SCIENTISTS – 9H2O​.​SIO2 (In the Red)  

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Il titolo è quello di un composto chimico. Un silicato sciolto in qualche sostanza acquosa, immagino.

Un esperimento, insomma. E forse è questa la chiave di lettura di questo inatteso ritorno degli Scientists che dopo due singoli ha adesso preso la forma di un miniLP di cinque brani.

Il pattern ritmico di Leanne Cowie che apre Hey Sydney e che fa da base per il rapping di Kim Salmon e sul quale si innestano via via un basso poderoso, una striscia rumorosa di bave chitarristiche e lo straniante coretto delle Na Na Splits è in effetti una sorta di laboratorio dove la band di Perth sembra divertirsi a miscelare tra provette ed alambicchi. Noi che nell’ora di laboratorio di chimica preferivamo sbirciare sotto il camice dell’assistente anziché miscelare e attivare i reagenti, un po’ meno.     

Però con gli Scientists basta aspettare che l’acquitrino salga.

E l’acquitrino sale.

Si sente ribollire già con Self Doubt, che suona come i Dream Syndicate che si divertono a suonare swamp blues, più attenti a deformare che a rifinire.

Wot’s This Game è un’altra sperimentazione, totalmente fuori di testa. Con il coro di mille bavose che, appiccicate, alla chitarra scivolano giù una volta scoperto che il robusto riff d’apertura diventa in realtà una vischiosa colata di metallo fuso.

I’m Taking It with Me è una spiritata cavalcata di valchirie che marciano però a passo di blues. Un tetragono dove i Birthday Party incontrano i Pussy Galore. Il resto immaginatelo voi. Ma in fretta, perché il pezzo dura un minuto e mezzo, quanto la prestazione sessuale dell’uomo medio italiano.  

Gli Scientists che tutti conosciamo arrivano alla fine, nell’abominevole 100 Points of I.D., quattro minuti di singhiozzante rumore blu, mille watt di chitarre che si leccano l’una con l’altra, toccate senza pudori da basso e batteria, con martellante insistenza. E Kim che con quella voce lì potrebbe leggere anche l’elenco delle sue amanti e lasciarci appiccicati alle casse come moscerini sul parabrezza.     

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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GUADALUPE PLATA – Guadalupe Plata (Everlasting)  

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Si intitola semplicemente Guadalupe Plata, il nuovo disco dei Guadalupe Plata.

Come quello precedente.

E come quello prima.

E come quello prima ancora, che aveva lo stesso titolo del disco di debutto del 2011.

Il terzetto di Ubeda, piccola e accogliente cittadina dell’Andalucia, non ne vuole sapere di cambiare titolo al proprio programma. Come del resto non pensa neppure lontanamente di cambiare gli ingredienti della sua miscela il cui elemento principale rimane tanto zolfo rock ‘n’ roll, suonato però con la stessa attitudine corrosiva, disturbante, straniante dei Suicide.

Ascoltare ogni loro disco, e questo non fa eccezione alcuna, è come vedere il vascello fantasma dei Gallon Drunk fare rientro al porto dopo essere stato devastato da una di quelle tempeste che ti fanno capire che il Diavolo può anche essere di acqua e non necessariamente di fuoco.

I Guadalupe Plata mettono in piedi l’ennesima cerimonia per ingraziarsi il Gran Met, solleticandogli i piedi con cento piccole punte di metallo arrugginito.

Il Dio voodoo sale dagli inferi e si contorce muovendo il bacino come Elvis.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE DRONES – Draghi senza ali

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Il posto è Perth, almeno all’inizio.

L’appetito è quello del blues, quello che ti sale quando il languore ha finito di divorarti le viscere e cerca di arrampicarsi verso il cuore.

