OH! GUNQUIT – Lightning Likes Me (Decapitator)  

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Tutti pazzi per gli Oh! Gunquit. O quasi.

Siamo nel mondo sotterraneo del rock ‘n roll, signori. Quel mondo magico e folle che fu dei Cramps, dei Raunch Hands, dei Mummies, dei King Kurt.

Lontano dai blockbuster che ingolfano il mercato.

Una riserva di caccia dove piccole e grandi bestie vivono ancora in cattività, cacando dove più gli garba.

Il culto degli inglesi Oh! Gunquit è cresciuto poco a poco. Concerto dopo concerto.

E adesso, come scrivevo in apertura, sembra giunto il loro momento.

Lighning Likes Me è degno erede di Eat Yuppies and Dance, il disco che ce li fece conoscere due anni fa e che conteneva numeri come Sinkhole e Lights Out.  

Anche questo nuovo album, col suo mix di shake, rock ‘n roll, surf, boogaloo, exotica, maracas, tromboni, crea un effetto trash assolutamente avvincente e regala titoli come Never Sorry, Get Wound Up, Fireballs, Nomads of the Lost alla lista irrinunciabile delle vostre prossime feste.

Sempre che ne facciate ancora.

Sempre che qualcuno venga.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DEVIL DOLLS – We Are (Corduroy) / GREENHORNET – SoulScum (My First Sonny Weissmuller) / FIREBIRDS – Their Second Album (My First Sonny Weissmuller)  

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Dalle parti dell’Australia è finito Jay Wiseman, già voce dei mitici quanto dimenticati Hoods. A Sydney ha trovato una gran bella donna e messo su una band chiamata Devil Dolls. Il loro album è un disco di buon punk ’77 alla Avengers appena deviato da certi echi sixties (Stoned, My Baby, Nag) ma sarebbe ora che la voce di Jay qui protagonista della sola cover di He’s a Whore dei Cheap Trick tornasse al ruolo basilare che le compete, alternandosi e intrecciandosi a quella della bambola Mirella. Per chi è alla costante ricerca di qualche scalcagnata band che perpetri il verbo blues anche nel nuovo secolo, consiglio caldamente Soulscum dei GreenHornet. Sentirete cosa si prova a farsi mordere il culo da un mastino che sbava blues. Il terzetto olandese suona oggi quello che suonerebbe Jon Spencer costretto a pubblicare su Crypt fino al ritorno sulla terra di Robert Johnson. Ogni tanto vengono fuori anche evidenti influenze surf e twangin’ (Single Shot, Get Locked) che li avvicinano a band come i Boss Martians e che non fanno altro che renderceli ancora più simpatici. Per la stessa label esce pure il nuovo dei Firebirds che sul Their Second Album continuano malgrado il cambio di line-up a fare quello che facevano già benissimo sul primo: beat secco, surf e instro-rock, R ‘n B albino, roba che piacerebbe a gente come Billy Childish o Tim Warren e che piace una cifra anche a me e a Porky Chedwik.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THEE FUZZ WAR – Emporium and Overdose (Area Pirata)  

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Il rumore è simile a quello di casa mia, ore 15,00 circa.  

Quando metto su i dischi dei Fu Manchu e l’inquilino che occupa l’appartamento attaccato al mio ha i bimbi che dormono e pare non gradire.

Oppure quello delle 15,30.

Quando, mosso da compassione, decido di togliere il disco dei Fu Manchu e di metterne su uno degli Oh Sees. E il vicino, irriconoscente, pare non gradire neppure questo.

O ancora quello delle 15,35.

Quando, dopo averlo graziato con un ritornello ad una sola vocale in modo che anche lui, troglodita borghese, possa azzardare qualcosa che assomigli ad un canto e, dopo aver fallito nel tentativo di appassionarlo alla ferocia, decido di mettere su una Desert Sessions qualsiasi. Spacciandogliela per dei provini dei Black Sabbath, che tanto fuori piove e l’ambientazione potrebbe creare la suggestione giusta, oltre a precludergli ogni tentativo di fuga.

