AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Creative Outlaws (Trikont)

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Il boom economico del secondo dopoguerra, che garantisce alle famiglie di poter finalmente soddisfare non solo i bisogni legati ai beni di prima necessità ma anche di poter spendere i propri risparmi in beni secondari, determinano una diffusione del benessere e la nascita di una nuova sacca di mercato rappresentata dai teenagers. La miccia esplosiva del rock ‘n’ roll arriva a legittimare la loro figura come quella di destinatari ultimi del prodotto musicale. Per tutti gli anni Cinquanta la produzione destinata ai giovani ha tuttavia il compito quasi esclusivo di fornire un’adeguata colonna sonora al loro scompenso ormonale: il rock ‘n’ roll e il suo corrispettivo nero dell’R&B sono strettamente legati al concetto di fisicità e di sesso.  

È solo nel decennio successivo che la musica giovane scopre e rivaluta invece la coscienza civile e sociale, accompagnando l’ingresso dei teenager nell’età adulta e nelle sue contraddizioni. La musica, o almeno una buona parte di essa, cessa di essere pura evasione e si libera del suo ruolo di “pentola a pressione” dove far bollire le smanie giovanili per vestire di abiti politici e farsi portabandiera  della protesta e voce della “contestazione” che vuole controbilanciare se non addirittura ribaltare l’ordine costituito. È il momento in cui l’identità degli adolescenti si emancipa dal concetto di “gang” che l’aveva rappresentata negli anni Cinquanta e che era stata documentata su decine di film in cui teppistelli vestiti di pelle se le davano di santa ragione e assume invece quella valenza sociale passata alla storia come “controcultura”. Ad armeggiarla sono i “fuorilegge creativi” il cui fermento la Trikont vuole documentare in questo bel disco. Artisti folli e visionari che da un lato scardinano la tradizione (Captain Beefheart, Exuma, Country Joe and The Fish, Pearls Before Swine, Holy Modal Rounders) e dall’altro anticipano già la musica del decennio successivo (Stooges, Blue Cheer, Jimi Hendrix Experience, MC5), che saldano la musica alla poesia (Fugs, Shel Silverstein), alla vita da strada (Moondog) e alle stravaganti comunità hippie. Che sfiorano vette altissime di genialità creativa e pure si cimentano in parodie a buon mercato, in pantomime burlone di follia freak come quella dei Godz.

Successero molte cose, dal 1962 al 1970. Moltissime. Una spinta alla biglia del rock che ancora oggi non ha esaurito la sua corsa. Per raccontarle non basterebbero mesi e vagonate di dischi, dunque Creative Outlaws non può che rappresentarne un piccolo sunto, nemmeno lontanamente completo (sorvolando a piè pari su Dylan e tutta la scena folk del Greenwich ad esempio) e del tutto sommario nel contenuto.   

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SINFONICO HONOLULU – Thousand Souls of Revolution (autoproduzione)

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È da due anni che mi chiedo perché i Sinfonico Honolulu non siano esplosi con una canzone come Un giorno come gli altri. E non mi do pace. Perché quella, che chiameremo per comodità canzonetta, è una canzonetta perfetta. Canticchiabile oltre ogni dire. Contagiosa.

Malgrado questo, i Sinfonico Honolulu, mini-orchestra per strumenti rock ed ukulele, sono rimasti confinati nell’underground più remoto. Anzi, per mettere su il nuovo disco si sono dovuti autofinanziare e chiedere l’aiuto in rete. Quel disco arriva oggi, a tre anni dal precedente, con il solo Steve Sperguenzie a farsi carico del lavoro che prima si spartiva con Luca Carotenuto se non addirittura con gente come Mauro Ermanno Giovanardi o Appino.

Sul nuovo disco Sinfonico Honolulu scuoia il rock e ne usa la pelle per vestire il suo corpo anomalo, inconsueto, deforme addirittura se consideriamo le forme che rivestiva prima: Thousand Souls of Revolution smonta e rimonta a suo piacimento dodici piccoli classici degli anni Ottanta. Tredici, con la copertina.

