SHAMPOO – In Naples 1980/81 (EMI)  

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Prima dell’invasione cinese, i falsi d’autore erano egemonia assoluta dei napoletani. Una vera e propria industria parallela che, unita all’arte di arrangiarsi e alla fantasia senza limiti del popolo partenopeo, faceva della città italiana l’eccellenza del mercato tarocco. Prodotti e sottoprodotti sfornati a Napoli invadevano l’Italia e quella parte di mondo raggiungibile prima dell’avvento di internet.

Gli Shampoo furono uno di questi. Se non la cosa migliore, sicuramente una delle vette della produzione popolare napoletana di sempre.

L’idea era nata all’allora presidente del Napoli Calcio Corrado Ferlaino che, in combutta con Gianni De Bury e Giorgio Verdelli della Radio Antenna Capri di cui Ferlaino era allora editore, aveva annunciato in occasione di un’amichevole contro il Liverpool, nientemeno che la reunion di “quattro ragazzi di Liverpool”. Quello che accadde, quando la Rolls Royce attraversò le stradine del Vomero, è rimasto nella memoria collettiva dei centocinquantamila accorsi in città come uno degli eventi pop più eccitanti del secolo scorso. Un misto di emozione fibrillante, di sconcerto e di delusione che non sarà mai più ripetuto. Perché, una volta aperti gli sportelli, dalla limousine scesero quattro ragazzoni napoletani con tanto di parrucconi alla Beatles e che qualcuno del quartiere riconobbe in Massimo e Lino D’Alessio, Pino De Simone e Costantino Iaccarino.

Il linciaggio però non ci fu. Che i napoletani sanno stare allo scherzo. E il concerto dei “Beatles” fu un vero tripudio. Perché, se è vero come è vero, che non si trattava del gruppo di Liverpool, i quattro guaglioncelli napoletani non ne facevano per nulla rimpiangere l’assenza. La loro parodia era, come le lacrime di San Gennaro, portentosa. Fedelissime nei suoni e nelle armonie ai Beatles originali, le cover degli Shampoo riadattavano le canzoni del gruppo inglese al dialetto napoletano con una naturalezza surreale, tanto che in un universo parallelo qualcuno avrebbe potuto azzardare che furono i Beatles a copiare dagli Shampoo e non viceversa.

Ne furono convinti pure alla EMI, cui la band approdò grazie a Renzo Arbore. L’etichetta storica dei Beatles. Che nel 1980 pubblicò l’album degli Shampoo, in una edizione verde delle storiche raccolte blu e rosse dei Beatles e sostituendo la famosa mela con una succosa pummarola napoletana. E che è un disco fantastico. Senza tema di smentita il miglior disco-tributo ai Beatles di sempre. Un prodotto proletario e nazional-popolare capace di fare tabula rasa delle caricature semi-intellettuali di Rutles e Residents e di brillare di una scioltezza verosimile e tangibile.

Un album che sposa in maniera sorprendente l’ottimismo del popolo di Napoli con quello dell’Inghilterra del boom economico.

Un disco cult da annoverare tra i classici.

Gli Shampoo l’unico complesso capace di lavare i panni dei Beatles nell’acqua del Golfo.

Corrado Ferlaino l’uomo che sconfisse il Liverpool due volte in un solo giorno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Songs in the Key of Z Vols. 1 & 2 (Cherry Red)  

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Nel girone A ci stanno le grandi star della musica. Che facciano canzonette o che si vestano da supereroi del rock, poco importa. In quel girone giocano i fuoriclasse, i superpagati, quelli che riempiono gli stadi, gli schermi TV, le piattaforme di musica digitale, quel che resta dei negozi di dischi e il loro conto corrente. Quelli che quando muoiono lasciano una striscia bavosa di commozione condivisa sui social. Che poi arriva la raccolta di inediti ad asciugare il pianto.

Poi ci sta il girone B. Atleti del rock o della musica leggera il cui campionato viene seguito da un gruppo assolutamente meno nutrito di appassionati che compensa col fanatismo la propria deficienza numerica.

Ma, nell’ultimo girone, chi ci sta?

