DOME LA MUERTE E.X.P. – Lazy Sunny Day (Go Down/Cinedelic)  

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Dome La Muerte è uno che non ama scrollarsi gli stivali.

E così quando passa, e di strada ne ha macinata tanta, lascia sabbia e polvere dietro di se. Ce n’era già nei dischi dei suoi Not Moving e qualche impronta c’è sempre stata nei suoi dischi successivi, con e senza i Diggers.

Non stupisca dunque se questo nuovo disco sembra sgorgare fuori proprio dalla polvere e da quelle sabbie catturate dalle sue suole lungo le rive del Gange, tra le valli dei canyon americani o su qualche spiaggia selvaggia.

Il verbo sgorgare non l’ho scelto a caso. Perché Lazy Sunny Day trasmette esattamente questo senso di esplosione vivida, fertile e rigogliosa. Sembra erompere dalla terra con una forza vulcanica, senza dispensare morte.

Se le prime tracce rievocano tra vapori caldi di peyote il sibilo di quella serpe strisciante che si annidava sotto gli ossari dei Not Moving, via via che il disco prosegue il suono si apre a suggestioni psichedeliche e banghra dispensatrici di buone vibrazioni sfornando piccoli capolavori come Sick Things e All the Night per poi ricongiungersi con When the Night Is Over e Visions of Ashvin alle atmosfere d’apertura, salvo poi dare fuoco alle polveri custodite nella capanna di questi bandoleros con una rasoiata punkabilly di ottanta secondi.

Facendo ancora tanta polvere, come bisonti dentro un rodeo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ENNIO MORRICONE – Le colonne sonore originali dei film di Sergio Leone (RCA)  

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La foto la vidi per la prima volta nell’osteria di Checco Il Carrettiere, a poche centinaia di metri da Ponte Sisto, in quel cuore pulsante della romanità più fiera ed autentica che è Trastevere. Mostra una cinquantina di scolari disposti su quattro file, avvolti nei loro grembiuli neri. La scolaresca è quella dell’Istituto Mastai, fondato da Papa Pio IX nel “fabbricone” della raffineria di tabacchi da lui stesso (accanito fumatore come il Pio XIII protagonista inquieto di The Young Pope, NdLYS) costruita in quella che diventerà Piazza Mastai e inaugurata il 21 Novembre del 1869. In quella foto che oggi trovate agevolmente in rete, separati da un compagnetto di nome Grisanti, Sergio Leone ed Ennio Morricone sono ritratti per la prima volta insieme.

Quando nel 1964, spinto dal produttore Giorgio Papi, Sergio Leone decide di incontrare un “musicista di Trastevere” che ha già musicato il primo western prodotto in Italia per affidargli la colonna sonora della sua prima sceneggiatura di quello che diventerà famoso come “spaghetti-western”, non riconosce dietro quelle lenti già troppo spesse il suo vecchio compagno di scuola. E’ proprio colui che nel frattempo si è diplomato al Conservatorio come compositore acquisendo lo strameritato titolo di Maestro, a ricordargli di quella foto. E a portarlo proprio nel locale del vecchio compagno di scuola Filippo Porcelli per mostrargli lo scatto che documenta quei ricordi infantili già vecchi di quasi trent’anni.

In quell’autunno trasteverino nasce il più grande e il più lungo sodalizio artistico italiano del XX Secolo, inaugurato ufficialmente nel Novembre di quell’anno e spentosi solo con la morte del grande regista. Per i film dell’ex-compagno di classe il Maestro Morricone scriverà alcune delle partiture rimaste, parimenti alle riprese di Leone, nella memoria collettiva deformando indelebilmente quell’immaginario di cowboys esportatori e custodi della giustizia che era stato portato sul grande schermo da “eroi” come John Wayne e Kirk Douglas. Gli anti-eroi di Leone invece sono tutti eroi negativi. Tutti ugualmente infami portatori sani di odio e rancore. Luridi bastardi senza patria mossi solo dall’ingordigia. Per quelle sagome perennemente coperte da una bava di sudore Ennio Morricone cuce, a volte riadattando vecchi temi folk e oscure murder-ballads, un perfetto abito sonoro. Musiche talmente epiche ed evocative, talmente “ottiche” che riesci a rivedere quei film senza neppure aprire gli occhi. Scocchi di fruste, campane, carillon, fischi solitari, scacciapensieri, fruscii di erbacce, nitriti, sibili di proiettili, sbuffi di locomotive, stridii sinistri di armoniche a bocca, organi a canne, trombe mariachi, pestar di zoccoli e soffi di vento. Una giungla sonora innestata dentro un’atmosfera da pericolo imminente evocata deturpando la classica tradizione twangy di maestri come Duane Eddy e Link Wray, magistralmente rielaborata dal chitarrista Bruno Battisti D’Amario cui viene chiesto di lasciare la chitarra leggermente fuori tono e di percuotere le corde con un accanimento che “deve far pensare a una lama pellirossa che scuoia uno scalpo bianco”. Ne escono capolavori assoluti come Per qualche dollaro in più,  La resa dei conti, L’uomo dell’armonica, Il Triello, Il buono il brutto e il cattivo, Mesa Verde che sono il non-plus-ultra della musica per film mai partorita da mente umana. Un universo sonoro da cui, dal rock all’hip-hop, dai cantautori ai piccoli mutanti della musica elettronica, avrebbero tutti pescato a piene mani (dai Wall of Voodoo ai Clash, dai Litfiba ai Dead Kennedys, dai Calexico ai Gallon Drunk, dai Santa Sangre ai Tarentel, dai Ronin ai Big Audio Dynamite, dal Wu-Tang Clan agli Orb, da Fabrizio De Andre’ ai Bad Seeds solo per citare qualche nome).

