ENZO AVITABILE & BOTTARI – Salvamm’o munno (Il Manifesto)  

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La volontà soggettiva espressa con tono categorico e propositivo nel titolo ha insita in sé una necessità urgente ed oggettiva: il mondo ha bisogno di essere salvato. E di essere salvato dalla belva più feroce che abbia mai nutrito al seno. Una belva che ha sempre fame, anche quando è sazia. E che pur di assecondare la sua voracità apparecchia mettendo i suoi figli sui piatti, anziché davanti. Divorando prima quelli più disgraziati, quelli non desiderati.

Una progenie di genti che Salvamm’o munno chiama all’adunata sotto una pioggia di tamburi battenti anche se è a quegli altri, a chi sta seduto con la salvietta sporca al collo, che si rivolge lanciando un SOS allarmante ma anche salvifico ed evangelico. La musica di Enzo Avitabile, sempre sospesa fra tradizione e contaminazione (come dimostrato soprattutto in quel capolavoro dalle tinte trip-hop che fu Addò), trova nel sisma ritmico dei Bottari di Portico una spinta catartica, travolgente ed implacabile che è allo stesso tempo tribale e contadina. L’allucinazione tuareg di A peste e l’impetuoso ritmo di Paisà, e ancora quel raccordo che dalla Napoli-Salerno permette di trovare l’uscita che conduce dritto al cuore del Medio Oriente di Puort’ aller’, l’invocazione di Canta Palestina, la fronn’e limone (il canto “a distesa” tipico della cultura contadina e mercantile napoletana) di Vott’o sole arint’, le rotondità sinuose da danza del ventre di Abball’ cu me sono martelli che ci inchiodano ad una responsabilità condivisa e condivisibile: quella di salvare il mondo ma soprattutto di farlo dopo averne ammirato la bellezza ed il suo profondo mistero.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

MAU MAU – Acustica tribù

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Poi sarebbero venuti la To.Sse e i Mau Mau.

Poi.

Ma prima erano i Loschi Dezi, ragazzi delle langhe innamorati del Maghreb e del meticciato musicale.

Siamo nel 1991 e Torino, come gran parte dello stivale, si sta scrollando di dosso la malinconia esistenzialista della stagione dark e soffocando i rigurgiti psichedelici che l’avevano caratterizzata. Lo fa ripudiando in toto le musiche anglosassoni che hanno dominato il vecchio decennio e prendendo dalla Giamaica, dall’Africa, dal Medio Oriente, dalle banlieue parigine, dal Montenegro, dalla Spagna, dalla Bolivia, dall’Irlanda.  

Le nuove tribù avanzano portando in dote un concetto di musica multietnica e un rinnovamento linguistico che abbandona gradualmente la lingua inglese e approda alla lingua e ai dialetti autoctoni. Detto così e soprattutto detto adesso suona un po’ banale ma non lo fu per niente, anche perché fu questo riannodo alle radici lessicali nostrane a permettere successivamente a far filtrare il patrimonio cantautorale nella musica indipendente, generando un vero e proprio cataclisma inarrestabile ed epocale.  

I Loschi Dezi questo arrembaggio lo tentarono fra i primi, con risultati strepitosi.

Quello di Cabala è un suono da piccola tribù, che paga pegno a certe idee di Paolo Conte ed evoca certe arie da festa gitana tanto care a Pogues, Mano Negra e Negresses Vertes così come pare a tratti una versione amatoriale, artigianale dei Beastie Boys (Megafonico ad esempio) ma che mostra già i tratti “caratteriali” del suono dei Mau Mau. E non solo quelli che debutteranno da lì a breve.

Ai bordi di Via Mirafiori i Loschi Dezi raccattano incrociano gli sguardi e i bisogni degli emigrati abbagliati dal sogno industriale italiano. Raccolgono i cocci di quel sogno. E poi li portano a ballare.

 

Fabio Barovero e Luca Morino incrociano il loro destino in quella che più che una meteora si rivela essere la stella cometa che annuncia la nascita dei Mau Mau. Siamo proprio all’alba degli anni Novanta e i Loschi Dezi, senza saperlo, hanno innescato una piccola rivoluzione. La rivendicazione fiera delle proprie radici lessicali e culturali, che è la stessa propugnata in meridione dal Sud Sound System, è una scelta di identità che il grande mercato del disco non si sente ancora di propugnare, tanto che la EMI si rifiuterà di mettere il proprio marchio sul primo singolo dei Mau Mau, cercando di convincere il gruppo ad esordire in lingua italiana. La forza dei Mau Mau è però impetuosa e pandemica. Non tanto su disco, che i tre pezzi di Soma la macia sono ancora divagazioni folk dalle forme incerte, ma in virtù di un esplosivo impatto quando l’”acustica tribù”, armata di chitarre acustiche, djambè, fisarmonica e violino, prende d’assalto il pubblico e lo costringe alla resa in maniera talmente naturale e persuasiva da contagiare l’intero stivale piegando anche i “problemi tecnici” dovuti all’amplificazione in un cavallo di troia che permette loro di sfondare ogni porta con un set acustico che, anche con pochi watt a disposizione, riesce ad accendere il pubblico.

