JANNACCI – Quelli che… (Ultima Spiaggia)  

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Dire le cose con ironia, sempre. Per far ridere lacrime amare.

Una prerogativa di Jannacci, da sempre.

Analizzare la società italiana, fotografarne i personaggi e realizzare con loro una inesauribile carrellata di macchiette grottesche vessate da emarginazione, pregiudizi, indifferenza umana e disinteresse divino oppure borghesemente appollaiate a cacare sulle teste degli altri. Jannacci si conferma, a metà anni Settanta, il vero interprete del neo-realismo italiano. Il disco che gliene dà occasione si intitola Quelli che… ed è l’album che, dopo tre anni di vuoto discografico e la fine del contratto con la RCA, inaugura il catalogo della nuova, strampalata etichetta di Nanni Ricordi. Canzoni ed intermezzi recitati si alternano in una delle scalette più belle della musica italiana, toccando temi dal fortissimo impatto sociale (la malasanità, la disoccupazione, la vita nelle galere, nelle strade e nelle fabbriche, la ricerca di evasione a tutti i costi o di conforto religioso, il potere conformista dei mass-media e quello devastante della guerra).

Jannacci ci fa sganasciare dalle risate (la geniale lista di Quelli che…, work in progress aggiornabile ad ogni epoca e a differenti contesti, è ancora oggi una delle trovate più esilaranti del canzoniere italiano, NdLYS) ma ci obbliga sempre ad un pensiero, ad una riflessione, ad una considerazione, ad uno schieramento morale. La band messa su per l’occasione (Tullio De Piscopo, Gigi Cappellotto, Pino Sacchetti, Sergio Farina, Bruno De Filippi) è di quelle che non fa sconti, mettendo al servizio dell’artista meneghino un suono pastoso che si sposta con agilità maestosa dal samba al blues dallo swing al funk al jazz elettrico ma è come sempre il gigante Jannacci a farla da padrona, funambolo equilibrista capace di scivolare lungo le pertiche dei generi. Quelli che…, Il bonzo, El marognero, 9 di sera, Vincenzina e la fabbrica, Il monumento sono canzoni dissacranti che demistificano l’uomo moderno, perso dentro un labirinto senza vie d’uscita. Un incrocio perfetto tra Cochi e Renato e Giorgio Gaber, tutti seduti spesso e volentieri al tavolo di Jannacci.

Morire come dei bonzi nella Milano degli aperitivi, all’ombra dei grattacieli o ai margini dei Navigli. Con un solco lungo il viso.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SKY SAXON AND THE VIBRAVOID – A Psychedelic Testament (Clostridium)

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Registrato pochissimi mesi prima della sua dipartita, A Psychedelic Testament può in effetti considerarsi il testamento musicale di Sky Saxon, che in quei mesi assieme ai Vibravoid suona nella loro Düsseldorf in studio e dal vivo fino alla vigilia del Natale 2008. Sky è ormai da tempo uno svagato vecchietto un po’ picchiatello che racconta di mondi inesistenti mentre tamburella su qualche bonghetto, proprio come immaginate un reduce di quella stagione dell’amore che durò, appunto, una stagione. Le visioni freakedeliche dei Vibravoid “agganciano” le poesie visionarie del loro guru per improvvisare una jam già parzialmente pubblicata qualche anno fa dalla Anazitisi Records e adesso ampliata fino a raggiungere quasi gli ottanta minuti di durata, corrispondente all’incirca al tempo di vostre dieci scopate. Sky e la formazione tedesca copulano invece con l’universo fisico e cerebrale che ci ospita, costringendoci ad assistere all’atto mistico e sessuale.

A Psychedelic Testament è dunque un disco che definirei “alchemico” ed esoterico. E, considerato il fatto che gli elementi scelti prevedono un performer che a cantare non ha mai imparato e una band dal suono spesso incline alla libera divagazione, sappiate che il tutto assume un po’ i contorni dell’inafferrabile teiera volante dei Gong. Chi voglia affrontare il viaggio sappia dunque a che tipo di turbolenze andrà incontro e che forse non è opportuno portare bagagli a bordo, soprattutto se questi contengono roba che può zavorrare il volo, mentale prima che fisico.

Perché non è affatto vero che il limite è il cielo. Il limite è la nostra capacità, la nostra volontà di volerlo raggiungere. Sky, visto il nome che si è scelto, prova a insegnarci a superarlo. E noi ci rendiamo conto di quanto sia difficile già a metà seduta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

GIORGIO GABER – Il signor G (Carosello)  

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La profonda riflessione post-sessantottina conduce Giorgio Gaber alla mutazione di pelle che porterà alla nascita de Il signor G e che lo caratterizzerà per tutti gli anni Settanta.