Il posto successivo è Melbourne, duemila miglia ad Est, sempre nella terra dei canguri. È qui che i Drones trovano casa: un monolocale malmesso nei locali della Spooky Records, che è nata da poco ed è già sommersa di debiti ma che decide di investire qualche quattrino sul gruppo. Il risultato esce nel 2002 e si intitola Here Come the Lies: un disco così colmo di drogatissimo blues fagocitato dal calor bianco da indurre i conati di vomito. Siamo esteticamente lontani dallo speculatissimo rigore lo-fi del blues/punk fatto di chitarra e batteria che in quegli anni sta inondando il mercato. Qui il blues, inteso come catarsi emotiva (ascoltatevi le confessioni di I’ve Been Told I Walked Across the Dam, con quello spleen disperato che potrebbe far pensare ai Gun Club, NdLYS) viene completamente annegato in un’orgia dolorosa di feedback. 

The Cockeyed Lowlife of the Highlands, l’abisso che si apre sotto i nostri piedi non appena parte l’album, è il perfetto manifesto di questa attitudine allo stupro: la voce spiritata di Gareth Liddiard simile a quella di uno David Yow in pieno orgasmo blues e sotto un tappeto di chitarre che stridono e si contorcono, spasmodicamente. Bestie che ti azzannano il culo (ascoltate come evergreen quali Downbound Train Motherless Children vengono abbattuti e credo vi ricrederete sul vostro concetto di cover versions), altro che “elefanti” in bianco e rosso.

Il secondo album ha un titolo chilometrico, Wait Long by the River and the Bodies of Your Enemies Will Float By, ed è un disco incredibile:

Tutta quest’Australia tinta di nero e percossa dalle tempeste.

Tutti questi sorrisi storti che aspettano i cadaveri dei nemici passare.

Tutte queste chitarre assordanti.

Tutto questo blues che sbatte le sue ali sulle lapidi.

Tutto questo sangue che scorre.

Tutte queste dannazioni divine, queste piaghe cui nessuno sopravviverà per poterne raccontare la forza feroce e spietata.

Tutte queste lingue di fuoco che scendono dal cielo a flagellarci le carni.

Tutte queste spighe di grano piegate dal vento in un ultimo definitivo inchino alla furia della natura sovrana.

Tutte queste abominevoli ombre che strascicano i piedi sulla terra lasciando solchi di fango e cumuli di escrementi ovunque si fermino a defecare.

Tutte queste mosche che si appiccicano alla pelle.

Tutte queste anime senza redenzione, senza salvezza che sciamano come un fiume di dannazione.

È un blues straziante e tormentato quello montato stavolta dai Drones. Sempre meno figlio del rock ‘n’ roll deforme che pure li ispirò in origine quando recuperavano gli stomps mortuari di Cramps e Gun Club e sempre più vicino a una forma barbara di revivalismo caustico di musiche tradizionali. Gospel dannati che dicono di storie estreme. Sotto, un effluvio di chitarre inacidite dal sole e impolverate dalla terra del deserto, capaci come sempre di sottendere una sorta di epica drammatica che di tanto in tanto esplode in sofferenza lancinante.           

 

Gala Mill conferma i Drones come gli eredi naturali di band come Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Crime + The City Solution. Ovvero la parte più malsana dell’aussie-sound. Artisti cui il blues ha bruciato la carne come fosse candeggina.

Stavolta la formazione australiana preferisce avanzare con passo lentissimo, quasi narcolettico, attraverso il suo deserto: su Dog Eared, I’m Here Now, Words from the Executioner to Alexander Pearce, Work for Me hanno costretto ad un passo lentissimo, quasi al punto di fermarsi da un momento all’altro, fino a scomparire del tutto sulla lunghissima traccia conclusiva. Un disco avvolto in una sorta di bucolismo-noir probabilmente evocato e ispirato dalla fattoria sperduta in Tasmania che è stato teatro della registrazione di questo loro terzo disco “in studio”.

La tensione elettrica dell’introduttiva Jezebel viene però dispersa man mano che il disco vira, in maniera anche abbastanza evidente, verso il country, con nomi come Neil Young e Bob Dylan come padri tutelari.

