THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Back from the Grave #1 (Crypt)  

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Quando Back from the Grave arriva nei negozi, Greg Shaw ha già pubblicato una decina delle sue Pebbles, le Mindrocker, Glimpses e Boulders hanno già iniziato a spargere i loro semi e le storiche Nuggets di Lenny Kaye, al decimo anniversario, si apprestano a diventare nelle officine della Rhino Records una collezione praticamente infinita. Eppure, quando Tim Warren dà il via alla sua “saga” mettendo in fila in maniera del tutto arbitraria una dozzina dei singoli che ha iniziato a collezionare dopo essersi stufato del punk e che si limita a “masterizzare” direttamente dal suo piatto, non sa ancora che sta per inaugurare non una semplice, ennesima collana di vecchia roba andata a male ma diffondendo una vera e propria filosofia di vita: riportare alla luce i cocci della rock ‘n roll culture pre-Sgt. Pepper’s e sotterrare tutto (o gran parte di) quel che è venuto dopo. Nessuno spazio per melense canzoncine d’amore ne’ discutibili e spesso noiosissime parate psichedeliche per ottoni, tablas e nastri rovesciati.

Nessun tappeto volante si alza da queste gracchianti e sgraziate canzoni pescate alla rinfusa dalle casse della sua “cripta” di Brooklyn dove vive senza cucina e senza doccia ma sommerso dai vinili. Solo canzoni senza futuro o, quando le abilità sono ancora al di sotto dello zero approssimato per eccesso in cui le band eccellono, un “taglio” da pusher senza scrupoli su robaccia altrui (da Jack the Ripper a Psycho, da The Bag I’m In alla The Witch dei Sonics suonata in incognito dai Lyres nei primi 500 esemplari e poi scomparsa dalla faccia della terra come una vera strega). Fuori dalla cantina malmessa di Mr. Warren il mondo si sega e si accarezza il clitoride con i poster di Duran Duran e Bananarama. Ma il vero odore di sesso resta intrappolato dentro le sue quattro mura e dentro queste due facciate.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MUSIC MACHINE – (Turn On) The Music Machine (Original Sound)  

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Uno dei dischi più venerati di tutta la prima epoca garage, in parte per il contenuto (in realtà reso altalenante dalle covers “imposte” loro dai discografici che bocceranno l’iniziale proposta dei Music Machine di inframmezzare i brani portanti con degli inserti strumentali in attesa che la band, incredibilmente perfezionista nonostante l’approccio apparentemente impetuoso, trovasse il “vestito” definitivo alle centinaia di pezzi che tiene nel cassetto, NdLYS) ma soprattutto per il fascino  sprigionato ancora oggi da quel look da dark-Beatles a cui bands come Unclaimed, Crimson Shadows, Ugly Things o Fuzztones si sarebbero apertamente ispirate.

Nati nel 1965 a Los Angeles come Ragamuffins, i Music Machine sarebbero diventati tali con l’ingresso in formazione di Mark Landon e Doug Rhodes anche se sono Sean Bonniwell e Keith Olsen a dare alla band l’immagine e il suono con cui sono passati alla storia, il primo imponendo un look che era, per l’epoca, pura violenza estetica e il secondo costruendo artigianalmente le scatolette fuzz che ne caratterizzano il suono altrettanto crudo. Sono proprio i sinistri arabeschi tracciati dalle linee di fuzz e di organo su pezzi come TroubleThe People In MeMasculine Intuition, Wrong, Talk Talk, Come On In a scatenare brutali pulsioni erotiche su quanti se ne trovassero al cospetto. Folk crepitante e decadente, bastonato dal beat e cantato con fare sfrontato e punk da Sean Bonniwell.

Folk che invece di volare otto miglia in alto come sul tappeto dei Byrds, diventava granito, schiacciandoti.

L’uso degli accordi in minore e delle capacità descrittive tipiche dei folksingers applicate ad un contesto rock dava loro una connotazione eversiva e arty che pochi avrebbero uguagliato, anche dopo. Sean impone alla band una tintura nero corvino ai capelli (Keith era notoriamente biondo), abiti rigorosamente neri, pesanti medaglioni al collo e il singolare vezzo di un guanto di pelle nera a coprire la mano sinistra, riproducendo l’immagine di una gang piuttosto che quella di una comune party-band. Confrontateli con le foto dei gruppi “in divisa” tipici di quegli anni e capirete da soli tutto quello che potrei tentare di spiegarvi a parole.

(Turn On) è un autentico altare pagano. Sean e i Music Machine, gli officianti del garage-punk americano.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Down Under Nuggets (Festival)  

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I pezzi ce li avete già tutti, mi auguro. Io ce li ho tutti. Disseminati su svariate compilation o su qualche meraviglioso album importato da quelle terre lontane. Ma vederli in fila qui, ascoltarli in sequenza è impressionante.

Fondamentalmente “colonizzata” da due grandi famiglie inglesi, quelle degli Young e quella dei Gibb che avrebbero in qualche modo monopolizzato la musica locale in ambito beat (Easybeats, Barrington Davis), in ambito disco (Bee Gees), in ambito hard rock (AC/DC, Rose Tattoo) e in ambito pop (John Paul Young, Andy Gibb, Flash and The Pan) e  che avrebbero sfruttato i suoi porti per approdare e quindi salpare alla conquista del mondo, l’Australia è da sempre un museo a cielo aperto dove è possibile recuperare fantastici tesori dimenticati risalenti ad ogni epoca.

