DENIZ TEK – Lost for Words (Career)  

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Come a suo tempo era successo a Dom Mariani, anche Deniz Tek si lascia invaghire dalla musica surf rilasciando questo disco strumentale dove fanno la loro comparsata gente come Keith Streng dei Fleshtones e Pyp Hoyle dei Visitors.

Devo dire che non mi aspettavo granché, anche per la predisposizione di Tek all’aborto spontaneo. Eppure Lost for Words è un lavoro che si fa ascoltare con piacere e che riesce a muoversi in un ambito (quello della musica surf e western) super-inflazionato e straboccante di gruppi-fotocopia, con un livello di autonomia e personalità davvero lodevole. Si, Morricone, i Ventures e John Barry (Burn the Breeze, Song for Dave e Lies and Bullets) si annidano spesso dietro le dune, come è ovvio che sia. Ma lungo lo scorrere del disco è come se il chitarrista australiano si dimenticasse di essere spiato e conducesse il gioco un po’ dove cazzo vuole, riarrangiando anche un paio di episodi dei Radio Birdman e mettendo in scena un film muto pieno di belle immagini.

No, non è necessario mettere la tavola da surf sotto il braccio, indossare la maschera da wrestler o allacciarsi i cinturoni con le fondine ai pantaloni per improvvisarsi cosplayer mentre si ascolta Lost for Words.

Basta sedersi in riva alla spiaggia e dare le spalle al mondo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DAVIE ALLAN & THE ARROWS – Blues Theme (Tower)  

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Nell’America pre-Beatles, mentre frotte di teenagers si apprestano a conquistare le onde, tavole sotto braccio, c’è una band che la California decide di percorrerla su due ruote, appestando di fumo le spiagge. Si chiamano The Arrows, le frecce. E come le frecce vanno veloci. E mentre tutti sorridono dietro le loro tavole da surf, loro ricambiano con sguardi torvi ed imbronciati. Non so se avete presente le pochissime foto che li ritraggono, una delle quali sta proprio sulla copertina del loro terzo album. Musi lunghi senza l’ombra di un sorriso. Gente con cui è meglio non averci a che fare, altro che ardimentosi ragazzini che ti aiutano ad attraversare la strada.

Facce perfette per quei film dove scazzottate e corse in moto si alternano fino all’apoteosi violenta del finale, dove magari ci scappa il morto.

Perfetta è pure la loro musica, dove le strade sono distese di asfalto fuzz.

Ovvio dunque che la loro Blues Theme venga scelta come tema per uno dei biker-movies più belli della stagione.

Perché quella canzone è la tempesta perfetta. Uno tsunami che inonda la spiaggia dal lato inaspettato, ovvero dalla strada.  

Una ruggente corsa nella giungla metropolitana americana.

Al suo cospetto ogni altra band strumentale scompare. Anche gli Arrows medesimi. Sommersi dal loro stesso uragano fuzz.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE VENTURES – Walk Don’t Run (Dolton)  

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Costruire un vocabolario senza usare neppure una lettera.

Un vocabolario che sarebbe diventata una vera e propria enciclopedia.

I Ventures iniziano a lavorare al loro progetto già alla fine degli anni Cinquanta, affidando il ruolo vacante di cantante alle loro chitarre. Lo fanno in America, a Tacoma, negli stessi giorni in cui in Inghilterra Hank Marvin con medesima intuizione dà vita agli Shadows e sebbene Link Wray e Duane Eddy abbiano già pubblicato i loro primi capolavori “muti”, è l’arrivo dei Ventures in America e degli Shadows in Europa a dare il via alla pandemia dei gruppi strumentali che faranno da collante fra il rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta e la Beatlesmania del decennio successivo.

Il loro disco di debutto non ha ancora la “perfidia” che verrà fuori da molti dei loro tantissimi dischi successivi ma è un esempio formidabile di tecnica chitarristica in grado di esaltare i pochissimi ritrovati tecnici disponibili all’epoca, che sono soprattutto un ampio sfruttamento del riverbero e del vibrato, esaltati dall’uso di pickup a bobina singola e, dunque, delle tonalità più alte dello spettro audio.

Un piccolo microcosmo dove le chitarre si fanno carico di evocare e riprodurre quelle atmosfere che vengono suggerite dai titoli, incalzate da un rullante trafugato in chissà quale riserva indiana.