Ne viene fuori un disco sicuramente insolito ma di una gradevolezza assoluta grazie ad un lavoro di produzione meticoloso, diligente, scrupoloso. La dose di coraggio necessaria per ammazzare con uno, due, tre, quattro, cinque, sei ukulele canzoni inviolabili come The Voice degli Ultravox, Strange Little Girl degli Stranglers, Try Try Try di Julian Cope, This Is Not a Love Song dei Public Image Ltd. o The Caterpillar dei Cure, per alzare al cielo un pugno che stringe una minuscola chitarra hawaiana sopra una serie di titoli come The Killing Moon, Personal Jesus o Love Will Tear Us Apart è ripagato e restituito amplificato, come dovrebbe essere un vero atto d’amore. Le trame degli ukulele, notoriamente lo strumento più noioso del mondo, diventano nelle mani dei Sinfonico Honolulu migliaia di piccolissimi spilli da agopuntura che tormentano i corpi di Echo and the Bunnymen, Joy Division, Fine Young Cannibals, Ramones, li avvolgono in centinaia di strisce di garza impregnata di balsamo di tigre e li restituiscono al mare, facendoli brillare sotto un sole che poteva appartenergli e che spesso non gli fu gradito.

Un atto d’amore, dicevo.

E voi? Di cosa parlate quando cianciate d’amore?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

FATHER MURPHY – Rising. A Requiem for Father Murphy (AVANT!)  

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Vanno via così, i Father Murphy. Strappando addirittura una copertina a Il Muschio Selvatico Magazine di Maggio 2018. Una sola però, che l’altra tocca agli A Perfect Circle. Al Muschio Selvatico, dico. La rivista che per millenni ci ha dopato i testicoli con i cantautori yankee e col rock italiano, nuovo solo per lei. Non sono soddisfazioni (che dedicare una copertina ai Father Murphy solo ora che hanno deciso di andarsene mi par cosa di pessimo gusto) ma è il segno che il mondo della carta igienica sta davvero scegliendo delle strategie di marketing rivoluzionarie (oltre a questa con i Father Murphy di recente ne ho visti rotoli con la faccia di Trump, con il facsimile delle banconote, con la foto di Calcutta e addirittura dei rotoli completamente neri: i migliori).

E così Murphy, il personaggio immaginario che Federico Zanatta e Chiara Lee hanno creato dal nulla, arriva all’atto conclusivo e assiste alla sua morte. Si tumula e canta le odi in sua memoria, come un personaggio scivolato via da un copione dei Monty Python. Ma l’aria che si respira su Rising. è tutt’altro che ironica o demenziale. Siamo al cospetto di una vera e propria elegia funebre, ad una rilettura personale ma anche rispettosa dei “canoni” classici del Requiem cattolico (dall’Introito fino ai testi sepolcrali dell’In paradisium e del Libera Me, seppur ridotto a un inquietante e viscido strofinio di larve saprofaghe), al cerimoniale cristiano definitivo, alla sindone che veste i corpi che hanno affrontato l’Apocalisse.

Quel che Father Murphy ci regalano è l’abbandono. Lo sgomento davanti alla morte carnale che si trasforma in composta accettazione del trapasso e quindi in contemplativo, mistico allontanamento dal dolore. Materia che diventa aria, lacrime che si trasformano in vapore. Sublimazione ed evaporazione in un attimo dalla lunghezza infinita. Finché i corpi che ci hanno lasciati e quelli che ancora ne osservano muti l’erosione ultima e definitiva non si siano completamente essiccati.

Rising. è dunque disco metafisico e trascendente. Viverlo con inquietudine o con rilassata agiatezza interiore è affar vostro, non più loro. Men che meno mio.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

THE RUTLES – The Rutles (Warner Bros.)  