Quelle di cui si fa raccolta qui risalgono agli anni Sessanta. Gli anni, appunto, della prima invasione culturale inglese. Gli anni dei capelloni e delle minigonne. Gli anni in cui i Beatles e gli Stones porsero ai giovani le tavole della legge beat con i precetti per scandalizzare il mondo perbenista degli adulti. Leggi di cui band come Easybeats, Master’s Apprentices, Missing Links, Elois, Sunsets, Atlantics, Purple Hearts, Peter and The Silhouettes si fecero profeti locali producendo una mirabolante serie di dischi ancora oggi tra i più devastanti della storia della musica moderna.

Qui se ne raccolgono i cocci. Il resto cercate di recuperarlo setacciando altre sabbie.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MIKE CHANDLER – NYC Real R ‘n R Motherfucker

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Mike Chandler ha il cancro. E lo sanno in pochi.

Come Billy Miller, un altro monumento del rock ‘n roll newyorkese, sta appassendo piano piano ma con grandissima dignità.

Ha anche una nuova band ma nessuno lo sa.

Del resto pochi ricordano anche quelle che ha avuto prima: una band di degenerati chiamati Outta Place che si divertivano a tirare fuori vecchie carcasse dalle pozze di lerciume del rock ‘n roll, metterci sopra qualche cencio ed esibirle come spaventapasseri nel circuito garage che contava. Erano i migliori del giro.

Sboccati e senza alcuna speranza di poter piacere ad alcuno, se non a me: all’uscita del secondo mini-Lp, non esistevano già più.

Ma nel 1983, mentre Rudi Protrudi fatica a trovare una etichetta per stampare il primo album dei Fuzztones, loro stanno però già registrando il loro primo disco. Si chiamano Mike Chandler, Orin Portnoy, Jordan Tarlow, Shari Mirojnik e Andrea Kusten e con i Fuzztones hanno (e avranno) moltissime cose in comune: Orin è il fratello del chitarrista Elan Portnoy (con cui incide già a nome Twisted e con cui fonderà poi due band straordinarie come Headless Horsemen e Optic Nerve), Jordan entrerà nei ‘tones nel 1987 e con loro registrerà In Heat due anni dopo, Andrea finirà dietro il culo di Rudi a suonare i tamburi nel 2000, Shari finirà nel letto di Elan e Rudi, mentre Mike, oltre a flirtare con Deb O’Nair, scriverà (cosa che forse in pochi sanno o dimenticano con facilità ancora oggi, NdLYS) alcune fra le più belle canzoni dei Fuzztones: Bad News Travels FastShe’s WickedHighway 69It Came in the MailMe Tarzan You JaneWhat You Don’t KnowBrand New ManHeathen Set.

Ma all’epoca gli Outta Place sono “soltanto” tre ragazzi e due ragazze che si fanno carico di stampare il primo disco garage-punk dell’area newyorkese. 

Sono arrivati alla corte della Midnight Records grazie ad una demo autoprodotta che il boss J.D. Martignon si fa carico di pubblicare quasi per intero su disco. Il risultato viene stampato su un dodici pollici che gira a 45 giri ed è il secondo disco del catalogo Midnight che di lì a qualche mese pubblicherà pure gli esordi delle altre due garage band della città: i Fuzztones e i Vipers (prodotto fra l’altro proprio da Jordan Tarlow). Ma We’re Outta Place, in termini di violenza beat/punk aveva già detto tutto, urlandolo col tono sguaiato, incalzante e provocatorio di Mike Chandler. Quelle sei cover erano il certificato di battesimo della scena garage della Grande Mela. E gli scarti strumentali (con le urla di Chandler registrate nel suo appartamento ed aggiunte nella masterizzazione successiva) che verranno pubblicati tre anni più tardi a band ormai sciolta, il suo certificato di morte. Tutto quello che successe in quei quattro anni, gli Outta Place lo avevano già bruciato in pochi mesi, come se non ci fosse un domani. Con la voracità e la furia ormonale che sono proprie dell’adolescenza. Ancora oggi, milioni di dischi dopo, pochissimi sono riusciti a fare di meglio e con un accanimento ed un livore vagamente simile al loro.

Quando la band che lo aveva registrato si era già autodistrutta da un po’ la Midnight pubblica Outta Too!, un altro massacrante mini album di devastante garage-punk. Anche se pure stavolta la cosa che impressiona di più è la voce sguaiata di Mike Chandler. È suo, all’epoca, il miglior latrato da caveman. Robert Jelinek è Eric Burdon, Greg Prevost è Mick Jagger, Eric Bacher è Phil May e Leighton, ai tempi, è Alan Rowe (al quale ruberà pure tante altre cose, NdLYS). Ma Mike Chandler è Mike Chandler.

Canta col ghigno beffardo di un punk. Ed è l’unico che riesce a cantare Little Girl dei Syndicate of Sound con un tono più marcio e depravato di quello dello stesso Don Baskin anche se Chrissie Amphlett lo farà mettendosi le dita nella fica, proprio un annetto dopo l’uscita di Outta Too!!, facendone un hit da porno-rock.