Oppure quello delle 15,40.

Quando il vicino, furioso, decide di bussare non più alle pareti che ci separano ma alla porta di casa.

E io apro.

E lui mi dice “ma che cazzo sta succedendo? Sembra di stare in guerra!”

E io sorrido.

Perché sembra proprio quel rumore lì.

Ora anche voi sapete quale.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MONSTERS – M (Voodoo Rhythm)  

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Vi viene mai voglia di spegnere radio e tv ed accartocciare i giornali mandando a cagare progressisti, conservatori, vegani, ecologisti, guerrafondai, giornalisti, politici, tronisti, cacciatori, razzisti, separatisti, no-global, puttane di regime e tutto il mondo creato?

A me si.

All’altro Reverendo, sua eminenza Beat-Man, pure.

Io mi metto ad ascoltare dischi di infimo gusto. Lui si mette a registrarli.

Insomma, in qualche modo, ci incrociamo.

Quest’anno, ben due volte.

Se il disco uscito qualche mese fa era un riciclaggio di vecchie schifezze M, come Il mostro di Düsseldorf di Lang, è la pattumiera stipata di immondizia calda calda appena prodotta a Toulouse, che i bidoni svizzeri erano già tutti pieni.

M come merda, pure.

Dodici canzoni che grondano fuzz come nei vecchi singoli di Swamp Rats, degli Arrows o degli Omens, dodici canzoni folli come quelle dei Monks, dodici canzoni folli come quelle dei Monsters.

Se non vi piacciono, continuate pure a sputare veleno a salve come Napalm51.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BONE MACHINE – Sotto questo cielo nero (Billy’s Bones/Area Pirata)  

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Potrebbe essere la rampa di raccordo tra il “nonno” Clem Sacco dei bei, folli tempi del rock ‘n roll e il Capossela che scimmiottava Tom Waits dei primi anni Novanta.

Potrebbe essere, se l’immaginario dei Bone Machine non fosse quello del trash ‘n roll più s”Cortese” e meno disposto ad omologarsi.   

Si, insomma, la musica dei Bone Machine non passerà in radio e annegherà nel suo stesso piscio senza che nessuno osi tuffarsi per salvarla. Neppure stavolta.

Fuori dalla grazia di Dio, come essi stessi dichiararono dieci anni fa.

Oggi, a quasi venti dall’avvio del progetto, i Bone Machine continuano a dire parolacce mentre fanno gli addominali sullo psychobilly di Meteors e Cramps (li trovate entrambi su Sono sempre un cane) o sul pianoforte di Esquirita (Un altro sorso di veleno), allenandosi a fare le controfigure di Lee Van Cleef sul set western di Siedi accanto al fuoco. Che la potreste ballare bevendo vino e prendendovi a braccetto, come ad un concerto dei Modena City Ramblers e che invece probabilmente non ascolterete mai, distratti dal partigiano reggiano e da qualche fetta di salame messi in mostra al banco frigo delle radio “solo musica italiana”.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LE CAROGNE – Triodo (Crab Sound)  

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Ottobre 2016. Mentre viene consegnato il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, in Italia esce il terzo album de Le Carogne.

In CD, che lo apri e ti leggi i testi.

O in LP, che lo sfili e ti leggi i testi.  

Perché bisogna essere Carogne fino in fondo. E i quattro di Imperia lo sono. Altrimenti si sarebbero chiamati I Codardi.

La mia ironia da prete (suvvia, rientro pur sempre nella categoria, no?) serve a dirvi che, ovviamente, ognuno è poeta a modo suo. Che ognuno ha delle cose da raccontare. E che in questo mondo c’è spazio per tutti, anche se cominciamo davvero a stare strettini. Ma anche in questo caso, il fastidio è direttamente proporzionale a chi ti ritrovi davanti. O subito dietro.