Quando nel 1992 i Mau Mau presentano alla casa discografica Sauta rabel, la EMI il marchio decide di mettercelo eccome. Il supporto degli amici Africa Unite (Madaski, Paolo Parpaglione, Papa Nico e Max Casacci sono coinvolti a vario titolo nella realizzazione del disco) è fondamentale ancora una volta nella definizione dello stile del gruppo piegandolo a volte alle proprie influenze (la forte impronta di Madaski su Singh sent ani, ad esempio, con l’uso di echi dub e di campionamenti, come quello dei Funkadelic in seguito usato dai Sangue Misto, NdLYS) ma è soprattutto quando l’affinata consapevolezza nelle proprie capacità riesce ad emergere che i Mau Mau danno il meglio di sé, come nei vortici gitani di Mostafaj, Traversado e di Ël mat che saranno proprio le matrici stilistiche utilizzate per mettere in piedi quel capolavoro che sarà il secondo disco.

 

L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

 

Se Bàss paradis era un cuore a forma di Mar Mediterraneo, per Viva Mamanera il binocolo dei Mau Mau si sforza di guardare oltre lo stretto di Gibilterra, allungando lo sguardo sull’Oceano Atlantico. Terre in verità già “esplorate” con occhio critico nei primi dischi, attaccando con opportuno taglio revisionista la sanguinosa conquista del continente americano da parte di Colombo.

Ma stavolta l’impeto critico è sopraffatto da tutta l’amarezza, la solitudine ma anche la cocciuta tenacia degli italiani abbagliati, a cavallo dei due secoli, dal grande sogno americano che tracimano dai testi di canzoni come Ellis Island e Union Pacific, mitigata dalla volontà di lasciarsi trafiggere dal sole tropicale, di adeguare il proprio orologio biologico e geografico a quello delle latitudini sudamericane, dai colori del carnevale brasiliano, dalla travolgente febbre calcistica che con Pelè e Maradona ha dominato per decenni l’immaginario degli emigranti ma anche di chi era rimasto ad attenderli al di là del mare. È un disco di profonda transizione, il terzo Mau Mau, che subisce la necessità di tirarsi fuori dal “luogo comune” della loro musica sperimentando strumentazioni ed ambientazioni alternative (l’utilizzo della chitarra elettrica ma anche le sperimentazioni con l’elettronica, l’uso di neologismi esasperati e divaganti, l’abbandono discutibile nelle ragioni e prevedibile nei risultati al corteggiamento e alle lusinghe  delle musiche caraibiche) e riscuotendo successo più per luce riflessa (la propulsione ritmica de La ola, profondamente debitrice all’impetuoso uragano di tamburi de L’ombelico del mondo di Jovanotti) che per le qualità intrinseche di un’opera per la prima volta troppo lunga e dispersiva.   

 

L’andatura a stantuffo di Eldorado ci introduce al nuovo viaggio dei Mau Mau, nomadi stanziali di Piemonte. Il quarto album del gruppo torinese fa “tesoro” di quanto già sperimentato nei tre dischi che l’hanno preceduto, innestando la tenera marza folk degli esordi con le ricerche più elaborate della produzione recente. Come per Viva Mamanera siamo pertanto davanti ad un disco frammentario, dove le emozioni si accumulano e si sommano le une sulle altre e gli scenari geografici e musicali mutano di canzone in canzone, toccando le coste sudamericane, le erranti tribù d’Africa, l’occhio oceanico della Galizia e, come sempre, le langhe subalpine che sono dimora loro e dei loro padri. Tra le cose migliori si registrano stavolta Griot, Pueblos de langa, Nozze mentre stentano a decollare le derive “Caposseliane” (Fabio Barovero e Roy Paci, adesso in pianta stabile nella formazione, hanno registrato assieme a Capossela un disco di marce funebri ed inni religiosi sotto il nome di Banda Ionica appena prima di mettere mano al nuovo disco) in cui sembrano a volte precipitare alcuni passaggi di Vagamundo, l’intera baraonda di Per amor e la terribile Solo sfiorando affidata alla voce austera di Mauro Ermanno Giovanardi, già impostata sui canoni da crooner alla Massimo Ranieri dell’età adulta.

Eldorado conferma dunque i Mau Mau come una delle migliori realtà nazionali in ambito di musica “meticcia” anche se per la seconda volta quei quattro/cinque minuti delle loro canzoni che prima ci sembravano durare un battito d’ali adesso rivelano davvero un gran senso di fatica, più che di allegria.

Come se alla fine, arrivati ad Eldorado, i Mau Mau avessero trovato che l’antico oro fosse già stato rubato.

                                                                               

Safari Beach (micasa tucasa) consuma l’ultimo saluto di Roy Paci alla ciurma Mau Mau, ormai pronto per lanciare sul mercato la sua nuova creatura siculo-caraibica Aretuska.

Un abbraccio caloroso, sotto il sole tropicale che infiamma le nuove canzoni della formazione torinese. Piccole spezie elettroniche farciscono una musica pluralista che è tuttavia sempre fatta di carne e sudore, di suggestioni esotiche e di miraggi da fata morgana che qui esplodono in tutta la loro vivacità nell’aria da carnevale brasiliano di Micasa Tucasa, nel calypso di Venus Nabalera, nella batucada di Una lunga estate calda, farcita di ronzii di fastidiosi insetti, il cocktail di Latte Più, tequila e Batida de Coco di Gwami Moloko. L’idea di viaggio, di esplorazione, di meticciato resta ben salda nell’immaginario del gruppo. Si aggiunge semmai una critica sottesa, pungente, al turismo “vampiresco” che con superficialità affonda i denti nella carne viva di paesi, spiagge e città e ne succhia sangue scambiandolo con una dose avvelenata di denaro.