Little Girl è chiusa qui dentro assieme ad altre sei cover: una versione speculare del precedente mini. Altre oscure reliquie sixties deturpate da questa manica di punkers che non serbano rispetto manco per i genitori, figurarsi per le canzoncine di bands sconosciute del Delaware o di Burlingame. Così arrivano, e sfasciano tutto.

È con loro che la definizione garage assume quella di garage-punk.

Non c’è adesione ai canoni, ma abrasione.

Gli Outta Place suonano con una foga da dodicenni alla prima foia.

Come se suonare in uno scantinato della Bowery equivalesse a suonare al CBGB‘s.

Chissà cosa avrebbero potuto fare se non avessero scelto di bruciarsi nel giro di sei mesi.

 

Ancora prima di loro c’era stato dell’altro: una band in cui Chandler suonava, malamente, il basso e Tim Warren altrettanto male l’organo. Non ne sarebbe rimasta traccia ma avrebbe sancito la nascita di una grande amicizia, anche artistica: Mike avrebbe dato una mano economica all’amico Tim per stampare un disco che avrebbe segnato l’inizio di un’etichetta che diventerà l’emblema di una intera filosofia di vita, la stessa da cui attingeranno proprio gli Outta Place.

La label era la Crypt Records e il disco il primo volume di Back from the Grave.

Le storie di Tim e Mike torneranno ad intrecciarsi, come vedremo.

Il passo successivo furono i Raunch Hands.

All’epoca, non li capisce nessuno.

Dopo, neppure.

A parte Tim ovviamente, il quale non solo se li mette in casa e nel suo furgone per portarli in tour ovunque capiti, ma suggerisce pure a Mike tutta una serie di oscurissime cose che lui sta reperendo in giro per l’America per riempire i suoi volumi di musica improbabile. Inoltre, facendo uno strappo alla regola, li infila pure dentro il terzo volume delle sue Back from the Grave, accanto a bestie come Murphy and The Mob, Montells e Little Willie and The Adolescents, aprendo perla seconda volta (nella primissima tiratura del primo volume della serie aveva in realtà permesso all’amico Monoman di chiudere la scaletta con una versione di The Witch che verrà rimossa nelle successive ristampe, NdLYS) le segrete della sua cripta ad una band contemporanea.

Ma prima di finire nella cripta di Warren i ragazzi firmano per la Relativity, un’etichetta metal messa su da Barry Kobrin ma che lavora pure con Robyn Hitchcock e Cocteau Twins, tra gli altri. Hanno soldi da investire, e li buttano così.

Tutto il materiale inciso per la Relativity (El Rauncho Grande del 1985 e Learn to Whap-a-Dang dell’anno successivo) verrà ristampato in digitale nel 1990 da un’etichetta di Tokyo, la 1+2 Records di Barn Homes ed è un po’ da qui che parte la storia del rock ‘n roll a bassissima fedeltà degli anni Novanta. Quella di bands come Bassholes, ’68 Comeback, Gibson Bros. e Gories, per intenderci. Che non solo registrano male, anzi malissimo, ma suonano con quell’identico modo sgraziato, insolente e sfrontato recuperando dalle frattaglie che la storia del rock ha rimosso e messo tra gli scarti di produzione. Country, hillbilly e blues scassati, legati con lo spago e attaccati con mastice da falegname. Un po’ fuoriposto ovunque, all’epoca.

Ripudiati dagli oltranzisti devoti al garage punk degli Outta Place, derisi dai fedeli al suono roots, accusati di essere una band di fantocci che si fa beffe della tradizione. E invece…se i Long Ryders erano un branco di vaccari intenti a radunare il bestiame lungo le pasture della campagna americana, i Raunch Hands erano una piccola mandria di buoi che pascolava nel letamaio del rock ‘n roll come solo i Panther Burns o i Cramps facevano all’epoca.

Una di quelle piccole ma inevitabili botole dove può andare a incastrarsi il vostro piede, se state cercando sotto l’asfalto con cui è stato coperto gran parte del tesoro sepolto del rock ‘n roll. Statevi accorti.

 

L’approdo “ufficiale” alla Crypt dei Raunch Hands avviene nel 1988. Tim Warren prenota i Coyote Studios per due giorni, l’8 e il 9 Ottobre, per registrare il nuovo disco della band. Tim è uno cui piace fare le cose senza troppi fronzoli, ama il rock ‘n roll che viene dalle viscere, senza laccature e superfici a specchio. Che tanto i suoi idoli non hanno facce che meritano di essere guardate. 

I Raunch Hands, pure. Due giorni sono più che sufficienti.

Alla fine delle due giornate Mike Mariconda e Mike Chandler, orfani del terzo Mike (Tchang, autore di buona parte del primissimo repertorio, NdLYS), consegnano a Warren la bobina per Payday, che verrà impacchettato in una bella copertina firmata da Dan Clowes (quello di Las Vegas Grind ma pure di un’enormità di altre cose, non solo musicali) e pubblicato l’anno successivo.

Payday, rispetto all’honky tonk da osteria dei primi dischi, abbonda di coloriture black. Come se quel frat-rock degli esordi fosse stato volutamente sgusciato per riempirne le cavità con un’irruenza che viene dalla soul music e dal R ‘n B ma senza perdere un solo milligrammo delle sue proprietà abrasive.

Tredici canzoni sporche come dei kleenex abbandonati in una piazzola di sosta.