Quindi ben venga Dylan e i suoi testi che si adattano a tutto, dall’incontro ecumenico del sabato pomeriggio al festival hippie ma ben vengano pure Le Carogne, che sono la deriva burlona/sci-fi del beat-punk italiano. L’unica analogia che mi sento di fare, a livello di approccio dissoluto e simpaticamente malvagio, è quella con il pattume beat dei bergamaschi Le Muffe.

Poi, ovviamente, ognuno legga i testi che vuole e premi quel che crede più opportuno. Ma io da un po’ di tempo mi diletto più a leggere il Lercio che il Resto del Carlino.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE RAUNCH HANDS – Fuck Me Stupid (Crypt)  

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Bestie feroci.

Come definire altrimenti i Raunch Hands? Animali che vivono liberi da ogni recinto, abituati ad orinare su ogni rovo di rhythm ‘n blues, su ogni cespuglio di frat-rock, su ogni arbusto rock ‘n roll, su ogni cespo di soul music, su ogni germoglio novelty. Facendo tana nelle tane altrui. Come i Blues Brothers al Bob’s Country Bunker portano la loro musica dove sanno che verrà odiata, trasformando quell’ostilità in un frastuono ancora più feroce. Sbavando dalla bocca, non avendo altri orifizi molli da cui sbavare.  

Fuck Me Stupid non arretra di un solo centimetro nella ricerca del conflitto che i Raunch Hands portano avanti ormai da otto anni. Alzando ulteriormente il livello di scontro e di tensione. L’arrivo di Mike Edison dietro i tamburi ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato dentro una polveriera. E il risultato è una deflagrazione immane di petardi lascivi di un rock ‘n roll che cola di lardo e umori sessuali che neppure dietro e sotto i mantelli di James Brown e Salomon Burke.

Cosa aspetti? Fottimi, stupido.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MIKE CHANDLER – NYC Real R ‘n R Motherfucker

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Mike Chandler ha il cancro. E lo sanno in pochi.

Come Billy Miller, un altro monumento del rock ‘n roll newyorkese, sta appassendo piano piano ma con grandissima dignità.

Ha anche una nuova band ma nessuno lo sa.

Del resto pochi ricordano anche quelle che ha avuto prima: una band di degenerati chiamati Outta Place che si divertivano a tirare fuori vecchie carcasse dalle pozze di lerciume del rock ‘n roll, metterci sopra qualche cencio ed esibirle come spaventapasseri nel circuito garage che contava. Erano i migliori del giro.

Sboccati e senza alcuna speranza di poter piacere ad alcuno, se non a me: all’uscita del secondo mini-Lp, non esistevano già più.

Ma nel 1983, mentre Rudi Protrudi fatica a trovare una etichetta per stampare il primo album dei Fuzztones, loro stanno però già registrando il loro primo disco. Si chiamano Mike Chandler, Orin Portnoy, Jordan Tarlow, Shari Mirojnik e Andrea Kusten e con i Fuzztones hanno (e avranno) moltissime cose in comune: Orin è il fratello del chitarrista Elan Portnoy (con cui incide già a nome Twisted e con cui fonderà poi due band straordinarie come Headless Horsemen e Optic Nerve), Jordan entrerà nei ‘tones nel 1987 e con loro registrerà In Heat due anni dopo, Andrea finirà dietro il culo di Rudi a suonare i tamburi nel 2000, Shari finirà nel letto di Elan e Rudi, mentre Mike, oltre a flirtare con Deb O’Nair, scriverà (cosa che forse in pochi sanno o dimenticano con facilità ancora oggi, NdLYS) alcune fra le più belle canzoni dei Fuzztones: Bad News Travels FastShe’s WickedHighway 69It Came in the MailMe Tarzan You JaneWhat You Don’t KnowBrand New ManHeathen Set.