Ce lo racconta Irwin Chusid in un tomo di quasi trecento pagine intitolato Songs in the Key of Z e che apre le cataratte su una cascata di musica assolutamente mediocre. O assolutamente geniale. Completamente svincolata dalle logiche del gusto estetico, del mercato così come dalle convenzioni melodiche, tecniche e ritmiche, è finita nei rigurgiti della storia per suonare esattamente come un errore, un fastidio, un porro cisposo sulla faccia morbida e tersa della pop-music, un’ascella orgogliosa del suo pelo in un universo dove la peluria ascellare è ritenuta oscena.

Un mondo dove gli “idoli” che nessuno andrà ad applaudire si chiamano Shaggs (inguardabili, inascoltabili, improponibili in qualunque contesto, dalla festa in parrocchia ai palchi per i giovani talenti, eppure…), Daniel Johnston (che sull’accoppiata disarmonico/registrazione casalinga costruirà non solo la sua carriera ma quella di molti altri), Tiny Tim, Legendary Stardust Cowboy, la pilota di jet Tangela Tricoli e che vestono i panni di improbabili caricature di Presley, di Johnny Cash e di Cliff Richard o quelli di buskers fuori dal comune come la Space Lady di Boston o l’assurdo violinista Thoth e che hanno inni che nessuno canterà come Rock ‘n Roll McDonald’s, Jet Lady o El Touchy.

La cosa buffa (ma per niente paradossale) è che questa doppia raccolta che si fa carico di essere la “stampella” audio del libro di Chusid è, essa stessa, claudicante e malferma, con le sue canzonacce stonate e grezze o, per contrasto, zuccherate con edulcorante di infima e mielosa qualità (valga per tutte At the Grass Roots di Sri Darwin Gross scritta ed arrangiata dall’autore nel 1972 per essere in tutto e per tutto uguale alla musica popolare americana pre-avvento del dio Elvis). E’ un universo che oggi, riverberato dalla rete e riaggiornato alle nuove istanze musicali (elettronica, hip-hop, grime, ecc.), è tornato a lordare il mercato, stavolta inondandolo di fenomeni-spazzatura come il lol-rap.  

L’orinatoio della musica pop.

Il punto più basso del corpo sensuale del rock ‘n roll.

Ben molto al di sotto del Punto G, appunto.

Il punto Z.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Instro Hipsters a Go-Go! (Psychic Circle)

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Peccato davvero che l’Italia, che proprio a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta qui setacciati offrì alla musica strumentale un apporto fondamentale e di influenza storica grazie a nomi sempiterni come Ennio Morricone, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Nicolai o Goblin, sia stata quasi bandita da questo goloso buffet di prelibatezze strumentali e costretta ad essere rappresentata dai soli Paolo Tofani (con i due brani dal suo singolo del 1973 stampato come Electric Frankenstein per la Cramps) e dall’Orchestra di Armando Sciascia (quello che nei primi dischi di beat italiano trovate celato sotto il nome di Pantros e qui presente con un estratto dalla colonna sonora del telefilm I Bugiardi, NdLYS). Una pecca veniale che tuttavia non scalfisce il piacere di solcare le onde di queste centoventitre delizie di svolazzanti organi Hammond, chitarre effettate, colorati sbuffi di trombe, mugugni di piacere, groove jazz, piccole caricature rocksteady, yè-yè silenziosi, residui da potature raga, effluvi psichedelici, passi mariachi, bhangra e carioca, ombre da spy-movie e piccoli luccichii argentei da science-fiction.

Un bagno rigenerante nella musica senz’altre pretese se non quella di tenerti compagnia e di scaldarti le spalle con una tovaglia di spugna intiepidita dai vapori.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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GOBLIN – colonna sonora originale del film Profondo Rosso (Cinevox)  

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Forse non ci credevano neppure loro. E di certo non ci credeva Dario Argento, che a loro era arrivato come ripiego dopo aver ricevuto le pernacchie di gente come Pink Floyd ed Emerson, Lake & Palmer in risposta alla sua educata richiesta di avere delle musiche per quello che sarebbe diventato il “suo” film. E che invece, oltre a diventare il suo, diventò pure quello dei Goblin. Per sempre.

La mezz’ora scarsa di musica che i Goblin impacchettarono dentro gli Ortophonic Recording Studio nel Febbraio del 1975 riarrangiando in parte quanto già scritto dal primo affidatario Giorgio Gaslini e scrivendo di sana pianta una buona metà del materiale, tra cui l’epocale tema del film destinato a diventare l’imprimatur di tutto il lavoro contribuendo ad incollarlo alla memoria collettiva per tutto il secolo a venire, è uno dei più colossali, fantasmagorici lavori di tutta la stagione prog italiana.