I Raunch Hands sono il bacio sporco del rock ‘n roll. Lì dove la lingua di Jagger si insinua e le labbra della Turner colano di piacere.

 

Sono ancora gli epiteti contro il prog rock lanciati da Tim Warren a farla da padrona nella copertina interna di Have a Swig, nuovo lavoro su grande formato ma a breve circuito dei Raunch Hands con dentro due cover micidiali di Did You No Wrong dei Sex Pistols e della comica Frenzy di Screaming Jay Hawkins a far compagnia a cinque nuove canzonacce della gang newyorkese. Fatta eccezione per il lercio stomp di The Long Crawl Home che sembra svicolato fuori da The Axeman’s Jazz dei Beasts of Bourbon si tratta di una “sorsata” di rock ‘n roll deraglianti, farcite di armonica, sassofono e spazzole e oltraggiati dalla voce beffarda di Chandler.

Tim Warren aveva visto giusto: i Raunch Hands sono una band senza tempo, capace di stare in equilibrio sulla storia del rock ‘n roll sputando dall’alto. Attenti a quello che bevete, quando aprite la bocca.    

 

Bestie feroci.

Come definire altrimenti i Raunch Hands? Animali che vivono liberi da ogni recinto, abituati ad orinare su ogni rovo di rhythm ‘n blues, su ogni cespuglio di frat-rock, su ogni arbusto rock ‘n roll, su ogni cespo di soul music, su ogni germoglio novelty. Facendo tana nelle tane altrui. Come i Blues Brothers al Bob’s Country Bunker portano la loro musica dove sanno che verrà odiata, trasformando quell’ostilità in un frastuono ancora più feroce. Sbavando dalla bocca, non avendo altri orifizi molli da cui sbavare.  

Fuck Me Stupid non arretra di un solo centimetro nella ricerca del conflitto che i Raunch Hands portano avanti ormai da otto anni. Alzando ulteriormente il livello di scontro e di tensione. L’arrivo di Mike Edison dietro i tamburi ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato dentro una polveriera. E il risultato è una deflagrazione immane di petardi lascivi di un rock ‘n roll che cola di lardo e umori sessuali che neppure dietro e sotto i mantelli di James Brown e Salomon Burke.

Cosa aspetti? Fottimi, stupido.

 

Ci sono bands che suonano rock ‘n roll. Altre che, molto più semplicemente, SONO il rock ‘n roll. È una questione di ESSENZA o di odore se preferite. Già, di odore. Perché i Raunch Hands hanno quel tipico puzzo funky che ogni rock ‘n roll band dovrebbe portarsi addosso. Come spiegherà lo stesso Mike Edison sul suo How Punk Rock Ruined My Life il r ‘n r è una droga e una volta preso il vizio, sei fottuto. Una teoria che Feel It!, il disco che riapre la casa di tolleranza dei Raunch Hands quindici anni dopo l’ultima orgia in studio, palesa in pieno, con una carica erotica esplosiva che Edison, Chandler e Mariconda ben conoscono. Accantonati provvisoriamente i loro progetti rieccoli con 11 bombe di frat rock demente e debosciato con picchi di assoluto delirio su The Sophisticated ScrewThe Skies AboveYou Don‘t Care e sul gospel perverso di Kick Me One Down. Da allora, più nulla si sa di loro anche se in quello stesso anno, nel 2008, esce il disco di quella nuova band di cui parlavo in apertura.

E di cui nessuno sembra accorgersi.

Ma come cazzo è possibile, mi chiedo.

Qua dentro ci sono Mike Chandler, gli Heavy Trash, Keith Streng e Steve Greenfield dei Fleshtones, Laura Cantrell, Brian McBride degli Electric Shadows, Hans Chew, Buffi Agüero dei Tiger! Tiger!, Johnny Vignault dei Woggles e nessuno ne parla?

Miracoli del giornalismo musicale di quest’Italiucola ormai ridotto a pura propaganda per il distributore di turno, in cambio di qualche pagina di pubblicità e una manciata di promo.

Così va il mondo.

A proposito, avete sentito riguardo il mondo?

Se non ne avete sentito abbastanza, è ora di ravvedervi. Perché Michael Chandler è diventato Reverendo e vi condurrà verso la luce col suo gospel sporcato dal garage e dal rock ‘n roll. Non sono più i Raunch Hands e non sono ancora i Mercy Seat ma sono sulla perfetta via di mezzo. Un biglietto di sola andata per il paradiso, a bordo di una Roush Cobra che sfreccia da Madrid (dove nel frattempo Mike si è trasferito, NdLYS) al New Jersey, guidata dall’organo di Jerome Jackson, organista della Kelly Temple Church Of God In Christ di Harlem.

I dodici sermoni di Have You Heard About the World? sono l’alternativa a tanto rock che puzza di cadavere e che sta atterrendo il mondo.

Mandate a cagare gli xx e fatevi due salti di autentica gioia.

In quanto a te, Chandler, che tu sia impermeabile alla malattia come lo sei stato a tutto ciò che non puzza di rock ‘n roll.  

Il mondo, questo e l’altro, te lo deve.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

P.S: per aiutare Mike nella sua lotta contro il cancro potete andare qui: https://www.gofundme.com/2hvsh5g. Grazie a nome suo se lo farete. God bless Mike.

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THE NEUMANS – The Neumans (Screaming Apple)  

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Bruciati nel giro di un paio di stagioni. Ma che stagioni!