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Non si sa bene chi fosse fan di chi fatto sta che Paul McCartney corteggia artisticamente Neil Innes, per un periodo della sua vita. Dal canto suo Neil Innes sacrifica gran parte della sua interpretando John Lennon. La storia dei Beatles si intreccia con quella di Neil Innes già nel ’67, quando Paul impone a John la presenza della Bonzo Dog Doo-Dah Band nel loro Magical Mistery Tour. Ma è quasi dieci anni dopo che Innes ha l’intuizione definitiva: mettere in piedi un gruppo-parodia che sfrutti tutti gli artifici musicali caratterizzanti utilizzati dai Beatles realizzando una replica praticamente perfetta. Non si tratta, come era stato negli anni Sessanta per centinaia, migliaia di gruppi di utilizzare i Beatles come supremo modello ispirativo ma di realizzare “in vitro” un Frankenstein incastrando alla perfezione gli elementi tipici della scrittura Beatlesiana e di abbinarla a testi dichiaratamente ironici che svelino in maniera altrettanto precisa l’intento parodistico e canzonatorio del progetto Rutles. Sono canzoni che non valgono nulla, ovviamente. Ma i Rutles sono un progetto antropologicamente interessante, perché la loro pop-art “mirata” mette a nudo quell’idolatria e quel fanatismo che sono fonte essenziale di ogni mito musicale e bisogno primario che muove una grandissima fetta del mercato musicale (più di quella che pensate e che non si esaurisce nella profusione di ristampe, raccolte, libri, biografie ma trova un canale subliminale altamente “inquinante” e persuasivo nel mondo delle colonne sonore e degli spot pubblicitari).

Proprio come i fanatici più incalliti, i Rutles hanno motivo di esistere solo in funzione di un mito pre-esistente. Senza i Beatles, i Rutles non sarebbero nulla. È questo il messaggio lanciato dal loro primo disco. La loro vita si compie e si esaurisce nella contemplazione di quel mito. Ma Innes e i Rutles vanno ben oltre, si sostituiscono integralmente a quel mito creando una vita parallela “autenticamente falsa” e perfettamente sovrapponibile a quella dei loro eroi, con tanto di morti presunte e teorie complottiste (la Dirk Is Deaf contrapposta alla Paul Is Dead).

Un romanzo nel romanzo.

Tanti fakes piccolini dentro un unico fake enorme.           

The Rutles dimostra in maniera lapalissiana quanto il rock ‘n roll sia già stato destinato alle bacheche da museo. Ora, nel 1977, si può passare fra le sue teche e fotografarne ammirati i pezzi esposti. Di più, si può distinguere un originale dal suo falso, studiandoli uno ad uno, valutandone l’approssimazione rispetto ai modelli base.

Niente più emozione, solo studio estetico e valutazione collezionistica.

Niente più guerra, solo cimeli.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SHAMPOO – In Naples 1980/81 (EMI)  

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Prima dell’invasione cinese, i falsi d’autore erano egemonia assoluta dei napoletani. Una vera e propria industria parallela che, unita all’arte di arrangiarsi e alla fantasia senza limiti del popolo partenopeo, faceva della città italiana l’eccellenza del mercato tarocco. Prodotti e sottoprodotti sfornati a Napoli invadevano l’Italia e quella parte di mondo raggiungibile prima dell’avvento di internet.

Gli Shampoo furono uno di questi. Se non la cosa migliore, sicuramente una delle vette della produzione popolare napoletana di sempre.

L’idea era nata all’allora presidente del Napoli Calcio Corrado Ferlaino che, in combutta con Gianni De Bury e Giorgio Verdelli della Radio Antenna Capri di cui Ferlaino era allora editore, aveva annunciato in occasione di un’amichevole contro il Liverpool, nientemeno che la reunion di “quattro ragazzi di Liverpool”. Quello che accadde, quando la Rolls Royce attraversò le stradine del Vomero, è rimasto nella memoria collettiva dei centocinquantamila accorsi in città come uno degli eventi pop più eccitanti del secolo scorso. Un misto di emozione fibrillante, di sconcerto e di delusione che non sarà mai più ripetuto. Perché, una volta aperti gli sportelli, dalla limousine scesero quattro ragazzoni napoletani con tanto di parrucconi alla Beatles e che qualcuno del quartiere riconobbe in Massimo e Lino D’Alessio, Pino De Simone e Costantino Iaccarino.

Il linciaggio però non ci fu. Che i napoletani sanno stare allo scherzo. E il concerto dei “Beatles” fu un vero tripudio. Perché, se è vero come è vero, che non si trattava del gruppo di Liverpool, i quattro guaglioncelli napoletani non ne facevano per nulla rimpiangere l’assenza. La loro parodia era, come le lacrime di San Gennaro, portentosa. Fedelissime nei suoni e nelle armonie ai Beatles originali, le cover degli Shampoo riadattavano le canzoni del gruppo inglese al dialetto napoletano con una naturalezza surreale, tanto che in un universo parallelo qualcuno avrebbe potuto azzardare che furono i Beatles a copiare dagli Shampoo e non viceversa.