Ma all’epoca gli Outta Place sono “soltanto” tre ragazzi e due ragazze che si fanno carico di stampare il primo disco garage-punk dell’area newyorkese. 

Sono arrivati alla corte della Midnight Records grazie ad una demo autoprodotta che il boss J.D. Martignon si fa carico di pubblicare quasi per intero su disco. Il risultato viene stampato su un dodici pollici che gira a 45 giri ed è il secondo disco del catalogo Midnight che di lì a qualche mese pubblicherà pure gli esordi delle altre due garage band della città: i Fuzztones e i Vipers (prodotto fra l’altro proprio da Jordan Tarlow). Ma We’re Outta Place, in termini di violenza beat/punk aveva già detto tutto, urlandolo col tono sguaiato, incalzante e provocatorio di Mike Chandler. Quelle sei cover erano il certificato di battesimo della scena garage della Grande Mela. E gli scarti strumentali (con le urla di Chandler registrate nel suo appartamento ed aggiunte nella masterizzazione successiva) che verranno pubblicati tre anni più tardi a band ormai sciolta, il suo certificato di morte. Tutto quello che successe in quei quattro anni, gli Outta Place lo avevano già bruciato in pochi mesi, come se non ci fosse un domani. Con la voracità e la furia ormonale che sono proprie dell’adolescenza. Ancora oggi, milioni di dischi dopo, pochissimi sono riusciti a fare di meglio e con un accanimento ed un livore vagamente simile al loro.

Quando la band che lo aveva registrato si era già autodistrutta da un po’ la Midnight pubblica Outta Too!, un altro massacrante mini album di devastante garage-punk. Anche se pure stavolta la cosa che impressiona di più è la voce sguaiata di Mike Chandler. È suo, all’epoca, il miglior latrato da caveman. Robert Jelinek è Eric Burdon, Greg Prevost è Mick Jagger, Eric Bacher è Phil May e Leighton, ai tempi, è Alan Rowe (al quale ruberà pure tante altre cose, NdLYS). Ma Mike Chandler è Mike Chandler.

Canta col ghigno beffardo di un punk. Ed è l’unico che riesce a cantare Little Girl dei Syndicate of Sound con un tono più marcio e depravato di quello dello stesso Don Baskin anche se Chrissie Amphlett lo farà mettendosi le dita nella fica, proprio un annetto dopo l’uscita di Outta Too!!, facendone un hit da porno-rock.

Little Girl è chiusa qui dentro assieme ad altre sei cover: una versione speculare del precedente mini. Altre oscure reliquie sixties deturpate da questa manica di punkers che non serbano rispetto manco per i genitori, figurarsi per le canzoncine di bands sconosciute del Delaware o di Burlingame. Così arrivano, e sfasciano tutto.

È con loro che la definizione garage assume quella di garage-punk.

Non c’è adesione ai canoni, ma abrasione.

Gli Outta Place suonano con una foga da dodicenni alla prima foia.

Come se suonare in uno scantinato della Bowery equivalesse a suonare al CBGB‘s.

Chissà cosa avrebbero potuto fare se non avessero scelto di bruciarsi nel giro di sei mesi.

 

Ancora prima di loro c’era stato dell’altro: una band in cui Chandler suonava, malamente, il basso e Tim Warren altrettanto male l’organo. Non ne sarebbe rimasta traccia ma avrebbe sancito la nascita di una grande amicizia, anche artistica: Mike avrebbe dato una mano economica all’amico Tim per stampare un disco che avrebbe segnato l’inizio di un’etichetta che diventerà l’emblema di una intera filosofia di vita, la stessa da cui attingeranno proprio gli Outta Place.

La label era la Crypt Records e il disco il primo volume di Back from the Grave.

Le storie di Tim e Mike torneranno ad intrecciarsi, come vedremo.

Il passo successivo furono i Raunch Hands.

All’epoca, non li capisce nessuno.

