THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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RHYECE O’NEILL & THE NARODNIKS – Death of a Gringo (Beast)                              

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Eccoli, i cowboys del deserto australiano: Rhyece O’Neill e la pupa Karli Jade, circondati da altra gentaglia di malaffare, arrivano da Melbourne col loro nuovo carico di canzoni da fuorilegge che sembrano scivolate fuori dalle fondine di Pat Garrett & Billy the Kid per imbrattarsi della terra calpestata da gente come Rowland S. Howard, Tex Perkins, Nick Cave e Spencer P. Jones.

Il clima è a volte davvero da duello western (The Seventh Son, Death of a Gringo), come se fossimo su un set di Sergio Leone ma anche quando non si toccano questi eccessi cinematografici l’atmosfera assume i contorni foschi di una sorta di precipitato chimico tra Calexico, Grant Lee Buffalo e Black Heart Procession creando un climax sonoro di grandissima suggestione.

Il passo si fa a volte dolente e gotico (Dead Hills & Catacombs, How They Roared) fino a lambire le falde del copricapo di Leonard Cohen mentre altrove cede il passo ad un andatura da country da frontiera (Chinese Year of the Dead Horse, Daddy Was a Narc) dove cavalli decapitati corrono al galoppo verso terre dimenticate da Dio e dagli uomini. Voi non dimenticatevi dei Narodniks però.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MAGNOLIA CABOOSE BABYSHIT – Magick3 (Araghost)  

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Avete mai messo piede in un pantano? Fango e melma che si attaccano alle suole come enormi ventose mentre affondate in una pozzanghera di acqua placida. Ecco, i Magnolia Caboose Babyshit affondano nel pantano dove pisciava Jeffrey Lee Pierce quando aveva il suo bourbon da smaltire. Affondano e vi trascinano giù con loro. Lì, prima e dopo di lui, continua a lavarsi i panni Chris D., l’uomo cannibale del roots-rock californiano. La musica del combo marchigiano è scabrosa al pari di quella delle band che Pierce e Desjardins guidavano negli anni Ottanta. Con le chitarre che sferragliano e fendono l’aria come la mannaia del triste mietitore e il basso che rantola feroce e spavaldo come di chi non vuole morire. Neppure quando ha l’acqua alla gola.

Man mano che arrivano pezzi come 777, Magicabus!, Hikikomori Sun e Bent l’acqua diventa via via più vorticosa, mesmerica. Fino al finale tellurico di Meat for Maggots dove l’elettricità delle chitarre si spegne in un risucchio vorace e avido di carne.

Riemergiamo tumefatti, percossi dall’odio.

Pronti per infilarci di nuovo nel pantano dove bevono i lupi.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TUPELO – In the Fog (Vacation House)  

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La nebbia è quella padana. Ma potrebbe essere quella che infesta le sponde del Mississippi. Nel fitto della nebbia si muove la forma di un lupo. Un lupo lodigiano di nome Stiv Livraghi. L’atteso album di debutto dei suoi Tupelo, a pochi mesi dall’extended play che ha inaugurato il contratto con Vacation House è disco dal fortissimo odore blues. Tra slide guitars, armoniche e voci strascicate se ne respira il fetore della sua carcassa malandata. La mente vola, per questioni di limitrofa attiguità, ai prodigi dei Carnival of Fools ma sarebbe facile celebrare fra questi solchi lo stesso rito voodoo officiato altrove da band come Chrome Cranks, Beasts of Bourbon o Birthday Party.

La sporcizia è analoga.

La sgraziata voluttà che trasuda da pezzi come Self Combustion, Hoodoo Voodoo, Holy Drinker o Eveline, pure. Ma i richiami al blues penetrano qui ancora più in profondità, su pezzi come la bellissima Incestuose Amphetamine o nelle brevi Red e Speedway Blues eseguite in tutta solitudine da Stiv.

Il blues come espiazione dei propri peccati. La confessione di ogni pena e di ogni perversione. O forse solo l’avvertimento necessario per dimostrare che il proprio desiderio non si è affatto placato. E che non c’è pentimento, ma solo voglia di lasciar decantare il male e poi tracannare la propria anima partendo proprio dal fondo, dove tutto è più scuro, più denso e cremoso di peccato, più difficile eppure più mielato e intenso da deglutire.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE PRIMEVALS – Dislocation (Triple Wide)  

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Nel novero delle band più sottovalutate della storia, i Primevals si contendono il podio con i Savages di Barrence Whitfield. Entrambe le band sono sopravvissute con grandissima dignità all’inesorabile passare del tempo, senza mai tradire le ispirazioni iniziali ma senza mai uscire dallo stato di culto cui sono state relegate. E forse è meglio così.