I californiani Neumans di Rex Beaton e della di lui compagna Gravel sono stati, per la metà di questo decennio quello che i Vipers e gli Unclaimed furono per la metà degli anni Ottanta: un concentrato di demenza garage-punk e di scarti psichedelici di quart’ordine, chitarre fuzz e organetti Vox sparati sul pubblico sognando di essere la reincarnazione dei Music Machine, dei Missing Links o dei Five Canadians.

Il loro approccio era quello selvaggio e sporco delle formazioni neo-garage di trent’anni prima: i primissimi Miracle Workers, i Gravedigger Five, i Gruesomes, le prime Pandoras, i primi Pikes in Panic saltano alla mente mentre scorrono i dodici brani di quello che è atto di battesimo e allo stesso tempo testamento discografico della band di Santa Ana. Nessuna concessione alle lusinghe freak, alle moine della scena indie che vorrebbe creare in vitro le repliche degli Allah-Las o alle carezze dell’area shoegaze che vorrebbe riprodurre invece quelle degli Spacemen 3.

Solo garage punk nella sua accezione più classica e nella sua forma più devastante.

Insomma, se siete arrivati a scoprire il beat dei Sixties passando per i nastri della Burger o le padelle della Lolipop dubito vi sentirete a vostro agio. Se invece per voi la parola nuggets non richiama alla mente solo il pranzo-spazzatura del McDonald’s fatevi sotto senza esitazione alcuna, qui ce n’è un piatto pieno.

Formidabili Neumans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE DEVILS – Sin, You Sinners (Voodoo Rhythm)  

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Il tempo di capire chi te le sta suonando, e i Devils sono già andati via.

Rientrati in canonica. Ammazzando il tempo dell’attesa per le lacrime di sangue di San Gennaro facendo sanguinare il vostro naso.

Sin, You Sinners ha un tiro micidiale.

È un garage ‘n roll del tutto impreciso ed dozzinale, come la definizione appena data per descriverlo in maniera alquanto sommaria ed approssimativa.

Se infatti il garage e il rock ‘n roll dei Fifties servono per circoscrivere il raggio di azione della coppia napoletana, c’è da dire che i due si avventano letteralmente sulla materia sonora, torturandola fino a deturparne il corpo e spaccandone le viscere come in una mattanza ordinata da un qualche Dio malevolo. La presenza di qualche stomp come Coitus Interruptus e Drunk Town serve ad smorzare la tensione catastrofica di questi diciotto minuti di delirio di tamburi e distorsioni sopravvivendo ai quali potrete forse chiedere di essere accolti nella loro parrocchia. Genuflettendovi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REVERBERATIONS – Mess Up Your Mind (Screaming Apple)  

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Quando per i club di Portland giravano i Miracle Workers penso loro non fossero ancora nati. Eppure adesso eccoli qui, i Reverberations. A rinnovare quell’appassionante saga di suoni rubati al sixties-punk che fortunatamente non conosce sosta. Dopo un paio di singoli ecco dunque la band dell’Oregon arrivare al traguardo del primo full-length, presentato con una di quelle copertine che sai già che comprerai, prima ancora di aver ascoltato una sola nota.

Poi lo apri e…bang! E’ proprio quel disco della madonna che ti aspettavi. Uno di quelli che sarebbe potuto uscire benissimo trent’anni fa. E lo avresti fatto girare sul piatto fra un Tell-Tale Hearts e un Thanes, così sborroso di armonica, così pieno di chitarre capaci di pennellate folk-rock e di grandi orge R ‘n B, così popoloso di urla da foresta giurassica e di piogge battenti di maracas che manco in una foresta tropicale. Definitivamente, la miglior uscita sixties-punk del 2016 è in mano ai Reverberations. Gli altri, si mettano l’anima in sella, la vanga in mano e tornino a scavare.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SONICS – 47.2414° N, 122.4594° W

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Quando, nel 1965, venne registrato !!! Here Are !!! (tre punti esclamativi prima, tre dopo. I dettagli non sono solo dettagli, cari miei. NdLYS) il termine punk non era stato ancora coniato.  Ecco spiegato l’imbarazzo di Kent Morril, allora presidente della Etiquette, nell’annunciare al pubblico la musica dei Sonics.

“È difficile descrivere il suono dei Sonics” scriveva sulla copertina di questo schiacciasassi. Lo è adesso, figurarsi allora.

Una garage band, come ce n’erano tante in giro per Stati Uniti e Inghilterra in quel periodo. Ma con una fissa per il rock ‘n roll triviale di Little Richard e il suono secco ed asciutto del beat di Kinks e Troggs.

E per i volumi altissimi.

Quando si raccolgono attorno al mixer dell’Audio Recording Studios di Seattle, Keaney Barton non ha ancora finito di contare i dollari richiesti per il noleggio della sala che ha già cominciato a bestemmiare. I ragazzi vogliono ottenere il massimo col minimo.

Gli basta un registratore a due canali e pochi microfoni. Per la batteria decidono di usarne uno soltanto. Che non raccolga i particolari ma il “mood”.

Non gli serve altro. A patto che i cursori del volume stiano in rosso fisso.

Era successa la stessa cosa poco tempo prima, negli studi di Lyle Thompson (i Commercial Productions Inc., NdLYS). Da lì era uscito il meglio della musica da intrattenimento del northwest. Dal soft-jazz alla musica per gli spot.