Chi è Il signor G?

È l’uomo dentro la macchina.

No, non la Torpedo blu. La macchina deformante e omologatrice del Sistema.

Il signor G ne viene inghiottito eppure, come gli altri signor G, sente il dovere morale di criticarlo, di costruirsi un antagonismo di facciata, la smania di protestare pur senza mai mettersi in prima fila. Così, per chiacchierare, per dire la sua. L’uomo che ha raggiunto dei piccoli privilegi borghesi dei quali non vuole privarsi. Eppure Il signor G, che prima di essere tale era uno dei tanti “ragazzi G”, si sente divorato dai dubbi, dalle incertezze, tallonato dalla sua stessa coscienza, vittima di quella disciplina dei sentimenti che la macchina gli impone suo malgrado.

Il risultato è un uomo antropologicamente modificato, svuotato dei suoi eccessi che adesso vengono confinati nel recinto delle depravazioni, costretto a saziare i suoi appetiti in una ciotola di perbenismo cui la società in cui vive da schiavo inconsapevole nonostante tutto lo obbliga. L’uomo le cui rivendicazioni sociali sono state disinnescate dalle regole più abiette del consumismo (Sul muro c’era scritto “Alzateci il salario”: l’ha cancellato un grande cartellone con scritto “Costa meno il mio sapone”).  

È l’uomo qualunque che Gaber racconta dentro i teatri disertando quei palchi da gara canora dove si sente sempre più fuori luogo. Accanto a lui, in giacca, cravatta e cappello, un enorme pallone di gomma. Davanti, un pubblico sbigottito che non sa cosa aspettarsi. Non è uno spettacolo di canzoni, non è prosa, non è cabaret. È solo una di quelle serate dove non sai come vestirti. Una di quelle serate che ti mettono a disagio. Tanti signori e signore G seduti in platea ad applaudire chi in realtà li sta mettendo davanti ai loro stessi turbamenti, alle loro stesse inquietudini taciute, ai loro stessi paradossi. È una dimensione che ovviamente va oltre il contenuto strettamente musicale e che si avvicina invece al “vetusto” concetto di dialettica. Gaber ridefinisce se stesso e si lancia nella grande analisi dell’uomo moderno che diventa la sua cifra stilistica e che lo caratterizzerà per tutto il resto della sua carriera.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

JOHN COOPER CLARKE – Disguise in Love (CBS)  

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In piena artiglieria punk c’era un uomo che andava sul palco facendosi scudo solo con qualche foglio sporco d’inchiostro.

Quell’uomo si chiamava, si chiama tuttora, John Cooper Clarke e, in mezzo al fuoco incrociato di band come Clash, Sex Pistols, Buzzcocks, Damned, fu quello che portò il situazionismo punk alle sue più estreme conseguenze, con la sola forza della parola.

Mentre il pubblico punk si irrigava il palato in attesa di poter dare il via alla sua pioggia di sputi, John Cooper Clarke inforcava gli occhiali e si metteva sul fronte del palco. E parlava a quel pubblico che avrebbe fatto paura anche ad una pattuglia di poliziotti in assetto antisommossa. Spesso, in rima baciata.  

Dietro di lui, una band di (prime)donne invisibili. Gente come Pete Shelley (si, proprio quel Pete Shelley), Martin Hannett (si, proprio QUEL Martin Hannett), Paul Burgess, Steve Hopkins, Bill Nelson. Gente che, in quanto invisibile, poteva permettersi di suonare tutto quello che i punk sdegnavano. E di metterlo anche su disco. Disguise in Love, il secondo della serie, è già musicalmente più agghindato del primo. Ci sono pure le chitarre, anche se non suonano mai come i punk vorrebbero suonassero.

Le Invisible Girls possono permetterselo.

John Cooper Clarke può permetterselo.    

Può pretendere dal pubblico di fare silenzio. E ottenerlo.

Può bussare alla spalla di qualche ubriaco appoggiato al banco del bar e chiedergli di spostarsi.

Può incrociare Joe Strummer che conquista il palco e permettersi di guardarlo negli occhi e dirgli “adesso tu falli urlare”.

Può ammansire la folla senza sforzarsi di essere carino.

Perché lui è John Cooper Clarke.

E Dio proteggerà la Regina e anche lui.

The last thing I need is another friend
I don’t want to be nice.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

SLEAFORD MODS – English Tapas (Rough Trade)  

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Ostinazione e tenacia.

