FELT – The Splendour of Fear (Cherry Red)  

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I Felt furono una di quelle piccole meraviglie inglesi circoscritte nell’arco di un decennio e di cui pochi serbano memoria. Una di quelle che hanno trovato sepoltura sotto la statua del Milite Ignoto anziché in una di quei bei tabernacoli tutti pieni di marmo, foto ed edere rampicanti. Nati a Birmingham dalla comune passione di Maurice Deebank e Lawrence Hayward per le vertigini psichedeliche dei Television e le lampade di Wood dell’Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol pubblicarono una lunga sequenza di gymnopedie per chitarra di cui The Splendour of Fear rappresenta, nella sua concisa bellezza, l’apice artistico. E dentro quell’apice la chitarra di cristallo di Deebank incarna il sovrano assoluto. Sono sei canzoni in cui, a dispetto di una base ritmica incalzante nel più classico stile involuto del dopo-punk, le tessiture di Maurice Deebank esplodono di una dolcezza soave, di un tintinnio celestiale, epicureo, voluttuoso.

Come se il Paradiso avesse scelto di aprire una filiale nelle Midlands.

Per farsi annerire dalle ciminiere.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – ARTIFACT – The Dawn of Creation Records 1983-85 (Cherry Red)  

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Avere a casa i dischi della Creation fu come vedere un’altra Inghilterra. Collezionarne i suoi sette pollici, significava spiarla dal buco di un 45 giri, assistere al suo spogliarello come quei guardoni delle commedie sexy che regnavano sovrane nella nostra videoteca di adolescenti con gli ormoni deliranti.  

Sentirsi spettatori e protagonisti di una piccola rivoluzione messa in piedi da un esercito di sprovveduti. Una rivoluzione silenziosa, se paragonata a quella furiosa del punk che la aveva preceduta di qualche anno. Una rivoluzione colorata, se confrontata con il bianconero dominante della scena neogotica che era allora imperante. Una rivoluzione condotta con baionette e mezzi di fortuna, proprio mentre dilagavano le nuove armi sintetiche della new-wave che parevano destinate a dominare il mondo e che invece si sarebbero spente al primo black-out. Quasi definitivamente. In quel triennio, nonostante il carburante dell’etichetta inglese si sarebbe esaurito molti molti anni dopo, la Creation fonda, sulle basi del do-it-yourself preso in prestito dal punk, l’etica e l’estetica dell’indie-rock come lo si sarebbe inteso per circa un decennio (diciamo finchè anche la Creation, per evitare la bancarotta, non si sarebbe lasciata circuire dalla Sony lanciando in orbita gli Oasis, NdLYS).

Una musica scompigliata, arruffata.

Che guardava agli anni Sessanta (i Byrds, i Velvet Underground, i Deviants, il beat, il garage punk, i Creation) e Settanta (i Modern Lovers, i Television, i Jam, i Fall) e li risuonava con un senso di precarietà, di incertezza che era in esatta antitesi con la ferocia nichilista e gli eccessi estetici delle due stagioni immediatamente precedenti.

Un’officina di chitarre sfilacciate e di feedback incontenibile, di ricami jingle-jangle e di boccacce storpie.

Una pinacoteca, quella messa in mostra dalla galleria Creation, dove ogni artista poteva esporre la sua piccola opera d’arte, azzardare un’ipotesi, tracciare uno schizzo, sporcare una tela, millantare ascendenze colte, amicizie autorevoli, studi importanti.

La Cherry Red compie adesso una scelta azzardata “sciupando” l’occasione di riproporre l’intera sequenza dei 333 singoli stampati dalla Creation (il che avrebbe fatto di questo cofanetto uno dei regali imprescindibili per ogni indie-maniaco) ma facendo un fermo immagine su quelli che furono i primi vagiti dell’etichetta di McGee: solo i primi dieci singoli, più un fornitissimo scaffale di merce di “seconda scelta” come demo e versioni dal vivo. Sono dischi messi su con pochi sforzi, finanziati in larga parte con gli introiti del bancone del Living Room gestito dallo stesso McGee sulla Tottenham Court Road e i cui avventori diventeranno, in buona parte, piccole “stelle” del firmamento Creation: Revolting Paint Dreams, Jesus and Mary Chain, Loft, Jasmine Minks, X-Men, Pastels, Meat Whiplash, Primal Scream, Moodists, Weather Prophets, Bodines, Membranes e il resto che trovate qui dentro, in questa che ancora oggi è una delle classi più insubordinate d’Inghilterra.