I Mau Mau si confermano i tuareg della musica italiana. Una carovana nomade dalla pelle che odora di salsedine e di sabbia in cammino perenne.

 

L’inizio degli anni zero è tempo di festeggiamenti e celebrazioni per molte formazioni storiche italiane. Anni spesi a tirarsi fuori dalle cantine, passando per gli angusti sotterranei delle produzioni underground e poi, di colpo, la luce. Non popolano ancora le classifiche, forse mai lo faranno e del resto poco importa ma i loro nomi ormai li conosce anche mia mamma. E così dopo il doppio live degli Afterhours, le celebrazioni Marleyane degli Africa Unite, il tronfio epilogo dei CSI, ecco i Mau Mau davanti alle loro dieci candeline che diventano ben 25 sul doppio live pubblicato per l’occasione. Un disco che pesca in tutta l’ampia storia del più credibile gruppo meticcio italiano e che è un egregio compendio all’ottima discografia in studio che Luca Morino e Fabio Barovero ci hanno regalato in questi anni. Marasma general non traballa, è un’orgia di colori e sapori, è la festa paesana di tutti i paesi del mondo, è la musica per ogni festa del Santo Patrono, da Bahia a Cipro. Chi ha assistito ai concerti del gruppo piemontese sa a quale livello di coinvolgimento si può arrivare, e questo sin dai tempi della gloriosa acustica tribù che ricordo ciondolante e baraccona tra il pubblico dell’ormai sepolto Magna Grecia Festival, tanti anni fa. Tutto viene qui documentato, con queste istantanee scattate lungo il loro peregrinare da griot piemuntesi, che aggiunge tra l’altro un paio di nuove, ottime foto al già voluminoso album di famiglia. Anzi, della tribù. 

 

La coloratissima ara macao della copertina e le divise da ufficiali mercantili sfoggiate da Luca Morino, Fabio Barovero e Bienvenu Tatè Nsongan ci rivelano che la nuova rotta dei Mau Mau è quella dei mari tropicali del Sud America. Un approdo cui in realtà il ridotto equipaggio (ma in realtà al disco collaborano almeno una trentina fra musicisti e coristi) a bordo della Dea non giunge mai, smarrendo la rotta durante la navigazione, naufragando non si sa bene dove. Ideale proseguimento del discorso intrapreso con Safari Beach in realtà Dea non ne replica la vitalità e mostra un’impasse creativa mai così nitida e preoccupante. Per la prima volta alla festa organizzata dai Mau Mau sembra non divertirsi nessuno, neppure loro.

Il carnevale brasiliano allestito dalla coppia Barovero/Morino somiglia ad una qualunque pagliacciata allegorica nostrana. Sono tutti brani riusciti solo a metà, anche quando ad accendere i toni viene chiamato il Sud Sound System e l’innesto tra piccoli arnesi etnici e marchingegni elettronici in realtà sembra una delle tante incompiute per cui la nostra Italia è tristemente celebre.

 

I cappelli sono quelli dei briganti. Con le falde tese, a seccare sotto uno spicchio di sole italiano. Sotto quel cono d’ombra ci sono Fabio, Luca e Tatè, zingari stanziali piemontesi, che quegli ottomila chilometri di costa italiana li conoscono uno per uno. Li hanno percorsi in tribù e in solitario. In carovana nomade e in furgone. Impigliati fra i cavi elettrici o con le dita ad uncino su corde che sembrano filo spinato. Sudati, annoiati, entusiasti, sfiniti, abbracciati o coi musi lunghi, facendo la ola o agghindati come il Rei Momo.

Per un tempo così lungo che sembra quasi siano stati sempre con noi.

E noi, con loro. Libando nei lieti calici.

Eppure, tra l’ultimo lavoro della band torinese e l’8000 Km appena caldo di tostatura passano dieci anni. Dieci anni in cui l’Italia è cambiata senza in realtà cambiare mai. Tanto che alla fine le canzoni dei Mau Mau finiscono per rotolarsi nel medesimo fango senza suonare per niente fuori posto.

Abbandonando la deriva tropicale del precedente album e certe piccole cromature elettriche e le lievi piste di silicio che affioravano su Viva Mamanera o Safari Beach , i Mau Mau ridirigono la prua verso il vecchio suono dell’acustica tribù, recuperando quel tipico suono “a stantuffo” dei primi anni, riattingendo ancora una volta dalla semplicità di una fisarmonica, di un kit di tamburi, di una chitarra acustica e di una tromba mariachi e ridefinendo un “perimetro” che è sì geografico, ideologico ma anche stilistico.

Un disco prezioso che ritrova quell’energia che ha sempre mosso l’avventura dei Mau Mau e che ridisegna con un pizzico di cinismo e un’occhiata di ammirazione i tratti di questa terra meravigliosa dilaniata dalle contraddizioni, pressata da un Mediterraneo sempre più piccolo eppure ancora piena di mille risorse.

Per ripartire in modo dignitoso ci vuole quel talento di cui i Mau Mau parlano con sottile occhio critico alla fine del disco. Loro, dimostrano di averne.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ALMAMEGRETTA – Animamigrante (Anagrumba)  

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Il salto di qualità fra la demotape d’esordio e il primo album degli Almamegretta è un salto in avanti prodigioso. È la definizione di uno stile che marchierà a fuoco la musica italiana del decennio e che darà alla formazione napoletana un’identità così pregnante da venir inseguita e corteggiata come una musa dai Re Mida della musica elettronica bastarda. Per l’album di debutto il ruolo è coperto da Ben Young, che all’ombra del Vesuvio ha già messo mano sui dischi dei Bisca.