Dislocation celebra 35 anni di carriera per la formazione scozzese e, nonostante l’orrida copertina, è il miglior album dei Primevals da molto tempo a questa parte. Un disco robusto, vigoroso, che sposta i confini dello swamp-blues dei Gun Club e del desert-rock dei Died Pretty fin nelle remote terre a Nord della Gran Bretagna. E lo fa senza sforzo apparente, con risultati eccelsi, infilando in corsa canzoni come Slow Drip, Fever Zone, Cuckoo Clock, Chocolate and LSD, The Heebie Walk, Pleasures Past come se fossero le uscite di una improbabile autostrada che collega il Mojave, l’Arizona e Perth a Glasgow.

Ancora una volta, date una chance ai Primevals.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAYGROUND – “Off” (Vinza)  

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Giusto il tempo per oleare le ruote dentate dopo l’assalto di Kind of Blues (della vecchia line-up rimangono Stiv Livraghi e il fido Alessio Zagatti, passato però al basso in sostituzione di Anna Poiani. Attorno ai due si coagulano vecchi amici come Luca Fusari, Massimo Audia e Luca De Biasi, NdLYS) ed ecco i lodigiani Playground pronti a sputarci addosso “Off”.
Tiratura limitata in 500 copie e copertina ancora una volta bellissima anche se stavolta serve a nascondere un più tradizionale dodici pollici.
“Off” appare sin da subito meno omogeneo rispetto al debutto.

Ma è una scelta voluta, meditata.
Un passo indietro? O uno avanti? Più verosimilmente un passo “laterale” col quale i nostri spostano il tiro allargando la propria visuale e concedendosi ad un repertorio più vario che va dai Doors agli Stooges passando per Slim Harpo, Elevators, Blues Magoos, Zombies, Stones.
Dieci tracce. Dieci folgorazioni. Di nuovo.


Ascoltate Light Bulb Blues degli Shadows of Knight diventare un tizzone d’Inferno con l’armonica di Stiv Livraghi a violentare l’aria.
O lo stomp blues di Get Out of My Life, Woman (rifatta fra i tanti dai Q65 su quel preziosissimo disco che la conturbante Loredana Sbrozzi stringe al petto sul retro-copertina…) o ancora Shake Your Hips di Slim Harpo trasfigurata in un boogie sulfureo, un vicolo umido e salmastro dove confluiscono il rock scritto dai Rolling Stones e quello ri-scritto dai Pussy Galore.
Forse è solo suggestione ma quando i Playground decidono di stuprare il blues, continuano ancora a dare il meglio di se.
Quello che viene fuori dopo più di due anni di attese è quindi ancora vino fermentato con lo sperma del Diavolo. La vena blues che si muoveva dentro Kind of Blues non è andata perduta ma fa da placenta per attutire certi eccessi di rigore filologico che ci hanno riempito gli scaffali di dischi impersonali ed imperfetti nella loro cocciuta vocazione alla perfezione.
Se siete tra quelli che non hanno mai dato una chance ai gruppi italiani vi infilerete un dito in bocca e uno nel culo e vi rosolerete al grill del “mea culpa” per molti mesi a venire. Finchè non vi si saranno fuse le carni.
I Playground sono qui per fare un pompino alla vostra anima, prima che scivoliate giù all’Inferno.

Il diavolo verrà a prenderseli davvero, Stiv e Alessio. Appena l’anno dopo.  

Aveva bisogno di qualche nuova anima dannata e quella maledetta notte gli venne in testa di setacciare le strade della Lombardia.

Da allora dei corvi neri volteggiano sul cielo di Lodi. Quando rischiara, puoi ancora vederne il volo. Quando il traffico zittisce, puoi sentirne il pianto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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REVEREND BEAT-MAN AND THE NEW WAVE – Blues Trash (Voodoo Rhythm)  

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Era solo questione di tempo.

Poi, il Reverendo Beat-Man avrebbe scritto il suo capolavoro.

Adesso, quel momento è arrivato. Quel capolavoro si intitola Blues Trash.