Da lì uscirà il primo singolo dei Sonics. Una canzone che parla di streghe con, sul retro, una cover strappamutande di un classico di Little Richard. 

Ne esce pure un Lyle Thompson devastato, costretto a leccare le ferite del suo Ampex 350. I Sonics non rimetteranno mai più piede al settimo piano dello Skinner Building, al n. 1426 della Quinta Strada.

E neppure le Shangri-Las torneranno a suonare con loro, dopo essere state sbeffeggiate sul palco. Ma questa è un’altra storia.

I Sonics sono, assieme agli amici Wailers, la prima collage band devastata dalla distorsione e dal rumore. Suonano per fare male, a denti stretti.

Con una chitarra crepitante, un piano honky-tonk picchiettato con le nocche delle dita e un barrito di sassofono che ti strappa la carne.

I fratelli Parypa hanno cominciato ad usarlo nel 1960, per ammorbidire le serate in balera e permettere qualche struscio in più. Ma nel 1963 ingaggiano Rob Lind dei Searchers, che soffia dentro il sax come se stesse tirando via le culotte di Marylin Monroe. Assieme a lui si portano dietro Bob Bennett e Gerry Roslie decretando la fine dei Searchers e la nascita dei nuovi Sonics.  

Roslie si siede al piano, come da contratto. Poi comincia quasi per gioco a ringhiare sugli standard che la band mette sul banco dell’officina: Walkin’ the DogRoll Over BeethovenGood Golly Miss MollyMoneyDo You Love MeNight Time Is the Right TimeHave Love Will Travel.

Non canta, urla. Perfetto.

Lui sarà la voce della band.

E siccome le ragazzine si terranno le mutande quando sentiranno quell’ugola lacerante cantare di amore e serate al drive-in, tanto vale eccedere nel gusto per lo shock: The WitchPsychoStrychnine e Boss Hoss sono i titoli scelti per le prime composizioni autoctone. Perfette per la voce spiritata di Gerry.

E per mettere scompiglio tra i teenagers ancora sedotti dalle canzoncine d’amore di Beatles e Herman‘s Hermits. I Sonics le ficcano nel disco, assieme ai classici di cui sopra e un pezzo imprestatogli dai Wailers: Dirty Robber.

A poche miglia di distanza le officine della Boeing stanno costruendo il primo B737.

Ma dentro gli studi di Barton si fa ancora più fracasso. 

I Sonics diventano i re del Northwest. Se nel 1966 stai festeggiano i tuoi sedici anni non puoi non sognare una festa con i Sonics a bordo piscina e la stanza da bagno piena di verginelle con la loro bella coppa di champagne in mano.

Altro che no Martini-no party. I Sonics devastano le feste e preparano alle orge mentre in Italia i re delle classifiche sono Il mondo di Jimmy Fontana, Un anno d’amore di Mina e La Notte di Adamo.

Se nessuna mamma avrebbe fatto uscire la propria figlia con uno Stones, nessuna avrebbe voluto saperla compagna di classe di uno dei Sonics.

Quegli strafottenti, volgari, boccacceschi e impavidi eroi del Garage Punk.

BOOOOM.

Il 1966 esplode il 12 Febbraio.

L’epicentro è la fogna di Tacoma, ma la deflagrazione si sente fino alle coste atlantiche europee, attraversando quindi tutta l’intera confederazione statunitense.

Tramortendo trecento milioni di americani, intontendo gli altri.

Non è passato neppure un anno dal debutto e i Sonics, da bravi Cristiani, dopo averci schiaffeggiato su una guancia, ci chiedono pure l’altra.

Boom è esattamente speculare al suo predecessore.

Stessa energia, identica forza espressiva, medesima tempesta ormonale.

Uguali sono pure i musicisti, il team di produttori e l’etichetta.

Pure qui dentro un braccio di ferro tra originali sfonda-timpani e cover laceranti di numeri rock ‘n roll e rhythm ‘n blues. Marvin Gaye, Little Richard, Bill Haley.

E poi la più degenere e volgare cover di Louie Louie a memoria d’uomo.

Gli originali, anche stavolta, verranno mandate letteralmente a memoria da ogni punk band nata da dopo di loro. Ogni volta che una nuova garage band metterà piede in una cantina, i Sonics sono lì. Coi Fuzztones, coi DMZ, coi Droogs, con gli Stooges, coi Fall, con i Gruesomes, con gli Horrors, con i Miracle Workers, con i Clash, con i Dead Boys, con gli Human Switchboard, con i Dogs, con i Brats, con i Sex Pistols, con i Nomads, con gli Outta Place, con i Mummies, con gli MC5, con i Mudhoney, con i Noise Conspiracy, con i Creeps, con i Black Keys, con i Nirvana, con la Blues Explosion, con gli Hives, con i Ramones. Ovunque.

Ancora una volta, nessuna canzone d’amore.

Gerry Roslie non sa scrivere canzoni d’amore. Quando una ragazzina gliene chiede una, gliene canta una di qualcun altro, facendo smorfie con la sua faccia da bravo ragazzo.

Qui ad esempio intona Since I Fell for You di Buddy Johnson.

You love me, then you snub me
But I don‘t know what to do.