Animamigrante riesce a sviscerare la “napoletanità” insita nella musica degli Almamegretta abbandonando l’idioma inglese e francese (e sacrificando gran parte di quello italiano) in favore del dialetto partenopeo, accentua l’enfasi cromatica della battuta in levare mutuata dal reggae e rende la musica della formazione declamatoria e insieme suadente, quasi una musica di battaglia con cui rivendicare le proprie radici. Esattamente come lo era per la musica giamaicana. Il timbro adesso arrochito a dovere del Raiss è una fantastica eco muezzin dalla cadenza ragga che guida la ciurma con maestria sulle onde di pezzi come Suddd, Fattallà, ‘o bbuono e ‘o malamente, Sanghe e anema o si lascia annegare anche lui dentro le spume dub, lasciandosi cullare dai movimenti morbidi di basso e batteria. O si zittisce, rispettoso, quando passano le voci degli ambulanti del Vomero o dei devoti cantori della Madonna dell’Arco.  

Gli Almamegretta approntano dunque il loro vascello tra le acque del porto di Napoli e salpano, veleggiando lungo il Mediterraneo e poi al largo tra le spume dei mari caraibici.

Si professano migranti sin dal nome e mantengono fede a quanto promesso.

Su in alto, a Pontida, qualcuno issa le sue vele verdi e prova a legittimarsi il Mar Adriatico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOE STRUMMER & THE MESCALEROS – Streetcore (Hellcat)  

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Barry “Scratchy” Myers, il dj che aveva aperto i tour dei Clash per Give ‘em Enough Rope e che viene accreditato come “il deejay n. 1” sulla copertina interna di London Calling torna a lavorare con Strummer per l’ultimo tour dei Mescaleros. Sarà lui a dichiarare che Joe aveva fatto in cinquant’anni quello che molti non avrebbero mai potuto fare neppure se avessero avuto a disposizione cinquanta vite.

A noi piace davvero pensare che, si, Joe Strummer era riuscito a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, spremendolo fino all’ultima goccia. Purtroppo però quell’ultimo giorno arrivò per davvero. È il 22 Dicembre del 2002 e Strummer sta lavorando a Streetcore con i modi che gli sono congeniali in quegli anni ovvero vivendo praticamente dentro lo studio di incisione, dormendo su un giaciglio di fortuna assieme ai suoi appunti, alla sua chitarra, ad un mangianastri dove può fermare su nastro le idee che passano come stormi dentro la sua testa, colpendoli prima che scompaiano all’orizzonte o che stramazzino a terra. Non sa ancora che toccherà a Martin Slattery e Scott Shields, i Mescaleros di vecchia data, l’onere di completare quel che lui ha iniziato e che la sorte non gli consentirà di completare (Midnight Jam è infatti orfana del suo testo, anche se la voce di Strummer compare con degli intercalari del suo programma radio).  

Streetcore è il disco dove Strummer torna a parlare di una Londra che torna a bruciare, il disco dove per ironia del destino decide di reincidere quella Redemption Song che era già stata testamento di uno dei suoi eroi, il disco dove Strummer compie finalmente il suo nostos, il suo ritorno a casa che è anche un po’ il nostro. È il suono meticcio dei Clash e anche un po’ di quello dei Big Audio Dynamite, c’è il reggae, il country & western, il combat-rock. C’è Strummer e con lui gran parte della nostra vita.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PAUL SIMON – The Rhythm of the Saints (Warner Bros.)  

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È molto probabile un giorno verrà stilata la lista canonica delle meraviglie musicali del mondo moderno così come venne fatto con le sette meraviglie architettoniche del mondo antico.

In realtà ci hanno già provato in tanti, a fare listoni di 50, 100, 500, 1000 dischi più o meno “fondamentali”. Ma nessuno, per paura di autosoffocarsi, si è ancora preso la responsabilità di stringere il nodo a pochi, pochissimi dischi il cui ricordo andrebbe preservato per le civiltà future.

Magari un giorno me ne prenderò io la briga. Che tanto non ho nulla da perdere ne’ case discografiche da assecondare. 

E, qualora avvenisse, dovrei per forza metterci dentro un disco di Paul Simon. Probabilmente proprio questo capolavoro di vitalità musicale impressionante dove tutto il sud del mondo si muove in un abbraccio globale, spinto soltanto dalla medesima, universale forza centrifuga.  

Tamburi su tamburi, da The Obvious Child in cui c’è già tutto L’ombelico del mondo e metà dei dischi dei Mau Mau fino alla conclusiva title-track (dove dei dischi dei Mau Mau c’è l’altra metà: Bàss Paradis e Dea per esempio, NdLYS) passando per le talking drum di Can’t Run But, le conga di Further to Fly, le campane da bue di She Moves On con cui Simon caccia l’ex-principessa Leila nell’inferno in cui lo aveva trascinato, la marimba ad acqua di Spirit Voices una pioggia battente di tamburi e percussioni. Un mondo subacqueo che Paul Simon ha già esplorato su Graceland e che adesso continua ad investigare con l’ostinazione curiosa dei bambini, spostando lo sguardo anche al Brasile. Che è festoso si, ma in una maniera diversa da quella sperimentata ad esempio da David Byrne. Il viaggio di Paul Simon ha un tono più stemperato e discreto anche rispetto al suo stesso viaggio africano di prima. Canzoni come The Cool, Cool River e The Coast sono compite e confidenziali, pulite e fluide, quasi filigranate di trasparente e adamantina bellezza.