Che è il titolo prevedibile che vi aspettavate ma non è esattamente quello che vi aspettate. Non come ve lo aspettate, in ogni caso.

Non è quel gran casino da bottega da rigattiere che potreste immaginare, insomma. Blues Trash brucia piuttosto come una greve pira dentro cui ardono le vecchie ossa dei Black Keys e di Jack White. I loro amici e parenti stanno lì davanti al rogo, a rendere loro l’estremo saluto. La Magic Band del Capitano Beefheart applaude e serve da bere, mescendo dal torbido. I Dead Brothers raccolgono le ceneri e le mettono dentro le urne e le dividono ai presenti, perché ognuno ne tenga una sul davanzale di casa o sulle mensole del salone. A monito futuro.

Auuuuuwlll! The white wolf is back in town!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL – Bayou Country (Fantasy)  

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Difficile stabilire quale sia il miglior album dei CCR, visto che una leggera flessione artistica si registrerà solo con l’uscita di Mardi Gras, settimo ed ultimo album per la formazione californiana. Però, se dovessi sceglierne uno, il mio voto andrebbe probabilmente a Bayou Country. Nonostante contenga uno di quegli standard che i gruppetti da birreria ci obbligheranno ad odiare.

Restituzione e restaurazione sono le parole chiave del secondo album dei fratelli Fogerty.

Bayou Country è infatti il disco che si fa carico di restituire il rock ‘n roll al popolo americano riportandolo ai suoi elementi lirici e musicali di base. L’intuizione dei fratelli Fogerty è altrettanto semplice ed azzeccata: di tutte quelle compagini di giovani hippie che sciamano per l’America annunciando l’era dell’Acquario resterà ben presto solo qualche foto da mostrare ai figli e che si tornerà a viaggiare per le strade d’America trasportando carne di manzo, fieno, cibo in scatola e tabacco da un lato all’altro degli Stati Uniti. La musica dei Creedence è fatta per loro, rozza e disadorna, spogliata sia delle utopie dei figli dei fiori che della sensualità ammiccante del rock ‘n roll degli anni Cinquanta. Sporca come i loro camperos quando attraversano i fienili e lo sterrato delle strade d’America.

I Creedence suonano per loro e vestono come loro. Camicie di flanella, baffi, capelli incolti, pantaloni da campiere, giacche di renna, cinturoni di cuoio, cappelli di feltro o da cowboy.

Non sono i 400.000 assiepati davanti al palco di Woodstock ma sono gli altri.

E gli altri sono duecento milioni di individui.

Quella è la loro forza. A differenza di quelli di altre band, i fan dei Creedence possono identificarsi totalmente con i loro idoli. Sono pari a loro. Solo, suonano e cantano canzoni stramaledettamente belle. Canzoni che parlano di cose che chiunque tra i loro ascoltatori può capire al primo ascolto. Niente tappeti che volano o bianconigli, nessuna porta della percezione da aprire o convulsioni da sofferenze amorose. Nei Creedence tutto è schiettezza e il loro pubblico sa che possono fidarsi di Fogerty quando canta dei lavapiatti di Memphis, degli uomini del voodoo di New Orleans o quando aspettano il loro turno per morire su un’autostrada.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NOT MOVING – Weightiest Colours

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Cosa impedì ai Not Moving di diventare la band che meritava di diventare? Paradossalmente posso affermare che fu con molta probabilità la stessa carta stampata che ne tesseva le lodi, man mano che i loro dischi arrivavano sul mercato. Cercherò di spiegarvi la mia tesi, sapendo già che si scontrerà con molti altri punti di vista, primi fra tutti quelli di chi sulla carta ci scriveva e da chi fra gli artisti ne traeva qualche minimo beneficio. Negli anni Ottanta, ovvero il decennio in cui i Not Moving imperversarono come una nube nera nel cielo del rock indipendente italiano, il pubblico che segue le sorti del rock (italiano e non) è un pubblico ancora giovane. E un pubblico giovane è un pubblico tendenzialmente squattrinato. Un pubblico che può permettersi di acquistare qualche disco (unica fonte cui abbeverarsi se non si vuole soccombere ai palinsesti radiofonici) ma che di certo non può concedersi di comprare delle bufale, anche se hanno le forme concentriche di solchi su una lastra di vinile. La vocazione critico-evangelica che, forse in buona fede (ma non sempre: molti giornalisti erano coinvolti con etichette discografiche, negozi di dischi e case di distribuzione), cercava di “dare una mano” alla scena alternativa italiana spingendo con elogi sperticati quasi ogni nuova uscita discografica creò un appiattimento che mise sullo stesso piano dischi-capolavoro e band fuoriclasse con dischi e artisti che erano di una pochezza davvero sconcertante. A pagarne le conseguenze furono, ovviamente, quelle band che avevano davvero un’identità artistica che avrebbe davvero potuto trapassare le Alpi se non scavalcandole come Annibale, perforandole del tutto pur di trovarsi davanti nuove terre di conquiste. I Not Moving, ma anche Boohoos, Steeple Jack e Kim Squad and Dinah Shore Zeekapers per dirne solo di qualcuna.