You tell me that you love me

But what can I do?
I’m still in love with you

And I get the blues most every night

dice. E qualcuna gli crede. Pure quando si rialza gli slip dopo la serata al drive-in.

Prima di essere riaccompagnata a casa quando scocca la mezzanotte.

Hey Hey Hey Hey Hey Cinderella,

dove sei andata?

Ho una scarpina di vetro da farti provare…

 

 

Nell’estate del ‘66, forte del nuovo contratto di distribuzione con la ABC-Paramount siglato l’anno precedente, la Jerden Records decide di mettere sotto contratto i Sonics e di spingere, come era successo con Louie Louie dei Kingsmen tre anni prima, The Witch e Psycho (che infatti vengono rieditate entrambe come singoli, NdLYS) oltre i patri confini. Introducing The Sonics, l’album che deve fare da contorno all’operazione viene messo su in quattro e quattr’otto dallo stesso JERry DENnon, speculando sulla forza di quei due pezzi (featuring The Witch and Psycho, recita il titolo completo, NdLYS) e aggiungendo nove tracce nuove di zecca che però della furia degli esordi conservano poco o nulla. Si tratta perlopiù (You Got Your Head On BackwardsLike No Other Man, la cover di I‘m a Man) di una versione insipida degli Yardbirds e dell’abortito tentativo di scrivere una canzone da pomicio come Love Lights. Le cose migliori sono riservate alla seconda facciata del disco, con il riff discendente e la valanga di piatti di I‘m Going Home, la cavalcata fuzz di High Time e lo sporco soul di Maintaining My Cool. La carica esplosiva dei primi due album è però definitivamente sedata, nonostante il bellissimo look da matador del Northwest punk sfoggiato con classe sul bordo piscina scelto per lo scatto di copertina.

Tra la polvere alzata dagli zoccoli del bovino e dai tacchi cubani dei Sonics nessuno si accorge che dentro l’arena c’è un toro senza corna.

I toreri hanno gioco facile, fino alla noia.

Davanti al microfono la più bella voce del garage punk del Nord Ovest americano si spegne in uno sbadiglio.

Nel 1980 Gerry Roslie si lascia convincere da Greg Shaw a dare una rispolverata al catalogo dei Sonics assieme ai musicisti degli Invaders. Gerry accetta a patto che il nome dei Sonics non venga citato in copertina. I due si stringono la mano. Ma Greg, che oltre ad essere uno dei discografici cui dobbiamo la vita è anche un infame, fa seguendo la sua unica regola, ovvero come cazzo gli pare. Sicchè alla fine Sinderella esce con il nome dei Sonics in bella vista, allungando la black list dei nemici di Greg Shaw. Il disco non verrà più menzionato da Roslie e non ne troverete traccia sul sito della band, rimosso come si rimuovono i brutti ricordi. Sinderella ha un’aggressività diversa da quella dei Sonics, con un suono che paga pegno a quello dei Flamin’ Groovies (che in quel periodo sono una delle ossessioni di Shaw) e a certo hard-rock con fiumi di bending chitarristici che scorrono per tutta la durata di Shot Down o Boss Hoss e muscolose e quasi zeppeliniane versioni di Leavin’ Here e Let Me Pass. Non un disco ignobile tout-court (la versione di Louie Louie accorcia la distanza con quella degli Stooges e certi tuffi nel frat-rock a chiusura del disco sono in qualche modo adorabili) ma di certo non un disco di cui andare orgogliosi, soprattutto per il tranello che lo ha generato nella speranza di tendere una trappola alla Cinderella in fuga ormai da quindici anni.    

Durante tutto quel decennio e per buona parte dei venti anni successivi il nome dei Sonics diventa una leggenda, onorata da decine di raccolte e da centinaia, migliaia, milioni di tributi che piovono da ogni dove. Ovunque ci sia voglia di far ruggire il rock ‘n roll, che sia New York, San Diego, Torino, Älmhult, Seattle, Londra o Sydney, le ombre dei cinque furfanti di Tacoma sono lì a benedire ogni accordo, ogni latrato, ogni singolo colpo di cembalo.

Della loro carne però non si ha più notizie fino al 2010.     

Fino ad un paio di anni prima, se avessi ricevuto una busta proveniente da Tacoma con la scritta The Sonics come mittente e il mio nome come destinatario, avrei pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Poi però la reunion “temporanea” dei Sonics è diventata faccenda più o meno seria, il loro nome è tornato a campeggiare in cima alle manifestazioni straniere prima (SXSW, NXNE) ed italiane dopo (Festival Beat). 

Quindi io che credo nei miracoli ma non nelle reunion, ho cominciato a sospettare che potesse accadere.

E infatti è successo: i Sonics entrano in studio e registrano un nuovo disco.

A quel punto però, a credere che i Sonics possano ancora suonare come i Sonics sono rimasti giusto qualche giornalista che scrive da anni la stessa  recensione limitandosi ad aggiornare solo i nomi e i titoli e qualche nostalgico sprovveduto come quelli che qui da noi hanno continuato per millenni ad andare ai concerti dei Ribelli credendo che da un momento all’altro potesse saltare fuori lo spiritello di Demetrio Stratos e palpeggiando di tanto in tanto l’accendino in tasca in modo da poterlo tirare fuori al turno di Pugni Chiusi, non certo io.