Ma quando il disco si riaccende come su I Don’t Ever Want to Change, tutta percorsa da chitarre sbriciolate e condotta da una voce da sbronzo riemergono i vecchi cari Drones. E i fantasmi di quei gruppi che fecero dell’Australia l’ultima frontiera orientale del blues.

I Drones mi hanno conquistato subito, diventando con il passare del tempo uno dei gruppi irrinunciabili del decennio, in compagnia di pochissimi altri. E sebbene il country catalettico del disco precedente mi abbia in qualche modo deluso, il calamaio blues di Havilah torna a lusingarmi lambendo gli stessi abissi infernali toccati con Here Come the Lies e quel Wait Long… che ha permesso loro di vincere l’annuale Australian Music Prize e di rubare i fans a Jason Molina in due semplici mosse. E che con Havilah potrebbe farlo con una mossa soltanto: Cold and Sober. Ovvero i cadaveri dei Crazy Horse trascinati a faccia in giù per le Monaro Grasslands.

Un album scuro, denso e bellissimo questo quattro dei miei eroi australiani, diapositiva a rovescio di tutto il Paisley che traversammo e che se Dio ci darà modo riattraverseremo non appena avremo bisogno di dare un altro giro al pendolo della nostalgia.

 

Rabbia e dolore distribuiti in egual misura dentro I See Seaweed, disco pieno di alghe e tormentato dai venti tropicali e dall’ombra mefistofelica di Nick Cave che pare incombere su tutto. I suoni sono sghembi, deformi (basti il solo di How to See Through Fog per farsene un’idea), il canto sgarbato, disilluso, catartico e a volte violento come un deepthroat. Anche quando la voce di Fiona Kitchin interviene per tentare di portare Gareth Liddiard a più miti consigli o quando la tempesta sembra placarsi lasciando il posto alla pioggia rarefatta di un pianoforte rimane una costante sensazione di pericolo, di cattività indomabile, di inquietudine e di straziante sfacelo.

Laika, A Moat You Can Stand In, Nine Eyes, They’ll Kill You sono mostri dalla testa spinosa e col corpo a placche che si muovono nelle acque marcie australiane dragandone gli abissi, nati da un incestuoso accoppiamento tra i Beasts of Bourbon e chissà quale altra ripugnante creatura marina.

Dal già prestigioso tributo allo swamp blues di Gun Club e Birthday Party che fu il loro debutto di ormai quindici anni fa, la musica dei Drones ha assunto una fisionomia morfologicamente via via sempre più indefinibile e personale.

Libera dalle melme blues degli inizi la musica del gruppo australiano si è andata gradualmente ad impigliare tra i rovi di una giungla krauta fino a generare un disco sghembo e perverso come Feelin Kinda Free.

Una sorta di immagine al negativo e meno evanescente dei Radiohead, se riesce a rendervi l’idea. E so che non riesce.

Allora forse provate ad immaginare i Portishead costretti a dare forma e sostanza a degli inediti di Nick Cave cercando di accontentare i fan propri e quelli altrui e scontentando alla fine entrambi.

Un disco brulicante di piccoli pattern ritmici, qualche sferzata di chitarra usata come un’arma aguzzina per dare tormento, sintetizzatori azionati dall’accidia e voci che sembrano provenire dalle registrazioni del Dottor Azzacov.

Nessuno ride qui dentro.

E nessuno ride davvero neppure fuori di qua, se non per mascherare una qualche cova di uova di serpente.

Attenti a chi soffia sul piatto della vendetta aspettando che si raffreddi.

Attenti agli amici.

Attenti a me.

Attenti ai Drones.

Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BEASTS – Still Here (Bang!) 

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Tornano i Beasts, senza Bourbon.

