JOHN COOPER CLARKE – Disguise in Love (CBS)  

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In piena artiglieria punk c’era un uomo che andava sul palco facendosi scudo solo con qualche foglio sporco d’inchiostro.

Quell’uomo si chiamava, si chiama tuttora, John Cooper Clarke e, in mezzo al fuoco incrociato di band come Clash, Sex Pistols, Buzzcocks, Damned, fu quello che portò il situazionismo punk alle sue più estreme conseguenze, con la sola forza della parola.

Mentre il pubblico punk si irrigava il palato in attesa di poter dare il via alla sua pioggia di sputi, John Cooper Clarke inforcava gli occhiali e si metteva sul fronte del palco. E parlava a quel pubblico che avrebbe fatto paura anche ad una pattuglia di poliziotti in assetto antisommossa. Spesso, in rima baciata.  

Dietro di lui, una band di (prime)donne invisibili. Gente come Pete Shelley (si, proprio quel Pete Shelley), Martin Hannett (si, proprio QUEL Martin Hannett), Paul Burgess, Steve Hopkins, Bill Nelson. Gente che, in quanto invisibile, poteva permettersi di suonare tutto quello che i punk sdegnavano. E di metterlo anche su disco. Disguise in Love, il secondo della serie, è già musicalmente più agghindato del primo. Ci sono pure le chitarre, anche se non suonano mai come i punk vorrebbero suonassero.

Le Invisible Girls possono permetterselo.

John Cooper Clarke può permetterselo.    

Può pretendere dal pubblico di fare silenzio. E ottenerlo.

Può bussare alla spalla di qualche ubriaco appoggiato al banco del bar e chiedergli di spostarsi.

Può incrociare Joe Strummer che conquista il palco e permettersi di guardarlo negli occhi e dirgli “adesso tu falli urlare”.

Può ammansire la folla senza sforzarsi di essere carino.

Perché lui è John Cooper Clarke.

E Dio proteggerà la Regina e anche lui.

The last thing I need is another friend
I don’t want to be nice.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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SLEAFORD MODS – English Tapas (Rough Trade)  

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Ostinazione e tenacia.

Fino a prendersi sempre più spazio tra le pagine delle riviste d’Oltremanica, farsi dedicare un film-documentario e approdare, dopo dieci anni d’artigianato, alla corte della Rough Trade.

Continuando a dire parolacce e ad essere uguali a nient’altro se non a se stessi.

La proposta del duo inglese potrà apparire alla lunga fastidiosa, soprattutto per chi della loro lingua comprende appena “the book is on the table” e “imagine all the people”, ma è di certo una delle più originali e anticonformiste dell’ultimo decennio.

Per chi non avesse ancora incrociato Jason Williamson e Andrew Fearn, diciamo che si tratta di una delle deviazioni più originali del post-punk di stampo Fall/Public Image che siano mai state ordite. Realizzate senza l’ausilio di alcuno strumento acustico o elettrico ma solo con basi ritmiche preregistrate, le canzoni degli Sleaford Mods si propongono come la cosa più proletaria e comunista uscita dalla contea di Nottingham dai tempi di Robin Hood.

Sleali tanto col rock quanto con l’hip-hop, gli Sleaford Mods sembrano ricongiungersi idealmente, senza ricalcarne gli stili, a quell’espressionismo caro a gruppi come Ex, CCCP, Calvin Party, Chumbawamba.  

English Tapas non cambia di una virgola questa attitudine priva di compromessi e man mano che scorrono queste nuove dodici canzoni, si ha ancora una volta  l’impressione di assistere più all’azione di due writers che si avventano sui muri delle periferie inglesi che di ascoltare un disco.

È l’immagine di un mondo che cova odio e rancori e brucia di sconfitte e di ingiustizie.

Ed è una immagine che pochi riescono oggi a trasmettere con tale forza.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

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Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED – The Raven (Sire)  

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“Music from and Inspired by“.

