BARRENCE WHITFIELD & THE SAVAGES – Dig Everything! (Ace)  

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Praticamente in concomitanza col suo nuovo eccezionale (ripeto, eccezionale) album, arriva dalle presse della Ace Records la ristampa dei primi due dischi di Barrence Whitfield pubblicati per la Rounder, stipati in CD per la prima volta, in modo che voi possiate prendere la sua ostia consacrata non una, ma due volte. Impregnata di soul e rock ‘n roll della peggior fattura, la musica dei Savages approda alla Rounder nella metà degli anni Ottanta per devastare il suo catalogo di musica roots con Dig Yourself, numero di catalogo 9007. La band ha alle spalle un disco di debutto rovente come un dardo che però, a causa di una produzione casalinga e di una distribuzione carbonara, non ha varcato i patri confini. Stavolta, grazie all’apporto della Rounder, va molto meglio, tanto che la loro musica finisce per varcare non solo i confini del Massachusetts ma quelli dell’intero continente, portando per la prima volta i Savages in Europa, a pisciare tra uno spostamento e l’altro sotto l’ombra dei platani.

In Inghilterra, dove l’eco del revival rockabilly non si è ancora spenta, il fuoco rock ‘n roll dei Savages viene accolto meglio che in patria. Il disco è snello (25 minuti in totale) ed energico. È nero fin dentro le viscere ed allinea oscurissime cover che nessuno riesce a distinguere dai quattro originali scritti da gruppo. Piano honky-tonk, sassofono sguaiato, una voce in falsetto come quella di Little Richard e chitarre che brucano tra i pascoli di Memphis e quelli di Tacoma: roba buona per tirarci su una festa stile Animal House.  

Il rientro a Boston disperde però la band, e per il secondo lavoro su Rounder Whitfield si vede costretto a ricorrere a personale del tutto nuovo. Il risultato delle registrazioni con la nuova line-up è un mini-LP intitolato Call of the Wild. Il suono si è parecchio ma parecchio ammansito, tanto che quando passa Livin’ Proof sembra quasi di intravedere le sagome di Huey Lewis and the News e tutto il disco sembra avvicinarsi più al revival dei Blues Brothers che all’urticante soul dei due dischi precedenti. Che però è una formula vincente, in America, tanto da portare i Savages ad un successo mai raggiunto prima quando, l’anno successivo, la loro Stop Twistin’ My Arm viene scelta accanto alle canzoni di Eurythmics e Graham Parker per accompagnare le scene di True Love.

Ma sono storie che forse la Ace racconterà prossimamente, per adesso fatevi bastare quel che ci è stato concesso. E siate felici, come me. Almeno per lo spazio di un disco.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BARRENCE WHITFIELD & THE SAVAGES – Soul Flowers of Titan (Bloodshot)  

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Cominciano ad arrivare i primi petardi del 2018.

Uno bello grosso ce lo lancia Mr. Barrence Whitfield da Boston. Anzi, stavolta da Cincinnati.  

Uno che alla soglia dei settant’anni canta ancora come il Mike Chandler a vent’anni.

Soul Flowers of Titan è un disco di quelli belli luridi.

È soul, è garage, è blues, è rockabilly. Una belva con la testa di Andre Williams e il corpo dei Sonics che ti prende il culo a morsi.

Non vi spiazzi il nuovo vezzo di Barrence di agghindarsi come Sun Ra: il suono dei Savages è un omaggio al sound da latrina soul di etichette come King, DeLuxe e  Federal, le stesse dove grondava il sudore nero di gente come Hank Ballard, Otis Williams e James Brown.

È il mondo che si è fermato al 1965 e non vuole saperne di andare avanti, perché non gliene fotte un cazzo di tutto quello che è venuto dopo. Si è bloccato nello stesso magico istante in cui i Sonics incidono Psycho, Wilson Pickett In the Midnight Hour, i Pharaohs Wooly Bully e Otis Redding Mr. Pitiful.

Si è fermato ancora cucciolo, ancora col sorriso sulle labbra e gli ormoni in circolo.

Soul Flowers of Titan ci riporta a quel sorriso e a quel dosaggio ormonale.

Potreste scoprire di averne bisogno, almeno quanto me.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DEVILS – Iron Butt (Voodoo Rhythm)  

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I Devils non andranno in paradiso.

Quindi, se nel frattempo voi sarete già ascesi al cielo e noi ci accorgeremo della vostra assenza non vedendo più le foto dei vostri animali domestici e del vostro piatto di pasta alla norma sul vostro profilo facebook, sappiate che lassù non li incontrerete. Fate dunque in modo di incrociarli qui, adesso.