Poggi le orecchie sull’amplificatore e puoi sentirci lo sciabordio delle onde del mare, come fosse una conchiglia. O il tramestio del van di Elvis. Lo strofinio di mille corone di fiori hawaiane o il passo furtivo di un ladro.

Puoi sentirci il suono della prima grande rock ‘n’ roll band apparsa sul pianeta terra.      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GHIBLINS – Surfinia (Area Pirata) / THE BRADIPOS IV – Lost Waves (Area Pirata)  

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Prima di serrare le imposte per la stagione estiva, Area Pirata ci saluta con un paio di produzioni che della bella stagione hanno tutto l’odore e la voglia di fregarsene di tutto il mondo creato andandosi a rifugiare in un microcosmo dominato dalle onde e popolato da esotiche creature zoomorfiche metà donne e metà marziane. Nel caso dei Ghiblins di Piacenza, che raccolgono il testimone dei Diabolico Coupé, questo pianeta prende il nome di Surfinia. Ce lo descrivono, muti, facendoci percepire il barrito dei pachidermi e il rumore delle placche dei rettili marini che di certo lo abitano assieme alle altre creature amene. Riverberi e risacche primitive riempiono gli anfratti delle sei canzoni del loro debutto, analogamente a quanto accade nel quarto album dei Casertani Bradipos IV, sebbene il suono di Lost Waves sia meno crepitante e solare. Il mare nella loro città non c’è ma i bradipi riescono a portarci addirittura l’oceano e il fragore delle sue onde. L’immaginario, rispetto alle produzioni che li vedevano impegnati in una “rivisitazione” del patrimonio musicale locale, torna ad essere quello dei grandi spazi americani, Californiani in particolare, come nella tradizione del genere. Genere di cui peraltro i Bradipos IV sono tra i migliori a livello mondiale. Questo album ne è l’ulteriore riprova. Attenti a chiudere le finestre di casa, prima che una mega-onda arrivi a sommergervi mentre siete in panciolle aspettando la prova costume. Quella delle donne, si capisce.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

MESSER CHUPS – Taste the Blood of Guitaracula (MuSick)  

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Fanno dischi, dischi belli, da venti anni. Vengono dalla Russia, ma è solo un dettaglio. Per quanto ne so potrebbero venire dalle Hawaii o da Marte. O, perché no, dall’Italia, che di band simili ne ha sfornate da anni a decine e di bravissime.  

Con un piede sulla tavola da surf e un altro sulla rampa di un missile spaziale, i Messer Chups ci deliziano ancora una volta con una serie di numeri in cui il riverbero e il tremolo della “guitaracula” la fa da padrona.

Mille i richiami a strumentali anni Cinquanta e Sessanta. Mille riflussi di una conoscenza ancestrale alimentata dai ricordi rimossi di qualche telefilm, qualche cartone, qualche musica da film, qualche disco di papà che ora risalgono la china della nostra memoria, stimolate da una melodia, da un riff, da un accordo twangy, da una intera sequenza anche se ben camuffata, come quella spettacolare della storica Popcorn degli Hot Butter.

La ricerca e la cura del dettaglio sono quasi maniacali, come è buona norma in dischi del genere. Mettetevi comodi, indossate i vostri occhiali 3D e le vostre cuffie stereoscopiche e preparatevi ad un viaggio fantastico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BARRACUDAS – Drop Out with The Barracudas (Zonophone)  

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Pensandoci bene il fatto di girare per Londra con una tavola da surf sottobraccio era una stravaganza non troppo lontana da quella degli Small Faces intenti a portare al guinzaglio dei coccodrilli. Be’ si, in effetti c’è da dire che l’iconica foto della versione americana di Drop Out venne realizzata in studio da Chris Gabrin (lo stesso fotografo famoso per gli scatti di This Year’s Model e New Boots and Panties) però già il fatto stesso che una band metropolitana come i Barracudas avesse scelto di appropriarsi di un immaginario estetico, prima ancora che stilistico, così distante dalla loro grigia città di provenienza, era di per sé singolare.

Anche perché siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non esattamente in pieno revival sixties ma piuttosto nel bel mezzo della cupa vertigine post-punk che vedeva i Beach Boys come la peste. Altro che Summer Fun e I Wish It Could Be 1965 Again. Tanto che il loro album di debutto dovette aspettare un paio di anni per trovare una patria dove infilzare la propria tavola da surf. Quella patria era ovviamente la California. Spiaggia privata di Greg Shaw, per essere precisi. La stessa dove si erano fatti il bagno i Last l’estate precedente.