Cosa sarebbe cambiato se i Not Moving fossero nati trent’anni dopo? Nulla. Con l’unica differenza che a comprare i dischi oggi siamo rimasti quelli di allora ma con qualche moneta di più in tasca e la nostalgia per un passato in cui tutti eravamo feroci, tutti eravamo punk e tutti eravamo contro il regime che saziamo con ascolti furtivi mentre di quel regime siamo diventati ingranaggi altrettanto arrugginiti. E con l’aggravante che di tutte quelle tribù che la musica e l’attitudine dei Not Moving riuscirono ad aggregare (punk, dark, garagers, cani sciolti) oggi non resta che qualche veterano che si aggira per le vie della provincia come i vietcong cui non è mai stata comunicata la fine della guerra tra le foreste della sua terra devastata.

Riviste di carta straccia e online ancora oggi abbondano di recensioni in cui tutti gli artisti sono trattati con pari dignità e che si calano le braghe davanti ad ogni nuova uscita, sia essa firmata Jovanotti, Morgan, Samuel, Roy Paci, Colapesce, che ci sia dentro l’Apocalisse di Giovanni tradotta in musica o le canzoncine di Natale borbottate da un trentenne in crisi di testosterone.

Verrebbero inghiottiti ancora. Loro che amavano vomitare.

20 Settembre 1981/11 Settembre 1988 sono le date scritte sul tumulo dei Not Moving.

Poi, la crisi del settimo anno si porta via la più grande rock ‘n roll band italiana del decennio. Sette anni di tour, alcol, risate, sputi, pelle, ossa, vomito, dischi, lacrime, sperma e botte da orbi. Sette anni in cui il sogno del rock ‘n roll sembra avverarsi (salendo sul palco prima degli stivali di Paul Simonon, Johnny Thunders o Joe Strummer e ottenendo il rispetto di gente come John Peel, Miles Copeland e Jello Biafra) e invece piano piano diventa sempre più lontano, inghiottito da quel buio che ha sempre attratto come un buco nero la band di Piacenza e che tuttavia non le impedì di illuminare di luce sinistra i migliori anni del rock ‘n roll italiano, quello che saliva su dalle mutande, non quello intellettuale che cola giù dal cervello e che oggi ci invade come una condanna a morte.

Parlo di gente diventata grande sui palchi, magari dividendo amplificazione e alcol con i Clash o con Johnny Thunders, mica caricando qualche pezzo su Myspace o confidando nell’amico blogger per avere due righe di recensione da poter sfoggiare in bacheca.
Tempi lontani in cui per incontrare un Federico Guglielmi non era sufficiente connettersi dal salotto di casa su facebook, in cui la propria identità non era filtrata, in cui le intenzioni erano tangibili e manifeste, le capacità misurate col sudore, con i biglietti del treno, con i chilometri percorsi su un furgone scassato, mica in volumi di bytes, visualizzazioni su You Tube, numero di amici su un qualsiasi social network del cazzo. Tempi infami, in cui diventare fan voleva dire leggere prima qualche recensione entusiasta, quindi andare ai concerti nei posti più impensabili e infine far scivolare le falangi tra le pile di vinili di Supporti Fonografici o di Disfunzioni Musicali, portarsi a casa i dischi e adunare gli amici per fare le C90 da consumare in auto, tutti insieme, pronti per il prossimo concerto. Te lo sognavi di cliccare su un “diventa fan” e chattare la sera stessa col tuo chitarrista del cuore per scoprire magari che è un rottoinculo che non saluteresti manco al supermercato, figurati se compreresti i suoi dischi. Tempi in cui le distanze erano distanze, per Dio.
Ed era giusto così. Per il pubblico, per i musicisti, per i fan, per i giornalisti, per le etichette, per i bagarini. Per tutti.

