che in quei mesi assieme ai Vibravoid suona nella loro Düsseldorf in studio e dal vivo fino alla vigilia del Natale 2008. Sky è ormai da tempo uno svagato vecchietto un po’ picchiatello che racconta di mondi inesistenti mentre tamburella su qualche bonghetto, proprio come immaginate un reduce di quella stagione dell’amore che durò, appunto, una stagione. Le visioni freakedeliche dei Vibravoid “agganciano” le poesie visionarie del loro guru per improvvisare una jam già parzialmente pubblicata qualche anno fa dalla Anazitisi Records e adesso ampliata fino a raggiungere quasi gli ottanta minuti di durata, corrispondente all’incirca al tempo di vostre dieci scopate. Sky e la formazione tedesca copulano invece con l’universo fisico e cerebrale che ci ospita, costringendoci ad assistere all’atto mistico e sessuale.

A Psychedelic Testament è dunque un disco che definirei “alchemico” ed esoterico. E, considerato il fatto che gli elementi scelti prevedono un performer che a cantare non ha mai imparato e una band dal suono spesso incline alla libera divagazione, sappiate che il tutto assume un po’ i contorni dell’inafferrabile teiera volante dei Gong. Chi voglia affrontare il viaggio sappia dunque a che tipo di turbolenze andrà incontro e che forse non è opportuno portare bagagli a bordo, soprattutto se questi contengono roba che può zavorrare il volo, mentale prima che fisico.

Perché non è affatto vero che il limite è il cielo. Il limite è la nostra capacità, la nostra volontà di volerlo raggiungere. Sky, visto il nome che si è scelto, prova a insegnarci a superarlo. E noi ci rendiamo conto di quanto sia difficile già a metà seduta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIORGIO GABER – Il signor G (Carosello)  

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La profonda riflessione post-sessantottina conduce Giorgio Gaber alla mutazione di pelle che porterà alla nascita de Il signor G e che lo caratterizzerà per tutti gli anni Settanta.

Chi è Il signor G?

È l’uomo dentro la macchina.

No, non la Torpedo blu. La macchina deformante e omologatrice del Sistema.

Il signor G ne viene inghiottito eppure, come gli altri signor G, sente il dovere morale di criticarlo, di costruirsi un antagonismo di facciata, la smania di protestare pur senza mai mettersi in prima fila. Così, per chiacchierare, per dire la sua. L’uomo che ha raggiunto dei piccoli privilegi borghesi dei quali non vuole privarsi. Eppure Il signor G, che prima di essere tale era uno dei tanti “ragazzi G”, si sente divorato dai dubbi, dalle incertezze, tallonato dalla sua stessa coscienza, vittima di quella disciplina dei sentimenti che la macchina gli impone suo malgrado.

Il risultato è un uomo antropologicamente modificato, svuotato dei suoi eccessi che adesso vengono confinati nel recinto delle depravazioni, costretto a saziare i suoi appetiti in una ciotola di perbenismo cui la società in cui vive da schiavo inconsapevole nonostante tutto lo obbliga. L’uomo le cui rivendicazioni sociali sono state disinnescate dalle regole più abiette del consumismo (Sul muro c’era scritto “Alzateci il salario”: l’ha cancellato un grande cartellone con scritto “Costa meno il mio sapone”).  

È l’uomo qualunque che Gaber racconta dentro i teatri disertando quei palchi da gara canora dove si sente sempre più fuori luogo. Accanto a lui, in giacca, cravatta e cappello, un enorme pallone di gomma. Davanti, un pubblico sbigottito che non sa cosa aspettarsi. Non è uno spettacolo di canzoni, non è prosa, non è cabaret. È solo una di quelle serate dove non sai come vestirti. Una di quelle serate che ti mettono a disagio. Tanti signori e signore G seduti in platea ad applaudire chi in realtà li sta mettendo davanti ai loro stessi turbamenti, alle loro stesse inquietudini taciute, ai loro stessi paradossi. È una dimensione che ovviamente va oltre il contenuto strettamente musicale e che si avvicina invece al “vetusto” concetto di dialettica. Gaber ridefinisce se stesso e si lancia nella grande analisi dell’uomo moderno che diventa la sua cifra stilistica e che lo caratterizzerà per tutto il resto della sua carriera.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

JOHN COOPER CLARKE – Disguise in Love (CBS)  

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In piena artiglieria punk c’era un uomo che andava sul palco facendosi scudo solo con qualche foglio sporco d’inchiostro.

Quell’uomo si chiamava, si chiama tuttora, John Cooper Clarke e, in mezzo al fuoco incrociato di band come Clash, Sex Pistols, Buzzcocks, Damned, fu quello che portò il situazionismo punk alle sue più estreme conseguenze, con la sola forza della parola.