Costretti a vivere artisticamente una vita di “serie B” (i fanatici del prog li tratteranno sempre come “semplici” autori di colonne sonore, cosa che peraltro continueranno a fare egregiamente per altri quindici anni, come degli Umiliani o Piccioni qualsiasi) e ad essere relegati ai margini di qualsiasi enciclopedia sul fenomeno prog-rock, i Goblin qualche bella soddisfazione artistica (i Van der Graaf Generator come gruppo spalla fecero mordere le mani dall’invidia a molti nomi altisonanti, in Italia e anche all’estero) ed economica se la presero, alimentando un culto che non accenna a spegnersi e che ancora oggi fa ombra su nomi all’epoca più rispettati. Profondo Rosso, con quell’inquietante giro di moog e quell’esplosione di organo a canne (il primo realizzato con un presettaggio del sintetizzatore, le seconde con l’ausilio di qualche buon amico borgataro, NdLYS) è diventato forse più ancora di quella Tubular Bells scelta per L’esorcista a cui si ispirava con ostentata fierezza il “classicone” da musica horror. Ma la spericolata fusion di Death Dies, le flatulenze Soft Machine di Wild Session e il Crimsoniano intreccio jazz tenuto assieme dall’incredibile basso di Fabio Pignatelli di Deep Shadows sono esempi di un virtuosismo e una capacità evocativa che ha del prodigioso, risparmiandoci buffe e paradossali avventure in mondi fatati promossi dalle agenzie di viaggio del progressive e trascinandoci nell’incubo, fino a vederci annegare nelle nostre stesse angosce.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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STEREOLAB – Emperor Tomato Ketchup (Elektra)  

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Il canale di gronda in grado di raccogliere i mille rivoli di sudore della febbre per il modernariato che contagiò oriente ed occidente nella metà degli anni Novanta con l’esplosione di fenomeni come Air, Spiritualized e Pizzicato Five da una parte e la riscoperta delle vecchie musiche per film e insonorizzazioni chic degli anni Sessanta che portò a una full immersion nell’easy listening e nelle sue derive lounge, blaxploitation, cocktail, sci-fi, exotica anche di scarso valore fu Emperor Tomato Ketchup, il quarto album dei fantomatici Stereolab, il disco dove la salsa citata nel titolo non è altro che tutta una estasi di tastiere vintage, Moog soprattutto, e voci sublimi spalmate sul vetro inclinato di un flipper di marca krauta usate per evocare i suoni immaginari (e come altro potevano essere, se ne è privo?) dello spazio, visto più come miraggio (an)estetizzante di una fuga verso un mondo parallelo che come conquista della scienza.

Pur lambendo con le loro spirali le mole rotanti di band come i primi Kraftwerk, i Can di Tago Mago o i terroristi Suicide, le musiche degli Stereolab scivolano tuttavia con grande garbo e senza secondi fini se non quello di creare un universo patinato di pop music sospesa tra passato e futuro, in una sequenza senza fine di implosioni a catena. Si tratta dopotutto di musica asessuata ed innocua, che non va oltre la molestia (se tale vogliamo definire gli otto minuti di Metronomic Underground) e che si compiace del suo stesso fascino, scoprendo alla fine del gioco che la spirale di copertina non gira attorno a nessun altro posto se non attorno a se stessi.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Italia Noir (Halidon)

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Il testo della consegna parla chiaro: riassumere efficacemente l’universo musicale che si annidava dietro i film poliziotteschi italiani degli anni Settanta.

L’Italia Nera, appunto.

Cercando, ovvio, di non andare fuori tema.

E in questo la compilation della Halidon fallisce un po’ l’obiettivo.