Da allora, tutto ciò che è “musicalmente cinematografico” è detto anche Morriconiano.

Da allora, l’Italia ha infilzato la sua bandiera in terra americana.

Da allora, il Maestro è il Maestro. Gli altri, tutti suoi allievi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

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DOM MARIANI & THE MAJESTIC KELP – Underwater Casino (Head)

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Ciclicamente lo spirito di Dom Mariani sente il bisogno di ritemprarsi tra le onde della musica strumentale. Lo aveva già fatto in passato con gli Stonefish dopo lo split degli Stems, la band per cui ancora oggi viene citato in ogni manuale sul pop perfetto, e lo rifà nuovamente oggi, messa da parte la storia dei DM3 con i quali pure aveva disseminato qua e là pietruzze come The Creeper, Beechline o Oriana (qui ripresa in versione non dissimile dall’originale, NdLYS) che diventano ora nuovamente le mura portanti del suo attuale progetto.

Underwater Casino, sin dal titolo e dalla copertina, è un disco acquatico, imbevuto nell’immaginario evocato dalle onde oceaniche che da sempre esercitano un fascino fortissimo sulla gioventù Australiana, fatto e pensato più che per cavalcare le onde, per lasciarvisi trasportare sui timbri sofficemente evocativi di pezzi come Sergio Leone, Tijuana Dreamin o Starline, un disco “muto” che non segna traiettorie inedite ma di certo ne evidenzia alcuni tratti fino a trasformare quelli che prima sembravano scarabocchi in piccole delizie di arte pop. Bentornato, Dom.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – Surfin’ Rampage (Mirror)  

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Non il solito tributo “muto” alla musica surf ma un autentico esercizio di stile vocale, strumentale, scenografico alla musica californiana di Beach Boys, Four Freshmen, Jan & Dean. Come è ormai tradizione della band di Rochester, un cortocircuito temporale praticamente perfetto già dalla grafica e dalle foto di copertina, con la band agghindata a dovere dal taglio di capelli fino al tacco degli stivaletti e la tavola da surf sottobraccio come i fratelli Wilson nel ’64, quando il mondo sembrava bello così com’era e non si volevano fare rivoluzioni.

Surfin’ Rampage è dunque un disco-cartolina che, beffando il tempo, potrebbe essere stato spedito più di trent’anni prima da Santa Cruz, Princeton-by-the-sea, Cayucos o Pismo Beach. Nessuna nota fuori posto, nessuna sbavatura, nessuna armonia vocale meno che perfetta. Il gruppo sembra intrappolato nella sua stessa perfezione maniacale, appagato della sua identità di gruppo-replica seriale in grado di poter riprodurre qualsiasi cosa (il garage-punk, lo sleaze rock, gli Heartbreakers, i New York Dolls, gli Stones, il blues, la surf music) con una efficacia ed una dignità pari a quella originale. Manca però il “carattere”, quello che era emerso su dischi come Stop! e Don’t Open Til Tuesday e che è andato via via disperdendosi in operazioni nostalgia di gran prestigio ma su cui è ormai impossibile fantasticare.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CROWN ROYALS – Funky-Do (Estrus) / METALUNAS – X-Minus One (American Pop Project)