 

                                              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

Creation Artifact - Final

THE LOFT – Magpie Eyes 1982-1985 (Rev-Ola)

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Prima di convertirsi al cannibalismo cinedelico come Wisdom of Harry ci fu un tempo in cui Pete Astor era annoverato tra i geni dell’indie-pop inglese. Erano i primi anni ‘80 e i suoi 7inches con i Loft prima e i Weather Prophets subito dopo svettavano davanti a quelli di gente come Smiths, James e Jesus & Mary Chain sulle boe indie inglesi. Si disse allora che Alan McGee in persona avesse costretto la band a sciogliersi per fare di lui un hitmaker solista ma non fu così che andò. Il suono? Era quello tipico di molte guitar-bands di allora, tutto giocato sull’asse Lou Reed/Tom Verlaine ma strappati ai loro incubi metropolitani e riadattati al grigiore esistenziale tutto inglese (ricordate i Josef K?) intellettualizzandoli n un contesto da adolescenza schiva ed inquieta. Il rock si infilava nelle camerette, sacrificando le alcove per gli scrittoi.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

The+Loft+-+Magpie+Eyes+1982-85+-+CD+ALBUM-501010

MALE BONDING – Nothing Hurts (Sub Pop)

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Chi ci sente dentro i Dinosaur Jr., chi gli Hüsker Dü, chi i Nirvana, chi i Sonic Youth.

Cazzo, mi dico, vuoi vedere che è arrivata l’indie-band definitiva e me la sto perdendo?

Così contatto il distributore locale che provvede ad inviarmi un file con la zip, come i jeans Carrera.

Estraggo i file, proprio come si fa col pisello dalla lampo, e ascolto.

Parte il primo pezzo e mi sembra di sentire i Flatmates di Happy All the Time.

Poi è la volta di All Things This Way ed ecco affiorare i Vaselines di Dying For It.

Va be’, mi dico… tutto sommato anche Kurt Cobain aveva un’ossessione per Frances McKee…in fondo si tratta solo di preparare il terreno.

E invece Your Contact, il pezzo successivo, suona come se le Shop Assistants eseguissero lo Spiral Scratch dei Buzzcocks.

Il gioco è scoperto: nessuno ha ascoltato Nothing Hurts. O, chi lo ha sentito, lo ha fatto facendo altro. Perché il disco scorre si pieno di riferimenti, tanti: Tall Dwarfs, Velocity Girl, Wipers (l’uso stratificato delle chitarre), Pastels, Starfish (gli hook melodici), Pains of Being Pure at Heart, Flaming Lips (le armonizzazioni vocali), Vivian Girls…ma non c’è traccia di quei pachidermi che fecero la storia del rock Americano degli anni Ottanta e Novanta, del suono della SST o della vecchia scuola Sub Pop per capirci.

Piuttosto tanta roba inglese anni Ottanta post-Psychocandy rivista, quando occorre (T.U.F.F., Pumpkin), con qualche frastagliata slabbratura post-hardcore.

La solita storia del pop infilato dentro il Bimby assieme alle chitarre raunchy e alle fragoline di bosco insomma. Perfettamente innocuo per chi aveva già dato per spacciati i Jesus and Mary Chain con l’uscita di Some Candy Talking. Per chi allora invece non era ancora nato, ovvero quella fetta di mercato dei ventenni di oggi cui Nothing Hurts si rivolge e che è la stessa che oggi si svena per gruppetti come Crystal Stilits o Dum Dum Girls, il debutto dei Male Bonding si veste di evento.

Ma delle tossine che si rovesciavano fuori da Bleach, Bug, Metal Circus o Bad Moon Rising, per carità di Dio, qui non è rimasta nemmeno una molecola.

 

                                                                                                          Franco “Lys” Dimauro

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SHOP ASSISTANTS – Will Anything Happen (Cherry Red)

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Ci fu un periodo, all’incirca nella metà degli anni Ottanta, in cui si pensava fosse divertente affogare le canzoni pop dentro una pasta di rumore bianco.

Innocue canzoncine da domenica mattina fritte nel feedback, come un gelato cinese da divorare dopo un pasto alla soia.

Era il trionfo del fuzzbox così come lo avevano sognato J&MC, l’apologia della strategia spectoriana applicata all’indie pop degli anni Ottanta.

E in fondo le Shop Assistants non sono affatto distanti dalle female-bands che giravano attorno al muscolo pelvico di Phil Spector.

Inoffensive fino a sfiorare la puerilità ma con una corazza di piastre d’acciaio.

Potremmo anzi azzardare che Will Anything Happen rappresentò la sponda femminile di Psychocandy, la sua deriva muliebre, la faccia lucente della luna nera dei fratelli Reid.

Tanto Barrett cremato sui fili elettrici lì, quanto le Pleasure Seekers depilate col decespugliatore qui.

Una gamba nei Velvet del terzo album, una nel cartoon- punk dei Ramones. E un bel clitoride in mezzo.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ShopAssistLP