ARCHIE AND THE BUNKERS – Songs from the Lodge (Dirty Water)  

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Detto (e scritto, a suo tempo) che il bellissimo disco di debutto nella sua nefanda perfezione era un lavoro che offriva pochissimi margini di miglioramento considerata la striminzita formula del duo di Cleveland, mi trovo a dover invece affermare che Songs from the Lodge supera l’eponimo album di tre anni fa per efficacia e capacità penetrativa di ogni singolo brano.

Songs from the Lodge è una celebrazione eucaristica del garage-punk più dionisiaco. La macchina dei fratellini O’Connor gira a pieno regime, costruendo alcuni nuovi classici di infetto teen-punk come Fire Walk with Me, Laura, The Cutting Edge, She’s a Rockin’ Machine, Billy’s Bad Day, robaccia che sembra suonata dagli Screamers e cantata da Stiv Bators per il settantesimo compleanno di Rudy “Question Mark” Martinez.

Archie and The Bunkers sono piccoli gatti impazziti cui hanno bruciato la coda e che adesso si arrampicano sulle vostre pareti di casa strappando tende e carte da parati.

Riuscirete a sopportare questo affronto alla vostra vita (ad)domestica(ta)?   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SOUND REASONS – Walk with My Shadow (Groovie)  

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Eccolo finalmente il capitolo successivo al bel 7” di esordio di quasi cinque anni fa.

Walk with My Shadow è dunque un nuovo debutto, stavolta su grande formato, per la band di Los Angeles che cita fra le proprie influenze minuscole band come Monocles, Ugly Ducklings e Haunted. Influenze per nulla rinnegate dalle dieci crepitanti canzoni di questo album d’esordio, forse la miglior produzione Groovie da molti mesi a questa parte. Un suono dove convergono gli Unclaimed (Every Path I Take è una roba “Ganza” come non ne sentivo da decenni, NdLYS), il folk-rock obliquo delle formazioni del New England, l’acceso beat che periodicamente torna ad imbrattarci il cuore di fuzz (Make Me Pay e  Scream-Shout), fantasticherie retrò come Oldsmobile o Slow Down e un accenno di psichedelia a chiudere il cerchio sulla conclusiva Window Payne.

Un disco bellissimo, da sbattere in faccia a chi pensa che non si possa più dire nulla con in mano una chitarra, un basso e una batteria rubate dal retrobottega di un negozio di antiquario.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BASEMENTS – I’m Dead (Lost in Tyme)  

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A dispetto alla facilità di linguaggio non sono poi tantissime le garage band di ultima generazione che ti fulminano al primo ascolto, soprattutto se sei cresciuto ascoltando autentici animali paleolitici come Gruesomes, Tell-Tale Hearts, Wylde Mammoths, Gravedigger V o Untold Fables. I giovanissimi Basements, da Salonicco, possono a tutti gli effetti appartenere a questa striminzita categoria. I’m Dead è un esordio davvero strepitoso, una tanica del miglior carburante sixties-punk che va ad alimentare un motore a cinque tempi d’assalto.

Un pezzo come l’iniziale Wrong, strapazzata dall’armonica e dai singhiozzi di una chitarra in pieno spasmo yardbirdsiano, obbliga già ad una resa immediata e assoluta. La zoppicante Wiseman che segue a ruota sposta e modera i toni ma già la successiva What’s Going On torna a quel suono pieno di riverberi cavernosi che fu tipico dei Wylde Mammoths.

Al più classico neogarage si rifanno pezzi come She Put Me Down, la criptica I Wanna Come Back e il giro optical di I Don’t Want You No More mentre Go Away chiude il tutto con un assatanato jungle-beat alla Bo Diddley da antologia.     

I’m Dead candida i Basements tra le migliori garage-band del nuovo decennio e voi al podio dei fessi, se ve lo fate scappare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE PRETTY THINGS – Greatest Hits (Madfish.)  

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La domanda è: chi comprerà nel 2017 una nuova, ennesima raccolta dei Pretty Things? Onestamente, nonostante abbia visto gente chiedere un prestito per comprare i biglietti per il No Filter Tour dei Rolling Stones, non saprei rispondere.