Dopo, neppure.

A parte Tim ovviamente, il quale non solo se li mette in casa e nel suo furgone per portarli in tour ovunque capiti, ma suggerisce pure a Mike tutta una serie di oscurissime cose che lui sta reperendo in giro per l’America per riempire i suoi volumi di musica improbabile. Inoltre, facendo uno strappo alla regola, li infila pure dentro il terzo volume delle sue Back from the Grave, accanto a bestie come Murphy and The Mob, Montells e Little Willie and The Adolescents, aprendo perla seconda volta (nella primissima tiratura del primo volume della serie aveva in realtà permesso all’amico Monoman di chiudere la scaletta con una versione di The Witch che verrà rimossa nelle successive ristampe, NdLYS) le segrete della sua cripta ad una band contemporanea.

Ma prima di finire nella cripta di Warren i ragazzi firmano per la Relativity, un’etichetta metal messa su da Barry Kobrin ma che lavora pure con Robyn Hitchcock e Cocteau Twins, tra gli altri. Hanno soldi da investire, e li buttano così.

Tutto il materiale inciso per la Relativity (El Rauncho Grande del 1985 e Learn to Whap-a-Dang dell’anno successivo) verrà ristampato in digitale nel 1990 da un’etichetta di Tokyo, la 1+2 Records di Barn Homes ed è un po’ da qui che parte la storia del rock ‘n roll a bassissima fedeltà degli anni Novanta. Quella di bands come Bassholes, ’68 Comeback, Gibson Bros. e Gories, per intenderci. Che non solo registrano male, anzi malissimo, ma suonano con quell’identico modo sgraziato, insolente e sfrontato recuperando dalle frattaglie che la storia del rock ha rimosso e messo tra gli scarti di produzione. Country, hillbilly e blues scassati, legati con lo spago e attaccati con mastice da falegname. Un po’ fuoriposto ovunque, all’epoca.

Ripudiati dagli oltranzisti devoti al garage punk degli Outta Place, derisi dai fedeli al suono roots, accusati di essere una band di fantocci che si fa beffe della tradizione. E invece…se i Long Ryders erano un branco di vaccari intenti a radunare il bestiame lungo le pasture della campagna americana, i Raunch Hands erano una piccola mandria di buoi che pascolava nel letamaio del rock ‘n roll come solo i Panther Burns o i Cramps facevano all’epoca.

Una di quelle piccole ma inevitabili botole dove può andare a incastrarsi il vostro piede, se state cercando sotto l’asfalto con cui è stato coperto gran parte del tesoro sepolto del rock ‘n roll. Statevi accorti.

 

L’approdo “ufficiale” alla Crypt dei Raunch Hands avviene nel 1988. Tim Warren prenota i Coyote Studios per due giorni, l’8 e il 9 Ottobre, per registrare il nuovo disco della band. Tim è uno cui piace fare le cose senza troppi fronzoli, ama il rock ‘n roll che viene dalle viscere, senza laccature e superfici a specchio. Che tanto i suoi idoli non hanno facce che meritano di essere guardate. 

I Raunch Hands, pure. Due giorni sono più che sufficienti.

Alla fine delle due giornate Mike Mariconda e Mike Chandler, orfani del terzo Mike (Tchang, autore di buona parte del primissimo repertorio, NdLYS), consegnano a Warren la bobina per Payday, che verrà impacchettato in una bella copertina firmata da Dan Clowes (quello di Las Vegas Grind ma pure di un’enormità di altre cose, non solo musicali) e pubblicato l’anno successivo.

Payday, rispetto all’honky tonk da osteria dei primi dischi, abbonda di coloriture black. Come se quel frat-rock degli esordi fosse stato volutamente sgusciato per riempirne le cavità con un’irruenza che viene dalla soul music e dal R ‘n B ma senza perdere un solo milligrammo delle sue proprietà abrasive.