 

C’erano altre unità di misura, all’epoca.
E c’era altra musica, come quella dei Not Moving.
Rock ‘n roll scuro e reso cattivo dall’ascolto ripetuto di gente come Cramps, X, Heartbreakers, Fuzztones, Radio Birdman, Stooges.
Punk, blues, garage, dark. Come scendere all’inferno assieme a Muddy Waters passando per la strada più faticosa: una caverna.

 

I Not Moving cazzo! Cento anni in cinque e già capaci di scrivere un piccolo capolavoro come Land of Nothing e di tenerselo nell’utero per quasi venti anni riempendoci nel frattempo la casa di marmocchi belli (Sinnerman, Black ‘n’ Wild, Jesus Loves His Children), meno belli (Flash on You, Song of Myself) e brutti (Home Coming) per ritrascinarci all’Inferno con il semplice schioccare di due dita.

Posi gli occhi sulla copertina di quel primo mini-LP pubblicato con lodevole ostinazione da Area Pirata dopo essere stato abortito nello studio ostetrico di Paolo Bedini e il tuffo al cuore è assicurato: la pelle nera dei pantaloni di Dome La Muerte e Danilo, la figura esile e sempre un po’ defilata di Tony Face, il fascino esoterico delle signorine Lilith e Mariella Severine non possono confondersi con nient’altro che con loro stessi: i mitici Not Moving!!!!
Una delle poche bands italiane per cui valeva la pena vivere e trascinare il culo in qualche fetido locale a saturarsi i canali uditivi nei primi anni Ottanta.

Diciannove anni dopo, come se niente fosse. Insieme, noi e loro, all’inferno. Al gesto convenuto. Come se ci fossimo lasciati ieri, dopo un’altra birra bevuta assieme dopo il loro ennesimo concerto. Ti guardi indietro e vedi che di merda se ne è accumulata tanta sui tuoi scaffali, ma di roba che ti tira fuori le viscere e te le appende al collo come fanno canzoni come You’re Gone Away o A Wonderful Night to Die veramente poche.
Furioso, disperato, oltraggioso, sacrilego, crudo e appassionato. Benvenuti nella terra del nulla, è una notte magnifica per morire.

 

Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 sboccia a Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con Black ‘n’ Wild si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

  

Il feretro dei Not Moving sfila ancora pochi mesi dopo, in quella processione garage-blues che è, appunto, Sinnermen. Stessa etichetta e stesso produttore. Ma un missaggio penoso che verrà restaurato solo molti anni dopo in una ristampa nella quale Federico Guglielmi spiega le ragioni di quell’infamia che causò la rottura tra band e produttore artistico da un lato e produttore esecutivo (ovvero colui che caccia i soldi, per dirla in due parole, NdLYS) dall’altro, colpevole di aver bruciato il lavoro per accelerare le tappe. 

Sinnermen uscirà anni dopo col suo scurissimo mantello originale, con gli strumenti infilati nella giusta pista del mixer, con lo stesso sinistro fascino di una musica che si crogiola nel raglio di Lux Interior (la cover di I Wanna Make Love to You, degna di stare su Psychedelic Jungle, NdLYS) e nel fascino lugubre dei Fuzztones più foschi (Catman, Mr. Nothin’) per tuffarsi nel garage criptico di bestie nere come I Know Your Feelings o A Wonderful Night to Die a ricordarci di come eravamo belli.

Lou Cifer era arrivato anche in Italia, aveva schizzato il suo seme sul monte Penice e adesso quella colata di sperma scendeva giù inondando la Valtrebbia.