Drop Out, grazie alle sue chitarre cristalline e le sue armonie vocali zuccherose e perfettibili (ma non perfette), solleticò dunque innanzitutto le orecchie del pubblico che si era avvicinato al mondo retrò del power-pop senza infettare altri. Troppo solari per i dark, troppo slavati per i punk (anche per quelli che avevano amato fino alla morte i primi album dei Ramones), troppo in ritardo per chi aveva sognato di cavalcare le stesse onde dei Beach Boys e di Jan & Dean, troppo in anticipo per i loro figli.

Fuori luogo e fuori tempo, insomma. Con quel nome oceanico infestato dalle stesse bestie che popolavano il mare degli Standells e quel tentativo di evocare un immaginario così atipico, così anacronistico, così colorato ed ottimista mentre tutt’intorno svolazzavano pipistrelli e la cosa più divertente da fare sembrava scavalcare le inferriate di qualche cimitero. Così imperfetti eppure in qualche modo così romantici, i Barracudas. Destinati a perdere, giocando una partita tutta sbagliata. Barando con in mano solo un paio di assi.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DOME LA MUERTE E.X.P. – Lazy Sunny Day (Go Down/Cinedelic)  

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Dome La Muerte è uno che non ama scrollarsi gli stivali.

E così quando passa, e di strada ne ha macinata tanta, lascia sabbia e polvere dietro di se. Ce n’era già nei dischi dei suoi Not Moving e qualche impronta c’è sempre stata nei suoi dischi successivi, con e senza i Diggers.

Non stupisca dunque se questo nuovo disco sembra sgorgare fuori proprio dalla polvere e da quelle sabbie catturate dalle sue suole lungo le rive del Gange, tra le valli dei canyon americani o su qualche spiaggia selvaggia.

Il verbo sgorgare non l’ho scelto a caso. Perché Lazy Sunny Day trasmette esattamente questo senso di esplosione vivida, fertile e rigogliosa. Sembra erompere dalla terra con una forza vulcanica, senza dispensare morte.

Se le prime tracce rievocano tra vapori caldi di peyote il sibilo di quella serpe strisciante che si annidava sotto gli ossari dei Not Moving, via via che il disco prosegue il suono si apre a suggestioni psichedeliche e banghra dispensatrici di buone vibrazioni sfornando piccoli capolavori come Sick Things e All the Night per poi ricongiungersi con When the Night Is Over e Visions of Ashvin alle atmosfere d’apertura, salvo poi dare fuoco alle polveri custodite nella capanna di questi bandoleros con una rasoiata punkabilly di ottanta secondi.

Facendo ancora tanta polvere, come bisonti dentro un rodeo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ENNIO MORRICONE – Le colonne sonore originali dei film di Sergio Leone (RCA)  

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La foto la vidi per la prima volta nell’osteria di Checco Il Carrettiere, a poche centinaia di metri da Ponte Sisto, in quel cuore pulsante della romanità più fiera ed autentica che è Trastevere. Mostra una cinquantina di scolari disposti su quattro file, avvolti nei loro grembiuli neri. La scolaresca è quella dell’Istituto Mastai, fondato da Papa Pio IX nel “fabbricone” della raffineria di tabacchi da lui stesso (accanito fumatore come il Pio XIII protagonista inquieto di The Young Pope, NdLYS) costruita in quella che diventerà Piazza Mastai e inaugurata il 21 Novembre del 1869. In quella foto che oggi trovate agevolmente in rete, separati da un compagnetto di nome Grisanti, Sergio Leone ed Ennio Morricone sono ritratti per la prima volta insieme.

Quando nel 1964, spinto dal produttore Giorgio Papi, Sergio Leone decide di incontrare un “musicista di Trastevere” che ha già musicato il primo western prodotto in Italia per affidargli la colonna sonora della sua prima sceneggiatura di quello che diventerà famoso come “spaghetti-western”, non riconosce dietro quelle lenti già troppo spesse il suo vecchio compagno di scuola. È proprio colui che nel frattempo si è diplomato al Conservatorio come compositore acquisendo lo strameritato titolo di Maestro, a ricordargli di quella foto. E a portarlo proprio nel locale del vecchio compagno di scuola Filippo Porcelli per mostrargli lo scatto che documenta quei ricordi infantili già vecchi di quasi trent’anni.

