BIG EYES – Clumsy Music (Pickled Egg)                    

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Parlano di rado, i Big Eyes. Qualche sparuta storia impigliata fra i denti.

È la loro musica a parlare, a raccontare di viaggi tra oceani e le mira piene di muffa della propria stanza. Musica da camera la chiameremmo, se solo talune volte non sembrasse di venire trasportati dalle onde di certe derive Morriconiane (Cruisers, Threeleftfeet) o di affogare nella sabbia secca di qualche deserto Cooderiano (Back Seat) anche se spesso è la malinconia eterna di un violino morso dal tarlo dello spleen a riportarci il cuore tra i ceppi di casa (Sleep, Bechorovka, Pappy).

Quelle di Clumsy Music sono musiche che hanno il garbo di una Penguin Cafè Orchestra, gli abissi di malinconia dei Tindersticks, la soave liricità dei Rachel‘s anche se agli splendidi crescendo del gruppo di Louisville il quartetto di Leeds preferisce la sfuggente bellezza di piccoli ritagli, di lanciare uno sguardo fugace fuori da una tapparella scostata, sprofondando nel girovagare notturno e mesto tra le spire dei Bark Psychosis.

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SAVAGE REPUBLIC – Tragic Figures / Ceremonial / Jamahiriya / Customs (Mobilization)

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4 CD in splendido formato Discfolio (idea di Bruce Licher, uomo “selvaggio” ma anche grafico tra i più bizzarri degli ultimi anni, NdLYS) con dentro tutto il lavoro in studio dei Savage Republic lungo la loro scostante carriera. In pratica un monumento a ciò che era l’esatta antitesi del monumento stesso: una musica in continuo disfacimento. Qualcosa che partendo dal post punk più tribale (Virgin Prunes, Theatre of Hate, Killing Joke, P.I.L.) ridisegnava paesaggi allucinati in cui convivevano marce militari, tribalismi africani, rumorismo, musica teatrale, kraut rock, psichedelia, new age antelitteram, mantra etnici. Un progetto avanguardista che purtroppo allora non avrebbe attirato le attenzioni di tanti ma che ora, in un’epoca di post-umizzazione dei canoni rock, si tenta di rivalutare come antesignano di un sentire free-form complesso e progettualmente coraggioso, impervio, figlio delle intuizioni dei Can di Tago Mago e affine all’attitudine di casa Ralph. Ciò che fu allora etichettato come “trance” aveva in realtà molto a che spartire con un’idea cinematografica ed impressionista del suono, fotogrammi anche molto diversi (Ceremonial resta, in questo, il loro capolavoro epico laddove Tragic Figures può essere il loro Apocalypse Now) ma che valeva la pena riscoprire nella loro interezza.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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FUGAZI – The Argument (Dischord)

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L’atto conclusivo della vicenda Fugazi mette in mostra un gruppo con tante cose da dire. Fino alla fine.

The Argument scioglie definitivamente la furia hardcore in un gomitolo di trame trance-rock e di psichedelia dalla morfologia sfuggente e adulterata. È l’epilogo della vicenda Fugazi e i quattro di Washington abbandonano la waiting room, ma in pigiama. Con un disco un po’ più nudo e quindi più vulnerabile, soprattutto nella sua parte centrale mentre altrove Full Disclosure, Epic Problem, Ex-Spectator tornano a sporcare le pareti di schizzi punk androidi, mostrando dolore sopra il dolore.

Non tutto è salvabile, in ogni caso. L’iniziale Cashout ad esempio morfologicamente è molto vicina a una sorta di duetto tra Anthony Kiedis e Flea epoca Californication. Altre analogie con il suono ammansito dei Red Hot Chili Peppers dell’ epoca rivela del resto pure la chiusura affidata a The Argument.

Altrove a regnare sovrana è una tendenza alla riconciliazione con l’indie-rock meno rumoroso (Life and Limb, The Kill, Strangelight, Nightshop) e più sonnolento ed ortodosso. È l’album più di routine tra i sei prodotti dalla band di Washington, nonostante la voglia di allargare a collaborazioni esterne al gruppo le porte della più importante istituzione del punk americano degli anni Novanta.
Le vicende familiari dei singoli componenti porteranno la band ad ibernarsi già l’anno successivo, senza mai tuttavia ufficializzare uno scioglimento o una rottura definitiva.

Perché i sogni non finiscono mai.

Solo, ogni tanto, ci lasciano tormentare nell’attesa del prossimo.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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SAVAGE REPUBLIC – Procession: An Aural History (LTM)

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La meno californiana tra le band californiane, tanto da fare stato a sé, anche se confinante con lo Stato Libero della Los Angeles Free Music Society.

Una Repubblica, per l’esattezza.

Con tanto di bandiera che sventola in un cielo grigio piombo. Piantata in una cava di polvere d’amianto.

La musica sognata da Bruce Licher era piena di clangori metallici e percussioni come un’officina meccanica. Percuotono tutto mentre massacrano i Faust, i Joy Division, i Ventures, i PIL, i Wire, Morricone, i Throbbling Gristle, la musica tradizionale. Surf, psichedelia, post-punk, kraut-rock.

Prima dannatamente marziale, angosciosa, tribale poi sempre più dilatata, espansa, immaginifica ma non per questo meno inquietante.

Procession è un doppio CD che pesca da una storia che va avanti fino ai giorni nostri nel disinteresse quasi assoluto. Un disco di piccoli sussulti new wave, un altro registrato dal vivo in Spagna lo scorso Gennaio.

Due scale a pioli per inerpicarvi verso la soffitta tenebrosa dei Savage Republic.

 

 

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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