  

Non so quali siano le memorie che i Not Moving, che ognuno dei Not Moving conserva relativamente a Jesus Loves His Children. Quel che ricordo io è che la band, a cavallo tra Sinnermen e quello che si rivelerà l’ultimo atto della line-up classica della band arriva nella mia terra per un paio di occasioni “eccentriche”, con un concerto in piazza ad Acireale e in una improbabile serata per ricconi in abiti di seta e macramè a Taormina. Quel che ricordo io, ancora minorenne, è una band che sembra provenire da una delle cento città rock ‘n roll di cui leggevo avidamente sulle riviste del periodo. Londra, Manchester, Los Angeles, Minneapolis, Sydney, New York, Detroit. Ricordo pelle, pantaloni e collant sdruciti, bandane, cappelli, cinturoni, borchie, odore di tabacco e puzzo di sudore. E un set che avrebbe steso chiunque, adesso aperto a squarci melodici più netti. Come quelli di I Want You, il pezzo che apre il nuovo mini-LP e che ci ritroveremo a cantare in cento o in dieci sotto il loro palco o nella nostra altissima solitudine che adesso ci sembrava meno solitaria. Oppure nella maglia di controcanti della bellissima Spider o nelle conosciute liriche di Break on Through dei Doors, risolta in una cavalcata acidissima su cui Dome La Muerte passa col rullo compattatore sui corpi di centinaia di chitarristi di belle speranze e immeritata gloria usciti fuori dall’Italia in quegli anni. C’è ancora del veleno, anche se ad attirare gli stolti sarà il caramello dentro cui è avvolto il cuore di un disco finalmente prodotto come Dio comanda, con gli strumenti che non si schiacciano l’uno sull’altro ma esplodono come frammenti di un’unica bomba carta.    

                                                                                                         

L’ultima lettera dei vecchi amici arriva nel 1988.

Lilith, Maria Severine, Dome, Tony e Milo, il nuovo arrivato che era venuto a sostituire Dany D. ormai spostatosi in Germania per 9/10 di Flash on You le firme in calce alla missiva.

Gente con ancora un cassetto pieno di aneddoti e storie da raccontare, ci giurerei. Gente che presentavo agli amici aggiungendo con orgoglio che erano italiani nonostante i nomi dietro cui si celavano e malgrado suonassero sporchi come pochi sapevano fare senza risultare costruiti a tavolino.

Flash on You era il disco che li vedeva tornare a casa Electric Eye, l’etichetta che li aveva tenuti a battesimo nel già lontano 1982 e che avevano abbandonato per pubblicare su Spittle i loro capolavori Black ‘n’ WildSinnermen e Jesus Loves His Children, il trittico dove usciva fuori la loro anima più cupa e selvaggia, perennemente avvolta in completi di pelle nera, per non farla sentire nuda e a disagio, nonostante nuda lo fosse la musica dei Not Moving.

Si mostrava. Fiera di quella che era. Con spavalderia marcia e adeguata al contenuto.  

Lo avrebbe fatto ancora una volta per Flash on You, l’ultimo dei loro dischi che avevamo imparato ad amare a spregio delle loro facce poco amabili. Il suono ha la tenacia di sempre ma appare meno scuro, come forse richiede la Glitterhouse, la label tedesca che pare interessata in un primo momento a pubblicare l’album o come più verosimilmente vuole una parte della band che non è più compatta sulla direzione da dare al suono dei Not Moving che, nonostante dividano ancora lo stesso letto, dormono dandosi le spalle.

Ognuno ci mette del suo, per fare di questo disco l’ennesimo capolavoro.

Ognuno porta la sua idea di rock ‘n roll.

E quando le idee mancano, ci si affida a quelle altrui. In questo caso Jimi Hendrix e Sniff ‘n The Tears.

Ognuno aggiunge un ingrediente, anche se per la prima volta il piatto è ben condito ma il pasto poco omogeneo, come se la band sentisse l’esigenza di percorrere strade nuove. E, come accadrà di lì a breve, non necessariamente tutti insieme. Ma sono sensazioni inquinate dal “senno del poi”. Perché all’epoca Flash on You era un disco che stordiva come quelli che gli avevano spianato la strada, con la sua visione stradaiola e bastarda della musica dei sixties che non aveva eguali in Italia. Pochissimi altrove. Una strada destinata a chiudersi da lì a breve e di cui questa rappresenta, malgrado i tabelloni con la medesima insegna che verranno issati ancora per un piccolo tratto, l’ultima fermata.

Un’istantanea ancora integra nella sua vivacità alcolica.

Con la band ancora a letto, con la salvia indiana, con Jack Torrence e Johnny Thunders a maledire tutto quello che restava da maledire.

Dome allunga la mano e ci porge ancora la sua conchiglia, illudendoci di poter beffare la morte.