Portatevi dietro il vostro aspersorio, se vi pare il caso, ma andate a vedere e sentire di che catastrofe sono capaci.

Magari siete fortunati e aprono il set con White Collar Wolf e potrete mentire dicendo che siete stati a vedere i Cramps. E, per la legge n.8 del vostro codice cristiano, finirete per giocarvi il paradiso pure voi.

Quando sarà, perché sarà, inevitabilmente sarà, li troverete ad aspettarvi all’ingresso, su una collina artificiale di rottami e carcasse di lavasciuga, facendo baldoria come si fa quando arriva l’igna(v)o festeggiato di turno. E che baldoria. Rock ‘n roll indiavolati, con le chitarre che stridono come gessetti sull’ardesia e la batteria che martella come un treno che attraversa il bayou.

Però, ecco, se magari all’ora dell’aperitivo rinforzato ne vorrete avere un assaggio, sapete dove andare a cercare. Attenti all’osso di ciliegia. Pare che sia letale, quando cade di traverso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – Trash for Cash (Hit)  

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Nei tre anni che separano l’album di debutto dei Cannibals dal successivo Trash for Cash, Mike Spenser ha modo di mettere le mani e le orecchie sulle Pebbles, ottenendo pure una licenza per l’Inghilterra che porterà alla pubblicazione, per la sua etichetta, del bel cofanetto Pebbles Box. Il risultato più immediato è un dirottamento dei liquami della sua band dal rock ‘n roll basico dei primi anni verso una più chiara deriva garage-punk. La mossa più furba è quella di stravolgere la scaletta delle raccolte originali tenendo fuori proprio le canzoni che finiranno nel repertorio della sua band (Let’s Talk About Girls dei Tongues of Truth, Run Run Run dei Gestures, Going All the Way degli Squires, They Can’t Hurt Me dei Lyrics) utilizzando, appunto, l’”immondizia per fare soldi”. L’obiettivo non sarebbe stato raggiunto, ovviamente, ma è da quel momento che i Cannibals si impongono come l’avamposto britannico del più classico e svaccato garage-punk che sta emergendo in America, Svezia ed Italia in quanto anche il resto delle tracce, quelle che portano la firma di Spenser, si spostano su quei territori, con episodi come Skeletons in the Closet, You Drive Me Mental e la psicotica Human Race a trascinarsi come tenie cagate giù dal culo di Satana sul Sunset Boulevard.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da Youtube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

OH! GUNQUIT – Lightning Likes Me (Decapitator)  

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Tutti pazzi per gli Oh! Gunquit. O quasi.

Siamo nel mondo sotterraneo del rock ‘n roll, signori. Quel mondo magico e folle che fu dei Cramps, dei Raunch Hands, dei Mummies, dei King Kurt.

Lontano dai blockbuster che ingolfano il mercato.

Una riserva di caccia dove piccole e grandi bestie vivono ancora in cattività, cacando dove più gli garba.

Il culto degli inglesi Oh! Gunquit è cresciuto poco a poco. Concerto dopo concerto.

E adesso, come scrivevo in apertura, sembra giunto il loro momento.

Lighning Likes Me è degno erede di Eat Yuppies and Dance, il disco che ce li fece conoscere due anni fa e che conteneva numeri come Sinkhole e Lights Out.  

Anche questo nuovo album, col suo mix di shake, rock ‘n roll, surf, boogaloo, exotica, maracas, tromboni, crea un effetto trash assolutamente avvincente e regala titoli come Never Sorry, Get Wound Up, Fireballs, Nomads of the Lost alla lista irrinunciabile delle vostre prossime feste.

Sempre che ne facciate ancora.

Sempre che qualcuno venga.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DEVIL DOLLS – We Are (Corduroy) / GREENHORNET – SoulScum (My First Sonny Weissmuller) / FIREBIRDS – Their Second Album (My First Sonny Weissmuller)  

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Dalle parti dell’Australia è finito Jay Wiseman, già voce dei mitici quanto dimenticati Hoods. A Sydney ha trovato una gran bella donna e messo su una band chiamata Devil Dolls. Il loro album è un disco di buon punk ’77 alla Avengers appena deviato da certi echi sixties (Stoned, My Baby, Nag) ma sarebbe ora che la voce di Jay qui protagonista della sola cover di He’s a Whore dei Cheap Trick tornasse al ruolo basilare che le compete, alternandosi e intrecciandosi a quella della bambola Mirella. Per chi è alla costante ricerca di qualche scalcagnata band che perpetri il verbo blues anche nel nuovo secolo, consiglio caldamente Soulscum dei GreenHornet. Sentirete cosa si prova a farsi mordere il culo da un mastino che sbava blues. Il terzetto olandese suona oggi quello che suonerebbe Jon Spencer costretto a pubblicare su Crypt fino al ritorno sulla terra di Robert Johnson. Ogni tanto vengono fuori anche evidenti influenze surf e twangin’ (Single Shot, Get Locked) che li avvicinano a band come i Boss Martians e che non fanno altro che renderceli ancora più simpatici. Per la stessa label esce pure il nuovo dei Firebirds che sul Their Second Album continuano malgrado il cambio di line-up a fare quello che facevano già benissimo sul primo: beat secco, surf e instro-rock, R ‘n B albino, roba che piacerebbe a gente come Billy Childish o Tim Warren e che piace una cifra anche a me e a Porky Chedwik.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE FUZZ WAR – Emporium and Overdose (Area Pirata)  