O meglio, temo di sapere la risposta. E, non giudicandola meritevole nei confronti di una delle più grandi band inglesi di sempre, preferisco tenerla taciuta. Quel che hanno fatto i Pretties negli anni che vanno dal 1964 al 1970, ovvero il periodo preso in esame da questa nuova antologia, ve l’ho raccontato svariate volte e, non bastasse, potrebbe venirvi in aiuto una delle tante modeste storie del rock che sgomitano in libreria.

Peccato, davvero peccato, che artisticamente la loro storia finisca lì, con un seguito discografico spesso disastroso non solo nelle vendite ma anche nei risultati artistici, facendo di loro e del loro pubblico un’accolita di reduci che mostrano tutte le ferite di una militanza orgogliosa, prime fra tutte quella profonda del rimpianto e della nostalgia collerica. Lo testimonia, ce ne fosse ulteriore bisogno, il secondo dei due cd con un’esibizione del 2010 all’100 Club (già stampata in tiratura limitata e dentro un’orrida copertina tempo fa) dove la band esegue integralmente il suo primo album a cinquant’anni dalla pubblicazione, disinnescandone di fatto il potenziale infetto.

Potrebbe dunque essere questo documento a motivarne l’acquisto. Ma è molto probabile non lo sarà.

Un’altra potrebbe essere l’incisione di Mr. Tambourine Man, all’epoca offerta al gruppo dagli editori di Dylan (che l’avrebbero poi offerta ai Byrds, coi risultati che sapete, NdLYS) e rigettata dal gruppo e che invece adesso May e Taylor (che si prendono la briga di scrivere pure delle precisazioni storico/biografiche per ciascuna delle tracce, dando a questa raccolta tutta la veste di ufficialità che merita) decidono di registrare, affondando nel rimpianto tardivo di cui vi parlavo prima. Dunque anche questo potrebbe sembrare un ottimo sprone ma non lo sarà, tanto più che presto qualche idiota si crederà un supereroe venuto a salvare il mondo postandola su qualche canale video, magari col fermo immagine sulla sua faccia da nerd  vanificandone il già pur flebole prestigio.  

Il meglio rimane ancora una volta quel che già conosciamo dei Pretty Things e documentato sulle restanti 24 tracce che depredano i mari pescosi del primo album, dell’enorme Get the Picture?, del capolavoro S.F. Sorrow, del sottovalutato Parachute e dei singoli del periodo d’oro, tralasciando ancora una volta le perle incise dalla band a nome Electric Banana, cui è toccata una sorte forse peggiore di quella immeritata che è stata riservata ai Pretties.     

Dunque rimane il dubbio. Chi lo comprerà?  

Forse chi come me pensa che sia esistita un’altra via inglese al sacro binomio Stones/Beatles. E che questa via sia passata inevitabilmente da gruppi bastardi e progressisti come i Pretty Things.

O che non lo sa, e ha ora modo di scoprirlo. Perché magari ha adesso quei fantastici venti anni che Phil May e Dick Taylor avevano quando tutto iniziò, con la differenza che loro sapevano benissimo chi erano Bo Diddley e Willie Dixon. Quegli altri, chissà.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DEVILS – Iron Butt (Voodoo Rhythm)  

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I Devils non andranno in paradiso.

Quindi, se nel frattempo voi sarete già ascesi al cielo e noi ci accorgeremo della vostra assenza non vedendo più le foto dei vostri animali domestici e del vostro piatto di pasta alla norma sul vostro profilo facebook, sappiate che lassù non li incontrerete. Fate dunque in modo di incrociarli qui, adesso.

Portatevi dietro il vostro aspersorio, se vi pare il caso, ma andate a vedere e sentire di che catastrofe sono capaci.

Magari siete fortunati e aprono il set con White Collar Wolf e potrete mentire dicendo che siete stati a vedere i Cramps. E, per la legge n.8 del vostro codice cristiano, finirete per giocarvi il paradiso pure voi.

Quando sarà, perché sarà, inevitabilmente sarà, li troverete ad aspettarvi all’ingresso, su una collina artificiale di rottami e carcasse di lavasciuga, facendo baldoria come si fa quando arriva l’igna(v)o festeggiato di turno. E che baldoria. Rock ‘n roll indiavolati, con le chitarre che stridono come gessetti sull’ardesia e la batteria che martella come un treno che attraversa il bayou.