Ma pure senza Brian Hopper, andato a bere un po’ più in là, nei campi elisi dove le nostre menti banali fantasticano sulle reunion perfette e definitive e là dove solo poche settimane dopo la registrazione di questo disco è andato a raggiungerlo Spencer P. Jones, dopo aver fatto testamento olografo qui con At the Hospital, parlandoci di quel posto da lui frequentato con assiduità negli ultimi mesi della sua vita e regalandoci uno dei momenti migliori di questo disco che rappresenta lo sbocco creativo della reunion della reunion della reunion dei BoB che non è forse definitiva e di certo non è perfetta. L’apertura del disco ad esempio si lascia un po’ troppo trascinare dall’entusiasmo finendo per mostrare dei muscoli che non sembrano neppure i loro, quanto piuttosto quelli dei Verve meno svenevoli (On My Back) e della Rollins Band (Pearls Before Swine). Tendenza al culturismo che viene ribadita più avanti su It’s All Lies e che fortunatamente lascia spazio a territori più consoni a quelli della band australiana e che si fanno largo in pezzi come nella cover di The Torture Never Stops, nell’ironica Your Honour, sul rock and roll stonesiano di Drunk on a Train, nella dolente What the Hell Was I Thinking e nella palude sinistra di Don’t Pull Me Over dove davvero, come presi da una suggestione simile a quella dei turisti di Lochness, ci pare di intravvedere la sagoma della Bestia venire su dalle acque luride. Pensando che forse non abbiamo fatto il nostro viaggio invano, quantunque in larga parte lo sia.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE FLESH EATERS – I Used to Be Pretty (Yep Roc)  

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La formazione è identica a quella dello storico A Minute to Pray, A Second to Die: Chris D., Dave Alvin, Bill Bateman, John Doe, Steve Berlin, D.J. Bonebrake più la compagna di Chris Julie Christensen che fu vocalist nei dischi successivi dei Flesh Eaters e dei Divine Horsemen. Pure molte delle canzoni appartengono al passato della band (Pony Dress, Youngest Profession, The Wedding Dice, House Amid the Thickets, Miss Muerte, My Life to Live) mentre un altro paio dovreste conoscerle comunque, essendo state trafugate ai repertori incendiari di Gun Club, Sonics e dei giovani Fleetwood Mac. Si riducono dunque a due le canzoni del tutto nuove di questa reunion dei mitici Flesh Eaters, la più bella delle quali si stende come una sindone sull’ultimo quarto d’ora del disco, allungandosi come una gotica versione tex-mex dei Doors di When the Music’s Over o della Steal to the Sea di Crime + the City Solution tutta solcata da canti di strega e percussioni pigmee e attraversata da rassicuranti anfratti riecheggianti il sax di Steve Berlin. L’inaugurale Black Temptation ha invece un passo più deciso e un make-up anni Ottanta, come una versione swamp dei Sisters of Mercy di Floodland o dei Lords of the New Church, sorte che peraltro condivide con le rivisitazioni di Miss Muerte o My Life to Live.

L’uso prepotente delle marimba e del sassofono fanno risuonare lungo tutto il disco l’eco dei Bad Seeds e dei Morphine, riducendo l’effetto spettrale di pezzi come The Youngest Profession (che regala pure i break strumentali più belli, quasi Stoogesiani nella loro deformità violenta, NdLYS) o House Amid the Thickets ed addobbandolo come un abete alla vigilia di Natale, anche se fosse quello macabro di The Nightmare Before Christmas. Anche se a volte l’effetto parodia sembra far capolino, I Used to Be Pretty si fa ascoltare con piacere.

Un piacere nostalgico magari. Di quello:

“ah ma..suoni ancora?”

“si, certo, vieni a vederci, facciamo un sacco di pezzi vecchi e di cover”

“ah (un’ottava sotto), fammi sapere che magari vengo a vedervi e porto pure qualche vecchio amico”

“si dai, che poi parliamo dei tempi del liceo e di come dovevamo bruciare il mondo prima che ci adattassimo ad abitarci dentro”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

RHYECE O’NEILL & THE NARODNIKS – Death of a Gringo (Beast)                              

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Eccoli, i cowboys del deserto australiano: Rhyece O’Neill e la pupa Karli Jade, circondati da altra gentaglia di malaffare, arrivano da Melbourne col loro nuovo carico di canzoni da fuorilegge che sembrano scivolate fuori dalle fondine di Pat Garrett & Billy the Kid per imbrattarsi della terra calpestata da gente come Rowland S. Howard, Tex Perkins, Nick Cave e Spencer P. Jones.