Tredici canzoni sporche come dei kleenex abbandonati in una piazzola di sosta.

I Raunch Hands sono il bacio sporco del rock ‘n roll. Lì dove la lingua di Jagger si insinua e le labbra della Turner colano di piacere.

 

Sono ancora gli epiteti contro il prog rock lanciati da Tim Warren a farla da padrona nella copertina interna di Have a Swig, nuovo lavoro su grande formato ma a breve circuito dei Raunch Hands con dentro due cover micidiali di Did You No Wrong dei Sex Pistols e della comica Frenzy di Screaming Jay Hawkins a far compagnia a cinque nuove canzonacce della gang newyorkese. Fatta eccezione per il lercio stomp di The Long Crawl Home che sembra svicolato fuori da The Axeman’s Jazz dei Beasts of Bourbon si tratta di una “sorsata” di rock ‘n roll deraglianti, farcite di armonica, sassofono e spazzole e oltraggiati dalla voce beffarda di Chandler.

Tim Warren aveva visto giusto: i Raunch Hands sono una band senza tempo, capace di stare in equilibrio sulla storia del rock ‘n roll sputando dall’alto. Attenti a quello che bevete, quando aprite la bocca.    

 

Bestie feroci.

Come definire altrimenti i Raunch Hands? Animali che vivono liberi da ogni recinto, abituati ad orinare su ogni rovo di rhythm ‘n blues, su ogni cespuglio di frat-rock, su ogni arbusto rock ‘n roll, su ogni cespo di soul music, su ogni germoglio novelty. Facendo tana nelle tane altrui. Come i Blues Brothers al Bob’s Country Bunker portano la loro musica dove sanno che verrà odiata, trasformando quell’ostilità in un frastuono ancora più feroce. Sbavando dalla bocca, non avendo altri orifizi molli da cui sbavare.  

Fuck Me Stupid non arretra di un solo centimetro nella ricerca del conflitto che i Raunch Hands portano avanti ormai da otto anni. Alzando ulteriormente il livello di scontro e di tensione. L’arrivo di Mike Edison dietro i tamburi ha avuto l’effetto di un fiammifero lanciato dentro una polveriera. E il risultato è una deflagrazione immane di petardi lascivi di un rock ‘n roll che cola di lardo e umori sessuali che neppure dietro e sotto i mantelli di James Brown e Salomon Burke.

Cosa aspetti? Fottimi, stupido.

 

Ci sono bands che suonano rock ‘n roll. Altre che, molto più semplicemente, SONO il rock ‘n roll. È una questione di ESSENZA o di odore se preferite. Già, di odore. Perché i Raunch Hands hanno quel tipico puzzo funky che ogni rock ‘n roll band dovrebbe portarsi addosso. Come spiegherà lo stesso Mike Edison sul suo How Punk Rock Ruined My Life il r ‘n r è una droga e una volta preso il vizio, sei fottuto. Una teoria che Feel It!, il disco che riapre la casa di tolleranza dei Raunch Hands quindici anni dopo l’ultima orgia in studio, palesa in pieno, con una carica erotica esplosiva che Edison, Chandler e Mariconda ben conoscono. Accantonati provvisoriamente i loro progetti rieccoli con 11 bombe di frat rock demente e debosciato con picchi di assoluto delirio su The Sophisticated ScrewThe Skies AboveYou Don‘t Care e sul gospel perverso di Kick Me One Down. Da allora, più nulla si sa di loro anche se in quello stesso anno, nel 2008, esce il disco di quella nuova band di cui parlavo in apertura.

E di cui nessuno sembra accorgersi.

Ma come cazzo è possibile, mi chiedo.

Qua dentro ci sono Mike Chandler, gli Heavy Trash, Keith Streng e Steve Greenfield dei Fleshtones, Laura Cantrell, Brian McBride degli Electric Shadows, Hans Chew, Buffi Agüero dei Tiger! Tiger!, Johnny Vignault dei Woggles e nessuno ne parla?