In maniera inspiegabile per quanto riguarda l’inclusione di un classico del surf-spazzatura come Surfin’ Bird dei Trashmen che aveva pochissimo di noir e assolutamente nulla di italiano. Un po’ in malafede invece per quanto riguarda la scelta delle due tracce firmate dal contemporaneo Daniele Benati che, seppur sfiorando di striscio il “mood criminale” cui la raccolta si ispira, appartengono ad un repertorio recente, del tutto fuori dal contesto filmico in cui erano nate le musiche dei vari Morricone, Micalizzi, Cipriani, Persimfans (quelli della sigla del programma-cult Con un colpo di bacchetta, NdLYS) o Goblin raccolte per l’occasione. E il fatto che Daniele sia il leader dei Ridillo, gruppo di punta dell’etichetta lombarda che sta per uscire in quasi-contemporanea col suo sesto album ai cattivi come me dà un po’ da pensare. Soprattutto in virtù del fatto che di roba da mettere su un disco così gli archivi sono stracolmi e che gli ampi canali distributivi della Halidon (che toccano anche le edicole) porteranno questo documento tra le mani di affezionati ma, soprattutto, di avventori che magari non sono proprio esperti in materia e che quindi magari sarebbe stato opportuno “guidare” meglio.

I compilatori sciupano quindi in parte l’occasione di riportare in vita un fenomeno artistico e sociale tutto italiano in cui si cimentarono compositori assolutamente fantastici e in stato di grande fertilità creativa.

Peccato, le prove Invalsi non sono state superate. 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE FUZZTONES – Monster a-Go-Go (Stag-O-Lee)

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Con l’approssimarsi di Ognissanti tornano nuovamente disponibili le 13 Spook-A-Delic Halloween Hits con cui la quarta line-up dei Fuzztones si congedava dal suo pubblico. Una casa infestata in cui la band si muove tra cigolii di catene, ululati di lupi mannari e gemiti di vampiri. Malgrado i ‘Tones siano abituati a tali mortifere presenze, Monster a-Go-Go non è tuttavia uno dei loro dischi migliori.

I cadaveri che sfilano (Roky Erikson, John Zacherle, Screaming Lord Sutch, Kip Tyler, Witchdoctors, Round Robin e compagnia claudicante) hanno il passo più pesante dell’alito e nessuna rendition eguaglia la follia paradossale e grottesca che si respirava sugli episodi originali. Per la prima volta l’energia della band sembra bloccata e incapace, proprio adesso che si trova nel posto giusto, di veicolare il proprio potenziale splatter/garage finendo per allestire una baracca horror da luna park piuttosto che un autentico film del terrore come sarebbe stato lecito aspettarsi da loro.  

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 


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AA. VV. – These Ghoulish Things / Mostly Ghostly (Ace)

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Preso impegni per il prossimo Halloween?

Bene, disditeli.

Organizzate una bella festa in maschera, un Cosplay dove gli invitati invece da essere vestiti come degli idioti fuggiti dalla saga de Il Signore degli Anelli sono obbligati a trasformarsi in uno di quei personaggi buffamente macabri che affollavano le nobili ville degli Addams o dei Munsters.

Cerone, rossetto nero, denti posticci, eyeliner, brillantina, mantelli, ghette, bende e tutto quello che può farvi sentire a vostro agio più del doppiopetto o del tailleur che i vostri superiori vi obbligano a tenere in ufficio per otto ore al giorno.

Oppure una mummia, un vampiro, un mostro delle paludi, un alieno dalle zampe palmate, un polipo gigante. Cazzo ne so, un mostro abbastanza rivoltante da produrre una fragorosa risata.

Non una festa truculenta come quelle organizzate da Maxim Golovatskikh dove a cucinare con le patate, essendo chiusi i supermercati, ci mettevano gli ospiti.

Una festa goliardica dove i brividi di terrore sono misti a fragorose risate, dove lo straordinario è consueto e i mostri hanno facce che riconosci, non quelle dello zio buono o dell’amico del cuore.

Una festa dove l’orrore è pura folle fantasia.

Poi si sa…la musica è finita…gli amici se ne vanno…e i mostri veri ti piombano a casa vestiti in giacca e cravatta o tuta da lavoro.

Per la colonna sonora scegliete quello che più vi aggrada purchè non sia Marilyn Manson che se no dalle risate vi si scioglie il cerone.

Tuttavia, se vi piace essere veramente old-style, vi consiglio questi due dischi zeppi di fondi di cassetto della peggior cultura horror-trash degli anni ‘50/’60.

Musichette innocue, talvolta anche ridicole, sicuramente grottesche che raccontano di improbabili storie d’amore con mostri, zombies e vampiri.