Il clima è a volte davvero da duello western (The Seventh Son, Death of a Gringo), come se fossimo su un set di Sergio Leone ma anche quando non si toccano questi eccessi cinematografici l’atmosfera assume i contorni foschi di una sorta di precipitato chimico tra Calexico, Grant Lee Buffalo e Black Heart Procession creando un climax sonoro di grandissima suggestione.

Il passo si fa a volte dolente e gotico (Dead Hills & Catacombs, How They Roared) fino a lambire le falde del copricapo di Leonard Cohen mentre altrove cede il passo ad un andatura da country da frontiera (Chinese Year of the Dead Horse, Daddy Was a Narc) dove cavalli decapitati corrono al galoppo verso terre dimenticate da Dio e dagli uomini. Voi non dimenticatevi dei Narodniks però.         

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MAGNOLIA CABOOSE BABYSHIT – Magick3 (Araghost)  

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Avete mai messo piede in un pantano? Fango e melma che si attaccano alle suole come enormi ventose mentre affondate in una pozzanghera di acqua placida. Ecco, i Magnolia Caboose Babyshit affondano nel pantano dove pisciava Jeffrey Lee Pierce quando aveva il suo bourbon da smaltire. Affondano e vi trascinano giù con loro. Lì, prima e dopo di lui, continua a lavarsi i panni Chris D., l’uomo cannibale del roots-rock californiano. La musica del combo marchigiano è scabrosa al pari di quella delle band che Pierce e Desjardins guidavano negli anni Ottanta. Con le chitarre che sferragliano e fendono l’aria come la mannaia del triste mietitore e il basso che rantola feroce e spavaldo come di chi non vuole morire. Neppure quando ha l’acqua alla gola.

Man mano che arrivano pezzi come 777, Magicabus!, Hikikomori Sun e Bent l’acqua diventa via via più vorticosa, mesmerica. Fino al finale tellurico di Meat for Maggots dove l’elettricità delle chitarre si spegne in un risucchio vorace e avido di carne.

Riemergiamo tumefatti, percossi dall’odio.

Pronti per infilarci di nuovo nel pantano dove bevono i lupi.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TUPELO – In the Fog (Vacation House)  

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La nebbia è quella padana. Ma potrebbe essere quella che infesta le sponde del Mississippi. Nel fitto della nebbia si muove la forma di un lupo. Un lupo lodigiano di nome Stiv Livraghi. L’atteso album di debutto dei suoi Tupelo, a pochi mesi dall’extended play che ha inaugurato il contratto con Vacation House è disco dal fortissimo odore blues. Tra slide guitars, armoniche e voci strascicate se ne respira il fetore della sua carcassa malandata. La mente vola, per questioni di limitrofa attiguità, ai prodigi dei Carnival of Fools ma sarebbe facile celebrare fra questi solchi lo stesso rito voodoo officiato altrove da band come Chrome Cranks, Beasts of Bourbon o Birthday Party.

La sporcizia è analoga.

La sgraziata voluttà che trasuda da pezzi come Self Combustion, Hoodoo Voodoo, Holy Drinker o Eveline, pure. Ma i richiami al blues penetrano qui ancora più in profondità, su pezzi come la bellissima Incestuose Amphetamine o nelle brevi Red e Speedway Blues eseguite in tutta solitudine da Stiv.

Il blues come espiazione dei propri peccati. La confessione di ogni pena e di ogni perversione. O forse solo l’avvertimento necessario per dimostrare che il proprio desiderio non si è affatto placato. E che non c’è pentimento, ma solo voglia di lasciar decantare il male e poi tracannare la propria anima partendo proprio dal fondo, dove tutto è più scuro, più denso e cremoso di peccato, più difficile eppure più mielato e intenso da deglutire.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE PRIMEVALS – Dislocation (Triple Wide)  

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Nel novero delle band più sottovalutate della storia, i Primevals si contendono il podio con i Savages di Barrence Whitfield. Entrambe le band sono sopravvissute con grandissima dignità all’inesorabile passare del tempo, senza mai tradire le ispirazioni iniziali ma senza mai uscire dallo stato di culto cui sono state relegate. E forse è meglio così.