Un disco-meraviglia, appunto.

Certo, se solo non ci fosse stato quel Graceland di qualche anno prima…

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID SYLVIAN – La solitudine oltre la siepe di bambù

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Così a memoria non ricordo un’altra band che si sia separata al vertice della propria creatività a parte i Japan diventati uno per uno, al culmine della propria carriera, paurosi strumentisti dalla sensibilità fortissima e tormentata e dalle ambizioni non più completamente condivisibili, seppure negli anni a venire e nonostante gli scontri di ego che ne avevano causato l’improvvisa frattura si incroceranno decine di volte non solo per le strade di Londra ma anche negli studi di registrazione che tutti e quattro (cinque, se aggiungiamo Rob Dean che aveva già lasciato la band prima del loro ultimo album) frequenteranno assiduamente già dal giorno successivo, coerentemente con quanto dichiarato da Sylvian alla vigilia dello scioglimento: “Continueremo a lavorare assieme. Il nostro scioglimento è legato soprattutto alla cancellazione di un marchio, di una merce che porta il nome Japan. Per questo preoccupa più la casa discografica che noi”.

Jensen e Barbieri, dopo aver lavorato al disco solista di Mick Karn, tornano a prestare i loro servigi per l’atteso disco di debutto di David Sylvian sul quale pendevano come una spada di Damocle le aspettative degli orfani dei Japan.

Brilliant Trees si annuncia già con la sua pregiata lista di invitati, come disco ricercato. Jon Hassell, Ryuichi Sakamoto, Steve Nye, Mark Isham, Holger Czuckay, Danny Thompson, Phil Palmer (il sessionman nipote di Ray Davies che aveva caratterizzato il sound de Una giornata uggiosa di Battisti, tra l’altro, NdLYS), Kenny Wheeler vengono coinvolti nel progetto portando il loro tocco ora misurato, ora eccentrico alla corte della nuova icona asessuata della musica britannica.

L’apertura affidata al ritmo sincopato di Pulling Punches tranquillizza subito i vecchi fan allungando un ponte verso il recente passato grazie ad un pattern che evoca quello di Still Life in Mobile Homes ma sono le note avvolgenti di The Ink in the Well a catapultarci nel cuore del disco, proteso verso uno struggimento esistenziale affine alla sensibilità delle pagine del taccuino di Nick Drake.

Nostalgia, a seguire, è un esercizio di rarefazione sonora dalle morbide curve persiane che mette in mostra un Sylvian nudo e sublime come un Narciso davanti alla sua immagine riflessa.

Red Guitar, primo estratto dell’album, sciorina il ritornello più accattivante, contrappuntato da una bellissima e robusta linea di basso e note di piano simili a scampanellii di cristalli.

 

Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.

La seconda side del disco, rappresentata dalle due lunghe tracce scritte a quattro mani con Jon Hassell e dalla contorta Backwaters dove David si concede un cambio tonale e timbrico che ben si adatta al climax sinistro del brano, è ancora più contemplativa, fino a toccare i vertici ascetici della title track e della sua lunga coda dal sapore africano.

Brilliant Trees è una cornice di scorza d’albero costruita attorno alla bellezza muta dell’autunno, soffice calpestio di piedi sulla terra umida, dolce crepitio di arbusti sulle sponde di un rivolo d’acqua gelata, Dannunziano ritratto del nostro bosco interiore.

 

E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. 

 

L’alchimia era la scienza che studiava come trasformare la ferraglia in metallo nobile, come rendere incorruttibile ciò che per sua natura era invece destinato alla corrosione, alla ruggine, al cancro, come riuscire a trasmutare la nigredo in albedo attraverso l’applicazione scientifica di un percorso di purificazione che è innanzi tutto interiore.

Allontanandosi gradualmente ma costantemente dal corruttibile mondo della pop music David Sylvian persegue il medesimo obiettivo, sfogliando un libro delle mutazioni applicabile alla sua arte e creando un’officina di altre anime elette. Sakamoto, Jon Hassell, Holger Czukay, il fratello Steve, Masami Tsuchiya, Robert Fripp vengono convocati a Tokyo e a Londra per realizzare Alchemy, opera con la quale David Sylvian lavora alla manipolazione degli elementi al pari con gli altri maestri alchemici, rinunciando al magnetismo della sua voce stavolta per sua esplicita volontà (e non, come pare fosse accaduto per la colonna sonora di Merry Christmas, Mr. Lawrence, su imposizione di David Bowie, NdLYS).

Sono antropomorfe musiche da viaggio, paesaggi che affiorano dalla memoria ancestrale. Sono le placche tettoniche dei continenti che si muovono come sipari davanti o dietro le nostre palpebre, lasciando che si schiuda l’incanto del mondo e l’incanto che ne deriva dal semplice atto di guardarlo.   

 

L’astrattismo romantico che ha cominciato ad affascinare Sylvian nei primi anni Ottanta trova ampia dimora dentro Gone to Earth, un pachidermico doppio album occupato per buona metà da tracce strumentali dal sapore ambient e new age.

Sono piccole vignette di musica muta buone per la pratica ayurvedica, scorci aperti su paesaggi immaginari, subito sorpassati da una suggestione nuova, da una curiosità più avvincente. Abbozzi di canzoni che si sviluppano orizzontalmente.

Nessuna davvero interessante, nessuna del tutto superflua.