Però, ecco, se magari all’ora dell’aperitivo rinforzato ne vorrete avere un assaggio, sapete dove andare a cercare. Attenti all’osso di ciliegia. Pare che sia letale, quando cade di traverso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE RIPPERS – A Gut Feeling (Slovenly)  

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Meno male che ci sono. Che mi pare in ambito garage-punk in pochissimi ormai abbiano qualcosa da dire e che riescano a dire quel poco in maniera adeguata. I Rippers, orgoglio sardo, invece si. Il loro nuovo disco che arriva a coronamento di quindici anni di carriera discografica strappa ancora una volta le costole alla cassa toracica del beat/punk e se le sbrana. Il suono è febbrile, anfetaminico, sferragliante e raccorda il più classico suono garage col fremito delle fronde Yardbirdsiane e col sibilo del vento tagliato dai raggi delle bici di provos olandesi come Q65 e Jay-Jays (ascoltate roba come Pain, I Saw a Man, Don’t Get Along o Scream per sincerarvi del livello di depravazione e abilità raggiunto dal quartetto).    

Decongestionate le strade dai fighetti, che passano i Rippers. Di nuovo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE STROLLERS – Tough Hits (Low Impact)  

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A pochissima distanza dalla tanto attesa ristampa dell’album di debutto del 1999, ecco un’altra gran bella sorpresa per l’ultima, in ordine di tempo, grande garage-band svedese. Si tratta di una raccolta assemblata mettendo insieme i 7” pubblicati ormai quasi venti anni fa dalla Low Impact con l’aggiunta di cinque inediti vintage che non sono nient’affatto degli scarti ma roba ricoperta dalla stessa polvere d’oro del classico materiale capellone degli Strollers. La corsa vale dunque assolutamente il prezzo del biglietto anche perché di roba così volgarmente sixties-punk oggi ne esce veramente ma veramente poca (su due piedi, che la terza gamba ne è priva, mi vengono in mente solo i Reverberations, NdLYS). Gli attrezzi del mestiere sono quelli classici del genere e usati con la maestria che già ai tempi di It’s All Over Now e Stay Away ne aveva fatto gli eredi naturali di band come Backdoor Men, Crimson Shadows e Creeps. Eredità biologica ribadita adesso dalla caratura di un pezzone gracchiante come Get the Picture Clear, dal Crawdaddy-style di It’s About Time e dai blotter acidi appiccicati su Mystic Woman e sulla cover dei Macabre Be Forewarned.

Giganti svedesi.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Back from the Grave #1 (Crypt)  

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Quando Back from the Grave arriva nei negozi, Greg Shaw ha già pubblicato una decina delle sue Pebbles, le Mindrocker, Glimpses e Boulders hanno già iniziato a spargere i loro semi e le storiche Nuggets di Lenny Kaye, al decimo anniversario, si apprestano a diventare nelle officine della Rhino Records una collezione praticamente infinita. Eppure, quando Tim Warren dà il via alla sua “saga” mettendo in fila in maniera del tutto arbitraria una dozzina dei singoli che ha iniziato a collezionare dopo essersi stufato del punk e che si limita a “masterizzare” direttamente dal suo piatto, non sa ancora che sta per inaugurare non una semplice, ennesima collana di vecchia roba andata a male ma diffondendo una vera e propria filosofia di vita: riportare alla luce i cocci della rock ‘n roll culture pre-Sgt. Pepper’s e sotterrare tutto (o gran parte di) quel che è venuto dopo. Nessuno spazio per melense canzoncine d’amore ne’ discutibili e spesso noiosissime parate psichedeliche per ottoni, tablas e nastri rovesciati.

Nessun tappeto volante si alza da queste gracchianti e sgraziate canzoni pescate alla rinfusa dalle casse della sua “cripta” di Brooklyn dove vive senza cucina e senza doccia ma sommerso dai vinili. Solo canzoni senza futuro o, quando le abilità sono ancora al di sotto dello zero approssimato per eccesso in cui le band eccellono, un “taglio” da pusher senza scrupoli su robaccia altrui (da Jack the Ripper a Psycho, da The Bag I’m In alla The Witch dei Sonics suonata in incognito dai Lyres nei primi 500 esemplari e poi scomparsa dalla faccia della terra come una vera strega). Fuori dalla cantina malmessa di Mr. Warren il mondo si sega e si accarezza il clitoride con i poster di Duran Duran e Bananarama. Ma il vero odore di sesso resta intrappolato dentro le sue quattro mura e dentro queste due facciate.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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