Mentre il pubblico punk si irrigava il palato in attesa di poter dare il via alla sua pioggia di sputi, John Cooper Clarke inforcava gli occhiali e si metteva sul fronte del palco. E parlava a quel pubblico che avrebbe fatto paura anche ad una pattuglia di poliziotti in assetto antisommossa. Spesso, in rima baciata.  

Dietro di lui, una band di (prime)donne invisibili. Gente come Pete Shelley (si, proprio quel Pete Shelley), Martin Hannett (si, proprio QUEL Martin Hannett), Paul Burgess, Steve Hopkins, Bill Nelson. Gente che, in quanto invisibile, poteva permettersi di suonare tutto quello che i punk sdegnavano. E di metterlo anche su disco. Disguise in Love, il secondo della serie, è già musicalmente più agghindato del primo. Ci sono pure le chitarre, anche se non suonano mai come i punk vorrebbero suonassero.

Le Invisible Girls possono permetterselo.

John Cooper Clarke può permetterselo.    

Può pretendere dal pubblico di fare silenzio. E ottenerlo.

Può bussare alla spalla di qualche ubriaco appoggiato al banco del bar e chiedergli di spostarsi.

Può incrociare Joe Strummer che conquista il palco e permettersi di guardarlo negli occhi e dirgli “adesso tu falli urlare”.

Può ammansire la folla senza sforzarsi di essere carino.

Perché lui è John Cooper Clarke.

E Dio proteggerà la Regina e anche lui.

The last thing I need is another friend
I don’t want to be nice.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SLEAFORD MODS – English Tapas (Rough Trade)  

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Ostinazione e tenacia.

Fino a prendersi sempre più spazio tra le pagine delle riviste d’Oltremanica, farsi dedicare un film-documentario e approdare, dopo dieci anni d’artigianato, alla corte della Rough Trade.

Continuando a dire parolacce e ad essere uguali a nient’altro se non a se stessi.

La proposta del duo inglese potrà apparire alla lunga fastidiosa, soprattutto per chi della loro lingua comprende appena “the book is on the table” e “imagine all the people”, ma è di certo una delle più originali e anticonformiste dell’ultimo decennio.

Per chi non avesse ancora incrociato Jason Williamson e Andrew Fearn, diciamo che si tratta di una delle deviazioni più originali del post-punk di stampo Fall/Public Image che siano mai state ordite. Realizzate senza l’ausilio di alcuno strumento acustico o elettrico ma solo con basi ritmiche preregistrate, le canzoni degli Sleaford Mods si propongono come la cosa più proletaria e comunista uscita dalla contea di Nottingham dai tempi di Robin Hood.

Sleali tanto col rock quanto con l’hip-hop, gli Sleaford Mods sembrano ricongiungersi idealmente, senza ricalcarne gli stili, a quell’espressionismo caro a gruppi come Ex, CCCP, Calvin Party, Chumbawamba.  

English Tapas non cambia di una virgola questa attitudine priva di compromessi e man mano che scorrono queste nuove dodici canzoni si ha ancora una volta l’impressione di assistere più all’azione di due writers che si avventano sui muri delle periferie inglesi che di ascoltare un disco.

È l’immagine di un mondo che cova odio e rancori e brucia di sconfitte e di ingiustizie.

Ed è una immagine che pochi riescono oggi a trasmettere con tale forza.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

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Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – The Raven (Sire)  

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“Music from and Inspired by“.

Quante volte lo avete trovato scritto su una qualche copertina di una colonna sonora et similia?

The Raven, ennesima fatica di un uomo stanco, è tratto ed ispirato da POEtry, la spettacolo su Allan Poe portato in scena con la complicità fattiva del registra Robert Wilson. Un disco lungo e complesso.

Un disco pieno di ospiti. Che Reed, nella vecchiaia, non vuole più stare da solo.

E ogni ospite porta qualcosa. Fosse anche un mazzo di rose nere su una delle vecchie poesie di Reed, come fa Antony nell’augurargli un giorno perfetto.

The Raven coniuga l’amore per la parola scritta e narrata tanto cara a Reed con la sua devozione per la musica, sempre più imprevedibile negli ultimi anni della sua vita. Free-jazz, arie da musical, intermezzi sepolcrali, assalti rock, ballate uggiose (Who Am I? è ancora capace di tenere testa alle sue cose migliori, ora che gli anni colorano tutto di una drammaticità più credibile, più pregnante, più nostalgica).

Non è un disco facilmente percorribile, per le tante cose che si porta dentro. E infatti verrà prontamente rieditato in versione singola anziché doppia spurgandolo dei tanti frammenti narrativi e denudandolo quindi in parte della sua anima. Assecondando la nostra propensione alla pigrizia.  

E invece The Raven è un disco che richiede pazienza.

Non averne ne pregiudica l’assimilazione, così come la fretta vi rende il piede malfermo.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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