La burrasca dentro cui il gruppo piacentino ha navigato per cinque anni si sta però per abbattere sul loro vascello pirata. Perché Dio ama i suoi figli, ma a tutti chiede loro un sacrificio.

 

Su Song of Myself, nonostante il nome dei Not Moving sia scritto a caratteri giganti rispetto a quelli di Lance Henson e degli “amici”, questi ultimi sono molti ma molti di più rispetto a ciò che resta della formazione storica, che sono in pratica i soli Dome La Muerte e Maria Severine, che hanno modo di fare spazio alla loro devozione per la cultura pellerossa affidando alle poesie del poeta cheyenne Lance Henson un notevole spazio tra un solco e l’altro delle nuove quattro canzoni. La sezione ritmica è affidata ad Alex Cikuta e Sandro Falcone mentre tra gli ospiti coinvolti spiccano i nomi di Maurizio Curadi degli Steeple Jack, Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, Marcello Michelotti dei Neon, Zazzo dei Negazione, Luca Re dei Sick Rose, coinvolti quasi tutti ai cori per cui nei fatti quasi invisibili se non per gli scatti del retro-copertina. La cover di Ohio di Neil Young è trascinante. Ma lo sarebbe comunque, anche se la cantassero i Modena City Ramblers o gli Yo Yo Mundi, senza nulla togliere agli uni o agli altri. Il resto si dimentica in fretta, tranne che la sgradevole sensazione che una delle band migliori del nostro stivale sta tirando le cuoia e che noi stiamo assistendo alla sua agonia.

Negli anni Novanta il nome dei Not Moving tornerà un paio di volte, per la pubblicazione di un dodici pollici e di Homecomings, ancora una volta votato alla causa pellerossa.

Il nome ma giusto quello. Perché il suono della nuova formazione non ha più nulla del vecchio marchio (come del resto non ce l’ha quello dell’altra band messa su da Tony Face, Lilith e Milo, ovvero i Time Pills, NdLYS). La musica mostra molto mestiere ma quella sacra alchimia di anime e carne dei vecchi Not Moving è scomparsa per sempre.

Il loro culto verrà alimentato da una bella e doverosa messe di ristampe, antologie e live postumi che è doveroso avere in casa come antidoto endovenoso a tanto rock di plastica.

Voi tenetevi stretti i “colori degli anni Ottanta”.

A me lasciatemi il nero dei Not Moving.

                              

                                 Franco “Lys” Dimauro

                                                                               

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NOT MOVING – Black ‘n’ Wild (Spittle)  

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Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male.

E infatti il disco italiano più velenoso uscito nel 1985 viene da Piacenza, seppur stampato in Toscana dalla neonata Spittle Records che proprio con questo disco si avvia alla pubblicazione di produzioni di gruppi indipendenti italiani. Dopo due uscite su piccolo formato e l’abortita pubblicazione di Land of Nothing, per i Not Moving è  il momento di confrontarsi col grande formato e la grande distribuzione, garantita da Toast. Il disco in realtà dura appena una manciata di secondi in più rispetto alle due produzioni d’esordio per la Electric Eye ma le sue ali nere, in quel formato dodici pollici ci sembravano ancora più maestose ed inquietanti. ERANO più maestose ed inquietanti.

E il repertorio, a differenza dei primi due 7” che pescavano a piene mani dalla vecchia demo che circolava già dal 1981 e che mescolavano confusamente  irruenza psychobilly e fraseggi surf-punk, era stavolta del tutto inedito e torbidissimo.

Sudicio come il cesso del CBGB’s.

Organo Farfisa e armonica si aggiungono alla miscela creando piccoli capolavori di asfissiante rock ‘n roll gotico (i Cramps  certo, ma anche i primi Christian Death sebbene nessuno forse ce li abbia mai davvero voluti dentro) divorato da un fuoco garage-punk e percorso da quella tensione che avevamo avvertito sui solchi di band come Gun Club, X, Alley Cats. Quattro canzoni che rappresentano ognuna per sé una delle differenti anime della band piacentina. Più una piccola coda affidata ad un vecchio spiritual africano che nelle mani dei Not Moving trasmuta l’incrocio dannato di Robert Johnson in quello non meno diabolico di Papa Legbi e fortemente voluta dal produttore Federico Guglielmi per legare gli spiriti voodoo di Black ‘n’ Wild a quelli di Sinnermen.

Nero e selvaggio, appunto. 

Dannato e dannoso. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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