Quante volte lo avete trovato scritto su una qualche copertina di una colonna sonora et similia?

The Raven, ennesima fatica di un uomo stanco, è tratto ed ispirato da POEtry, la spettacolo su Allan Poe portato in scena con la complicità fattiva del registra Robert Wilson. Un disco lungo e complesso.

Un disco pieno di ospiti. Che Reed, nella vecchiaia, non vuole più stare da solo.

E ogni ospite porta qualcosa. Fosse anche un mazzo di rose nere su una delle vecchie poesie di Reed, come fa Antony nell’augurargli un giorno perfetto.

The Raven coniuga l’amore per la parola scritta e narrata tanto cara a Reed con la sua devozione per la musica, sempre più imprevedibile negli ultimi anni della sua vita. Free-jazz, arie da musical, intermezzi sepolcrali, assalti rock, ballate uggiose (Who Am I? è ancora capace di tenere testa alle sue cose migliori, ora che gli anni colorano tutto di una drammaticità più credibile, più pregnante, più nostalgica).

Non è un disco facilmente percorribile, per le tante cose che si porta dentro. E infatti verrà prontamente rieditato in versione singola anziché doppia spurgandolo dei tanti frammenti narrativi e denudandolo quindi in parte della sua anima. Assecondando la nostra propensione alla pigrizia.  

E invece The Raven è un disco che richiede pazienza.

Non averne ne pregiudica l’assimilazione, così come la fretta vi rende il piede malfermo.  

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ENABLERS – End Note (Neurot Recordings)  

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End Note fu di quando gli americani ci rubarono i Massimo Volume, senza farsene quasi accorgere. Il post- rock era già in declino e da San Francisco gli Enablers arrivavano a leggere i titoli di coda, pubblicando il loro debut-album su una label estrema come la Neurot Recordings e forse proprio per questo snobbato anche da chi nel nuovo mondo abitato da gruppi come Rodan, Tortoise e Slint aveva fatto  residenza, tanto che il gruppo si troverà presto a “regalarlo” sul proprio bandcamp.

End Note, nonostante la dichiarata ammirazione della band per l’avanguardia di San Francisco di band come Flipper, Tuxedomoon, Factrix e Sleeper, aveva in sé le caratteristiche migliori del post-rock: una tensione emotiva che sfociava in chiaroscuri drammatici accentuati dalle parole, tante, pronunciate da Pete Simonelli.

Un disco emotivamente inquieto.

Accogliente e minaccioso come le onde del mare.

Come di quelle, te ne dimentichi ogni tanto. Finchè non viene a prenderti.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LOU REED/JOHN CALE – Songs for Drella (Sire)  

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La striminzita discografia di Reed degli anni Novanta è intrisa di ricordi, malinconie e ultimi saluti. Una trilogia dedicata alla morte è tutto quello che Lou produce in dieci anni che devono aver pesato sull’anima come macigni. La scomparsa di Warhol, l’uomo che aveva amato e odiato Lou più che ogni altro, è l’occasione per ricongiungersi artisticamente con John Cale, rincontrato e riavvicinato in un vuoto d’aria del proprio orgoglio proprio durante la cerimonia funebre che aveva celebrato il commiato dell’artista newyorkese.

Songs for Drella è dunque il disco di un estremo saluto e, assieme, quello di un ricongiungimento che nessuno credeva più possibile. Ed è un disco bellissimo. Essenziale, spartano, straripante di parole e, nonostante il poco con cui è stato realizzato, anche di suoni. Gravido di quelle che forse sono le ultime canzoni-capolavoro del musicista americano (Starlight, le rarefazioni di Open House, Forever Changed, l’incubo Suicide di Images, Slip Away, Work), figlio anche lui come Warhol di Dracula e di Cenerentola.

