CALEXICO – The Black Light (Quarterstick)  

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L’estrema conseguenza di tutto il “rinnovamento” della musica tradizionale iniziata col Paisley Underground e la febbre “roots” dei medi anni Ottanta fu che quella macchina del tempo avviata da band come Jason and The Scorchers, Long Ryders, Green on Red, Gun Club et similia diventò ingovernabile, proiettando gran parte dei protagonisti indietro fino alla riscoperta della musica degli avi. Dave Alvin, Jeffrey Lee Pierce, Alejandro Escovedo, Dan Zanes, Exene Cervenka, Tito Larriva, Sid Griffin coi Coal Porters finirono per dare ragione ai Los Lobos, tra tutti i “rinnovatori”, quelli da sempre più prossimi a una musica imbrattata di radici storiche e culturali, quelli sempre meno propensi alla contaminazione.  

Joey Burns e John Convertino dei Giant Sand si trovarono nella stessa condizione quando decisero di mettersi in proprio. La scelta del nome era già un chiaro indizio di quanto i Calexico volessero indugiare sul tema della frontiera, in particolare proprio quella che, estendendosi fra la California e il Messico sembra stringere l’Arizona in un abbraccio.

Un confine che sa già di cinema. Ed infatti la musica dei Calexico è molto cinematografica, ambientale, paesaggistica. C’è il western, ovviamente. Ma c’è anche quell’esuberanza a volte fuori luogo della musica mariachi (che uscirà fuori in maniera ancora più ingombrante sul disco successivo, NdLYS), e certe tristezze che sono già la porta d’ingresso alla malegria sudamericana che è anche un po’ la nostra, quella siciliana in grado di intonare un testo come Vitti na crozza su una musica da ballo da festa paesana. Morricone e i Los Lobos, inestricabili.

Ma c’è anche, dentro The Black Night, molta dell’attitudine slo-core e post-rock che in quegli anni cerca di mettere a riposo il rock dopo l’orgia del grunge. Battute lente e voci sussurrate come il presagio di una sciagura omicida imminente o come monito ad una già consumata.

Il paradosso di una nevicata sulle terre baciate dal sole.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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WILLY DeVILLE – In New Orleans (Big Beat)

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L’ultimo sogno artistico di Willy DeVille prima di essere divorato dal cancro è quello di ritornare a New Orleans e “rimettere in piedi la band”.

QUELLA band: Dr. John, Allen Toussaint, Wayne Bennett, Isaac Bolden, Ross Brady, Billy Gregory, Eddie Bo, Brian Coyolle. Ovvero, per farla breve, il suono di New Orleans. Lo stesso di cui Willy si innamora dopo un decennio culminato con la fuga da New York e l’esilio umano proprio nella città della Louisiana. È qui che Willy va alla ricerca di quella semplicità espressiva che i suoi ultimi dischi avevano perduto. Ed è qui che la ritrova grazie al prezioso aiuto del vecchio amico Carlo Ditta. Quello che ne viene fuori è un disco di cover intitolato Victory Mixture per realizzare il quale Willy chiama i musicisti che quel suono lo hanno plasmato pescando tra gli scarti di musica americana portati a valle dal Mississippi. Un disco fatto di pochissimi ingredienti, alla faccia delle iperproduzioni che avevano indebitato la Polydor e permesso a Willy di dilapidare ogni fortuna in un fiume di eroina. Un album fatto senza trucchi e con pochi soldi, quei pochi che gli vengono ancora concessi assieme agli ultimi bricioli di fiducia. In New Orleans è la ristampa integrale di quel disco con l’aggiunta di sei tracce del live Big Easy Fantasy registrato durante il New Orleans Revue.

Il Sud prima di Katrina.  

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

Willy DeVille in New Orleans