Miracoli del giornalismo musicale di quest’Italiucola ormai ridotto a pura propaganda per il distributore di turno, in cambio di qualche pagina di pubblicità e una manciata di promo.

Così va il mondo.

A proposito, avete sentito riguardo il mondo?

Se non ne avete sentito abbastanza, è ora di ravvedervi. Perché Michael Chandler è diventato Reverendo e vi condurrà verso la luce col suo gospel sporcato dal garage e dal rock ‘n roll. Non sono più i Raunch Hands e non sono ancora i Mercy Seat ma sono sulla perfetta via di mezzo. Un biglietto di sola andata per il paradiso, a bordo di una Roush Cobra che sfreccia da Madrid (dove nel frattempo Mike si è trasferito, NdLYS) al New Jersey, guidata dall’organo di Jerome Jackson, organista della Kelly Temple Church Of God In Christ di Harlem.

I dodici sermoni di Have You Heard About the World? sono l’alternativa a tanto rock che puzza di cadavere e che sta atterrendo il mondo.

Mandate a cagare gli xx e fatevi due salti di autentica gioia.

In quanto a te, Chandler, che tu sia impermeabile alla malattia come lo sei stato a tutto ciò che non puzza di rock ‘n roll.  

Il mondo, questo e l’altro, te lo deve.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

P.S: per aiutare Mike nella sua lotta contro il cancro potete andare qui: https://www.gofundme.com/2hvsh5g. Grazie a nome suo se lo farete. God bless Mike.

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THE DEVILS – Sin, You Sinners (Voodoo Rhythm)  

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Il tempo di capire chi te le sta suonando, e i Devils sono già andati via.

Rientrati in canonica. Ammazzando il tempo dell’attesa per le lacrime di sangue di San Gennaro facendo sanguinare il vostro naso.

Sin, You Sinners ha un tiro micidiale.

È un garage ‘n roll del tutto impreciso ed dozzinale, come la definizione appena data per descriverlo in maniera alquanto sommaria ed approssimativa.

Se infatti il garage e il rock ‘n roll dei Fifties servono per circoscrivere il raggio di azione della coppia napoletana, c’è da dire che i due si avventano letteralmente sulla materia sonora, torturandola fino a deturparne il corpo e spaccandone le viscere come in una mattanza ordinata da un qualche Dio malevolo. La presenza di qualche stomp come Coitus Interruptus e Drunk Town serve ad smorzare la tensione catastrofica di questi diciotto minuti di delirio di tamburi e distorsioni sopravvivendo ai quali potrete forse chiedere di essere accolti nella loro parrocchia. Genuflettendovi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE MONSTERS – The Jungle Noise Recordings (Voodoo Rhythm)  

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Nel 1994, con l’ingresso in formazione di Robert Butler (già bassista per Untold Fables e Miracle Workers) e la fuoriuscita del chitarrista solista, i Monsters si “solidificano” in una rocciosa massa trivalente di garage-punk, raddrizzando il tiro rockabilly dei primi due dischi. Le prime testimonianze di questo nuovo assetto sono delle home-recordings pubblicate l’anno seguente su un’etichetta tedesca chiamata Jungle Noise. Quel dieci pollici, ormai irreperibile, viene adesso nuovamente messo in circolazione per l’etichetta del Reverendo Beat-Man assieme ad altri brani dello stesso biennio. Robaccia per zombie e chirotteri. Stomp malfermi che avanzano su una stampella cercando di raggiungere i fantasmi di Screaming Lord Sutch e Kip Tyler. Riuscendoci. Jungle Noise, Rock Around the Tombstone, Psych-Out with Me, le cover di Searching e di Lonesome Town, Mummie Fucker Blues e il loro campionario di ululati, versacci di primati, rumori di giungla e di ferraglia, distorsioni fuzz e tamburi di latta sono qui a provarlo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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