Rock ‘n roll e cha-cha-cha, blues e musiche “incredibilmente strane” piene di frattaglie, sangue e viscere putrescenti con alcuni straclassici del genere: dal Tema della Famiglia Addams a quello di The Munster passando per Monster Mash di Bobby Pickett (coverizzata negli anni da Bad Manners e Misfits, NdLYS), Feast of the Mau Mau di Jay Hawkins, Sleepy Hollow dei Monotones, Bo Meets the Monster di Bo Diddley, Rockin’ In the Grave Yard di Jackie Morningstar o I‘m the Wolfman di Round Robin a suo tempo ripresa anche dai Fuzztones su quell’altro disco da notte delle streghe che fu Monsters A Go-Go.

Sul secondo e più recente volume ci sono il Dracula‘s Theme dei Ghouls, Dinner With the Drac di Mister Zacherle, la Night of the Vampire dei Moontrekkers, All Black ‘n Hairy di Screaming Lord Sutch o The Mummy dei Naturals a ricordarvi che dovrebbero essere i cimiteri a essere popolati da zombi, non le città.

Ma questa è pura fiction, ovviamente.

 

                                                                                             

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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EUROBOYS – 1999 Man (Man’s Ruin)

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Gran nome di merda Euroboys, ne convengo.

Roba che se lo dite all’amico del cuore penserà che vi siete messi in casa la compilation con le musiche delle veline. Che poi non sono manco male. Le veline, intendo.

Eppure l’ego smisurato di mr. Euroboy, già variopinto chitarrista dei Turbonegro, deve aver deciso per tutti.

Giusto un plurale che allunghi un po’ le travi del tetto per ripararsi tutti, niente di più.

Peccato, visto che dentro l’apparente anonimato della sigla gli Euroboys tirano in tavola alcuni dei più bastardi assipigliatutto del pop di questi ultimi mesi. Hanno classe da vendere, questi scandinavi del cazzo.

Hanno la capacità di risolvere con abilità melodica e timbrica anche la pià scontata delle canzoni. Ascoltate il ponte che traghetta Part Animal dal terzo al quarto minuto, per farvene un’idea.

Ammicca, ma con gusto eccelso.

La title track sprigiona energia, figlia del power rock più bambino e banale che ci sia. Riffone da potenziometri a fondo scala, politicamente col-retto.

A seguire Ballad of Kirk and the Jerks, liquida sequenza per celluloidi, scivola languida lasciando una scia di Dolce Vita. I caffè di Via Veneto e lo sguardo seducentemente storto di Brigitte Bardot.

Witchbanger, unico strumentale del lotto, chiude il cerchio, partendo per lo spazio.

Come gli Hawkwind in gita di piacere, emette rigurgiti dopo aver solcato la Via Lattea.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

 

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AA. VV. – Flipper Psychout (Vampisoul)

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La Flipper Music è una Music Bank italiana.

Del tipo, voi ci mettete il film, e loro vi ci mettono la musica giusta.

Presa dal suo sterminato catalogo o creata apposta per l’occasione.

La Vampisoul è invece un’etichetta madrilena che da otto anni è alla ricerca delle musiche più esotiche del mondo. Da tutto il mondo, dalla Nigeria al Perù.

Autentici scrigni magici dove, una volta infilate le mani, stai sicuro che tiri su qualche pietra preziosa.

Questo volume ad esempio, messo su scavando negli archivi della Flipper, ne è pieno. Tutta roba che va dal 1969 al 1975. Tutta la tecnologia della musica elettrica di quegli anni messa al servizio delle musiche per film.

Distorsioni, wah wah, fuzz, moog, leslies, nastri e amplificazioni valvolari per ventisei vignette tra cui la migliore è quella di (ci credereste? NdLYS) Amedeo Minghi: quella Lustful che i più fortunati hanno già assaporato sulla raccolta della Primrose Music dello scorso anno e che è un nodo scorsoio di chitarra fuzz e flauto di pan e che qui fa benissimo il paio con la Omifarius di Roberto Conrado, altro pezzone da novanta. Non nel senso dei gradi ma del petardo. Anche se, usato durante un amplesso doggy style devo dire che funziona eccome, come tutto il resto del disco. Certo, dipende da quanto durate.

Io non vado oltre la prima facciata.

Anche perché poi mi alzo e vado a girare il disco.

Una figata pazzesca, altro che Arcade Fire.

                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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