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Il rumore è simile a quello di casa mia, ore 15,00 circa.  

Quando metto su i dischi dei Fu Manchu e l’inquilino che occupa l’appartamento attaccato al mio ha i bimbi che dormono e pare non gradire.

Oppure quello delle 15,30.

Quando, mosso da compassione, decido di togliere il disco dei Fu Manchu e di metterne su uno degli Oh Sees. E il vicino, irriconoscente, pare non gradire neppure questo.

O ancora quello delle 15,35.

Quando, dopo averlo graziato con un ritornello ad una sola vocale in modo che anche lui, troglodita borghese, possa azzardare qualcosa che assomigli ad un canto e, dopo aver fallito nel tentativo di appassionarlo alla ferocia, decido di mettere su una Desert Sessions qualsiasi. Spacciandogliela per dei provini dei Black Sabbath, che tanto fuori piove e l’ambientazione potrebbe creare la suggestione giusta, oltre a precludergli ogni tentativo di fuga.

Oppure quello delle 15,40.

Quando il vicino, furioso, decide di bussare non più alle pareti che ci separano ma alla porta di casa.

E io apro.

E lui mi dice “ma che cazzo sta succedendo? Sembra di stare in guerra!”

E io sorrido.

Perché sembra proprio quel rumore lì.

Ora anche voi sapete quale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MONSTERS – M (Voodoo Rhythm)  

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Vi viene mai voglia di spegnere radio e tv ed accartocciare i giornali mandando a cagare progressisti, conservatori, vegani, ecologisti, guerrafondai, giornalisti, politici, tronisti, cacciatori, razzisti, separatisti, no-global, puttane di regime e tutto il mondo creato?

A me si.

All’altro Reverendo, sua eminenza Beat-Man, pure.

Io mi metto ad ascoltare dischi di infimo gusto. Lui si mette a registrarli.

Insomma, in qualche modo, ci incrociamo.

Quest’anno, ben due volte.

Se il disco uscito qualche mese fa era un riciclaggio di vecchie schifezze M, come Il mostro di Düsseldorf di Lang, è la pattumiera stipata di immondizia calda calda appena prodotta a Toulouse, che i bidoni svizzeri erano già tutti pieni.

M come merda, pure.

Dodici canzoni che grondano fuzz come nei vecchi singoli di Swamp Rats, degli Arrows o degli Omens, dodici canzoni folli come quelle dei Monks, dodici canzoni folli come quelle dei Monsters.

Se non vi piacciono, continuate pure a sputare veleno a salve come Napalm51.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BONE MACHINE – Sotto questo cielo nero (Billy’s Bones/Area Pirata)  

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Potrebbe essere la rampa di raccordo tra il “nonno” Clem Sacco dei bei, folli tempi del rock ‘n roll e il Capossela che scimmiottava Tom Waits dei primi anni Novanta.

Potrebbe essere, se l’immaginario dei Bone Machine non fosse quello del trash ‘n roll più s”Cortese” e meno disposto ad omologarsi.   

Si, insomma, la musica dei Bone Machine non passerà in radio e annegherà nel suo stesso piscio senza che nessuno osi tuffarsi per salvarla. Neppure stavolta.

Fuori dalla grazia di Dio, come essi stessi dichiararono dieci anni fa.

Oggi, a quasi venti dall’avvio del progetto, i Bone Machine continuano a dire parolacce mentre fanno gli addominali sullo psychobilly di Meteors e Cramps (li trovate entrambi su Sono sempre un cane) o sul pianoforte di Esquirita (Un altro sorso di veleno), allenandosi a fare le controfigure di Lee Van Cleef sul set western di Siedi accanto al fuoco. Che la potreste ballare bevendo vino e prendendovi a braccetto, come ad un concerto dei Modena City Ramblers e che invece probabilmente non ascolterete mai, distratti dal partigiano reggiano e da qualche fetta di salame messi in mostra al banco frigo delle radio “solo musica italiana”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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