Un drappo nero copre la skyline di Manhattan.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PATTI SMITH – Horses (Arista)  

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Come Joan Baez per la stagione folk e Janis Joplin per quella psichedelica, anche la generazione immediatamente successiva, quella che vive i giorni inquieti del punk, adotta la sua musa. Si chiama Patricia Lee Smith ed è nata a Chicago. Ma quando arriva a New York nel 1967, tutti la chiamano Patti. Non sa suonare nessuno strumento. E non imparerà mai. Ma ha un fiume di parole dentro. Le prime le regala agli amici dei Blue Öyster Cult. Poi, decide di metterci oltre al nome, pure la faccia. Un viso che non esprime alcuna sessualità, sotto quel cespuglio di capelli malpotati e incorniciato da un abbigliamento tipicamente maschile. In un bianco e nero rubato ai fotoritratti degli scrittori esistenzialisti. Così la consegna al pubblico americano e alla storia Robert Mapplethorpe.

È lo scatto di Horses, il disco con cui Patti debutta nel mondo della discografia incidendo su vinile le sue poesie sbilenche. Dietro di lei ci sono Lenny Kaye, Ivan Krahl, Jay Dee Daugherty e Richard Sohl. Davanti a lei, dall’altra parte del vetro degli Electric Lady Studios, John Cale. All’occorrenza, ci sono pure Tom Verlaine e Allan Lanier a dare man forte a questa poetessa che non paventa nessuna carnalità ma che in realtà elargisce dosi di sesso e amore a molti di loro.

Quando Horses si affaccia sul mercato nel Dicembre del 1975, non esiste ancora uno scaffale dedicato al punk malgrado sia stato proprio Lenny Kaye a sdoganare il termine cinque anni prima, sulle liner-notes delle sue Nuggets, raccolta-chiave per celebrare le minuscole garage-band degli anni Sessanta. Esiste però tutto il fermento che farà esplodere la scena di lì a breve. Il CBGB’s è già attivo da due anni esatti e il Max‘s Kansas City, sotto la direzione di Tommy Dean Mills, vuole Patti Smith e la sua band come ospiti fissi accanto a Mink DeVille, Television, Suicide, Ramones e Talking Heads, per dare dimora artistica a chi, partendo da arterie diverse, sta facendo coagulare in grumi la nuova musica della città. Fra di loro, è proprio il gruppo di Patti ad esordire per primo su disco, consegnando alla Arista otto reading di quella che viene da subito definita come la “poetessa punk” su una base strumentale che flirta col reggae (Redondo Beach) e col rock (Free Money, la rendition stravolta di Gloria) ma che, fondamentalmente, lavora su strutture molto aperte e sperimentali, su crescendo nevrotici e rivolti dai toni quasi drammatici che creano un mantra disarticolato perfetto per la liturgia intellettuale e fuori dagli schemi della signorina Smith. Che deciderà poi di diventare Signora Smith, lasciando al destino l’ingrato compito di farla diventare vedova Smith a soli 48 anni.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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ERIC MINGUS – Um…er…uh… (Some)

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Potremmo definirlo “talking blues” e non saremmo molto distanti dall’aroma di cui è impregnato questo debutto firmato Eric Mingus. Disco nerissimo per contenuti e riferimenti (il Kravitz spettrale che emerge da Shake Up the World, il Ben Harper minimale nascosto fra le pieghe di Time, il Michael Franti nudo di Lay-Z, i richiami a figure come Gil Scott-Heron o Linton Kwesi Johnson) col quale Eric riesce ad affrancarsi di pesanti fardelli ereditari (certo sarebbe stato difficile per Eric confrontarsi col fantasma del padre Charles sullo stesso terreno di gioco…) e a metter giù un lavoro peso e calibrato che ha nell’essenzialità la sua carta vincente. Come nella bella Sparks…You Said Sparks… : parole che scivolano su un semplice giro di contrabbasso e appena appena colorate da un gingillo elettronico che si divide stereofonicamente lo spettro sonoro. Un monito a dire tutto con l’asciuttezza che manca ai nostri giorni pieni di dischi iperprodotti e tronfi. Geniale.

 

Franco “Lys” Dimauro

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