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La corona ha sempre avuto un culto feticista per la soul music. Chi ha visto qualche concerto di James Brown sa certo di cosa sto parlando.
L’incarnazione come sublimazione dell’orgia di sudore e ammiccamenti dei suoi shows al testosterone.
Cosa aspettarsi allora di una band che ha scelto di battezzarsi Crown Royals e che per di più intitola Funky-Do! il suo secondo disco?
Un tributo alla black music da party, appunto.
Funky, soul, R & B, jazz uptempo in chiave rigorosamente strumentale per un disco che farà la gioia degli invitati alla vostra festa di compleanno ma, temo, un po’ fuori dal target della Estrus, vista soprattutto la pulizia di suono e l’abilità indiscussa dei quattro ad armeggiare con i propri strumenti.
Non che sia un torto, per carità, ma spesso (e questo è uno di quei casi) la tecnica va a discapito della grinta. Chi ci fa invece sollevare i piedi dalla pista da ballo per portarci sulla luna sono i Metalunas: l’organo di Mark Brodie allunga ombre sci*fi sulle trame disegnate da corde che scintillano nel pallore lunare. 13 strumentali vibranti e superdinamici, una piccola macchina del tempo per azionare il rewind su questo secolo, quando il 2000 sembrava non dovesse arrivare mai e le astronavi erano angeli che volavano nelle pellicole di films surrealisticamente comici.

Franco “Lys” Dimauro   

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MAN OR ASTRO-MAN? – EEVIAC (Epitaph)  

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Piccola considerazione: il tempo e le sue regole riguardano solo noi terrestri, i nostri cartellini da timbrare, i nostri appuntamenti da rispettare o da disdire con esecrabile falsità, le nostre lancette da spostare.

Immergersi nel nuovo disco dei Man or Astro-Man? è invece un’esperienza non molto dissimile da una seduta di teletrasporto: dagli anni ’50 al futuro prossimo venturo con tutto quello che ci sta nel mezzo. Musicalmente, ma non solo.

Un disco con diverse anime che collidono una sull’altra. Precipitevolissimevolmente.

I soliti surfettoni iperveloci, l’elettronica minimale dei Kraftwerk, il rumore bianco dei Sonic Youth, il fragore lo-fi dei Mummies, la Blues Explosion che implode nello spazio come una stella al collasso. Fino all’approdo sulle distese lunari di Myopia.

Un disco, forse il primo, che riesce ad attualizzare la surf-music e renderla moderna, adeguata ai nostri tempi, disegnando una rotta che senza tradire il vecchio amore per gli strumentali di Ventures e Duane Eddy ci porta nel mondo robotico di Spazio 1999 e Guerre Stellari, allineando chitarre twangin’ e computer Macintosh.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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I FANTOMATICI – Giustizia sommaria (Green Cookie)

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Piombare da Vicenza come se  si piovesse da chissà quale mondo. Un allunaggio sul Pianeta Terra che i quattro Fantomatici attuano con uno dei più bei dischi di instro-rock mai usciti in Italia, zeppo di riferimenti alla cultura cinematografica italiana dei Sollima, dei Caiano, dei “monnezza”, dei Maurizio Merli, dei Merenda, dei Volontè. Siamo in quel settore amatoriale incuneato tra sci-fi music, surf, tentazioni hillbilly che appare quasi come una particella umorale impazzita, trasformata in una pallina da flipper costretta fuori dal tempo, uno stroboscopio di immagini vintage che evocano scenari da spaghetti western o da trucidi poliziotteschi anni ‘60/70 e in cui le formazioni italiane hanno ormai raggiunto uno status di tutto rispetto.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE UNKNOWNS – The Unknowns (Disc’Az)

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Fra le tante storie che circondano il mito di Bowie e che sono state rispolverate dopo la sua morte e speziate a dovere per alimentare il mito, una di quelle taciute è quella che riguarda Bruce Joyner e il suo incontro con la morte, quando ha appena da poco ottenuto la patente. Dato praticamente per spacciato dopo un pauroso incidente automobilistico, riapre gli occhi ascoltando Diamond Dogs dell’androgino più bello del rock, che di disavventure e danni fisici ne conoscerà molti ma molti meno dell’indistruttibile Bruce. E di occhi, seppur cangianti e diseguali, almeno uno in più.   

È quello il momento in cui Joyner realizza due cose: la prima è che è vivo, nonostante i dolori atroci che sente dappertutto.

La seconda è che vuole diventare una rockstar.

Non ci riuscirà.

Però ci prova.

Ostinatamente ci prova.