Ma non credo che qualcuno ne avrebbe mai sentito la mancanza, se non fossero mai nate.

Perché quello che continua ad affascinare, soprattutto in questa prima fase della carriera di Sylvian è la magia che la sua voce riesce a sprigionare e che qui domina, pur lasciando ampi spazi agli strumentisti di turno (Robert Fripp, i Dolphin Brothers, Phil Palmer, Bill Nelson, Kenny Wheeler, Ian Maidman, John Taylor), le sette tracce del primo dei due dischi, un album che tra rarefazioni pianistiche e moine funk mette in mostra un Sylvian meno doloroso e addolorato, animato e mosso da una forza interiore che sembra aver pacificato e riequilibrato qualche suo tormento spirituale. Ecco così David Sylvian eleggere l’amore (Laughter and Forgetting) e la forza interiore (Wave) a nuove guide carismatiche. C’è una forte spiritualità che emerge come climax dell’intera opera, ben rappresentata dal simbolo alchemico scelto per la copertina. Per la prima volta, dopo la successione di fotoritratti che aveva contraddistinto l’ultima fase dei Japan e la prima sortita in proprio, David rinuncia all’immagine per andare alla ricerca dell’essenza. È questa sorta di sciamanesimo e di ascetismo a permeare gran parte del disco, a riempire gli anfratti delle stupende Wave, Before the Bullfight, Laughter and Forgetting, River Man con il liquido denso e fecondo di una ritrovata armonia cosmica. Canzoni impastate con il lievito fertile del misticismo zen, che sembrano sospese tra cielo e terra.

Soffici ed impalpabili eppure in qualche modo forti ed invincibili. Come l’amore ben riposto.

La fisicità freme inquieta sulla breve traccia che intitola il disco, mossa dai tappeti inquieti di frippertronics e sull’inaugurale Taking the Veil, sinuosa di bassi fretless e tastiere oniriche mentre Silver Moon ritaglia un angolo di romanticismo malinconico e carico di pathos e si adagia su una melodia struggente e su un arrangiamento forse fin troppo lambiccato ed elegante che lo avvicina pericolosamente alla musica da salotto di un altro reduce della stagione new-wave come Sting.

La luna si spegne. Le maree si richiudono.

È tempo di fare ritorno a terra.

 

Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

Il caldo nido di imenotteri rivelato con Secrets of the Beehive viene investito dalle raggelanti installazioni sonore allestite da David Sylvian con Holger Czukay negli studi di quest’ultimo tra il 1988 e l’anno successivo. Rispetto al precedente lavoro strumentale, le quattro lunghe tracce che compongono il dittico tedesco si dipanano in maniera bidimensionale. Non penetrano la superficie ma sembrano scivolarci sopra. Plight & Premonition in particolare indugia in una fredda desolazione, stipando blocchi di ghiaccio su blocchi di ghiaccio senza riuscire a penetrare non solo la superficie sonora ma anche quella della nostra epidermide. Flux + Mutabilty emette invece un qualche tepore umano, grazie a piccoli nei percussivi e al placido galleggiare delle chitarre. Si tratta sempre di musica evanescente, pigra, ma sembra già presagire un ritorno dello sciamano fra la gente comune. Calandosi dall’alto, lentamente, i palloni aerostatici di David Sylvian riapprodano al suolo.     

 

Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

David Sylvian conosce Russell Mills nel 1983, quando la Virgin per lanciare la sua nuova carriera da solista gli affida la gestione di una raccolta dei Japan che ne spiani l’avvio. Il disco che ne verrà fuori si intitola Exorcising Ghosts e per la copertina Sylvian, affascinato dalle copertine astratte dei lavori di Brian Eno, si rivolge proprio all’autore di quelle immagini. L’autore si chiama Russell Mills, un ragazzone dello Yorkshire che si diletta un po’ in tutte le arti, fra cui anche quello di musicista. Da quel momento in avanti Sylvian gli affiderà quasi la totalità delle copertine dei suoi dischi. Ma alla fine dell’estate del 1990 è Mills a coinvolgere l’artista londinese in un suo progetto, una installazione multimediale presso il Museo d’arte contemporanea di Tokyo. Un progetto che vuole stimolare la memoria sensoriale con tele, vetri, metalli, tavole e, ovviamente musica. Prodotta in team da Mills e Sylvian la cui attrazione per la “musica per immagini” ha oramai una vita parallela e autonoma rispetto a quella di semplice autore di “musica pop”. Ember Glance viene pubblicato una prima volta esattamente un anno dopo con un bellissimo libro che ne testimonia anche visivamente il risultato mentre le due “forme” sonore (una lunga più di mezz’ora, l’altra un frammento di appena un paio di minuti) che lo compongono vengono successivamente ripubblicate in esclusivo formato audio su un disco dal titolo rivelatore Approaching Silence assieme ad una terza traccia strumentale che ne fornisce il titolo e realizzata con l’ausilio di Robert Fripp per una nuova installazione multimediale e fino a quel momento disponibile solo su un nastro di dubbia legalità e scarsissima diffusione. Il risultato è molto vicino a quello di Plight & Premonition. Se non hai particolare predilezione per questo tipo di musiche scatologiche, come me, sembrano addirittura lo stesso disco. Le suggestioni sono ridotte al minimo, costrette alla funzione di anestetico, di rallenti emotivo.   

 

Il viaggio nell’alveare di dodici anni prima arriva alla sua conclusione con la messa in scena della morte delle api di Dead Bees on a Cake, vertice del percorso mistico ascendente di David Sylvian.