Dislocation celebra 35 anni di carriera per la formazione scozzese e, nonostante l’orrida copertina, è il miglior album dei Primevals da molto tempo a questa parte. Un disco robusto, vigoroso, che sposta i confini dello swamp-blues dei Gun Club e del desert-rock dei Died Pretty fin nelle remote terre a Nord della Gran Bretagna. E lo fa senza sforzo apparente, con risultati eccelsi, infilando in corsa canzoni come Slow Drip, Fever Zone, Cuckoo Clock, Chocolate and LSD, The Heebie Walk, Pleasures Past come se fossero le uscite di una improbabile autostrada che collega il Mojave, l’Arizona e Perth a Glasgow.

Ancora una volta, date una chance ai Primevals.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PLAYGROUND – “Off” (Vinza)  

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Giusto il tempo per oleare le ruote dentate dopo l’assalto di Kind of Blues (della vecchia line-up rimangono Stiv Livraghi e il fido Alessio Zagatti, passato però al basso in sostituzione di Anna Poiani. Attorno ai due si coagulano vecchi amici come Luca Fusari, Massimo Audia e Luca De Biasi, NdLYS) ed ecco i lodigiani Playground pronti a sputarci addosso “Off”.
Tiratura limitata in 500 copie e copertina ancora una volta bellissima anche se stavolta serve a nascondere un più tradizionale dodici pollici.
“Off” appare sin da subito meno omogeneo rispetto al debutto.

Ma è una scelta voluta, meditata.
Un passo indietro? O uno avanti? Più verosimilmente un passo “laterale” col quale i nostri spostano il tiro allargando la propria visuale e concedendosi ad un repertorio più vario che va dai Doors agli Stooges passando per Slim Harpo, Elevators, Blues Magoos, Zombies, Stones.
Dieci tracce. Dieci folgorazioni. Di nuovo.


Ascoltate Light Bulb Blues degli Shadows of Knight diventare un tizzone d’Inferno con l’armonica di Stiv Livraghi a violentare l’aria.
O lo stomp blues di Get Out of My Life, Woman (rifatta fra i tanti dai Q65 su quel preziosissimo disco che la conturbante Loredana Sbrozzi stringe al petto sul retro-copertina…) o ancora Shake Your Hips di Slim Harpo trasfigurata in un boogie sulfureo, un vicolo umido e salmastro dove confluiscono il rock scritto dai Rolling Stones e quello ri-scritto dai Pussy Galore.
Forse è solo suggestione ma quando i Playground decidono di stuprare il blues, continuano ancora a dare il meglio di se.
Quello che viene fuori dopo più di due anni di attese è quindi ancora vino fermentato con lo sperma del Diavolo. La vena blues che si muoveva dentro Kind of Blues non è andata perduta ma fa da placenta per attutire certi eccessi di rigore filologico che ci hanno riempito gli scaffali di dischi impersonali ed imperfetti nella loro cocciuta vocazione alla perfezione.
Se siete tra quelli che non hanno mai dato una chance ai gruppi italiani vi infilerete un dito in bocca e uno nel culo e vi rosolerete al grill del “mea culpa” per molti mesi a venire. Finchè non vi si saranno fuse le carni.
I Playground sono qui per fare un pompino alla vostra anima, prima che scivoliate giù all’Inferno.

Il diavolo verrà a prenderseli davvero, Stiv e Alessio. Appena l’anno dopo.  

Aveva bisogno di qualche nuova anima dannata e quella maledetta notte gli venne in testa di setacciare le strade della Lombardia.

Da allora dei corvi neri volteggiano sul cielo di Lodi. Quando rischiara, puoi ancora vederne il volo. Quando il traffico zittisce, puoi sentirne il pianto.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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