Ne furono convinti pure alla EMI, cui la band approdò grazie a Renzo Arbore. L’etichetta storica dei Beatles. Che nel 1980 pubblicò l’album degli Shampoo, in una edizione verde delle storiche raccolte blu e rosse dei Beatles e sostituendo la famosa mela con una succosa pummarola napoletana. E che è un disco fantastico. Senza tema di smentita il miglior disco-tributo ai Beatles di sempre. Un prodotto proletario e nazional-popolare capace di fare tabula rasa delle caricature semi-intellettuali di Rutles e Residents e di brillare di una scioltezza verosimile e tangibile.

Un album che sposa in maniera sorprendente l’ottimismo del popolo di Napoli con quello dell’Inghilterra del boom economico.

Un disco cult da annoverare tra i classici.

Gli Shampoo l’unico complesso capace di lavare i panni dei Beatles nell’acqua del Golfo.

Corrado Ferlaino l’uomo che sconfisse il Liverpool due volte in un solo giorno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Songs in the Key of Z Vols. 1 & 2 (Cherry Red)  

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Nel girone A ci stanno le grandi star della musica. Che facciano canzonette o che si vestano da supereroi del rock, poco importa. In quel girone giocano i fuoriclasse, i superpagati, quelli che riempiono gli stadi, gli schermi TV, le piattaforme di musica digitale, quel che resta dei negozi di dischi e il loro conto corrente. Quelli che quando muoiono lasciano una striscia bavosa di commozione condivisa sui social. Che poi arriva la raccolta di inediti ad asciugare il pianto.

Poi ci sta il girone B. Atleti del rock o della musica leggera il cui campionato viene seguito da un gruppo assolutamente meno nutrito di appassionati che compensa col fanatismo la propria deficienza numerica.

Ma, nell’ultimo girone, chi ci sta?

Ce lo racconta Irwin Chusid in un tomo di quasi trecento pagine intitolato Songs in the Key of Z e che apre le cataratte su una cascata di musica assolutamente mediocre. O assolutamente geniale. Completamente svincolata dalle logiche del gusto estetico, del mercato così come dalle convenzioni melodiche, tecniche e ritmiche, è finita nei rigurgiti della storia per suonare esattamente come un errore, un fastidio, un porro cisposo sulla faccia morbida e tersa della pop-music, un’ascella orgogliosa del suo pelo in un universo dove la peluria ascellare è ritenuta oscena.

Un mondo dove gli “idoli” che nessuno andrà ad applaudire si chiamano Shaggs (inguardabili, inascoltabili, improponibili in qualunque contesto, dalla festa in parrocchia ai palchi per i giovani talenti, eppure…), Daniel Johnston (che sull’accoppiata disarmonico/registrazione casalinga costruirà non solo la sua carriera ma quella di molti altri), Tiny Tim, Legendary Stardust Cowboy, la pilota di jet Tangela Tricoli e che vestono i panni di improbabili caricature di Presley, di Johnny Cash e di Cliff Richard o quelli di buskers fuori dal comune come la Space Lady di Boston o l’assurdo violinista Thoth e che hanno inni che nessuno canterà come Rock ‘n Roll McDonald’s, Jet Lady o El Touchy.

La cosa buffa (ma per niente paradossale) è che questa doppia raccolta che si fa carico di essere la “stampella” audio del libro di Chusid è, essa stessa, claudicante e malferma, con le sue canzonacce stonate e grezze o, per contrasto, zuccherate con edulcorante di infima e mielosa qualità (valga per tutte At the Grass Roots di Sri Darwin Gross scritta ed arrangiata dall’autore nel 1972 per essere in tutto e per tutto uguale alla musica popolare americana pre-avvento del dio Elvis). È un universo che oggi, riverberato dalla rete e riaggiornato alle nuove istanze musicali (elettronica, hip-hop, grime, ecc.), è tornato a lordare il mercato, stavolta inondandolo di fenomeni-spazzatura come il lol-rap.  

L’orinatoio della musica pop.

Il punto più basso del corpo sensuale del rock ‘n roll.

Ben molto al di sotto del Punto G, appunto.

Il punto Z.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

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Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

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Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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