È l’ultima installazione del Sylvian crooner tardo-romantico prima delle piogge elettroniche che si rovesceranno copiose sui dischi del nuovo secolo.

Mentre Dio avvicina lentamente la sua coppa di veleno alle labbra dell’ignaro Sylvian, David si abbandona alle musiche e alle religioni induista e buddista e ad uno sconfinato amore per Madre Natura, sigillando il suo disco più etnico ma pure quello in cui la ricerca dell’equilibrio perfetto lo porta a far emergere il suo lato più femminile, cercando proprio nelle donne le alleate spirituali più consone a denudare questo suo lavoro di comunione dei generi.

Sono donne carnali ma anche donne di spirito quelle che ispirano canzoni come Krishna Blue, All My Mother’s Names, Praise, The Shining of Things e Thalheim. L’omogeneità tematica ed ispirativa è tuttavia controbilanciata da una scaletta quanto mai varia che mette in sequenza strumenti tradizionali occidentali (il dobro) e orientali (le tabla), orchestrazioni sinfoniche, blues, musica rituale, distese ambient, campionamenti, mutanti mostri Waitsiani o salti antigravitazionali sostenuti esclusivamente dal suono ermafrodita del Fender Rhodes.

Un album dall’animo mutante, specchio di una ricerca altrettanto mutevole e ostinata della felicità. Che non sempre viene, ma noi continuiamo a prepararci ad accoglierla.   

 

Blemish è il suono onomatopeico della polverizzazione del sogno d’amore di David Sylvian. Immerso in un isolamento fisico che diventa psicologicamente devastante, il musicista inglese partorisce un disco inquietante e sinistro, sospeso su ioni  atomici dentro cui Sylvian si rannicchia in posizione fetale.

È l’eco di stanze desolate, abbandonate anche dai “fantasmi” che le avevano imbrattate di gelatina sulla Ghosts di ventidue anni prima. Acquari disertati dai suoi abitanti, serpentine e resistenze elettriche che friggono senza più nessun cibo da scaldare o da tenere al freddo per la cena della sera, piccoli apparecchi radio che modulano senza più fermarsi ad una stazione radio, vagando nell’etere come i nastri di Jurgenson, strumenti acustici che corrono senza successo dietro un diapason sordo, vecchie cineprese otto millimetri che proiettano pellicole color nicotina e fieno.

Blemish è il suono di un mondo, affettivo ed artistico, che si sta sbriciolando. Sotto queste macerie, che sono pulviscoli e piccole particelle di amianto e zinco, resta il corpo di un Sylvain inanimato come un pompeiano inerme davanti al disastro.

Il mondo incantato di David Sylvian si frantuma sotto i suoi e i nostri occhi. E noi ne avvertiamo la cupa vertigine.  

 

La connessione con i luoghi frequentati da Ronald Stuart Thomas durante i suoi esordi come poeta è ricercata e voluta ma Manafon, il titolo del nuovo lavoro di David Sylvian può anche essere letto in chiave neologista e onomatopeica, rivelando ancor meglio il suo cuore: Manafon è l’Uomo Fonico, sono le corde vocali dell’anima.

David Sylvian è sperduto, non solo artisticamente, in un bosco popolato da ombre e da fruscii che rivelano, senza palesarla, qualche presenza estranea. Ma su tutte le ombre, su tutti i piccoli rumori, la voce di David Sylvian si erge sovrana e maestosa, mentre si immerge in quello che sembra un safari della sua stessa anima.

Totalmente prive di strutture ritmiche e armoniche, le canzoni di Manafon sono intime confessioni versate in un bicchiere di cristallo poggiato sul nulla.

Sono composizioni assolutamente free-form, svincolate da ogni concezione metrica e da ogni ordine più o meno elementare o più o meno complesso delle sequenze melodiche o degli innesti timbrici della strumentazione.

Composizioni senza àncora.

Che potrebbero alzarsi in quota o prendere il largo, se la loro infinita tristezza non scegliesse in sorte per loro di farle precipitare giù come scafandri abbandonati durante un’immersione.     

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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LES NEGRESSES VERTES – Famille Nombreuse (Delabel)  

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Alla fine è toccata modificarla a me, il 19 Agosto del 2016, la striminzita paginetta italiana di Wikipedia dedicata ai Negresses Vertes dove il secondo album dell’ensemble parigino giaceva col titolo storpiato in Famille Hereux forse da un decennio buono, a testimonianza di una disaffezione che il genio sregolato di Helno non merita. Anche sul sito inglese, poco ci si dilunga sulla storia di una band che, se non ha cambiato la storia della musica francese, ha avuto il merito di consegnare al mondo la faccia più sporca della sua capitale, quella dei giostrai, dei clochard, dei rom, dei quartieri meticci, delle zone malfamate. Quelle di cui dopo gli attentati dei tempi recenti la Francia si disfarebbe con gran piacere e di cui i Negresses Vertes cantarono le zuffe alcoliche, i balli improvvisati davanti alle roulotte, le dichiarazioni d’amore accompagnate da una chitarra flamenco, una tromba impertinente o un accordéon col mantice logoro.

Insomma, la memoria non è stata benevola e la storia sembra essersi accartocciata sui Negresses Vertes e averli trascinanti in fondo alla Senna, nonostante dopo la morte di Helno la band abbia tentato di tenere in qualche modo spiegato il tendone del suo circo, ormai forato inesorabilmente.