Riuscendo a strappare un contratto con la Sire per la quale realizza, con i suoi Unknowns, un extended play di debutto che pare non piacere a nessuno, neppure a Joyner e ai suoi tre scagnozzi.

Ancora meno piace questo disco pubblicato solo qualche mese dopo dal pirata Greg Shaw senza alcun beneplacito da parte della band e che però mostra la strana miscela musicale di cui è capace il gruppo Georgiano, ovvero un originalissimo, folle e psicotico impasto di rockabilly e surf music che unisce ad una incrollabile ed orgogliosa fede alle chitarre Mosrite un curioso, deviante gusto per certe derive new wave e art-rock.

Come spiegarvi? Provate a pensare a dei Wall of Voodoo cresciuti ascoltando i dischi di Surfaris ed Hasil Adkins invece che quelli di Morricone o a dei Fleshtones che fanno caciara con i Panther Burns e sarete molto vicini allo spirito che anima canzoni come She Never Say No, The Streets, White Trash Girl, Crime Wave, Rat Race, Rave On, condotte da Joyner come se stesse interpretando una pellicola trash degli anni Cinquanta.  

Una grandissima band dal nome profetico.

Questo, il monumento funebre al milite ignoto.                  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Shazam! (Ace)  

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Non è la prima volta che la Ace mesce dal canzoniere di Lee Hazlewood.

Non sarà l’ultima.

Quello che l’autore e produttore dell’Oklahoma ci ha lasciato è un catalogo di tutto rispetto. Roba che è entrata nella vita di tutti, porta su vassoi di cucine prelibate e sui banconi di sporchissimi bar malfamati: Vanilla Fudge, Primal Scream, Duane Eddy, Mark Lanegan, Lambchop, Einstürzende Neubauten, Jesus and Mary Chain, Cheater Slicks, Movie Star Junkies, Dark Carnival, Link Wray, Zebra Stripes, Tracey Thorn, OP8, Playground e centinaia di altri.

Tocca stavolta a un esiguo campione delle sue tante produzioni e stesure di musica strumentale realizzate prima che, nel 1964 e travolto dal ciclone Beatles, decidesse di mettersi in temporaneo stand-by a finire dentro questa nuova collezione di ventiquattro hit mute, comprese due versioni strumentali delle storiche Some Velvet Morning e These Boots Are Made for Walkin’ ad opera dell’Afro-Beat Quintet e del texano Billy Strange (ovvero uno dei sei chitarristi che partecipò alla classica versione incisa da Nancy Sinatra).

Sono dunque gli anni in cui la surf music è al suo apogeo e i cui canoni Hazlewood contribuisce non poco a definire, con un uso massiccio della camera d’eco (autofinanziata per l’installazione presso gli studi della Ramsey Recording) e delle piccole diavolerie per strumenti a corda che ne caratterizzarono lo stile e scrivendo piccoli capolavori come Shazam!, The Stinger, Rebel-‘Rouser, El Aguila, Baja, Guitar Man, Muchacho, Bo-Dacious, Stalkin’. Sono gli anni raccontati qui dentro, attraverso questi reperti archeologici protetti dagli sciacalli da un Hazlewood in assetto da gangster. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BARRACUDAS – Mean Time / Endeavour to Persevere / The Big Gap / Two Sides of a Coin (Lemon)

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Arrivano all’onore della ristampa i dischi indipendenti dei Barracudas, quelli successivi al fantastico esordio Drop Out. Le tavole da surf vanno in soffitta e anche le istanze garage di Garbage Dumps vengono sopite. I nuovi amori si chiamano Byrds, Love e Flamin’ Groovies, complice anche l’assidua  frequentazione con Chris Wilson nei primi mesi del 1982. Il risultato è Mean Time. Il b/n della copertina è in contrasto con i colori del debutto ma il suono dei Barracudas resta baciato dal sole anche se la produzione di Pete Cage brucerà più di un numero. Endeavour to Persevere suona meglio: le chitarre si allargano in un jingle jangle epico (Dealing with the Dead, See Her Eyes Again) e Wilson dà il suo primo contributo al songwriting della band. Il disinteresse del pubblico verso la band ne provoca la frattura e i Barracudas restano per sempre quello che erano sin dall’inizio: una band di culto. Lo dimostreranno le diverse raccolte pubblicate nel corso degli anni e di cui ora la Lemon ristampa The Big Gap fatta di provini e registrazioni rozze e malmesse (tra cui covers di Boss Hoss e Little Red Book) e la meglio definita Two Sides of a Coin messa su da Frenchy Gloder, uno dei primi fanatici della band.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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