In quell’autunno trasteverino nasce il più grande e il più lungo sodalizio artistico italiano del XX Secolo, inaugurato ufficialmente nel Novembre di quell’anno e spentosi solo con la morte del grande regista. Per i film dell’ex-compagno di classe il Maestro Morricone scriverà alcune delle partiture rimaste, parimenti alle riprese di Leone, nella memoria collettiva deformando indelebilmente quell’immaginario di cowboys esportatori e custodi della giustizia che era stato portato sul grande schermo da “eroi” come John Wayne e Kirk Douglas. Gli anti-eroi di Leone invece sono tutti eroi negativi. Tutti ugualmente infami portatori sani di odio e rancore. Luridi bastardi senza patria mossi solo dall’ingordigia. Per quelle sagome perennemente coperte da una bava di sudore Ennio Morricone cuce, a volte riadattando vecchi temi folk e oscure murder-ballads, un perfetto abito sonoro. Musiche talmente epiche ed evocative, talmente “ottiche” che riesci a rivedere quei film senza neppure aprire gli occhi. Scocchi di fruste, campane, carillon, fischi solitari, scacciapensieri, fruscii di erbacce, nitriti, sibili di proiettili, sbuffi di locomotive, stridii sinistri di armoniche a bocca, organi a canne, trombe mariachi, pestar di zoccoli e soffi di vento. Una giungla sonora innestata dentro un’atmosfera da pericolo imminente evocata deturpando la classica tradizione twangy di maestri come Duane Eddy e Link Wray, magistralmente rielaborata dal chitarrista Bruno Battisti D’Amario cui viene chiesto di lasciare la chitarra leggermente fuori tono e di percuotere le corde con un accanimento che “deve far pensare a una lama pellirossa che scuoia uno scalpo bianco”. Ne escono capolavori assoluti come Per qualche dollaro in più,  La resa dei conti, L’uomo dell’armonica, Il Triello, Il buono il brutto e il cattivo, Mesa Verde che sono il non-plus-ultra della musica per film mai partorita da mente umana. Un universo sonoro da cui, dal rock all’hip-hop, dai cantautori ai piccoli mutanti della musica elettronica, avrebbero tutti pescato a piene mani (dai Wall of Voodoo ai Clash, dai Litfiba ai Dead Kennedys, dai Calexico ai Gallon Drunk, dai Santa Sangre ai Tarentel, dai Ronin ai Big Audio Dynamite, dal Wu-Tang Clan agli Orb, da Fabrizio De André ai Bad Seeds solo per citare qualche nome).

Da allora, tutto ciò che è “musicalmente cinematografico” è detto anche Morriconiano.

Da allora, l’Italia ha infilzato la sua bandiera in terra americana.

Da allora, il Maestro è il Maestro. Gli altri, tutti suoi allievi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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DOM MARIANI & THE MAJESTIC KELP – Underwater Casino (Head)

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Ciclicamente lo spirito di Dom Mariani sente il bisogno di ritemprarsi tra le onde della musica strumentale. Lo aveva già fatto in passato con gli Stonefish dopo lo split degli Stems, la band per cui ancora oggi viene citato in ogni manuale sul pop perfetto, e lo rifà nuovamente oggi, messa da parte la storia dei DM3 con i quali pure aveva disseminato qua e là pietruzze come The Creeper, Beechline o Oriana (qui ripresa in versione non dissimile dall’originale, NdLYS) che diventano ora nuovamente le mura portanti del suo attuale progetto.

Underwater Casino, sin dal titolo e dalla copertina, è un disco acquatico, imbevuto nell’immaginario evocato dalle onde oceaniche che da sempre esercitano un fascino fortissimo sulla gioventù Australiana, fatto e pensato più che per cavalcare le onde, per lasciarvisi trasportare sui timbri sofficemente evocativi di pezzi come Sergio Leone, Tijuana Dreamin o Starline, un disco “muto” che non segna traiettorie inedite ma di certo ne evidenzia alcuni tratti fino a trasformare quelli che prima sembravano scarabocchi in piccole delizie di arte pop. Bentornato, Dom.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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