Famille Nombreuse sarebbe dunque diventato l’epitaffio artistico della formazione. Di lì a breve Zobi la mosca avrebbe punto al cuore il loro poeta alcolista per portarlo a ronzare altrove, privandoci di uno dei più brillanti giovani artisti francesi e lasciandoci soli, in compagnia di qualche suo clone. Famille Nombreuse ripercorre i quais già calpestati col disco precedente, forse con un tocco carnevalesco in più (Sang et Nuit, Hou Mamma Mia, Infidèle Cervelle). Come se ci invitassero a far festa. E come se questo invito ci servisse di monito.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID BYRNE – Rei Momo (Luaka Bop)  

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Archiviata definitivamente l’avventura dei Talking Heads, David Byrne si immerge da capo a piedi nel mondo carioca, proclamandosi addirittura Rei Momo, proprio come il Re del Carnevale di Rio. Alla riscoperta e alla diffusione della musica brasiliana dedicherà tutte le sue forze, a cavallo tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, mettendo in piedi un’etichetta “dedicata” che proprio otto mesi prima del suo primo album di canzoni ha debuttato con una raccolta di preziose reliquie intitolata, semplicemente, Brazil Classics. Dentro, gomito a gomito, ci sono Gilberto Gil, Maria Bethânia, Jorge Ben, Caetano Veloso, Milton Nascimento, Nazare Pereira, Chico Buarque. Insomma, la crème della musica tropicalista. Una vivace girandola di colori su cui la malegria sbatte le ali come una falena e che Byrne decide di “replicare” in proprio pochi mesi dopo, in un disco contagiato dalla febbre ritmica brasiliana come Rei Momo allungando di fatto il Carnevale brasiliano a tutto il calendario solare del 1989.

È un percorso del tutto simile a quello tentato, con risultati altrettanto brillanti, da Paul Simon tre anni prima con la musica di un altro Sud. Come nel caso di Graceland e di tutte le musiche di origine tribale e rituale, il ruolo portante è costituito da una giungla percussiva ed è per questo che Byrne si affida ai migliori percussionisti di salsa newyorkesi per creare il tappeto ritmico su cui costruire l’impalcatura di canzoni che si muovano con esuberanza e scioltezza tra le più classiche musiche del Brasile ma anche delle vicine Cuba e Haiti, dal cha-cha-cha alla merengue, dal samba al son, dalla charanga alla cumbia, dal bolero al mapeyè, riservando per se lo spazio immenso e assolutamente privo di qualsiasi pulsazione ritmica della conclusiva I Know Sometimes a Man Is Wrong.  

Ne viene fuori un disco incredibile che rappresenta, astrologicamente, la consacrazione intellettuale, filologica e antropologica della “febbre latina” che proprio quell’estate è esplosa con il fenomeno della Lambada dei Kaoma e che diventerà tormento e letizia di ogni estate seguente, degenerando negli strusci di gruppo in cui il vecchio Simone ha finalmente trovato un posto dove poggiare le sue mani dopo averle infruttuosamente buttate in aria per più di venti anni.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MANU CHAO – Clandestino (Virgin)  

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È il 1998 quando l’industria del disco trova finalmente una nuova icona, stavolta vivente, da dare in pasto al transumante popolo abbandonato dall’icona Bob Marley e ai figli di quel popolo che di Marley si sono nutriti dello spirito e delle parole, non potendosi nutrire della carne.

Il nuovo eletto si chiama José-Manuel Thomas Arthur Chao ed ha già girato mezzo mondo assieme al fratello Antoine alla guida di una band chiamata Mano Negra, nascosto sotto il nome di Oscar Tramor, traducendo in malo modo uno dei testi di Irma Serrano. Anche allora gli avevano dato una staffetta in mano, cercando di chiamare la sua band a raccogliere il testimone dei Clash bastardi di Sandinista!. La Mano Negra aveva corso qualche altro chilometro inneggiando a Zapata e Maradona, poi aveva gettato il testimone nelle acque della Senna.

Del suo rientro in scena pare non accorgersi nessuno. I suoi primi singoli (Clandestino, Desaparecido e Mentira), destinati a diventare mesi dopo dei tormentoni che ancora oggi resistono all’usura del tempo, non se li fila nessuno. Ma le radio, spinte dalla Virgin Records a mettere in heavy rotation quei brani farciti di chitarrine e fischietti, fanno lentamente esplodere il fenomeno Manu Chao, che diventerà tale l’anno successivo, portando (in ritardo clamoroso) il suo album nella Top 20 di almeno cinque stati, Italia compresa esportando, oltre a una musica meticcia e terzomondista, un “sentimento” di inadeguatezza culturale/politica/sociale (il mito del clandestino, del rifugiato, dell’esiliato, dei gitani erranti, del migrante apolide), un deciso sentimento pacifista, multietnico e no-global  e un vago aroma da busker che ben coglie lo spirito errabondo che affascina e nutre da sempre le giovani generazioni. Manu Chao è insomma un po’ il nuovo Bob Marley, un po’ la vetta più bassa dei monti Illimani e un po’ il nuovo adesivo del “vagabondo” da attaccare sul culo della Vespa. Le canzoni di Clandestino, tanto minimali nelle scelte armoniche quanto colorate come un carnevale carioca, piene di richiami al tex-mex e alla musica caraibica e sudamericana, vengono non solo accostate ma sovrapposte, intrecciate e “stratificate” una sull’altra, richiamandosi a vicenda e creando un vivacissimo e avviluppato vivaio di spezie. Alcune legali. Altre, ahimè, no.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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