E infatti 8, prodotto da Jack Endino (anche lui colto di sorpresa quanto me, immagino, NdLYS) suona di un tamarro che a confronto il Maniglia che esegue il riff di Apache sembra Cheetah Chrome quando sparava il giro di Sonic Reducer.

I brani nuovi sono quattro, con Gerry Roslie e Freddie Dennis (il bassista che ha sostituito Andy Parypa) ad alternarsi alla voce e un suono che pare quello di una cover band degli AC/DC messa su dentro le mura di una casa di riposo, con effetto lassativo quando Fred pare voler attaccare il refrain di Whole Lotta Rosie tra una strofa e l’altra di Bad Attitude. Il resto del disco è costituito da sei brani dal vivo, ma prossimi alla morte. CinderellaStrychnineDon‘t Be Afraid of the DarkPsychoBoss HossThe Hustler erano finite per diventare il nostro tormento quando venticinque anni fa ogni merdosa garage band ce ne proponeva la sua versione, ritenendo fosse divertente farci sapere che stavano imparando a suonare sui pezzi giusti piuttosto che sul riff di Smoke on the Water.

E io lo sapevo già allora che sarebbe arrivato il momento che avremmo rimpianto quei giorni.

Ecco, quel momento è ORA.

Però, il miracolo che vuol farsi beffa del mio scetticismo è solo rimandato.

A cinque anni dopo.

Le precedenti reunion erano state un mezzo disastro. Operazioni di chirurgia plastica che avrebbero dovuto lenire le rughe sul viso di Cinderella e che in realtà sono riuscite nell’intento di ridurre quella maliziosa ragazzina che si attarda a rientrare a casa in una delle tante innocue bamboline da mettere in esposizione su una mensola. L’annuncio del nuovo disco dei Sonics non ha quindi suscitato in me nessuna emozione degna di tale nome se non una qualche forma di curiosità da guardone simile a quella provata quando ti spingi a voler mettere alla prova l’aguzzina ferocia dello scorrere del tempo curiosando tra le foto degli amici di un tempo per vedere quanti solchi gli anni hanno lasciato sulla loro pelle. E quanto essi siano simili ai vostri. L’approccio a This Is The Sonics è stato dunque impermeabilizzato da cinismo e scetticismo. Mi sono messo fuori e ho atteso piovesse, cosparso di NeverWet. Poi, ha piovuto. E la magica vernice ha svelato la scritta The Sonics. Segno che Dio li aveva riconosciuti e io pure.

This Is The Sonics è un disco che rende onore al passato della miglior garage band della storia. La prima ad aver capito che non è l’amore a muovere il mondo, ma il desiderio, lasciando ad altri il compito di illuderci del contrario e di raccontarci di eroi buoni e dell’età dell’Acquario.

Nessuna poesia, dentro questo disco.

I loro post non verranno taggati da chi legge Coehlo e Màrquez e da chi mostra al mondo la Stele di Rosetta per nascondere un cuore che ha la forma di un salvadanaio e vorrebbe far credere che invece è un vaso fiorito.

Gli hippie sono morti. Così i punk. Il grunge ha svuotato la sua coppa.

Gli unici ad avere ragione, alla fine, erano Little Richard e Fats Domino.

E i Sonics.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

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COUNT FIVE – Psychotic Reaction (Double Shot)

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Signori, chinate il capo davanti ad uno dei capolavori beat punk di tutti i tempi!!! Pubblicato dalla Double Shot nel 1967, Psychotic Reaction è, a mio avviso, uno dei dieci dischi fondamentali della teen-music di sempre. Altro che le cazzate inverosimili che ci tocca ascoltare oggi, ammanettati dalla cultura McDonald‘s/MTV (paritetica, facendone un’analisi nemmeno troppo profonda). Nati a San Josè dallo scioglimento degli Squires (NON quelli di Going All the Way, NdLYS), i Count Five vennero travolti dal successo del loro primo singolo, una incredibile cavalcata psicotica figlia di Bo Diddley e degli Yardbirds infinitamente più cruda e devastante di quanto possa finire oggi nelle Top 10 di tutto il globo e tra le tracce più inquiete a finire nella lista delle Nuggets di Lenny Kaye e Jac Holzman. L’album che ne rubò il titolo ne fu il degno “contenitore” dando in pasto alla storia, in undici brani scritti in una giornata e mezza, il genio di questi cinque studenti vestiti da Conti Dracula e stregati da band come Yardbirds, Mojos, Pretty Things, Hollies e Who. Tutto è splendido, qui dentro, dalle corse deliranti di Double Decker BusPretty Big MouthThey’re Gonna Get You ai prelibati zuccheri beatlesiani di She‘s Fine e The Morning After, dal soffice soffio psichedelico di Peace of Mind alla divertente dichiarazione d’amore improvvisata in studio di The World.

Quel che successe dopo fu in parte storicizzato negli scaffali dedicati al piccolo formato, in parte favoleggiato fino a diventare qualcosa a metà strada fra la leggenda e l’epica su un visionario scritto di Lester Bangs che ne esaminava con dovizia di particolari e analisi critica i quattro album successivi, senza che fossero stati nemmeno pensati. Era il 1970, e i Count Five non esistevano già più.

Chissà se qualcuno li ha mai cercati, quei dischi, oltre me.

Chissà se qualcuno ancora cerca una copia di questo.

 

Franco “Lys” Dimauro

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