Fino a prendersi sempre più spazio tra le pagine delle riviste d’Oltremanica, farsi dedicare un film-documentario e approdare, dopo dieci anni d’artigianato, alla corte della Rough Trade.

Continuando a dire parolacce e ad essere uguali a nient’altro se non a se stessi.

La proposta del duo inglese potrà apparire alla lunga fastidiosa, soprattutto per chi della loro lingua comprende appena “the book is on the table” e “imagine all the people”, ma è di certo una delle più originali e anticonformiste dell’ultimo decennio.

Per chi non avesse ancora incrociato Jason Williamson e Andrew Fearn, diciamo che si tratta di una delle deviazioni più originali del post-punk di stampo Fall/Public Image che siano mai state ordite. Realizzate senza l’ausilio di alcuno strumento acustico o elettrico ma solo con basi ritmiche preregistrate, le canzoni degli Sleaford Mods si propongono come la cosa più proletaria e comunista uscita dalla contea di Nottingham dai tempi di Robin Hood.

Sleali tanto col rock quanto con l’hip-hop, gli Sleaford Mods sembrano ricongiungersi idealmente, senza ricalcarne gli stili, a quell’espressionismo caro a gruppi come Ex, CCCP, Calvin Party, Chumbawamba.  

English Tapas non cambia di una virgola questa attitudine priva di compromessi e man mano che scorrono queste nuove dodici canzoni si ha ancora una volta l’impressione di assistere più all’azione di due writers che si avventano sui muri delle periferie inglesi che di ascoltare un disco.

È l’immagine di un mondo che cova odio e rancori e brucia di sconfitte e di ingiustizie.

Ed è una immagine che pochi riescono oggi a trasmettere con tale forza.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

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Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – The Raven (Sire)  

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“Music from and Inspired by“.

Quante volte lo avete trovato scritto su una qualche copertina di una colonna sonora et similia?

The Raven, ennesima fatica di un uomo stanco, è tratto ed ispirato da POEtry, la spettacolo su Allan Poe portato in scena con la complicità fattiva del registra Robert Wilson. Un disco lungo e complesso.

Un disco pieno di ospiti. Che Reed, nella vecchiaia, non vuole più stare da solo.

E ogni ospite porta qualcosa. Fosse anche un mazzo di rose nere su una delle vecchie poesie di Reed, come fa Antony nell’augurargli un giorno perfetto.

The Raven coniuga l’amore per la parola scritta e narrata tanto cara a Reed con la sua devozione per la musica, sempre più imprevedibile negli ultimi anni della sua vita. Free-jazz, arie da musical, intermezzi sepolcrali, assalti rock, ballate uggiose (Who Am I? è ancora capace di tenere testa alle sue cose migliori, ora che gli anni colorano tutto di una drammaticità più credibile, più pregnante, più nostalgica).

Non è un disco facilmente percorribile, per le tante cose che si porta dentro. E infatti verrà prontamente rieditato in versione singola anziché doppia spurgandolo dei tanti frammenti narrativi e denudandolo quindi in parte della sua anima. Assecondando la nostra propensione alla pigrizia.  

E invece The Raven è un disco che richiede pazienza.

Non averne ne pregiudica l’assimilazione, così come la fretta vi rende il piede malfermo.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED/JOHN CALE – Songs for Drella (Sire)  

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La striminzita discografia di Reed degli anni Novanta è intrisa di ricordi, malinconie e ultimi saluti. Una trilogia dedicata alla morte è tutto quello che Lou produce in dieci anni che devono aver pesato sull’anima come macigni. La scomparsa di Warhol, l’uomo che aveva amato e odiato Lou più che ogni altro, è l’occasione per ricongiungersi artisticamente con John Cale, rincontrato e riavvicinato in un vuoto d’aria del proprio orgoglio proprio durante la cerimonia funebre che aveva celebrato il commiato dell’artista newyorkese.

Songs for Drella è dunque il disco di un estremo saluto e, assieme, quello di un ricongiungimento che nessuno credeva più possibile. Ed è un disco bellissimo. Essenziale, spartano, straripante di parole e, nonostante il poco con cui è stato realizzato, anche di suoni. Gravido di quelle che forse sono le ultime canzoni-capolavoro del musicista americano (Starlight, le rarefazioni di Open House, Forever Changed, l’incubo Suicide di Images, Slip Away, Work), figlio anche lui come Warhol di Dracula e di Cenerentola.

Un drappo nero copre la skyline di Manhattan.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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